Borse, prove tecniche di ripresa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La guerra prosegue, il petrolio vola e i problemi legati al transito dallo Stretto di Hormuz sono ancora irrisolti. Tuttavia, le Borse hanno ormai fermato il trend in ripida discesa che aveva caratterizzato i primi giorni del conflitto. Possiamo affermare che, dato tutto quello che accade, i mercati stanno reagendo tutto sommato meglio del previsto. I listini americani sono su livelli non molto dissimili a quelli pre-bellici perché gli Usa sono esportatori di materie prime: gli indici europei e asiatici, dopo un arretramento fisiologico (che avrebbe potuto anche rivelarsi peggiore), si stanno invece arroccando su una nuova linea difensiva, cercando di consolidarsi e, possibilmente, di provare qualche rimbalzo.
Il ruolo chiave di Hormuz
Paradossalmente, è proprio la tenuta del mercato americano a spingere le Borse europee, aiutandole a costruire un fortino di resilienza. Decisivi per la strategia di rilancio, o almeno di difesa, saranno due elementi: la durata della guerra e la situazione dello Stretto di Hormuz. Un collo di bottiglia che finora è chiuso per alcuni Paesi e aperto per altri – primo tra tutti, la Cina. Hormuz è importante non solo per il transito di petrolio – soprattutto verso l’Asia – ma anche per il passaggio di Gnl, di metalli, di fertilizzanti e di molto altro materiale destinato (anche) all’Europa. Che, come l’Estremo Oriente, dipende in gran parte da materie prime di importazione. A bloccarsi a causa del conflitto e dell’ingolfamento dello Stretto non sono solo strutture petrolifere o di gas: il Bahrein, per esempio, ha fermato gli impianti di alluminio, mentre il transito dei fertilizzanti è a rischio, con gli annessi e connessi sull’agricoltura. Se la guerra dovesse terminare in breve tempo, e lo stallo si sbloccasse, potremmo assistere a un ritorno alla normalità e a un rapido recupero degli indici. In caso di sblocco di Hormuz manu militari potrebbe invece subentrare una forte crisi borsistica provvisoria; se però l’operazione consentisse un ritorno alla quasi normalità per le vie marittime e un calo fisiologico del prezzo del petrolio, le Borse – dopo un periodo di forche caudine – tornerebbero a salire. Entrambe le situazioni sottintendono una strategia, che però al momento non appare chiara. Donald Trump dà l’impressione di trovarsi completamente impantanato, e di non sapere come uscirne. E, se non se ne esce, il mercato riprende a scendere. Mentre l’inquilino della Casa Bianca, da parte sua, dovrebbe fare i conti con l’elettorato, che si ritrova la benzina alla pompa a circa 6 dollari al gallone, pari a quasi 1,40 euro al litro. Un prezzo che sarebbe valutato molto basso in Europa, ma che è considerato altissimo negli Stati Uniti, e potrebbe essere capace di disamorare l’elettorato americano alle prossime consultazioni di mid term.
Nervi saldi
Prevedere gli sviluppi della guerra, la sua lunghezza e il suo influsso sulle Borse nel prossimo futuro è molto difficile. Ma non si può dimenticare che anche gli storni peggiori, prima o poi, vengono recuperati. Se si consulta l’indice Msci World dal 1 gennaio 1999 è cresciuto dell’11,5% l’anno. Ogni crisi viene prima o poi digerita, e il mondo finanziario riparte. Per questo motivo, se si hanno i mezzi per sostenere l’investimento, è bene reagire alle fasi orso con sangue freddo: ogni volta che il mercato perde più del 10% è consigliabile rifiutare scelte dettate dal panico. Evitando di vendere, ma anzi aumentando il peso del proprio portafoglio.
Dispersione di rendimenti
Piazza Affari si trova di poco sotto all’apertura del 2 gennaio 2026, ma con una grande dispersione di rendimenti. Il settore industriale legato al cemento ha perso molto – per fare un esempio, WeBuild è calato del 35%, nonostante sia tuttora pieno di commesse. Anche le banche hanno pagato dazio, lasciando sul terreno circa il 15%. Dall’altro lato, le azioni di società produttrici di armi e i titoli petroliferi sono arrivati ai massimi, e quelli legate a tecnologia e innovazione hanno mostrato ottime performance. Mai come in un quadro caotico come quello attuale è consigliabile rimanere attenti alle dinamiche settoriali: a medio termine le banche hanno tutta la potenzialità per recuperare, vista la differenza fra il tasso a breve e quello a dieci anni, salito per paura dell’inflazione: quando il grafico è così inclinato, le banche fanno più utili, e la loro rimonta veloce è molto probabile. Per contro, attenzione ai petroliferi, che a fine guerra scenderanno.
Unicredit riaccende il risiko
A proposito di banche, Unicredit è tornato sul dossier Commerzbank. Il gruppo di piazza Gae Aulenti ha infatti comunicato il lancio di un’ops volontaria sull’istituto tedesco. L’offerta, recita una nota di Unicredit, punta “a superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca in materia di offerta pubblica di acquisto”, ma anche a “favorire, nelle prossime settimane, un confronto costruttivo con Commerzbank e con i suoi principali stakeholder“. Si prevede, prosegue la nota, che Unicredit raggiunga una partecipazione superiore al 30% nell’istituto tedesco, “senza tuttavia acquisirne il controllo”, per evitare alla banca di piazza Gae Aulenti “di aggiustare costantemente la propria partecipazione per rimanere al di sotto della soglia del 30% in ragione del programma di acquisto di azioni proprie in corso da parte di Commerzbank, nonché di poter successivamente incrementare liberamente la propria partecipazione sul mercato o con altre modalità”. Oggi, ricorda la nota, Unicredit detiene “una partecipazione diretta di circa il 26% in Commerzbank e un’ulteriore posizione di circa il 4% tramite total return swap”. Ritorna dunque il risiko bancario, con una sfida che mira a creare un confronto con Commerzbank e a superare lo scetticismo del governo tedesco, contrario a operazioni ostili. Sul fronte assicurativo, Generali sta valutando l’opportunità di sostituire Axa nella partnership di bancassurance con Mps (la collaborazione tra i francesi e il gruppo senese scadrà nel 2027). La mossa di Philippe Donnet potrebbe essere favorita dalla posizione di Montepaschi, che attraverso Mediobanca è il primo azionista del Leone di Trieste.
Il petrolio detta la linea
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il petrolio e l’energia si dimostrano ancora una volta decisivi per orientare l’andamento delle Borse. La guerra nel Golfo e il blocco dello stretto di Hormuz hanno fatto raddoppiare la quotazione del greggio in pochi giorni; è poi bastata la dichiarazione di Donald Trump sull’imminente fine delle operazioni militari per riportare il prezzo del petrolio intorno ai 90 dollari – valore comunque decisamente più caro rispetto a quello pre-bellico, che da tempo navigava nella fascia fra i 50 e i 60. Il movimento è stato presto recepito dalle Borse europee e asiatiche, protagoniste di un tentativo di chiaro rimbalzo, che nel nostro continente è stato seguito da un nuovo, più moderato calo.
Dipendenza energetica
La nuova crisi energetica, con la massiccia speculazione che lo ha accompagnato, ha decostruito il castello di certezze che sembravano aver munito i listini di ottime difese. La lezione è chiara: l’impennata del petrolio è troppo anche per un sistema borsistico resistente. Soprattutto in una situazione, come quella attuale, dominata dall’incertezza sui multipli in mercati tirati, che convince gli investitori ad alleggerire il loro portafoglio, causando un prevedibile calo delle quotazioni. Questo è particolarmente vero per Europa e Far East, carenti di materie prime e per questo più influenzati dalle bizze del petrolio e del gas. Wall Street ha perso molto meno: il petrolio, è vero, ha subito un rincaro fortissimo anche oltre oceano, ma la quotazione del metano – che ad Amsterdam è passato dai 30 ai 50 euro circa – negli Stati Uniti è rimasta bassa, diminuendo gli effetti negativi sui mercati. La dipendenza energetica ha quindi messo in ginocchio il Vecchio Continente e l’Estremo Oriente, che poi hanno reagito positivamente alle speranze che la guerra finisca in tempi brevi, con rimbalzi più forti dalle piazze, come Seul, che avevano perso di più in precedenza. E’ proprio qui che si gioca il futuro prossimo dei mercati euro-asiatici. Se davvero dovesse tornare la pace nel Golfo, i listini potrebbero consolidare il recupero e rilanciare, sull’onda di un ritorno di petrolio e gas alla normalità. Se invece lo scontro bellico si protraesse, il mercato finirà per allentarsi, creando recessione e minor crescita.
Due strategie
Proprio le differenti previsioni sulla durata della guerra guideranno gli investitori nella scelta delle strategie da seguire. Gli ottimisti, cioè quelli che credono in un rapido stop delle operazioni belliche, potrebbero giocare la carta del mantenimento delle posizioni, approfittando di eventuali occasioni in un’ottica di trading, sfruttando cioè il primo rimbalzo, che solitamente è violentissimo e di breve durata. Un po’ quello che è accaduto a inizio settimana: per le Borse, pur in piena incertezza sulla durata della guerra, è bastata la dichiarazione aperturista di Trump per avviare il recupero. Piazza Affari, in particolare, ha assistito a un rimbalzo dai minimi dei titoli finanziari – proprio quelli che avevano sofferto di più appena dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran. Questa dinamica potrebbe, appunto, instaurarsi in modo ancor più netto nel caso in cui nel Golfo tacessero le armi. Chi invece teme una guerra di lunga durata, farebbe meglio ad alleggerire il portafoglio, tenendo però le antenne ben sintonizzate su eventuali cambiamenti di rotta.
Minimo comun denominatore per tutti, procedere con cautela, mantenere i nervi saldi, operare con mentalità da trader. E leggere poco i giornali, per non farsi prendere dal panico.
I rischi in Europa
Dal punto di vista dell’economia reale, in Europa si rischia un fenomeno inflattivo simile a quello conseguente allo scoppio della guerra russo-ucraina. L’impennata dei prezzi alla pompa è sotto gli occhi di tutti. Il fenomeno non coinvolge solo la benzina, ma anche il gasolio, i cui costi sono inspiegabilmente esplosi. Questi rincari sono in grado di causare problemi non solo agli automobilisti, ma anche (e soprattutto) ai trasporti via gomma e all’agricoltura. Non è quindi escluso che i prezzi delle merci sugli scaffali possa crescere in maniera visibile nei prossimi giorni, innescando una nuova crisi legata ai consumi.
Deficit Usa alle stelle
Pur risparmiando – come visto – uno storno severo alle Borse americane, il caro-petrolio ha comunque creato scompiglio negli Stati Uniti, obbligando Trump a gettare acqua sul fuoco. Washington, ricordiamolo, ha un problema enorme di deficit pubblico, esploso in due riprese (in epoca-Lehman e al tempo del Covid), per cui le casse pubbliche pagano 1.220 miliardi di dollari di interessi sul debito pubblico (proiezione 2025). A queste vanno aggiunte spese difficilmente comprimibili come quelle militari (lo scorso anno sono state di quasi 1.000 miliardi) e quelle legate al welfare, mentre una tassazione maggiore alle aziende è impensabile. La via dei dazi scelta da Trump – poi stroncata dalla Corte Suprema – era quindi parsa una strada obbligata per riequilibrare un po’ i conti, agendo sulla crescita delle entrate tramite controlli strategici sui flussi commerciali. Se la nuova, più moderata, decisione trumpiana sulle tariffe non dovesse subire stop per via giudiziaria, sicuramente non sarà toccata dai democratici, una volta dovessero reinsediarsi alla Casa Bianca, un po’ come è avvenuto per la tornata di tariffe introdotte dal presidente Usa nel corso del suo primo mandato. Come spesso accade, le misure impopolari vengono contrastate dall’opposizione, che poi regolarmente non le tocca una volta conquistato il governo.
La coperta è corta
Certo è che l’improvvisa restrizione del margine di manovra mette in difficoltà Trump, alle prese – oltre che con il caro-petrolio – anche con il cauto avanzamento del dollaro, che recupera lentamente sull’euro pur in un quadro di debolezza intrinseca. Gli americani votano pensando al portafoglio, e la promessa di mantenere basso il prezzo della benzina ha assunto un ruolo centrale nella campagna elettorale del presidente. Che quindi ha una strada obbligata: fare di tutto per far tornare il petrolio a livelli di guardia prima delle elezioni di mid term. In cui il costo della benzina giocherà un ruolo importante, se non decisivo.
Guerra in Iran, scompiglio in Borsa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La scorsa settimana, gran parte dell’attenzione dei mercati era concentrata sull’intelligenza artificiale, con i timori di bolla che deprimevano la Borsa americana. Con l’attacco israelo-americano sull’Iran di sabato scorso, le priorità dei listini di tutto il mondo sono bruscamente cambiate. Il rapido succedersi degli eventi ha visto le quotazioni di petrolio e gas schizzare molto in alto: il Brent ha sfondato gli 80 dollari al barile e il Wti staziona nella fascia 70-80, mentre il metano ha quasi raddoppiato la sua quotazione. Decisive sono state le reazioni di Teheran all’attacco. Prima di tutto quella militare contro alcuni Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti – con tanto di sospensione cautelativa, da parte di QatarEnergy, della produzione di Gnl a Mesaieed e Ras Laffan, che è il sito più grande del mondo: la decisione, se prolungata, potrebbe avere pesanti ricadute sui Paesi europei (soprattutto Italia e Germania) e asiatici. E i mercati, spinti dalla paura, arretrano. A questo si è aggiunta la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale (20 milioni di barili al giorno) e che, potenzialmente, è in grado di bloccare molti commerci.
Europa e Asia arretrano
L’improvvisa impennata dei costi energetici si è così riverberata sugli indici europei e asiatici, con ribassi generalizzati e il crollo della Borsa di Seul, che ieri aveva chiuso con una perdita di oltre il 7% e oggi ha lasciato sul terreno circa il 12%. Milano ha iniziato la settimana con un arretramento pari a più del 2% e ha proseguito ieri cedendo quasi il 4%, con una prestazione particolarmente negativa delle banche, e stamattina ha aperto cauta. In un contesto di indici europei che stanno provando un rimbalzo. Più volte abbiamo evidenziato che, negli ultimi tempi, le Borse si sono dimostrate vaccinate agli urti geopolitici. Ma, evidentemente, quando entrano in gioco petrolio e gas le pressioni diventano troppo forti e la resistenza dei listini viene meno. Diversa la situazione delle Borse americane che, dopo un cedimento iniziale, hanno praticamente recuperato le perdite, per poi tornare in calo marginale: -0,83% il Dow Jones, -1,02% il Nasdaq. Quest’ultimo, in particolare, è forse riuscito a limitare i danni anche grazie alla stessa intelligenza artificiale che la scorsa settimana preoccupava gli investitori: si potrebbe ipotizzare che l’IA abbia fermato il suo trend negativo proprio per le sue possibili applicazioni in campo militare, agganciandosi di fatto al trend del settore difesa. E questo nonostante gli allarmi sui timori di una bolla (Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, ha paventato una crisi come quella del 2008) e la possibilità di nuove limitazioni Usa all’export di chip verso imprese cinesi.
Due scenari
L’incertezza la fa da padrona, anche perché non si riesce a prevedere la durata di questa guerra. Se il conflitto fosse una questione al massimo di quattro-cinque settimane, come da iniziale pianificazione di Donald Trump, i mercati avrebbero la concreta possibilità di stringere i denti per un certo periodo e poi “digerire” i problemi portati dall’evento bellico, provando l’inversione di tendenza con rimbalzi veloci. Se invece ci trovassimo di fronte a una endless war il contesto diventerebbe molto più confuso, con una situazione in grado di amplificare il rischio asimmetrico che contrappone possibili rimbalzi deboli e crolli del 10%-20%. Una guerra di lunga durata sarebbe una mina vagante non solo per i mercati, ma anche per Trump, che rischierebbe di giocarsi le elezioni di mid term e di provocare una spaccatura nella sua stessa base. Gli americani votano pensando al portafoglio: il prezzo della benzina alla pompa è una parte molto importante nel carrello della spesa e un rincaro dell’energia rischia anche di compromettere il rallentamento dell’inflazione e di conseguenza il calo dei tassi caldeggiato dal presidente americano. Un ruolo centrale verrà giocato, quindi, da due partite: l’eventuale riapertura dello stretto di Hormuz, il cui blocco alla lunga non conviene neanche a Teheran, e la possibilità che i qatarioti diano nuovamente il via alla produzione di Gnl. Un’eventualità che potrebbe avverarsi in assenza di nuovi attacchi militari iraniani.
Cosa fare?
In queste condizioni, è difficile consigliare una strategia di investimento. Chi crede che la guerra durerà un mese o poco più, potrebbe provare a sfruttare qualche opportunità d’acquisto. Già oggi sono appetibili i finanziari, attualmente deboli, mentre è meglio evitare i titoli che sono saliti molto, come gli energetici e il settore difesa. Chi invece ha timore che lo scontro duri di più, si sentirà molto più tranquillo alleggerendo posizioni e attendendo tempi migliori per le Borse.
Valute e beni rifugio
La paura ha fatto 90 per i beni rifugio, ma non per tutti. E’ salito nuovamente il franco svizzero, ancora ai massimi sull’euro, e si prevede anche un possibile exploit della corona norvegese. Mentre il bene rifugio “storico” per eccellenza, e cioè l’oro, non ha sfruttato l’occasione, imboccando una strada a zig zag: prima su (ma non in maniera decisa come avrebbe potuto fare), poi giù. Tornando alle valute, il dollaro si sta rinforzando sull’euro, anche se per ora il recupero è a passo lento. Tuttavia, se il biglietto verde dovesse salire ancora, si potrebbe creare qualche ulteriore grattacapo per Trump: in un periodo di incertezza sui dazi, verrebbe a mancare anche il vantaggio competitivo di una moneta debole, che in fondo è come una “tariffa doganale di fatto”.
Intelligenza artificiale
In un quadro confuso come l’attuale, l’intelligenza artificiale sembra relegata in un angolino, ma non è così. La sfida dell’IA non si risolve in poche settimane o in alcuni mesi, ma pervaderà sempre più il nostro futuro.
Già ora, il suo coinvolgimento in alcuni settori dà il via a crisi settoriali, che hanno colpito, per esempio, il comparto del software e quello del trading, e chissà cosa altro nei prossimi mesi. Per non parlare delle ripercussioni che si verificheranno sul fronte dei posti di lavoro, con le conseguenze (anche sull’economia) che è facile immaginare.
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Lo scontro su Powell non scalfisce i mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee proseguono il loro andamento all’insegna del trading range, che ormai ne caratterizza le dinamiche dallo scorso ottobre. Si è osservata una maggiore instabilità, anche se la situazione è tornata rapidamente sotto controllo; a innescare una pur effimera volatilità non sono stati tanto i venti di guerra in Venezuela, le proteste in Iran o le rinnovate minacce di Donald Trump alla Groenlandia, quanto l’escalation del contrasto fra l’inquilino della Casa Bianca e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, destinatario di un’indagine penale da parte del dipartimento di Giustizia americano. Ancora una volta i mercati si sono concentrati su crescita e utili: se una delle due componenti viene a indebolirsi, uno storno forte è possibile. Ma attualmente non ci sono avvisaglie di questo tipo: per ora, dunque, si osservano calma piatta, volatilità compressa e mercato costruttivo, in attesa di ciò che davvero conta per i listini. Il pronto recupero delle Borse europee e ancor di più di quelle americane, con record per Dow Jones e S&P 500, ha mostrato che i mercati sono ormai vaccinati anche nei confronti degli scontri istituzionali americani. Mentre in Giappone si registra il record del Nikkei, influenzato dalle possibili elezioni anticipate a breve termine.
Lo scontro su Powell
Sul caso-Powell non si è verificato, almeno per ora, lo scenario temuto da Scott Bessent: il segretario al Tesoro Usa, nel consigliare Trump di raffreddare lo scontro, temeva una ripercussione negativa sui mercati (il che, come abbiamo visto, non è avvenuto), ma anche un effetto contrario sull’opinione pubblica, con una crescente solidarietà nei confronti di Powell e il sorgere di più difficoltà nella sostituzione del numero uno Fed prima di fine mandato. Il banchiere centrale (che, ricordiamolo, era stato nominato proprio da Trump) ha affermato che si sta giocando una partita cruciale per mantenere l’indipendenza della Federal Reserve e la sua possibilità di decidere i tassi di interesse senza pressioni di tipo politico. Il che, formalmente, è corretto, anche se la realtà è un po’ differente. Perché la legge americana tutela certamente l’autonomia della banca centrale, ma il capo della Fed è comunque nominato dal presidente e, volente o nolente, deve fare da sempre i conti con i desiderata del partito al potere. Il motivo della strategia di Trump e dell’intensificazione dello scontro con un capo Fed in scadenza (con il suo successore già identificato) potrebbe sostanziarsi nell’andamento lento dell’economia americana (tecnologia a parte) e il bisogno di identificare un responsabile a dieci mesi dalle elezioni di mid term, che, secondo i sondaggi attuali, sarebbero favorevoli al Democratici.
Dazi sì, dazi no…
Un impatto potenzialmente più ampio potrebbe presentarsi se la Corte suprema americana decidesse di smontare, in tutto o in parte, l’architettura dei dazi trumpiani, con il rischio per il fisco Usa di dover restituire, secondo Trump, “molte centinaia di miliardi di dollari”. Insomma: se la Corte annulla le tariffe, ha proseguito il presidente, “siamo spacciati” (in realtà Trump ha utilizzato un’espressione più… colorita). La vertenza, partita da alcuni imprenditori americani e da 12 Stati e arrivata all’ultimo, inappellabile grado di giudizio, è incentrata sull’utilizzo, da parte del presidente, dell’International Emergency Economic Powers Act del 1977, legge che consente all’amministrazione in carica di introdurre leggi in caso di emergenza. Secondo i ricorrenti, le tariffe doganali di Trump non giustificavano un intervento di eccezione come lo Ieepa, e quindi il ricorso a questa misura non sarebbe legittimo; Trump sostiene invece che il fortissimo deficit commerciale americano può essere incluso nei casi che giustificano la proclamazione, da parte del presidente, dell’emergenza nazionale. Se la Corte desse ragione al tycoon, tutto resterebbe come adesso, e Trump avrebbe mano libera per imporre nuove tasse doganali (come quella del 25% appena annunciata nei confronti di “qualsiasi Paese che intrattenga relazioni commerciali” con l’Iran). Se invece i giudici propendessero per l’annullamento, si prevede un flusso di massa di denaro dal fisco alle aziende che hanno pagato dazi. Si parla anche di una terza opzione: lo stop da parte della Corte Suprema, ma con una sorta di “condono” per quanto è accaduto finora. Una sorta di cosa fatta capo ha in versione stelle e strisce. Questa soluzione intermedia eviterebbe rischi per l’economia, ma occorre capire se ha fondamenti legali. Difficile fare previsioni. C’è chi ricorda che la maggioranza dei giurati della Corte è stata nominata da presidenti repubblicani; tuttavia, i componenti del tribunale supremo sono indipendenti, e non devono rendere conto a nessuno, essendo in carica a vita: non per niente i magistrati hanno già smentito Trump nel corso del suo secondo mandato.
Il nodo Mercosur
C’è chi i dazi li vuole mantenere e chi li vuole togliere. L’Unione Europea ha infatti approvato l’accordo di libero scambio con il Mercosur (aggregazione economica sudamericana composta da Uruguay, Argentina, Brasile e Paraguay), non senza un dibattito convulso al suo interno. L’intesa – la cui firma è prevista il 17 gennaio ad Asunción – è stata infatti bocciata da Francia, Irlanda, Austria, Ungheria e Polonia, con l’astensione del Belgio, e ha provocato particolari tensioni a Parigi e rischi per la sopravvivenza del governo Lecornu, oltre alla protesta degli agricoltori. Protesta comprensibile: tra Europa e Sudamerica c’è un disavanzo commerciale fortissimo, e con questo accordo rischiamo di sacrificare la nostra agricoltura senza controllare i protocolli di produzione e salvaguardare gli stipendi dei dipendenti. Come è avvenuto tempo addietro con l’apertura alla Cina, mosse miopi e affrettate rischiano di danneggiare molti business e posti di lavoro.
Lavori in corso
E’ stato inaugurato con i final four di campionato e Coppa Italia di hockey il nuovo palazzetto olimpico di Santa Giulia, nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo. Inaugurato, abbiamo detto, ma non finito: vari spettatori accorsi per assistere alle partite, da una parte sono stati piacevolmente impressionati dall’impianto, dall’altra hanno sottolineato che, a meno di un mese dall’inizio dei Giochi, il palazzo non è ancora finito: cavi e tubi a vista e spogliatoi non pronti hanno dato un’idea di provvisorietà e di lavori in corso. Non bastasse questo, durante la partita d’esordio fra Varese e Caldaro è stato rilevato un buco nel ghiaccio, che ha costretto l’arbitro a interrompere il match per circa cinque minuti. Sicuramente, come di solito accade in questi casi, la corsa contro il tempo sarà ultimata prima dell’inizio della kermesse olimpica. A differenza di quanto accadrà per i lavori viari, soprattutto in Valtellina, ma anche a Milano, che non saranno terminati in tempo. Un’occasione persa, e dovuta anche alle procedure d’appalto lunghe e onerose tipiche della burocrazia italiana, che allungano i tempi in maniera smisurata e impediscono il rispetto delle scadenze predefinite.
Il “Trump Trade” fa volare i mercati americani
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La rielezione di Donald Trump ha trainato in maniera clamorosa le Borse americane, con record storici per Dow Jones e S&P500, mentre si sono verificati anche apprezzamento del dollaro (mai così forte sull’euro da metà aprile), ottima performance dei Treasury e poderoso balzo in alto dei bitcoin. La reazione decisamente euforica dei mercati made in Usa, definita Trump Trade, dipende sicuramente dal risultato netto uscito dalle urne (le Borse, come più volte ripetuto, non amano l’incertezza), ma soprattutto dal programma economico del tycoon, molto favorevole alle imprese e orientato al calo delle tasse per le aziende, con una campagna di reindustrializzazione del Paese. L’ampiezza dei risultati di Trump e la vittoria repubblicana in entrambe le Camere nel Congresso hanno reso ancora più netto l’entusiasmo dei mercati. Ma, per mantenere alto il morale, la nuova amministrazione americana dovrà mettere in atto il suo programma entro due anni. Prima, cioè, che un’eventuale ripresa dei democratici alle prossime elezioni di mid term tolga ai repubblicani la maggioranza di almeno una Camera. L’azione di Trump dovrà quindi dimostrarsi rapida, e le Borse americane sembrano averne preso coscienza.
Europa in controtendenza
Molto diverse, invece, le reazioni in Europa, dove i listini hanno accolto il trionfo del candidato repubblicano con un balzo all’indietro. In particolare, il nostro continente ha scontato le paure per i dazi, ma anche i timori sorti in Messico e in Sudamerica, macroaree in cui sono molto presenti le banche spagnole, il cui deprezzamento si è esteso, in un effetto domino, agli istituti di credito europei. Il parziale recupero di lunedì scorso, che sembrava aver coinvolto anche l’Europa nell’entusiasmo trumpiano, è stato poi smorzato il giorno seguente. Naturalmente, in un’economia malata come quella europea, anche un raffreddore si può trasformare in un febbrone da cavallo. Per l’Ue, le previsioni 2025 sono negative, e questo sicuramente non fa bene ai grafici delle Borse. A peggiorare le cose, le dimissioni di Olaf Scholz e le elezioni anticipate che creano ancora più incertezza per il futuro. Anche perché, se la Cdu-Csu è favoritissima per la vittoria finale, sembra comunque certo che non raggiungerà la maggioranza assoluta, obbligando i Cristiano Democratici ad allearsi con i liberali e, forse, anche con i socialisti nell’ennesima riedizione della Große Koalition. Una prospettiva di questo tipo potrebbe convincere gli elettori più conservatori della Cdu – già intimoriti dalle prospettive catastrofiche dell’economia – a rivolgersi più a destra, aprendo scenari inediti. Tutto questo mentre in Europa la Commissione von der Leyen 2 non si è ancora insediata, ma ha intenzione di proseguire la linea dell’esecutivo uscente, fortemente orientato a ostacolare il rilancio e penalizzare industrie e produzione. Se l’economia europea ancora resiste, nonostante la situazione preoccupante, occorre ringraziare il Pnrr e il calo dei tassi Bce, operazione che è ormai avviata e che presumibilmente proseguirà a pieno ritmo nei prossimi mesi.
Tassi: ultimo taglio Fed?
Attualmente, le politiche monetarie delle tre grandi banche centrali sono allineate: pochi giorni fa, sia la Banca d’Inghilterra, sia la Federal Reserve hanno diminuito i tassi di 25 punti base, portando il trend generale al ribasso. Ma, mentre ci si aspetta che Threadneedle Street si allinei alla tendenza seguita dall’Eurotower, Washington potrebbe fermarsi. Per due ragioni, una positiva e una negativa: in primo luogo, la campagna di incentivi alle aziende promessi da Trump, che potrebbero dare benefici al sistema economico; secondo, la possibilità concreta che gli Stati Uniti tornino a parlare di dazi, con il rischio di un rincaro dei prezzi e di un colpo di coda dell’inflazione negli Usa. Uno stop della Fed sui tassi, contemporanea a nuovi tagli a Francoforte e a Londra, potrebbe dare ancora più forza al dollaro, già sotto la fascia di sicurezza degli 1,06 per un euro; tuttavia, non sono solo le politiche monetarie a influire sul valore di una moneta, ma molte altre varianti. Per esempio, il debito pubblico, che negli Stati Uniti è molto alto.
Petrolio in calo
Se il dollaro sale, a scendere è il petrolio: il Wti si è avvicinato alla soglia psicologica dei 68 dollari al barile, mentre il Brent è nella parte bassa della fascia 70-80. Una notizia buona per le tasche degli europei e degli italiani. Che invece guardano con una certa apprensione i rincari delle bollette della luce, aumentate del 12,5% da sei mesi a questa parte. Non tanto a causa delle quotazioni alla Borsa di Amsterdam, ma per gli effetti negativi del mercato libero, principale colpevole di questo fenomeno. In Italia, le liberalizzazioni hanno generalmente portato a un aggravio di spesa per i cittadini; unica eccezione, quella della telefonia, che ha generato una vera concorrenza e una conseguente competizione verso il basso. Gli effetti delle privatizzazioni hanno fatto ricredere molti sostenitori di queste operazioni, mostrando che, alla fine, i monopoli pubblici gestivano in maniera più intelligente i servizi nei confronti dell’utente, creando un limite alle spese dei consumatori e arginando quanto in loro potere i rischi di inflazione.
Ita-Lufthansa, salvataggio in corner
Una privatizzazione che, invece, “s’ha da fare” è sicuramente quella di Ita, perché la ex Alitalia non gravi più (pesantemente) sulle tasche dei cittadini. Eppure, l‘operazione Lufthansa ha rischiato di saltare, per la richiesta, da parte della compagnia tedesca, di attivare la “clausola di aggiornamento” – che avrebbe diminuito il prezzo del vettore italiano in funzione del suo calo di valore – e di ottenere uno sconto di 10 milioni. Quando l’acquisizione sembrava a rischio, Lufthansa ha accettato di rinunciare alla clausola, salvando in corner l’intera operazione. Tuttavia, la partita non è ancora finita: a decidere di accogliere, o di bocciare, il passaggio di consegne del primo 41% di Ita dal governo di Roma alla compagnia aerea tedesca sarà l’Ue. Lufthansa è “fiduciosa”, ma i precedenti di Margrethe Vestager generano qualche timore, anche alla luce del fatto che il dossier Ita-Lufthansa sarà probabilmente l’ultima fatica della commissaria europea uscente alla Concorrenza.La conclusione di questa telenovela è prevista per fine mese.
Borse, un “pareggio” che vale una vittoria
Il gennaio dei listini europei sta trascorrendo all'insegna di una fase laterale, che potrebbe sembrare poco interessante. Tuttavia, in presenza di una situazione geopolitica molto difficile, questo andamento è sinonimo di ottima tenuta per i mercati. Anche in virtù del fatto che, dopo un anno di grandi prestazioni, non si è registrato il normale calo fisiologico che segue i rally prolungati. Settimana record a Wall Street. Anche se...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee stanno ancora attraversando una fase interlocutoria che dura più o meno da inizio anno. La chiusura moderatamente positiva registrata martedì scorso, seguita dal leggero calo di lunedì, è comunque parte del momento un po' laterale che è attualmente protagonista degli scambi. Unico acuto, per l'Italia, l'ulteriore abbassamento dello spread, ormai vicino a quota 150.
Ottima tenuta
Fase di stanca, si è detto, che però non è da sottovalutare. Perché, in presenza di una situazione internazionale così precaria ed esplosiva, anche un periodo all'insegna del trading range può essere definito molto positivo. Dimostra infatti che le Borse tengono, e tengono molto bene, anche in virtù del fatto che i mercati non hanno ancora “digerito” un 2023 molto brillante e un bimestre novembre-dicembre davvero eccezionale. Ora si attendono i dati di bilancio che saranno diffusi dalle aziende di casa nostra. Dati indispensabili per capire quale sarà la direzione delle Borse nel corso dei prossimi mesi.
Roba da grandi
Se i mercati europei (compresa Piazza Affari) tengono, Dow Jones e S&P 500 hanno archiviato una settimana da record, spinti dai dati positivi sul Pil made in Usa. Ma attenzione: non è tutto oro quel che luccica. Perché se scorporiamo i dati, possiamo vedere che a spingere i grafici in alto sono i grandi gruppi, soprattutto del settore tech. Se dunque togliessimo i big dall'indice, scopriremmo che la performance ottenute a New York non sono tanto differenti da quelle, calme e placide, delle Borse europee. Guardando l'evoluzione dei titoli tecnologici, che risentono della grande rivoluzione portata dall'intelligenza artificiale, occorrerà esaminare l'impatto a medio e lungo termine di questa disciplina.
Le banche centrali temporeggiano
Intanto, sempre negli Stati Uniti, si registra una crescita del 3,3% annualizzato, mentre cala l'inflazione (pur in presenza di un aumento dei prezzi). Questo doppio trend positivo sembrerebbe mostrare che, nonostante i tassi alti, le cose di oltre oceano vanno comunque bene. Bene al punto da instillare nei responsabili Fed l'idea di un rinvio dell'operazione per portare il costo del denaro a livelli più bassi? Difficile rispondere: le previsioni su questo argomento sono state spesso smentite, mentre, più in generale, è praticamente impossibile comprendere i ragionamenti delle banche centrali. Per fare un esempio, abbiamo visto la posizione di Christine Lagarde, presidente della Bce, che ha definito “prematuro” il taglio dei tassi – il che rende arduo prevedere se davvero quest'estate sarà avviata l'operazione in Europa. Sicuramente, prima di decidere, gli istituti centrali esamineranno i dati complessivi del primo trimestre di quest'anno, che non si preannunciano particolarmente brillanti.
L'auto elettrica non piace
Un freno allo sviluppo potrebbe provenire dall'interpretazione radicale delle politiche per il clima, che rischiano di trasformare un'esigenza corretta in una serie di gabbie per l'economia e i suoi operatori. E che già registra rinunce importanti. Prendiamo la transizione all'elettrico: è di non molti giorni fa la notizia sul passo indietro della Ford, che ha dimezzato la produzione del pick up F-150 Lightning, dopo quattro mesi di invenduto. Hertz, da parte sua, ha messo sul mercato 20.000 auto elettriche - settore su cui sembrava aver puntato parecchio - e sembra intenzionata a orientarsi nuovamente sui veicoli a benzina. Inutile girarci intorno: il sistema, così come è stato predisposto, non funziona ed è costosissimo sia per l’acquisto dell’auto, sia per i rifornimenti. C'è una sorta di presa di coscienza del consumatore che potrebbe cambiare le cose. In aggiunta a tutto questo, sembra che chi ha già deciso una via di fuga obbligata dall'alimentazione tradizionale a benzina o diesel (leggi: Unione Europea) abbia individuato una soluzione (la transizione obbligata all'elettrico) senza pensare alle evoluzioni prossime venture della ricerca. Non è infatti escluso che entro il 2035 emergano nuove alternative praticabili. Come le auto a idrogeno, che oggi sembrano avere controindicazioni non ancora risolte, ma che un domani potrebbero rivelarsi pronte all'utilizzo. E' similmente legata alla transizione ecologica la protesta degli agricoltori, che è partita in Olanda e in Germania e si è rapidamente diffusa in gran parte d'Europa, Italia compresa. I coltivatori stanno bloccando sempre più nodi di traffico e autostrade per protesta contro l'obbligo di ridurre le emissioni (del 55% entro il 2030 e del 100% nel 2050) e altre decisioni prese dal parlamento europeo (o da governi nazionali) senza un dialogo con la categoria.
Gnl, stop dagli Usa?
La versione radicale delle strategie “verdi” potrebbe rivelarsi anche causa di nuovi problemi legati al gas: il presidente americano Joe Biden ha messo in pausa il rafforzamento degli impianti legati all'export del Gnl. Una vera doccia fredda per l'Europa, che già ha ridotto notevolmente l'afflusso di gas russo e che rischia di trovarsi nuovamente in carenza di rifornimenti. Varie organizzazioni industriali europee, giapponesi e persino americane hanno scritto a Biden, invitandolo a riconsiderare questa disposizione. Tuttavia, non è facile che l'inquilino della Casa Bianca si smentisca: siamo in piena campagna elettorale e il tema green è uno dei pochi argomenti su cui il leader democratico può trovare consenso per sperare in una rielezione.
Euribor manipolato
Ha fatto molto discutere la sentenza della Cassazione sulla manipolazione dell'Euribor da parte di alcune banche europee. La nuova situazione potrebbe offrire la possibilità di ottenere rimborsi ai clienti che hanno acceso un mutuo variabile fra il 29 marzo 2005 e il 30 maggio 2008. Insorgeranno, per gli istituti di credito, problemi tali da compromettere l'ottimo andamento del settore? Assolutamente no. A poter chiedere il risarcimento saranno poche persone, e non è detto che tutti gli aventi diritto si imbarchino in una causa che potrebbe durare anni. Sono, tra le altre cose, esclusi dalla possibilità di ricorrere i clienti il cui contratto è ormai in prescrizione e quelli che riceverebbero un importo modesto. La sentenza dovrebbe dunque pesare sulle banche qualche decimale di punto: il suo valore è poco più che simbolico. Il tema vero non è rappresentato tanto dal ricalcolo delle commissioni, quanto dalle eventuali sanzioni civili per le aziende di credito che si sono rese protagoniste di questa operazione e quelle penali per i dirigenti. Un aspetto, questo, su cui però l'intervento dei tribunali sembra, almeno per ora, piuttosto carente.
Forte calo di Tesla: dobbiamo preoccuparci?
L'azienda di Elon Musk ha arretrato il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dal 2019. Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. Ma, se guardiamo i valori a lungo termine...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Primi dati del secondo trimestre 2023 per le aziende quotate americane. Ad aprire il giro dei numeri sono state Netflix e Tesla, che hanno entrambe deluso le aspettative. La società di intrattenimento e film in streaming ha ottenuto una crescita più debole del previsto - con annesso calo in Borsa - nonostante il record di abbonamenti dovuto anche alle nuove regole sulla condivisione delle password. Molto peggio è andata a Elon Musk, che nonostante il +20% dell'utile, ha visto arretrare il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dall'era pre-Covid (2019). Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. I dati fanno scalpore, ma non devono preoccupare troppo gli investitori. Perché, se guardiamo più attentamente, l'ammiraglia di Elon Musk ha visto arretrare il suo titolo dopo un guadagno di oltre il 100% da inizio anno. Più che un crollo, dunque, si tratta di un riassestamento su posizioni comunque molto vantaggiose. Più che la situazione di Tesla – gestibilissima – Elon Musk si dovrebbe preoccupare di Twitter, che finora si è dimostrato un investimento poco riuscito. Qualcuno ha persino affermato che il recente cambiamento del logo del social network – dal tradizionale uccellino blu a un'anonima X – sia un modo per distrarre l'attenzione generale dalla sostenibilità di Twitter, deviandola su argomenti più leggeri.
Parola d'ordine: mantenere
Il calo di Tesla non ha frenato la corsa delle Borse americane. Il Dow Jones, per esempio, da anni non chiudeva con nove sedute consecutive in rialzo. L'Europa, invece, non ha offerto grossi spunti: siamo ancora in una fase di calma, aspettando settembre. Il consiglio per gli investitori non cambia da quelli espressi in precedenza: mantenere, mantenere e mantenere, senza aumentare le posizioni (o almeno senza farlo troppo). Il mercato è ancora ben intonato, ma tiene per inerzia: le altre trimestrali e lo “scavallamento” dell'estate schiariranno le idee un po' a tutti.
Punto di domanda
Naturalmente, di qui ad agosto c'è anche l'appuntamento con le decisioni di Fed e Bce sui tassi. I mercati sono convinti che il rialzo estivo di Washington e Francoforte avverrà, sempre nella misura dello 0,25%. La vera incognita è l'appuntamento successivo, più incerto per la Federal Reserve (aperta allo stop definitivo se i dati di inflazione lo permetteranno), meno per la Banca Centrale Europea, che potrebbe fermarsi solo dopo i due interventi ritenuti probabili da mercati e analisti. Attualmente, l'economia americana sta comunque meglio di quella Ue, il cui momento negativo è, ancora una volta, influenzato dalla lunga guerra russo-ucraina. Mentre, ironia della sorte, la pur sanzionata Russia registrerà performance migliori rispetto ai principali paesi dell'Unione, e probabilmente anche della stessa Eurozona. Questo perché, mentre l'Occidente prosegue con la politica di embargo, la maggior parte del mondo non ha smesso di fare affari con Mosca, sfruttando anzi i prezzi migliori che, data la situazione geopolitica, si possono spuntare.
Braccio di ferro sul grano
Questa situazione non cambia neppure in tempo di “guerra del grano”, i cui effetti si potrebbero sentire presto sulle economie dell'Europa occidentale. Anche se, a quanto sembra, gli ucraini sembrano aver trovato vie alternative per assicurarne il passaggio. In questo caso, gli eventuali aumenti dei generi alimentari sarebbero da attribuire alla solita speculazione, i cui effetti nefasti abbiamo già sperimentato con le bollette di luce e gas. Finora, l'unica conseguenza tangibile sull'economia mondiale dovuto al braccio di ferro è l'aumento del petrolio, che però ha superato solo di poco gli 80 dollari, da qualche settimana limite massimo ufficioso del “territorio di sicurezza”.
Calciatori d'Arabia
L'Arabia Saudita segue una politica ormai consolidata all'insegna dei tagli alla produzione di greggio, ma non bada a spese per il suo nuovo business: la realizzazione di una lega calcio competitiva, che a suon di petrodollari attiri i migliori giocatori del mondo. Un campionato che non vuole certo proporsi come ultimo approdo per molti campioni anziani – come furono la lega americana degli anni Settanta, con l'ingaggio di fuoriclasse del calibro di Pelé e Franz Beckenbauer, e il più recente ma egualmente effimero campionato cinese. Se i sauditi hanno ingaggiato un Cristiano Ronaldo ormai a fine carriera, stanno infatti portando a casa anche giocatori nel pieno del vigore, e provando affondi clamorosi (come l'offerta folle di 300 milioni di euro per Kylian Mbappé). Lo scopo dell'offensiva di Riad sul calcio è creare un campionato di poche squadre che possa affiancarsi ai tradizionali appuntamenti calcistici europei e sudamericani, facendo concorrenza a tornei di lunga tradizione e “tirando la volata” a un eventuale campionato del mondo in Arabia. Tuttavia, c'è forse anche un ulteriore obiettivo: indebolire le squadre che partecipano alla Champions League – o, almeno, quelle che non hanno una proprietà riconducibile alle ricche famiglie della penisola arabica. Non per niente, le squadre della Saudi Professional League puntano soprattutto (anche se non solo) su giocatori svincolati, il cui ingaggio non prevede la corresponsione di denaro al club di origine del calciatore.
Perplessità elettriche
Se l'Arabia Saudita cerca di comprarsi un ruolo nel calcio, la Cina potrebbe prendersi, dal 2035 in poi, l'automotive. Tuttavia, il passaggio della mobilità all'elettrico desta sempre più perplessità. Oltre al ridimensionamento di un'industria fondamentale per paesi come Italia, Germania e Francia, sono sempre più all'ordine del giorno questioni di sicurezza: in caso di urto, le auto elettriche provocano un incendio, se non un'esplosione. È sufficiente una scintilla oppure una giornata di caldo estremo per combinare il patatrac. Inoltre, la ricarica di queste vetture è troppo lenta, e in alcuni casi impossibile. Prendiamo l’esempio del terribile uragano con trombe d'aria che solo poche ore fa ha sconvolto il nord Italia, provocando parecchi danni a Milano. Poco dopo il passaggio della tromba d'aria, la metropoli ambrosiana è stata interessata da lunghi black out elettrici, che in alcuni casi si sono spinti oltre le tre ore. In questo caso, anche la ricarica notturna dell'automobile subirebbe un lungo stop, rendendo inservibile la vettura per un lungo periodo.
Piccole (e grandi) filiali chiudono
Non è la regolamentazione, ma la tecnologia a far chiudere sempre più sportelli bancari. Secondo una rilevazione della First Cisl, da inizio anno in Italia hanno terminato di operare quasi 600 filiali, con Milano leader di questa tendenza. Oltre all'effetto chiaro e innegabile della digitalizzazione, è possibile anche riscontrare un'altra causa: prima del boom dell'on line banking, era avvenuta una deregolamentazione per l'apertura delle agenzie, che aveva sostituito la vecchia disciplina di autorizzazione rigida da parte di Bankitalia per qualsiasi nuova inaugurazione. Gli sportelli che anni fa aprivano in numero elevato ora causano esuberi, spesso gestiti con scivoli e prepensionamenti di personale. A perderci sono soprattutto gli over 70, in molti casi poco abituati alle nuove tecnologie mobile e, oltretutto, bisognosi di rapporti umani che il digitale inevitabilmente riduce. Non è da escludere, in caso di chiusura di filiali, che alcuni anziani effettuino una scelta di prossimità. Con l'addio alla banca che ha rinunciato allo sportello in zona e l'approdo a un altro istituto che ha mantenuto la succursale sufficientemente vicina al loro domicilio.
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Wall Street da record, Borse europee più tranquille
Il Dow Jones ha superato i massimi storici e il Nasdaq raggiunge livelli molto alti, trainato dall'intelligenza artificiale. Nel nostro continente, invece, i listini procedono in ordine sparso, in attesa dei dati di metà anno delle società quotate. La Legge sul ripristino della natura e i suoi rischi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Record assoluto per il Dow Jones, che ha superato i massimi storici, mentre il Nasdaq ha raggiunto il livello migliore degli ultimi sei anni. Tra gli elementi che hanno spinto in alto Wall Street, il calo dell'inflazione Usa, mentre il recupero della fiducia delle famiglie americane (con l'indice più alto dal 2021) ha influito molto meno: si tratta infatti di una percezione, che dipende dal ciclo economico ed è stata fortemente influenzata dall'aumento dei salari. L'exploit delle Borse di oltre oceano non è stato intaccato neppure dallo stop russo agli accordi sul passaggio del grano nel Mar Nero. Occorre però effettuare un distinguo. Prendiamo le 500 società quotate all'indice S&P: sette di queste aziende capitalizzano il 30% dell'intero indice, trainate anche dal boom (che potrebbe rivelarsi una bolla) dell'intelligenza artificiale. Ad avere frantumato i record sono soprattutto questi sette titoli. Se scorporiamo le restanti 493 imprese, gli enormi rialzi si riducono al 2%.
Una breve attesa
Ora, in ogni caso, i mercati americano ed europeo (meno brillante e con andamento “misto”) attendono i dati di metà anno, per capire da che parte tirerà il vento del ciclo economico. Per ora, gli investitori possono proseguire in una strategia di mantenimento (soprattutto su Piazza Affari, ancora sostenuta da un buon flusso di dividendi, in media al +4%), senza però lasciarsi prendere la mano dagli acquisti. E raddrizzando le antenne, per captare gli eventuali, primi segnali di un possibile storno: la lunga stagione dei rialzi è iniziata lo scorso 6 ottobre ed è stata attutita solo da un periodo di trading range: prima o poi è comprensibile aspettarsi una correzione. Anche perché le avvisaglie ci sono tutte, e ci mostrano indizi di rallentamento del ciclo economico. Mentre in Asia la Cina non cresce più come prima.
Banche centrali: quanti rialzi?
I timori di una nuova crisi economica sono molto alti, ma le banche centrali si apprestano a un altro rialzo dei tassi. Occorrerà capire di quanto saliranno. Jamie Dimon, presidente e ceo di Jp Morgan, ha previsto una nuova crescita dell'inflazione Usa, che potrebbe portare i tassi di interesse al 6% o al 7% in breve tempo, rendendo inevitabile una recessione. Che cosa farà, invece, la Bce? Ancora non si sa. L'Eurotower non ha ritenuto sufficiente il calo di ritmo dell'inflazione registrato a giugno (la sua crescita è stata del 6,4%, contro il 7,6% di maggio), e quasi sicuramente procederà, prima di fine mese, a un lla che nuovo ritocco dello 0,25%. La notizia è che l'intervento potrebbe essere l'ultimo. Il probabile stop di agosto fungerà anche da pausa di riflessione, con esiti ancora tutti da definire, specialmente se l'inflazione dovesse confermare il trend ribassista. Una posizione - quetende a condizionare la decisione all'esame dei dati - su cui si è detto favorevole anche Joachim Nagel, presidente di Bundesbank, nonché sostenitore della politica di inasprimento monetario intrapreso nel corso di quest'ultimo anno dalla Bce.
Il monito di Visco
Leggere i dati, certo: ma come? Lo deciderà l'ennesimo confronto fra “falchi” e “colombe” nell'ambito dell'Eurotower: i primi più concentrati sulla lotta al vortice inflattivo, i secondi sulla prevenzione dei rischi di recessione che incombono sull'economia europea. Nel secondo gruppo c'è Ignazio Visco, governatore di Banca d'Italia, che ieri, in un'intervista a Bloomberg Tv, a margine del G20 di Gandhinagar (India) ha voluto piazzare qualche paletto. L'inflazione, ha detto il governatore di Banca d'Italia, “scenderà ancora perché inizieranno a riflettersi gli effetti della riduzione del prezzo dell'energia”. Secondo Visco, il calo “sarà più veloce del previsto". Anche se l'inflazione core, ha aggiunto, “si sta mostrando ancora ostinata". L'obiettivo del 2% previsto entro fine 2025, ha poi puntualizzato, “potrebbe essere raggiunto prima del previsto ". In ogni caso, ha concluso, “non penso che abbiamo bisogno di una recessione. Possiamo disinflazionare l'economia senza” doverci per forza arrivare. E, aggiungiamo noi, senza vedere aumentare la rata media dei mutui casa, che è già salita della percentuale monstre del 28%. E che sta mettendo a rischio i rimborsi di chi ha scelto la formula a tasso variabile, che ora si sta dimostrando particolarmente discutibile.
Legge sul “ripristino della natura”: economie a rischio?
A Bruxelles, dopo uno scontro senza precedenti, il Parlamento europeo ha votato la controversa Legge sul ripristino della natura, con uno scarto di appena 21 voti. La norma prevede, entro il 2030, di reintrodurre non meno del 20% degli habitat perduti o minacciati. Questo, secondo i sostenitori della misura, contribuirebbe alla lotta contro i cambiamenti climatici, invertendo il trend che sta portando il pianeta alla perdita di biodiversità. Una posizione che è stata contrastata da chi ha votato contro questa norma, nella convinzione che questi obiettivi debbano essere raggiunti in maniera graduale e senza minacciare le attività economiche. La legge appena approvata, infatti, non si applicherebbe solo alle aree protette, ma anche alle zone attualmente adibite ad attività agricole o produttive. Causando, di fatto, una minaccia per varie imprese. Si teme che la legge possa dare il via libera a situazioni estreme, simili a quella che si è creata in Olanda, dove il governo Rutte ha fatto dell'obbligo di abbattere di un terzo dei capi fra mucche, maiali e galline un cavallo di battaglia. Una posizione che ha scatenato la dura protesta degli allevatori e minato il consenso popolare all'esecutivo, poi caduto sulla legge migranti. La Legge sul ripristino della natura, dunque, rischia di replicare in altri paesi d'Europa (prima di tutto in Francia) situazioni simili. E, di conseguenza, di favorire tagli abnormi a produzioni agricole e casearie, causare proteste popolari e provocare perdite alle aziende. Creando, oltretutto, fenomeni paradossali, che facilmente vedrebbero i paesi europei sopperire alla carenza di raccolto e produzione importando da paesi che non soggiacciono a misure di questo tipo, né agli scrupolosi controlli igienici comunitari. Risultato? Un peggioramento della qualità del cibo sulle nostre tavole e vari danni alle nostre economie. Oltre che, last but not least, una pericolosa perdita di autosufficienza dell'Europa, che metterebbe il nostro continente alla mercé di altre aree del mondo. Come già avviene per altri comparti produttivi.
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La volatilità è ancora protagonista
Inflazione, guerra, aumento delle materie prime e pandemia dominano ancora i mercati. E rendono gli investitori cauti e timorosi. Mentre lo spread torna sopra quota 200.
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
La volatilità domina ancora sui mercati. E gli investitori restano cauti, timorosi, in attesa di avere le idee più chiare sul prossimo trend dei listini. Mentre non accennano a dissolversi le quattro principali cause dell'incertezza – e cioè inflazione, guerra, forte aumento dei prezzi dell'energia e pandemia, con annesso lockdown cinese. A questo proposito, si parla di un imminente ammorbidimento delle restrizioni a Shanghai, che potrebbe portare a un alleggerimento della volatilità sui mercati; tuttavia, il problema potrebbe ripresentarsi in un'altra area del Paese.
Molti dubbi anche sul fronte tassi, dato che i rialzi, almeno finora, sono stati annunciati, ma non ancora applicati: la Fed dovrebbe arrivare al 3% entro fine anno, mentre è ancora nebbia sul futuro del tasso Bce, per ora fermo allo 0%.
Il rimbalzo che non c'è
In generale, i dati di mercato restano critici e anche le previsioni ottimistiche sono state smentite: per venerdì scorso ci si aspettava un rimbalzo, che invece non è avvenuto. Solo un lieve e poco incisivo scostamento.
In particolare, negli Stati Uniti ha influito un'ondata di trimestrali deludenti, guidate dai risultati poco soddisfacenti ottenuti da Walmart.
E così il Dow Jones ha chiuso l'ottava settimana consecutiva in ribasso: non accadeva dal 1932. A Wall Street, da inizio anno, l'indice S&P500 ha perso oltre il 18%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno quasi il 30%, dopo aver chiuso una nuova settimana in negativo (sono sette consecutive, come non succedeva da marzo 2001).
Gestori divisi
I timori di un crollo della Borsa americana sono abbastanza forti, anche se finora non ci sono stati segnali di panic selling. I gestori sono divisi sulle previsioni per il futuro: c'è spazio anche per i meno pessimisti, che vedono imminente il picco negativo, con una successiva ripresa. Gli ottimisti possono sperare che questa settimana si possa fermare il ciclo ribassista e bloccare un nuovo record negativo.
Uno scenario meno probabile per i titoli tecnologici, che probabilmente proseguiranno il loro assestamento in basso, a livelli più consoni al loro reale valore. E' caduto un nuovo titolo Nasdaq: dopo Amazon e Apple, il protagonista negativo è stato Snapchat, calato di oltre il 40% questo martedì.
Alt al dollaro
In questo contesto l'oro appare particolarmente volatile, sceso a circa 1.800 dollari l'oncia la scorsa settimana per poi recuperare parzialmente all’avvio di questa settimana: i rumours sulla possibile vendita di metallo giallo da parte delle banche centrali fanno temere un decremento abbastanza rilevante, confermando che il ruolo dell'oro come bene rifugio appartiene al passato. Sembra finita anche la rincorsa del dollaro sull'euro: il biglietto verde è arretrato a 1,07, e potrebbe tornare presto oltre la soglia psicologica di 1,08.
I bitcoin, da parte loro, sono ancora in una fase molto tribolata: dopo aver superato l'asticella dei 30.000 dollari, la principale valuta virtuale è tornata a scendere. Impossibile ora prevedere se la cryptomoneta sia pronta per un pur parziale recupero o soggetta a nuovi ribassi.
Il caro-petrolio non ferma il turismo
A salire ancora è invece il petrolio, che ha visto Brent e Wti appaiati, in una situazione di quasi parità, intorno a quota 110.
Il rincaro del greggio impatta su famiglie e imprese di ogni settore produttivo. Anche sul turismo, già colpito dal Covid: i biglietti aerei, a causa del caro-carburante, sono aumentati di molto, in alcuni casi raddoppiati. Eppure, sembra che le prenotazioni di viaggi e vacanze si stiano incrementando in maniera inattesa. Nonostante i rincari, nonostante il minor reddito disponibile da parte dei consumatori, nonostante la carica infettiva di Omicron e delle nuove varianti.
Pare che la voglia di vacanze sia più forte degli ostacoli sul cammino. È quindi tempo per investire nei titoli delle aziende turistiche? Troppo presto per dirlo, anche se i dati sembrano promettenti: è sempre utile considerare i problemi legati alla marginalità di compagnie aeree e aziende turistiche. Occorrerà, dunque, attendere ancora un po' per avere le idee più chiare.
Tasse, verso un nuovo aumento?
In Europa, invece, è lo spread che torna a fare paura: il suo livello è tornato intorno ai 200 punti. Come se non bastasse, il rialzo del differenziale ha portato con sé i moniti della Bce sulla spesa pubblica dei Paesi euro. E, con quello, le sollecitazioni delle autorità comunitarie sull'aumento delle tasse. Sollecitazioni che “magicamente” appaiono dal cilindro non appena lo spread sale.
Sono anni che la Commissione Europea preme per un aumento delle imposte sulla casa in Italia – i cui livelli, tra l'altro, sono già elevatissimi: se il governo cedesse su questo punto, rischierebbe di distruggere il valore del settore immobiliare, già intaccato dall'aumento dei costi.
A proposito di Unione Europea, è recente l'idea di rendere obbligatori i pannelli solari su tutti i fabbricati. È lecito l’auspicio che, qualora ciò avvenga, sia posta molta attenzione all’impatto sugli immobili storici, che in Italia e in Europa abbondano e contribuiscono a rendere uniche e inimitabili le nostre città.
Al contempo, potrebbe essere auspicabile sostenere economicamente la transizione verso le energie rinnovabili da parte dei privati.
In questo momento storico resta sempre il dubbio: è lecito anteporre la scelta ecologica a qualsiasi altra considerazione, sanzioni comprese? O è meglio svincolarci del tutto del gas russo, magari riaprendo le centrali a carbone fino a ieri ritenute letali per il futuro del pianeta? Il primo scenario imporrebbe una scelta di Realpolitik, il secondo porterebbe ulteriori rincari a famiglie già duramente colpite dall’inflazione.
Tutto questo in uno scenario che vede, in un trend di strutturale decremento demografico, aumentare la disoccupazione giovanile e crescere il numero dei cosiddetti Neet, cioè i cittadini fra i 15 e i 30 anni che non studiano, né lavorano. Il che è davvero preoccupante, dato che stiamo parlando dei lavoratori del futuro.
Finché gli attuali over 60 saranno in grado di intervenire e sostenere figli e nipoti, questo allarme rimarrà sotto controllo. Ma con il passare degli anni i problemi sociali prima o poi emergeranno, anche alla luce del crescente dumping salariale e della precarietà ormai eretta a sistema. E la soluzione sarà davvero difficile.






