Le Borse ignorano il bluff di Donald Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Mentre tornano le ostilità nel Golfo, Donald Trump minaccia di applicare alle navi una tassa del 20% del valore economico della merce trasportata, in cambio della protezione Usa per il transito per lo Stretto di Hormuz. La nuova trovata del presidente americano è stata tuttavia accolta dalle Borse come una boutade: gli indici l’hanno praticamente ignorata, classificandola come il “solito” bluff.

Nuovo tonfo a Seul

Intanto si è verificato un nuovo tonfo a Seul, che però (almeno per ora) ha avuto pochi effetti sui mercati. Nonostante le possibili avvisaglie sui titoli tecnologici, il Kospi è ancora sotto controllo, dato il poderoso avanzamento registrato nel 2026. Tuttavia, se il trend continuasse le Borse di tutto il mondo potrebbero iniziare a raddrizzare le antenne, soprattutto se un eventuale grafico in picchiata dovesse toccare soprattutto i titoli Ict e intelligenza artificiale.

Rotazione settoriale

Per il resto prosegue la rotazione settoriale, che rende incerti gli investimenti più focalizzati: i listini europei veleggiano tranquilli e in alcuni casi esprimono prestazioni brillanti, ma ciò dipende dai settori trainanti (ultimamente quello industriale), che compensano quelli in forte calo (come, di questi tempi, il riarmo). In altri termini, se si indovina l’area di investimento è possibile portare a casa buoni margini, ma se la si sbaglia si rischia di perdere il 10% in un attimo. Anche per questo motivo, in questa fase è consigliabile puntare sugli indici e mantenere il mix di portafoglio. In attesa delle semestrali.

“Nulla è più come prima”

Con la nuova impennata, causata dalla nuova fase di instabilità nel Golfo, il greggio ha lasciato la comfort zone della forbice 70-80 dollari al barile per raggiungere la fascia 80-90. Ma a preoccupare maggiormente i consumatori non è il petrolio ma il gas, il cui prezzo è tornato a 50 euro al kilowattora. In un quadro che vede stoccaggi molto bassi e conseguenti rischi su costi  pere aziende e famiglie. In generale sembra quindi condivisibile la dichiarazione di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, secondo cui nulla è come prima e la situazione ci obbliga a scelte nuove per il dopo-Hormuz. Tutto vero. Se non che, l’urgenza di una nuova politica per l’energia era chiara anche quattro anni fa: nonostante i rincari in bolletta, le aziende e le famiglie hanno fatto i salti mortali per quadrare i bilanci, e ogni intervento correttivo di qui in avanti, pur doveroso, sarà comunque tardivo.

Intelligenza artificiale energivora

A proposito di consumi, uno studio Surfshark rivela che l’energia utilizzata ogni giorno dalle richieste a ChatGpt basterebbe per climatizzare Bologna, Firenze o Bari. Secondo il rapporto, con il numero globale di richieste che ogni giorno vengono inviate alla sola ChatGpt (2,5 miliardi circa) si potrebbero alimentare circa 200.000 condizionatori per 24 ore. Climatizzando per un giorno una città di medie dimensioni. “Ogni richiesta a ChatGpt produce una quantità stimata di 4,32 grammi di Co2”, ha detto Tomas Ivanaitis, head of data Ai di Surfshark. “L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale rappresenta la parte più rilevante del problema, perché richiede la capacità di un numero enorme di server che consumano elettricità 24 ore su 24, sette giorni su sette”. Che “devono essere raffreddati, e questo processo consuma milioni di litri d’acqua. L’intelligenza artificiale contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra ed è quindi necessaria una maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti nel suo sviluppo e utilizzo. Anche usare l’IA in modo sostenibile nella vita di tutti i giorni è importante”. Il che non significa rinunciare a questa nuova tecnologia, ma utilizzarla con più criterio. Sembra però che questa tematica non sia troppo popolare: quando si tratta di intervenire sul settore automobilistico i fari sono tutti puntati, ma in altri ambiti (intelligenza artificiale, appunto, ma anche criptovalute e voli privati) l’attenzione magicamente svanisce.

‘”Effetto Maradona”

Intanto, si parla ancora di tassi, specialmente alla luce del rischio inflazione causato, ancora una volta, dal caro energia. Se molte previsioni vanno in direzione di una stretta monetaria, a esprimere un parere controcorrente è Jp Morgan, secondo cui la corsa verso il rialzo dei tassi è una sorta di illusione. Per spiegare questo strano fenomeno, la banca d’affari ha offerto un’immagine suggestiva: “Maradona”, ha detto Jp Morgan, “faceva credere di andare da una parte, poi segnava gol dall’altra. Nello stesso modo, le banche centrali affermano che alzeranno i tassi, ma non lo faranno”. L’effetto Maradona, appunto. Lo scenario potrebbe rivelarsi realistico, ma l’analisi serve soprattutto a suscitare attenzione e dibattito. E per farlo utilizza un’immagine forte – quella, appunto, del Pibe de Oro, proprio mentre si avvicina la riedizione di Argentina-Inghilterra ai Mondiali – in grado di incuriosire il lettore.

Italiani, sale il tesoretto familiare

Chi sembra passarsela bene, nonostante tutto, sono le famiglie italiane, la cui ricchezza è cresciuta, dal 2020 a oggi, di 1.600 miliardi di euro, raggiungendo un patrimonio totale di quasi 6.500 miliardi. A svelare questo dato uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), sindacato di categoria dei dipendenti degli istituti di credito. A stupire ancora di più è la natura diversificata dell’allocazione del denaro: soldi sul conto ce ne sono ancora molti, ma si osserva chiaramente la crescita della componente finanziaria (pari a 1.103,3 miliardi in più, +113%). A farsi notare sono anche i fondi comuni e le polizze assicurative. Gli italiani, da tempo risparmiatori, stanno diventando un popolo di investitori? La risposta è no. E’ indubitabile che una parte maggiore del denaro allocato è stata destinata alle Borse, ma è pur vero che la causa sono i rendimenti bassi delle obbligazioni, che giocoforza spostano l’attenzione sull’azionario. Ne è dimostrazione il successo delle aste dei Btp: quando l’investimento sicuro restituisce ancora una certa performance, gli italiani corrono a sottoscriverlo. Non siamo un paese finanziariamente maturo: spesso si spostano capitali sulle Borse senza sapere bene che cosa sia davvero un investimento azionario.

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Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.

Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità

Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.

La volatilità delle materie prime

Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.

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In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.

Siamo alla frutta?

La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.

Google, confermata la sanzione Ue

Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.

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Gli spiragli di pace fermano il crollo dei mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La dichiarazione di Donald Trump sui colloqui di pace con l’Iran ha calmato l’estremo nervosismo che si era diffuso in Borsa. Ed è accaduto l’impensabile: dopo un crollo del mercato europeo pari al -3%, si è verificato un veloce recupero del 2%, favorito anche dal calo del 10% circa del costo del petrolio. Era dal 2020 che non si verificava un rimbalzo così violento, racchiuso in una ventina di secondi e frutto anche della volatilità che contraddistingue questa fase dei mercati. Non per niente, si è poi verificato un nuovo ritracciamento, ma più graduale – segno che i mercati stanno cercando di incanalarsi in un pattern di pseudo normalità.

In attesa

I mercati restano cauti e in attesa di capire se i colloqui siano davvero in corso (sembra di sì, nonostante il consueto balletto delle smentite) e, in caso positivo, se possano portare a una de-escalation.
Tutto si deciderà nei prossimi dieci giorni: a svolgere un ruolo centrale sarà ovviamente la possibilità che lo stretto di Hormuz possa riaprire al traffico marittimo regolare (alcune ore fa è stato aperto a navi “non ostili”). Un eventuale esito positivo dei colloqui potrebbe non solo fermare la crisi energetica (che ha già obbligato alcuni Paesi ad attingere alle riserve petrolifere), ma anche evitare ulteriori rischi nel Mar Rosso, in grado di fare nuovi danni alle economie di tutto il mondo. Soprattutto a quelle dai Paesi importatori, cioè gran parte dell’Europa e del Far East. Se le cose dovessero andar bene, e la situazione a Hormuz tornasse alla normalità, gli investitori avrebbero la possibilità di rimpolpare il loro portafoglio, puntando su settori – come quello finanziario – penalizzati dalla guerra. Con un orizzonte di un possibile rimbalzo positivo e violento. Se invece le cose dovessero andare male, si potrebbe verificare una nuova correzione dei mercati, anche se non così drammatica: le Borse sembrano infatti aver già espresso gran parte delle perdite dovute alla crisi bellica. Più che i mercati, potrebbero preoccupare le strategie delle banche centrali: la Bce ha già aperto alla possibilità di rialzi dei tassi e il mercato sta scontando la possibilità di tre ritocchi da 25 punti l’uno di qui a fine anno. Il motivo è sempre lo stesso: fermare l’inflazione dovuta al caro-petrolio – anche se, in realtà, l’inasprimento monetario non può incidere sul prezzo del greggio. Se questo fosse il caso, risulterebbe chiaro che non si impara mai dai propri errori: una delle concause della crisi del 2008 fu l’assurda politica di rialzo dei tassi portata avanti da Trichet mentre era ormai chiarissimo a tutti, ma non in Bce, che l’economia europea stava per entrare in una recessione devastante e il rialzo dei tassi non fece altro che accelerarla e aggravarla.

L’oro ripiega

La situazione caotica non ha risparmiato neppure oro e argento, che hanno ripiegato con forza. In realtà, i due metalli si trovavano già in una fase di correzione negativa, probabilmente perché erano arrivati alla fine del ciclo rialzista: l’oro, per esempio, in due anni e mezzo, è passato da 2.500 a 5.500 dollari l’oncia, e un arretramento era prevedibile. Nel trend in discesa ha fatto irruzione la guerra, e il ritracciamento è divenuto dirompente. Ai più, questo fenomeno è parso strano, perché solitamente in caso di crisi gli investitori corrono ad approvvigionarsi di beni rifugio. Vero. Ma in questo caso si è verificata una vendita massiccia da parte del mercato retail: i piccoli investitori in oro e in argento hanno preferito realizzare una plusvalenza, forse con l’obiettivo di accumulare denaro fresco per far fronte a eventuali difficoltà. Per questo motivo, non sarebbe così clamoroso se il metallo giallo scendesse ancora, fermando poi il ciclo ribassista sui 4.000 dollari, o anche leggermente sotto questa quotazione.

Dollaro forte: una condizione temporanea?

E il dollaro? Il dollaro ha guadagnato qualche posizione sull’euro, sulla scorta del caro-petrolio, ma il rimbalzo, peraltro modesto e contenuto, potrebbe avere vita breve. Una fine del conflitto in Iran o almeno una cessazione delle ostilità potrebbe far riprendere la discesa del dollaro fino a 1,20.

Accordi commerciali

Intanto, l’Europa cerca di accelerare su partnership commerciali con altre parti del mondo: poco dopo aver siglato l’intesa con il Mercosur dopo oltre 25 anni di trattative, l’Ue ha raggiunto un accordo di libero scambio con l’Australia, chiudendo negoziazioni in corso dal 2018. L’intesa, che stabilisce anche collaborazioni in campo militare e tecnologico, elimina quasi del tutto le tariffe doganali e punta ad aumentare del 33% l’export dell’Unione Europea nei confronti dell’Australia. Questi accordi mirano a diversificare i commerci in un periodo storico che sembra orientato al ritorno del protezionismo. Ma, è bene ricordarlo, non è possibile sostituire la partnership commerciale con due giganti come Stati Uniti e Cina, senza i quali le altre parti del mondo sarebbero praticamente tagliate fuori dai grandi giri mercantili. Il problema è che sono proprio Washington e Pechino a dettare una linea all’insegna del protezionismo doganale, anche se la decisione della Corte Suprema americana ha reso (almeno per ora) meno critica la situazione. Gli accordi commerciali con altre aree del mondo non sono quindi in grado di sostituire gli enormi scambi con le due grandi potenze. Più efficaci sembrano, invece, i tentativi delle aziende energetiche di trovare approvvigionamenti alternativi di gas e petrolio, in un momento molto delicato, che ha messo a rischio il 20% della produzione mondiale di Gnl a causa degli attacchi al Qatar. Proprio in un’ottica di diversificazione Eni e Petronas hanno formato una newco in grado di mettere a fattor comune 19 asset in Indonesia e Malaysia.

I fondi in pressing sulla serie A

Non si placa l’interesse di fondi e proprietà straniere per il calcio italiano: secondo Il Sole 24 Ore, si sarebbero verificate due manifestazioni di interesse made in Usa per la Cremonese. La società grigiorossa è saldamente nelle mani di Giovanni Arvedi, imprenditore che ha fatto molto per la città di Cremona e la sua squadra, oltre che per il settore delle acciaierie, salvando anche alcune aziende. Se Arvedi dovesse cedere, si concretizzerebbe l’addio al calcio di uno degli ultimi mecenati-gentiluomini sportivi di vecchia scuola. Detto questo, è difficile comprendere come un fondo possa trarre profitto da una squadra, se non acquistandola a prezzi limitati, facendo crescere il suo livello e vendendola. Tuttavia, il mondo del calcio ha regole diverse rispetto agli altri settori di business: per monetizzare su un club occorre investire in risorse tecniche e cercare di unire alla principale fonte di ricavi (quella delle televisioni) possibili partecipazioni a manifestazioni europee. Ma l’accesso dal campionato alla Champions League è riservato a quattro squadre – cinque quando va bene – ed è difficile che una “provinciale” possa ambire a tanto. Per un posto nell’Europa che conta sta lottando, è vero, il Como; ma la società lariana è controllata dall’imprenditore più ricco della serie A, e il suo modello è difficilmente replicabile. Per quattro squadre che rimpolpano i loro bilanci con una partecipazione in Coppa dei Campioni, ce ne sono altre 16 che non lo fanno, e devono mantenere i conti in ordine con un difficile equilibrio fra cessioni strategiche e acquisti mirati, per non indebolire il tasso tecnico della squadra.

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Borse poco mosse. In attesa della Fed

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse hanno archiviato una settimana all’insegna della debolezza e provano a rimbalzare. Ma restano comunque poco mosse, come spesso accade nella fase prenatalizia. L’ultimo appuntamento in grado di dare qualche scossone è l’imminente riunione della Federal Reserve, che dovrà sancire il taglio tassi di 25 punti base, dato per scontato praticamente da tutti. Superata quest’ultima scadenza, gli indici dovrebbero muoversi in modalità prefestiva, a meno ovviamente di imprevisti. Insomma, quello che i mercati dovevano fare lo hanno fatto, non c’è motivo di aspettarsi scossoni: a fine anno si tireranno le somme e si ripartirà.

La Fed taglia. La Bce no

Se la Fed si appresta a tagliare, la Banca Centrale Europea non ci pensa neanche. Le divergenze fra i membri del comitato esecutivo Bce dividono infatti chi vuole diminuire i tassi, chi non lo vuol fare e chi invece vuole addirittura tornare a inasprire la politica monetaria. Ma i “falchi” sembrano avere il pallino in mano. Il sasso è stato lanciato da Isabel Schnabel, membro del board, nonché possibile candidata alla presidenza dopo Christine Lagarde. In un’intervista a Bloomberg, la consigliera ha apertamente affermato di sentirsi a proprio agio con il possibile aumento dei tassi (anche se non nell’immediato, ha precisato). Nel mentre, ha aggiunto, a meno di shock “prevedo che resteranno in questa posizione per un certo tempo”, a causa del ritorno dei rischi di un nuovo aumento dell’inflazione. Più “colomba” Olli Rehn, membro del consiglio direttivo Bce e presidente della Banca di Finlandia, che in un’intervista a Milano Finanza ha ritenuto “più probabile che l’inflazione si attenui”, esortando l’Eurotower a decidere secondo i dati, piuttosto che su posizioni rigide. Il nuovo duello a colpi di fioretto fra falchi e colombe in quel di Francoforte sembra quindi iniziato. Ciò che è certo è che, nel confronto tra la politica monetaria Fed e quella Bce, sembra possibile un “sorpasso in frenata”, con Washington destinata a tornare su valori più bassi rispetto a Francoforte.

Riarmo: la Germania dice addio ai paesi “frugali”

Questo trend rende realistica la previsione di un’ulteriore divaricazione del rapporto euro-dollaro, già in fascia alta: la possibilità di una politica monetaria dovish americana e hawkish europea apre a un possibile avvicinamento dei valori fra le due monete a una quota non distante da 1,20. A meno, ovviamente, di una crisi economica europea forte: a questo proposito occorrerà tenere sotto controllo come potrebbero reagire mercati ed economia reale all’annunciato distacco totale dal gas russo, previsto per il 2027. Intanto, a cercare di risollevare i conti in modo insolito è la Germania, che sembra allontanarsi dalla tradizionale leadership dei Paesi “frugali”: il Bundestag si appresta ad approvare l’acquisto di armamenti ed equipaggiamenti per la maxi-somma di 52 miliardi. Un approccio che fa paura ad alcuni economisti tedeschi, per il rischio di rivolgimenti della vita quotidiana nel Paese. Un doomsday scenario sul futuro del benessere della locomotiva d’Europa è stato tracciato da Veronika Grimm, membro del consiglio tedesco degli esperti in economia, secondo cui entro quattro anni gli interessi sul debito pubblico, i costi per le armi e gli investimenti per lo stato sociale esauriranno il gettito fiscale, impedendo altri investimenti o obbligando il governo ad alzare le tasse. Con una facile conseguenza: il trasferimento delle aziende e dei giovani lavoratori in altri Paesi. Dalla disamina dell’economista tedesca, appaiono i rischi di un tramonto della Germania come lido sicuro. Il che, se davvero avvenisse, avrebbe effetti devastanti sul resto d’Europa.

Trump: le debolezze europee

Il monito di Veronika Grimm non sembra così distante dal documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con cui Donald Trump ha paventato il rischio che la civiltà europea venga cancellata, e che fra anche meno di 20 anni il continente diventi “irriconoscibile”. Il presidente degli Stati Uniti ha criticato l’Europa a 360 gradi, sia dal punto di vista economico, sia da quello dell’attenuazione della libertà di parola, dell’immigrazione di massa e delle aspettative, definite “irrealistiche” sulla guerra russo-ucraina. Concentrandosi sulla parte più strettamente economica, il documento evidenzia le debolezze del sistema europeo. I rilievi non sono fuori luogo: l’Ue, nata per assicurare libertà di commercio nel continente, è diventata un’istituzione popolata da burocrati, che invece di favorire l’industrializzazione piazza regole, regolette, lacci e lacciuoli sulla strada delle aziende, deprimendo lo sviluppo e consegnando le nostre economie nelle mani dei cinesi, il cui avanzo commerciale tocca i 1.000 miliardi di euro.

Renault con Ford per metterci una pezza

Esempio lampante della stagnazione industriale europea è il momento critico dell’automotive, che vede i costruttori provare nuove vie per assicurarsi la sopravvivenza nell’era del green radicale. A questo obiettivo mira l’alleanza industriale che Renault ha stretto con Ford per le auto prodotte in Francia. La collaborazione punta a potenziare soprattutto il settore delle vetture elettriche: a questo proposito, il gruppo americano progetterà due nuovi modelli per la casa di Boulogne-Billancourt, che a sua volta poi si incaricherà di produrli; le auto saranno poi vendute sul mercato europeo a marchio Ford dal 2028. La partnership potrebbe non fermarsi qui: le due aziende hanno siglato anche un’intesa preliminare sulla produzione comune dei veicoli commerciali leggeri dei due brand per il mercato europeo.

Snellire le procedure

Le aziende europee, dunque, cercano di arginare gli ostacoli piazzati dai politici Ue sulla strada dello sviluppo. Un percorso che sembra andare in direzione opposta a quello americano, dove lo Stato ha partecipazioni in aziende per 10 miliardi di dollari. Un trend che qualcuno ha scherzosamente soprannominato “social-capitalismo trumpiano” (e qualcun altro, più seriamente, “capitalismo di Stato”). Nell’Ue – e qui torniamo seri – manca invece una difesa degli interessi strategici europei e dei singoli paesi membri nazionali. Illuminante, a questo proposito, è un articolo scritto sul Sole 24 Ore da Gianfilippo Cuneo sul caso Ilva. Nel suo intervento, Cuneo evidenzia l’assenza della politica e il potere di qualsiasi procura operante sul territorio nazionale di bloccare impianti per tempi anche molto lunghi. Una situazione che può scoraggiare qualsiasi imprenditore, bloccando un suo possibile interesse al rilancio della struttura (in questo caso, il colosso tarantino). Ovviamente i giudici devono poter fare liberamente il proprio mestiere, questo è fuori da ogni dubbio. Basterebbe però mettere un po’ di ordine nelle competenze, e magari deliberare che, per le questioni di interesse nazionale, la pertinenza venga centralizzata a una superprocura. Questa mossa eviterebbe possibili disaccordi fra magistrati locali, demandando inchieste e potere di bloccare impianti a un solo organismo giudicante. Ciò potrebbe dare più certezze in casi delicati che coinvolgono decine di migliaia di posti di lavoro, come appunto l’Ilva. E snellire i procedimenti, evitando un tira e molla procedurale in grado di allungare in maniera spropositata i tempi e a non offrire certezze su eventuali nuovi blocchi, dissuadendo imprenditori da possibili investimenti.

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Crollo dei mercati dopo i nuovi dazi annunciati da Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Lo storno tanto atteso (e temuto) alla fine è arrivato. Le nuove dichiarazioni di Donald Trump sull’intenzione di imporre ulteriori dazi del 100% alle merci cinesi hanno infatti causato un forte arretramento di Wall Street, con ripercussioni altrettanto serie sulle Borse europee. La reazione di Pechino, che si è dichiarata disposta a “combattere fino alla fine”, ha fatto il resto.
L’ormai usuale mezzo passo indietro di Trump, esplicitato nella successiva dichiarazione “andrà tutto bene”, non ha ribaltato il trend dei mercati: gli indici non sono riusciti a mettersi alle spalle l’escalation che ha portato a una nuova crisi commerciale. O forse non hanno voluto farlo fino in fondo: il duello sino-statunitense è probabilmente una scusa presa dai listini per rifiatare, dopo un mese e mezzo di corsa sostenuta che però faceva fatica a trovare temi per sostenere un’ulteriore salita.

Non solo Cina

Non dimentichiamoci, poi, lo shutdown americano, una nuvola ben lungi dall’essere diradata. La chiusura delle attività governative Usa non essenziali influisce su Pil, comunicazioni al mercato e dati di occupazione statunitensi. Oltre che, in alcuni casi, anche sugli utili di qualche società. E’ pur vero che, solitamente, quando lo shutdown finisce avviene spesso un rimbalzo delle Borse; tuttavia, più lunga è la crisi, maggiori sono i problemi. In Europa ha probabilmente contribuito al trend borsistico anche la crisi di governo francese: contrariamente a quanto aveva dichiarato, Sébastien Lecornu ha accettato di formare un secondo governo, che presenterà una finanziaria più light rispetto alla precedente. In particolare, il premier ha deciso di rimandare la riforma delle pensioni fino alle prossime elezioni presidenziali, per ottenere il voto di fiducia dei socialisti. Un supporto che è essenziale per poter raccogliere il consenso dell’Assemblea Nazionale. Visti tutti questi problemi, si capisce quanto la correzione fosse nell’aria: il “venerdì nero” potrebbe esserne il punto di partenza. I listini sono ancora in sofferenza, mentre la volatilità è in aumento e il mercato mostra tutte le sue fragilità.

Beni rifugio

Per gli investitori si apre un periodo di scelte difficili. In generale, i prezzi più bassi offrono nuove opportunità di acquisto; tuttavia, è forse più consigliabile attendere una o due settimane, per capire se siamo di fronte a un calo temporaneo oppure a una correzione del mercato più seria e duratura. Difficile, ora, comprenderlo. Perché i problemi sono tanti, ma l’economia è ancora in buono stato. Sicuramente, a “fare 13”, come si usava dire una volta, sono stati gli investitori in oro e in argento. In questa lunga fase di incertezza, infatti, i due metalli hanno pienamente recuperato il ruolo di beni rifugio, salendo oltre il 70% e affermandosi – insieme al franco svizzero – come gli unici asset in grado di proteggere gli investitori. Oltre a ciò, l’argento ha anche un utilizzo industriale, il che riesce a supportarlo ancora maggiormente in caso di crescita. Per attraversare questo periodo di incertezza è quindi consigliabile estrema prudenza, giocandosi con molta attenzione i beni rifugio e cercando di alleggerire il portafoglio. Senza dimenticare di prestare molta attenzione alla rotazione settoriale, che ha visto i titoli precedentemente sugli scudi (come i finanziari o quelli legati al riarmo) in forte calo. Al momento ci sono alcuni settori che possono risultare interessanti: prima di tutto i minerari – il cui buon momento è legato ai nuovi record di oro e argento – e poi le utility, spesso indicate nelle fasi che necessitano di titoli difensivi. Come già detto, però, gli acquisti vanno pensati con molta cautela: sembra ancora presto per aumentare le proprie esposizioni, e chi può farà meglio ad attendere una manciata di giorni. Anche se alcuni singoli titoli, come Mps, hanno performato in controtendenza rispetto al loro settore, tornando a crescere.

Petrolio a rischio ribasso?

E il petrolio? Il petrolio è fermo nella fascia sotto i 70 dollari al barile, e neppure il processo di pace a Gaza sembra aver influito sulla sua quotazione. Il valore, di poco più basso rispetto alla fascia neutrale, sembra non volersi discostare dal suo attuale livello, molto più rassicurante rispetto ai picchi raggiunti dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia, c’è un ma. Un prezzo che veleggia sui 65 dollari al barile è vicino ai 70, ma anche ai 60. Vale a dire che se, come qualcuno afferma, il greggio dovesse sfondare questo muro al ribasso, ci sarebbe da preoccuparsi, perché un petrolio troppo soft è sintomo di un indebolimento dell’economia.

Bond, boom domanda e offerta

Intanto è boom per le obbligazioni europee. I bond del nostro continente hanno stabilito un primato storico sia in termini di domanda, sia di offerta. Il motivo di questa situazione è semplice. La domanda record dipende dalla grande liquidità che c’è in giro; l’offerta ai massimi, invece, è causata dall’abbassamento dei tassi, per cui le aziende sfruttano le condizioni di mercato attuali per indebitarsi.

Golden power sotto accusa

Prosegue il duello fra la Commissione Europea e il governo italiano sul golden power. A breve (a quanto si ritiene, il prossimo mese) l’esecutivo di Bruxelles dovrebbe inviare due lettere a Roma, una delle quali conterrebbe una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Motivo: la legge sul golden power sarebbe contraria al diritto europeo e, secondo l’organismo di governo comunitario, dovrebbe essere modificata. “Ogni decisione che impedisca la creazione di un mercato unico dei servizi finanziari è motivo di preoccupazione“, ha detto chiaro e tondo Maria Luís Albuquerque, commissaria europea per i Servizi finanziari e l’Unione dei risparmi e degli investimenti. “Se qualcosa si metterà di mezzo, utilizzeremo gli strumenti a nostra disposizione per rimettere le cose sul binario giusto”. La posizione europea contrasta con quella del governo italiano che, per bocca del ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, ha ribadito che la sicurezza nazionale è prerogativa dell’esecutivo. Scontato, quindi, il ricorso italiano a una procedura di infrazione europea, che potrebbe persino aprire a una pur poco probabile richiesta di danni da parte di Unicredit. In punto di diritto, le osservazioni della Commissione sono corrette. Ma fino a che punto si può limitare un governo nella tutela della sicurezza nazionale? Inoltre, sembra che l’Europa difenda i principi costitutivi in modo rigido con alcuni Paesi e più flessibile con altri: il dossier Commerzbank è lì a dimostrarlo.

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Crisi di governo francese: cala la Borsa di Parigi, cautela nel resto d'Europa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Si complica la crisi di governo in Francia. Un giorno dopo aver presentato la lista del suo esecutivo, il premier Sebastien Lecornu ha rassegnato le dimissioni, accettate dal presidente Emmanuel Macron. La matematica non è un’opinione e la consapevolezza di non avere la maggioranza, soprattutto dopo il disimpegno degli alleati Républicains, ha evitato un inutile tira e molla che avrebbe solo provocato una perdita di tempo. Evento da evitare, data la situazione in cui versa l’economia transalpina. Lecornu, che passerà alla storia come il capo del governo dal mandato più breve della Quinta Repubblica francese, ha affermato chiaro e tondo che non vuole un reincarico, ma è stato convinto da Macron a consultarsi con i partiti per cercare di “definire una piattaforma di azione e stabilità” con un governo di scopo, cioè sostanzialmente a tempo. Con due obiettivi: introdurre e approvare la finanziaria e definire il futuro istituzionale della Nuova Caledonia.

Parigi arretra

Le dimissioni di Lecornu hanno causato un arretramento della Borsa di Parigi, con un iniziale -1,75% e ulteriori scivolamenti, con effetti anche sulla valutazione dell’euro. Lo spread tiene, ma la Bce sta intervenendo massicciamente per evitare una divaricazione pesante del differenziale. I listini europei, pur mostrando la giusta cautela e una certa apprensione nei confronti di ciò che accade in Francia, non si sono lasciati trascinare dagli accadimenti politici transalpini, dimostrando maggiore sensibilità nei confronti delle dinamiche più proprie degli indici. Milano, per esempio, ha subito un calo (poi recuperato) a causa del netto ripiegamento dei titoli bancari, tradizionalmente dominanti a Piazza Affari. Di contro, si è verificato un ottimo spunto di Unipol dopo le indiscrezioni su una possibile alleanza di bancassurance con Unicredit.
Francoforte è invece molto attenta alla diminuzione inattesa degli ordinativi all’industria manifatturiera tedesca, ma procede abbastanza stabilmente.
Comunque, in gran parte delle Borse europee prosegue la fase di trading range all’insegna della rotazione settoriale, con volatilità bassissima e oscillazioni contenute. In attesa di nuovi stimoli.

Nikkei ai massimi

La politica affossa i mercati francesi e premia quelli giapponesi. Dopo la nomina di Sanae Takaichi a leader del partito liberale democratico al governo (il che equivale a una designazione a premier in pectore), il Nikkei ha spiccato un balzo di oltre il 4%, frantumando i massimi storici. I mercati hanno evidentemente premiato l’impostazione della nuova leader, molto vicina a quella di Shinzo Abe: Sanae Takaichi ha una fama di “dura” e di “conservatrice”, ma insiste sulla gestione monetaria espansiva, con tassi bassi, yen debole, stimoli fiscali e spesa pubblica, con l’obiettivo di riavviare l’economia. Per contro, contemporaneamente al record borsistico, si è verificato un calo dello yen nei confronti del dollaro, proprio in previsione di una politica morbida sul costo del denaro.

Stati Uniti, prosegue lo shutdown

Oltre a Francia e Giappone, le Borse guardano con attenzione quanto accade negli Stati Uniti, che dal 1 ottobre sono in shutdown. Una situazione che prevede il blocco delle attività governative non essenziali. Lo stop generalizzato, che si è verificato più volte nella storia del Paese, sembra questa volta di problematica risoluzione. Al giorno d’oggi, la politica è sempre più polarizzata, e si tende a sottovalutarne il ruolo di disciplina d’ascolto e a cercare lo scontro piuttosto che il compromesso. Per sbloccare la situazione, i democratici chiedono di introdurre una proroga ai crediti di imposta per i cittadini con un reddito meno elevato, che senza una conferma scadranno a fine dicembre. Da parte loro, i repubblicani stanno facendo muro, affermando che prima si aspettano un ok dai democratici al superamento dello shutdown, poi discuteranno sul merito. Sembra quindi che i due partiti cerchino più la vittoria personale che non il bene del Paese. Tutto questo mentre i lavoratori non essenziali vengono licenziati, anche se temporaneamente.
Le Borse, dicevamo, concedono la giusta attenzione anche a questo avvenimento, che causa anche la mancata pubblicazione di dati (come quelli sul lavoro statunitense) molto importanti per i mercati, anche non americani. Tuttavia, lo shutdown d’oltreoceano ha finora registrato un impatto ancora minore della crisi di governo francese: sembra che Wall Street (come, del resto, già accaduto in passato) abbia ignorato la crisi istituzionale, sperando che non si protragga troppo a lungo. E il dollaro, che ha già sperimentato la svalutazione, non dovrebbe soffrirne in modo eccessivo, neppure se – come qualcuno teme – il fermo amministrativo dovesse durare a lungo.

Uno contro l’altro… praticamente amici

Intanto, mentre problemi politici ed economici – e ancor di più le guerre in atto, prima tra tutte quella di Gaza – catturano l’attenzione di cittadini e mercati, passano sotto traccia le nuove puntate della telenovela-dazi: l’ultimo dossier contempla una nuova tariffa al 107% su alcuni marchi di pasta italiana. Ma, dal punto di vista commerciale, il nodo più importante è il rapporto Stati Uniti-Cina, a tratti conflittuale e a tratti pervaso da una volontà di distensione. Uno dei risultati di questo tira e molla si è visto nel braccio di ferro sui dazi reciproci, seguito da un’attenuazione e da uno stop alle tariffe-monstre, seguito dall’avvio di una trattativa. Un disgelo che – ça va sans dire – è stato accolto con sollievo dalle Borse. Uno dei capitoli cruciali di questo incontro-scontro è il caso Tik Tok, che è finito, per così dire, in pareggio: da un lato, le attività americane del social network (algoritmo compreso) saranno prese in carico da aziende americane; dall’altro, capitali cinesi conservano una quota di minoranza e metà dei proventi sarà attribuita a Pechino. L’accordo è una dimostrazione ulteriore che allentare le tensioni è interesse dei due paesi, in vista dei prossimi colloqui Trump-Xi.

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Mediobanca, ora Montepaschi è più vicina

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo la netta bocciatura dell’ops su Banca Generali da parte dell’assemblea di Mediobanca, Alberto Nagel cerca di organizzare le ultime, difficili difese dall’offerta Montepaschi. Mentre sui media sono comparse pubblicità che invitano i soci a non aderire all’offerta Mps, l’amministratore delegato di Piazzetta Cuccia fa la conta dei nomi che potrebbero appoggiarlo. Una lista che però si assottiglia: sembra che vari azionisti cerchino di disimpegnarsi per non prendere posizione. Il vecchio patto di consultazione, che a inizio 2025 era vicino al 12%, è sceso sotto il 7,5% del capitale, con il disimpegno di azionisti come Gavio, Lucchini e Ferrero dal “salotto finanziario” milanese. Mentre, di contro, salgono nel capitale gli hedge fund, che ragionano su basi non ideologiche, ma di pura convenienza finanziaria.

Obiettivo: Generali?

Queste mosse rischiano di diminuire il già esiguo drappello che aveva approvato l’ops su Banca Generali (cioè il 35% del capitale). Sono quindi poche le possibilità che gli aderenti non superino il 50%; l’unico vero ostacolo all’operazione potrebbe dipendere da un alt da parte della Bce o dall’inchiesta della procura sulle quote Delfin e Caltagirone. Se gli “attaccanti” avranno la meglio, sono scontate le dimissioni di Nagel, sulla cui successione impazza già un “toto-nomi”. Ma soprattutto si aprirà la partita sul controllo di Generali e sulla sua governance, oltre che sulle scelte commerciali (come l’accordo di partnership con Natixis, che potrebbe saltare). Il Leone sembra il vero target dell’operazione, e anche uno dei motivi per cui il governo ha messo il cappello sull’ops Montepaschi-Mediobanca: lo Stato ha infatti interesse a controllare Generali per il nodo cruciale della sottoscrizione di titoli di Stato.

Il “piccolo pizzicotto” di Giorgetti

Mentre il risiko sta entrando nella sua fase decisiva, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha esortato le banche a essere più attive nel sostegno alle famiglie (un “piccolo pizzicotto”, lo ha definito lo stesso titolare del Mef). Gli istituti di credito, ha affermato il ministro durante un intervento al Meeting di Rimini, traggono beneficio dai rating dell’Italia e dall’ottima stagione degli spread: ora possono finanziarsi a “condizioni più favorevoli” e per questo devono offrire “benefici concreti in favore delle famiglie”. Tutto vero. Se non che, le attuali regole non incentivano le banche ad aprire i cordoni della borsa. I vari sistemi normativi transnazionali su requisiti patrimoniali e rischiosità dei prestiti sono stati introdotti a difesa del sistema bancario, ma rendono più difficili i finanziamenti, burocratizzandone gli iter. Le banche dovranno certamente offrire sostegno a famiglie e aziende, ma sono tenute a soggiacere a una serie di controlli che 30 anni fa non c’erano. Quindi, gli istituti di credito potranno sicuramente fare qualcosa in più, ma è escluso un ritorno alla situazione pre-Basilea, cioè ai tempi in cui all’imprenditore era sufficiente entrare in filiale per ottenere un sostegno economico.

L’allarme di Bayrou

Le Borse europee hanno evidenziato un ribasso, affossate dalle difficoltà del listino di Parigi. I mercati hanno reagito a una dichiarazione molto forte del premier francese François Bayrou sul debito pubblico. “Il nostro Paese è in pericolo perché siamo sull’orlo del sovraindebitamento e dobbiamo agire senza alcun ritardo”, ha detto il primo ministro. Negli ultimi 20 anni “il nostro debito è aumentato di 12 milioni di euro all’ora”. Quest’anno, ha proseguito, la spesa per il debito diventerà “la voce di bilancio più importante del Paese. Le rate che dobbiamo rimborsare saranno più pesanti del bilancio dell’istruzione nazionale e di quello delle forze armate”. In cifre, i 60 miliardi dell’anno scorso diventeranno 66, e nel 2026 (“nel caso migliore”) 75. “Se la strada che scegliamo è fare finta che il problema non esista”, ha ammonito il premier, “non ne usciremo”. Bayrou ha quindi annunciato un voto di fiducia sul suo governo: l’Assemblea Nazionale si riunirà in sessione straordinaria il prossimo 8 settembre sul “controllo delle nostre finanze”, ha detto il primo ministro.

Debito francese? Peggio dei dazi

Sembra, dalle prime avvisaglie, che il rischio di sovraindebitamento francese abbia influito sugli indici in maniera maggiore rispetto a quanto ha fatto per i dazi di Trump. Le spiegazioni possono essere di vario tipo. In primo luogo, dopo lo storno del 2 aprile, i mercati hanno iniziato a prendere le misure al presidente americano e a “vaccinarsi” contro le sue uscite estemporanee; il debito di un Paese importante come la Francia – aggravato dalla crisi istituzionale e dalla difficoltà di dare al Paese un governo stabile – è invece un problema strutturale, che non può che generare preoccupazioni per l’Ue, sulla tenuta dell’euro e sull’economia mondiale.. Inoltre, le Borse attendevano un motivo per rifiatare: da tre anni i grafici salgono, e prima o poi è fisiologico che si fermino. Ora gli investitori non devono lasciarsi prendere dai “soliti” timori e consolidare la loro presenza sui mercati, almeno finché le difficoltà non dovessero diventare problemi di lungo termine. Warren Buffett ha insegnato che per interfacciarsi con le Borse occorre guardare soprattutto agli utili delle aziende. Non tutti, però, mettono in pratica questa indicazione. E i risultati si vedono.

Fed, è arrivato il momento di tagliare i tassi?

Il dollaro, intanto, continua la sua fase di debolezza, che probabilmente non si fermerà molto presto. Secondo gli analisti di Bank of America, il biglietto verde calerà ancora in rapporto con l’euro se la Federal Reserve taglierà i tassi entro fine anno con l’inflazione in aumento. Da parte sua, nel corso del simposio di Jackson Hole, il presidente della Fed Jerome Powell ha aperto alla possibilità di ammorbidire la stretta monetaria con una sforbiciata che – a quanto si prevede – non dovrebbe comunque superare i 25 punti base. Il tutto in un contesto tutt’altro che facile: il debito pubblico americano è comunque molto forte, i tassi a lungo termine rimangono alti e c’è un segnale di rallentamento sui dati occupazionali. Questa situazione è un campanello d’allarme in vista dell’andamento che le Borse potrebbero registrare il prossimo anno.

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I negoziati di pace piacciono alle Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Procedono serrati i colloqui sulla pace in Ucraina, entrati nel vivo con il summit di Anchorage fra Donald Trump e Vladimir Putin e proseguiti lunedì a Washington con l’incontro fra lo stesso presidente americano e Volodymyr Zelensky. Dopo essere stato protagonista del lungo tira e molla sui dazi – che non è ancora finito: vari dossier sono ancora aperti, soprattutto quello che coinvolge la Cina – l’inquilino della Casa Bianca si è buttato a capofitto sulle trattative di pace, provando in ogni modo a fermare la guerra e a intestarsene il merito. Ma soprattutto a evitare che la Russia e la sua economia si consegnino mani e piedi alla Cina. Nell’accordo quadro si parlerà sicuramente anche di sanzioni: molto probabile l’alleggerimento americano, mentre un punto di domanda sorge sull’atteggiamento che sarà scelto dall’Europa, finora ferma sulle posizioni tenute dal 2022 a oggi. Si attende ora il possibile vertice Putin-Zelensky, che dovrebbe essere seguito da un trilaterale, con la presenza di Trump.

Mercati fra trattative e Jackson Hole

I colloqui di pace e la prospettiva di un incontro fra i due presidenti in conflitto piacciono agli investitori. Le Borse hanno rimbalzato dopo una fase di cautela, che aveva però seguito un rally abbastanza importante e significativo.
Oltre che sull’Ucraina, i mercati sono sintonizzati sul tradizionale simposio annuale Fed di Jackson Hole, che si aprirà domani; il convegno detterà la linea della Federal Reserve e sarà uno snodo per l’economia mondiale nei prossimi mesi. Tra gli argomenti in discussione, ci saranno sicuramente i dazi e i loro effetti, ma anche il futuro dei tassi di interesse Fed. Da parte loro, i mercati stanno già scontando un ammorbidimento della stretta monetaria: l’inflazione americana dello scorso luglio, più bassa del previsto, potrebbe convincere Jerome Powell a decidere un taglio di 25 punti base a settembre. Ma questo, visti i precedenti, non può essere dato per scontato. Sullo sfondo, l’indebolimento del dollaro, che piace a Trump, ma che unito ai dazi è una minaccia per l’economia e i consumi: se il ceto medio statunitense può cercare (con molta fatica) di assorbire uno solo di questi due fenomeni, si trova in difficolta nell’affrontarli insieme e finisce di acquistare con parsimonia, deprimendo i consumi.

Bank of America prevede uno storno in Europa

Il mercato azionario del nostro continente cresce ancora ed è in ottima salute, ma Bank of America, in un’analisi, ne sconsiglia gli investimenti, prevedendo un calo entro la fine di quest’anno. Effettivamente, le Borse europee hanno progredito moltissimo e vari investitori potrebbero pensare che, visti i prezzi, sia arrivata l’ora di passare all’incasso, rimanendo poi in attesa degli eventi. Ma non è detto che sia così. Premesso che, naturalmente, i mercati non possono salire sempre, non è così improbabile che gli investitori ritengano invece di tenere le posizioni, puntando su ulteriori rimbalzi, anche sulla scorta di un possibile accordo di pace fra Russia e Ucraina. Il futuro potrebbe quindi dare ragione a chi scommette su un’ulteriore crescita degli indici europei, almeno fino ai primi segnali di un eventuale peggioramento del clima generale. Una strategia di ripiegamento potrebbe infatti scattare se il mercato, a un certo punto, decidesse di rifiatare, perdendo l’1% o il 2%: in questo caso sarebbe sicuramente consigliabile un alleggerimento.

I T-bond e il dollaro debole

Dal lato obbligazionario, si segnala un interesse rinnovato per i Treasury, che nella loro versione trentennale rendono oltre il 5%; tuttavia, chi punta sui T-bond deve tenere in conto il rischio-dollaro, in grado di erodere le alte percentuali legate a questi strumenti. Questo fattore non può essere ignorato, dato che un rafforzamento del biglietto verde sembra, a queste condizioni, assai improbabile. A casa nostra, invece, si segnala un avvicinamento sostanzioso dei Btp ai buoni del Tesoro francesi, mai così vicini dal 2005. I mercati stanno premiando la tenuta dei conti pubblici, la cui asticella è stata tenuta ferma dal governo, oltre alla stabilità politica. Una situazione che, invece, non si registra oltralpe, con le preoccupazioni per il debito pubblico e l’incertezza istituzionale, non apprezzata dagli investitori.

Giorni cruciali per il risiko

L’estate del risiko bancario si conferma caldissima. La Banca Centrale Europea ha dato luce verde a Mediobanca per l’acquisizione del controllo diretto di Banca Generali. Ok anche da Banca d’Italia al controllo indiretto di Generfid, Intermonte Partners sim e Intermonte sim, oltre alla partecipazione qualificata indiretta in Bg Saxo sim, Nextam Partners sim, 8a+ Investimenti sgr e Tosetti Value sim.
Piazzetta Cuccia dovrà presentare alla Bce un progetto di integrazione di Banca Generali entro sei mesi dall’operazione.
Sempre ammesso che parta. Perché in Mediobanca la partita vera si giocherà domani, 21 agosto, con il voto decisivo da parte dell’assemblea. Saranno infatti i soci a stabilire se l’offerta su Banca Generali lanciata lo scorso aprile effettivamente partirà. In caso di nulla osta da parte dei soci, l’amministratore delegato Alberto Nagel potrà dire di aver fortificato le mura della fortezza per respingere l’ops di Montepaschi. Chi vincerà? Difficile dirlo: è come scegliere il rosso o il nero alla roulette. Nagel punta sul numero dei partecipanti: più soci saranno presenti all’assemblea, più possibilità avrà l’amministratore delegato di ottenere un via libera all’operazione Banca Generali, con il contemporaneo alt a Siena. Più bassa sarà la partecipazione, invece, più possibilità di vincere la partita avrà la cordata favorevole a Mps, guidata da Francesco Gaetano Caltagirone e la Delfin della famiglia Del Vecchio: il raggruppamento da loro guidato ha un peso stimato fra il 35% e il 40%. A un passo, cioè, dal no a Banca Generali e dal sì di fatto all’operazione Mps, che tra le altre cose ha già incassato i favori del governo. Unicredit, da parte sua, non molla il colpo su Commerzbank, cercando di ammorbidire la posizione difensiva del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Sul fronte milanese, Andrea Orcel potrebbe invece attendere settembre per ripresentare l’ops su Banco Popolare o rinunciare definitivamente al dossier.

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Dazi, l'oro è fuori dai giochi

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il sistema trumpiano dei dazi è entrato in vigore. Secondo calcoli Wto e Fmi, le tariffe medie americane sono del 20,10%, ai massimi dal 1910, ma il trattamento riservato alle diverse economie è variegato. L’Unione Europea, come noto, se l’è “cavata” con il 15%, con l’impegno però di effettuare investimenti monstre negli Stati Uniti. Una promessa che difficilmente sarà mantenuta, dato che alla fine saranno i vari Paesi a dover decidere. Inoltre, alcuni impegni sono, almeno al momento, impossibili da onorare: per esempio, non ci sono compratori a sufficienza per i 750 miliardi di dollari in gas che l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare negli Stati Uniti. In ogni caso, Donald Trump ha minacciato l’Ue: se gli investimenti nell’economia americana non dovessero essere effettuati, è in programma un aumento delle tasse doganali.

Nessun margine per la Svizzera

Chi invece non ha avuto spazio di contrattazione è stata la Svizzera, che si è vista confermati i dazi al 39%; nonostante un incontro urgente definito “positivo” fra la presidente federale Karin Keller-Sutter e il segretario di Stato americano Marco Rubio, la misura è stata confermata da Trump. Pessima notizia per le imprese della Confederazione, per cui gli Stati Uniti sono il primo Paese importatore. Soprattutto per quelle minori. Se i grandi gruppi possono turare molte falle perché già producono in larga parte negli Usa (e nell’Ue, che gode di condizioni migliori), a perderci davvero saranno infatti le piccole e medie aziende che si erano attrezzate con molti investimenti per l’export, e che ora rischiano di vedere vanificati tutti gli sforzi. Oltretutto, alle tariffe di quasi un terzo si aggiunge il “dazio supplementare di fatto” causato dalla forza del franco e dal dollaro debole.

Oro esente

Scongiurati invece i dazi sull’oro. Lo ha annunciato lo stesso Trump sulla piattaforma social Truth, dopo alcuni giorni di incertezza causata da un documento delle autorità doganali statunitensi. La dichiarazione del presidente americano evita un rischio ulteriore per la Confederazione, specialmente per il Canton Ticino, che è una delle aree più importanti al mondo per la raffinazione del metallo giallo.
L’annuncio su Truth ha causato un ribasso del prezzo dell’oro, che aveva raggiunto un livello record dopo la decisione, poi revocata, delle dogane americane.

Brics, trattamento asimmetrico

Sono state confermate le tariffe al 50% per Brasile e India, che hanno causato le proteste di Lula e Narendra Modi: queste percentuali creeranno sicuramente problemi per i due Paesi Brics, sebbene i loro interscambi con gli Stati Uniti siano ancora marginali rispetto a quelli Usa-Cina. Non per niente, l’inquilino della Casa Bianca ha siglato un ordine esecutivo che rimanda di ulteriori 90 giorni l’entrata in vigore di tariffe nei confronti di Pechino. Almeno per ora, quindi, gli Usa non aumenteranno (dal 30% al 64%) i dazi sui prodotti del gigante asiatico, anche in vista di un vertice fra Trump e Xi Jinping: la tregua commerciale, insomma, serve per trattare. Sul fronte estremo-orientale si registra solo la decisione di Nvidia e Amd di riconoscere agli Usa il 15% sulle vendite in Cina dei loro chip avanzati per l’intelligenza artificiale. Sempre in ambito Brics, si attende il summit ferragostano di Anchorage tra il presidente americano e Vladimir Putin sull’Ucraina. Anche se, prevedibilmente, si parlerà di molti argomenti: prezzo del petrolio, rotte artiche, rapporti economici, terre rare. Non per niente, fonti russe hanno sottolineato i molteplici dossier sul tavolo e hanno affermato (esagerando) che i colloqui per la pace in Ucraina saranno l’ultimo dei problemi dibattuti in Alaska. I dazi minacciati da Trump a Mosca restano sullo sfondo, come arma negoziale sul tavolo delle trattative.

Effetto boomerang

Secondo Trump, il nuovo sistema dei dazi porterà molto denaro liquido nelle casse del fisco americano. Sicuramente sarà così, ma a costo di contraccolpi molto forti nei confronti dell’intera economia mondiale. Inclusa quella statunitense. L’impressione è che il grosso dei dazi finirà di pagarlo il consumatore americano, che rischia di perderci ancora di più rispetto alle aziende importatrici. L’impatto su famiglie e imprese rischia di cancellare i benefici previsti per l’erario Usa, causando inflazione, crisi dei consumi e (dal punto di vista politico) disaffezione per Trump e per i repubblicani. La democratica Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan, in un incontro privato con Trump allo Studio Ovale ha argomentato – armata di slide – l’effetto disastroso delle tariffe sull’automotive, settore che, paradossalmente, lo stesso presidente aveva promesso di salvare. La posizione della governatrice riflette anche la situazione dello Stato che presiede: il Michigan ospita vari stabilimenti di imprese motor, la cui buona salute dipende molto dal commercio internazionale. I dazi nei confronti di Canada e Messico, in particolare, potrebbero favorire le auto giapponesi ed europee, gettando un’insperata ancora a un settore – quello automobilistico Ue – in ginocchio per il green deal firmato Ursula von der Leyen.

Borse ancora impermeabili

Chi invece ha imparato a convivere con le boutade di Trump sono le Borse europee che la scorsa settimana, anche abbastanza a sorpresa, hanno chiuso cinque sedute in positivo (il trend che sta generalmente proseguendo, anche grazie ai dati positivi sull’inflazione Usa). I mercati sanno che non ci si può permettere di correre dietro alle bizze del presidente americano e, dopo il grande calo dello scorso 2 aprile, hanno preso le misure e corrono sul loro binario. Ottime le prestazioni del Nikkei, che lunedì ha raggiunto i massimi sull’onda dello yen debole. Resta il problema del dollaro debole, che però a Trump – come è ben noto – non dispiace.

Nuova nomina (ad interim) al board della Fed

I problemi valutari sono al centro della lunga contesa che ha opposto Trump al presidente della Fed Jerome Powell, stemperata con la rinuncia dell’inquilino della Casa Bianca a licenziare il “governatore” prima del tempo. Il Tycoon ha però approfittato delle dimissioni di Adriana D. Kugler dal board della Fed per sostituirla ad interim con un suo fedelissimo: Stephen Miran, chair del Council of Economic Advisors, soprannominato “l’ideologo dei dazi”. Il nuovo membro del consiglio resterà in carica fino al prossimo gennaio; qualcuno pensa però che Trump potrebbe pensare a un suo futuro più stabile alla Federal Reserve. Tanto più che la sua visione (oltre all’approccio favorevole ai dazi, anche il sostegno al dollaro debole e le idee su una riforma radicale della Fed) coincide con quella del presidente americano. Miran aveva dichiarato, tra le altre cose, che la Federal Reserve è già integrata con la politica – facendo intuire una sua posizione eterodossa nei confronti dell’indipendenza della banca centrale. D’altra parte, la Fed dipende comunque da un input del presidente degli Stati Uniti, che ne nomina il presidente e i membri del board. Di certo c’è che Powell sarà sostituito con qualcuno accondiscendente con Trump sui dazi e sui tassi di interesse.

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Mercati, avvertimento a Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’ultima settimana di luglio è stata caratterizzata dai “dazi a pioggia” annunciati da Donald Trump nei confronti di quei Paesi che non si sono adattati alle condizioni proposte dagli Stati Uniti, o che semplicemente hanno provato a chiarire o difendere le loro posizioni. Così, il presidente americano ha annunciato che da domani, 7 agosto, entreranno in vigore tariffe del 35% al vicino Canada – con cui le tensioni sono da tempo palpabili – e del 39% alla Svizzera; in quest’ultimo caso, Trump ha interrotto la telefonata con la sua omologa elvetica, Karin Keller-Sutter, su suggerimento in tempo reale del suo entourage. Tra i Paesi colpiti, anche Brasile e India, quest’ultima a causa dell’approvvigionamento massiccio di petrolio russo a basso costo a cui Delhi non intende rinunciare.

Questione di bilancia commerciale

La schematizzazione che muove Trump dipende, come è risaputo, dagli squilibri della bilancia commerciale. Il presidente americano parte dalla percentuale che evidenzia lo scarto fra le importazioni e l’export Usa: su questa ricava le tariffe che, secondo i suoi calcoli, riequilibrerebbero lo sbilanciamento. Ma il ragionamento ha vari punti deboli. In primo luogo, il tasso di import-export dipende dalle esigenze dei consumatori e dal libero mercato: come abbiamo ricordato più volte, i beni prodotti in Europa sono mediamente di maggior qualità rispetto a quelli americani e i cittadini, quando possono, li preferiscono. Gli Stati Uniti dominano il mercato della tecnologia e, ultimamente, hanno accresciuto la loro presenza nella vendita di petrolio e Gnl all’estero, ma per il resto esportano poco (Coca Cola a parte). Inoltre, lo squilibrio della bilancia commerciale Usa è influenzato dalla ricchezza del Paese e dall’alta propensione all’acquisto da parte dei suoi cittadini: non è un’iperbole affermare che gli americani consumano nella misura in cui il resto del mondo produce. Nel caso dell’India, l’atteggiamento di Trump è rinforzato dalla cooperazione dei Paesi di area Brics con la Russia e dalla rivalità con la Cina. Paese che, a differenza dell’Ue, non evidenzia segni di cedimento. D’altra parte, per l’Europa e il Canada, gli Stati Uniti sono un importatore massiccio di articoli, e rinunciare a un simile “cliente” avrebbe effetti distruttivi sull’economia.

Rischio inflazione

Acque calme, invece, nei rapporti Usa-Ue dopo l’accordo che ha aumentato alcune tariffe e ne ha diminuite altre, ma che ora deve essere messo nero su bianco e seguire l’iter istituzionale. Tutto questo mentre le autorità europee hanno sospeso per quattro mesi i controdazi, con l’intento di spingere la ratifica del documento. Nel caso dell’Europa, Trump ha ottenuto le condizioni più favorevoli possibile, e secondo vari osservatori il suo vero obiettivo è simile anche nel caso di altri Paesi. Il presidente e il suo staff sanno infatti che un’applicazione delle tasse doganali simile a quella annunciata lo scorso 2 aprile danneggerebbe anche l’economia americana, perché si porrebbe come ostacolo al consumo, con il rischio di creare un circolo vizioso. Se accantoniamo per un attimo lo stile di comunicazione fuori dagli schemi adottato da Trump, vediamo un tentativo di tirare la corda fino al limite per poi ottenere le condizioni migliori. Atteggiamento, questo, da uomo d’affari più che da politico.

Due posizioni in Fed

In questo caso, la “corda” è l’inflazione, che indubitabilmente sarebbe causata da un’applicazione pedissequa dei dazi. Anche se nella Fed ci sono due scuole diverse sulla natura di questo rischio. Jerome Powell, presidente della banca centrale americana, è chiaramente timoroso rispetto a questa evenienza e ha ultimamente dichiarato che non abbasserà i tassi fino a quando non sarà possibile controllare gli effetti dei dazi sull’inflazione. Posizione più sfumata, invece, da parte di due membri del Fomc, Christopher Waller e Michelle Bowman – che è anche vicepresidente per la vigilanza. I due criticano l’immobilismo di Powell sui tassi perché – ha dichiarato il primo – “le tariffe sono incrementi una tantum del livello dei prezzi e non aumentano l’inflazione se non temporaneamente”. Il rischio, secondo Waller, è che mantenendo il costo del denaro alto si finisca di deteriorare il mercato del lavoro. Che ha mostrato dati sotto le attese: nel mese di luglio sono stati creati 73.000 posti invece dei 100.000 attesi. Una doccia fredda (pur con i limiti costituiti dalla rilevazione su base mensile) che a fine settimana ha contribuito, insieme all’annuncio dei dazi, a deprimere le Borse, capaci però di recuperare alla riapertura.

Powell resta al suo posto

Il dilemma sui tassi Fed continuerà prevedibilmente a interrogare gli economisti nei prossimi mesi. Una cosa, però, è sicura: indipendentemente dalle prossime mosse sui tassi, Jerome Powell resterà al suo posto. Trump ha spiegato che rinuncerà a qualsiasi velleità di sostituire il rivale prima del termine, ammettendo candidamente di aver preso questa decisione dopo lo storno borsistico di venerdì scorso. “Lo rimuoverei in un batter d’occhio”, ha dichiarato in un’intervista a Newsmax, “ma dicono che questo disturberebbe il mercato”. Powell, ha proseguito Trump, “se ne andrà tra sette o otto mesi e io metterò qualcun altro”. Il presidente americano ha quindi ammesso di temere i mercati, che hanno lanciato forti segnali di avvertimento dopo l’annuncio del 2 aprile (con un crollo del 16%) e hanno replicato, pur in tono molto minore, alla fine della scorsa settimana.

L’alt delle Borse

Il segnale dei mercati non poteva essere ignorato né dal presidente, né dal suo staff: non per niente, Scott Bessent ha avvertito Trump che un’eventuale rimozione di Powell prima della scadenza naturale del suo mandato sarebbe stata letta come un attacco all’indipendenza della banca centrale, con le conseguenze che tutti possono immaginare. L’importanza dell’andamento delle Borse è forte in tutto il mondo, ma negli Stati Uniti ha un impatto ancora maggiore: in caso di storno si creano problemi per le pensioni, legate strettamente agli indici molto di più che in Europa. In ogni caso, dopo il “venerdì nero” che lasciava presagire un tentativo di correzione, le Borse, come già ricordato, hanno aperto in recupero: ancora una volta, i listini si sono rivelati forti e capaci di digerire molti avvenimenti avversi, sia di tipo economico, sia geopolitico. In un mese, ricordiamolo, che è solitamente caratterizzato dalla scarsa liquidità. Se il mercato si è dimostrato capace di far riflettere il presidente americano, i maggiori rischi provengono dal blocco della crescita: il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha calcolato che il tira e molla sulle tasse doganali avrà un impatto dello 0,5% sul Pil mondiale, legato al ritardo di alcuni investimenti bloccati nei primi sei mesi dell’anno.

Dollaro ancora debole

Resta in sospeso la questione del dollaro, che rimane debole. La quotazione del biglietto verde crea un dazio supplementare de facto che, come ha affermato il Consorzio Olio Toscano, preoccupa più delle tariffe doganali, perché capace di ridurre per i produttori margini di profitto già esigui. Per non parlare del possibile ingresso nella competizione di altre aree geografiche, magari punite in misura minore dalle tariffe americane. A questo proposito, molti ricordano il periodo storico in cui il dollaro si era spinto oltre 1,50 euro. La quotazione particolarmente bassa del biglietto verde non aveva provocato i guai innescati dalla forbice attuale, pur molto più ridotta. Questo ci fa comprendere quanto, in 15 anni l’economia mondiale sia diventata molto più connessa, e in che misura gli interscambi si siano rinforzati.

Foto di Goh Rhy Yan su Unsplash


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