Mediobanca scompagina il risiko

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

A pochi giorni dalla vittoria in Generali, con la conquista della maggioranza assoluta da parte della sua lista, Mediobanca ha annunciato un’operazione clamorosa: il lancio di un’offerta pubblica di scambio per la totalità delle azioni di Banca Generali.
Il meccanismo dell’ops è chiaro: l’istituto guidato dall’amministratore delegato Alberto Nagel acquisterà le azioni della banca del Leone al valore di 1,7 titoli della compagnia assicurativa triestina. Con un risultato – sempre se tutto andrà secondo i piani: Mediobanca uscirà dall’azionariato della principale azienda assicurativa italiana per acquisire il controllo del 100% di Banca Generali.
C’è però lo scoglio della passivity rule a cui Piazzetta Cuccia è soggetta, essendo una società sotto offerta pubblica: la prossima assemblea ordinaria, già fissata per il 16 giugno, dovrà dare il via libera all’operazione con il 50% più un’azione. Altrimenti, nulla di fatto.

Nagel: l’operazione è offensiva

Commentando il lancio dell’offerta, Nagel ha assicurato che non si tratta di un’operazione difensiva, “ma offensiva”, spingendosi a rivelare che se ne parla da cinque anni. Tuttavia, molti osservatori hanno collegato l’ops (e la sua tempistica) con l’offerta di Montepaschi su Mediobanca: se Piazzetta Cuccia uscisse completamente da Generali, sarebbe automaticamente meno contendibile, perché è vulgata comune che sia il Leone di Trieste il vero obiettivo di Siena. In parole più semplici, è molto facile che la vera ragione dell’offerta sia un tentativo di bloccare le mire di Mps su Mediobanca. Ora ci si chiede come reagirà il governo, che ha accolto favorevolmente l’offerta di Montepaschi su Mediobanca (in prospettiva Generali) e non vuole certamente rischiare di perdere la faccia. Difficile, però, che l’esecutivo utilizzi il golden power, già piazzato sulla strada dell’operazione Unicredit-Banco Bpm.

La Borsa brinda

L’inaspettata mossa di Mediobanca è piaciuta alla Borsa, che approfittando anche dell’exploit di Piazzetta Cuccia ha proseguito una rimonta già in atto. Già, perché gli entusiasmi per il nuovo capitolo del risiko si sono inseriti in un quadro di rimbalzo generale degli indici. Un rimbalzo che, onestamente, non ci aspettavamo – almeno non in queste dimensioni. Anche lo S&P 500, che inizialmente aveva subito un calo, è stato protagonista di un’ottima performance: la grande volatilità in basso sembra essere scomparsa e, anche in caso di una prossima discesa, quasi sicuramente non si verificherà un nuovo crollo.

Cina d’oro

Il recupero delle Borse dipende anche dal tentativo di Donald Trump di fare retromarcia sui dazi, cercando nel contempo di non perdere credibilità. Sempre che non sia troppo tardi: se l’Europa è decisa a trattare, la Cina potrebbe decidere di proseguire il gioco duro, nonostante gli abboccamenti del presidente americano. Traspare giusto un tenue spiraglio di trattativa, che emerge anche dal lieve calo dell’oro registrato lunedì scorso, segno di cauto ottimismo sulla distensione sino-americana. Nei periodi in cui la crisi fra le due potenze si era acuita, Pechino aveva continuato ad approvvigionarsi di asset aurei, in cerca di un bene rifugio: la banca centrale cinese, solo a marzo, ha portato a termine il quinto acquisto consecutivo di oro, mentre a febbraio ne aveva comprate 50 tonnellate. E il “re dei metalli” aveva stabilito record su record. Gli indizi lasciano presagire che la Cina si sia dotata di molto più oro di quanto dichiara (si dice addirittura dieci volte). E che potrebbe tornare a farlo qualora i negoziati fra Trump e Xi Jinping dovessero naufragare.

Sorpresa in Canada

Una sconfitta, però, il presidente americano l’ha già incassata: nelle elezioni canadesi ha prevalso il liberale Mark Carney, sfavorito della vigilia. A spingere il premier in carica – che aveva sostituito il predecessore Justin Trudeau, dimissionario – è stata la reazione dei cittadini della Foglia d’Acero ai dazi di Trump e alle sue sparate annessionistiche nei riguardi del vicino settentrionale.
Carney è partito dai livelli bassissimi di consenso ereditati da Trudeau, ma ha recuperato poderosamente sul suo rivale, il conservatore Pierre Poilievre. Che, intendiamoci, avversa i dazi di Trump e le sue pretese di assorbire il Canada come e quanto Carney. Lo sconfitto ha però pagato le politiche economiche all’insegna del Canada First, slogan che riecheggiava quello trumpiano, pur da fronti opposti e inconciliabili: proprio per aver imitato il programma del tycoon, il leader conservatore ha sprecato, come si suol dire, un rigore a porta vuota. Poilievre ha comunque assicurato a Carney il sostegno nella lotta contro i dazi di Trump e nella difesa della sovranità nazionale canadese. Un aiuto che sarà molto utile al premier, dato che quasi sicuramente i liberali disporranno di quattro seggi in meno rispetto al 50% dei voti in aula e saranno obbligati a provare la strada del governo di minoranza.

E’ tutto da rifare

Per Trump, insomma, i dazi (contro i quali vari Stati americani hanno fatto causa) e i toni aggressivi nei confronti di Canada, Groenlandia e Panama si sono rivelati deleteri. Soprattutto perché i consumatori americani si sono visti impoveriti da una strategia poco lungimirante e insensata. Un risultato che a Trump non può piacere. Soprattutto perché il contraccolpo delle tariffe sull’economia Usa ha colpito categorie di persone che avevano votato il duo Trump-Vance sperando di migliorare la loro posizione economica, intaccata dalla globalizzazione. L’elettore americano, ancora più che quello europeo, fa in fretta a cambiare bandiera se le sue tasche sono improvvisamente più leggere. Trump lo sa: per questo motivo cerca ora una soluzione che rimetta in carreggiata l’economia salvaguardando ciò che è rimasto della sua immagine pubblica. Possibilmente prima che inizi la campagna elettorale per le consultazioni di mid term. A rovesciare la situazione in suo favore potrebbe intervenire solo una rapida pace fra Russia e Ucraina, per la quale il presidente americano si è speso molto. Tuttavia, il potere di contrattazione degli Stati Uniti è minore di quanto si pensasse: un po’ perché Putin ha probabilmente in mente di procedere a nuove conquiste prima di accettare la tregua; un po’ perché Zelensky resiste, confortato dal sostegno assicurato dalla Gran Bretagna e dall’Unione Europea.

La rivincita del contante

La giornata di lunedì passerà alla storia per il clamoroso blackout che ha colpito la penisola iberica e, per un certo periodo, anche la Catalogna francese e il sud della République. I resoconti di un lungo periodo senza corrente elettrica – problema a cui si è rimediato dopo molte ore – sono inquietanti: ospedali attivi solo con i generatori (se funzionanti); aerei e treni fermi; persone bloccate in metropolitana o in ascensore; Master 1000 di tennis sospesi; telecomunicazioni in pausa; appelli ai cittadini di restare a casa, come ai tempi del lockdown di covidiana memoria. E internet inservibile. Il che, ovviamente, ha comportato l’impossibilità di saldare i propri conti con le carte di credito. La catena El Corte Inglés ha comunicato lunedì stesso l’apertura regolare, ma la disponibilità del solo pagamento in contanti, e così hanno fatto altri esercizi. Fenomeni di questo genere confermano quanto sia impraticabile la strategia cashless e quanto sia utile mantenere in tasca sempre un po’ di denaro per poter fronteggiare blackout, tilt informatici (come quelli che si erano verificati lo scorso luglio in mezza Europa) o anche problemi ordinari alle linee dei Pos. Resta inspiegabile, invece, che non si abbiano indizi chiari sulla causa del disastro.

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Trump attacca Powell. E il dollaro arretra ancora

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Nella settimana che si è aperta con l’improvvisa scomparsa di Papa Francesco, i mercati si confermano poco intonati. Mentre l’Europa cerca di tenere con i denti i suoi valori e di evitare nuovi storni, in attesa di tempi migliori, New York continua a soffrire per il terremoto causato dai dazi e dalle tensioni fra il presidente Usa Donald Trump e la Federal Reserve. Le Borse americane sono ancora in una decisa fase “orso”, anche se non hanno raggiunto i minimi dell’anno. Sugli Stati Uniti pesano molto la fuga degli investitori, che si rivolgono ad altri mercati, e l’indebolimento del dollaro che perde dall’euro e da gran parte delle principali valute mondiali. Per comprendere la situazione del mercato americano è sufficiente ricordare che da inizio anno l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti di 22 punti; il valore è una combinazione fra l’andamento dell’Eurostoxx e l’arretramento del dollaro, che da inizio anno ha lasciato sul campo l’11%.

Tutto giù, oro su

La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi sull’economia reale, soprattutto americana, ma non solo. Anche la maggior parte delle materie prime soffre: dal petrolio, con Brent e Wti ancora sotto i 70 dollari al barile, fino a rame e alluminio, ai minimi dell’anno. In controtendenza l’oro, che dopo l’ultimo attacco di Trump al presidente Fed Jerome Powell – definito sul social Truth Mr Too Late ha raggiunto i massimi, fino a sfiorare i 3.500 dollari l’oncia (e superare il crinale dei 3.000 euro). Il “re dei metalli” ha da tempo recuperato la funzione di bene rifugio che tempo addietro sembrava aver perso. Tuttavia, a causa della svalutazione del dollaro, l’investimento in asset aurei conviene molto di più agli americani che non da questo lato dell’oceano.

Scontro istituzionale

I rapporti fra Trump e Powell, si diceva, sono pessimi. Praticamente ai minimi storici. Da tempo, il presidente Usa spinge per un abbassamento dei tassi di interesse, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e le Borse. Il numero uno della Fed, invece, resiste sulla posizione hawkish, paventando un rischio di stagflazione causata dalla politica trumpiana sui dazi e affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti entreranno in una recessione a lungo termine. La ritrosia di Powell nell’abbassare il costo del denaro è comprensibile, dato il quadro attuale, aggravato da un inusuale perdita di appeal di azioni e obbligazioni americane e il rischio stagflazione, che porterebbe al rincaro di tutti i beni made in Usa. La luna di miele fra Trump e Powell sembra davvero finita: difficile che i rapporti – anche personali – fra i due tornino normali (anche se, quando c’è di mezzo il presidente Usa non si può mai sapere). L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura minacciato di licenziare Powell e di sostituirlo con un esponente dall’approccio più dovish (la dichiarazione è stata successivamente smentita). Una via molto accidentata, dato che la legge permette il siluramento di un presidente Fed solo in occasioni molto circostanziate (e non sembra questo il caso) e piazza paletti per salvaguardare l’indipendenza della banca centrale. Trump sarà in realtà costretto ad aspettare la scadenza del mandato di Powell, prevista a maggio 2026, per poi puntare su qualcun altro. Ma sempre considerando la spada di Damocle del debito pubblico molto alto, che non consente a Washington di perdere la storica fiducia degli investitori, e il chiaro sostegno che i mercati stanno assicurando alla politica del governatore.

In attesa della retromarcia

Anche per le questioni legate al debito e al deterioramento dell’economia è probabile che Trump debba prima o poi mollare la presa, soprattutto sul fronte dazi. Le elezioni di mid term non sono poi tanto lontane e l’elettore americano vota pensando al suo portafoglio. Il presidente americano ha provato a premere sulla Fed per il taglio aggressivo dei tassi proprio per avviare una fase espansiva, in grado di stimolare la crescita e, indirettamente, di non erodere il consenso per i Repubblicani. Ma non ha fatto i conti con i rischi inflattivi causati dalla politica aggressiva sui dazi. Ciò che preoccupa è l’indole orgogliosa di Trump, che però potrebbe inventare qualche escamotage per uscire dall’impasse da lui stesso partorita. Questi segnali sono già chiari nei confronti dell’Europa, e sono emersi dall’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni. Tuttavia, gli scontri con la Cina sono più difficili da ricomporre, dato che si è scatenata una vera propria faida, che ha portato Pechino a bloccare l’importazione di gas americano e a respingere le forniture di Boeing, mentre gli investitori cinesi lasciano i Treasury per concentrarsi su Bund e anche Btp. Per fare retromarcia, dunque, occorreranno al Tycoon tanta abilità e una dose sufficiente di “faccia tosta”.

Resa dei conti in Generali

In Italia tiene banco il conto alla rovescia per la nuova assemblea di Generali, che si svolgerà domani. Gli azionisti avranno la possibilità di scegliere fra tre diverse liste: la prima, sostenuta da Mediobanca, punta alla riconferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet; la seconda sarà capitanata dalla coppia Caltagirone-Delfin; la terza è promossa da Assogestioni. Prevedibilmente, lo scontro al vertice – preannunciato da bordate reciproche sulla joint venture con Natixis – avverrà fra le prime due liste. Ed è difficilissimo fare previsioni, soprattutto considerato che Unicredit non ha espresso un’intenzione di voto e potrebbe rivelarsi decisiva nella scelta della governance. Interessante, invece, è l’approvazione, da parte di Montepaschi, dell’operazione su Mediobanca, con l’86% dei consensi. Mentre il golden power del governo sull’operazione Unicredit-Bpm potrebbe indurre la banca di Piazza Gae Aulenti a ricorrere al Tar. Il risiko bancassicurativo, insomma, è in una fase caotica e aperta a ogni esito.

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Le Borse europee pagano dazio. Ma poi recuperano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse europee hanno aperto questa settimana in ribasso. Molti giornali hanno parlato di crollo; tuttavia, il termine è apparso per lo meno esagerato. Un po’ perché il “lunedì nero” è avvenuto in un quadro che vede gli indici del nostro continente a +10% da inizio anno e in positivo da ancora più tempo. Un po’ ancora perché i rimbalzi del giorno successivo sembrano aver ridimensionato gli allarmi rossi scattati in apertura di settimana.

Wall Street soffre di più

Appare ben più preoccupante la situazione di Wall Street, proprio perché la Borsa americana inanella prestazioni negative da almeno tre mesi, e l’indice Fear and Greed della Cnn ha evidenziato che il mercato è pericolosamente vicino alla percezione di “paura estrema” da parte degli investitori. Nel 2025 (tenuto conto anche del deprezzamento del dollaro) l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti del 15% circa. Ma, se vogliamo dirla tutta, la crisi di New York è soprattutto crisi del tecnologico; altri settori hanno subito flessioni tutto sommato medio-basse oppure hanno sostanzialmente tenuto, e altri ancora vanno in netta controtendenza. Un titolo sulla cresta dell’onda è Berkshire Hathaway, che è in ottima salute ed esplora nuovi orizzonti, se è vero che ha l’intenzione di emettere un bond in yen.

Non solo tariffe doganali

Principali indiziati per il “lunedì nero” sono i dazi trumpiani in vigore da oggi nei confronti dell’Europa. Niente da dire: la decisione dell’amministrazione americana ha avuto sicuramente il suo peso, così come le speranze che i loro effetti siano meno devastanti di quanto temuto hanno contribuito al successivo rimbalzo (insieme al calo al 2,2% dell’inflazione nell’area euro). In fondo, se un residente negli Stati Uniti può acquistare oggi una bottiglia di vino italiano a 10 dollari sarà in grado di farlo anche domani a 12,50. Per gli americani, i prezzi erano cresciuti maggiormente quando l’euro valeva 1,60 dollari – eppure il crollo del mercato non c’è stato e i consumatori Usa hanno continuato ad acquistare prodotti europei. In ogni caso, uno storno (poi, come detto, ampiamente ridimensionato) era comunque atteso dopo tre mesi di picchi nei grafici: facile pensare che i mercati aspettassero il primo intoppo per far rifiatare le Borse, e che gli speculatori ne approfittassero.

Trump, perché?

A muovere Donald Trump nella sua ostinazione sui dazi sono soprattutto due convinzioni: da un lato che le imposte di frontiera siano in grado di favorire il rimpatrio delle attività delocalizzate dalle aziende americane dai tempi dell’amministrazione Clinton; dall’altro che i cittadini statunitensi tornino ad acquistare prodotti made in Usa, proprio per la loro ritrovata convenienza economica. Se il primo motivo può sembrare plausibile, il secondo è un chiaro errore di valutazione: gli americani ricchi, o di classe media, proseguiranno ad acquistare prodotti stranieri, soprattutto europei che – tecnologia a parte – hanno una qualità nettamente migliore rispetto a quelli statunitensi. Anche fermare la delocalizzazione però non è facile, immediato e conveniente: i costi di produzione americana sono molto elevati e occorre trovare la manodopera – il che allunga i tempi. Con il rischio, magari, che gli investimenti milionari per ritrasferire le strutture dal Messico agli Stati Uniti diventino superflui in caso di vittoria democratica alle elezioni di mid term. Per questo motivo, le grandi imprese potrebbero andarci caute, o semplicemente attendere, vanificando gli sforzi di Trump.

Il mese del risiko

Se a Piazza Affari le utility hanno evidenziato ottime performance, svolgendo egregiamente il loro mestiere di titoli difensivi, e i farmaceutici si sono comportati abbastanza bene, le banche hanno avuto la loro parte nel calo di inizio settimana, salvo poi rimbalzare alla seduta successiva. Tutto questo mentre il risiko bancario entra in una fase indubbiamente molto calda. La Bce e Banca d’Italia hanno dato il via libera all’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit sulle azioni di Banco Bpm. Per il gruppo di Piazza Gae Aulenti, il primo ostacolo è superato – e sono già passati più di tre mesi dall’annuncio dell’ops. Prossimo passo, convincere gli azionisti di Piazza Meda ad aderire all’offerta (e ciò non è scontato, dato che l’offerta è carta contro carta, e quindi poco attraente) e il governo a non mettersi di traverso (e anche questo non è ovvio). C’è comunque l’impressione che le maggiori attenzioni saranno concentrate sulla partita Mediobanca-Mps-Generali. Una telenovela che continua ad arricchirsi di nuovi capitoli: ultimo tra questi, la lettera inviata da Piazzetta Cuccia alla Bce, con cui la banca d’affari ha segnalato un sospetto concerto tra Caltagirone e la Delfin della famiglia Del Vecchio. Nel caso in cui l’opa senese su Mediobanca andasse in porto, puntualizza il documento, i due azionisti arriverebbero a un passo dal controllo di Generali. Non è escluso che la stessa Unicredit possa entrare nella partita Mediobanca, se l’ops di Banco Bpm non raggiungesse i risultati sperati. Una scelta di questo tipo avrebbe le sue motivazioni: Unicredit tornerebbe a dotarsi di una presenza importante nell’asset management dopo che la gestione Mustier aveva venduto Pioneer e altri “gioielli di famiglia” per tagliare i costi.

Polizze catastrofi naturali obbligatorie, un rinvio… a metà

E’ entrato in vigore soltanto per le aziende di grandi dimensioni l’obbligo di sottoscrivere una polizza assicurativa contro i rischi di calamità naturali e di eventi catastrofali. L’imposizione è stata infatti rinviata per le medie aziende (che comunque dovranno mettersi in regola entro il 1 ottobre) e quelle piccole (la cui scadenza sarà il 1 gennaio 2026). Il parziale rinvio è del tutto comprensibile. Si ha infatti l’impressione che la norma sia stata approvata troppo in fretta: troppi sono i punti ancora poco chiari, in una questione di grande complessità come l’ambito del cat-nat. In particolare, le organizzazioni di categoria hanno sollevato dubbi sulla copertura assicurativa dei macchinari in affitto o in leasing e il problema del costo dei premi, mentre non è del tutto evidente quali sovvenzioni o agevolazioni su risorse pubbliche saranno off limits per le imprese che non avranno ottemperato all’obbligo assicurativo (per 90 giorni, comunque, il blocco degli incentivi è sospeso). Di fronte a un problema crescente come le catastrofi naturali, l’obbligatorietà della polizza è pienamente comprensibile. Ma sarebbe stato ugualmente saggio prendersi un po’ di tempo per fugare tutte le incertezze legate a un’operazione di così vasta portata.

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Borse in bilico fra tormentone-dazi, riarmo europeo e tassi Fed

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.

Europa batte Usa

Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.

Il ritorno delle banche

Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.

Usa, timori di inflazione

Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.

Canada, Carney nuovo premier

Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.

Ottawa, Europa?

Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.

Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti

Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.

Northvolt in bancarotta

E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.

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Mercati, una fase di difficile lettura

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.

Europa batte Usa

Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.

Il ritorno delle banche

Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.

Usa, timori di inflazione

Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.

Canada, Carney nuovo premier

Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.

Ottawa, Europa?

Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.

Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti

Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.

Northvolt in bancarotta

E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.

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Dazi, annunci e controannunci mandano gli indici in confusione

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati stanno procedendo in ordine sparso e apparentemente senza una direzione certa. Il caos che sembra imperare è soprattutto un problema americano. L’Europa, dopo le fiammate dovute agli annunci del riarmo e del nuovo piano di rilancio tedesco (ora in forse), ha aperto la settimana in rosso; tuttavia, se si osserva il grafico relativo a un periodo più lungo, si nota che i listini del nostro continente hanno archiviato due mesi positivi, mentre Wall Street, è protagonista di un lungo ritracciamento, che coinvolge soprattutto il Nasdaq.

Il “no” dei verdi tedeschi

Alla settimana difficile dell’Europa ha contribuito la dichiarazione dei verdi tedeschi, intenzionati a non votare la riforma del freno al debito voluta dal cancelliere in pectore Friedrich Merz. Una riforma che, ricordiamolo, fa parte dei pacchetti proposti al “vecchio” parlamento, ancora in carica. Il piano, in spregio al fiscal contact, prevede 800 miliardi di spesa pubblica, che secondo gli analisti comporterebbero un effetto positivo del 2% l’anno. E che cercherebbero di fermare il declino di un Paese evidenziato dall’andamento dei titoli di stato: i Bund a 30 anni hanno perso oltre il 10% e oltre e quelli a dieci il 6,5%. Gli ecologisti hanno detto chiaro e tondo che il progetto di Cdu-Csu e Spd per la difesa e le infrastrutture “non s’ha da fare”, rilanciando invece sui fondi per il clima. Il 18 marzo, giorno in cui è prevista la discussione del piano Merz, è molto vicino; regna l’incertezza e le Borse europee (Francoforte in testa) lo hanno fatto capire molto bene.

Il riarmo è in atto da anni

A far discutere è anche il rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale di ricerca sulla pace con sede a Stoccolma. L’organismo ha rivelato che il riarmo è già in atto e non da ieri: tra il 2020 e il 2024, infatti, le importazioni di armamenti da parte di Stati europei membri Nato sono raddoppiate rispetto al quinquennio precedente, con un 64% di acquisti da aziende americane. Evidentemente, le imprese franco-tedesche, leader in Europa tra i fornitori militari, non hanno più la capacità di assorbire tutti gli ordini e i Paesi devono rivolgersi altrove. L’eventuale riarmo, di cui attualmente è stato dato solo l’annuncio, potrebbe così impattare più sugli indici americani che su quelli europei.

Tira e molla sui dazi

A colpire in modo bipartisan sia le Borse di casa nostra, sia quelle dello Zio Sam (ma soprattutto queste ultime) sono invece i dati sul lavoro Usa, che a febbraio hanno evidenziato una crescita di 151.000 nuovi occupati, contro gli oltre 160.000 previsti dagli analisti. A deprimere gli indici è anche (anzi, soprattutto) il tira e molla sui dazi: le tariffe doganali nei confronti di Canada e Messico, già entrate in vigore, sono state sospese, mentre quelle rivolte alla Cina sono attive e già “rimbalzate” da Pechino con una serie di contro-dazi, tra il 10% e il 15% sui prodotti agricoli dello zio Sam. Chiaro l’intento di colpire una categoria di persone identificate come sostenitori di Donald Trump. Una storia molto arruffata, che sembra non avere una logica, ma che probabilmente ce l’ha. Si parla dei dazi come dell’invenzione di un solo uomo, dimenticando che dietro di lui c’è un’amministrazione che valuta la portata di ogni misura. Probabilmente, i collaboratori di Trump si sono resi conto che i dazi al Canada, e soprattutto al Messico, possono provocare un rialzo dei prezzi, arrecando danni ai consumatori.

Confusione? No, grazie

Oltre che colpire i cittadini americani, i timori provocati dai dazi sono in grado di frenare le Borse, che non amano la confusione e che, appunto, hanno reagito al braccio di ferro sui balzelli doganali con un arretramento generalizzato. In un periodo particolarmente negativo per Wall Street che vede, da inizio anno, il Nasdaq a -11,48%, mentre lo S&P è circa a -4,53%. Questi dati fanno emergere la crisi della tecnologia, che come già ricordato sta ritracciando dopo un lungo periodo di corse frenetiche. Stessa situazione per Tesla, che ora sembra in rotta: in realtà l’azienda di Elon Musk, pur perdendo oltre il 40% da inizio anno, continua a capitalizzare di più rispetto a tutti gli altri produttori di auto messi insieme. Della serie: un conto è la quotazione in Borsa, un conto la salute di una società.

Effetto domino

Il caos sui mercati si riverbera in un effetto domino un po’ ovunque. Anche nel rapporto euro-dollaro: in una settimana, il biglietto verde ha perso il 4,5% – dato, questo, sicuramente non sgradito a Trump, che notoriamente preferisce una moneta debole rispetto alle altre grandi valute. Anche il petrolio, attualmente sotto i 70 dollari al barile, rivela che il mercato inizia a scontare il rallentamento economico.
In un quadro così caotico, persino l’oro non ha lo sprint per andare a rompere il muro dei 3.000 dollari. Che fare allora? La cautela è d’obbligo, in presenza di una volatilità in aumento. Al momento, tenere troppi titoli in tasca è diventato più rischioso. Per questo motivo, è consigliabile portare a casa il 10%-15% del proprio portafoglio, soprattutto quello dedicato alle azioni europee.

Milano, si avvicinano i Giochi Olimpici. Ma i cantieri sono bloccati.

A meno di un anno dai Giochi Olimpici invernali, la cantieristica di Milano è in parte bloccata. In città si è costruito troppo, e spesso male, e ora spuntano i dubbi sul Salva Milano, misura la cui introduzione sembrava praticamente certa e che oggi è bloccata in Senato. Che la legge si approvi oppure no, il legislatore non potrà evitare di mettere una pezza a questa situazione: ci sono cittadini che, in buona fede, hanno già versato caparre per case la cui costruzione è stata pur temporaneamente fermata. Disagi di questo tipo rischiano di rallentare, o addirittura di impedire, futuri piani urbanistici, un po’ per timore di nuove inchieste, un po’ per sfiducia da parte dei cittadini, costretti a lungaggini burocratiche e rischi di non completamento di un’abitazione già in parte pagata. Anche progetti nati per una riqualificazione rischiano di arenarsi per la litigiosità delle parti in causa. Ne è un esempio il villaggio progettato nell’area del Parco Sempione, che dovrebbe sorgere dopo l’interramento dei binari delle Ferrovie Nord e avrebbe tra i suoi obiettivi anche l’ampliamento dello spazio verde.
Inizialmente il piano, con un finanziamento dello Stato pari a 150 milioni, prevedeva un’area dedicata alla costruzione di immobili prima di 90.000 metri quadri, poi diventati 60.000, gestito dal privato Census Italy in cambio del coinvolgimento del progetto. Il Comune ha poi cercato di ridurre ulteriormente lo spazio edificabile per evitare lo sfregio urbanistico, innescando un confronto con la Regione, preoccupata che tutto possa saltare perché non più sostenibile economicamente. I dubbi sul Salva Milano, giusti o sbagliati che siano, piazzano ulteriori ostacoli su progetti di questo tipo, instillando timori e ripensamenti anche su piani nati con buone intenzioni.

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I dazi deprimono le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I dazi del 25% annunciati dall’amministrazione Trump contro Canada e Messico sono stati temporaneamente sospesi poco prima che entrassero in vigore. Tuttavia, la pur effimera notizia dell’imminente guerra commerciale contro i due “vicini di casa” degli Stati Uniti ha fatto a tempo a scuotere le Borse, che poi hanno recuperato, ma solo parzialmente. La paura dei mercati è stata rinforzata dall’annuncio di dazi Usa del 10% per le merci cinesi (con la pronta ritorsione di Pechino: 15% su carbone e Gnl e 15% su petrolio, auto di lusso, macchine agricole e altri beni) e, soprattutto, dall’indiscrezione del Telegraph su un possibile balzello doganale americano del 10% all’Ue, che vanta un surplus commerciale favorevole di 157 miliardi di euro sugli Usa.

Bullismo o tattiche negoziali?

La reazione allarmata dei mercati dimostra che serpeggia una certa paura che Donald Trump faccia sul serio, soprattutto nei confronti dell’Unione Europea. Però è egualmente probabile che le sparate da “bullo” del presidente americano siano in realtà classici bluff per spingere le controparti a trattare su argomenti importanti per il presidente americano. Questa seconda versione sarebbe suffragata dalla sospensione delle misure prima nei confronti del Messico, poi del Canada. Nel primo caso, dopo un colloquio con la sua omologa Claudia Sheinbaum, il presidente americano ha congelato i balzelli per un mese, promettendo l’appoggio ai vicini meridionali nella lotta contro i trust della droga e ottenendo lo spiegamento di 10.000 soldati messicani al confine statunitense, incaricati di bloccare l’immigrazione illegale e il fentanyl. Il contrasto al traffico di “persiano bianco” è stato al centro anche della chiacchierata fra Trump e il premier canadese Justin Trudeau, che ha assicurato all’inquilino della Casabianca l’appoggio nella lotta contro i flussi del farmaco incriminato, concedendo anche l’ok a una forza congiunta contro criminalità organizzata e riciclaggio di denaro.

La Cina non è vicina

Finora non sono stati congelati i dazi annunciati contro la Cina (che, come abbiamo visto, hanno causato una rapida ritorsione), ma il negoziato è in corso. Sicuramente quest’ultimo dossier è il più delicato, perché si inserisce nel braccio di ferro tra Washington e Pechino per il ruolo di prima potenza mondiale. Inoltre, il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è enorme, molto maggiore rispetto a quello detenuto con altri Paesi. Detto questo, in caso di tensioni commerciali con Pechino, un’economia americana in ottima salute rischierebbe di rallentare a causa di spinte inflattive impreviste. La Cina, da parte sua, non è nel suo miglior momento: prima la crisi immobiliare, poi il ritorno di molte famiglie dalle città alle campagne hanno evidenziato la fatica che ancor oggi penalizza l’economia del “gigante asiatico”. E che peggiorerebbe in caso di dazi incrociati.

Europa debole

Se Messico e Canada hanno accettato la trattativa e la Cina sta negoziando su posizioni di parità, l’Europa si sta dividendo tra falchi e colombe. I primi sono fautori della proposta di ritorsioni su settori agroalimentare, superalcolici e alcuni veicoli a motore (Harley Davidson, suv e pick up). I secondi sembrano offrire sul piatto, in cambio della rinuncia al dazio del 10%, l’impegno ad acquistare più armi e ad approvvigionarsi di Gnl dallo Zio Sam, spendendo quattro volte tanto rispetto a ora. L’Europa sembra anche propensa a chiedere all’Italia un impegno di mediazione con gli Usa, grazie anche ai buoni rapporti fra il presidente americano e la coppia Giorgia Meloni-Antonio Tajani, investito ufficiosamente del ruolo di mediatore tra le parti.

Euro debole

Sicuramente, la trattativa conviene a tutti. Come ha ricordato Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, “le guerre commerciali non giovano a nessuno e la nostra priorità è quella di evitarne una”. A titolo di esempio, è interessante citare uno studio Prometeia, secondo cui, in caso di nuovi dazi, solo le imprese italiane potrebbero perdere da 2 a 9 miliardi di dollari, in funzione dei settori coinvolti. Alcuni dei quali, ricordiamoci, sono stati già colpiti da misure protezionistiche della presidenza Trump 1 – misure curiosamente non revocate dall’amministrazione Biden. Già dalle reazioni dei mercati si comprende quanto nuovi balzelli doganali sarebbero distruttivi: i soli rumours – lo abbiamo detto – sono stati capaci di creare panico in Borsa, ma anche di indebolire l’euro, che per un tempo pur limitato ha raggiunto i minimi sul dollaro da due anni a questa parte. Un risultato, questo, che non piace né all’Ue, né a Trump, sostenitore di un biglietto verde debole. Ai massimi storici sulla moneta è invece arrivato il franco svizzero, che poi ha ritracciato. Il timore di una guerra commerciale ha infatti rinforzato i classici beni rifugio; non per niente, anche l’oro ha raggiunto livelli record.

Bank of America: “investite in Europa”

In un contesto di tensioni commerciali fra Stati Uniti ed Europa, i “consigli per gli acquisti” di Bank of America sembrano premiare il Vecchio Continente. Secondo il gruppo di Charlotte, le aziende tecnologiche Usa sono (come noi sosteniamo da tempo) decisamente ipervalutate; per questo motivo, la banca consiglia di investire nelle Borse europee. Soprattutto nel settore finanziario, in forza degli utili e dei dividendi ancora previsti per le prossime scadenze trimestrali.
Con la discesa dei tassi Bce, aggiungiamo, può convenire un acquisto di utility, mentre le azioni petrolifere dovrebbero risentire positivamente dell’approccio pro-oil di Trump.

La Bce ritocca i tassi, la Fed no

Se la Banca Centrale Europea ha tagliato i tassi di 25 punti base, la Federal Reserve è rimasta ferma. Nessuna sorpresa, dunque. Dal board dell’Eurotower, guidato da Christine Lagarde, ci si può aspettare altre due riduzioni piuttosto veloci, per poi ragionare sulle conseguenze delle elezioni tedesche. Le imminenti consultazioni in Germania potrebbero rivelarsi il momento principale del 2025 per il futuro dell’Ue: i risultati definiranno l’economia dell’Unione, ma anche l’umore dei mercati e l’intonazione delle Borse. E, forse, un nuovo approccio per l‘automotive.

Commerzbank alza gli scudi

Fra le vicende che saranno influenzate dal voto tedesco, anche il dossier Unicredit-Commerzbank. Il gruppo di Francoforte ha cercato di giocare d’anticipo e alzare gli scudi, mediante l’annuncio di un nuovo riacquisto di titoli pari a 400 milioni di euro. In forza degli utili record ottenuti, la banca ha anche annunciato il raddoppio delle cedole. Come reagirà Unicredit? Le ultime mosse di Piazza Gae Aulenti – e cioè la crescita al 4,1% nell’azionariato di Generali – sembrerebbero rivelare che Andrea Orcel potrebbe cambiare le carte in tavola. E cioè lanciare una contro-opa su Mediobanca (con il Leone di Trieste come obiettivo finale), mossa spregiudicata che avrebbe molto più senso rispetto all’offerta di Montepaschi. Se ciò si avverasse, Unicredit potrebbe decidere di lasciar perdere Commerzbank o Banco Bpm, o addirittura entrambe. Certo è che l’approccio vivace di Orcel trasforma il risiko bancario in una partita di poker su più tavoli.

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Donald Trump, le strategie economiche puntano all'America First

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Nel suo discorso di insediamento alla presidenza americana, Donald Trump ha rimarcato in maniera molto identitaria i temi che hanno contraddistinto la sua campagna elettorale, che si sono poi rivelati una delle chiavi della sua vittoria. Le strategie del leader Usa vanno in direzione dell’America First, vecchio motto di Trump fin dalla sua prima presidenza, che implica un sostegno forte all’economia di Washington mediante la creazione di debito. I primi provvedimenti sono già stati introdotti: se la nuova amministrazione repubblicana riuscirà a giocare bene le sue carte, potrebbe assicurarsi il consenso per lungo tempo.

I tre leitmotiv

Tre in particolare i leitmotiv economici che contraddistingueranno il secondo mandato non consecutivo dell’inquilino della Casa Bianca. Primo, il forte sostegno all’economia, che si sostanzia in tagli fiscali e, appunto, maggiore debito. Ciò implica anche il contrasto al dollaro forte, che non piace alle aziende esportatrici. Non a caso il biglietto verde, dopo una puntata sotto quota 1,02 sull’euro, è tornato verso 1,04. Secondo aspetto, il prezzo del petrolio: la nuova amministrazione farà di tutto per evitare picchi al valore del greggio. L’elettore medio americano è molto sensibile nei confronti del prezzo alla pompa e gli aumenti del prezzo della benzina hanno penalizzato in maniera seria Kamala Harris in campagna elettorale. Terza sottolineatura, la sburocratizzazione e la deregulation per le aziende. Un provvedimento che sicuramente favorirà le Pmi, messe in difficoltà da una legislazione eccessiva.

Il nodo-Panama

Alcuni punti del discorso presidenziale hanno però suscitato molte perplessità. Come le minacce alla sovranità di Panama, che l’inquilino della Casa Bianca ha confermato apertamente, ventilando la possibilità che gli Stati Uniti considerino l’opzione di riprendere il controllo del Canale. E’ difficile capire la reale natura di questo reiterato proclama. Chi teme una seria intenzione interventista – che andrebbe in direzione diametralmente opposta allo sbandierato pacifismo del tycoon – afferma che una simile operazione finirebbe per legittimare velleità espansionistiche da parte di Russia e Cina, reintroducendo nel nostro tempo una “politica delle cannoniere” di novecentesca memoria. Lo “storico” della prima presidenza Trump, contraddistinta dall’assenza di nuove guerre, lascia però sperare che la dichiarazione su Panama sia una semplice boutade, non aliena dall’approccio da blagueur del neopresidente, o un’esternazione da “campagna elettorale continua” (fra soli due anni si rinnoverà il Congresso). O forse ancora è il classico messaggio “a nuora perché suocera intenda” – cioè a Panama perché la Cina intenda. Pechino sta investendo molto sul Canale, e ciò infastidisce gli Stati Uniti, dato che lo stretto braccio di mare fra Atlantico e Pacifico è un’infrastruttura decisiva per il commercio mondiale.

Dazi sì, dazi no

La preoccupazione più concreta per i mercati è però costituita dai dazi annunciati in campagna elettorale. Perché per Trump questa idea non è nuova, e non sembra così impossibile che venga realizzata.
Per ora, il neopresidente non ha annunciato l’introduzione di questi tributi per l’Europa, e già questo è un sollievo per i mercati. Ma non è detto che nel prossimo futuro non torni a rilanciare il progetto.
Anche perché, secondo quanto affermato da Trump, il 1° febbraio gli Stati Uniti daranno il via a un dazio del 25% per le merci importate da Canada e Messico, come ritorsione rispettivamente a un presunto ruolo di Ottawa nell’ingresso negli Usa di Fentanyl e alla migrazione di massa da sud. In ogni caso, nel nodo delle tariffe doganali l’Italia potrebbe essere favorita dalla vicinanza tra l’amministrazione Trump e il governo Meloni, benché contemporaneamente penalizzata dal forte avanzo commerciale nei confronti degli Usa, che non piace ai sostenitori dell’export americano.

Incertezza in Borsa

L’incertezza sulle tariffe doganali si è fatta sentire anche sulle Borse. La scorsa settimana, i listini europei avevano ottenuto ottime performance, con Milano in maglia rosa continentale e ai massimi dal 2008. Il trend rafforzava il rimbalzo di inizio anno, che aveva portato Piazza Affari a un bel +4%.
Ora, i dubbi sui dazi hanno causato un rallentamento di parte delle Borse europee (Milano compresa), simile però più a un ritracciamento fisiologico che non a un vero e proprio calo. Alla fine, i listini del nostro continente hanno chiuso in ordine sparso, con Piazza Affari leggermente in negativo e altre piazze come Parigi e Francoforte in moderata crescita. Sempre questioni di decimi, comunque.
Wall Street, da parte sua, ha affrontato il discorso di Trump in un giorno di chiusura (lunedì scorso ricorreva la festività del Martin Luther King Day) e in seguito a un rimbalzo dovuto agli ottimi utili delle banche americane, frenato solo dal dato deludente sulle vendite al dettaglio. La giornata di ieri è stata quindi la prima dopo l’Inauguration per tastare la risposta della Borsa americana, che ha evidenziato un buon andamento.
Certamente, i prossimi giorni saranno importanti per capire le reazioni a freddo dei mercati all’insediamento di Trump. Qualsiasi notizia sui dazi influirà maggiormente sulle Borse europee che non su Wall Street, che sembra guardare positivamente il cambio al vertice appena avvenuto.

Il “giro di valzer” dell’establishment

Le Borse di oltreoceano recepiscono anche i favori dell’establishment economico americano nei confronti della seconda presidenza Trump – a differenza di quanto accadde per il suo primo mandato. Anche le bigtech contrarie al leader repubblicano, che lo avevano contrastato nel corso della sua prima presidenza, ora si sono accodate al suo carro, rivedendo anche policy che sembravano irrinunciabili. Questo “giro di valzer” non è causato tanto dal compiacimento nei confronti della nuova amministrazione, ma dalla constatazione che il vento sta cambiando nell’intero mondo occidentale. In altre parole, Trump non è la causa, ma un effetto, un sintomo del rivolgimento politico in atto anche in Europa, che potrebbe stravolgere gli equilibri del continente già alle imminenti elezioni tedesche. Le nuove consultazioni saranno in grado di introdurre una strategia Europe first, in grado di sostituire politiche inadatte al sostegno di un’economia Ue in crisi? Presto per dirlo. Certamente, la composizione “in carta carbone” della Commissione von der Leyen 2 non induce a ottimismo. Ma, è bene ripeterlo, le elezioni tedesche (ed eventualmente un nuovo voto in Francia) hanno la possibilità di far saltare il banco. E di mettere in primo piano l’obiettivo di fermare la divaricazione fra lo sviluppo dell’economia americana e di quella europea, che si fa sempre più pronunciata.

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Borse, un inizio d'anno ondivago

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per le Borse l’avvio dell’anno è stato leggermente positivo, ma molto ondivago. Non c’è una chiara indicazione sui trend che i mercati imboccheranno nel 2025: i listini hanno mostrato risultati difficili da interpretare e differenti da piazza a piazza. Chiaramente, pesa l’attesa in tutto il mondo dell’ormai imminente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, che mostrerà le prime mosse del neopresidente in materia economica. E detterà, almeno in parte, la linea ai mercati.

Wall Street, ritorno alla casella di partenza

L’Europa ha chiuso una buona settimana per poi arretrare un po’, mentre Wall Street ha annullato ciò che aveva guadagnato con la vittoria di Donald Trump.
A favorire il ritorno della Borsa americana alla situazione pre-elettorale sono stati i dati sul lavoro Usa, superiori alle previsioni (256.000 posti contro i 155.000 attesi) che hanno ridimensionato ulteriormente le aspettative sui prossimi tagli Fed. Sulla frenata ha sicuramente inciso anche il ripiegamento dei tecnologici, con performance poco brillanti e persino qualche -2%, proprio mentre i migliori sul listino sono stati i petroliferi, in difficoltà negli ultimi due mesi. Il settore bancario, da parte sua, ha recuperato un po’ di ottimismo, con nuove speranze di buoni utili (almeno fino alla semestrale di giugno) favoriti dal rallentamento della discesa dei tassi negli Stati Uniti.

I tassi cambiano le carte in tavola

I tassi tornano dunque playmaker delle Borse. L’economia americana si conferma solida, a differenza di quella europea. Perciò, ci si aspetta che la Federal Reserve operi, di qui a fine anno, una contrazione massima di non oltre mezzo punto. Sempre che, ovviamente, non intervenga qualche imprevisto in grado di far cambiare idea a Jerome Powell e al suo board. I dati economici Usa e le loro conseguenze sulla politica monetaria stanno anche sostenendo la corsa del dollaro (che ha provato una “puntata” oltre il muro degli 1,02) e causando una forte volatilità dei mercati obbligazionari, che hanno sfiorato la media storica di quelli azionari. I Treasury decennali hanno raggiunto i massimi del 2008, arrivando vicini al rendimento del 5%. La politica sui tassi che contraddistinguerà quest’anno sta penalizzando le criptovalute, generalmente in calo. A tenere (parzialmente) è solo il bitcoin, la cui discesa fisiologica è mitigata dalla presenza in Etf dedicati.

Il rincaro del petrolio

Brutte notizie per i consumatori europei: il gas è ancora vicino a quota 50, mentre il petrolio è in salita. Il Brent ondeggia sul muro degli 80 dollari al barile e cresce anche il Wti. Il rincaro si riflette soprattutto sugli automobilisti di Eurolandia, che vedono la benzina salire a causa della combinazione tra il caro-greggio e la corsa del dollaro. L’insediamento di Trump alla presidenza americana potrebbe tuttavia fermare il galoppo dell’oro nero: il tycoon ha, tra le sue priorità, quella di ammorbidire sia i prezzi alla pompa, elemento su cui gli americani sono particolarmente sensibili, sia la valutazione del dollaro, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Il rialzo del petrolio dipende almeno in parte dalle normali dinamiche oscillatorie della sua quotazione, rafforzate dal calo generale di produzione nell’Opec+ lo scorso dicembre. Non incide invece più di tanto l’approvazione delle sanzioni americane a società russe come GazpromNeft e Surgutneftegaz, che colpisce 183 petroliere utilizzate da Mosca per aggirare l’embargo dei Paesi occidentali. Piuttosto, queste misure potrebbero avere conseguenze spiacevoli sull’economia europea, già colpita dal rialzo delle materie prime e dalla crisi del settore automobilistico.

Le minacce di Breton…

Le misure per l’elettrificazione del parco auto sono ancora pienamente in vigore, e il rinnovo del mandato a Ursula von der Leyen (in questi giorni assente per polmonite) suggerisce che non saranno troppo stravolte. A meno che il baricentro politico europeo non si sposti su posizioni contrarie al radical green.
Ma, anche in questo caso è viva la preoccupazione che le elezioni di Paesi membri Ue possano essere invalidate perché il risultato è sgradito all’establishment: una possibilità che fino a pochi mesi fa sarebbe stata bollata come “fantascientifica” è stata invece esplicitata dall’ex commissario europeo Thierry Breton. “In caso di interferenze”, ha detto, “annulleremo le elezioni: lo abbiamo fatto in Romania e, se necessario, lo faremo anche in Germania”. Dichiarazioni che, qualsiasi opinione si abbia, onestamente spaventano, perché mettono in discussione le dinamiche democratiche. Breton, è vero, non ha più un incarico nella Commissione; tuttavia, con il suo monito sembra aver indicato l’istituzione di cui ha fatto parte fino a poco fa come una sorta di “mandante” dell’operazione-Romania, che ha visto l’annullamento di una tornata elettorale sulla base di sospetti. Tuttavia, se questo orientamento dovesse confermarsi, i partiti tradizionali rischierebbero di perdere ulteriori consensi, dato che il voto per la destra e la sinistra radicale è sempre più un affare delle classi meno abbienti e delle periferie urbane.

… e di Trump

Altrettanto poco rassicuranti appaiono le dichiarazioni di Donald Trump sulle velleità territoriali Usa su Canada, Groenlandia e Panama. Conoscendo il personaggio, però, è facile bollare l’esternazione come una boutade – almeno nella parte riguardante il Canada e la Groenlandia. Meno improbabile è, invece, una forte pressione economica su Panama per il controllo del Canale, che insieme a Suez è uno snodo fondamentale per l’economia mondiale. Riguardo la Groenlandia (che, ricordiamolo, è territorio speciale dell’Unione Europea), c’è da scommettere che gli Stati Uniti, se ne avessero l’occasione, l’acquisterebbero a qualsiasi prezzo. Con il riscaldamento globale e le sue conseguenze, c’è la possibilità che vengano a crearsi vari “passaggi a nord ovest” in grado di disegnare nuove rotte marittime artiche: alcune teorie fantapolitiche affermano che Russia e Cina siano pronte per approfittarne, e che la partita a scacchi con gli Stati Uniti potrebbe giocarsi tra i ghiacci in scioglimento. Certo è che, teorie fantasy a parte, la grande isola danese sotto i suoi ghiacci nasconde tesori inestimabili, ed è colma di materie prime critiche: 25 fra le 34 indicate dalla Commissione Europea come strategicamente importanti per la transizione verde e l’industria Ue. Non per nulla, a Nuuk, capitale della Groenlandia, opera dallo scorso 15 marzo un ufficio dell’Unione Europea che punta a favorire la partnership fra Bruxelles e il governo autonomo locale.

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Borse, buone sensazioni per il nuovo anno

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 2025 delle Borse è partito con i listini americani in rialzo (soprattutto per i “soliti” tecnologici) e quelli europei in difficoltà. La riapertura settimanale ha visto, invece, una netta inversione di tendenza da parte dei mercati Ue. Il colpo d’ala, che si è rivelato importante, è stato attribuito alla dichiarazione di Donald Trump (poi smentita) su un presunto atteggiamento meno aggressivo sui dazi con l’Europa nei settori tradizionali – mentre in alcune aree strategiche (come difesa, componentistica e terre rare) potrebbero essere messi dazi pesanti. In realtà, la “non-dichiarazione” si è rivelata poco più che un pretesto utilizzato dai mercati per rimbalzare.

Occhiali rosa per il 2025

Secondo le statistiche, se New York apre bene l’anno nuovo, è probabile che chiuda l’anno in positivo. L’ottimo andamento dell’indice S&P nel 2024 è stato guidato quasi esclusivamente dalle mega cap (il cui andamento è stato stellare): perciò ci si aspetta che nel 2025 sia il resto del listino a guidare il possibile rialzo, aiutato in questo dalle politiche dell’amministrazione Trump, da sempre favorevole alla crescita dell’economia americana (con il famoso motto MAGA). Anche l’Europa ha la potenzialità per crescere: le aspettative sono per indici azionari positivi, ma con performance che dipenderanno in parte dalla correzione da parte della Commissione Europea di alcune politiche sulla cosiddetta transizione energetica. Politiche guidate molto dall’ideologia, che stanno creando danni enormi a molte aziende europee incapaci di poter competere a livello mondiale con altre imprese che non sono sottoposte ai vincoli imposti obtorto collo da Bruxelles.

I settori più promettenti

Ma quali comparti potrebbero crescere? Con il taglio dei tassi, che sarà pronunciato più in Europa che non negli Stati Uniti, le utility hanno in mano buone carte per ottenere ritorni positivi, anche se non eccezionali. Ci si aspetta, inoltre, una possibile ripresa del settore auto, almeno a partire dal secondo semestre dell’anno. Anche il settore energetico rimane attrattivo grazie a un livello medio dei prezzi del greggio che dovrebbe mantenersi sopra i 70 dollari al barile. I maggiori dubbi riguardano i titoli bancari, che dopo la corsa al rialzo degli ultimi due anni, difficilmente potranno conseguire nel 2025 utili superiori a quelli già molto buoni del 2024. Probabilmente il taglio dei tassi diminuirà i profitti delle banche, con eventuali ricadute sul valore delle loro azioni. A far crescere le quotazioni, o almeno a frenare il calo, potrebbe invece essere il giro di fusioni in programma. Ma sembra scontato che eventuali performance possano toccare titoli di singoli gruppi e non l’intero settore. A pagare il prezzo del progressivo taglio dei tassi, soprattutto in Europa, sarà inevitabilmente l’obbligazionario, i cui rendimenti diminuiranno rispetto agli anni passati; ci si aspetta comunque una prestazione ancora accettabile, intorno al 3%.

Cripto, valute e…

L’onda lunga delle elezioni americane influirà anche sulle criptovalute, la cui possibile salita dipenderà anche dalla carenza dell’offerta, combinata con un eccesso di domanda. Sulle cripto raccomandiamo però molta cautela: a nostro avviso siamo in una fase di bolla speculativa che prima o poi si dovrà arrestare. Quindi, chi volesse scommettere su ulteriori rialzi, è bene che lo faccia con percentuali basse del proprio patrimonio per evitare di rimanere scottato, qualora il trend di mercato si invertisse. Più incerto il futuro del rally di cui è protagonista il dollaro: come già più volte anticipato, le ottime prestazioni del biglietto verde, che sembrerebbero indirizzarlo sulla strada della parità, incontreranno ostacoli posti dall’amministrazione Trump, che non vuole un dollaro troppo forte. Nei primi sei mesi del 2025, la valuta americana dovrebbe oscillare fra quota 1,02 e 1,07 rispetto all’euro. Poi si vedrà. A non fermarsi è il franco: l’anno nuovo nasconderà insidie per la Banca Nazionale Svizzera, che potrebbe portare i tassi a zero come extrema ratio per fermare la corsa della sua valuta. Sempre rimanendo in tema di beni rifugio, sembra invece in assestamento il valore dell’oro: difficilmente il “re dei metalli” supererà i massimi raggiunti nel 2024; improbabile però anche un arretramento sotto i 2.400 dollari l’oncia.

Le incognite del gas

Se il petrolio è ancora in fascia neutrale, preoccupa invece il prezzo del gas, che ha superato i 50 euro per poi scendere, ma di pochi punti. A causare la quotazione e i relativi rincari, con il rischio annesso di spese aggiuntive di 1,6 milioni di euro per le Pmi italiane, l’inverno rigido in varie parti d’Europa, il mancato rinnovo dell’accordo di transito del gas tra Russia e Ucraina e anche una forte componente speculativa da parte di alcuni spregiudicati operatori di mercato (hedge funds in primis). All’inattività dell’Ue, incapace di farsi sentire su un problema così importante per cittadini e aziende, fa comunque da contraltare la promessa di Trump di lavorare per la pace e per la distensione fra Mosca e Kiev.

Un presidente pro-mercato

L’amministrazione Trump sarà comunque impegnata a realizzare i punti principali del suo programma entro due anni, scadenza naturale di un Congresso attualmente sotto il controllo dei Repubblicani. Se il nuovo governo americano, dal punto di vista internazionale, punta a fermare la guerra russo-ucraina e minaccia dazi agli altri Paesi, nel programma interno è decisamente pro-mercato e favorevole alle aziende. Ciò significa politica fiscale ammorbidita e strategia monetaria ben disposta nei confronti del mondo della produzione, in un contesto definito dal taglio cauto dei tassi e dalla possibilità di una leggera crescita dell’inflazione. Praticamente certo l’approccio morbido al deficit, che probabilmente non diminuirà.

Rimescolamento politico nel mondo occidentale

L’insediamento del nuovo presidente americano arriva in un periodo caotico per la politica occidentale, con i movimenti di destra populista in forte crescita e altri assetti in pieno rimescolamento (come il Canada dopo le dimissioni di Justin Trudeau). Il tycoon non ha fatto che dare l’ultima spallata a una situazione che si era già incanalata verso un voto di protesta e un cambiamento di prospettiva da parte dei partiti di centro moderato, che – pur riluttanti – stanno spostando il loro baricentro a destra per non perdere consensi. In questa direzione sta andando l’Austria: il “cordone sanitario” che Popolari, Socialisti e Liberali avevano cercato di costruire per escludere il partito di destra radicale Fpö è fallito, dopo un lungo periodo di infruttuosi colloqui fra le parti. Il presidente Alexander van der Bellen si è visto dunque costretto a incaricare Herbert Kickl, leader della stessa Fpö, vincitrice delle elezioni. Probabile, a questo punto, una coalizione fra questo movimento e i democristiani austriaci. Un déjà-vu, dato che queste forze si sono già alleate in passato, anche se mai con un esponente Fpö come premier. La situazione austriaca rimanda alle imminenti elezioni tedesche, in programma fra circa un mese e mezzo. Le previsioni sottolineano un’avanzata della destra e della sinistra radicale – rispettivamente di Afd e Bsw, il partito di Sahra Wagenknecht. Due movimenti incompatibili tra di loro, che hanno però in comune due punti fermi: le critiche alle posizioni tedesche e occidentali sulla guerra russo-ucraina (con annesse ricadute economiche) e una forte carica anti-sistema. Una simile polarizzazione destra-sinistra è attesa anche in Francia, dove probabilmente si tornerà al voto la prossima estate.

Bce, il dopo-Lagarde

Altra carica in scadenza, ma questa volta in un’istituzione monetaria, la presidenza di Christine Lagarde alla Banca Centrale Europea. In questo caso, però, non ci si aspetta un clamoroso rivolgimento: la maggioranza del board Bce è di tendenza hawkish, ma nello stesso tempo il taglio dei tassi non può essere fermato, nonostante qualche dubbio sul fronte dell’inflazione: l’avvicendamento al vertice dell’Eurotower, dunque, cambierà ben poco. La partita si giocherà invece sulle strategie per rilanciare l’economia europea, che necessitano di una certa dose di coraggio e di ripensamento degli approcci fin ora utilizzati. Anche se la conferma di Ursula von der Leyen alla Commissione non lascia presagire troppi cambiamenti.

Foto di Devon Janse van Rensburg su Unsplash


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