Borse, continua il recupero
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo il tonfo di inizio agosto, le Borse stanno recuperando. Soprattutto negli Stati Uniti, che, spinti dai titoli tecnologici, hanno già annullato le perdite. Promettente anche la ripresa dei listini europei, pur meno evidente rispetto alle performance di oltre oceano: il peso più lieve dei tecnologici nel nostro continente e la maggior presenza di titoli industriali rendono infatti la rimonta più lenta. Milano è tornata su quota 33.000, il 2,5% in meno rispetto ai livelli di luglio: Piazza Affari ha comunque tutti i numeri per poter raggiungere nuovamente le performance precedenti in tempi abbastanza contenuti.
Trading range
Per ora i livelli si sono assestati in un meccanismo di trading range: sono possibili rialzi e ribassi, e sui prossimi movimenti è possibile impostare la strategia di quest’ultimo scampolo di agosto: vendere qualcosa in caso di impennate del 2% o più oppure comprare se dovesse verificarsi una fase soft. A medio termine non è improbabile la ripresa della corsa verso nuovi record. Anche se nelle prossime ore i mercati eviteranno, probabilmente, troppi scossoni. Almeno fino alla chiusura dell’imminente simposio di Jackson Hole, previsto da domani al 24 agosto, che metterà a confronto, come da tradizione, vari banchieri centrali.
Taglio dei tassi, ora si fa sul serio?
Protagonista di Jackson Hole sarà, naturalmente, il dibattito sui tassi, che vedrà i maggiori istituti centrali del mondo confrontarsi e riorganizzare le loro strategie in vista di un settembre molto impegnativo. La Banca Centrale Europea, in particolare, sarà chiamata a decidere il prossimo 18 settembre; probabili due sforbiciate di 25 punti entro fine anno, la prima proprio in occasione del vertice del prossimo mese. La Federal Reserve, invece, potrebbe già anticipare in via informale l’annuncio del primo taglio proprio nel corso del simposio di Jackson Hole. Anche se la decisione è comunque in bilico: da un lato ci sono i timori di una recessione indotta dal rapporto sugli stipendi, che insieme alla crisi della Borsa giapponese è stata una delle cause scatenanti del tonfo di inizio mese; dall’altra influiranno i dati sull’inflazione e sulle vendite al dettaglio, che hanno controbilanciato le esigenze urgenti di diminuire il costo del denaro. Come trovare la quadra? Probabilmente rinunciando al maxi-taglio di emergenza da 50 punti e spalmando gli interventi al ribasso (forse tre, se non quattro fino a fine anno) da 25 punti l’uno. Dati l’interconnessione tra le economie e il rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro, Jackson Hole sarà, per le banche centrali, un’occasione per confrontarsi ed eventualmente coordinarsi prima di prendere una decisione.
Oro
E’ probabilmente l’aspettativa per il taglio dei tassi a raffreddare gli investimenti in titoli di stato a tre mesi e a un anno, che inevitabilmente rendono di meno quando la stretta monetaria si allenta. Il trend spinge, invece, i beni rifugio. A cominciare dall’oro, che inanella record su record: il re dei metalli ha superato per la prima volta la quotazione di 2.500 dollari l’oncia e sembra non volersi fermare. Il trend al rialzo coinvolge anche le altre materie prime, a partire dall’argento. Tuttavia, è bene ricordare il monito di Warren Buffett, secondo cui investire su un indice, alla lunga, dà risultati più soddisfacenti che non puntare sull’oro.
Franco svizzero
E’ ancora molto forte il franco svizzero, anche se ha leggermente perso rispetto al picco di 0.93 sull’euro raggiunto lo scorso 6 agosto, in piena bagarre borsistica. L’apprezzamento della valuta elvetica, considerata bene rifugio soprattutto in occasione di ribassi dei mercati, ha comunque molti nemici: primo tra tutti, la Banca Nazionale Svizzera, che in passato ha mantenuto a lungo a proprie (laute) spese il cambio a 1,20, prima di arrendersi all’insostenibilità dell’operazione. Le autorità elvetiche e la banca centrale vogliono evitare ulteriori apprezzamenti del franco per evitare due rischi: che siano danneggiate le esportazioni, assestando un colpo da ko all’economia, e che il fiorente turismo in Svizzera diventi un affare da ultraricchi.
Yen
Rimane elevato (anche se non come il 6 agosto) il valore dello , che guadagna soprattutto su un dollaro abbastanza debole. Il Nikkei, dopo il crollo e il successivo maxi-rimbalzo, si è invece riassestato, portandosi su valori non troppo distanti da quelli precedenti al tracollo. La presenza di compratori netti sui mercati azionari ha calmato il nervosismo; inoltre gli investitori hanno compreso che, nonostante l’inedita serie di rialzi da parte della banca centrale, i tassi in Giappone sono ancora molto bassi, e indebitarsi in yen non è diventato sconveniente.
Contante, mon amour
Sorprendente, ma neanche troppo, ciò che emerge da un’indagine del centro studi di Unimpresa, secondo cui in Italia si incrementa l’utilizzo dei contanti. I dati del 2023 evidenziano che il cash ritirato agli sportelli bancomat del Belpaese sale del 2% rispetto all’anno precedente. In soldoni, nel 2023 gli italiani hanno ritirato 360 miliardi di euro agli Atm, quasi un miliardo al giorno. Il contante è ancora re, dunque? Sembra di sì, anche se (sempre secondo Unimpresa) i pagamenti digitali se la passano comunque bene: le transazioni con carta hanno raggiunto, sempre nel 2023, 426 miliardi contro i 382 dell’anno prima. C’è dunque una compresenza tra i due metodi di pagamento, con prevalenza del contante – come del resto accade in Germania e in Svizzera – in opposizione al forte utilizzo di denaro elettronico che contraddistingue Gran Bretagna e Paesi nordici. Il ruolo del cash in una società che tende alla digitalizzazione non è assolutamente un fattore negativo, nonostante ciò che si usa dire. Perché la spesa elettronica non permette di percepire pienamente ciò che si sta spendendo e rende più difficile il controllo dei conti. Inoltre, il contante assicura più privacy alle famiglie, oltre che proteggere le regolari transazioni da panne informatiche o blocchi di qualsiasi tipo. L’avanzata dei pagamenti elettronici, insomma, potrà anche essere inesorabile, ma in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, non elimina il ruolo della vecchia carta moneta.
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Fed: i tagli inizieranno nel 2024. Ma senza fretta
In un'audizione alla camera dei rappresentanti americana, Jerome Powell ha annunciato l'inizio del calo del costo del denaro, ammesso che l'economia lo permetta. Ma non è stata fissata nessuna scadenza. L'annuncio, pur soft, ha provocato un brusco rialzo delle materie prime, che risente della forte finanziarizzazione del settore. Intanto, le Borse proseguono la marcia dei record
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
E' ufficiale: la Federal Reserve inizierà a tagliare i tassi nel corso di quest'anno, ammesso che l'andamento dell'economia Usa lo permetta e che l'inflazione non giochi brutti scherzi. Lo ha dichiarato Jerome Powell davanti al Congresso americano. Il presidente Fed non si è sbottonato oltre: precisando che non c'è nessuna fretta di avviare il nuovo ciclo al ribasso, ha anche affermato che il primo taglio non avverrà subito, ma con il tempo, senza fretta. Prima, ha spiegato, occorrerà esaminare bene lo stato dell'economia. Previsti, se tutto andrà bene, tre tagli entro fine anno.
Balzo delle materie prime
L'annuncio di Powell è stato tutto sommato moderato: i mercati si aspettano da tempo che le banche centrali inizino la loro inversione a u nel corso di quest'anno. Eppure, è bastata una comunicazione basic per provocare un rialzo immediato delle materie prime, che sono balzate in alto mediamente del 5%. Questo fenomeno giustifica una futura cautela nella comunicazione delle banche centrali: la finanziarizzazione dell'economia è capace di trasformare un topolino in un elefante e di creare disastri. Soprattutto in ambiti, come appunto le materie prime, che non dovrebbero essere finanziarizzati. Così come i bitcoin, su cui invece – nonostante la loro opacità e la nota voracità ambientale del mining - si costruiscono Etf.
Berna taglia a sorpresa
Intanto, la Banca Nazionale Svizzera ha iniziato a tagliare i tassi con una decisione a sorpresa, affermandosi come il primo istituto centrale a iniziare la discesa del costo del denaro. Certo, le percentuali sono molto diverse – e minori – rispetto agli istituti centrali di Francoforte, Washington e Londra: i tassi guida sul franco passano infatti dall'1,75% all'1,50%, con un calo di 0,25 punti. Berna ha affermato che l'inflazione è rientrata, rendendo possibile l'operazione. Ma la mossa di Bundesplatz ha un'ulteriore, probabile motivazione: cercare di deprezzare il franco, che per ora, tuttavia, resta molto forte contro il parere e il volere di tutti.
Mercati ancora intonati
Le Borse, intanto, proseguono la loro marcia tranquilla ma costante. E, con un moderato ottimismo, salgono e stabiliscono record su record. Piazza Affari non fa eccezione, e mostra una rotazione settoriale pronunciata, che ha visto i titoli bancari scendere dopo l'annuncio di Powell, per poi salire nuovamente poco dopo, in barba alla prospettiva di discesa dei tassi. I mercati, insomma, sono ancora intonati. Fino a quando? Difficile prevederlo. Uno storno ci sarà, questo è praticamente sicuro, ma non è facile capire quando si verificherà. Forse a maggio, mese che tradizionalmente è dedicato alle vendite (sell in May). O forse più avanti, in attesa delle elezioni europee di giugno o addirittura di quelle americane di novembre. Probabilmente, i mercati cercheranno di rimanere tranquilli proprio fino alle presidenziali Usa, per non trasformarsi in una variabile in grado di influenzare le campagne elettorali. A scendere in maniera pronunciata saranno probabilmente i titoli tecnologici. Un'anticipazione di questo possibile trend ci è stato già dato da Apple, che ha arretrato in Borsa dopo la causa mossa dal ministero della Giustizia americano per "monopolio". Sembra che le istituzioni statunitensi abbiano iniziato a mettere sotto la lente le bigtech americane, che finora sono state abbastanza libere di muoversi in modo disinvolto. Ma lo fanno con un ritardo di anni. Meglio ha agito l'Antitrust europea, che ha introdotto misure come l'obbligo dei cavi di ricarica uniformi per gli smartphone. In ogni caso, è difficile mettere in crisi la società di Cupertino, che capitalizza 2.600 miliardi di dollari. Ben più del pil italiano.
Volano le compagnie aeree
Buone notizie per le compagnie aeree europee: i bilanci di Lufthansa, Air France-Klm, Ryanair e International Airlines Group hanno chiuso l'anno positivamente; insieme, secondo Il Sole 24 Ore, hanno raggiunto un fatturato di 106,16 miliardi di euro (+18,9%), mentre gli utili netti sono saliti addirittura a tre cifre (+110%). I risultati sono stati ottenuti sebbene il traffico aereo internazionale sia ancora sotto i livelli pre-Covid. A spingere le compagnie sono i voli interni, la crescita della domanda di viaggio e soprattutto l'aumento delle tariffe. A cominciare dalla classe business, i cui biglietti sono letteralmente esplosi. Resta invece abbastanza accessibile la classe economy su voli intercontinentali. Con il paradosso che a volte vede un viaggio Milano-Palermo costare di più rispetto a un Malpensa-New York (meno male che ci sono i treni ad alta velocità, viene spontaneo esclamare).
Paletti su Lufthansa-Ita
Intanto, l'Antitrust europea ha messo nero su bianco la richiesta al gruppo Lufthansa di tagliare vari voli Ita europei e intercontinentali (dall'Italia verso Stati Uniti, Canada e Giappone) e vari slot dall'aeroporto di Linate. Un'operazione che, per il gruppo tedesco, è vincolante per ottenere il via libera all'acquisizione della compagnia di bandiera italiana. Secondo l'authority, l'operazione senza correttivi rischia di danneggiare la concorrenza e di causare un aumento dei prezzi e un calo di qualità per i servizi: proprio per questo vuole la rinuncia ad alcune rotte della compagnia. Margrethe Vestager, commissario europeo per la concorrenza, vuole una risposta entro il 26 aprile, mentre l'istruttoria ha scadenza 6 giugno. Occorre, dunque, fare presto. Se una certa apprensione sul fronte della concorrenza e di eventuali monopoli su alcune rotte può essere giustificabile, sembra però che le condizioni poste dall'Antitrust europea siano troppo draconiane. Per questo, fanno sorgere i sospetti di una lotta politica, dato che gli slot italiani fanno gola a molti. E che i bias nei confronti del Belpaese sono ancora molto presenti.
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Tassi, la Bce non si muove
La Banca Centrale Europea è stata chiara: il costo del denaro, per ora, non cala. Il board, con le parole della presidente Christine Lagarde, ha “solo iniziato a discutere di arretrare la politica restrittiva”. L'imminenza delle elezioni europee, tuttavia, rende abbastanza probabile un segnale dell'Eurotower prima di giugno
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'inflazione stimata cala ancora, ma i tassi restano fermi. Lo ha deciso il board della Banca Centrale Europea, che non ha smentito le previsioni. “In questa riunione non abbiamo discusso di tagli“, ha affermato Christine Lagarde, presidente della Bce; “abbiamo solo iniziato a discutere di arretrare la politica restrittiva”. In breve, scordiamoci un cambio di rotta ad aprile: occorrerà sicuramente aspettare la fine della primavera, se non l'estate.
L'incognita elezioni
Le dichiarazioni della presidente Bce non sorprendono affatto, anche se i mercati iniziavano a scommettere su un alleggerimento anticipato rispetto alle previsioni. E' chiaro che le banche centrali non devono dare l'impressione di correre dietro ai mercati: per questo motivo, la posizione della Bce era inevitabile. Anche se probabilmente un piccolo anticipo rispetto alle previsioni ci sarà. Prima di tutto perché l'Europa è in stagnazione e ha bisogno di uno stimolo in quel senso. E poi perché dal 6 al 9 giugno sono in calendario le elezioni per il parlamento europeo, che rendono plausibile un segnale distensivo, pur obtorto collo, da parte della Bce. Una correzione simbolica, magari di 5 centesimi e nulla più, potrebbe orientare la scelta di una parte di elettori indecisi. Per questo motivo, l'avvio della politica di ribassi Bce potrebbe anticipare quello della Federal Reserve, considerato che per le elezioni presidenziali americane bisognerà aspettare novembre. A questo bisogna aggiungere che l'economia statunitense va decisamente meglio rispetto alla nostra – il che fornisce frecce all'arco degli “attendisti”. E' pur vero che Jerome Powell, in audizione al senato Usa, pur affermando che il Fomc sta attendendo certezze concrete che l'inflazione scenda al 2%, (attualmente “non siamo sicuri” di questo, ha detto), ha indorato la pillola rassicurando che l'obiettivo non è lontano. E con esso l'inizio del calo dei tassi. Va da sé che i termini “vicino” o “lontano”, privi di riferimenti certi, danno adito a un florilegio di interpretazioni. E di scommesse sui mercati.
Germania, allarme infrastrutture
A far tremare l'Europa è la crisi tedesca: per parafrasare un noto detto, basta un vetro rotto a Francoforte per far crollare palazzi nell'intero continente. Un ulteriore esempio di come la “locomotiva d'Europa” stia ansimando ci viene da un'inchiesta della Bild: lo studio rivela che in molti casi le infrastrutture sono vecchie e devono essere riparate oppure distrutte (come accaduto per un ponte sul Rahmede, in Renania-Vestfalia, divenuto pericoloso e fatto saltare per aria, per evitare conseguenze drammatiche). Secondo la Bild, per ristrutturare le strade e le ferrovie servirebbero cifre improponibili. Un commento è d'obbligo: a furia di sostenere e condurre politiche restrittive, è facile che in periodi di crisi ci si trovi con problemi di manutenzione ordinaria e impossibilità di finanziarla. Ciò si riverbera a cascata su vari ambiti. Prima di tutto sui trasporti delle merci, i cui ritardi poi vanno a creare un effetto domino sull'economia.
Il caso Tim
Intanto, le Borse mantengono un margine di oscillazione limitato: l'anno è partito bene (specialmente per Milano, che più di una volta ha vestito la maglia rosa dei listini europei) e, almeno per adesso, si mantiene solido. A preoccupare è, in questo periodo, il crollo di Tim, con un -25% in tre giorni. Tra i responsabili, il piano presentato dalla compagnia telefonica, con obiettivi di crescita e di abbattimento del debito giudicati pretenziosi (anche se il management ha buttato acqua sul fuoco, affermando che gli obiettivi sono raggiungibili). I dati sono usciti male e hanno causato il crollo in Borsa, con investitori spaventati da un debito maggiore del previsto, reso ancor più problematico dai tassi di interesse alti. Questo allarme, unito alle conseguenze della vendita della rete, ha reso lecito un interrogativo; a queste condizioni, dove avverrà la redditività futura? Allo scetticismo si è aggiunta, probabilmente, una buona dose di speculazione: alcuni hedge fund erano forse short già prima della comunicazione del piano, reso noto lo scorso 7 marzo, e ne hanno approfittato. A questi livelli, in ogni caso, il titolo Tim inizia a rivelarsi una buona opportunità di acquisto, con spazio di risalita del 20-25%.
Medaglia d'oro
Tranquillità, invece, sul fronte dei cambi e dell'energia. Il rapporto euro-dollaro resta nella fascia di sicurezza, come il petrolio, i cui livelli non sono per il momento influenzati dalla crisi di Aden. L'assenza di volatilità fa bene al prezzo del greggio: finché su questo fronte ci sarà la tranquillità, i livelli tariffari dell'oro nero non dovrebbero variare. Lo spread è ai minimi di tre anni (tra il silenzio generale). Rame e alluminio rimbalzano in modo poco significativo, mentre a stabilire primati su primati è l'oro. Nonostante il record assoluto del “re dei metalli”, è lecito osservare che nell'ultimo anno, con il deprezzamento del dollaro, un investitore in euro ha percepito lo stesso rendimento di chi ha scelto di “rifugiarsi” nell'oro. E' anche vero che un guadagno del 3%-4% legato al metallo giallo non ha una correlazione logica con il calo dell'inflazione, che dovrebbe invece alleggerire il valore dei beni rifugio. Secondo un'interpretazione (che resta tale, naturalmente), a scompaginare le carte potrebbero essere stati paesi come Russia e Cina, che a causa delle sanzioni attuali e del blocco dei depositi all'estero (la prima) e per timore di embarghi futuri (la seconda) si sarebbero premunite riempiendo di oro (e di sicurezza) i loro forzieri.
Bob a Cortina
Mancano meno di due anni ai Giochi Olimpici di Milano-Cortina, ma le incertezze regnano sovrane: nonostante la scadenza ravvicinata, non si sa ancora dove si svolgeranno le gare di bob, slittino e skeleton. Il cantiere per la pista di v è stato aperto, anche se non c'è la sicurezza che il Cio approvi l'opera (la luce verde del comitato olimpico è necessaria per ospitare le gare nel nuovo impianto), né che, una volta finiti i Giochi, l'opera non diventi una cattedrale nel deserto, come quella di Cesana legata a Torino 2006. La soluzione ottimale sarebbe stata, a questo punto e con siffatti ritardi, virare sull'impianto di St Moritz (località vicina a Milano e già attrezzata per il bob), dirottando il denaro originariamente stanziato per la pista di Cortina alla viabilità sulle strade delle località olimpiche e alle ferrovie. Per consentire alla kermesse a cinque cerchi di lasciare al territorio un'eredità tangibile.
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Prosegue la rotazione settoriale: ora sorride il settore assicurativo
Mentre la Borsa di Milano chiude in attivo, ma sempre in un'ottica di trading range, a fare la fiammata è Unipol, con un balzo del 21%. Con la fusione interna, il gruppo bolognese accorcia la catena di comando e rinforza le difese per evitare eventuali scalate ostili, offrendo soddisfazione ai suoi investitori. Soffre Eni, che però ha ottime prospettive di rilancio
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Subito dopo il balzo dell'1,15%, che l'ha portata a 31.685 punti (sui livelli di giugno 2008), la Borsa ha chiuso la scorsa settimana su toni cauti, influenzata (come gli altri listini europei) anche dal rallentamento di Wall Street che ha indebolito tutti gli indici europei. Piazza Affari ha comunque riportato un +2,2% settimanale, il miglior dato in Europa. Tuttavia, stiamo parlando di movimenti che non discostano Milano da un trend all'insegna di trading range e rotazione settoriale. Che rende difficile identificare un settore su cui puntare.
Chi ride e chi no
Questa volta è stato il mondo assicurativo a sorridere, grazie al +21% di Unipol; il gruppo bolognese, con l'acquisizione interna di UnipolSai, accorcia la catena di comando e rinforza le difese per evitare eventuali scalate ostili. Ottenendo il plauso del mercato e soddisfazioni per i suoi investitori. Eni invece cala, a causa del -66% di utili 2023. Nessun allarme, però: in generale, i gruppi energetici e petroliferi, che oggi sembrano in difficoltà, potrebbero restituire ottimi dividendi la prossima primavera. E dare un po' di respiro agli investitori.
Inflazione americana
A influenzare (anche se non in maniera così drammatica) le Borse sono stati i dati di gennaio sull'inflazione americana, pubblicati dal Bureau of Labor Statistics: i risultati hanno evidenziato che l'indice dei prezzi al consumo su base annua è salito del 3,1%, contro il 2,9% previsto di mercati, mentre l'indice core, che esclude cibo ed energy, è cresciuto del 3,9%, contro le attese del 3,7%. In teoria, questi sono piccoli aggiustamenti, e i discostamenti dalle previsioni, quando si tratta di pochi decimi di punto, non influiscono più di tanto. Nonostante questo, i dati potrebbero dare alla Federal Reserve l'idea di rinviare il taglio dei tassi. Ciò significa che quasi sicuramente Jerome Powell attenderà alcuni mesi prima di iniziare la riduzione del costo del denaro. D'altra parte – lo si sapeva già - la discesa delle percentuali Fed è praticamente impossibile prima di giugno. Non solo: la Bce potrebbe anticipare la consorella americana nell'avvio di questa operazione.
I cinesi tagliano
Per ora è la Banca centrale cinese a tagliare i tassi: non succedeva dallo scorso agosto. Vedremo quanto la decisione macroeconomica di Pechino influirà sulle Borse mondiali. Sicuramente, le autorità monetarie cinesi stanno cercando di fermare, o almeno rallentare, la deriva economica con una mossa che cerca di dare sollievo a un mercato immobiliare in crisi. L'operazione da sola non basta per invertire la rotta, ma è probabilmente necessaria almeno per correre ai ripari. Tutto ciò mentre Pechino prosegue la sua politica di accaparramento di materie prime da un lato, e il suo wording aggressivo con Taiwan dall'altro. Entrambe le mosse (soprattutto la seconda) sono una dimostrazione di debolezza. Economica e politica.
Petrolio a zig zag
Il petrolio ha mostrato un andamento altalenante e, dopo un picco, ha subito un calo. Ma resta sempre a ridosso delle due fasce, quella di sicurezza (70-80 dollari al barile) e la successiva (80-90), anche con disallineamenti tra Brent e Wti. I metalli invece sono nel mezzo di un trading range molto stretto: il loro prezzo riflette una domanda scarsa dell'industria, dovuta alla crisi dei giganti europeo e cinese, con annessi pericoli di stagnazione. L'oro rimane appena oltre quota 2.000, ma oggi come oggi non sembra un investimento troppo conveniente. Per esserlo dovrebbe rendere più del 3,5% (tasso composto dalla performance attuale del Bund e l'1% annuo di mantenimento). Con il calo dell'inflazione, poi, sembra più conveniente mantenerne una quantità minima, ma come “assicurazione” contro eventuali episodi di volatilità causati da crisi geopolitiche.
Juventus in perdita
Sul fronte sportivo, si osserva che la Juventus ha annunciato un bilancio del primo semestre dell'esercizio 2023/24 in perdita di 95,1 milioni di euro, in peggioramento al rosso di 29,5 “consuntivata nel primo semestre dell’esercizio precedente”, afferma una nota del club bianconero. Una perdita che praticamente triplica i passivi precedenti e, prosegue il comunicato, dipende per 60 milioni circa “dagli effetti diretti correlati alla mancata partecipazione della prima squadra alle competizioni Uefa”. In pratica, la Juventus ha già giocato il suo jolly, l'aumento di capitale che, a quanto si vede, non è stato sufficiente per intaccare il rosso. La risposta a questi dati dovrebbe risiedere in un organico fair play finanziario: da un lato non c'è più posto per affari milionari come l'acquisto di Cristiano Ronaldo; dall'altro occorre gestire in maniera massiccia il mercato in uscita. Come ha fatto il Napoli che, fresco di scudetto (e di qualificazione Champions) ha ceduto Kim al Bayern. Risultato, gli azzurri sono la miglior squadra italiana per bilanci: secondo una proiezione riportata dalla Gazzetta dello Sport, con i suoi 123 milioni di euro, il Napoli sarebbe addirittura il club con il secondo miglior utile d'Europa, dopo il Manchester United. Certamente, quest'anno le prestazioni sportive dei partenopei lasciano a desiderare, ma ciò dipende da altri fattori, dato che la gestione del mercato in uscita non ha impedito alla squadra di rimanere quasi intatta.
Buyback
Un commento di Schroders ha evidenziato che il fenomeno dei buyback è in piena salute, e non solo negli Stati Uniti: soprattutto nel 2022, ma anche nel 2023, le aziende britanniche hanno riacquistato i loro titoli in modo ben maggiore rispetto al solito. Questo trend, prosegue Schroders, è in crescita in Europa, ma non soltanto: i buyback sono infatti aumentati tra le grandi imprese francesi e tedesche, ma anche giapponesi. E il divario tra Stati Uniti (storicamente molto più attivi nel riacquisto di azioni proprie) e resto del mondo si sta assottigliando. Questi fenomeni accadono quando i consigli di amministrazione vedono una decisa sottovalutazione dei titoli rispetto al minimo del mercato. Un esempio: se Eni vale sette volte gli utili, ogni investimento di 100 euro ne restituirà 13 a fine anno. In un mercato normale, questo 13% resta in tasca, anche in presenza di volatilità. Con un guadagno che rende valori multipli rispetto al Bund tedesco.
Nuovo scalo aereo
Sul fronte dei trasporti, sbarca a Milano un nuovo brand aereo: BeOnd, compagnia che offre ai suoi passeggeri solo viaggi in classe premium. La società, che da novembre offre già voli da Monaco, Zurigo e Riad a Malé (Maldive), opererà dunque sui cieli sopra la metropoli ambrosiana, ma anche da Bangkok e Dubai. La notizia dimostra che Milano è ancora in grado di destare attenzione e attirare i capitali: è pur sempre la capitale della moda e del lusso, e una delle città leader nell'arte, nella musica e nel design. In attesa, naturalmente, di capire quale sarà l'impatto dei prossimi Giochi Olimpici Invernali.
Ita-Lufthansa, corsa a ostacoli
Sempre parlando di traffico aereo, c'è però una notizia non positiva. L'Antitrust Ue ha infatti posto le sue condizioni per l'avvio operativo della nuova Ita targata Lufthansa. Condizioni che molti hanno definito draconiane: le proposte già avanzate dalla compagnia tedesca, che ha acquisito il 41% di quella italiana, con un piano che la vedrà crescere fino al 100%, sono state definite insufficienti, e integrate con nuovi obblighi. Tra questi, la cessione di slot e di rotte, anche nordamericane (in questo viene coinvolta anche United, perché partner di Lufthansa nel programma fedeltà e di codeshare Star Alliance), ma anche l'assistenza alle compagnie aeree che subentreranno. Con tanto di servizi di assistenza per i passeggeri a terra di questi vettori concorrenti, accesso alle lounge e codeshare (nonché accumulo di miglia) con voli Star Alliance. E' quest'ultimo obbligo – quello non solo di abbandonare gli slot, ma di aiutare compagnie aeree concorrenti – che non piace ai due vettori, tanto più che coinvolge anche società extra-europee, quindi più difficili da inglobare nell'accordo. Alla fine, è probabile che venga raggiunto un compromesso accettabile – si spera, con benefici per il consumatore: occorrerà evitare che, come è successo negli anni passati, le tariffe vadano a raddoppiare o triplicare, in nome magari di una malintesa idea di concorrenza.
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Federal Reserve: improbabile un taglio dei tassi a marzo
Jerome Powell ha messo le cose in chiaro: a meno di clamorose sorprese, la prossima riunione della Fed lascerà invariato il costo del denaro. L'annuncio ha contribuito all'apertura di una settimana fiacca per le Borse europee. Con l'eccezione di Milano, che ha approfittato dei risultati eccellenti di Unicredit per chiudere in rialzo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Continua la telenovela sul taglio dei tassi. Ora è la volta della Federal Reserve: il suo presidente Jerome Powell, confermando le indicazioni del Fomc, ha definito improbabile un calo delle percentuali già alla prossima riunione di marzo. L'inflazione sta scendendo, ha ricordato, ma occorre evitare il rischio di agire troppo presto (o troppo tardi, ha aggiunto). Per avviare l'allentamento delle condizioni monetarie il calo dell'inflazione dovrà dunque essere duraturo. In parole povere, negli Usa il taglio dei tassi può attendere.
Unicredit allunga
Le parole di Powell hanno influito sulle Borse europee, che hanno aperto questa settimana con ritmi molto fiacchi. Unica eccezione, Piazza Affari, che ha chiuso un lunedì brillante, a +1%. Tuttavia, il merito è quasi esclusivamente di Unicredit, schizzato a +8,2%. Il gruppo creditizio ha trainato il settore bancario e l'intero listino: senza Piazza Gae Aulenti, anche Milano si sarebbe allineata all'andamento degli altri listini europei. Il balzo in avanti di Unicredit dipende dai dati di bilancio, in special modo dall'utile raggiunto (decisamente superiore alle aspettative) e dai dividendi succulenti offerti agli azionisti. Nessuna novità, invece, sul fronte del risiko bancario: il ceo Andrea Orcel ha per ora escluso nuove acquisizioni. Il rally di Unicredit dà ragione a chi ha avuto la forza di tenere il suo titolo in portafoglio, nonostante le forti progressioni dell'ultimo anno e più. Chi ha acquistato le azioni della banca quando valevano 15 euro e le ha mantenute ha davvero fatto un grande affare. Che potrebbe rivelarsi ancora più proficuo in caso di un'ulteriore crescita – possibilissima, dato che i margini ci sono ancora.
Ferrari in pole position
La forza del settore bancario in un'epoca di tassi alti è strutturale e ampiamente spiegabile. Diversamente dalle “fiammate” contingenti, come lo sprint della Ferrari, salita del 10% dopo l'ingaggio a sorpresa di Lewis Hamilton. Un colpo che ha influito sulla Borsa più per l'approdo di sponsor e di attenzione sul Cavallino piuttosto che per ragioni più strettamente sportive, data anche l'età avanzata del fuoriclasse inglese. Non per niente, dopo l'allungo iniziale, i titoli della Rossa di Maranello hanno subito un riposizionamento.
Il punto sul petrolio
Tra i protagonisti di questi ultimi giorni il petrolio, che ha subito un calo sia nell'indice Brent, sia nel Wti, ma sempre all'interno della forbice tra i 70 e gli 80 dollari al barile. Tra i motivi dell'arretramento, il cauto ottimismo sulla crisi del Mar Rosso e le incertezze sul settore dei servizi in Cina. Cina che intanto ha registrato un cambio di gerarchia tra i suoi fornitori top: ora la leadership è stata conquistata dalla Russia, che con 107,02 milioni di tonnellate (+24%) ha superato l'Arabia Saudita. Mentre in India il greggio di Mosca è passato, dal 2021 a oggi, da quote trascurabili al 40% del petrolio importato, e in Brasile il gasolio russo ha superato quello americano. Petrolio e gas di Mosca sono stati dunque semplicemente dirottati dal mondo occidentale ad altri mercati, attutendo l'effetto delle sanzioni e creando problemi in una sola area geografica: l'Europa, che sta ancora arrancando a causa della ridotta fornitura a basso costo di gas russo. Unica eccezione, la Norvegia, Paese ricco di petrolio e gas naturale, che non aderisce né all'Unione Europea, né all'Opec ed è l'unico Stato europeo che, proprio per il greggio, ha i conti in attivo. Grazie anche alle massicce esportazioni di petrolio, Oslo ha visto il suo fondo sovrano battere tutti i record. Una strada che in futuro potrebbe essere percorsa anche dal Canada. Ottawa ha raddoppiato il Trans Mountain Pipeline, infrastruttura forse in grado di lanciare la Foglia d'Acero come Paese esportatore di petrolio. Potrebbe invece cavalcare la diversificazione energetica ed economica l'Arabia Saudita che, secondo rumours insistenti, starebbe esaminando la possibilità di vendere azioni di Aramco (la società petrolifera nazionale, maggiore esportatrice al mondo e quotata alla Borsa di Riad) per 10 miliardi di dollari. Un'operazione che comunque non intaccherebbe il controllo dell'azienda da parte dello stato (che ora, direttamente o indirettamente, si attesta sul 98%) e libererebbe una somma molto grande per i progetti sauditi, dal tentativo di conquistarsi uno spazio in ambito sportivo alla nuova città in progetto sul Mar Rosso.
La liquidazione Evergrande
In Cina è l'ora della liquidazione di Evergrande, sancita dall'alta corte di Hong Kong, che ha ufficializzato il fallimento gigantesco del colosso immobiliare. In realtà, però, il gruppo è in bancarotta da tre anni: nessuna sorpresa, dunque, nonostante le proteste dell'organizzazione di Shenzen, che ha conquistato il non invidiabile primato di gruppo real estate più indebitato al mondo, con un passivo-monstre di 350 miliardi di dollari. Di questi, 150 sono obbligazioni, contratte in giro per il mondo e ormai carta straccia. Piuttosto, la domanda d'obbligo è: lo stato si farà carico di completare i lavori edili già iniziati dalla società? Oppure sorgeranno “cattedrali nel deserto” e cantieri lasciati a metà e abbandonati? Difficile rispondere, anche perché a causa della crisi, molti cinesi inurbati in tempi recenti stanno tornando nelle campagne.
La protesta degli agricoltori
Prosegue la protesta degli agricoltori europei, spinti da una serie di motivazioni che, in alcuni casi, differiscono da Paese a Paese. In Francia, gli assembramenti di trattori hanno ottenuto un primo punto a favore, con il pronunciamento, da parte dell'intera classe politica, contro l'accordo di libero scambio Ue-Mercosur. In Italia, la protesta si concentra soprattutto sul contrasto alla diminuzione dei sussidi. Ma anche alla sostituzione di terreni agricoli con impianti fotovoltaici e al calo obbligatorio di aree coltivabili, sostenuti dalla commissione europea. Eventualità che, se davvero applicate, rischierebbero di far naufragare un settore di eccellenza come l'agricoltura del nostro continente, aprendo massicciamente i mercati a Paesi che non offrono la stessa qualità, né la stessa sicurezza su ogm, diserbanti e altre sostanze proibite in Europa. Ci perderebbero, dunque, sia gli imprenditori del settore (molti dei quali hanno aree dalle dimensioni non superiori a due ettari), sia i consumatori. A vantaggio delle grandi multinazionali. Proprio per la specificità dei prodotti della terra e la loro centralità nelle tavole delle persone, il settore agricolo dovrebbe essere l'unico da sussidiare in maniera continua e organica. A differenza del comparto automotive, che in Italia è stato aiutato in maniera massiccia nel corso degli anni. Non per niente, il diktat di Carlos Tavares – che ha affermato chiaro e tondo la possibile chiusura della produzione Stellantis in Italia in assenza di aiuti – ha suscitato reazioni irritate da governo, opposizioni e sindacati, mai così uniti come in questo frangente. Piuttosto, se si dovessero destinare sussidi all'industria, sarebbe preferibile dirottarli su Taranto, considerata l'attività strategica dell'Ilva. Mentre un aiuto alla ricerca sull'elettrico rischierebbe di creare un buco nell'acqua, dato che i consumatori italiani (e non solo) sono molto freddi nei confronti di queste vetture.
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Borse in attesa delle banche centrali
I mercati hanno aperto il 2024 con uno storno, che però è stato recuperato totalmente all'inizio della seconda settimana di contrattazioni. Tra i motivi dell'incertezza, la cautela di Fed, Bce e Boe sui tempi e le modalità del taglio dei tassi. Su cui, tuttavia, ci sono motivi fondati di ottimismo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo due mesi scoppiettanti e un dicembre ancora molto brillante, le Borse hanno aperto il 2024 con calma e cautela. A imporre un certo rallentamento, i noti problemi geopolitici e l'incertezza sui tempi e le strategie delle banche centrali. C'è inoltre chi afferma che, dopo un periodo positivo così prolungato, un certo storno era da attendersi; qualcuno ha invece dato un'interpretazione più ottimista, derubricando la flessione a un normale periodo di trading range. La settimana in corso ha fornito le prime risposte: nel primo giorno della seconda settimana di contrattazioni, i mercati si sono già riportati ai livelli di fine anno. Lo hanno fatto persino i tecnologici americani, che dopo un breve ritracciamento hanno recuperato velocemente il terreno perduto, trainando anche il Nikkei. A mostrare un andamento più virtuoso, la Borsa di Milano, spinta – come succede ormai da tempo – dalla folta presenza dei titoli finanziari nell'indice. Senz'altro positiva, per Piazza Affari, anche la discesa dell'inflazione italiana, in controtendenza rispetto a quanto accade nel resto d'Europa, specialmente in Francia e Germania.
La “locomotiva” arranca
Il vortice inflattivo non è l'unica notizia negativa per Berlino, che ha archiviato, per il sesto mese consecutivo, un calo della produzione industriale manifatturiera (-0,7%, con un -4,8% dallo scorso novembre). Attualmente, a tenere in pista il Pil tedesco è solo il settore dei servizi. I motivi sono sotto gli occhi di tutti. Da una parte, la Germania è il Paese più penalizzato dalla situazione ucraina, poiché ha dovuto giocoforza rinunciare alla gran parte delle forniture di gas russo a basso costo, che favoriva un export molto competitivo. A questo, si aggiungeva la possibilità di potersi finanziare a livelli più bassi di altri paesi europei, grazie al differenziale favorevole. Alla crisi tedesca si aggiungono le manifestazioni degli agricoltori, che si sono uniti nella protesta ai colleghi olandesi e stanno bloccando le principali arterie viarie e autostradali del Paese con trattori e camion. Due i principali motivi del disagio: da una parte, l'abolizione dei benefici sul diesel 2 e di altre agevolazioni per il settore voluta dal governo Scholz; dall'altra, la programmata eliminazione, decisa dalle istituzioni europee, di una parte di produzione agricola e allevamento per restituire terreni alla natura. Un'operazione che, se realizzata, rischierebbe di causare alla Germania e all'Europa una drammatica perdita di produttività e, naturalmente, anche di posti di lavoro. Solo considerando le esportazioni, l'agricoltura tedesca vale circa 50 miliardi di euro: questo dato è sufficiente per comprendere quando gli interventi nazionali e comunitari potrebbero spedire nel baratro la prima economia europea. E, di rimando, l'intero continente, che già nel secondo semestre dell'anno ha evidenziato un problema di crescita rallentata.
Tassi, pensieri e parole
L'incertezza sul comportamento delle banche centrali dipende dall'atteggiamento dei loro dirigenti, che continuano a concentrarsi su una lotta senza quartiere all'inflazione (ormai sotto controllo) più che sul rallentamento delle economie. La Federal Reserve ha raffreddato gli entusiasmi, esprimendosi all'insegna della massima cautela. La Banca d'Inghilterra tace, nonostante gli appelli dei manager aziendali (“un taglio anticipato dei tassi”, ha detto a questo proposito Roger Barker, direttore delle politiche e della corporate governance dell'Institute of directors, potrebbe “aiutare a rilanciare la fiducia nel settore aziendale”). La Banca Centrale Europea, da parte sua, è stata molto chiara: il suo consigliere Boris Vujčić, governatore dell'istituto centrale croato, ha affermato che non si verificheranno tagli di tassi prima dell'estate. Le posizioni di Fed, Bce e Boe sono, tuttavia, mitigate da una certa fiducia indotta dalla logica, che suggerisce un ammorbidimento della stretta monetaria di qui a qualche mese. Soprattutto in considerazione delle scadenze elettorali in programma nel 2024. In un anno caratterizzato dal rinnovo dei parlamenti di Bruxelles e di Londra e della presidenza Usa, le banche centrali saranno costrette a impostare le loro strategie in un’ottica pro mercati. Specialmente negli Stati Uniti, dove la consultazione è vissuta in maniera particolarmente tesa. Tuttavia, dopo essersi impegnate in una folle gara a inseguimento per oltre un anno, le banche centrali non possono smentirsi in modo così palese, percorrendo il cammino inverso in fretta e furia e con uguale velocità, e soprattutto preannunciandolo apertamente. Nella migliore delle ipotesi, quindi, il cambio di rotta inizierà ad aprile o maggio. Ad aprire le danze sarà, molto probabilmente, la Federal Reserve. Non è escluso che la banca centrale americana prosegua nelle dichiarazioni all'insegna della cautela e cambi rotta a sorpresa, con pochi giorni di preavviso. A differenza della Bce, che proverà a “tenere duro” il più possibile.
Petrolio, il dietrofront saudita abbassa i prezzi
Se l'inflazione è sotto controllo, contribuisce anche il rallentamento delle materie prime, causato anche dal calo di domanda da parte della Cina. Il petrolio, in particolare, è sceso sotto quota 80 dollari al barile (il Wti si avvicina addirittura a 70). Il calo del prezzo del greggio, che avviene nonostante i noti problemi in Medio Oriente e sul Mar Rosso e malgrado le previsioni di segno opposto da parte degli esperti, dipende soprattutto dai tagli delle tariffe decisi dall'Arabia Saudita e dal contemporaneo aumento della produzione da parte dell'Opec. Una situazione abbastanza strana, se pensiamo che, fino a poco tempo fa, Riyad puntava a un calo della produzione, con un contestuale aumento dei prezzi. Questa posizione aveva convinto l'Angola a lasciare l'Opec, rischiando anche di portarsi dietro anche la Nigeria.
Cina, respiro dalla banca centrale?
Pechino sta invece cercando una riscossa, dopo il profondo rosso causato dalla bolla immobiliare e dal calo della domanda. A dare respiro a un'economia in sofferenza potrebbe essere la Banca Popolare Cinese, da cui ci si aspetta un calo degli accantonamenti obbligatori a cui le aziende di credito locali sono tenute. Un provvedimento che, se adottato, avrebbe un potenziale molto forte sul supporto all'economia in un momento di stagnazione. A questo si aggiunge che le aziende cinesi, essendo sussidiate dallo Stato, hanno la possibilità di mettere in atto politiche aggressive in termine di prezzo. Non per niente, Pechino è diventato il primo esportatore al mondo di automobili, superando il Giappone che da molto tempo dominava la classifica.
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Calo dei tassi: la Fed inizia a organizzarsi
Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha prefigurato una possibile diminuzione, nel corso del 2024, di 75 punti base. E i mercati si aspettano un decremento quasi doppio. Nessun segnale dalla Banca Centrale Europea. Anche se...
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Quest'anno, come è stato detto più volte in questi giorni, il Babbo Natale dei mercati ha assunto le sembianze di Jerome Powell. Annunciando che nel 2024, negli Stati Uniti, sarà possibile una riduzione dei tassi di interesse pari a 75 punti, il presidente della Federal Reserve ha contribuito a innescare un'atmosfera di ottimismo, che ha ingenerato grandi aspettative. Non per niente, dopo l'esternazione del numero uno della Fed, i mercati si sono spinti ben più in là, arrivando a prevedere un calo dei tassi fino a 145-150 punti.
Strategie divergenti
L'annuncio di Powell ha portato benefici soprattutto ai listini americani, che la scorsa settimana hanno ottenuto una performance superiore rispetto a quelli europei. Anche per l'atteggiamento dell'Eurotower. Christine Lagarde, presidente della Bce, ha infatti affermato che a Francoforte non si è parlato di tagli. Dov'è la sorpresa? - verrebbe da dire. Le strategie della Banca Centrale Europea – almeno dalla fine dell'era Draghi – si sono rivelate discutibili. In prima battuta non è stata prevista l'inflazione, con un ritardo nel rialzo dei tassi; poi si è scelta la strada di un riaggiustamento troppo incalzante e decisamente esagerato. Ora si insiste sui livelli di inflazione, che sarebbero ancora troppo alti, mentre la situazione è in via di miglioramento e l'obiettivo del 2% è a portata di mano. All'Eurotower ci sono fior di analisti, che conoscono la situazione: non si comprende quindi questa resistenza a oltranza, che impedisce di “ascoltare” i cambiamenti. I mercati, che solitamente anticipano i tempi, hanno invece un atteggiamento diverso: non credono all'attendismo espresso da Christine Lagarde e puntano sul calo dei tassi anche in Eurolandia. Lo dimostra l'asta dei Btp annuali, che ha decretato un valore del 3,75%, con uno spread sotto 170 punti base. Ciò, appunto, evidenzia l'ottimismo diffuso su un taglio del costo del denaro. Magari non a marzo (mese in cui i mercati si aspettano i primi movimenti verso il basso da parte della Fed), ma comunque a stretto giro.
2024, prime indicazioni
Queste aspettative influenzano, e non di poco, le previsioni sul 2024 dei mercati. A iniziare dalle obbligazioni. Per sei mesi abbiamo consigliato di rimanere lunghi di duration: ora la discesa del Btp sotto il 4% conferma la nostra visione. Una volta che il costo del denaro inizierà a scendere, il lungo termine si confermerà sempre più la strategia obbligazionaria migliore. Chi si posizionerà con duration lunga potrà assicurarsi per cinque anni rendimenti intorno al 5%, dotandosi di un hedging contro eventuali storni dei mercati azionari. Chi invece insisterà a rimanere corto (o non potrà fare altrimenti) rischierà di scendere sotto il 2%. L'azionario, invece, dovrebbe veleggiare abbastanza tranquillo, o con lievi perdite o con guadagni moderati. Le economie, come ricordato, sono in rallentamento e i rendimenti in doppia cifra di quest'anno si riveleranno irrealizzabili. Il 2023 ha restituito performance eccezionali: chi è rimasto fuori, ha perso un'opportunità molto forte. Se ci sarà una crescita, presumibilmente sarà moderata. Stesso discorso si può fare per eventuali flessioni: a meno di un “cigno nero”, o comunque di un evento esterno molto problematico, non è ipotizzabile una discesa dei mercati oltre il 5%.
India batte Cina
Sull'inflazione, come detto, c'è ottimismo. E questo nonostante la ripresa dell'alluminio e di altre materie prime dopo 20 mesi di calo. Una risalita di questi asset non è sufficiente a mettere a rischio i prezzi (più pericolosa potrebbe invece rivelarsi una lettura integrale dell'Agenda 2030, soprattutto sul versante dell'elettrico). Più che l'inflazione, a preoccupare è il rallentamento dell'economia europea (con la crisi industriale tedesca che fa tremare l'intero continente) e americana. E soprattutto cinese. Pechino mostra una situazione davvero preoccupante: le aziende lavorano ormai un solo turno, mentre molta gente inizia a tornare nelle campagne, provocando uno svuotamento delle case in città e uno squilibrio sul fronte immobiliare. Mentre a crescere è l'economia indiana. Nuova Delhi ha avviato investimenti molto forti, soprattutto su infrastrutture, e aprirà 30 centrali a carbone per supportare l'industrializzazione – scelta che ha fatto storcere il naso a molti Paesi partecipanti alla recente Cop28. Il mercato azionario indiano, da parte sua, viaggia già a multipli molto elevati. Mentre la popolazione del Paese ha superato quella cinese.
Giappone, ancora immobilismo sui tassi. Per ora
Se la Bce, almeno ufficialmente, non parla ancora di taglio dei tassi, si allineano a questo approccio anche Banca d'Inghilterra e Banca Nazionale Svizzera (quest'ultima, però, con percentuali decisamente più basse). La Banca del Giappone, da parte sua, ha confermato che per ora i tassi restano in territorio negativo. Nel 2024, tuttavia, Tokyo potrebbe decidere una piccola sortita in controtendenza, con un rialzo contenuto che avrebbe l'obiettivo di rafforzare lo yen. Se questa evenienza si realizzasse, si potrebbe concretizzare una situazione paradossale, con le banche centrali europee e americana intente ad allentare la stretta e quella giapponese, tradizionalmente refrattaria ad aumenti del costo del denaro, impegnata ad abbandonare il territorio negativo e ad alzare i tassi. Una simile mossa – che, se decisa, sarebbe comunque sporadica e probabilmente limitata nel tempo – costringerebbe gli investitori che hanno scelto posizioni lunghe yen contro euro (o dollaro) a smontarle frettolosamente. Restituendo una certa forza alla valuta nipponica.
Il turismo salva l'economia italiana
Banca d'Italia ha ridotto a +0,6% le stime del Pil nazionale 2024. Il fenomeno, che dipende soprattutto dalla politica monetaria, i cui effetti si fanno sentire sempre a scoppio ritardato, non deve comunque preoccupare più di tanto, dato che discutiamo di pochi decimali. Se l'economia italiana sta comunque a galla, si legge invece sui dati Confindustria, grande merito deve essere attribuito al turismo internazionale. Effettivamente, i numeri da record registrati nel 2023 (a settembre +11,8% sullo stesso periodo dell'anno precedente, a prezzi correnti) hanno portato più benefici che problemi (l'inflazione sui prezzi degli alberghi). Si potrebbe fare ancora di più? Sì e no. Perché il turismo è un settore che può crescere, ma non in maniera esponenziale, dato che i posti disponibili non si possono aumentare di molto. Detto questo, a penalizzarci sono l'insufficienza delle infrastrutture e la burocrazia farraginosa, che rende difficili gli investimenti. Al pari, naturalmente, dei limiti di spesa imposti dall'Unione Europea.
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Banche centrali, tornano i falchi
Jerome Powell ha affermato che la Federal Reserve potrebbe alzare ancora i tassi, se necessario. E Christine Lagarde ha dichiarato che la Bce non avvierà il ciclo di ribassi prima di sei mesi, e forse occorrerà ancora più tempo, non escludendo una nuova stretta “in caso di shock”. Tuttavia, almeno in Europa, nuovi rialzi sono impensabili. Ecco perché
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La Federal Reserve è pronta ad alzare ancora i tassi di interesse se dovesse intravederne l'esigenza. E' questo il tono della nuova esternazione del suo presidente, Jerome Powell. Una posizione da “falco” subito condivisa dalla Bce, che – con le parole di Christine Lagarde – non procederà ad avviare il ciclo di ribassi per sei mesi, e forse anche di più. In compenso, ha aggiunto, “con nuovi shock dovremo riconsiderare i tassi”. Naturalmente verso l'alto.
In Europa non si fa
Dobbiamo preoccuparci? Non più di tanto, almeno per quanto riguarda l'Eurozona, Perché a queste latitudini è impensabile che i tassi vengano alzati ancora. Shock o non shock. L'economia sta soffrendo molto per la stretta monetaria, i livelli dell'industria europea non sono per niente buoni e ben pochi paesi chiuderanno l'anno con il segno più (tra questi, occorre dirlo, c'è l'Italia). Le reazioni a eventuali nuovi inasprimenti potrebbero quindi rivelarsi drammatiche: ciò, lo ripetiamo, rende praticamente impossibili ulteriori rialzi. In compenso, anche i dati sull'inflazione - che ormai sta scendendo sotto il 3% - oppongono un no secco a una simile ipotesi: persino il petrolio, che aveva destato preoccupazioni nella prima parte dell'autunno, è ora rientrato nei ranghi, navigando nuovamente intorno agli 80 dollari al barile. Che non ci siano timori di inflazione lo dimostra la quotazione dell'oro, tornata sotto i 2.000 dollari l'oncia nonostante le numerose e deflagranti tensioni geopolitiche nel mondo. L'unica preoccupazione potrebbe arrivare dal gas, attualmente di poco sotto i 50 euro al megawattora. Un valore alto, certo, ma non altissimo: il livello non è neppure minimamente paragonabile alle valutazioni a tre cifre che abbiamo dovuto sperimentare nel recente passato.
Borse giù, ma non troppo
Le reazioni delle Borse alle dichiarazioni di Jerome Powell e Christine Lagarde sono state, tutto sommato, moderate. Si sono verificate flessioni, e la scorsa settimana si è chiusa all'insegna della cautela (uniche aree in controtendenza, almeno a Piazza Affari, il settore assicurativo, le telecomunicazioni e il comparto energetico, nonostante il calo del petrolio). Ma tutto è apparso sotto controllo. Anche perché il ritorno dei “falchi” non è l'unica causa di questo trend al ribasso: la settimana precedente le Borse avevano chiuso con buoni rialzi, e un calo che permettesse ai listini di rifiatare era ampiamente atteso. Nessun timore, quindi: i mercati non credono in ulteriori balzi verso l'alto della politica monetaria. Ne è ulteriore riprova il valore dei tassi a breve dei titoli di stato, che restano elevati. Le Borse, insomma, si sono dimostrate forti: in caso contrario, non avrebbero potuto mantenere un trend di oscillazione normale in un'epoca in cui le guerre provocano disastri all'economia di tutto il mondo. Ora, a meno di avvenimenti clamorosi, i listini dovrebbero chiudere l'anno senza particolari stravolgimenti. Si attende, infatti, un fine 2023 di poco sopra i livelli attuali o, mal che vada, in una situazione di stabilità, ma non in flessione. Ancora una volta, quindi, meglio mantenere. E, nell'obbligazionario, è consigliabile allungarsi di duration sui bond: per il settore, il 2023 è stato un anno molto difficile, ma l'anno prossimo si preannuncia migliore.
L'anno d'oro delle banche
Anno d'oro invece per le banche, capaci di raccogliere 43 miliardi di utili. Una scommessa già vinta, quella degli istituti di credito: fin da inizio anno era chiaro che il settore fosse favorito dalla stretta monetaria, anche se pochi si aspettavano risultati così brillanti. Occorre anche ricordare che, da 15 anni a questa parte, le aziende di credito hanno dovuto fare i conti con gravi difficoltà nel chiudere i bilanci. Il momento felice del settore bancario, come è facile prevedere, dovrebbe proseguire fino a quando i tassi rimarranno alti – cioè per molti mesi.
I più short
A proposito di banche, un'analisi GraniteShares su dati WhaleWisdom rivela che allo scorso 6 novembre Montepaschi era il terzo titolo italiano più shortato con il 2,62% delle azioni in posizioni corte nette. A precedere la banca senese solo Saipem e Industrie De Nora. La scelta dei fund manager che hanno venduto allo scoperto Mps si è dimostrata davvero erronea e poco lungimirante: il Monte dei Paschi ha ottenuto ottimi risultati ed è salito dell'8%. Più in generale, quest'anno chi ha shortato le banche è stato molto improvvido: al contrario, quello del credito era il vero settore su cui investire. Due parole su Saipem, che ha occupato il primo posto in questa speciale classifica. La società, dopo i momenti difficili trascorsi negli ultimi due anni, ha ora buone commesse e una discreta redditività, che le permette di recuperare, pur in parte, la distruzione del capitale condotta negli ultimi dieci anni. Certo: la società ha perso circa il 97% del suo valore rispetto al 2012, ed è costata ai cittadini molti soldi. Ma il suo ruolo era troppo centrale per non procedere a un salvataggio. Chi ha scommesso contro Saipem non ha dato peso a questa considerazione.
Cina, nubi e ostacoli sulla strada della ripresa
Recentemente, il Fmi ha invitato le banche a investire in Cina, riconoscendo però i problemi attualmente attraversati dall'economia del Paese. Tuttavia, almeno finora, gli investitori restano lontani da Pechino, anche per l'opacità di questo mercato. La tanto ventilata ripresa cinese è, dunque, un percorso con tante nubi e vari ostacoli, non ultima l'attuale fase deflattiva. Per competere con gli Stati Uniti e divenire la prima potenza mondiale, la Cina dovrebbe aprirsi maggiormente alla trasparenza e recuperare posizioni in vari ambiti, non ultimo quello tecnologico. Necessario anche rivedere alcune scelte demografiche davvero discutibili, come le regole ferree sul numero dei figli concessi alle famiglie. Le limitazioni, chiamate “politica del figlio unico”, permettevano fino al 2013 un solo bambino per nucleo familiare, e tuttora prevedono multe salate per i genitori che scelgono di avere più di due figli. La strategia, evidentemente introdotta per evitare la sovrappopolazione, può sortire l'effetto opposto, con rischi di dimezzamento dei residenti e conseguente insufficienza di lavoratori. Una situazione che metterebbe a rischio l'economia cinese, allontanando il paese dalla lotta per la leadership mondiale.
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Guerra in Medio Oriente: la reazione delle Borse
L'attacco di Hamas a Israele ha innescato timori nei mercati europei, che hanno reagito con una flessione. Ma il recupero non si è fatto attendere, spinto probabilmente dalla consapevolezza che questo nuovo conflitto obbligherà le banche centrali a fermare definitivamente la stretta monetaria. E, forse, a pianificare una riduzione dei tassi in tempi più rapidi rispetto alle previsioni
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Le drammatiche notizie provenienti dal Medio Oriente hanno spinto in negativo le Borse europee, che già si trovavano in un contesto di ribasso. Ieri, tuttavia, i mercati hanno recuperato ampiamente le perdite di lunedì, allineandosi con i valori di New York, che lunedì scorso non avevano risentito degli echi provenienti dal teatro mediorientale. Sembra quindi che l'escalation provocata dall'attacco di Hamas a Israele non abbia influito più di tanto sull'andamento dei listini. Forse perché, in presenza di una crisi così grave in Medio Oriente (e di rischi di future ripercussioni sul prezzo del petrolio), la Banca Centrale Europea non potrà più alzare i tassi, pena il crollo dell'economia. Anzi: è più probabile che lo “scollinamento”, inizialmente previsto per fine 2024, venga anticipato.
Le preoccupazioni all'orizzonte
I timori provenienti dallo scenario mediorientale sono dunque di carattere prima di tutto umanitario e poi geopolitico, ma molto meno di tipo economico. Da un lato, come detto, la Bce dovrà probabilmente rivedere in fretta la ormai atavica politica di rialzi continui; dall'altra, le preoccupazioni su un possibile stop al dialogo tra Israele e i Paesi arabi sono forse esagerati: l'accordo tra Tel Aviv e l'Arabia Saudita, con la partecipazione, pur sfumata, delle autorità di Ramallah (nemiche giurate di Hamas) potrebbe subire una sospensione temporanea, ma riprendere in un secondo tempo. Rimangono i rischi di una destabilizzazione di tutta l'area mediorientale, dato che Hamas è un chiaro problema per l'intero mondo arabo. Tuttavia, finora il prezzo del petrolio si mantiene sotto controllo, con valori inferiori ai 90 dollari al barile.
Sale lo spread
E lo spread? Lo spread resta oltre quota 200, che ha raggiunto dopo essere rapidamente balzato in alto dagli originari 170. Perché sarà anche vero che, molto probabilmente, non ci sarà un ulteriore rialzo dei tassi, ma è anche incontestabile che gli effetti della stretta monetaria si sentono da parecchi mesi: l'Italia, come le altre economie dell'area euro con debito pubblico alto, sta già pagando da tempo l'inasprimento deciso dalla Banca Centrale Europea. Più il costo del denaro è alto, più i Paesi indebitati devono pagare, e meno possono investire. Finché, dunque, la Bce non riporterà i valori su livelli accettabili, sarà allarme spread, aggravato anche dalle “scommesse” delle grandi banche d'affari, che hanno puntato con decisione contro l'Italia.
Il successo dei Btp Valore
In questo scenario non confortante, si è registrato il successo ottenuto dal collocamento dei Btp Valore: la nuova emissione ha infatti chiuso a quota 17,2 miliardi, di poco sotto la prima tranche. Il risultato è decisamente apprezzabile e si allinea con una tendenza mondiale che vede i cittadini investire massicciamente sui titoli di stato (un trend analogo si riscontra in Francia, in Germania e negli Usa). Tuttavia, è difficile che il successo dei Btp Valore influisca sugli spread, perché l'importo è determinato sul decennale. Nonostante tutto, occorrerebbe effettuare ancora 250 miliardi di emissioni: per questo motivo, un terzo collocamento, fra un anno o magari tra alcuni mesi, è altamente probabile.
Dollaro sovrastimato
Frattanto, il dollaro ha “bucato” quota 1,05, ma fatica a rimanere su questi livelli. Per il biglietto verde, infatti, il cambio attuale è al di sopra del proprio standard; si prevede, dunque, un arretramento. Anche perché il dollaro non è più considerato un bene rifugio, soprattutto alla luce della guerra in Medio Oriente, che può far male all'economia americana molto più che a quella europea. Perché negli Stati Uniti è vicino l'anno elettorale, che obbligherà l'amministrazione democratica a lavorare per attutire gli impatti della crisi economica, proprio mentre non sembra prossima la fine per la guerra russo-ucraina: per gli Usa, il coinvolgimento, pur dall'esterno, in due conflitti potrebbe rivelarsi impossibile proprio dal lato finanziario – che è solitamente decisivo per l'esito delle presidenziali. Per questo motivo, necessariamente, Washington dovrà decidere chi sostenere, anche a causa della spada di Damocle che pende su una terza area calda: Taiwan.
Scioperi negli Stati Uniti
A complicare le cose, ecco il ritorno degli scioperi negli Stati Uniti. Un fenomeno che finora è sotto controllo, ma sta comunque aumentando in varie parti del Paese. I sindacati, la cui forza era stata dimezzata dai duri confronti con l'amministrazione Reagan negli anni Ottanta, stanno tornando a riscuotere sempre più fiducia e consenso tra i lavoratori americani. Varie le ragioni di questo cambiamento di prospettiva. Hanno certamente influito gli utili ottenuti dalle grandi aziende (soprattutto big tech) in tempo di coronavirus, che non si sono tradotti in adeguamenti salariali per i dipendenti. L'aumento dei tassi, ancora una volta, ha acuito questo senso di disagio: la stretta monetaria ha offerto ai cittadini abbienti la possibilità di investire ottenendo interessi più alti, mentre ha costretto la classe medio-bassa a stringere i cordoni della borsa a causa degli aumenti dei prezzi. Un altro fattore ha favorito il ritorno degli scioperi: il calo della disoccupazione, che ha accresciuto il potere contrattuale dei dipendenti, fornendo loro il coraggio necessario per aderire alle azioni sindacali. L'ondata di astensioni dal lavoro potrebbe anche suonare come un campanello d'allarme nei confronti dei Democratici, che da tempo hanno allentato la presa sui diritti sociali. Un campanello d'allarme che arriva, ancora una volta, alla vigilia di un delicatissimo anno elettorale.
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Politica monetaria, le banche centrali si dividono
Federal Reserve, Bank of England e Banca Nazionale Svizzera hanno deciso di tenere fermi i tassi, concedendo un respiro all'economia e distanziandosi dalla Bce, che sembra non volersi arrestare. Mentre in Giappone le percentuali restano ferme, in territorio negativo. Preoccupa però l'intenzione della Fed di lasciare alte a lungo le percentuali: si teme che poco cambierà prima di fine 2024
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha comunicato la sua decisione mensile sulla politica monetaria. Washington, a differenza di Francoforte, ha deciso di fermare la crescita dei tassi (è il secondo stop, in una manovra che ha finora fatto registrare 11 rialzi), mantenendo così la forbice fra il 5,25% e il 5,5%. Le parole con cui Jerome Powell ha spiegato la sua decisione, però, non sono state troppo confortanti. Il presidente della Fed ha infatti affermato da un lato che prossimamente potrebbero essere necessari altri aumenti, dall'altro che i tassi rimarranno alti per lungo tempo. A preoccupare i mercati è soprattutto la seconda affermazione: negli Usa, il costo del denaro rischia di rimanere alto per tutto il 2024 e forse oltre, con evidenti ripercussioni sull'economia.
Politiche divergenti
Insieme alla Fed, hanno optato per una pausa altri due importanti istituti centrali del mondo occidentale: la Banca d'Inghilterra e la Banca Nazionale Svizzera. Più in particolare, Big Ben ha detto stop dopo 15 interventi consecutivi, fermando la percentuale di riferimento a 5,25%, mentre Berna ha mantenuto costante il tasso all'1,75%, smentendo le previsioni degli analisti che ritenevano probabile un nuovo ritocco verso l'alto dello 0,25%. Tutte e tre le banche centrali potrebbero, in futuro, decidere per nuovi interventi, ma hanno preferito lasciar rifiatare le rispettive economie. Cosa che, come è ben noto, non ha fatto la Bce, il cui ritmo serrato rischia di portare al disastro economia, potere di spesa delle famiglie e Stati con debito pubblico alto. Sembra di assistere alle stesse scene del 2007, quando l'allora presidente dell'Eurotower Jean-Claude Trichet alzò i tassi, ma fu costretto a tornare precipitosamente indietro dopo la crisi Lehman. Una situazione simile potrebbe riproporsi: non per niente, Goldman Sachs ha già accennato a una possibile impennata degli spread – e quando le grandi banche d'affari iniziano ad affrontare questi argomenti, significa che hanno già posizioni short sui debiti dei paesi più in difficoltà. Sembra che attualmente la Bce sia intenzionata a fare qualsiasi cosa per raggiungere l'obiettivo del 2%. Quando, lo ripetiamo per l'ennesima volta, l'inflazione europea è una questione soprattutto di materie prime: finché queste non calano, la spirale inflattiva non può scendere troppo. Tassi o non tassi. E, da questo punto di vista, le cose non sono certo rassicuranti, a causa della nuova ascesa del petrolio che, a causa dell'asse fra Arabia Saudita e Russia, sta galoppando pericolosamente verso il valore di 100 dollari al barile. Invece che insistere fideisticamente in una monolitica strategia di rialzi in loop, la Bce dovrebbe accettare di mettersi in discussione, studiando gli esempi delle altre banche centrali occidentali. Quelle americana, inglese e svizzera, appena citate. E quella giapponese, che rappresenta la scelta diametralmente opposta: dallo scoppio della crisi in poi, Tokyo non ha abbandonato la tradizionale politica di tassi fermi, confermandosi l'unico paese del G7 a mantenere il costo del credito in territorio negativo. Anche l'avvicendamento, avvenuto alcuni mesi fa, del governatore della banca centrale (Kazuo Ueda al posto di Haruhiko Kuroda) ha lasciato invariato il piano operativo nipponico. Risultato? L'inflazione resta inferiore a quella di Eurolandia.
Vie alternative
Del resto, l'economia dell'Unione Europea, insieme a quella britannica, è la meno brillante nel mondo occidentale. Vale a dire che oltre oceano le condizioni sono migliori: l'economia statunitense è molto più vicina all'equilibrio rispetto alla nostra, con un'inflazione che arretra gradualmente. Sicuramente, alla crisi europea contribuisce anche lo stop della Germania, di cui per anni ha tratto beneficio l'intero continente. Berlino ha vissuto per più di 20 anni su tre cardini: l'assenza di svalutazioni competitive, che ha favorito una crescita di salari reali, il gas russo a basso prezzo e un export in Cina praticamente illimitato. Oggi, con il metano di Mosca ridotto ai minimi termini e i problemi geopolitici che riguardano Pechino, si manifestano tutti i limiti dell'espansione economica della Germania che, come si è visto dagli ultimi accadimenti, non dipende da buone politiche di bilancio. Non potendo più beneficiare del “traino” tedesco, i paesi del centro e sud Europa dovrebbero cercare alternative. L'Italia, per esempio, ha una strada obbligata: quella di ritagliarsi un ruolo in Africa con il “piano Mattei” di cui si sta insistentemente parlando.
Sofferenze bancarie al minimo dal 2006
L'aumento dei tassi, come è ampiamente risaputo, ha dato una grossa spinta alle banche, contribuendo ai loro utili record. Anche se in futuro, il possibile rovescio della medaglia potrebbe vedere i loro bilanci indeboliti proprio da un’altra conseguenza della stretta creditizia: la recessione che incombe e che, giocoforza, minerà la capacità di spesa degli italiani. Intanto, però, le aziende bancarie si godono un altro successo, evidenziato dal Market Watch Npl, inchiesta realizzata dall’ufficio studi di Banca Ifis e presentato nel corso del Npl Meeting di Cernobbio. Dalla ricerca emerge infatti che il tasso di deterioramento del credito delle banche italiane dovrebbe chiudere l'anno all'1,2%, minimo storico dal 2006. Inoltre, prosegue lo studio, negli ultimi otto anni lo stock Npe si è ridotto di 55 miliardi, scendendo dai 361 di inizio 2015 ai 306 di fine 2022. Nello stesso periodo, gli operatori del mercato Npl hanno favorito il processo di derisking delle banche italiane, con 352 miliardi di euro in crediti deteriorati transati - di cui 42 sono stati ceduti nel 2022. Questo risultato dipende sicuramente dalle regolamentazioni Eba e dal lavoro dei player specializzati nella gestione dei non performing loans, ma anche dalla stretta creditizia che le banche hanno applicato dopo la crisi Lehman. Un trend che è stato rinforzato dalla rimozione di autonomia decisionale un tempo concessa alle filiali e ai loro direttori: oggi al contrario anche per concedere piccoli crediti si inizia a utilizzare l'intelligenza artificiale. Il che, ovviamente, svilisce la professionalità e gli skill di chi in banca ci lavora, oltre che accordare meno finanziamenti alla clientela.
Meglio aspettare
Sicuramente, l'andamento delle banche sarà determinante per i prossimi risultati della Borsa di Milano. Che al momento percorre una linea ribassista (Piazza Affari ha già fatto registrare quattro sedure negative) ma non abbastanza per effettuare movimenti drastici sul mercato. In un momento di incertezza come quello attuale, è probabilmente saggio rimanere in una situazione di attesa: il mercato non è ancora bene intonato, ma la discesa è ancora marginale, e non si vedono ancora grandi opportunità per gli investitori.
Foto di Brendan Church su Unsplash










