Evergrande, niente di nuovo sotto il sole

La mossa del gruppo immobiliare cinese, che ha presentato istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale di Manhattan, non rappresenta una grande novità, dato che la società era di fatto già fallita due anni fa. A preoccupare sono altri rischi, ben più inquietanti...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La tranquillità che solitamente si accompagna all'agosto del mondo finanziario è stata apparentemente scossa dal caso Evergrande. Proprio due giorni dopo Ferragosto, il promotore immobiliare cinese ha dichiarato bancarotta protetta negli Stati Uniti, depositando l'istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale fallimentare di Manhattan. Evergrande proverà a ristrutturare il debito offshore e sta già imbastendo trattative a Hong Kong con i molti creditori (per centinaia di miliardi di dollari).

Timori esagerati

I giornali hanno fatto di questa notizia un lancio da prima pagina, accanto alle solite news sul nuovo anticiclone caldo e le altrettanto usuali indiscrezioni politiche. A rimbalzare sul tam tam di giornali, radio, televisioni e testate web sono state due domande: “Siamo di fronte a una nuova Lehman?” “Il Chapter 15 di Evergrande porterà fallimenti a catena?”. Questi timori sono per lo meno esagerati. Perché Evergrande era già fallita due anni fa in Cina, quando non aveva rimborsato i suoi obbligazionisti. E la mossa del promotore immobiliare negli Stati Uniti è stata poco più che un colpo di coda di una situazione già giudicata drammatica nel 2021. In altri termini, probabilmente non si verificherà una nuova Lehman, anche se certamente si possono prevedere alcune conseguenze serie.

Zhongrong e le banche ombra

A destare preoccupazione sono invece intervenute altre situazioni problematiche, in una bolla più ampia che sembra aver decretato la fine del boom cinese. Tra queste, la crisi di Zhongrong Trust, che non ha rimborsato gli importi dovuti agli investitori e che, secondo le stime, sarebbe indebitata per circa 3mila miliardi di dollari – una somma forse troppo cospicua per sperare in un intervento pubblico. Il caso Zhongrong potrebbe nascondere una crisi più ampia delle banche ombra cinesi, con conseguenze molto critiche per il sistema economico di Pechino. Oltre a questo, fa paura la scelta, da parte delle autorità della seconda potenza mondiale, di non diffondere i dati sulla disoccupazione giovanile, evidentemente troppo alti e in grado di generare timori diffusi. Il rallentamento di Pechino, tuttavia, non dipende solo da dinamiche interne al mercato cinese, ma anche dalla strategia America First lanciata da Donald Trump e confermata da Joe Biden, che ha riportato in patria varie attività in precedenza delocalizzate in Cina. Una mossa che ha costretto Pechino a rinsaldare i rapporti, anche economici, con i Brics, rafforzando alleanze con paesi una volta rivali (India e Russia). Questi accordi, prevedibilmente, diventeranno ancora più stretti dopo le iniziative economiche e geopolitiche intraprese dagli Stati Uniti, come il recente vertice multilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud. Troppo enfatizzati, infine, l'effetto del taglio dei tassi deciso dalle autorità economiche di Pechino per spingere i cittadini ai consumi (in un trimestre sono passati dal 2,65% al 2,50% - quasi un'inezia) e il presunto “crollo” dello yuan, che in un anno ha perso poco più del 3% nei confronti del dollaro. Una percentuale certamente minore rispetto a quanto l'euro aveva lasciato sul terreno nei mesi successivi all'attacco russo in Ucraina.

Il crollo del rublo

Se per lo yuan non si può parlare di “crollo”, ma solo di calo – e non così pesante – la situazione del rublo è invece molto seria. La moneta russa ha infatti perso il 40% circa su euro e dollaro. Che cosa ha causato la picchiata della divisa di Mosca? La risposta non è automatica, dato che l'economia russa è piuttosto opaca e i suoi numeri sono difficili da leggere in modo esaustivo. Quasi certamente, però, a causare la crisi è stato soprattutto lo sforzo economico per sostenere la guerra, combinato con la natura del rublo che, in quanto moneta parzialmente liquida, è più volatile rispetto ad altre divise. Ha contribuito anche l'indebitamento maggiore del paese, che ha risentito del blocco di potenziali compratori di valuta da parte del mondo commerciale. D'altra parte, però, la Russia ha aperto fronti (politici, ma anche economici) in Africa, attirando nella sua sfera di influenza alcuni paesi ricchi di materie prime - ultimo tra i quali il Niger, che dopo il colpo di stato si è allontanato dall'atavico controllo francese post-coloniale per avvicinarsi a Mosca. Un allargamento a macchia d'olio dell'influenza russa (e cinese) in Africa potrebbe rivelarsi in grado di dirottare molte materie prime lontane dal mondo occidentale e di utilizzare forti ondate migratorie come arma di ricatto nei confronti del Vecchio Continente.

Rischio pantano per l'economia

Un'Europa che, intanto, dibatte ancora sui tassi. Perché non è detto che la stagione dei rialzi sia archiviata: è stato ipotizzato (anche se, per la verità, non è molto probabile) che, nonostante le ultime dichiarazioni abbastanza rassicuranti in casa Bce, i falchi finiscano per prevalere. E per imporre un nuovo ritocco verso l'alto. Prima che, finalmente, si possa dire la parola fine sulla stretta monetaria e iniziare a pianificare il ritorno “a valle”. Eppure, l'inflazione europea è in discesa: si può prevedere che a fine anno ci attesteremo fra il 3% e il 4%. Il campanello d'allarme ora è un altro: si è tirata troppo la corda e l'economia si sta impantanando un po' ovunque. E' possibile che nel 2024 la Bce sia costretta ad abbassare i tassi con una velocità maggiore rispetto alle previsioni, per scuotere un'economia in stallo ed evitare una recessione profonda e molto pericolosa. Un dato simbolico che fotografa questa situazione è rappresentato dalle presenze 2023 nelle nostre località di mare, che nonostante la voglia di vacanze dopo anni di restrizioni Covid ha comunque fatto registrare un preoccupante -20% anno su anno. Una tendenza al risparmio che si è vista anche nei supermercati, dove da un po' di mesi i prodotti vicini alla scadenza (e quindi molto scontati) sono molto più gettonati rispetto agli anni precedenti.

Rischi anche negli Stati Uniti

Nonostante la natura diversa dell'inflazione americana, che ha reso più giustificati (o meno ingiustificati, fate voi) gli aumenti dei tassi decisi dalla Fed, anche negli Stati Uniti la stretta monetaria sta presentando problemi. Forse ancora più preoccupanti. Uno dei campanelli d'allarme evidenzia il rischio dei tassi alti sull'immobiliare americano e sui rifinanziamenti dei private equity, che rischiano (ben più del crack Evergrande) di causare una nuova crisi globale. Anche la Fed potrebbe vedersi costretta, dal 2024 in avanti, a un tour de force in discesa, per evitare all'economia americana di fermarsi. E per cercare di disinnescare “bombe inesplose” disseminate sul terreno accidentato del real estate.

Piazza Affari, rimbalzano i bancari

Intanto, le Borse europee hanno chiuso la settimana un po' in flessione. Soprattutto Piazza Affari, che ha ancora risentito del calo degli onnipresenti titoli bancari, a causa della tassa sugli extra-profitti. Venerdì scorso, Milano ha chiuso a -0,42%, dopo essere scesa più volte sotto l'1%. La controtendenza, però, non si è fatta attendere: lunedì i bancari sono generalmente risaliti. Perché, molto probabilmente, si è rimarginato un timore che in fondo è soprattutto psicologico. Nella peggiore delle ipotesi, la tassa - ammesso che si riveli un prelievo una tantum – avrà un impatto del 10% sugli utili netti di quest'anno e le conseguenze si riveleranno così assolutamente gestibili. In questa situazione, per gli investitori, è bene tenere le posizioni. E aspettare le prime indicazioni relative all'apertura di settembre, che tradizionalmente chiude il classico “armistizio” estivo delle Borse.

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Forte calo di Tesla: dobbiamo preoccuparci?

L'azienda di Elon Musk ha arretrato il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dal 2019. Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. Ma, se guardiamo i valori a lungo termine...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Primi dati del secondo trimestre 2023 per le aziende quotate americane. Ad aprire il giro dei numeri sono state Netflix e Tesla, che hanno entrambe deluso le aspettative. La società di intrattenimento e film in streaming ha ottenuto una crescita più debole del previsto - con annesso calo in Borsa - nonostante il record di abbonamenti dovuto anche alle nuove regole sulla condivisione delle password. Molto peggio è andata a Elon Musk, che nonostante il +20% dell'utile, ha visto arretrare il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dall'era pre-Covid (2019). Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. I dati fanno scalpore, ma non devono preoccupare troppo gli investitori. Perché, se guardiamo più attentamente, l'ammiraglia di Elon Musk ha visto arretrare il suo titolo dopo un guadagno di oltre il 100% da inizio anno. Più che un crollo, dunque, si tratta di un riassestamento su posizioni comunque molto vantaggiose. Più che la situazione di Tesla – gestibilissima – Elon Musk si dovrebbe preoccupare di Twitter, che finora si è dimostrato un investimento poco riuscito. Qualcuno ha persino affermato che il recente cambiamento del logo del social network – dal tradizionale uccellino blu a un'anonima X – sia un modo per distrarre l'attenzione generale dalla sostenibilità di Twitter, deviandola su argomenti più leggeri.

Parola d'ordine: mantenere

Il calo di Tesla non ha frenato la corsa delle Borse americane. Il Dow Jones, per esempio, da anni non chiudeva con nove sedute consecutive in rialzo. L'Europa, invece, non ha offerto grossi spunti: siamo ancora in una fase di calma, aspettando settembre. Il consiglio per gli investitori non cambia da quelli espressi in precedenza: mantenere, mantenere e mantenere, senza aumentare le posizioni (o almeno senza farlo troppo). Il mercato è ancora ben intonato, ma tiene per inerzia: le altre trimestrali e lo “scavallamento” dell'estate schiariranno le idee un po' a tutti.

Punto di domanda

Naturalmente, di qui ad agosto c'è anche l'appuntamento con le decisioni di Fed e Bce sui tassi. I mercati sono convinti che il rialzo estivo di Washington e Francoforte avverrà, sempre nella misura dello 0,25%. La vera incognita è l'appuntamento successivo, più incerto per la Federal Reserve (aperta allo stop definitivo se i dati di inflazione lo permetteranno), meno per la Banca Centrale Europea, che potrebbe fermarsi solo dopo i due interventi ritenuti probabili da mercati e analisti. Attualmente, l'economia americana sta comunque meglio di quella Ue, il cui momento negativo è, ancora una volta, influenzato dalla lunga guerra russo-ucraina. Mentre, ironia della sorte, la pur sanzionata Russia registrerà performance migliori rispetto ai principali paesi dell'Unione, e probabilmente anche della stessa Eurozona. Questo perché, mentre l'Occidente prosegue con la politica di embargo, la maggior parte del mondo non ha smesso di fare affari con Mosca, sfruttando anzi i prezzi migliori che, data la situazione geopolitica, si possono spuntare.

Braccio di ferro sul grano

Questa situazione non cambia neppure in tempo di “guerra del grano”, i cui effetti si potrebbero sentire presto sulle economie dell'Europa occidentale. Anche se, a quanto sembra, gli ucraini sembrano aver trovato vie alternative per assicurarne il passaggio. In questo caso, gli eventuali aumenti dei generi alimentari sarebbero da attribuire alla solita speculazione, i cui effetti nefasti abbiamo già sperimentato con le bollette di luce e gas. Finora, l'unica conseguenza tangibile sull'economia mondiale dovuto al braccio di ferro è  l'aumento del petrolio, che però ha superato solo di poco gli 80 dollari, da qualche settimana limite massimo ufficioso del “territorio di sicurezza”.

Calciatori d'Arabia

L'Arabia Saudita segue una politica ormai consolidata all'insegna dei tagli alla produzione di greggio, ma non bada a spese per il suo nuovo business: la realizzazione di una lega calcio competitiva, che a suon di petrodollari attiri i migliori giocatori del mondo. Un campionato che non vuole certo proporsi come ultimo approdo per molti campioni anziani – come furono la lega americana degli anni Settanta, con l'ingaggio di fuoriclasse del calibro di Pelé e Franz Beckenbauer, e il più recente ma egualmente effimero campionato cinese. Se i sauditi hanno ingaggiato un Cristiano Ronaldo ormai a fine carriera, stanno infatti portando a casa anche giocatori nel pieno del vigore, e provando affondi clamorosi (come l'offerta folle di 300 milioni di euro per Kylian Mbappé). Lo scopo dell'offensiva di Riad sul calcio è creare un campionato di poche squadre che possa affiancarsi ai tradizionali appuntamenti calcistici europei e sudamericani, facendo concorrenza a tornei di lunga tradizione e “tirando la volata” a un eventuale campionato del mondo in Arabia. Tuttavia, c'è forse anche un ulteriore obiettivo: indebolire le squadre che partecipano alla Champions League – o, almeno, quelle che non hanno una proprietà riconducibile alle ricche famiglie della penisola arabica. Non per niente, le squadre della Saudi Professional League puntano soprattutto (anche se non solo) su giocatori svincolati, il cui ingaggio non prevede la corresponsione di denaro al club di origine del calciatore.

Perplessità elettriche

Se l'Arabia Saudita cerca di comprarsi un ruolo nel calcio, la Cina potrebbe prendersi, dal 2035 in poi, l'automotive. Tuttavia, il passaggio della mobilità all'elettrico desta sempre più perplessità. Oltre al ridimensionamento di un'industria fondamentale per paesi come Italia, Germania e Francia, sono sempre più all'ordine del giorno questioni di sicurezza: in caso di urto, le auto elettriche provocano un incendio, se non un'esplosione. È sufficiente una scintilla oppure una giornata di caldo estremo per combinare il patatrac. Inoltre, la ricarica di queste vetture è troppo lenta, e in alcuni casi impossibile. Prendiamo l’esempio del terribile uragano con trombe d'aria che solo poche ore fa ha sconvolto il nord Italia, provocando parecchi danni a Milano. Poco dopo il passaggio della tromba d'aria, la metropoli ambrosiana è stata interessata da lunghi black out elettrici, che in alcuni casi si sono spinti oltre le tre ore. In questo caso, anche la ricarica notturna dell'automobile subirebbe un lungo stop, rendendo inservibile la vettura per un lungo periodo.

Piccole (e grandi) filiali chiudono

Non è la regolamentazione, ma la tecnologia a far chiudere sempre più sportelli bancari. Secondo una rilevazione della First Cisl, da inizio anno in Italia hanno terminato di operare quasi 600 filiali, con Milano leader di questa tendenza. Oltre all'effetto chiaro e innegabile della digitalizzazione, è possibile anche riscontrare un'altra causa: prima del boom dell'on line banking, era avvenuta una deregolamentazione per l'apertura delle agenzie, che aveva sostituito la vecchia disciplina di autorizzazione rigida da parte di Bankitalia per qualsiasi nuova inaugurazione. Gli sportelli che anni fa aprivano in numero elevato ora causano esuberi, spesso gestiti con scivoli e prepensionamenti di personale. A perderci sono soprattutto gli over 70, in molti casi poco abituati alle nuove tecnologie mobile e, oltretutto, bisognosi di rapporti umani che il digitale inevitabilmente riduce. Non è da escludere, in caso di chiusura di filiali, che alcuni anziani effettuino una scelta di prossimità. Con l'addio alla banca che ha rinunciato allo sportello in zona e l'approdo a un altro istituto che ha mantenuto la succursale sufficientemente vicina al loro domicilio.

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Primo warning dai mercati

Archiviato l'ottimo primo semestre 2023, le Borse chiudono la prima settimana di luglio in negativo. A incidere sull'arretramento potrebbe essere l'imminenza dei nuovi rialzi dei tassi, praticamente scontata a Francoforte, ma anche a Washington

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo aver archiviato un semestre record, i mercati hanno lanciato il primo warning dell'anno. È ancora presto per comprendere se si tratti di un trend o di un evento isolato, anche perché i mesi di luglio e agosto del mondo finanziario sono tradizionalmente più tranquilli; tuttavia, è possibile che i listini abbiano abbozzato una reazione negativa all'imminenza di nuovi rialzi dei tassi.

Previsioni difficili

Da oggi in avanti, tutto è possibile. Le previsioni per il primo semestre di quest'anno parlavano di un lungo periodo di calo scatenato dalla dura stretta monetaria a Francoforte, Washington e Londra. Invece, come abbiamo visto, si sono verificati rialzi che non si vedevano da lungo tempo, con grandi performance ottenute nei primi 45 giorni dell'anno, un lungo periodo intermedio di calma e un nuovo rimbalzo a fine semestre. Può darsi, quindi, che i listini siano in grado di superare anche il doppio rialzo che, su entrambe le sponde dell'Atlantico, sembra scontato. Nel dubbio, per i risparmiatori, è meglio mantenere le posizioni, senza aumentare peso sul mercato. Chi volesse ampliare i suoi investimenti, può ancora puntare sui titoli finanziari italiani, i cui numeri sono eccezionali, sia a livello di utili, sia in prospettiva come remunerazione: nei bancari, in particolare, ci si aspettano cedole tra l'8% e il 12%, nonostante il marcato rallentamento economico.

Obbligazioni, Btp e Gilt

Promettenti anche le obbligazioni: oggi come oggi, in uno scenario che vede una diminuzione dei tassi non prima del 2024, appare molto conveniente puntare su bond a scadenza quattro-cinque anni. Una formula che attualmente sembra migliore rispetto alla soluzione a uno-due anni, che offre una performance maggiore sul breve termine ma rende meno agevole reinvestire a scadenza alle stesse condizioni. Ultimamente, si è rivelato molto conveniente l'investimento sui Gilt, i titoli di stato inglesi che, pur meno rischiosi (AA) dei Btp, rendono di più (il 5%). La spiegazione risiede nel tasso di Londra, che sopravanza dell'1,5% quello Ue. Il rating inglese, da parte sua, risente di una situazione particolare, che vede la Bank of England detenere il 30% del debito pubblico, come del resto accade in Giappone. Questa politica, inimmaginabile nell'Unione Europea, controbilancia l'inflazione fuori controllo, rendendo più appetibili e meno rischiosi i titoli di Sua Maestà. Chi invece volesse scommettere una piccola parte del suo capitale (senza però rischiare troppo) potrebbe investire sulla Grecia. Superati i tempi peggiori, Atene brilla per stabilità politica e le sue attuali valutazioni sono nettamente inferiori rispetto alle maggiori piazze europee. Il margine di crescita è dunque alto, anche se il mercato ellenico è piuttosto ridotto e periferico.

Tassi, scarsi margini di manovra

Tornando ai tassi, sembra molto difficile che le banche centrali cambino in corsa la loro strategia. Se i due aumenti dello 0,25% sembrano scontati per la Bce, arrivano – come già anticipato - segnali molto simili dalla Fed, che pur aveva dato qualche indizio di discontinuità con l'effimera sospensione di una strategia al rialzo. Il ritorno alla stretta monetaria è stato chiaramente preconizzato da chiari messaggi lanciati da alcuni dirigenti della banca centrale americana. Come Michael Barr, vicepresidente della Fed, che vede l'obiettivo vicino, aggiungendo però che “abbiamo ancora un po’ di lavoro da fare”. Ancora più diretta la presidente della Fed di Cleveland, Loretta Mester, secondo cui “per garantire che l’inflazione torni su un percorso sostenibile e rapido verso il 2%” i tassi dovrebbero “aumentare ulteriormente rispetto al livello attuale e poi rimanervi per un po’ di tempo, mentre accumuliamo maggiori informazioni sull’evoluzione dell’economia”. Questa strategia, che riporta la Federal Reserve sui binari su cui è sfrecciata nell'ultimo anno, non sembra però giustificata da ulteriori aumenti di energia e cibo, il cui costo sembra in discesa. L'unico settore che soffre il caro-prezzi, in varie parti del mondo, è quello dei servizi, con i consumatori che (soprattutto in Europa) sembrano disposti a spendere qualsiasi cifra per trascorrere le ferie, nonostante un aumento dei biglietti aerei che tocca il 20%. L'eccesso di domanda per un'estate in luoghi esotici, o in città d'arte europee, risponde all'esigenza di tornare a viaggiare dopo le restrizioni e i sacrifici a cui siamo stati costretti nei periodi più duri del Covid.

Brics, sfida al dollaro

Intanto, nell'imminenza del summit dei Brics, in programma a Città del Capo dal 22 al 24 agosto, si torna a parlare di un progetto per allentare la dipendenza di questi paesi dal dollaro. Vari i rumours che si susseguono. Il più ricorrente parla di una “sovravaluta unica” dei Brics garantita da oro o terre rare - piano ai limiti dell'impossibilità, sia per la sua imponenza, sia per i rischi a cui sarebbero sottoposte le valute nazionali. Meno proibitiva, anche se non certo agevole, una ridiscussione degli equilibri di Bretton Woods che non contempli la creazione di una nuova valuta da zero. Come i progetti per costruire una possibile alternativa al sistema di pagamenti interbancario Swift, che attualmente gestisce la quasi totalità delle transazioni al mondo. Sicuramente la sfida al dollaro, pur di non facile realizzazione, potrebbe raccogliere l'adesione di varie aree del pianeta. Anche per motivi politici, con un Sudamerica particolarmente ostile al “monrovismo” americano e l'Africa desiderosa di affrancarsi dal neocolonialismo di stampo europeo. Qualsiasi progetto venga intrapreso, il dominus della de-dollarizzazione non potrebbe essere altro che la Cina, leader naturale della sfida aperta agli Stati Uniti e al mondo occidentale. Quella stessa Cina che, proprio in un periodo poco favorevole per i mercati asiatici, sta cercando di manovrare sottotraccia contro i tagli sauditi alla produzione di petrolio. Pechino, come è risaputo, non ha materie prime, e potrebbe sfruttare un'ulteriore diminuzione del costo del greggio per raggiungere la leadership dell'economia mondiale.

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Mercati, correzioni verso il basso in un trend rialzista

Leggera flessione dei listini, che però proseguono una tendenza moderatamente positiva. Wall Street ha risentito negativamente dei dati sulla crescita Usa, inaspettatamente negativi, mentre prosegue in gran parte del mondo occidentale l'incertezza sui tassi. Intanto, è a un passo l'accordo per il salvataggio di Eurovita.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati hanno chiuso la scorsa settimana con una correzione verso il basso, nell'ambito di un trend che rimane rialzista. In particolare, Wall Street ha sofferto il calo inatteso dell'indice Pmi manifatturiero americano, che offre un'indicazione sulla crescita del settore (valore sopra i 50 punti) o di un suo calo (sotto). Il livello è sceso da quota 48,4 di maggio a 46,3 di giugno, contro le previsioni che vedevano una sostanziale stabilità (+0,1%), mostrando quindi una tendenza alla decrescita. Un po' meglio, ma sempre in calo, l'indice Pmi servizi che si è abbassato da 54,9 a 54,1. Ancora più bassi gli indici Pmi dell'Eurozona: 43,6 per quello manifatturiero e 52,4 per i servizi.

 

L'inesorabile aumento dei tassi

A dare un po' di incertezza sugli indici anche le recenti questioni russe e il tira e molla sui tassi. Come noto, la Federal Reserve ha fatto rifiatare i mercati con la sospensione provvisoria dei rialzi, che però potrebbe riprendere a breve: non per niente Mary Daly, presidente della Fed di San Francisco, ha definito una previsione “molto ragionevole” la possibilità di effettuare due nuovi ritocchi. Proprio come avverrà in Europa dove è ben noto l'atteggiamento aggressivo di Christine Lagarde, che porterà quasi certamente a due spostamenti verso l'alto di 25 punti base l'uno. L'ostinazione della Bce verso il completamento della stretta monetaria a tutti i costi sembra paragonabile a un automobilista che guida prestando attenzione soltanto allo specchietto retrovisore. Senza curarsi della strada – cioè delle prospettive future e del rischio recessione sempre più incombente. Discorso differente per la Banca d'Inghilterra che ha invece puntato sull'aumento di 50 punti, deciso dopo gli ultimi, preoccupanti dati sull'inflazione. Un fenomeno legato, oltre che al quadro internazionale, anche alla Brexit e alle politiche restrittive sull'immigrazione, che causano carenza di manodopera e di beni, con un primo accenno di inflazione salariale.

 

Inflazione da profitti

A proposito di inflazione, è interessante un'analisi effettuata dall'ufficio studi di Allianz Trade. La compagnia tedesca specializzata in assicurazione del credito ha  osservato che, nonostante la discesa dei valori di riferimento delle materie prime, i prezzi dei prodotti restano alti. E non accennano a tornare nei ranghi. C’è un’inflazione da troppi profitti?”, si chiede la compagnia del gruppo Allianz. “Non sarà che alcune aziende continuano a scaricare i rincari sul consumatore finale, anche se non è più necessario?”. La risposta dell'analisi è abbastanza scontata: “i margini di profitto delle imprese non finanziarie nell'Eurozona sono di recente aumentati”, recita una nota della società. “Con il 40,8% del valore aggiunto lordo alla fine del 2022, i margini delle società non finanziarie sono in media di +0,6 punti percentuali sopra la media, con Italia (44,8%) e Spagna posizionate meglio rispetto a Germania e Francia. Tuttavia, ci sono differenze significative tra i settori. I margini di profitto sono aumentati in particolare nell'agroalimentare, dove i rivenditori sono stati in grado di aumentare i propri margini al 78,6% nel quarto trimestre del 2022 (12,3 punti percentuali in più rispetto al livello pre-pandemia)”. Le osservazioni di Allianz Trade sfondano una porta aperta: l'esperienza ci dice che l'inflazione “da profitti” si è sempre verificata, e che una volta che i prezzi salgono, difficilmente scendono. In questo caso, gli aumenti sono stati causati dal rincaro delle materie prime – petrolio e soprattutto gas, che la scorsa estate ha stabilito record su record, infrangendo al Ttf di Amsterdam la barriera dei 300 euro a megawattora. Ora che il metano veleggia poco sopra quota 30 e il greggio continua a navigare nella fascia neutrale compresa fra i 70 e gli 80 dollari al barile, i prezzi al consumo non sono scesi. Creando un effetto domino sulla filiera. E problemi ai consumatori. Se si osservano i dati di spesa degli italiani, è facile osservare che sempre più persone si rivolgono ai supermercati e agli hard discount, cercando magari i prodotti vicini alla scadenza e scontati di una percentuale importante. Il dato, oltre che sui cittadini, si ripercuote sui negozi tradizionali di quartiere, già penalizzati, rispetto alla grande distribuzione, da una tassazione meno favorevole, dai rincari di prezzi e dai costi dell'elettricità.

 

Mes rimandato a settembre?

Al centro del dibattito anche il Mes, la cui discussione parlamentare per un'eventuale ratifica potrebbe essere procrastinata a dopo le ferie estive. Almeno questo è l'obiettivo del governo, che punta a compattare la maggioranza, evitandone la spaccatura in sede di voto, e a proseguire il dialogo con Bruxelles. Certo è che il Mes, nella formulazione attuale, non lascia tranquilli. Attribuisce infatti alla Bce poteri di indirizzo molto preoccupanti per i paesi più indebitati. Sarebbe sufficiente puntare un riflettore sull'Italia per scatenare i mercati e portare lo spread ai livelli del 2011. L'attuale formulazione del Mes non offre un contrappeso all'ipotesi di speculazione finanziaria, aprendo il rischio – per i paesi più fragili – di una ristrutturazione del debito pubblico, in grado di incidere sull'economia e sul sistema bancario, oltre che di distruggere il risparmio privato. L'esperienza della Grecia, i cui cittadini sono stati, in alcuni casi, privati persino delle medicine, dovrebbe metterci in guardia. Meglio sarebbe riaprire il dibattito su questo strumento, inserendo contrappesi forti alla speculazione. Nello stesso tempo, il successo delle emissioni di Btp potrebbe costituire una valida alternativa, in una situazione che vede lo spread ai minimi (verso quota 160), nonostante le previsioni al rialzo diffuse recentemente da Goldman Sachs.

 

Eurovita, salvataggio a un passo

Intanto è stato raggiunto l'accordo per il salvataggio di Eurovita, che dovrebbe essere formalizzato a breve. La compagnia controllata dal fondo di private equity Cinven sarà rilevata per un importo simbolico da cinque big (Intesa Vita, Generali, Poste, Allianz e Unipol), per poi essere “spacchettata” e divisa in parti uguali. Previsto un “paracadute” di 500 milioni di euro. L'Ivass, da parte sua, prorogherà il blocco dei riscatti per alcune settimane (doveva scadere il 30 giugno), con l'obiettivo di mandare in porto l'operazione senza rischi. Le grandi banche faranno da garanti, subentrando nei contratti nel caso in cui gli investitori dovessero chiedere il riscatto della polizza – un'eventualità che, in ogni caso, si cerca di scongiurare con l'intervento delle “big” assicurative, dato che gli attuali clienti Eurovita si troveranno titolari di polizze “sicure” Intesa Vita, Generali, Poste, Allianz e Unipol. L'accordo, se ufficializzato, consentirebbe di tirare un sospiro di sollievo all'intero ramo vita. Abbandonare alla loro sorte i clienti di una compagnia in crisi, infatti, avrebbe rischiato di sferrare un colpo letale all'intero comparto, già stretto fra la crisi della raccolta (negativa per 4,8 miliardi nel primo trimestre 2023 e in calo di oltre 10 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente) e la concorrenza di buoni del tesoro e conti deposito. Non risolvere il caso Eurovita avrebbe innescato una spirale di sfiducia nei confronti del ramo, rischiando di provocare un life run – cioè una richiesta di riscatti di massa. L'intervento del mondo bancario e delle grandi assicurazioni del comparto fa rientrare i rischi, permettendo a questo business di ripartire dai suoi punti di forza. Che non sono certo i rendimenti, minori di quelli offerti da Btp e Bot, con maggiori vincoli sui capitali, ma l'impignorabilità e l'insequestrabilità del denaro investito.

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Morte di Berlusconi, terremoto sulla sua galassia

Oltre al cordoglio internazionale, la scomparsa dell'ex premier ha suscitato anche forti impatti in Borsa, con un balzo di Mediaset (oggi MediaForEurope N.V.). A una prima occhiata, sembra che i listini abbiano “scommesso” su una futura cessione delle aziende. Ma, più probabilmente, si tratta di pura speculazione.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Questa settimana si è aperta con l'improvvisa scomparsa di Silvio Berlusconi. La notizia ha acceso una fiammata sui mercati, segnatamente sui titoli legati alle aziende dell'ex premier: sebbene Fininvest abbia assicurato una continuità di gestione, i mercati – almeno da una prima occhiata - sembrano aver “scommesso” su una futura cessione di alcune imprese della galassia Berlusconi. In particolare, Mediaset ha raggiunto i massimi da inizio anno, mentre Mondadori e Mediolanum sono cresciute in percentuali decisamente più moderate.

La successione

Ma le Borse sono davvero convinte di uno smembramento dell'impero economico di Berlusconi? Quasi certamente no. È più probabile che, invece, il rialzo di Mediaset non sia altro che una pura e semplice speculazione: il cinismo dei mercati è noto, come lo è la tendenza, da parte degli investitori più spericolati, ad approfittare di ogni notizia per ricavarne il più possibile, causando terremoti sui titoli presi di mira. A suo tempo, Berlusconi aveva studiato regole di successione molto chiare, che sembrano indirizzare gli eredi verso una continuità di gestione. Sembra quindi probabile che non si verifichino, nel prossimo futuro, i conflitti esplosi dopo la morte di Leonardo Del Vecchio, con la contestazione di un pur “blindato” testamento: in questi anni, Berlusconi ha lavorato molto sulla coesione dei suoi cinque figli, organizzando anche incontri settimanali fra di loro. Ammesso e non concesso che sorga qualche controversia, ciò potrebbe accadere fra non meno di 15 anni, quando i 16 nipoti dell'ex primo ministro saranno tutti in età adulta. Il problema maggiore potrebbe invece sorgere sul fronte dei finanziamenti a Forza Italia, dato che non è scontato che i figli di Berlusconi decidano di proseguire gli ingenti aiuti economici assicurati al partito dal suo fondatore.

Partenza in rialzo

Per il resto, a livello internazionale, questa settimana è iniziata in crescendo. Per scoprire se si tratti del solito “ping pong” a cui siamo abituati da mesi oppure di una nuova gamba di rialzo dovremo, naturalmente, aspettare la riunione della Bce, prevista per domani. E che non dovrebbe riservare sorprese: si ipotizza che Francoforte insista sulla linea di stretta monetaria, comportandosi come le monadi di Leibniz, che notoriamente “non hanno finestre” sull'esterno, piuttosto che mostrandosi attenta alla situazione dell'economia reale, all'inflazione che cala e allo spettro della recessione. Del resto, l'economia non se la passa un granché bene neppure negli Stati Uniti, dove la Fed potrebbe applicare un approccio meno rigido alla politica monetaria. I massimi raggiunti da Wall Street la scorsa settimana non sono infatti rappresentativi di un reale progresso dell'indice, ma solo l'exploit di un numero limitato di titoli (meno di dieci). Se osserviamo l'andamento dei sottosettori, possiamo facilmente intuire le attuali difficoltà dell'economia tradizionale in gran parte del mondo occidentale. Un esempio dall'Italia: in aprile, la produzione industriale è calata del 7%, e da luglio in poi i problemi potrebbero essere maggiori. Fino a fine giugno, infatti, una contrazione più forte sarà evitata dai backlog di ordinativi dell'esportazione in Germania, legati alla situazione di fine 2022 (migliore rispetto a quella attuale). Tuttavia, dal prossimo mese si inizierà ad avvertire anche la recessione tecnica di Berlino. Ci troviamo dunque di fronte a difficoltà che generano difficoltà, creando una sorta di effetto domino in tutti i settori produttivi.

Frena l'immobiliare

L'economia reale italiana (ed europea) potrebbe soffrire anche della frenata del settore immobiliare, che ha probabilmente raggiunto i valori massimi e rischia di iniziare una parabola discendente. L'aumento del costo del denaro ha già causato una forte contrazione nelle compravendite, che hanno messo a segno un preoccupante -20%. Un fenomeno chiaramente sostenuto dal caro-mutui, che a fine 2021 non superavano il costo dell'1,20% per il tasso fisso (e ancora meno per il variabile) e ora hanno raggiunto il 4,4% per la prima formula e una percentuale maggiore per la seconda. Occorrerà dunque fare attenzione ai prossimi sei mesi. I rischi ci sono e si vedono chiaramente. Li conosce anche la Bce, che come già detto – sebbene l'inflazione stia rientrando – probabilmente non rinuncerà ad ulteriori aumenti dei tassi fino ai 50, o forse ai 75, punti base. Per poi (lo speriamo tutti) iniziare la lenta e graduale discesa nel 2024. Il quadro delle difficoltà riscontrate dall'economia reale è completato dalla deflazione cinese, che impedisce a Pechino di fare da traino per la ripresa, e dal perdurare della guerra russo-ucraina.

Mps, Bper si defila

Solo otto giorni fa, alcune indiscrezioni riportate da Repubblica vedevano la concreta possibilità che Bper fosse interessato ad acquistare Montepaschi. Secondo i rumours una simile operazione, che avrebbe puntato alla costruzione di un terzo polo bancario, avrebbe suscitato interesse anche in Mcc e Unicredit, disposte a rilevare il 25% circa delle filiali della banca senese per rendere più semplice l'acquisizione. Pochi giorni dopo, però, Piero Luigi Montani ha spento gli entusiasmi, affermando chiaro e netto che la banca emiliana non è interessata all'operazione. La dichiarazione dell'amministratore delegato di Bper ha causato un forte calo delle azioni Mps. Tuttavia, trovare un acquirente è solo questione di tempo. È probabile che il mancato interesse di Montani dipenda da considerazioni geografiche o strategiche. Ciò non toglie che oggi come oggi l'acquisizione del Montepaschi potrebbe rappresentare una rilevante opportunità in prospettiva: l'istituto senese è stato depurato dalle scorie, e bene ha fatto lo Stato a procedere all'aumento di capitale. Chiaro: sarà prevalentemente una questione di prezzo. Lo esigono i forti investimenti effettuati con i soldi dei contribuenti, da cui comprensibilmente lo Stato vuole cercare di rientrare almeno in parte. E quindi, come è logico, cercherà di ottenere il massimo dalle trattative, anche considerato l'appeal attuale del mercato bancario italiano. Che è ancora un settore su cui è conveniente scommettere. Oggi come oggi, in generale, è infatti consigliabile alleggerire un po' le posizioni in Borsa, ma resta  vantaggioso continuare a puntare sugli istituti di credito. Nonostante i rialzi recenti, infatti, le banche non hanno ancora raggiunto il loro pieno potenziale a Piazza Affari. E potrebbero riservare nuove sorprese positive.

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Stati Uniti: compromesso raggiunto sul debito

Il presidente americano Biden e lo speaker della Camera Kevin McCarthy hanno trovato un accordo che dovrebbe consentire agli Stati Uniti di alzare il tetto ed evitare la bancarotta. Ora la parola va al Congresso

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, il compromesso tra il presidente americano Joe Biden e lo speaker della Camera Kevin McCarthy sul tetto al debito Usa è arrivato. Si attende ora la ratifica da parte del Congresso, che dovrà giungere non oltre il 5 giugno. Pena, il default del paese. Si ritiene che il via libera di Camera (previsto fra poche ore) e Senato arriverà, anche se i negoziatori dovranno cautelarsi da imboscate da parte dell'ala “trumpiana” dei repubblicani - contraria all'aumento della spesa militare a favore dell'Ucraina - e della sinistra democratica, infastidita dai tagli al welfare e timorosa di un passo indietro sugli investimenti in materia di lotta al cambiamento climatico.

L'accordo

Più nel dettaglio, l'accordo prevede un aumento del debito pubblico americano, controbilanciato da alcuni tagli – anche se molto più moderati rispetto ai 130 miliardi di dollari chiesti dai repubblicani. Non sarà toccato, come già anticipato, il sostegno militare Usa per Kiev, considerato da Biden una priorità non negoziabile: dalla trattativa è scaturito un budget pari a 886 miliardi, con un aumento di spesa del 3,5%. Il presidente Usa ha invece ceduto sui requisiti per utilizzare il welfare, con l'aumento di cinque anni (da 49 a 54) per poter accedere ad alcune forme di assistenza, come i buoni pasto.

Mercati tiepidi

I mercati hanno reagito all'accordo in maniera abbastanza tiepida: soprattutto in Europa, è proseguita la calma che ormai perdura da tre mesi. Negli Usa, il compromesso ha spinto in alto i future sulle azioni nazionali, che hanno registrato ottime performance dopo i ribassi di qualche tempo prima; tuttavia, a sostenere l'indice americano sono stati soprattutto i titoli tecnologici – principalmente quelli legati all'intelligenza artificiale. Per il resto, nelle Borse occidentali prosegue la dinamica di scambi abbastanza limitati e attesa, condita da timori per una possibile fase recessiva.

Fed divisa

Sicuramente, le banche centrali non stanno facendo molto per evitare questo rischio, anche se nei loro board il dibattito su nuovi aumenti dei tassi è più animato di quanto si creda. Se in casa Bce prevalgono i “rialzisti”, il confronto nella Fed sembra leggermente più incerto. Lo rivelano gli ultimi verbali Fomc, che hanno evidenziato incertezza sull'opportunità di procedere a nuovi inasprimenti monetari. I funzionari sembrano divisi, e non hanno fatto nulla per nasconderlo. Se la Federal Reserve alla fine dovesse decidere di procedere a nuovi rialzi (operazione, a questo punto, non così scontata), non supererà probabilmente un adeguamento di 50 punti base, o forse di 25 - a differenza di quanto potrebbe decidere la Bce, orientata verso tre aumenti entro l'estate. Il picco, in ogni caso, sembra vicino. La materia del contendere, ora, è un'altra: quanto tempo i tassi rimarranno così alti prima di iniziare a calare. Si teme che la discesa sarà meno rapida di quanto si potesse immaginare, soprattutto in Europa.

Germania in recessione tecnica

Intanto la Germania è entrata in recessione tecnica di qualche decimo di punto. Varie le cause del fenomeno: tra queste, onda lunga della pandemia, crisi energetica (particolarmente sofferta, data la dipendenza dal gas russo) e conseguente aumento dei prezzi al consumo, decarbonizzazione troppo veloce e radicale. Intendiamoci: è presto per stracciarsi le vesti. La situazione potrebbe infatti essere transitoria e superabile in breve tempo. Ma c'è anche il rischio di un fenomeno più complesso e duraturo. Ed è questa eventualità a preoccupare: la Germania è il motore d'Europa, occupa il primo posto per prodotto interno lordo e ha sviluppato un sistema industriale robusto e interdipendente con gli altri stati del nostro continente. Per questo, uno scenario negativo potrebbe mettere in seria difficoltà l'intera Europa. Detto questo, è lecito domandarsi: vale la pena incrementare ancora i tassi? Sembra che a Berlino e Francoforte questo interrogativo non abbia avuto molto successo, dato che la Bundesbank non si è mossa di un millimetro dalla sua posizione rialzista.

Ita passa a Lufthansa

Proprio in un momento critico per la Germania, intanto, si è verificata la tanto agognata vendita di Ita al gruppo Lufthansa, dopo sei mesi di trattative. Per ora, il gruppo tedesco rileverà il 59% della compagnia di bandiera italiana; tuttavia, il ministero dell'Economia e delle Finanze (che ha appena assicurato un aumento di capitale pari a 250 milioni di euro) ha lasciato aperta la possibilità di un'acquisizione totale da parte di Lufthansa. Una buona notizia soprattutto per le tasche degli italiani, che in questi anni hanno dovuto sostenere costi improponibili per Alitalia. La possibilità che questa situazione possa finire, e che il denaro finora iniettato in forti dosi nella compagnia di bandiera abbia l'opportunità di essere dirottato verso interventi più utili, mette in secondo piano gli aspetti negativi legati alla perdita del controllo della nostra linea aerea, pur con il ruolo strategico che una compagnia ha per un paese. E fa sperare che finalmente la ex Alitalia possa essere gestita con criteri manageriali e sottratta alle influenze della politica.

Calmo come l'olio

Tutto tranquillo, invece, sul fronte petrolio. Sembra infatti che i tentativi sauditi di tagliare la produzione siano stati bloccati dal resto dell'Opec+. Emblematica era stata, la scorsa settimana, la dichiarazione del vicepremier russo Aleksandr Novak, che aveva negato un imminente diminuzione dell'export del greggio. Brent e Wti hanno quindi reagito con un calo – in realtà, nulla più di un minimo assestamento, per un valore che sembra ormai “incollato” alla forbice fra 70 e 80 dollari. L'oro invece è tornato sotto la soglia dei 2.000 dollari l'oncia. L'andamento era prevedibile ed è destinato a proseguire se i rischi per il sistema bancario americano saranno definitivamente scongiurati. Un'eventualità, però, che non è scontata, dato che i segnali provenienti da Washington ci autorizzano a temere che la crisi bancaria Usa non sia ancora del tutto archiviata. Va a gonfie vele, invece, il sistema bancario italiano, anche se la scorsa settimana alcune aziende di credito hanno ceduto qualcosa in Borsa. Le azioni bancarie sono al momento le uniche su cui al momento sembra proficuo e abbastanza sicuro scommettere: se si verificasse una correzione del 3%, questi titoli potrebbero rivelarsi un grande affare. Anche in tempo di mercati tranquilli.

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Aumento dei tassi: non siamo ancora al picco

La Bce prosegue nella stretta monetaria, anche se rallenta il ritmo dei rialzi: probabili nuovi ritocchi entro l'estate. Negli Usa, nuove banche evidenziano serie difficoltà, mentre in Italia il settore va a gonfie vele. E alcune aziende di credito alzano addirittura i target

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Non c'erano molti dubbi: la Bce ha seguito la Fed, aumentando i tassi di 25 punti base. Siamo di fronte all'ultimo rialzo? Oppure ne seguiranno di nuovi? E ancora: il rallentamento (25 basis point invece di 50) segna il picco della politica restrittiva di Francoforte? A quest'ultima domanda ha indirettamente risposto Klaas Knot, presidente della banca centrale olandese e membro del direttivo Bce. L'Eurotower, ha detto, dovrà proseguire negli aumenti dei tassi, almeno “fino a quando l'inflazione sottostante non sarà stata arginata”. L'orientamento è stato confermato (e non avevamo alcun dubbio) anche dalla presidente Bce Christine Lagarde: dovremo perciò attenderci nuovi aggiustamenti di 25 punti base in giugno, luglio e forse oltre. Per rispondere quindi all'interrogativo: no, non siamo al picco – al limite stiamo raggiungendo il plateau. Passata l'estate, forse, potremo respirare, in attesa che il costo del denaro (non prima del 2024) possa tornare a scendere.

Prevalgono i “falchi”

Il nuovo aumento segna ancora una volta la prevalenza dei “falchi” sulle “colombe” - gruppi che portano istanze completamente opposte. I primi sono convinti che sia necessario alzare i tassi, perché questa strategia è in grado di bloccare l'inflazione e tutelare i consumatori dagli aumenti e dal deprezzamento del denaro e del potere d'acquisto. I secondi, invece, ritengono che con i tassi bassi il consumatore abbia sì meno soldi, ma che si possa tutelare facendo provvisoriamente scelte meno dispendiose. Mentre non ha alternative percorribili se è indebitato, in un contesto in cui il denaro costa sempre di più. In questo caso, il danno ad aziende e famiglie esce – come si usa dire - dalla porta e rientra dalla finestra. Questa ultima lettura si può estendere anche ai sistemi-paese: in tempo di tassi alti, uno stato indebitato (come lo è l'Italia) è costretto a tagliare i servizi o aumentare le tasse; in entrambi i casi, sono poi i cittadini a perderci. E il grande timore è che i cittadini ci perderanno davvero. La situazione dei tassi potrebbe avere un effetto pesante sull'economia già da fine estate, sia in Europa, sia negli Stati Uniti. Sull'industria si profilano già dati preoccupanti, anche se le prime trimestrali sono molto solide.

Dubbio amletico

Certo è che la Fed, a differenza della Bce, sembra timidamente più orientata almeno a riconsiderare le strategie da applicare nei prossimi mesi, non scartando a priori la possibilità di discutere uno stop alla politica di aumenti. Anche se gli ultimi dati sui posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbero convincere la banca centrale statunitense a proseguire con i rialzi almeno per un po'. I numeri forniti dall'US Bureau of Labor Statistics evidenziano che lo scorso aprile l'occupazione americana è salita, nei settori non agricoli, di 253.000 posti, contro i 180.000 previsti, attestando il tasso di disoccupazione al 3,4% (quello atteso era del 3,6%). Il dato potrebbe quindi incidere sulle scelte della Fed: ogni volta che sale l'occupazione, si ritiene che il rialzo dei tassi sia stato “digerito” dall'economia, e questo è interpretato come un via libera a nuovi rialzi. La Federal Reserve dovrà quindi trovare la quadra fra l'intenzione di ammorbidire la politica restrittiva e la tentazione di introdurre un nuovo ritocco di 25 punti base.

Crisi bancaria, nuovo capitolo o colpo di coda?

Per la Fed, comunque, le maggiori preoccupazioni non risiedono nelle future decisioni sui tassi ma nelle nuove difficoltà evidenziate da alcune banche regionali. La crisi del settore, pur essendo uscita dalla sua fase di allarme rosso, continua a disseminare pericoli sulla strada del settore creditizio. La scorsa settimana – non molto tempo dopo le rassicurazioni della Fed sulla solidità del sistema americano, si sono evidenziati problemi per tre nuovi istituti: PacWest, FirstHorizon e Western Alliance. In particolare, la prima ha subito un crollo in Borsa dopo aver comunicato di essere in cerca di un compratore; successivamente, l'azzeramento del dividendo (allocato a riserva), le dichiarazioni dell'amministratore delegato Paul Taylor, che ha garantito sulla solidità della banca, e un rimbalzo di oltre l'80% a Wall Street hanno rassicurato i mercati, senza però diradare completamente le paure. In generale, le banche americane che hanno mostrato debolezza sono – come detto - regionali, e non sistemiche. Tuttavia, la crisi non può permettersi di espandersi a macchia d'olio: First Republic è stata acquistata da JPMorgan ed eventuali nuove aziende di credito che dovessero fallire saranno, forse, rilevate da qualcun altro. I grandi gruppi, qualora se ne presenti la necessità, si dimostreranno in grado di assorbire una parte delle eventuali banche in crisi. Ma non di tutte. Non è assolutamente realistico stabilire un “piano B” che preveda semplicemente un M&A generalizzato e automatico: prima o poi, la lista dei compratori si esaurirà. Meglio sarebbe riformare il sistema e introdurre ufficialmente una garanzia pubblica sui depositi, per prevenire il panico e la corsa agli sportelli, spesso cause dirette del fallimento delle banche. Questo intervento, a conti fatti, inciderebbe sulle casse dello stato in misura molto minore rispetto a un salvataggio successivo. Una nuova minaccia per i piccoli istituti di credito potrebbe, invece concretizzarsi nell'irruzione a gamba tesa delle bigtech nell'operatività bancaria. Come è accaduto nell'operazione lanciata a metà aprile da Apple in collaborazione con Goldman Sachs, che ha riscosso un successo clamoroso. Lo strumento, attivabile dal proprio wallet, rende fino al 4,15% annuo, e nei primi quattro giorni ha raccolto quasi un miliardo di dollari, totalizzando l'apertura di 240.000 conti in una settimana. L'iniziativa, che sembra un aggiramento delle regole bancarie, offre un rendimento di dieci volte superiore alla media americana, più alto persino rispetto a quello della stessa Goldman Sachs. Ma dimostra pure che le bigtech sono in grado di raccogliere denaro rapidamente, anche per la loro reputazione, soprattutto nella fascia di clientela più giovane.

Banche italiane, che colpo

L'Italia, da parte sua, mostra un settore del credito in ottima salute. Istituti come Intesa Sanpaolo e Banco Bpm hanno addirittura alzato i target price, preannunciando dividendi a due cifre. L'ottimo momento delle banche fa bene, naturalmente, anche a Piazza Affari, listino in cui il settore è particolarmente presente. E le prospettive si preannunciano buone: nonostante il balzo in avanti di questi mesi, il comparto è ancora sottodimensionato; attualmente, le banche italiane valgono sei volte gli utili con cui hanno archiviato il 2022. Se le cose dovessero andare bene anche alla fine di questo esercizio, le banche conserverebbero comunque grandi potenzialità di crescita. Per questo motivo, un investimento nei loro titoli è ancora praticabile, e ha tutte le probabilità di preannunciarsi molto redditizio. Per il resto, in un mercato che continua a procedere tranquillo e senza particolari scossoni, l'attesa delle trimestrali (soprattutto - ça va sans dire - del settore bancario) fa sperare in un nuovo ciclo positivo. Fino ad allora, sembra consigliabile confermare una posizione difensiva e di mantenimento. Nella consapevolezza che l'attuale situazione di “calma piatta” ci regala un affresco ben diverso rispetto alla situazione che contraddistingueva i mercati solo un anno fa.

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Mercati, calma piatta in attesa delle trimestrali

Ancora tranquillità per le Borse, che attendono i dati del primo quarter per riprendere la corsa o fermarsi. Superata la crisi bancaria, almeno in Europa, restano ben presenti i timori per l'inflazione e i nuovi rialzi dei tassi. Lo yuan e la “guerra” delle valute

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Per la seconda settimana di fila, i mercati procedono tranquilli e senza particolari spunti: gli scambi sono pochi e il clima è di attesa. Superata, almeno in Europa, la grande paura di una nuova crisi bancaria, i timori delle Borse sono legati all'inflazione, ancora più alta del previsto, e al probabile, nuovo ritocco dei tassi verso l'alto da parte delle principali banche centrali. Mentre la volatilità si sta calmando, anche sul versante obbligazionario. E questo, naturalmente, è un buon segnale.

In attesa delle trimestrali

Il lungo rimbalzo sembra comunque esaurito, o almeno in pausa; siamo vicini ai punti di massimo, gli scambi sono pochi e i mercati non hanno una direzione né un'intonazione precisa. È con questo approccio “neutro” che ci si appresta ad attraversare il periodo delle trimestrali – già aperto dai dati delle prime aziende finanziarie Usa e che in Italia inizieranno a svelarsi nel corso di maggio. I primi risultati dell'anno, soprattutto nei titoli bancari, si riveleranno quasi sicuramente in grado di indirizzare l'andamento dei listini nei prossimi mesi.

Tassi, nuovi rialzi in vista

Sul lato tassi, l'onda lunga dell'inflazione non favorisce un cambiamento di prospettiva da parte delle banche centrali. Fed e Bce continueranno per un po' con l'inesorabile rialzo dei tassi. Lo rivelano le dichiarazioni di esponenti delle due banche centrali, che confermano la persistenza di una strategia poco lungimirante, soprattutto in Europa. Sul versante americano, è stato James Bullard, presidente della Federal Reserve di St Louis, ad affermare che gli Usa dovrebbero proseguire a ritoccare i tassi, a causa dell'inflazione persistente e della crescita dell'economia, su cui i rialzi non hanno avuto un impatto negativo troppo forte. Nell'area euro, d'altra parte, Christine Lagarde non si è sbottonata troppo, limitandosi ad affermare che nel corso della prossima riunione Bce (3-4 maggio) sarà presa una decisione sulla base dei dati macroeconomici. Tuttavia Martin Kazaks, governatore della banca centrale lettone e membro del direttivo Bce, ha parlato di un possibile ritocco di 25 punti base a maggio (non escludendo, peraltro, il “solito” rialzo di 50), dimostrandosi fiducioso sulla capacità di Eurolandia di evitare la recessione. Secondo gli osservatori sono probabili tre mesi di rialzi a 25 punti base. Poi si vedrà. Ancora una volta finirebbero dunque di prevalere i falchi, anche se in maniera meno netta rispetto ai mesi precedenti. La speranza è che almeno dopo l'estate l'Eurotower inizi a invertire la tendenza. Sempre che l'energia non torni a servirci sul piatto nuove brutte sorprese. Già, l'energia, principale motivo dell'inflazione europea, che ha colpito il continente su due diverse direttrici. Oltre alla guerra russo-ucraina, anche la dinamica con cui si è organizzata la transazione energetica, che ha causato costi spropositati e timori di vario tipo – anche occupazionali. E che, per l'inflazione di casa nostra, ha assunto un ruolo ancora più determinante di quanto non abbia fatto il conflitto.

Usa: rischio default tecnico?

Negli Stati Uniti attualmente c'è un altro problema: lo scorso gennaio, infatti, Washington ha raggiunto il limite autorizzato del debito pubblico, a 31.381 miliardi di dollari. Secondo un'analisi di Schroders, firmata dall'economista George Brown, il Tesoro americano ha utilizzato alcuni espedienti contabili per far fronte ai suoi obblighi, ma non potrà farlo all'infinito. Per gli Stati Uniti, dunque, l'alternativa è una sola: o modificare il tetto del debito (operazione effettuata oltre cento volte nel dopoguerra), oppure andare in default tecnico. Come finirà? Molto probabilmente, con un “tampone”: il tetto sarà alzato per tempo, magari con un compromesso dell'ultimo momento tra i due partiti. Una soluzione diversa causerebbe il blocco dei fondi federali e sospensioni dal lavoro, o addirittura licenziamenti dall'oggi al domani, dei dipendenti: un rischio - foriero, tra l'altro, di volatilità sui mercati - che a un passo dalla campagna elettorale presidenziale nessuno può permettersi di correre. Facile, dunque, che si trovi l'accordo. Ma prima di allora avverrà il solito braccio di ferro fra i democratici – che punteranno a recuperare denaro alzando le tasse – e i repubblicani – che invece si prodigheranno per ottenere tagli di spesa. Si intravede quindi la via, già sperimentata, del compromesso, capace di attenuare (anche per motivi elettoralistici) la politica di forte spesa pubblica condotta da Joe Biden. Una politica capace di rivelarsi, negli Usa, la terza causa scatenante dell'inflazione, insieme alle due (meno influenti oltre oceano) che l'hanno fatta lievitare in Europa.

Euro, lento recupero sul dollaro

Sul versante monetario, è in corso l'assestamento del rapporto euro-dollaro nella fascia di oscillazione 1,08-1,12. Dopo un breve periodo all'insegna della parità, dunque, la nostra moneta si è gradualmente rimessa in quadro: ora siamo nel bel mezzo di una fase laterale, all'insegna dei piccoli aggiustamenti. Il nuovo equilibrio fra le due monete, naturalmente, fa bene all'Europa, che sterilizza i rialzi delle materie prime, i cui costi sono espressi in dollari. E contribuisce a minare l'inflazione. In un prossimo futuro potremmo assistere a una svalutazione del biglietto verde, come avviene ogni volta che gli Stati Uniti attraversano una crisi che richiede un cedimento sulle quotazioni della moneta nazionale.

Lo yuan avanza

Una svalutazione del dollaro potrebbe avvenire se il suo ruolo uscisse ridimensionato dalle spinte “autonomiste” dei Brics. I cinque paesi, guidati dall'intraprendenza cinese, stanno infatti sperimentando scambi con monete diverse dal dollaro, con lo yuan nel ruolo di jolly e di possibile antagonista delle banconote americane. È presto per azzardare previsioni sulla persistenza di questo fenomeno; certo è che agli accordi fra Cina e Brasile, che utilizzeranno yuan e reais per le loro transazioni bilaterali, potrebbero seguirne altri, che segnerebbero un arretramento della valuta americana. Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica rappresentano circa il 40% della popolazione mondiale: se lo yuan si imponesse come la moneta di riferimento per queste economie (e magari per paesi vicini, come per esempio l'Argentina), gli Stati Uniti potrebbero rischiare gravi squilibri delle bilance commerciali. Se un ruolo più centrale dello yuan non è da escludere, è invece molto difficile pensare a una moneta unica dei Brics, di cui si è parlato e riparlato a intermittenza. Una valuta comune per paesi così distanti tra loro (e non soltanto geograficamente) sarebbe di ben più difficile realizzazione rispetto all'euro, la cui fondazione non è stata propriamente una passeggiata. E che ancora adesso è esposto a problemi strutturali, a cominciare dai sempre incombenti ampliamenti degli spread.

Oro, fine della corsa

Infine, la situazione dell'oro, che sembra ben lungi dal battere nuovi record. Per ora, il limite dei 2.000 dollari l'oncia sembra aver stabilito uno spartiacque. Il metallo giallo è ora in una fase di assestamento, che è tale solo per l'attuale debolezza del dollaro. Se le quotazioni fossero definite in euro, il re dei preziosi avrebbe già imboccato la via dell'arretramento. Difficile stabilire se si verificherà una nuova forza propulsiva. La crisi bancaria europea sembra superata, ma non quella americana: se avvenissero novità negative sul fronte degli istituti di credito a stelle e strisce, non è escluso un nuovo volo dell'oro. In caso contrario, l'inflazione e i tassi alti potrebbero tarpargli le ali.

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Deutsche Bank, allarme quasi rientrato

La scorsa settimana, il rimborso di un'obbligazione subordinata ha scatenato la tempesta che ha fatto crollare il titolo del gruppo tedesco. Ma i requisiti patrimoniali dell'istituto di credito e il peso politico della Germania dovrebbero rivelarsi sufficienti per difenderlo dalle speculazioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo le banche americane e il Credit Suisse, la crisi sistemica ha messo nel mirino Deutsche Bank, bersagliato a fine settimana dalle vendite a pioggia in Borsa. In questo caso, a scatenare le orde di speculatori è stata la decisione, da parte del colosso tedesco, di rimborsare in anticipo un bond subordinato di secondo livello da 1,5 miliardi di euro, che aveva scadenza nel 2028.
L'operazione è stata letta come un segnale di paura da parte della banca, dovuta all'improvvisa sfiducia sul mercato dei CoCo, innescata dalla clamorosa decisione che ha scaricato gli obbligazionisti di Credit Suisse, salvando nel contempo gli azionisti. Tanto più che Deutsche Bank, pur soddisfacendo senza alcun problema i requisiti minimi di patrimonio, ha in pancia parecchi derivati e titoli illiquidi. L'attacco speculativo ha prodotto il picco dei credit default swap a quota 203 e il successivo crollo delle azioni sulla Borsa di Francoforte. Tuttavia, alla riapertura dei listini dopo il fine settimana, il titolo di Deutsche Bank ha rimbalzato di circa il 6%, prestando ascolto alle rassicurazioni espresse dal cancelliere Olaf Scholz nel pieno della tempesta. E trascinando le borse europee nuovamente in territorio positivo.

Ruolo centrale
Le paure non si sono ancora del tutto dileguate, ma sembra lecito un certo ottimismo. In primo luogo, come già anticipato, i requisiti patrimoniali della banca sono abbondantemente superiori al limite minimo. Poi occorre sottolineare il peso politico della Germania e il ruolo centrale rivestito da Deutsche Bank nella sua economia, che la rende più difficile da colpire, nonostante problemi passati, derivati e . Da una crisi seria del più importante istituto tedesco potrebbero derivare minacce all'Europa (e alla sua moneta) almeno pari a quelle provenienti dai debiti sovrani. In altri termini, se salta Deutsche Bank rischia di saltare l'euro. E questa evenienza, naturalmente, deve essere evitata a tutti i costi. Il board della Bce, è vero, non è più quello improntato al whatever it takes, e ha dimostrato di non saper cogliere l'emergenza, proseguendo imperterrito nel suo rialzo dei tassi. Ma esiste una linea rossa che – confidiamo – non potrà essere superata. Anche perché fermare gli attacchi a una banca, nel caso in cui i suoi requisiti patrimoniali siano buoni, non è così proibitivo: nel caso in cui i fondi speculativi americani provassero una nuova campagna contro Deutsche Bank, alla Bce basterebbe acquistare obbligazioni subordinate per rimarginare l'attacco.

Caos CoCo
Detto questo, non si può negare che la risoluzione del caso Credit Suisse, con il salvataggio degli azionisti e l'abbandono del CoCo, abbia causato parecchi problemi, mettendo a rischio una parte del settore obbligazionario. È stato creato un precedente che preoccupa un numero molto grande di investitori e rischia di mettere in ginocchio un mercato. E di creare grossi problemi a qualsiasi banca che decida – come ha fatto Deutsche Bank – di liquidare obbligazioni subordinate in anticipo. Oltre a questo, come era prevedibile, il sovvertimento della normale gerarchia ha causato valanghe di cause contro il Credit Suisse; il vortice di controversie si unisce al chiaro imbarazzo sul fronte Antitrust, che ha creato un colosso capace di coprire il 75% del mercato svizzero. Una quota che fino a 20 anni fa era divisa fra tre banche, ridotte a due dopo la fusione inversa con cui Sbs ha acquistato Ubs, assumendone poi il nome, e a una dopo la crisi Cs. Intendiamoci bene: il Credit Suisse doveva essere salvato, e Banca Nazionale, Finma e Consiglio Federale hanno concluso un'operazione in tempi davvero rapidissimi. Tuttavia, la nazionalizzazione della banca si sarebbe probabilmente rivelata una soluzione migliore. La pensano così i cittadini svizzeri, che in un sondaggio hanno bocciato la mega-fusione, timorosi che la garanzia statale possa gravare sulle loro tasche. La pensano così, lo ripetiamo, anche quegli obbligazionisti che (cause permettendo) si ritroveranno con un pugno di mosche. Tutto questo mentre anche tra gli azionisti serpeggia un certo malumore – in questo caso, però, non contro le istituzioni svizzere, ma nei confronti di Ammar Al Khudairy, presidente di Saudi National Bank (primo azionista del Credit Suisse), che con le sue incaute dichiarazioni ha involontariamente dato il la all'attacco speculativo, causando perdite milionarie. Non per niente Al Khudairy ha rassegnato le proprie dimissioni dalla carica, motivandole con non precisati “motivi personali”.

Banche, opportunità di investimento
Più in generale, la crisi bancaria e i timori di recessione globale hanno causato flessioni nei mercati finanziari, che però sono riusciti a rimbalzare dopo il week end. L'orso ha coinvolto soprattutto l'Europa, che ha chiuso due settimane in rosso, mentre le Borse Usa sono cresciute nonostante le criticità delle banche locali. Osservando i trend a più largo raggio, si osserva che la flessione di fine marzo, caratterizzata dall'attuale sentimento negativo, non intacca un trimestre all'insegna di una lunga cavalcata dei mercati, ma ne è (almeno in parte) una normale reazione. Meglio quindi non enfatizzare le flessioni attuali, anche considerando che il mese di marzo chiude tradizionalmente in calo. Un calo che invece fa di questi giorni il momento giusto per entrare nel mercato, soprattutto per quanto riguarda i titoli bancari. La situazione attuale rende particolarmente appetibili gli investimenti nel settore creditizio, che ha subito perdite importanti negli ultimi dieci giorni. Oggi, essere in possesso di un portafoglio equity di banche potrebbe rappresentare un’opportunità. Naturalmente occorre, come di consueto, saper gestire i nervi e la volatilità, oltre che il rischio recessione. Ma questi, è persino inutile ricordarlo, sono pericoli legati a ogni investimento, soprattutto in un periodo caratterizzato dal rialzo continuo dei tassi. Rischio economico a parte, la solidità e la validità del mercato bancario non sono in discussione e i cali degli ultimi giorni preannunciano nuovi rimbalzi nel prossimo futuro, facendo delle azioni del settore un'ottima opportunità di acquisto. Soprattutto in vista delle trimestrali, che a quanto ci si aspetta, saranno di ottimo livello.

Fed: fine dei rialzi?
Un ottimo traino per un nuovo rimbalzo, oltre alle trimestrali delle banche, potrebbe essere costituito dalla possibile fine del ciclo di rialzo da parte della Federal Reserve. Non è infatti escluso che il ritocco “dimezzato” di marzo (25 punti invece di 50) costituisca l'ultimo intervento dell'istituto centrale americano. Il rialzo è stato veloce e violento, e solo ora vediamo gli effetti sull'inflazione. Che, con il costo del denaro a 5,25%, è ormai sotto controllo e in discesa.
Ora destano curiosità le prossime mosse della Bce, anche in virtù del continuo calo del prezzo del gas, ormai a un passo da quota 40. Vedremo anche come influirà sui costi delle materie prime la battaglia sui nuovi carburanti delle automobili, che ha parzialmente corretto il passaggio tout court all'elettrico, affiancandogli, appunto, le nuove “benzine ecologiche”.
Finora, l'Europa ha puntato sull'e-fuel (sintetico) escludendo i biocarburanti, il cui uso era caldeggiato dall'Italia e che si basano su materiali naturali (scarti e biomasse). Non si comprende il motivo di questa limitazione, se non accontentare la Germania e salvare, almeno in parte, l'agenda 2035. Tuttavia, sebbene più ecologiche dell'elettrico – problematico sia per i problemi di smaltimento, sia per il possibile utilizzo di centrali a carbone per produrre il surplus energetico – queste “nuove benzine” non sono esenti da problemi: gli e-fuel sono ancora molto costosi, mentre i biocarburanti dipendono dai rischi del settore agricolo, soprattutto se la siccità affliggerà i nostri campi con maggiore frequenza.

Beni rifugio: esistono ancora?
Intanto, si torna a parlare di beni rifugio. Ma, almeno nell'accezione classica, questa categoria non esiste più. L'oro è ormai troppo volatile, e finora non è mai riuscito a stabilirsi oltre quota 2.000 dollari, vera e propria soglia psicologica per il metallo giallo; di contro, un'eventuale flessione a 1.910 dollari potrebbe innescare un rischio ribassista.
Il franco svizzero ha resistito molto bene alle maxigaranzie pubbliche per la fusione Ubs-Credit Suisse, ma le pressioni sono comunque molto forti, e la possibilità di un arretramento non è poi così peregrina. Qualcuno ha addirittura inserito fra i nuovi beni rifugio il bitcoin, sottolineandone la performance (+40%) innescata dalla crisi bancaria. Una vera assurdità: se le criptovalute, che sono tra gli asset più rischiosi in assoluto, vengono definiti “beni rifugio”, questa categoria non ha davvero più senso di esistere. Piuttosto, dalla crescita di questi investimenti traspare il pessimismo di quella parte di investitori che teme nuovi sviluppi dalla crisi bancaria.

Foto di Mika Baumeister su Unsplash


Un anno di guerra: ecco come sono cambiate le economie

A dodici mesi dallo scoppio del conflitto, la cessazione delle ostilità sembra un traguardo lontano e poco probabile. I mercati lo sanno e dopo il primo periodo di choc hanno provato ad adattarsi: raggiunti i minimi lo scorso ottobre, hanno fatto partire un rimbalzo che in Europa non si è ancora esaurito. E ora...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 24 febbraio 2022 le truppe russe varcavano il confine dell'Ucraina aprendo un conflitto dagli incerti esiti e dall'imprevedibile durata. Dopo un anno e poco più dall'escalation militare, la pace sembra irrealizzabile e molti osservatori ritengono che la vittoria di uno dei due contendenti sia un'ipotesi poco probabile. Sembra fondata l'ipotesi di Sergeij Radčenko, docente di relazioni internazionali alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies, pubblicata sul New York Times e citata sul Corriere della Sera dal giornalista Federico Rampini. L'analisi ha opposto i due scenari secondo lui più probabili: o i combattimenti ad libitum o una “soluzione coreana” - cioè la cessazione delle ostilità e il congelamento de facto dei confini tra i due paesi belligeranti, con uno stato prolungato di “guerra non guerreggiata”. In Corea, la situazione (tecnicamente ancora provvisoria) si è in realtà consolidata: dal 1953 in avanti, i due stati si sono sviluppati in maniera autonoma e Seul ha “vinto la pace”, affrancandosi da un'atavica povertà, scalando le gerarchie e superando recentemente persino il PIL dell'Italia.

Sanzioni, che flop

Intanto, però, la guerra russo-ucraina è più che mai in corso. E a un anno di distanza è lecito abbozzare qualche bilancio riguardante i suoi impatti sull'economia mondiale. In primo luogo, le vicende belliche hanno scatenato una reazione delle potenze occidentali (in primis Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea), che hanno cercato di colpire Mosca con vari pacchetti di sanzioni approvati in sequenza – l'ultimo, il decimo, è stato introdotto qualche giorno fa. Molte le conseguenze di queste misure. In primo luogo, la minore dipendenza dell'Europa dal petrolio e soprattutto dal gas russo, che andrà a ridursi ulteriormente nei prossimi due anni, fino quasi ad annullarsi. In un primo tempo, le sanzioni avevano fatto schizzare in alto proprio il metano e il greggio; se il secondo è poi tornato rapidamente su livelli accettabili, il primo – il cui costo era raddoppiato a causa della ripresa post-restrizioni Covid, ma anche per le conseguenze della transizione all'elettrico - è stato oggetto di speculazioni molto robuste, superando la cifra folle di 300 euro al megawattora. Complice l'incapacità di reagire da parte delle autorità europee, il livello, pur calando sensibilmente, si è mantenuto a lungo a tre cifre; è poi sceso gradualmente sotto quota 50, a causa dell'inverno mite, che ha facilitato il completamento degli stoccaggi. Ora, nonostante i livelli più accettabili stabiliti dal Ttf di Amsterdam, l'economia europea soffre ancora per il prezzo del gas e per le conseguenze dei suoi picchi del 2022. Come facilmente prevedibile, dunque, l'apparato sanzionatorio ha fatto male all'Ue, molto meno alla Russia: tutte le previsioni che avevano dato per certo il collasso di Mosca in tre mesi, il default della sua economia e il rapido deprezzamento del rublo hanno dimostrato la loro inconsistenza. Al contrario, Mosca ha semplicemente cambiato “cavallo” e ha stretto rapporti politici e commerciali con la Cina. La diffidenza nata tra le due potenze ai tempi del XX Congresso delCina Pcus – degenerata con la guerra di confine sino-sovietica del 1969 – si è dunque trasformata in collaborazione politica ed economica. È di non molti giorni fa la foto del grande gasdotto in costruzione, che porterà il gas russo, precedentemente destinato a Germania, Italia ed Europa, nelle aziende e nelle abitazioni dei cinesi. Tutto questo mentre la maggior parte dei paesi del mondo non ha aderito alle sanzioni, lasciandone il peso sulle fragili spalle dell'Europa.

Inflazione, quanto ci costi

Un'Europa che ora, proprio a causa delle montagne russe delle materie prime, non sa come fermare l'inflazione: come avevamo ampiamente previsto in tempi non sospetti, il rialzo graduale e insistente dei tassi non è stato in grado di intaccarla, agitando nel contempo lo spettro della recessione. E favorendo l'iniziale depressione dei mercati finanziari, con la corsa verso il basso che si è fermata con minimi dello scorso 6 ottobre. Poi, soprattutto in Europa, è avvenuto il grande rimbalzo, che ha riportato l'azionario, in alcuni mercati, a livelli prebellici. La fase virtuosa è proseguita ben più a lungo rispetto alle più rosee previsioni. L'inflazione è  rimasta in sella, ma i mercati finanziari sembrano essersi dimenticati della guerra, smentendo le previsioni pessimistiche di alcuni mesi fa. Sembra quindi corretta la recente affermazione di Warren Buffett: nella lettera che ha comunicato agli azionisti di Berkshire Hathaway la chiusura del 2022 con 22,82 miliardi di dollari di perdite nette, l'oracolo di Omaha ha sostenuto che “spesso le azioni scambiano a prezzi davvero folli, in alto o in basso. Il mercato efficiente esiste solo nei libri di testo”. Nella lettera, Buffett è anche tornato su un vecchio cavallo di battaglia: l'investimento a lungo termine. “Facciamo affidamento sulla forza di fondo dell’economia americana che, anche se di tanto in tanto evidenzia rallentamenti, ha sempre confermato la sua capacità propulsiva”, ha affermato, in una dichiarazione che può essere estesa anche all'economia europea.

Ping-pong sui tassi

E in questi giorni, i mercati del nostro continente hanno registrato performance migliori di quelli americani, influenzati anche dai verbali Fomc (il Federal Open Market Committee della banca centrale americana): il documento ha ribadito l'avanti tutta sui tassi, sottolineando che l'obiettivo resta l'inflazione al 2% e che, per arrivarci, “ci vorrà un po' di tempo”. Bce e Fed restano quindi allineate nel loro ping-pong al rialzo: le aspettative prevedono tassi al 3,75% nell'Eurozona e al 5,5% negli Stati Uniti. A rischiare, nel secondo semestre, potrebbe essere soprattutto l'azionario, alle prese con ritocchi dell’inflazione molto forti verso l'alto ed effetti negativi sull'economia. Con alcune eccezioni: il mercato italiano ha tutti i numeri per contenere eventuali danni perché sbilanciato sui titoli bancari, strutturalmente favoriti da un costo alto del denaro. Punto di domanda, invece, sull'obbligazionario, che forse (ma non è detto) potrebbe rivelarsi in grado di prendere la parte positiva del rialzo e rilanciarsi ulteriormente.

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