Mercati, avvertimento a Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’ultima settimana di luglio è stata caratterizzata dai “dazi a pioggia” annunciati da Donald Trump nei confronti di quei Paesi che non si sono adattati alle condizioni proposte dagli Stati Uniti, o che semplicemente hanno provato a chiarire o difendere le loro posizioni. Così, il presidente americano ha annunciato che da domani, 7 agosto, entreranno in vigore tariffe del 35% al vicino Canada – con cui le tensioni sono da tempo palpabili – e del 39% alla Svizzera; in quest’ultimo caso, Trump ha interrotto la telefonata con la sua omologa elvetica, Karin Keller-Sutter, su suggerimento in tempo reale del suo entourage. Tra i Paesi colpiti, anche Brasile e India, quest’ultima a causa dell’approvvigionamento massiccio di petrolio russo a basso costo a cui Delhi non intende rinunciare.
Questione di bilancia commerciale
La schematizzazione che muove Trump dipende, come è risaputo, dagli squilibri della bilancia commerciale. Il presidente americano parte dalla percentuale che evidenzia lo scarto fra le importazioni e l’export Usa: su questa ricava le tariffe che, secondo i suoi calcoli, riequilibrerebbero lo sbilanciamento. Ma il ragionamento ha vari punti deboli. In primo luogo, il tasso di import-export dipende dalle esigenze dei consumatori e dal libero mercato: come abbiamo ricordato più volte, i beni prodotti in Europa sono mediamente di maggior qualità rispetto a quelli americani e i cittadini, quando possono, li preferiscono. Gli Stati Uniti dominano il mercato della tecnologia e, ultimamente, hanno accresciuto la loro presenza nella vendita di petrolio e Gnl all’estero, ma per il resto esportano poco (Coca Cola a parte). Inoltre, lo squilibrio della bilancia commerciale Usa è influenzato dalla ricchezza del Paese e dall’alta propensione all’acquisto da parte dei suoi cittadini: non è un’iperbole affermare che gli americani consumano nella misura in cui il resto del mondo produce. Nel caso dell’India, l’atteggiamento di Trump è rinforzato dalla cooperazione dei Paesi di area Brics con la Russia e dalla rivalità con la Cina. Paese che, a differenza dell’Ue, non evidenzia segni di cedimento. D’altra parte, per l’Europa e il Canada, gli Stati Uniti sono un importatore massiccio di articoli, e rinunciare a un simile “cliente” avrebbe effetti distruttivi sull’economia.
Rischio inflazione
Acque calme, invece, nei rapporti Usa-Ue dopo l’accordo che ha aumentato alcune tariffe e ne ha diminuite altre, ma che ora deve essere messo nero su bianco e seguire l’iter istituzionale. Tutto questo mentre le autorità europee hanno sospeso per quattro mesi i controdazi, con l’intento di spingere la ratifica del documento. Nel caso dell’Europa, Trump ha ottenuto le condizioni più favorevoli possibile, e secondo vari osservatori il suo vero obiettivo è simile anche nel caso di altri Paesi. Il presidente e il suo staff sanno infatti che un’applicazione delle tasse doganali simile a quella annunciata lo scorso 2 aprile danneggerebbe anche l’economia americana, perché si porrebbe come ostacolo al consumo, con il rischio di creare un circolo vizioso. Se accantoniamo per un attimo lo stile di comunicazione fuori dagli schemi adottato da Trump, vediamo un tentativo di tirare la corda fino al limite per poi ottenere le condizioni migliori. Atteggiamento, questo, da uomo d’affari più che da politico.
Due posizioni in Fed
In questo caso, la “corda” è l’inflazione, che indubitabilmente sarebbe causata da un’applicazione pedissequa dei dazi. Anche se nella Fed ci sono due scuole diverse sulla natura di questo rischio. Jerome Powell, presidente della banca centrale americana, è chiaramente timoroso rispetto a questa evenienza e ha ultimamente dichiarato che non abbasserà i tassi fino a quando non sarà possibile controllare gli effetti dei dazi sull’inflazione. Posizione più sfumata, invece, da parte di due membri del Fomc, Christopher Waller e Michelle Bowman – che è anche vicepresidente per la vigilanza. I due criticano l’immobilismo di Powell sui tassi perché – ha dichiarato il primo – “le tariffe sono incrementi una tantum del livello dei prezzi e non aumentano l’inflazione se non temporaneamente”. Il rischio, secondo Waller, è che mantenendo il costo del denaro alto si finisca di deteriorare il mercato del lavoro. Che ha mostrato dati sotto le attese: nel mese di luglio sono stati creati 73.000 posti invece dei 100.000 attesi. Una doccia fredda (pur con i limiti costituiti dalla rilevazione su base mensile) che a fine settimana ha contribuito, insieme all’annuncio dei dazi, a deprimere le Borse, capaci però di recuperare alla riapertura.
Powell resta al suo posto
Il dilemma sui tassi Fed continuerà prevedibilmente a interrogare gli economisti nei prossimi mesi. Una cosa, però, è sicura: indipendentemente dalle prossime mosse sui tassi, Jerome Powell resterà al suo posto. Trump ha spiegato che rinuncerà a qualsiasi velleità di sostituire il rivale prima del termine, ammettendo candidamente di aver preso questa decisione dopo lo storno borsistico di venerdì scorso. “Lo rimuoverei in un batter d’occhio”, ha dichiarato in un’intervista a Newsmax, “ma dicono che questo disturberebbe il mercato”. Powell, ha proseguito Trump, “se ne andrà tra sette o otto mesi e io metterò qualcun altro”. Il presidente americano ha quindi ammesso di temere i mercati, che hanno lanciato forti segnali di avvertimento dopo l’annuncio del 2 aprile (con un crollo del 16%) e hanno replicato, pur in tono molto minore, alla fine della scorsa settimana.
L’alt delle Borse
Il segnale dei mercati non poteva essere ignorato né dal presidente, né dal suo staff: non per niente, Scott Bessent ha avvertito Trump che un’eventuale rimozione di Powell prima della scadenza naturale del suo mandato sarebbe stata letta come un attacco all’indipendenza della banca centrale, con le conseguenze che tutti possono immaginare. L’importanza dell’andamento delle Borse è forte in tutto il mondo, ma negli Stati Uniti ha un impatto ancora maggiore: in caso di storno si creano problemi per le pensioni, legate strettamente agli indici molto di più che in Europa. In ogni caso, dopo il “venerdì nero” che lasciava presagire un tentativo di correzione, le Borse, come già ricordato, hanno aperto in recupero: ancora una volta, i listini si sono rivelati forti e capaci di digerire molti avvenimenti avversi, sia di tipo economico, sia geopolitico. In un mese, ricordiamolo, che è solitamente caratterizzato dalla scarsa liquidità. Se il mercato si è dimostrato capace di far riflettere il presidente americano, i maggiori rischi provengono dal blocco della crescita: il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha calcolato che il tira e molla sulle tasse doganali avrà un impatto dello 0,5% sul Pil mondiale, legato al ritardo di alcuni investimenti bloccati nei primi sei mesi dell’anno.
Dollaro ancora debole
Resta in sospeso la questione del dollaro, che rimane debole. La quotazione del biglietto verde crea un dazio supplementare de facto che, come ha affermato il Consorzio Olio Toscano, preoccupa più delle tariffe doganali, perché capace di ridurre per i produttori margini di profitto già esigui. Per non parlare del possibile ingresso nella competizione di altre aree geografiche, magari punite in misura minore dalle tariffe americane. A questo proposito, molti ricordano il periodo storico in cui il dollaro si era spinto oltre 1,50 euro. La quotazione particolarmente bassa del biglietto verde non aveva provocato i guai innescati dalla forbice attuale, pur molto più ridotta. Questo ci fa comprendere quanto, in 15 anni l’economia mondiale sia diventata molto più connessa, e in che misura gli interscambi si siano rinforzati.
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Medio Oriente in fiamme. Ma le Borse tengono
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’attacco di Israele all’Iran e l’apertura di un nuovo conflitto in Medio Oriente hanno diffuso un senso di paura nelle Borse, intimorite soprattutto dal rischio di picchi del petrolio. Ma le perdite evidenziate dagli indici dopo le prime notizie dell’escalation militare sono almeno parzialmente rientrate; si registrano nuove turbolenze, che però sembrano rientrare nelle normali dinamiche di mercato. Nessun maxi-storno, dunque: le Borse dimostrano una resistenza paradossale ai nuovi problemi geopolitici, che piombano sull’economia mondiale in un periodo contraddistinto anche dalla lunga tiritera sui dazi, dalle incertezze sui tassi Fed e dalla crisi dell’automotive. Il petrolio, da parte sua, è stato inizialmente protagonista di un rialzo fortissimo, ma si è poi assestato sui livelli di inizio anno, cioè nella forbice fra i 70 e gli 80 dollari al barile. Occorre considerare che il nuovo conflitto è iniziato mentre in sede Opec+ era in corso un dibattito acceso sul prezzo del petrolio, con l’Arabia Saudita intenzionata a incrementare ulteriormente la produzione (e un conseguente calo dei prezzi) e la Russia strenuamente contraria a questa eventualità: a causa delle sanzioni Mosca sta vendendo sotto costo il suo greggio a India e Cina – che è anche il primo compratore (a sconto) di greggio iraniano.
Le apprensioni sul petrolio
Le Borse hanno dimostrato di non aver perso gli anticorpi per resistere, almeno fino a quando il prezzo del petrolio rimarrà a livelli comunque bassi. Diverso sarebbe se venissero colpiti i terminal petroliferi iraniani, oppure se Teheran decidesse il blocco dello stretto di Hormuz, snodo indispensabile per il passaggio del greggio. In questo caso, si rischierebbe un rincaro di Brent e Wti difficilmente controllabile. Ma l’eventualità è remota, un po’ per il rischio di un intervento militare americano, un po’ perché il blocco dello stretto danneggerebbe anche l’export della Cina, alleata dell’Iran, e gli interessi economici degli altri Paesi del Golfo. E’ quindi probabile che la situazione non si aggravi ulteriormente e che i mercati riescano a digerire anche questi stimoli negativi (come detto, hanno già inviato segnali in questo senso) e si concentrino sui dazi Usa-Cina.
Oro a go-go
Il dollaro, che ai primi attacchi israeliani aveva recuperato terreno, è poi tornato poco sopra le posizioni del giorno prima. L’euro, pur in miglior salute rispetto al biglietto verde, ha comunque perso nel confronto con varie altre monete. A guadagnare, come di consueto nelle crisi geopolitiche, è invece l’oro, che da tempo è tornato bene rifugio, spinto dalla voglia di sicurezza causata dalle sanzioni alla Russia. Il “re dei metalli” ondeggia sulla quota di 3.400 dollari l’oncia, e sembra avere le prerogative per salire stabilmente sopra i 3.500.
De Meo lascia il settore automobilistico
Hanno fatto scalpore le dimissioni di Luca de Meo dalla carica di ceo del gruppo Renault, che guidava da cinque anni. Il manager italiano, che lascerà la casa transalpina il prossimo 15 luglio, ha spiegato la sua scelta con il desiderio – spiega una nota di Renault – di “affrontare nuove sfide al di fuori del settore automobilistico”. Un settore in cui De Meo lavorava dal 1992, e che lo ha visto operare nei ranghi di varie case con ruoli crescenti. Dal prossimo 15 settembre, il top manager entrerà come amministratore delegato in Kering, la multinazionale del lusso di François-Henri Pinault che controlla marchi come Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen, Boucheron, Pomellato, DoDo, Qeelin, Brioni, e Ginori 1735. Le dimissioni di De Meo e la sua separazione dal settore in cui aveva sempre militato preoccupa moltissimo: il dirigente era non solo un dirigente specializzato, ma anche un appassionato di motori fin da bambino. Il clamoroso saluto non solo a Renault, ma all’automotive, è stato interpretato come una manifestazione di pessimismo nel futuro del comparto in Europa, duramente messo alla prova dal green deal di Ursula von der Leyen. La reazione della Borsa alle clamorose dimissioni è stata molto forte: giù le azioni Renault, su i titoli Kering. Un atto di fiducia, quest’ultimo, un po’ troppo istintivo: il manager è certamente capace, ma è nuovo di un settore, come il lusso, che non sta attraversando i suoi giorni migliori, anche a causa della crescente concorrenza cinese.
Il caro-gas mette a rischio le fonderie
La crisi dell’automotive europeo contribuisce anche a crescenti difficoltà per acciaierie e ferriere di alluminio. Pochi veicoli immatricolati causano un calo di produzioni industrali e minori rottami a disposizione, con conseguente dumping: Cina, India e Stati Uniti stanno acquistando i detriti in Europa a prezzi che l’industria Ue non può sostenere. Tutto questo si unisce alla nuova impennata del gas, che potrebbe mettere in ginocchio le fonderie, industrie strutturalmente energivore. L’allarme è stato lanciato pochi giorni fa da Fabio Zanardi, presidente di Assofond, organismo di categoria che, in seno a Confindustria, rappresenta le fonderie italiane. Il settore, ha detto, è in bilico sia a causa dei dazi al 50% su acciaio e alluminio, sia per il rincaro dell’energia. Se i prezzi rimarranno questi, ha detto Zanardi, per le fonderie non ci sarà futuro.
Il mondo nel pallone
Sono intanto iniziati negli Stati Uniti i Mondiali di calcio per club, che alla vigilia del calcio d’inizio erano visti a rischio flop economico, anche a causa della vendita a prezzo di saldo dei molti (carissimi) biglietti non acquistati. In parte, però, la strategia ha limitato i danni: se per le partite con meno appeal gli stadi erano semivuoti, i match più interessanti hanno attirato numerosi tifosi, sfiorando il sold out. Questo fa sperare gli organizzatori in vista delle gare a eliminazione diretta, che vedranno prevedibilmente protagoniste squadre europee e sudamericane. La prima edizione allargata del massimo torneo per club serve comunque agli Stati Uniti per lanciare i prossimi Mondiali di calcio, previsti nel 2026 in Usa, Canada e Messico: se la manifestazione riuscisse nel suo intento, passerebbe in secondo piano anche un eventuale insuccesso economico della kermesse. Quali conseguenze economiche avrebbe, invece, un eventuale mancata qualificazione dell’Italia alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva? La risposta non è così semplice come potrebbe sembrare. Perché da un lato, il calcio vale il 4% del pil italiano, e una qualificazione degli azzurri, con il conseguente maggior coinvolgimento degli appassionati, andrebbe a generare guadagni indiscutibili per bar, ristoranti e “indotto” pallonaro. Dall’altro, però, i fusi orari nordamericani rischierebbero di obbligare i sostenitori a levatacce o veglie notturne per poter assistere ai match, con la conseguente perdita di produttività, impossibile da quantificare, ma difficilmente confutabile.
Mediobanca scompagina il risiko
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
A pochi giorni dalla vittoria in Generali, con la conquista della maggioranza assoluta da parte della sua lista, Mediobanca ha annunciato un’operazione clamorosa: il lancio di un’offerta pubblica di scambio per la totalità delle azioni di Banca Generali.
Il meccanismo dell’ops è chiaro: l’istituto guidato dall’amministratore delegato Alberto Nagel acquisterà le azioni della banca del Leone al valore di 1,7 titoli della compagnia assicurativa triestina. Con un risultato – sempre se tutto andrà secondo i piani: Mediobanca uscirà dall’azionariato della principale azienda assicurativa italiana per acquisire il controllo del 100% di Banca Generali.
C’è però lo scoglio della passivity rule a cui Piazzetta Cuccia è soggetta, essendo una società sotto offerta pubblica: la prossima assemblea ordinaria, già fissata per il 16 giugno, dovrà dare il via libera all’operazione con il 50% più un’azione. Altrimenti, nulla di fatto.
Nagel: l’operazione è offensiva
Commentando il lancio dell’offerta, Nagel ha assicurato che non si tratta di un’operazione difensiva, “ma offensiva”, spingendosi a rivelare che se ne parla da cinque anni. Tuttavia, molti osservatori hanno collegato l’ops (e la sua tempistica) con l’offerta di Montepaschi su Mediobanca: se Piazzetta Cuccia uscisse completamente da Generali, sarebbe automaticamente meno contendibile, perché è vulgata comune che sia il Leone di Trieste il vero obiettivo di Siena. In parole più semplici, è molto facile che la vera ragione dell’offerta sia un tentativo di bloccare le mire di Mps su Mediobanca. Ora ci si chiede come reagirà il governo, che ha accolto favorevolmente l’offerta di Montepaschi su Mediobanca (in prospettiva Generali) e non vuole certamente rischiare di perdere la faccia. Difficile, però, che l’esecutivo utilizzi il golden power, già piazzato sulla strada dell’operazione Unicredit-Banco Bpm.
La Borsa brinda
L’inaspettata mossa di Mediobanca è piaciuta alla Borsa, che approfittando anche dell’exploit di Piazzetta Cuccia ha proseguito una rimonta già in atto. Già, perché gli entusiasmi per il nuovo capitolo del risiko si sono inseriti in un quadro di rimbalzo generale degli indici. Un rimbalzo che, onestamente, non ci aspettavamo – almeno non in queste dimensioni. Anche lo S&P 500, che inizialmente aveva subito un calo, è stato protagonista di un’ottima performance: la grande volatilità in basso sembra essere scomparsa e, anche in caso di una prossima discesa, quasi sicuramente non si verificherà un nuovo crollo.
Cina d’oro
Il recupero delle Borse dipende anche dal tentativo di Donald Trump di fare retromarcia sui dazi, cercando nel contempo di non perdere credibilità. Sempre che non sia troppo tardi: se l’Europa è decisa a trattare, la Cina potrebbe decidere di proseguire il gioco duro, nonostante gli abboccamenti del presidente americano. Traspare giusto un tenue spiraglio di trattativa, che emerge anche dal lieve calo dell’oro registrato lunedì scorso, segno di cauto ottimismo sulla distensione sino-americana. Nei periodi in cui la crisi fra le due potenze si era acuita, Pechino aveva continuato ad approvvigionarsi di asset aurei, in cerca di un bene rifugio: la banca centrale cinese, solo a marzo, ha portato a termine il quinto acquisto consecutivo di oro, mentre a febbraio ne aveva comprate 50 tonnellate. E il “re dei metalli” aveva stabilito record su record. Gli indizi lasciano presagire che la Cina si sia dotata di molto più oro di quanto dichiara (si dice addirittura dieci volte). E che potrebbe tornare a farlo qualora i negoziati fra Trump e Xi Jinping dovessero naufragare.
Sorpresa in Canada
Una sconfitta, però, il presidente americano l’ha già incassata: nelle elezioni canadesi ha prevalso il liberale Mark Carney, sfavorito della vigilia. A spingere il premier in carica – che aveva sostituito il predecessore Justin Trudeau, dimissionario – è stata la reazione dei cittadini della Foglia d’Acero ai dazi di Trump e alle sue sparate annessionistiche nei riguardi del vicino settentrionale.
Carney è partito dai livelli bassissimi di consenso ereditati da Trudeau, ma ha recuperato poderosamente sul suo rivale, il conservatore Pierre Poilievre. Che, intendiamoci, avversa i dazi di Trump e le sue pretese di assorbire il Canada come e quanto Carney. Lo sconfitto ha però pagato le politiche economiche all’insegna del Canada First, slogan che riecheggiava quello trumpiano, pur da fronti opposti e inconciliabili: proprio per aver imitato il programma del tycoon, il leader conservatore ha sprecato, come si suol dire, un rigore a porta vuota. Poilievre ha comunque assicurato a Carney il sostegno nella lotta contro i dazi di Trump e nella difesa della sovranità nazionale canadese. Un aiuto che sarà molto utile al premier, dato che quasi sicuramente i liberali disporranno di quattro seggi in meno rispetto al 50% dei voti in aula e saranno obbligati a provare la strada del governo di minoranza.
E’ tutto da rifare
Per Trump, insomma, i dazi (contro i quali vari Stati americani hanno fatto causa) e i toni aggressivi nei confronti di Canada, Groenlandia e Panama si sono rivelati deleteri. Soprattutto perché i consumatori americani si sono visti impoveriti da una strategia poco lungimirante e insensata. Un risultato che a Trump non può piacere. Soprattutto perché il contraccolpo delle tariffe sull’economia Usa ha colpito categorie di persone che avevano votato il duo Trump-Vance sperando di migliorare la loro posizione economica, intaccata dalla globalizzazione. L’elettore americano, ancora più che quello europeo, fa in fretta a cambiare bandiera se le sue tasche sono improvvisamente più leggere. Trump lo sa: per questo motivo cerca ora una soluzione che rimetta in carreggiata l’economia salvaguardando ciò che è rimasto della sua immagine pubblica. Possibilmente prima che inizi la campagna elettorale per le consultazioni di mid term. A rovesciare la situazione in suo favore potrebbe intervenire solo una rapida pace fra Russia e Ucraina, per la quale il presidente americano si è speso molto. Tuttavia, il potere di contrattazione degli Stati Uniti è minore di quanto si pensasse: un po’ perché Putin ha probabilmente in mente di procedere a nuove conquiste prima di accettare la tregua; un po’ perché Zelensky resiste, confortato dal sostegno assicurato dalla Gran Bretagna e dall’Unione Europea.
La rivincita del contante
La giornata di lunedì passerà alla storia per il clamoroso blackout che ha colpito la penisola iberica e, per un certo periodo, anche la Catalogna francese e il sud della République. I resoconti di un lungo periodo senza corrente elettrica – problema a cui si è rimediato dopo molte ore – sono inquietanti: ospedali attivi solo con i generatori (se funzionanti); aerei e treni fermi; persone bloccate in metropolitana o in ascensore; Master 1000 di tennis sospesi; telecomunicazioni in pausa; appelli ai cittadini di restare a casa, come ai tempi del lockdown di covidiana memoria. E internet inservibile. Il che, ovviamente, ha comportato l’impossibilità di saldare i propri conti con le carte di credito. La catena El Corte Inglés ha comunicato lunedì stesso l’apertura regolare, ma la disponibilità del solo pagamento in contanti, e così hanno fatto altri esercizi. Fenomeni di questo genere confermano quanto sia impraticabile la strategia cashless e quanto sia utile mantenere in tasca sempre un po’ di denaro per poter fronteggiare blackout, tilt informatici (come quelli che si erano verificati lo scorso luglio in mezza Europa) o anche problemi ordinari alle linee dei Pos. Resta inspiegabile, invece, che non si abbiano indizi chiari sulla causa del disastro.
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Mercati, una fase di difficile lettura
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.
Europa batte Usa
Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.
Il ritorno delle banche
Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.
Usa, timori di inflazione
Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.
Canada, Carney nuovo premier
Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.
Ottawa, Europa?
Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.
Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti
Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.
Northvolt in bancarotta
E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.
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Dazi, annunci e controannunci mandano gli indici in confusione
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati stanno procedendo in ordine sparso e apparentemente senza una direzione certa. Il caos che sembra imperare è soprattutto un problema americano. L’Europa, dopo le fiammate dovute agli annunci del riarmo e del nuovo piano di rilancio tedesco (ora in forse), ha aperto la settimana in rosso; tuttavia, se si osserva il grafico relativo a un periodo più lungo, si nota che i listini del nostro continente hanno archiviato due mesi positivi, mentre Wall Street, è protagonista di un lungo ritracciamento, che coinvolge soprattutto il Nasdaq.
Il “no” dei verdi tedeschi
Alla settimana difficile dell’Europa ha contribuito la dichiarazione dei verdi tedeschi, intenzionati a non votare la riforma del freno al debito voluta dal cancelliere in pectore Friedrich Merz. Una riforma che, ricordiamolo, fa parte dei pacchetti proposti al “vecchio” parlamento, ancora in carica. Il piano, in spregio al fiscal contact, prevede 800 miliardi di spesa pubblica, che secondo gli analisti comporterebbero un effetto positivo del 2% l’anno. E che cercherebbero di fermare il declino di un Paese evidenziato dall’andamento dei titoli di stato: i Bund a 30 anni hanno perso oltre il 10% e oltre e quelli a dieci il 6,5%. Gli ecologisti hanno detto chiaro e tondo che il progetto di Cdu-Csu e Spd per la difesa e le infrastrutture “non s’ha da fare”, rilanciando invece sui fondi per il clima. Il 18 marzo, giorno in cui è prevista la discussione del piano Merz, è molto vicino; regna l’incertezza e le Borse europee (Francoforte in testa) lo hanno fatto capire molto bene.
Il riarmo è in atto da anni
A far discutere è anche il rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale di ricerca sulla pace con sede a Stoccolma. L’organismo ha rivelato che il riarmo è già in atto e non da ieri: tra il 2020 e il 2024, infatti, le importazioni di armamenti da parte di Stati europei membri Nato sono raddoppiate rispetto al quinquennio precedente, con un 64% di acquisti da aziende americane. Evidentemente, le imprese franco-tedesche, leader in Europa tra i fornitori militari, non hanno più la capacità di assorbire tutti gli ordini e i Paesi devono rivolgersi altrove. L’eventuale riarmo, di cui attualmente è stato dato solo l’annuncio, potrebbe così impattare più sugli indici americani che su quelli europei.
Tira e molla sui dazi
A colpire in modo bipartisan sia le Borse di casa nostra, sia quelle dello Zio Sam (ma soprattutto queste ultime) sono invece i dati sul lavoro Usa, che a febbraio hanno evidenziato una crescita di 151.000 nuovi occupati, contro gli oltre 160.000 previsti dagli analisti. A deprimere gli indici è anche (anzi, soprattutto) il tira e molla sui dazi: le tariffe doganali nei confronti di Canada e Messico, già entrate in vigore, sono state sospese, mentre quelle rivolte alla Cina sono attive e già “rimbalzate” da Pechino con una serie di contro-dazi, tra il 10% e il 15% sui prodotti agricoli dello zio Sam. Chiaro l’intento di colpire una categoria di persone identificate come sostenitori di Donald Trump. Una storia molto arruffata, che sembra non avere una logica, ma che probabilmente ce l’ha. Si parla dei dazi come dell’invenzione di un solo uomo, dimenticando che dietro di lui c’è un’amministrazione che valuta la portata di ogni misura. Probabilmente, i collaboratori di Trump si sono resi conto che i dazi al Canada, e soprattutto al Messico, possono provocare un rialzo dei prezzi, arrecando danni ai consumatori.
Confusione? No, grazie
Oltre che colpire i cittadini americani, i timori provocati dai dazi sono in grado di frenare le Borse, che non amano la confusione e che, appunto, hanno reagito al braccio di ferro sui balzelli doganali con un arretramento generalizzato. In un periodo particolarmente negativo per Wall Street che vede, da inizio anno, il Nasdaq a -11,48%, mentre lo S&P è circa a -4,53%. Questi dati fanno emergere la crisi della tecnologia, che come già ricordato sta ritracciando dopo un lungo periodo di corse frenetiche. Stessa situazione per Tesla, che ora sembra in rotta: in realtà l’azienda di Elon Musk, pur perdendo oltre il 40% da inizio anno, continua a capitalizzare di più rispetto a tutti gli altri produttori di auto messi insieme. Della serie: un conto è la quotazione in Borsa, un conto la salute di una società.
Effetto domino
Il caos sui mercati si riverbera in un effetto domino un po’ ovunque. Anche nel rapporto euro-dollaro: in una settimana, il biglietto verde ha perso il 4,5% – dato, questo, sicuramente non sgradito a Trump, che notoriamente preferisce una moneta debole rispetto alle altre grandi valute. Anche il petrolio, attualmente sotto i 70 dollari al barile, rivela che il mercato inizia a scontare il rallentamento economico.
In un quadro così caotico, persino l’oro non ha lo sprint per andare a rompere il muro dei 3.000 dollari. Che fare allora? La cautela è d’obbligo, in presenza di una volatilità in aumento. Al momento, tenere troppi titoli in tasca è diventato più rischioso. Per questo motivo, è consigliabile portare a casa il 10%-15% del proprio portafoglio, soprattutto quello dedicato alle azioni europee.
Milano, si avvicinano i Giochi Olimpici. Ma i cantieri sono bloccati.
A meno di un anno dai Giochi Olimpici invernali, la cantieristica di Milano è in parte bloccata. In città si è costruito troppo, e spesso male, e ora spuntano i dubbi sul Salva Milano, misura la cui introduzione sembrava praticamente certa e che oggi è bloccata in Senato. Che la legge si approvi oppure no, il legislatore non potrà evitare di mettere una pezza a questa situazione: ci sono cittadini che, in buona fede, hanno già versato caparre per case la cui costruzione è stata pur temporaneamente fermata. Disagi di questo tipo rischiano di rallentare, o addirittura di impedire, futuri piani urbanistici, un po’ per timore di nuove inchieste, un po’ per sfiducia da parte dei cittadini, costretti a lungaggini burocratiche e rischi di non completamento di un’abitazione già in parte pagata. Anche progetti nati per una riqualificazione rischiano di arenarsi per la litigiosità delle parti in causa. Ne è un esempio il villaggio progettato nell’area del Parco Sempione, che dovrebbe sorgere dopo l’interramento dei binari delle Ferrovie Nord e avrebbe tra i suoi obiettivi anche l’ampliamento dello spazio verde.
Inizialmente il piano, con un finanziamento dello Stato pari a 150 milioni, prevedeva un’area dedicata alla costruzione di immobili prima di 90.000 metri quadri, poi diventati 60.000, gestito dal privato Census Italy in cambio del coinvolgimento del progetto. Il Comune ha poi cercato di ridurre ulteriormente lo spazio edificabile per evitare lo sfregio urbanistico, innescando un confronto con la Regione, preoccupata che tutto possa saltare perché non più sostenibile economicamente. I dubbi sul Salva Milano, giusti o sbagliati che siano, piazzano ulteriori ostacoli su progetti di questo tipo, instillando timori e ripensamenti anche su piani nati con buone intenzioni.
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Le bigtech affossano Wall Street
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’apertura di questa settimana ha evidenziato un ribasso del Nasdaq (-2,6%), che ha trascinato in basso gli indici americani. Ad affossare il listino tecnologico Usa sono state le sette bigtech, il cui sensibile arretramento già in atto si è acuito.
Le cause del crollo
Molti i fattori alla base di questa performance negativa. Tra questi, svolge un ruolo importante il timore di una bolla, i cui rischi erano stati ampiamente preannunciati. Le big della tecnologia hanno corso troppo e una rettifica del loro valore borsistico era facile da prevedere, anche in virtù della rotazione settoriale in atto da gennaio. Un esempio può essere fornito dal grafico di Nvidia: il suo titolo è a -20% da inizio anno, ma conserva un sontuoso +40% rispetto al 2024. Inoltre, ha fatto scalpore il calo della capitalizzazione del gruppo sotto i 3.000 miliardi, anche se in realtà rimane 20 volte il fatturato. In questa situazione già esplosiva si è improvvisamente inserito DeepSeek, che ha dimostrato in quale misura sia possibile costruire un’intelligenza artificiale con chip di seconda mano e spese infinitesimamente minori rispetto a quelle dei concorrenti americani. E’ pur vero che il mercato cinese è ancora circondato da una certa opacità, ma la sfida dell’intelligenza artificiale di Pechino ha colto nel segno, e il tema degli investimenti previsti sull’acquisto di chip ha fatto irruzione a gamba tesa sul cammino del Nasdaq.
Dazi, un fantasma che si aggira per il mondo
A influire sul calo delle bigtech anche le misure restrittive Usa alla Cina sui chip, che si sono riversate sul Nasdaq. Ma anche l’ufficializzazione dei dazi rivolti contro Pechino, Canada e Messico e partiti ufficialmente ieri: le tariffe doganali hanno causato un ritracciamento non solo dell’indice tecnologico, ma anche di S&P 500 e Dow Jones (già in calo a fine settimana dopo lo scontro fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca). I “balzelli di Trump” si stanno trasformando nel classico fantasma che si aggira per il mondo: non è ancora dato di capire quali siano le minacce serie e quali le boutade per trattare su temi ben precisi. Certo è che in aprile potrebbe presentarsi un nuovo round di gravami economici: ai possibili dazi contro l’Europa sul settore automobilistico si è affiancato l’annuncio, con un tono molto generico, di tributi sui prodotti agricoli. Mentre in Canada esplode una campagna di boicottaggio di prodotti americani e in Messico si pensa di fare altrettanto (seguendo il monito della presidente Claudia Sheinbaum), l’Europa – distratta dalla fine degli aiuti Usa a Kiev – reagisce in ordine sparso. Anche all’interno della coalizione di governo italiana ci sono due distinte linee di pensiero: quella della premier Giorgia Meloni, favorevole a una trattativa comune Ue con l’amministrazione americana, e quella del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo cui è possibile negoziare anche a livello bilaterale (da Paese a Paese) e non solo delegando tutto all’Europa. Magari sfruttando i buoni rapporti tra gli esecutivi di Roma e Washington. E’ comunque importante fare di tutto per evitare una guerra commerciale fra Stati Uniti ed Europa. I dazi prospettati contro l’Ue sono molto pesanti, e potrebbero fare molto male al nostro continente, proprio come le sanzioni alla Russia. Sicuramente, un sistema di dazi incrociati transoceanici danneggerebbe anche gli Stati Uniti, che però sarebbero protetti dalla reindustrializzazione sponsorizzata da Trump nel suo primo mandato e proseguita da Joe Biden. L’impresa europea, già colpita dalle sanzioni, rischierebbe invece di rimanere irrilevante, anche per la quasi assenza di grandi società tecnologiche, concentrate fra l’America del nord e l’Estremo Oriente.
Bitcoin tra l’incudine e il martello
Altra possibile vittima dei dazi potrebbero essere i Bitcoin, che però incontrano il favore di Trump: prima della sua elezione, il valore della criptovaluta veleggiava sui 60.000 dollari; con la vittoria del candidato repubblicano ha superato i 100.000; poi ha rifiatato, attestandosi sopra gli 80.000, e ora è tornata oltre i 90.000, dopo l’intenzione espressa dal presidente Usa di stabilire una riserva strategica su valute digitali (oltre ai Bitcoin, anche Ethereum, Cardano, Solana e Ripple). Obiettivo di Trump è trasformare gli Stati Uniti nel centro nevralgico delle crypto, diversificando contemporaneamente le riserve finanziarie.
Sturmtruppen in Borsa
Forse gli indici europei sarebbero stati destinati ai ribassi sperimentati dai mercati Usa se non si fosse verificato un nuovo balzo in avanti dei titoli defence.
Le azioni del settore militare hanno rimbalzato dopo i colloqui organizzati in fretta e furia a Londra con il duplice obiettivo di sostenere l’Ucraina dopo il disimpegno americano e di attuare una poderosa politica di riarmo, con l’eventuale unificazione degli eserciti del continente (Paesi neutrali esclusi). I titoli del settore difesa sono quindi stati oggetto di acquisti folli, e questo sebbene i paesi europei siano usciti dal vertice di Londra totalmente divisi, sia sul grado di impegno in questa operazione, sia nella catena di comando, che ha già contrapposto Gran Bretagna e Francia. Il mercato compra le notizie e vende sui fatti: vedremo poi che cosa accadrà realmente. E’ però probabile che l’improvvisa febbre guerresca delle Sturmtruppen europee evidenzi obiettivi reali. Se eccettuiamo gli entusiasmi bellici di alcuni leader continentali, il reale motivo di questa svolta sembra l’esclusione delle spese militari dalle restrizioni di bilancio: secondo questa interpretazione, la corsa al riarmo non sarebbe altro che un maquillage per poter risollevare il Pil europeo. In ogni caso, le Borse hanno evitato un tracollo da effetto domino e hanno viaggiato sulle montagne russe: lunedì Piazza Affari ha stabilito nuovi record per poi calare in modo pronunciato il giorno seguente.
Previsioni errate
Exploit della difesa a parte, le Borse europee sono comunque in buona salute. Si sono quindi rivelati errati i consigli di inizio anno di varie case di investimento, che avevano suggerito di puntare sulle bigtech americane e sul Nasdaq sottopesando la presenza di titoli europei in portafoglio. Oggi siamo a un punto di svolta: dall’altro lato dell’oceano si capirà presto la natura del crollo dei titoli tecnologici (forte rettifica oppure bolla), mentre l’Europa è sospesa fra un’ulteriore crescita e uno storno. Per questo motivo, i primi giorni di marzo dovrebbero indurre a un sano momento di attesa. In altre parole, occorre cautela: non è il momento di alleggerire ma neppure di comprare. Meglio tenere le posizioni, almeno fino alla prossima settimana: i finanziari sembrano vicini ai massimi e le aziende di armamenti hanno già valutazioni esorbitanti. Al massimo, se proprio si vuole acquistare qualcosa, è consigliabile scegliere titoli super difensivi, come le utility, e al limite qualche azione del lusso. Le obbligazioni europee sono invece un mercato al momento molto stabile, che offre poco rendimento: qualora l’azionario dovesse stornare in modo deciso può essere una buona scelta parcheggiare la liquidità nei bond. Se le obbligazioni italiane si attestano ormai sul 2%, resta un affare l’acquisto di quelle americane, che a causa dell’immobilismo Fed possono rendere una percentuale vicina al 5%; prima di scegliere i treasury, però, occorre considerare il rischio valuta, particolarmente pronunciato in questo periodo contraddistinto da incertezza sui dazi e sui rapporti politici tra Europa e Stati Uniti.
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I dazi deprimono le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I dazi del 25% annunciati dall’amministrazione Trump contro Canada e Messico sono stati temporaneamente sospesi poco prima che entrassero in vigore. Tuttavia, la pur effimera notizia dell’imminente guerra commerciale contro i due “vicini di casa” degli Stati Uniti ha fatto a tempo a scuotere le Borse, che poi hanno recuperato, ma solo parzialmente. La paura dei mercati è stata rinforzata dall’annuncio di dazi Usa del 10% per le merci cinesi (con la pronta ritorsione di Pechino: 15% su carbone e Gnl e 15% su petrolio, auto di lusso, macchine agricole e altri beni) e, soprattutto, dall’indiscrezione del Telegraph su un possibile balzello doganale americano del 10% all’Ue, che vanta un surplus commerciale favorevole di 157 miliardi di euro sugli Usa.
Bullismo o tattiche negoziali?
La reazione allarmata dei mercati dimostra che serpeggia una certa paura che Donald Trump faccia sul serio, soprattutto nei confronti dell’Unione Europea. Però è egualmente probabile che le sparate da “bullo” del presidente americano siano in realtà classici bluff per spingere le controparti a trattare su argomenti importanti per il presidente americano. Questa seconda versione sarebbe suffragata dalla sospensione delle misure prima nei confronti del Messico, poi del Canada. Nel primo caso, dopo un colloquio con la sua omologa Claudia Sheinbaum, il presidente americano ha congelato i balzelli per un mese, promettendo l’appoggio ai vicini meridionali nella lotta contro i trust della droga e ottenendo lo spiegamento di 10.000 soldati messicani al confine statunitense, incaricati di bloccare l’immigrazione illegale e il fentanyl. Il contrasto al traffico di “persiano bianco” è stato al centro anche della chiacchierata fra Trump e il premier canadese Justin Trudeau, che ha assicurato all’inquilino della Casabianca l’appoggio nella lotta contro i flussi del farmaco incriminato, concedendo anche l’ok a una forza congiunta contro criminalità organizzata e riciclaggio di denaro.
La Cina non è vicina
Finora non sono stati congelati i dazi annunciati contro la Cina (che, come abbiamo visto, hanno causato una rapida ritorsione), ma il negoziato è in corso. Sicuramente quest’ultimo dossier è il più delicato, perché si inserisce nel braccio di ferro tra Washington e Pechino per il ruolo di prima potenza mondiale. Inoltre, il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è enorme, molto maggiore rispetto a quello detenuto con altri Paesi. Detto questo, in caso di tensioni commerciali con Pechino, un’economia americana in ottima salute rischierebbe di rallentare a causa di spinte inflattive impreviste. La Cina, da parte sua, non è nel suo miglior momento: prima la crisi immobiliare, poi il ritorno di molte famiglie dalle città alle campagne hanno evidenziato la fatica che ancor oggi penalizza l’economia del “gigante asiatico”. E che peggiorerebbe in caso di dazi incrociati.
Europa debole
Se Messico e Canada hanno accettato la trattativa e la Cina sta negoziando su posizioni di parità, l’Europa si sta dividendo tra falchi e colombe. I primi sono fautori della proposta di ritorsioni su settori agroalimentare, superalcolici e alcuni veicoli a motore (Harley Davidson, suv e pick up). I secondi sembrano offrire sul piatto, in cambio della rinuncia al dazio del 10%, l’impegno ad acquistare più armi e ad approvvigionarsi di Gnl dallo Zio Sam, spendendo quattro volte tanto rispetto a ora. L’Europa sembra anche propensa a chiedere all’Italia un impegno di mediazione con gli Usa, grazie anche ai buoni rapporti fra il presidente americano e la coppia Giorgia Meloni-Antonio Tajani, investito ufficiosamente del ruolo di mediatore tra le parti.
Euro debole
Sicuramente, la trattativa conviene a tutti. Come ha ricordato Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, “le guerre commerciali non giovano a nessuno e la nostra priorità è quella di evitarne una”. A titolo di esempio, è interessante citare uno studio Prometeia, secondo cui, in caso di nuovi dazi, solo le imprese italiane potrebbero perdere da 2 a 9 miliardi di dollari, in funzione dei settori coinvolti. Alcuni dei quali, ricordiamoci, sono stati già colpiti da misure protezionistiche della presidenza Trump 1 – misure curiosamente non revocate dall’amministrazione Biden. Già dalle reazioni dei mercati si comprende quanto nuovi balzelli doganali sarebbero distruttivi: i soli rumours – lo abbiamo detto – sono stati capaci di creare panico in Borsa, ma anche di indebolire l’euro, che per un tempo pur limitato ha raggiunto i minimi sul dollaro da due anni a questa parte. Un risultato, questo, che non piace né all’Ue, né a Trump, sostenitore di un biglietto verde debole. Ai massimi storici sulla moneta è invece arrivato il franco svizzero, che poi ha ritracciato. Il timore di una guerra commerciale ha infatti rinforzato i classici beni rifugio; non per niente, anche l’oro ha raggiunto livelli record.
Bank of America: “investite in Europa”
In un contesto di tensioni commerciali fra Stati Uniti ed Europa, i “consigli per gli acquisti” di Bank of America sembrano premiare il Vecchio Continente. Secondo il gruppo di Charlotte, le aziende tecnologiche Usa sono (come noi sosteniamo da tempo) decisamente ipervalutate; per questo motivo, la banca consiglia di investire nelle Borse europee. Soprattutto nel settore finanziario, in forza degli utili e dei dividendi ancora previsti per le prossime scadenze trimestrali.
Con la discesa dei tassi Bce, aggiungiamo, può convenire un acquisto di utility, mentre le azioni petrolifere dovrebbero risentire positivamente dell’approccio pro-oil di Trump.
La Bce ritocca i tassi, la Fed no
Se la Banca Centrale Europea ha tagliato i tassi di 25 punti base, la Federal Reserve è rimasta ferma. Nessuna sorpresa, dunque. Dal board dell’Eurotower, guidato da Christine Lagarde, ci si può aspettare altre due riduzioni piuttosto veloci, per poi ragionare sulle conseguenze delle elezioni tedesche. Le imminenti consultazioni in Germania potrebbero rivelarsi il momento principale del 2025 per il futuro dell’Ue: i risultati definiranno l’economia dell’Unione, ma anche l’umore dei mercati e l’intonazione delle Borse. E, forse, un nuovo approccio per l‘automotive.
Commerzbank alza gli scudi
Fra le vicende che saranno influenzate dal voto tedesco, anche il dossier Unicredit-Commerzbank. Il gruppo di Francoforte ha cercato di giocare d’anticipo e alzare gli scudi, mediante l’annuncio di un nuovo riacquisto di titoli pari a 400 milioni di euro. In forza degli utili record ottenuti, la banca ha anche annunciato il raddoppio delle cedole. Come reagirà Unicredit? Le ultime mosse di Piazza Gae Aulenti – e cioè la crescita al 4,1% nell’azionariato di Generali – sembrerebbero rivelare che Andrea Orcel potrebbe cambiare le carte in tavola. E cioè lanciare una contro-opa su Mediobanca (con il Leone di Trieste come obiettivo finale), mossa spregiudicata che avrebbe molto più senso rispetto all’offerta di Montepaschi. Se ciò si avverasse, Unicredit potrebbe decidere di lasciar perdere Commerzbank o Banco Bpm, o addirittura entrambe. Certo è che l’approccio vivace di Orcel trasforma il risiko bancario in una partita di poker su più tavoli.
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Donald Trump, le strategie economiche puntano all'America First
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Nel suo discorso di insediamento alla presidenza americana, Donald Trump ha rimarcato in maniera molto identitaria i temi che hanno contraddistinto la sua campagna elettorale, che si sono poi rivelati una delle chiavi della sua vittoria. Le strategie del leader Usa vanno in direzione dell’America First, vecchio motto di Trump fin dalla sua prima presidenza, che implica un sostegno forte all’economia di Washington mediante la creazione di debito. I primi provvedimenti sono già stati introdotti: se la nuova amministrazione repubblicana riuscirà a giocare bene le sue carte, potrebbe assicurarsi il consenso per lungo tempo.
I tre leitmotiv
Tre in particolare i leitmotiv economici che contraddistingueranno il secondo mandato non consecutivo dell’inquilino della Casa Bianca. Primo, il forte sostegno all’economia, che si sostanzia in tagli fiscali e, appunto, maggiore debito. Ciò implica anche il contrasto al dollaro forte, che non piace alle aziende esportatrici. Non a caso il biglietto verde, dopo una puntata sotto quota 1,02 sull’euro, è tornato verso 1,04. Secondo aspetto, il prezzo del petrolio: la nuova amministrazione farà di tutto per evitare picchi al valore del greggio. L’elettore medio americano è molto sensibile nei confronti del prezzo alla pompa e gli aumenti del prezzo della benzina hanno penalizzato in maniera seria Kamala Harris in campagna elettorale. Terza sottolineatura, la sburocratizzazione e la deregulation per le aziende. Un provvedimento che sicuramente favorirà le Pmi, messe in difficoltà da una legislazione eccessiva.
Il nodo-Panama
Alcuni punti del discorso presidenziale hanno però suscitato molte perplessità. Come le minacce alla sovranità di Panama, che l’inquilino della Casa Bianca ha confermato apertamente, ventilando la possibilità che gli Stati Uniti considerino l’opzione di riprendere il controllo del Canale. E’ difficile capire la reale natura di questo reiterato proclama. Chi teme una seria intenzione interventista – che andrebbe in direzione diametralmente opposta allo sbandierato pacifismo del tycoon – afferma che una simile operazione finirebbe per legittimare velleità espansionistiche da parte di Russia e Cina, reintroducendo nel nostro tempo una “politica delle cannoniere” di novecentesca memoria. Lo “storico” della prima presidenza Trump, contraddistinta dall’assenza di nuove guerre, lascia però sperare che la dichiarazione su Panama sia una semplice boutade, non aliena dall’approccio da blagueur del neopresidente, o un’esternazione da “campagna elettorale continua” (fra soli due anni si rinnoverà il Congresso). O forse ancora è il classico messaggio “a nuora perché suocera intenda” – cioè a Panama perché la Cina intenda. Pechino sta investendo molto sul Canale, e ciò infastidisce gli Stati Uniti, dato che lo stretto braccio di mare fra Atlantico e Pacifico è un’infrastruttura decisiva per il commercio mondiale.
Dazi sì, dazi no
La preoccupazione più concreta per i mercati è però costituita dai dazi annunciati in campagna elettorale. Perché per Trump questa idea non è nuova, e non sembra così impossibile che venga realizzata.
Per ora, il neopresidente non ha annunciato l’introduzione di questi tributi per l’Europa, e già questo è un sollievo per i mercati. Ma non è detto che nel prossimo futuro non torni a rilanciare il progetto.
Anche perché, secondo quanto affermato da Trump, il 1° febbraio gli Stati Uniti daranno il via a un dazio del 25% per le merci importate da Canada e Messico, come ritorsione rispettivamente a un presunto ruolo di Ottawa nell’ingresso negli Usa di Fentanyl e alla migrazione di massa da sud. In ogni caso, nel nodo delle tariffe doganali l’Italia potrebbe essere favorita dalla vicinanza tra l’amministrazione Trump e il governo Meloni, benché contemporaneamente penalizzata dal forte avanzo commerciale nei confronti degli Usa, che non piace ai sostenitori dell’export americano.
Incertezza in Borsa
L’incertezza sulle tariffe doganali si è fatta sentire anche sulle Borse. La scorsa settimana, i listini europei avevano ottenuto ottime performance, con Milano in maglia rosa continentale e ai massimi dal 2008. Il trend rafforzava il rimbalzo di inizio anno, che aveva portato Piazza Affari a un bel +4%.
Ora, i dubbi sui dazi hanno causato un rallentamento di parte delle Borse europee (Milano compresa), simile però più a un ritracciamento fisiologico che non a un vero e proprio calo. Alla fine, i listini del nostro continente hanno chiuso in ordine sparso, con Piazza Affari leggermente in negativo e altre piazze come Parigi e Francoforte in moderata crescita. Sempre questioni di decimi, comunque.
Wall Street, da parte sua, ha affrontato il discorso di Trump in un giorno di chiusura (lunedì scorso ricorreva la festività del Martin Luther King Day) e in seguito a un rimbalzo dovuto agli ottimi utili delle banche americane, frenato solo dal dato deludente sulle vendite al dettaglio. La giornata di ieri è stata quindi la prima dopo l’Inauguration per tastare la risposta della Borsa americana, che ha evidenziato un buon andamento.
Certamente, i prossimi giorni saranno importanti per capire le reazioni a freddo dei mercati all’insediamento di Trump. Qualsiasi notizia sui dazi influirà maggiormente sulle Borse europee che non su Wall Street, che sembra guardare positivamente il cambio al vertice appena avvenuto.
Il “giro di valzer” dell’establishment
Le Borse di oltreoceano recepiscono anche i favori dell’establishment economico americano nei confronti della seconda presidenza Trump – a differenza di quanto accadde per il suo primo mandato. Anche le bigtech contrarie al leader repubblicano, che lo avevano contrastato nel corso della sua prima presidenza, ora si sono accodate al suo carro, rivedendo anche policy che sembravano irrinunciabili. Questo “giro di valzer” non è causato tanto dal compiacimento nei confronti della nuova amministrazione, ma dalla constatazione che il vento sta cambiando nell’intero mondo occidentale. In altre parole, Trump non è la causa, ma un effetto, un sintomo del rivolgimento politico in atto anche in Europa, che potrebbe stravolgere gli equilibri del continente già alle imminenti elezioni tedesche. Le nuove consultazioni saranno in grado di introdurre una strategia Europe first, in grado di sostituire politiche inadatte al sostegno di un’economia Ue in crisi? Presto per dirlo. Certamente, la composizione “in carta carbone” della Commissione von der Leyen 2 non induce a ottimismo. Ma, è bene ripeterlo, le elezioni tedesche (ed eventualmente un nuovo voto in Francia) hanno la possibilità di far saltare il banco. E di mettere in primo piano l’obiettivo di fermare la divaricazione fra lo sviluppo dell’economia americana e di quella europea, che si fa sempre più pronunciata.
Borse, un inizio d'anno ondivago
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per le Borse l’avvio dell’anno è stato leggermente positivo, ma molto ondivago. Non c’è una chiara indicazione sui trend che i mercati imboccheranno nel 2025: i listini hanno mostrato risultati difficili da interpretare e differenti da piazza a piazza. Chiaramente, pesa l’attesa in tutto il mondo dell’ormai imminente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, che mostrerà le prime mosse del neopresidente in materia economica. E detterà, almeno in parte, la linea ai mercati.
Wall Street, ritorno alla casella di partenza
L’Europa ha chiuso una buona settimana per poi arretrare un po’, mentre Wall Street ha annullato ciò che aveva guadagnato con la vittoria di Donald Trump.
A favorire il ritorno della Borsa americana alla situazione pre-elettorale sono stati i dati sul lavoro Usa, superiori alle previsioni (256.000 posti contro i 155.000 attesi) che hanno ridimensionato ulteriormente le aspettative sui prossimi tagli Fed. Sulla frenata ha sicuramente inciso anche il ripiegamento dei tecnologici, con performance poco brillanti e persino qualche -2%, proprio mentre i migliori sul listino sono stati i petroliferi, in difficoltà negli ultimi due mesi. Il settore bancario, da parte sua, ha recuperato un po’ di ottimismo, con nuove speranze di buoni utili (almeno fino alla semestrale di giugno) favoriti dal rallentamento della discesa dei tassi negli Stati Uniti.
I tassi cambiano le carte in tavola
I tassi tornano dunque playmaker delle Borse. L’economia americana si conferma solida, a differenza di quella europea. Perciò, ci si aspetta che la Federal Reserve operi, di qui a fine anno, una contrazione massima di non oltre mezzo punto. Sempre che, ovviamente, non intervenga qualche imprevisto in grado di far cambiare idea a Jerome Powell e al suo board. I dati economici Usa e le loro conseguenze sulla politica monetaria stanno anche sostenendo la corsa del dollaro (che ha provato una “puntata” oltre il muro degli 1,02) e causando una forte volatilità dei mercati obbligazionari, che hanno sfiorato la media storica di quelli azionari. I Treasury decennali hanno raggiunto i massimi del 2008, arrivando vicini al rendimento del 5%. La politica sui tassi che contraddistinguerà quest’anno sta penalizzando le criptovalute, generalmente in calo. A tenere (parzialmente) è solo il bitcoin, la cui discesa fisiologica è mitigata dalla presenza in Etf dedicati.
Il rincaro del petrolio
Brutte notizie per i consumatori europei: il gas è ancora vicino a quota 50, mentre il petrolio è in salita. Il Brent ondeggia sul muro degli 80 dollari al barile e cresce anche il Wti. Il rincaro si riflette soprattutto sugli automobilisti di Eurolandia, che vedono la benzina salire a causa della combinazione tra il caro-greggio e la corsa del dollaro. L’insediamento di Trump alla presidenza americana potrebbe tuttavia fermare il galoppo dell’oro nero: il tycoon ha, tra le sue priorità, quella di ammorbidire sia i prezzi alla pompa, elemento su cui gli americani sono particolarmente sensibili, sia la valutazione del dollaro, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Il rialzo del petrolio dipende almeno in parte dalle normali dinamiche oscillatorie della sua quotazione, rafforzate dal calo generale di produzione nell’Opec+ lo scorso dicembre. Non incide invece più di tanto l’approvazione delle sanzioni americane a società russe come GazpromNeft e Surgutneftegaz, che colpisce 183 petroliere utilizzate da Mosca per aggirare l’embargo dei Paesi occidentali. Piuttosto, queste misure potrebbero avere conseguenze spiacevoli sull’economia europea, già colpita dal rialzo delle materie prime e dalla crisi del settore automobilistico.
Le minacce di Breton…
Le misure per l’elettrificazione del parco auto sono ancora pienamente in vigore, e il rinnovo del mandato a Ursula von der Leyen (in questi giorni assente per polmonite) suggerisce che non saranno troppo stravolte. A meno che il baricentro politico europeo non si sposti su posizioni contrarie al radical green.
Ma, anche in questo caso è viva la preoccupazione che le elezioni di Paesi membri Ue possano essere invalidate perché il risultato è sgradito all’establishment: una possibilità che fino a pochi mesi fa sarebbe stata bollata come “fantascientifica” è stata invece esplicitata dall’ex commissario europeo Thierry Breton. “In caso di interferenze”, ha detto, “annulleremo le elezioni: lo abbiamo fatto in Romania e, se necessario, lo faremo anche in Germania”. Dichiarazioni che, qualsiasi opinione si abbia, onestamente spaventano, perché mettono in discussione le dinamiche democratiche. Breton, è vero, non ha più un incarico nella Commissione; tuttavia, con il suo monito sembra aver indicato l’istituzione di cui ha fatto parte fino a poco fa come una sorta di “mandante” dell’operazione-Romania, che ha visto l’annullamento di una tornata elettorale sulla base di sospetti. Tuttavia, se questo orientamento dovesse confermarsi, i partiti tradizionali rischierebbero di perdere ulteriori consensi, dato che il voto per la destra e la sinistra radicale è sempre più un affare delle classi meno abbienti e delle periferie urbane.
… e di Trump
Altrettanto poco rassicuranti appaiono le dichiarazioni di Donald Trump sulle velleità territoriali Usa su Canada, Groenlandia e Panama. Conoscendo il personaggio, però, è facile bollare l’esternazione come una boutade – almeno nella parte riguardante il Canada e la Groenlandia. Meno improbabile è, invece, una forte pressione economica su Panama per il controllo del Canale, che insieme a Suez è uno snodo fondamentale per l’economia mondiale. Riguardo la Groenlandia (che, ricordiamolo, è territorio speciale dell’Unione Europea), c’è da scommettere che gli Stati Uniti, se ne avessero l’occasione, l’acquisterebbero a qualsiasi prezzo. Con il riscaldamento globale e le sue conseguenze, c’è la possibilità che vengano a crearsi vari “passaggi a nord ovest” in grado di disegnare nuove rotte marittime artiche: alcune teorie fantapolitiche affermano che Russia e Cina siano pronte per approfittarne, e che la partita a scacchi con gli Stati Uniti potrebbe giocarsi tra i ghiacci in scioglimento. Certo è che, teorie fantasy a parte, la grande isola danese sotto i suoi ghiacci nasconde tesori inestimabili, ed è colma di materie prime critiche: 25 fra le 34 indicate dalla Commissione Europea come strategicamente importanti per la transizione verde e l’industria Ue. Non per nulla, a Nuuk, capitale della Groenlandia, opera dallo scorso 15 marzo un ufficio dell’Unione Europea che punta a favorire la partnership fra Bruxelles e il governo autonomo locale.
Federal Reserve: improbabile un taglio dei tassi a marzo
Jerome Powell ha messo le cose in chiaro: a meno di clamorose sorprese, la prossima riunione della Fed lascerà invariato il costo del denaro. L'annuncio ha contribuito all'apertura di una settimana fiacca per le Borse europee. Con l'eccezione di Milano, che ha approfittato dei risultati eccellenti di Unicredit per chiudere in rialzo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Continua la telenovela sul taglio dei tassi. Ora è la volta della Federal Reserve: il suo presidente Jerome Powell, confermando le indicazioni del Fomc, ha definito improbabile un calo delle percentuali già alla prossima riunione di marzo. L'inflazione sta scendendo, ha ricordato, ma occorre evitare il rischio di agire troppo presto (o troppo tardi, ha aggiunto). Per avviare l'allentamento delle condizioni monetarie il calo dell'inflazione dovrà dunque essere duraturo. In parole povere, negli Usa il taglio dei tassi può attendere.
Unicredit allunga
Le parole di Powell hanno influito sulle Borse europee, che hanno aperto questa settimana con ritmi molto fiacchi. Unica eccezione, Piazza Affari, che ha chiuso un lunedì brillante, a +1%. Tuttavia, il merito è quasi esclusivamente di Unicredit, schizzato a +8,2%. Il gruppo creditizio ha trainato il settore bancario e l'intero listino: senza Piazza Gae Aulenti, anche Milano si sarebbe allineata all'andamento degli altri listini europei. Il balzo in avanti di Unicredit dipende dai dati di bilancio, in special modo dall'utile raggiunto (decisamente superiore alle aspettative) e dai dividendi succulenti offerti agli azionisti. Nessuna novità, invece, sul fronte del risiko bancario: il ceo Andrea Orcel ha per ora escluso nuove acquisizioni. Il rally di Unicredit dà ragione a chi ha avuto la forza di tenere il suo titolo in portafoglio, nonostante le forti progressioni dell'ultimo anno e più. Chi ha acquistato le azioni della banca quando valevano 15 euro e le ha mantenute ha davvero fatto un grande affare. Che potrebbe rivelarsi ancora più proficuo in caso di un'ulteriore crescita – possibilissima, dato che i margini ci sono ancora.
Ferrari in pole position
La forza del settore bancario in un'epoca di tassi alti è strutturale e ampiamente spiegabile. Diversamente dalle “fiammate” contingenti, come lo sprint della Ferrari, salita del 10% dopo l'ingaggio a sorpresa di Lewis Hamilton. Un colpo che ha influito sulla Borsa più per l'approdo di sponsor e di attenzione sul Cavallino piuttosto che per ragioni più strettamente sportive, data anche l'età avanzata del fuoriclasse inglese. Non per niente, dopo l'allungo iniziale, i titoli della Rossa di Maranello hanno subito un riposizionamento.
Il punto sul petrolio
Tra i protagonisti di questi ultimi giorni il petrolio, che ha subito un calo sia nell'indice Brent, sia nel Wti, ma sempre all'interno della forbice tra i 70 e gli 80 dollari al barile. Tra i motivi dell'arretramento, il cauto ottimismo sulla crisi del Mar Rosso e le incertezze sul settore dei servizi in Cina. Cina che intanto ha registrato un cambio di gerarchia tra i suoi fornitori top: ora la leadership è stata conquistata dalla Russia, che con 107,02 milioni di tonnellate (+24%) ha superato l'Arabia Saudita. Mentre in India il greggio di Mosca è passato, dal 2021 a oggi, da quote trascurabili al 40% del petrolio importato, e in Brasile il gasolio russo ha superato quello americano. Petrolio e gas di Mosca sono stati dunque semplicemente dirottati dal mondo occidentale ad altri mercati, attutendo l'effetto delle sanzioni e creando problemi in una sola area geografica: l'Europa, che sta ancora arrancando a causa della ridotta fornitura a basso costo di gas russo. Unica eccezione, la Norvegia, Paese ricco di petrolio e gas naturale, che non aderisce né all'Unione Europea, né all'Opec ed è l'unico Stato europeo che, proprio per il greggio, ha i conti in attivo. Grazie anche alle massicce esportazioni di petrolio, Oslo ha visto il suo fondo sovrano battere tutti i record. Una strada che in futuro potrebbe essere percorsa anche dal Canada. Ottawa ha raddoppiato il Trans Mountain Pipeline, infrastruttura forse in grado di lanciare la Foglia d'Acero come Paese esportatore di petrolio. Potrebbe invece cavalcare la diversificazione energetica ed economica l'Arabia Saudita che, secondo rumours insistenti, starebbe esaminando la possibilità di vendere azioni di Aramco (la società petrolifera nazionale, maggiore esportatrice al mondo e quotata alla Borsa di Riad) per 10 miliardi di dollari. Un'operazione che comunque non intaccherebbe il controllo dell'azienda da parte dello stato (che ora, direttamente o indirettamente, si attesta sul 98%) e libererebbe una somma molto grande per i progetti sauditi, dal tentativo di conquistarsi uno spazio in ambito sportivo alla nuova città in progetto sul Mar Rosso.
La liquidazione Evergrande
In Cina è l'ora della liquidazione di Evergrande, sancita dall'alta corte di Hong Kong, che ha ufficializzato il fallimento gigantesco del colosso immobiliare. In realtà, però, il gruppo è in bancarotta da tre anni: nessuna sorpresa, dunque, nonostante le proteste dell'organizzazione di Shenzen, che ha conquistato il non invidiabile primato di gruppo real estate più indebitato al mondo, con un passivo-monstre di 350 miliardi di dollari. Di questi, 150 sono obbligazioni, contratte in giro per il mondo e ormai carta straccia. Piuttosto, la domanda d'obbligo è: lo stato si farà carico di completare i lavori edili già iniziati dalla società? Oppure sorgeranno “cattedrali nel deserto” e cantieri lasciati a metà e abbandonati? Difficile rispondere, anche perché a causa della crisi, molti cinesi inurbati in tempi recenti stanno tornando nelle campagne.
La protesta degli agricoltori
Prosegue la protesta degli agricoltori europei, spinti da una serie di motivazioni che, in alcuni casi, differiscono da Paese a Paese. In Francia, gli assembramenti di trattori hanno ottenuto un primo punto a favore, con il pronunciamento, da parte dell'intera classe politica, contro l'accordo di libero scambio Ue-Mercosur. In Italia, la protesta si concentra soprattutto sul contrasto alla diminuzione dei sussidi. Ma anche alla sostituzione di terreni agricoli con impianti fotovoltaici e al calo obbligatorio di aree coltivabili, sostenuti dalla commissione europea. Eventualità che, se davvero applicate, rischierebbero di far naufragare un settore di eccellenza come l'agricoltura del nostro continente, aprendo massicciamente i mercati a Paesi che non offrono la stessa qualità, né la stessa sicurezza su ogm, diserbanti e altre sostanze proibite in Europa. Ci perderebbero, dunque, sia gli imprenditori del settore (molti dei quali hanno aree dalle dimensioni non superiori a due ettari), sia i consumatori. A vantaggio delle grandi multinazionali. Proprio per la specificità dei prodotti della terra e la loro centralità nelle tavole delle persone, il settore agricolo dovrebbe essere l'unico da sussidiare in maniera continua e organica. A differenza del comparto automotive, che in Italia è stato aiutato in maniera massiccia nel corso degli anni. Non per niente, il diktat di Carlos Tavares – che ha affermato chiaro e tondo la possibile chiusura della produzione Stellantis in Italia in assenza di aiuti – ha suscitato reazioni irritate da governo, opposizioni e sindacati, mai così uniti come in questo frangente. Piuttosto, se si dovessero destinare sussidi all'industria, sarebbe preferibile dirottarli su Taranto, considerata l'attività strategica dell'Ilva. Mentre un aiuto alla ricerca sull'elettrico rischierebbe di creare un buco nell'acqua, dato che i consumatori italiani (e non solo) sono molto freddi nei confronti di queste vetture.
Foto di Dan Schiumarini su Unsplash








