Le trimestrali spingono i tecnologici
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le trimestrali, che con pochissime eccezioni hanno premiato le società tecnologiche, spingono in alto le Borse più orientate ai titoli dell’innovazione. Il rimbalzo prima del Nasdaq, poi del Nikkei e del Kospi, tornato in “verde” dopo aver perso circa il 40% in un mese, sono state mosse dalle aspettative dei dati e hanno quindi anticipato la diffusione delle trimestrali. Lo avevamo ricordato più volte: prima di tracciare un quadro completo della situazione si sarebbero dovuti attendere i risultati a giugno 2026: con ottimi dati, anche i listini avrebbero risposto. E così è stato.
Scenario incerto
Ciò, naturalmente, non significa che le Borse d’ora in poi saliranno senza intoppi. Le trimestrali hanno infatti attenuato trend al ribasso che prima o poi potrebbero riemergere con correzioni violente. Nello stesso modo, non è detto che il tanto temuto rischio-bolla sia del tutto scampato. Il primo rimbalzo è solitamente quello più sano, ma potrebbe essere messaggero di buone notizie come di cattive. Perché le bolle si presentano con un andamento a zig zag: prima lo storno, poi il primo rimbalzo particolarmente forte, poi ancora le due forze alternate e sempre più attenuate, con salite meno convincenti che anticipano il crollo. Per ottenere indicazioni più precise, questi due mesi potrebbero rivelarsi molto importanti. Agosto sembra avere un’intonazione ragionevolmente discreta; da settembre rientreranno tutti gli operatori sul mercato e sarà possibile tracciare una previsione più completa. Intanto, chi ha fatto trading sulle correzioni dei titoli tecnologici potrebbe trovare utile vendere metà della posizione, mentre chi ha costruito un portafoglio più strutturale farebbe meglio a mantenere le sue azioni.
Nuove trattative in vista?
Oltre che sui tecnologici, le Borse sono sintonizzate sull’ennesimo tentativo di trattative nel Golfo e sulle nuove speranze di pace. Il nodo è Hormuz: l’obiettivo di Donald Trump è di tornare alla situazione precedente al conflitto, quando lo stretto era liberamente navigabile, senza cioè pedaggi o restrizioni. Il che non è scontato: anzi, fa molta paura la possibilità che ai balzelli a Hormuz si possano aggiungere disagi (o addirittura chiusure) a Bab el Mandeb, lo stretto che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden, controllato dagli Houthi (con le rotte minacciate anche dai pirati somali). Tra le due situazioni ci sono però importanti differenze: l’Iran ha un esercito molto ben armato, su cui la Cina ha investito 400 miliardi in infrastrutture e armamenti; gli Houthi sono un gruppo che dipende mani e piedi da Teheran e che sarebbe più semplice arginare. A far paura è anche il rischio di emulazione: se altri Paesi che controllano strozzature marittime dovessero imitare queste operazioni, il mondo si troverebbe catapultato in un insostenibile sistema di balzelli di tipo medievale. Con una ricaduta insostenibile sui costi di materie prime e fertilizzanti.
Fed, nulla di fatto
Anche la Federal Reserve, come la Banca Centrale Europea, ha scelto la via della stabilità sui tassi: il consiglio ha deciso a maggioranza di non elevare le percentuali, mantenendo la forbice su 3,50%-3,75% (tre su 12 hanno però votato per un rialzo). E’ probabilmente soddisfatto “a metà” Donald Trump, che ha sempre sostenuto un disgelo monetario ma che, visti gli aumenti di prezzi provocati dalla guerra in Iran, può incassare il contentino di veder evitato un rialzo del costo del dollaro. Il mantenimento dei tassi era abbastanza scontato, anche se negli ultimi giorni di luglio il trentennale Usa aveva raggiunto il rendimento più alto dai tempi dei mutui subprime, e la Fed era stata costretta a intervenire.
Che cosa succederà a dicembre? Nonostante i disaccordi interni, è improbabile che la banca centrale alzi i tassi. Lo si percepisce anche dall’indebolimento del dollaro che si è spinto sopra 1,15: quando il mercato avverte un rischio di stretta monetaria, reagisce spesso sulla valuta con un altolà, rendendo più difficile l’aumento delle percentuali.
Risiko, rombano i motori
Si riaccende alla grande il risiko bancario (e assicurativo). Unicredit è salito a poco più del 50% in Commerzbank, e ora l’atteggiamento dei tedeschi è giocoforza cambiato, trasformandosi da inflessibile nein a tentativi di porre almeno qualche paletto. Bettina Orlopp ha invitato il gruppo di Andrea Orcel a dialogare e collaborare, cercando nello stesso tempo di garantire l’autonomia della banca. L’ad dell’istituto di credito tedesco ha parlato di “dialogo costruttivo” e cercherà di evitare il rischio che Piazza Gae Aulenti tratti direttamente con il governo tedesco e i sindacati “saltando” il board. Unicredit potrebbe tornare impegnata su due fronti: la rinuncia di Banco Bpm al tentativo di fusione paritaria con Mps apre a Orcel l’opportunità di riprovarci con Piazza Meda. Mentre, sul fronte senese, si apre un’autostrada per il tentativo di acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo. A meno che riesca la manovra di Luigi Lovaglio, che sta cercando di tornare sull’unione con Banco Bpm, non più come fusione paritaria ma come acquisizione da parte del Montepaschi. Molto dipenderà dalle decisioni di Crédit Agricole, maggior azionista di Piazza Meda. Inutile dire che su Siena resta favoritissimo il gruppo Intesa Sanpaolo. Se la banca guidata da Carlo Messina e Unicredit riuscissero a piantare due nuove bandierine, crescerebbero nell’azionariato di Generali, che sembra il principale obiettivo del grande risiko (tutto questo mentre Thomas Buberl, amministratore delegato di Axa, ha smentito ogni interesse per l’acquisto di quote del Leone).
Baruffe in Fifa
Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha rinunciato al piano annunciato non molti giorni fa, che prevedeva di costituire una società a fini di lucro per gestire la Coppa del Mondo e, soprattutto, di vendere una quota del 20% circa di questa organizzazione a investitori privati. L’opposizione di Uefa (che ha minacciato di boicottare i Mondiali) e Concacaf e il successivo allineamento della confederazione asiatica ai dissenzienti, oltre alle clamorose dimissioni di Carlos Cordeiro, consigliere di punta di Infantino, lo hanno convinto di non avere i numeri. E ora, il capo del calcio mondiale rischia persino il posto, dato che l’anno prossimo si svolgeranno le nuove elezioni, a meno che almeno 43 federazioni chiedano un’assemblea anticipata, in cui proporre un voto di sfiducia. Oltre al tentativo di privatizzare i Mondiali, a Infantino vengono rimproverate le decisioni solitarie e gli accordi segreti intessuti senza coinvolgere le federazioni. La sua è stata una mossa maldestra per fare entrare i privati nello sport più popolare al mondo. Il contrasto che ne è seguito si è inserito nelle frizioni già esistenti tra Fifa e Uefa, molte delle quali hanno riguardato la spartizione dei proventi e l’organizzazione degli eventi. Il modello seguito da Infantino sembrava ispirarsi al gigantismo degli sport americani, con partite sempre più frequenti e interesse concentrato sulle ultime fasi, con tutto il resto relegato a puro spettacolo con poco agonismo. Mentre i prezzi hanno già raggiunto valori esorbitanti, con buona pace degli sportivi.
La nostra rubrica settimanale sull’economia e le Borse si ferma per una settimana. Torneremo on line il 19 agosto. A tutti voi un augurio di Buon Ferragosto!
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I mercati restano tonici. Ma preoccupa la tenuta dell'economia reale
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo essere state protagoniste di rialzi molto forti nella giornata di lunedì, le Borse europee hanno aperto la sessione di ieri con un ritracciamento, seguito da una ripresa stamattina. Il trigger è sempre lo stesso: la crisi del Golfo, che ha “tirato” il gruppo quando l’accordo sembrava vicino e lo ha rallentato con la serie di bombardamenti americani sul sud dell’Iran nella notte fra lunedì e martedì. Occorre però ricordare che le quotazioni deboli di ieri hanno risentito anche di un rilassamento fisiologico dopo il boom di inizio settimana.
Economia reale
In ogni caso, più si avvicina l’ipotesi dello sblocco di Hormuz, meglio procede la finanza. I listini sono riusciti a tenere la barra dritta, rispondendo in maniera inattesa anche agli stimoli più impegnativi. Milano ha raggiunto i 50.000 punti, dimostrando che nel corso dei periodi critici la scelta di mantenere il portafoglio o scendere di percentuali fra il 10% e il 20% si è rivelata corretta. Certamente si è verificato uno scenario basato sulla rotazione settoriale, che ha evidenziato la debolezza dei titoli automotive europei (per i problemi endemici legati alla deindustrializzazione e all’elettrificazione) e di quelli della difesa, che però avevano ottenuto performance importanti con la corsa al riarmo; bene invece le utility, sempre toniche quando c’è bisogno di titoli difensivi. Ma le sfide non sono ancora finite. Perché, se finora la finanza va per la sua strada, i rischi per l’economia reale sono molto forti. E il peggio potrebbe non essere ancora arrivato. Anche in caso di sblocco dello Stretto, i problemi legati a questi mesi anomali si abbatteranno a cascata sull’economia, con la possibilità concreta che le conseguenze della crisi si facciano sentire fino a fine anno. Ciò avrebbe sicuramente ripercussione sulle quotazioni internazionali dei titoli e degli indici.
L’allarme degli imprenditori
Il rialzo delle materie prime è infatti un rischio, evidenziato tra gli altri dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che ha ricordato quanto il caro-bollette stia minacciando l’industria italiana. Anche Pier Paolo Rossetti, direttore generale di Conserve Italia – gruppo che ha fra i propri brand Valfrutta, Cirio, Yoga, Derby Blue, St Mamet e Jolly Colombani – ha sottolineato i problemi che l’aumento del carburante sta causando alla filiera (“in tutte le sue fasi”, ha specificato). Per questo motivo, ha aggiunto, “nel futuro dei nostri prodotti ci saranno aumenti inevitabili”, anche se non uniformi. Rossetti ha evidenziato gli aumenti del gasolio – che alimenta le pompe di irrigazione, il cui ruolo è centrale nell’attività agricola – e del gas, che si riverberano sui costi dell’attività industriale. Come detto, dal rincaro delle materie prime ci perdono tutti: i consumatori, che subiscono l’aumento dei prezzi, ma anche gli altri anelli della catena. Soprattutto i produttori, che non possono scaricare l’intero importo dei rincari sui clienti finali, per non rischiare di causare un calo dei consumi. E che quindi devono forzatamente assumersi parte dei costi, con evidenti ricadute sugli utili. Quelli che nelle società quotate contribuiscono in maniera determinante all’andamento dei singoli titoli e, di lì, degli indici.
Tassi in rampa di lancio
Il ritorno dell’inflazione porterà problemi a cascata. Tra questi, l’aumento dei tassi Bce, che già era considerato molto probabile negli scorsi giorni e ora sembra inevitabile. A caldeggiare un ritocco verso l’alto a giugno è stata Isabel Schnabel, membro del board dell’Eurotower, che nel corso di un’intervista con la Reuters ha giustificato la proposta come difesa contro l’inflazione causata dalla crisi del Golfo. Questa strategia, però, sembra un modo vecchio di affrontare le crisi, che ha già mostrato i suoi limiti in altre occasioni. Certo: se la banca centrale effettuasse un solo rilancio, di per sé cambierebbe poco; tuttavia, l’Eurotower manderebbe un segnale negativo, il cui ruolo simbolico sarebbe in grado di provocare più danni rispetto alla portata del provvedimento. Oltre a questo, un passo verso l’alto aprirebbe la strada ad altri rialzi, che rischierebbero di portare l’economia europea in recessione.
Il nuovo Btp
Tra i pochi a godere di una nuova stretta monetaria sarebbero i risparmiatori che puntano sui bond governativi: motivo in più per seguire con attenzione il lancio del nuovo Btp Italia Sì, in collocamento dal 15 giugno al 19 giugno e riservato agli investitori individuali. La nuova emissione, che sarà indicizzata all’inflazione italiana, replicherà quasi sicuramente il successo di quelle precedenti, la cui affermazione è stata frutto di remunerazioni alte dovute ai tassi e dall’ottimo lavoro del ministero dell’Economia nel rendere appetibili questi strumenti. I Btp sembrano, al momento, un investimento più redditizio rispetto all’oro: il metallo giallo, dopo una corsa sfrenata, ha raggiunto una fase di consolidamento che ne stabilizza la quotazione e ne azzera i rendimenti. Al momento, sembra più consigliabile scegliere un bond che assicura una performance definita – e senza rischi – rispetto all’oro, che è fermo sui livelli acquisiti.
Milan e Juventus senza Champions
Si è concluso il campionato di calcio, che ha portato agli ultimi verdetti. Tra questi, l’ingresso in Champions League di Roma e Como, che raggiungono Inter e Napoli, e l’esclusione di Milan e Juventus, relegate nella meno prestigiosa (e soprattutto meno redditizia) Europa League. Se anni fa gli insuccessi rappresentavano un fatto quasi esclusivamente sportivo, oggi sono un vero problema economico. Per una squadra che mira alla massima competizione europea, il mancato ingresso nel torneo rappresenta un mancato introito di una maxi-cifra, che parte da 60 milioni di euro circa e aumenta in base ai risultati e al numero di partite disputate. Inoltre, l’esclusione dalla Coppa dei Campioni porta a non accumulare punti nel ranking che stabilisce la qualificazione ai Mondiali per club quadriennali. Manifestazione che, a sua volta, inietta molto denaro nelle casse dei club partecipanti. Questi importi sono risorse vitali per fare investimenti e innescare un circolo virtuoso tra successi sportivi e introiti economici. Tra le due squadre non qualificate la Juventus sta peggio, perché ha maggiori problemi di bilancio, e l’esclusione dalla Champions rende più difficile il raggiungimento del breakeven previsto dal piano strategico. La società bianconera potrebbe essere costretta a grandi sacrifici sul piano sportivo, oppure a un nuovo aumento di capitale. Sempre che non intervengano restrizioni legate al fair play finanziario. Il Milan può invece economicamente reggere meglio una situazione che, dal punto di vista sportivo, è altrettanto negativa. Sorridono, come anticipato, gli azionisti americani della Roma, che hanno sfiorato la qualificazione al massimo torneo europeo l’anno scorso e l’hanno ottenuta quest’anno. Mentre il Como, quarto in campionato e semifinalista in Coppa Italia, si è distinto come simbolo di gestione virtuosa e lungimirante: pur avendo la proprietà più ricca della serie A, gli indonesiani che controllano la squadra lariana hanno puntato soprattutto sui giovani, rifiutando la logica della “pesca a strascico” di giocatori top che si era rivelata inutile nel Psg di Messi, Mbappé e Neymar. A bordo lago si sono invece privilegiati investimenti meno appariscenti, ma ad alta potenzialità.
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Utili e spiragli di pace aiutano le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’incontro fra Xi Jinping e Donald Trump si è concluso tutto sommato positivamente, anche se non ha prodotto risultati tangibili. Il clima generale del vertice è parso rilassato e non ostile e questo è bastato ai mercati per sorridere. Anche la questione di Taiwan sembra incanalata verso un lento confronto costruttivo: il presidente americano si è espresso contro l’indipendenza formale dell’isola, mostrandosi favorevole alla prosecuzione di questa situazione di stallo, che perdura dal 1949, ed evitando di rinfocolare la voglia di indipendenza, sgradita alla Repubblica Popolare. D’altra parte, appare improbabile che Pechino voglia premere troppo l’acceleratore su un’azione militare: la Cina vuole la riunificazione per motivi legati al nazionalismo, certo, ma anche (e, forse, soprattutto) per appropriarsi delle imprese produttrici di chip, di cui Taipei è ben fornita. Se, però, la Repubblica Popolare dovesse attaccare, i taiwanesi potrebbero decidere di distruggere le industrie, lasciando terra bruciata. Per la Cina sembra, dunque, un’opzione migliore rifornirsi di chip dagli Stati Uniti, che sembrano propensi ad assecondarli su questo punto. In poche parole, meglio un accordo (anche se risultasse pessimo) che una guerra. Incredibile, a questo proposito, che prosegua il conflitto tra Russia e Ucraina, il cui stallo risente però anche della posizione intransigente dell’Europa.
Buone le trimestrali, Borse ok
L’atmosfera positiva del vertice di Pechino, si diceva, è piaciuta ai mercati. Ma a sostenere i listini sono state soprattutto le notizie sulla crisi del Golfo. Ogni volta che si prospetta un accordo, o almeno si allontana il rischio di un’escalation, i mercati reagiscono bene. E ora dimostrano di credere nella possibilità di un accordo, traendo beneficio anche dal pur leggero calo del petrolio e da altre buone notizie: il rallentamento del sell off obbligazionario e – last but not least – le ottime trimestrali delle società quotate. Finora, la situazione dello Stretto di Hormuz non sembra dunque aver impaurito i listini, che hanno recuperato le perdite di inizio guerra e si sono rilanciate, pur rimanendo sintonizzate sulle notizie dal Golfo. Sembra proprio di doverlo dire: gli investitori che hanno avuto il coraggio di restare fermi, o di alleggerire solo parzialmente il portafoglio, sono (almeno per ora) i veri vincitori di questa crisi. Tuttavia, si profilano all’orizzonte nuovi rischi. Perché Hormuz è ben lungi dal ritorno alla normalità, e un protrarsi di blocchi e controblocchi rischia di spingere ancora più in alto il prezzo del petrolio e di provocare maggiori difficoltà di approvvigionamento – energetico e non. Con evidenti ricadute anche sui prossimi bilanci. Forse l’annuncio di Trump sul blocco della ripresa degli attacchi sull’Iran punta ad allontanare questi timori.
Sell off obbligazionario
Abbiamo accennato all’ondata di sell off obbligazionario, che dipende soprattutto dall’aumento dei rendimenti dei bond. Un fenomeno che ha portato i Treasury decennali americani, ma anche le obbligazioni inglesi e giapponesi, a livelli da primato. E che, se prolungato, potrebbe costituire un ostacolo alla salita delle Borse, perché visto come una fonte di buoni rendimenti, più sicuri e conseguiti con il minimo rischio. Oggi, per esempio, il decennale Usa è oltre 4,60% e il trentennale oltre il 5%, nonostante l’imminente taglio dei tassi a breve. I Btp della stessa durata sono, da parte loro, di poco sotto il 4%, mentre i Bund viaggiano intorno al 3,15%. Il che suona clamoroso, se si guarda al livello delle obbligazioni governative tedesche solo pochi anni fa: nel 2022 il tasso era infatti di -0,25%, e chi in quell’epoca ha investito in bond non ha ancora recuperato le perdite. Nei rendimenti delle obbligazioni avrà un ruolo importante anche la posizione delle banche centrali, impegnate a mantenere un difficile equilibrio tra i rischi di inflazione e di recessione.
Tra inflazione e recessione
E proprio le scelte delle banche centrali avranno un ruolo cruciale nello sviluppo di strategie per affrontare i problemi derivanti dai blocchi di Hormuz. Mentre c’è molta curiosità sulle prossime mosse di Kevin Warsh, che giurerà venerdì prossimo come presidente della Federal Reserve, in casa Bce il percorso sembra già tracciato. Il mantra della Banca Centrale Europea è bloccare l’inflazione, che ad aprile l’Istat ha stimato al +2,7% su base annua. L’aumento dei prezzi ha riguardato soprattutto l’energia e i prodotti agricoli e alimentari, a causa della scarsità di fertilizzanti e dell’aumento nel costo dei trasporti.
Per agire sull’inflazione, Francoforte sembra voler utilizzare la “solita” ricetta: alzare i tassi, anche se a questo giro il fenomeno degli aumenti dipende dalla scarsità di offerta. La narrazione dell’Eurotower, che ha fatto filtrare l’intenzione di effettuare tre ritocchi verso l’alto dei tassi a breve entro fine anno, è già stata scontata dal mercato: secondo una statistica dell’Abi relativa al mese di aprile, il tasso medio dei nuovi mutui ha raggiunto il 3,43%, sei centesimi in più rispetto al mese precedente. Ed entro fine anno il costo dell’opzione variabile potrebbe raggiungere quella fissa.
Il nuovo virus
Come se ce ne fosse bisogno, all’effetto domino della crisi del Golfo si è aggiunto il rischio di trasmissione dell‘hantavirus, “sbarcato” da una nave da crociera in una variante che per la prima volta prevederebbe il contagio da uomo a uomo. Se questa nuova malattia infettiva si scoprisse dannosa come il Covid, farebbe sicuramente crollare le Borse, come è accaduto nel 2020. Ma il rischio che si verifichi una nuova pandemia sembra davvero molto basso. E assolutamente non paragonabile a quelli associati al Covid: pur più letale, l’hantavirus sembra infatti ben difficile da trasmettere e decisamente più agevole da isolare, mentre il numero di pazienti positivi è molto basso. Le Borse possono dunque concentrarsi sulle sfide di questo periodo difficile, che sono già molte e impegnative.
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Le Borse resistono ancora. Ma fino a quando?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Alla riapertura di ieri, le Borse europee avevano chiuso sui minimi: per farle ripiegare, dopo una partenza già debole, era stato sufficiente che l’Iran avesse colpito una nave da guerra americana, con i rischi di una ripresa dei bombardamenti Usa. Stamattina, martedì 5 maggio, ci si aspettava una nuova apertura debole, ma i mercati del nostro continente hanno ancora una volta stupito tutti, con un avvio in fase toro. A influenzare l’inaspettata crescita, il leggero calo del petrolio dopo l’impennata della scorsa settimana, che aveva portato il Brent a 114 dollari al barile. Dinamica opposta per il Dow Jones, che dopo aver rallentato in maniera molto moderata si è resa protagonista di un calo, forse dovuto alle dichiarazioni sulla possibile ripresa della guerra.
Legati a un filo
In generale, comunque, la tenuta dei mercati è ancora una volta sorprendente. Ma fino a quando la resilienza riuscirà a mettere al sicuro gli investimenti? Perché il rischio di rottura del filo sottile che mantiene i mercati in pista incombe come una spada di Damocle. Da un momento all’altro il giocattolo si potrebbe rompere, causando la perdita brutale del 10% o anche più. Lasciando in difficoltà chi ha investito, che non riuscirebbe a liberarsi di titoli improvvisamente deprezzati. Certo è che il consiglio di alleggerire in modo lineare dal 10% al 20% del portafoglio è ancora valido: questa politica permetterebbe agli investitori di tutelarsi meglio nel caso in cui lo storno a due cifre si verificasse davvero. Un’operazione slegata dalla tradizione del Sell in May and go away. Piuttosto, una sorta di “polizza di assicurazione” per garantirsi un impatto più morbido in caso di severa correzione.
Primi verdetti
Intanto, in attesa di capire che cosa accadrà, sembra che i primi verdetti siano stati emessi. Dall’impasse su Hormuz pare che i grandi sconfitti di questa guerra siano l’Europa e l’Asia, mentre gli Stati Uniti, almeno finora, stanno limitando i danni. Le stime di inflazione Usa, ha ricordato John Williams, presidente della Federal Reserve di New York, saranno probabilmente del 3% fino a fine anno, con un aumento dei prezzi legato essenzialmente all’energia. L’Iran sembra invece in preda all’iperinflazione, con annessa svalutazione del riyal. Per Teheran il rischio maggiore sono i possibili danni ai pozzi petroliferi dovuti alla mancata estrazione, perché, a causa delle infiltrazioni d’acqua, si deteriorerebbe la qualità del greggio. A lungo termine, un brusco calo dell’esportazione potrebbe portare a problemi di ordine pubblico causati da costi sociali.
Gli Emirati lasciano l’Opec
Proprio in un momento così delicato della crisi petrolifera è giunta una clamorosa notizia: dopo quasi 60 anni, gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’Opec, e lo hanno fatto in fretta e furia (cioè con decorrenza lo scorso 1 maggio). La decisione non passa certo in secondo piano: la produzione totale degli Eau era del 12% circa dell’intero cartello. La scelta emiratina è stata sicuramente accelerata dalla guerra e dallo shock petrolifero in atto e mira a minimizzare gli impatti della crisi dello Stretto sul mercato; tuttavia, l’uscita dall’organizzazione (e dall’Opec+) non è un fulmine a ciel sereno. Abu Dhabi era infatti già da tempo insofferente rispetto alla rigida politica delle quote, sulla cui formazione ha un’influenza determinante la posizione dell’Arabia Saudita. Proprio Riad si è incaricata di dare una risposta forte e rapida all’abbandono improvviso degli Emirati: su sua proposta, infatti, l’Opec, ridotto ora a 11 membri, aumenterà la produzione di petrolio dal prossimo giugno. Petrolio di cui Europa e Asia hanno disperatamente bisogno, e a cui si potrebbe sommare – situazione dello Stretto permettendo – la sovrapproduzione degli Emirati, liberi da vincoli.
Tassi fermi. Per ora
Nulla di nuovo, invece, sul fronte dei tassi. La Banca Centrale Europea ha mantenuto all’unanimità la percentuale sui depositi al 2% (ferma dallo scorso giugno), sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15% e sui prestiti marginali al 2,40%. Tuttavia, la presidente Christine Lagarde ha parlato della possibilità di “cambiamenti enormi”, e ha affermato che il board seguirà con attenzione la crisi energetica e l’eventuale vortice inflattivo da esso causato. “Le decisioni sui tassi di interesse”, ha affermato, “saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi”. In altri termini, la Bce non esclude nuovi rialzi, probabilmente tre. Stabili anche (con voto 8 a 1) la politica monetaria della Banca d’Inghilterra, che però ha livelli più alti (3,75%), e quella della Federal Reserve, ferma tra il 3,50% e il 3,75%. Nel caso americano, però, il voto ha evidenziato un dissenso molto articolato: otto favorevoli e quattro contrari (una spaccatura di questa entità non accadeva dal 1992). Anche nella – chiamiamola così – “opposizione” non c’è stata unanimità: un membro del board ha optato per il “no”, sostenendo un taglio di 25 punti base, mentre gli altri tre si sono detti favorevoli alla stabilità delle percentuali, ma contrari a indicare un esplicito riferimento a un futuro ammorbidimento della politica monetaria. Insomma: uno contrario perché colomba, tre perché hawkish. Quello europeo e quello americano sono comunque due scenari diversi, e non solo per questione dell’unanimità. L’inflazione Usa è, per ora, più marginale. Di contro, il rischio di recessione in Europa è molto più che aleatorio: per questo, porsi come unico obiettivo lo stop all’inflazione senza considerare le ricadute economiche su famiglie e aziende sembra una scelta miope, come avvenne nel 2007. A unire, invece, le due banche centrali è la progressiva politicizzazione degli organismi. Negli Usa Jerome Powell, presidente uscente della Fed (che resterà nel board), ha parlato apertamente di “indipendenza a rischio”. Anche in Francia, la tendenza sembra già in atto: per sostituire François Villeroy de Galhau, il presidente Macron ha scelto l’ex Mediobanca Emmanuel Moulin, la cui figura sembra meno tecnica e più “politica“. La scelta – se approvata dal Parlamento – potrebbe fare da apripista a una nuova tendenza per la selezione dei governatori delle banche centrali nazionali. E, in prospettiva, anche per la nomina dei presidenti della stessa Bce.
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Nuovo presidente per la Fed. Bene i mercati, i metalli crollano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il presidente americano Donald Trump ha nominato Kevin Warsh alla carica di nuovo presidente della Federal Reserve. Il banchiere centrale, che il prossimo maggio subentrerà a Jerome Powell, ha avuto la meglio su una ristretta rosa di candidati. Nel board della Fed dal 2006 al 2011, è stato anche consigliere economico dello stesso Trump; recentemente si è mostrato in linea con le critiche del presidente alla stessa Federal Reserve, sostenendo l’esigenza di tagliare i tassi – operazione che la scorsa settimana non è stata effettuata, nonostante le pressioni del presidente Usa.
Nessun approccio dogmatico
Da un primo giudizio, con l’era-Warsh sembra possibile un cambiamento della politica monetaria della Fed. Ma questo è tutto da dimostrare.
Primo, perché le decisioni non spettano a una sola persona, ma al board. Un organismo che (come in ogni direttivo di banca centrale, compresa la Bce) è solitamente composto da “falchi” e “colombe”. E in cui, a quanto pare, continuerà a sedere l’attuale governatore. Secondo, le linee guida di una banca centrale non dipendono tanto dall’impostazione o dall’approccio del suo presidente e del suo board (che pur, come visto, esistono), ma dalla situazione economica del Paese. In totale autonomia. Infatti la reazione positiva dei mercati (pur sorpresi dalla scelta di Trump) e il conseguente rafforzamento del dollaro suggeriscono che, secondo gli investitori, Warsh abbia le carte in regola per mantenere l’indipendenza totale della Fed dal potere politico. Come sempre accade, anche con il nuovo leader la Federal Reserve si muoverà guardando all’inflazione, che attualmente sta scendendo. Se la situazione economica si dimostrasse favorevole al mantenimento della stretta monetaria, Warsh potrebbe quindi essere indotto a rovesciare la sua impostazione favorevole ai tagli dei tassi, mantenendo immutato il costo del dollaro. O al massimo ad apportare solo una sforbiciata di 25 punti base, per poi restare fermo per vari turni. Nello stesso tempo, qualora si presentasse la necessità di comprare debito pubblico, Warsh sicuramente agirebbe di conseguenza, pur essendo ideologicamente contrario all’acquisto di bond governativi.
Terremoto metalli
Contemporaneamente all’annuncio della nuova era della Fed, si è verificato il crollo improvviso di oro, argento e altri metalli e materie prime. Un vero terremoto, che ha costretto investitori con posizioni allo scoperto a chiuderle in tutta fretta: alcuni certificati a leva cinque ora valgono zero (basta un -20% per svalutare totalmente il sottostante). La magnitudine del movimento “tellurico” ha mandato in fumo 7 trilioni di dollari solo per oro e argento, e ancora di più se consideriamo anche il resto delle materie prime, come l’alluminio. La corsa sfrenata dei due metalli era insostenibile e si è fermata improvvisamente, obbedendo a una sorta di legge fisica. Come accade per un proiettile che, dopo lo sparo, rallenta la salita e piomba dritto a terra. Molti osservatori hanno collegato la nomina di Warsh al crollo di oro e argento, indicandola come un fattore di sicurezza che renderebbe meno appetibili i beni rifugio. Ma questa sembra una scusa ex post: il mercato dei metalli mostrava volatilità già da tre o quattro giorni e preannunciava un assestamento. Che si è puntualmente verificato. E che ora sembra in esaurimento: le vendite massicce di oro e di argento (che comunque conserva un +10% rispetto a inizio anno) stanno rallentando, soprattutto a New York. I due metalli – la cui funzione di bene rifugio è più che mai in discussione – potrebbero quindi assestarsi su valori più consoni. Ha invece superato quota 1.09 euro il franco svizzero, che però non è immune da possibilità di cali anche improvvisi, soprattutto se la sua corsa si facesse travolgente.
La ripresa delle Borse
Come detto, il crollo di oro e argento si è rivelato positivo per le Borse, già spinte dagli utili, che insieme alla crescita restano elementi fondamentali per indirizzare i mercati azionari. Non per niente, i listini hanno dato un segnale incredibile di forza, chiudendo una buona settimana e aprendo ancora meglio quella nuova. Gli utili tra il 7% e il 9% raggiunti dalle società quotate (a eccezione del lusso, che paga il mutato atteggiamento nei confronti di capi molto costosi) evidenziano che non c’è motivo per cui i mercati debbano scendere, anche se la volatilità è decisamente maggiore rispetto allo scorso anno. A meno, ovviamente, che si non presenti il classico “cigno nero”: per esempio, un nuovo fattore geopolitico, o magari l’acclarato coinvolgimento di personaggi molto importanti nel caso-Epstein, i cui file stanno mostrando un marciume diffuso e rivelando storie terribili e degne dei peggiori film horror.
Bollette ancora su
Se i metalli scendono, il gas si assesta. Ma non è solo il prezzo del metano a determinare le tariffe che le famiglie e le aziende italiane devono sostenere: l’energia ha un impatto di solo il 60% sul totale – e se si rinunciasse a utilizzare l’indice Ttf di Amsterdam per stabilirne il prezzo, il suo peso sarebbe ancora minore. I cosiddetti “oneri di sistema”, per esempio, hanno aumentato il loro peso sul prezzo finale fino a sfiorare il 20% della bolletta. Lo denuncia il rapporto 2025 dell’Osservatorio Confcommercio Energia, che ha valutato la situazione dei costi (e degli aumenti) per le imprese del terziario. Aziende che, afferma lo studio, su questo fronte non se la passano per niente bene, dato che l’anno scorso hanno subito la crescita dei costi della luce del 28,8% sul 2019, ultimo dato pre-Covid, e di quelli del gas alla percentuale-monstre del 70,4%. Secondo Goldman Sachs, in una previsione che deve comunque essere presa con le pinze, entro due anni il prezzo del gas dovrebbe dimezzarsi. Sperando, naturalmente, che non sia troppo tardi per la sopravvivenza di molte imprese.
Milano-Cortina al cancelletto di partenza
Domani si svolgeranno le prime partite di hockey dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, che poi vedranno la cerimonia d’apertura venerdì sera a San Siro. Fino al 22 febbraio si alterneranno le gare su neve e ghiaccio, seguite in marzo dalle Paralimpiadi. E poi sarà tempo di bilanci. Naturalmente, già ora è possibile individuare le due facce della medaglia. Da una parte, per quanto riguarda le località di montagna, saranno utilizzate in gran parte piste già esistenti, che, eccezioni a parte, hanno avuto bisogno di interventi poco più che ordinari per essere pronte: soldi ben spesi, dato che si prevede che le infrastrutture rimangano poi sul territorio. D’altro canto, è andata in tutt’altra direzione la costruzione dell’impianto di Cortina per bob, slittino e skeleton, che ha drenato molte risorse, senza la certezza di un utilizzo continuativo dopo i Giochi. A Milano, l’intervento dei privati ha mitigato i finanziamenti pubblici per i luoghi di gara. Ma le infrastrutture viarie del territorio olimpico non sono state del tutto completate: l’esempio più eclatante è la tramvia che avrebbe dovuto collegare Rogoredo e il palazzetto di Santa Giulia, che sarà ultimata a Giochi ampiamente chiusi. La lista dei lavori non ultimati – o non effettuati – comprende anche opere fuori Milano, dai progetti viari in Valtellina alla telecabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina, che avrebbe permesso alle persone di raggiungere le piste da sci teatro delle gare olimpiche: in questo caso, la corsa contro il tempo è stata persa e i lavori saranno conclusi dopo i Giochi, offrendo comunque un’infrastruttura importante per vacanzieri e sciatori. La tavolozza è quindi in chiaroscuro. Resta la speranza che i Giochi siano un volano per Milano e per il turismo invernale sulle nostre montagne, con evidenti ritorni economici sui territori.
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Oro e argento: una corsa inarrestabile?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Continua il ping pong dei mercati, che evidentemente non hanno ancora deciso che direzione prendere. Dopo la correzione seguita alle dichiarazioni bellicose di Donald Trump su nuovi dazi nei confronti dei Paesi che sosterranno la Groenlandia, le Borse si sono rasserenate per il mezzo passo indietro del presidente Usa a Davos e hanno provato un timido recupero. A Milano, le banche hanno spinto un leggero rimbalzo, dimostrando ancora una volta che sta proseguendo il trend all’insegna della rotazione settoriale tipico di questi ultimi mesi. Ed evidenziando che, nella pianificazione di eventuali investimenti, è consigliabile una strategia prudente. Potrebbe dunque rivelarsi saggio mantenere le posizioni, senza incrementare, e sfruttare questa fase interlocutoria per studiare le prossime mosse esaminando problemi geopolitici, utili e outlook delle aziende. Puntando comunque sull’azionario, che promette senz’altro performance maggiori rispetto a un obbligazionario ormai normalizzato dall’assestamento dei tassi verso il basso.
Silvermania
Se le Borse navigano a vista, è sempre più clamorosa la corsa dell’oro e soprattutto dell’argento, che ha sbriciolato il muro dei 100 dollari l’oncia. Un traguardo che era previsto per fine 2026 e che invece è stato superato nel primo mese dell’anno. Le crisi geopolitiche (Ucraina, Venezuela e Iran in primo luogo) e la conseguente ricerca di beni rifugio sono sicuramente cause importanti di questo fenomeno ma – ora che le dimensioni dell’avanzata sono impressionanti – non bastano più da sole a spiegarlo. Anche perché gli altri metalli non seguono lo stesso trend, rendendo i due beni rifugio ancora più saldi in questa posizione. E allora? Allora, è molto probabile che dietro ai movimenti folli dell’argento ci sia una componente speculativa, che innesca un rischio-bolla. Molti si ricordano del Silver Thursday, che scosse i mercati giovedì 27 marzo 1980; in quel giorno, un crollo della quotazione dell’argento creò il panico tra gli investitori. A seguito del crack, i fratelli Hunt – petrolieri texani che si erano accaparrati una parte enorme di argento, causando così una reazione che avrebbe portato al crack – persero oltre un miliardo di dollari. Pur salvandosi inizialmente dal default, i fratelli videro progressivamente diminuire il loro patrimonio; anni dopo arrivò il colpo finale: i due furono dichiarati responsabili in sede civile per le loro operazioni tendenti al monopolio. Non ci è dato di sapere se in questo caso si verificherà un calo molto rilevante o una semplice correzione; è però probabile che prima di un eventuale arretramento possa proseguire per un po’ la fase rialzista.
Troppo caro per l’industria
Si è rimarcato più volte che l’argento, a differenza dell’oro, ha anche un’applicazione industriale. Una freccia in più al suo arco, si potrebbe dire. Tuttavia, questa caratteristica inizia a essere messa a rischio dall’impennata del suo valore. Nei moduli fotovoltaici, per esempio, il costo dell’argento ha ormai raggiunto il 30% del totale. In Cina si inizia già la caccia a metalli alternativi, nello specifico il rame, per gli usi industriali. Un argento improvvisamente super-valutato (un anno fa si aggirava sui 30 dollari, ora supera i 100) mette in difficoltà anche i venditori di gioielli: quotazioni simili tagliano fuori la classe media dagli acquisti, spingendola verso la bigiotteria o altre soluzioni più economiche. Questi aumenti sono, in ogni caso, più sentiti negli Stati Uniti che in Europa, dato che la valutazione ufficiale di oro e argento è espressa in dollari e il biglietto verde sta ancora cedendo e avvicinandosi a quota 1.20 sulla moneta unica. Non corre come i metalli preziosi ma sale gradualmente il prezzo del gas, che ha già prodotto una sortita oltre quota 40 euro a mwh. Ancora in fase soft, invece, il petrolio, che veleggia tra i 60 e i 70 dollari al barile.
Faro sulla Fed
Oltre a crisi geopolitiche, utili e outlook delle società, gli investitori sono in attesa della prossima decisione della Fed sui tassi, prevista fra poche ore. Importante anche capire la strategia della banca centrale americana per i prossimi mesi. Il quadro vede gli Stati Uniti superare i 33mila miliardi di dollari di debito pubblico (105.000 dollari per cittadino americano), con un deficit annuale pari al 6%. Ciò significa che nel 2026 gli Usa emetteranno il 50% circa del nuovo debito mondiale.
Il dopo-Powell
Intanto è corsa alla successione di Jerome Powell. Dopo che Trump ha raffreddato la candidatura di Kevin Hassett, capo del National Economic Council dallo scorso anno (“mi piacerebbe” mantenerlo “dov’è”, ha detto), spunta l’alternativa Rick Rieder, esponente di Blackrock: le previsioni del sito specializzato Polymarket, citato del Sole 24 Ore, hanno visto le possibilità del manager balzare dal 6% al 47% in una settimana lavorativa. La scelta di Rieder rifletterebbe la tendenza di scegliere un personaggio vicino a Wall Street, Ciò, però, non deve preoccupare, perchè solitamente, in un istituto centrale e nei suoi rapporti con il potere politico e la finanza, il sistema di pesi e contrappesi funziona. Come hanno dimostrato Powell con l’autonomia sui tassi e Mario Draghi ai tempi del salvataggio dell’euro, un banchiere centrale e il suo board, pur nominati dalla politica, possono lavorare conservando la loro indipendenza.
Nuovi stress test
E’ invece stabile la politica dei tassi Bce, che sembra non aver più intenzione di muovere le percentuali di riferimento – a meno che si verifichi un ritorno dell’inflazione. Risultato: oggi un Btp a due anni rende oltre il 2%, con la curva un po’ inclinata. Se appare ferma nella politica monetaria, l’Eurotower è molto attiva negli stress test nei confronti delle banche sulla tenuta rispetto a rischi geopolitici (in un quadro contraddistinto da minori aiuti pubblici) e attacchi informatici o malfunzionamenti dei sistemi. Dal punto di vista economico, senz’altro le banche sono messe bene, dato che la loro patrimonializzazione – richiesta proprio dall’Europa dopo il disastro Lehman – è eccellente. La medaglia, però, ha il suo rovescio: le normative hanno di molto diminuito l’attività tradizionale di erogazione del credito a famiglie e aziende, che storicamente contraddistinguono la vita delle banche.
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Borse in fase di turbolenza. In attesa della Corte Suprema americana
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse si è aperta con un momento difficile. A scatenarlo, le nuove dichiarazioni aggressive di Donald Trump nei confronti della Groenlandia, la sua lettera al premier norvegese Jonas Gahr Støre (“non mi avete dato il Nobel? E io non mi sento più in dovere di pensare solo alla pace”) e le tariffe aggiuntive minacciate a chi ostacolerà le sue mire su Nuuk, subito controbattute dal bazooka di controdazi minacciati da Emmanuel Macron. Un’arma che però non tutta l’Europa è disposta a utilizzare, e che comunque – data la farraginosità dei meccanismi decisionali Ue – entrerebbe in vigore dopo almeno sette mesi di iter. Nelle minacce di dazi incrociati, almeno finora, non c’è comunque nulla di concreto, ma solo parole: per quanto riguarda Trump, abbiamo imparato a interpretare le sue dichiarazioni roboanti, con cui spesso l’inquilino della Casa Bianca “spara alto”, costruendosi una piattaforma di partenza per avviare i negoziati.
Borse in ripiegamento
Questa volta, si diceva, le Borse hanno barcollato, prendendo probabilmente il pretesto delle nuove esternazioni di Trump per rifiatare dopo un lungo cammino virtuoso.
Lunedì scorso i listini europei hanno lasciato sul terreno chi l’1% o giù di lì, chi lo zero virgola. La discesa è poi proseguita, ma a occhio sembra meno impattante rispetto al maxi-storno del 2 aprile scorso, che ha evidenziato una discesa più rapida e traumatica. Ad attutire un po’ la turbolenza potrebbero essere i dati annuali delle società quotate: i primi bilanci sono positivi, ma le imprese sembrano restie a comunicare le aspettative a fine anno. E anche questo è un freno, dovuto all’incertezza globale.
Il nodo della Corte Suprema
La fase di indecisione durerà probabilmente fino al pronunciamento della Corte Suprema americana, che dovrebbe mettere la parola fine sulla liceità o meno dell’utilizzo dell’International Emergency Economic Powers Act per applicare tariffe doganali. Si tratta di uno snodo importante, che potrebbe rivelarsi indolore solo se i giurati fermassero i dazi, ma “sanando” ciò che è avvenuto finora. Un’eventualità certamente non facile, né probabile, perché occorrerebbe giustificarlo in termini di legge. Se però i magistrati riuscissero a trovare la “quadra”, come si usa dire, eviterebbero il rischio di contraccolpi per l’economia americana (e mondiale) praticamente certi se la sentenza fosse netta, da una parte o dall’altra. Nel caso in cui venisse riconosciuta la liceità dell’intervento di Trump, il presidente americano avrebbe via libera per imporre nuove tasse agli altri Paesi, creando scompensi nelle economie e in Borsa (come abbiamo visto, da aprile a oggi le tariffe sono l’unico fattore in grado di deprimere i mercati). Se invece la Corte Suprema decidesse di respingere in toto i dazi trumpiani, il fisco americano sarebbe costretto a restituire alle aziende coinvolte una somma enorme, con ricadute molto forti sull’economia americana e il probabile calo del dollaro. A meno che la maggior parte delle aziende, per non urtare il presidente, rinunci alle cause in tribunale per riavere il denaro. Uno stop da parte dei giudici americani rallenterebbe anche il risiko che Stati Uniti e Cina stanno giocando sullo scacchiere mondiale, e che ultimamente ha visto le due superpotenze impegnate nell’emisfero di pertinenza dell’avversario: all’annuncio di nuovi investimenti statunitensi a Taiwan in cambio di tariffe al 15% è subito arrivato l’invito alla cooperazione che Xi Jinping ha recapitato al Canada.
Siglato il Mercosur. Ma non è detta l’ultima parola
Ci spostiamo da un estremo all’altro, e cioè dal rischio di nuovi dazi all’accordo-Mercosur, siglato dai rispettivi leader europei e sudamericani. I due pericoli sono, per utilizzare un’espressione usata e abusata, un po’ come Scilla e Cariddi: restrizioni al commercio da una parte, rischi di concorrenza sleale dall’altra. Gli agricoltori fremono, temendo che l’intesa inneschi una crisi esistenziale per il settore e paventando rischi legati alla qualità di frutta, verdura e cereali (ma anche di carne) provenienti dal Sudamerica a prezzi mediamente più bassi. Per non parlare delle norme ambientali e sanitarie meno stringenti che sono in vigore oltre oceano. C’è anche il nodo del Parlamento europeo, che dovrà ratificare l’accordo. Un’eventualità non del tutto scontata, come ha anche ricordato Emmanuel Macron, leader del fronte del “no”.
Sale il gas
Mentre oro e argento continuano a correre, favoriti dalla situazione internazionale caotica e incerta, il prezzo del gas è salito di circa il 30%. Anche in questo caso, le tensioni geopolitiche influiscono; occorre tuttavia ricordare che nell’ultimo periodo si era verificato un calo del prezzo del metano, e che il suo recente aumento non rappresenta ancora un elemento preoccupante. Anche il petrolio è salito, pur rimanendo in una fascia di sicurezza. Certo è che queste impennate, moderate o forti, non fanno che danneggiare la vita quotidiana degli europei, per cui il caro-bolletta è diventato ormai una costante.
Porsche in retromarcia
Ha subito una forte flessione la quotazione di Porsche. L’azienda automobilistica ha risentito in Borsa del calo delle consegne registrato nel 2025, pari al 10%. La società ha buttato acqua sul fuoco, dichiarando, per bocca di Matthias Becker, membro del cda per le vendite e il marketing, che la retromarcia si verifica “dopo vari anni record”: il risultato, prosegue l’esponente di Porsche, è comunque in linea con le aspettative e la diminuzione dipende dalle “carenze di materiali per i modelli 718 e Macan con motore a combustione interna, alla domanda ancora debole di prodotti esclusivi in Cina e alla nostra gestione delle forniture orientata al valore”. Non per niente, l’arretramento nel mercato cinese ha raggiunto il 26%, contro il 13% dell’Europa (Germania a parte). Da questi dati, aggiungiamo noi, emerge una crisi dell’auto di lusso, confermata da Porsche dopo i numeri già comunicati da Ferrari, oltre a un più generalizzato calo di interesse per l’auto tedesca in Cina, Paese con enormi siti produttivi automobilistici dentro ai suoi confini. Byd, per esempio, può disporre di uno stabilimento di 175.000 chilometri quadrati – più esteso della città di Napoli – da cui aggredire i mercati: i cinesi hanno studiato i modelli europei e su di essi si sono ispirati per le loro automobili, che ora vendono in varie parti del mondo, a prezzi più bassi. Certo è che, oltre ad avere una capacità produttiva molto ampia, le aziende cinesi non devono sottostare alle regole europee, un po’ perché sono finanziate da soldi pubblici, un po’ perché la disciplina dei lavoratori contempla una protezione minore – per non parlare della scarsa presenza di vincoli ambientali. Per questo motivo, la Cina, più che partner, è un concorrente aggressivo per i mercati europei.
Lo scontro su Powell non scalfisce i mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee proseguono il loro andamento all’insegna del trading range, che ormai ne caratterizza le dinamiche dallo scorso ottobre. Si è osservata una maggiore instabilità, anche se la situazione è tornata rapidamente sotto controllo; a innescare una pur effimera volatilità non sono stati tanto i venti di guerra in Venezuela, le proteste in Iran o le rinnovate minacce di Donald Trump alla Groenlandia, quanto l’escalation del contrasto fra l’inquilino della Casa Bianca e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, destinatario di un’indagine penale da parte del dipartimento di Giustizia americano. Ancora una volta i mercati si sono concentrati su crescita e utili: se una delle due componenti viene a indebolirsi, uno storno forte è possibile. Ma attualmente non ci sono avvisaglie di questo tipo: per ora, dunque, si osservano calma piatta, volatilità compressa e mercato costruttivo, in attesa di ciò che davvero conta per i listini. Il pronto recupero delle Borse europee e ancor di più di quelle americane, con record per Dow Jones e S&P 500, ha mostrato che i mercati sono ormai vaccinati anche nei confronti degli scontri istituzionali americani. Mentre in Giappone si registra il record del Nikkei, influenzato dalle possibili elezioni anticipate a breve termine.
Lo scontro su Powell
Sul caso-Powell non si è verificato, almeno per ora, lo scenario temuto da Scott Bessent: il segretario al Tesoro Usa, nel consigliare Trump di raffreddare lo scontro, temeva una ripercussione negativa sui mercati (il che, come abbiamo visto, non è avvenuto), ma anche un effetto contrario sull’opinione pubblica, con una crescente solidarietà nei confronti di Powell e il sorgere di più difficoltà nella sostituzione del numero uno Fed prima di fine mandato. Il banchiere centrale (che, ricordiamolo, era stato nominato proprio da Trump) ha affermato che si sta giocando una partita cruciale per mantenere l’indipendenza della Federal Reserve e la sua possibilità di decidere i tassi di interesse senza pressioni di tipo politico. Il che, formalmente, è corretto, anche se la realtà è un po’ differente. Perché la legge americana tutela certamente l’autonomia della banca centrale, ma il capo della Fed è comunque nominato dal presidente e, volente o nolente, deve fare da sempre i conti con i desiderata del partito al potere. Il motivo della strategia di Trump e dell’intensificazione dello scontro con un capo Fed in scadenza (con il suo successore già identificato) potrebbe sostanziarsi nell’andamento lento dell’economia americana (tecnologia a parte) e il bisogno di identificare un responsabile a dieci mesi dalle elezioni di mid term, che, secondo i sondaggi attuali, sarebbero favorevoli al Democratici.
Dazi sì, dazi no…
Un impatto potenzialmente più ampio potrebbe presentarsi se la Corte suprema americana decidesse di smontare, in tutto o in parte, l’architettura dei dazi trumpiani, con il rischio per il fisco Usa di dover restituire, secondo Trump, “molte centinaia di miliardi di dollari”. Insomma: se la Corte annulla le tariffe, ha proseguito il presidente, “siamo spacciati” (in realtà Trump ha utilizzato un’espressione più… colorita). La vertenza, partita da alcuni imprenditori americani e da 12 Stati e arrivata all’ultimo, inappellabile grado di giudizio, è incentrata sull’utilizzo, da parte del presidente, dell’International Emergency Economic Powers Act del 1977, legge che consente all’amministrazione in carica di introdurre leggi in caso di emergenza. Secondo i ricorrenti, le tariffe doganali di Trump non giustificavano un intervento di eccezione come lo Ieepa, e quindi il ricorso a questa misura non sarebbe legittimo; Trump sostiene invece che il fortissimo deficit commerciale americano può essere incluso nei casi che giustificano la proclamazione, da parte del presidente, dell’emergenza nazionale. Se la Corte desse ragione al tycoon, tutto resterebbe come adesso, e Trump avrebbe mano libera per imporre nuove tasse doganali (come quella del 25% appena annunciata nei confronti di “qualsiasi Paese che intrattenga relazioni commerciali” con l’Iran). Se invece i giudici propendessero per l’annullamento, si prevede un flusso di massa di denaro dal fisco alle aziende che hanno pagato dazi. Si parla anche di una terza opzione: lo stop da parte della Corte Suprema, ma con una sorta di “condono” per quanto è accaduto finora. Una sorta di cosa fatta capo ha in versione stelle e strisce. Questa soluzione intermedia eviterebbe rischi per l’economia, ma occorre capire se ha fondamenti legali. Difficile fare previsioni. C’è chi ricorda che la maggioranza dei giurati della Corte è stata nominata da presidenti repubblicani; tuttavia, i componenti del tribunale supremo sono indipendenti, e non devono rendere conto a nessuno, essendo in carica a vita: non per niente i magistrati hanno già smentito Trump nel corso del suo secondo mandato.
Il nodo Mercosur
C’è chi i dazi li vuole mantenere e chi li vuole togliere. L’Unione Europea ha infatti approvato l’accordo di libero scambio con il Mercosur (aggregazione economica sudamericana composta da Uruguay, Argentina, Brasile e Paraguay), non senza un dibattito convulso al suo interno. L’intesa – la cui firma è prevista il 17 gennaio ad Asunción – è stata infatti bocciata da Francia, Irlanda, Austria, Ungheria e Polonia, con l’astensione del Belgio, e ha provocato particolari tensioni a Parigi e rischi per la sopravvivenza del governo Lecornu, oltre alla protesta degli agricoltori. Protesta comprensibile: tra Europa e Sudamerica c’è un disavanzo commerciale fortissimo, e con questo accordo rischiamo di sacrificare la nostra agricoltura senza controllare i protocolli di produzione e salvaguardare gli stipendi dei dipendenti. Come è avvenuto tempo addietro con l’apertura alla Cina, mosse miopi e affrettate rischiano di danneggiare molti business e posti di lavoro.
Lavori in corso
E’ stato inaugurato con i final four di campionato e Coppa Italia di hockey il nuovo palazzetto olimpico di Santa Giulia, nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo. Inaugurato, abbiamo detto, ma non finito: vari spettatori accorsi per assistere alle partite, da una parte sono stati piacevolmente impressionati dall’impianto, dall’altra hanno sottolineato che, a meno di un mese dall’inizio dei Giochi, il palazzo non è ancora finito: cavi e tubi a vista e spogliatoi non pronti hanno dato un’idea di provvisorietà e di lavori in corso. Non bastasse questo, durante la partita d’esordio fra Varese e Caldaro è stato rilevato un buco nel ghiaccio, che ha costretto l’arbitro a interrompere il match per circa cinque minuti. Sicuramente, come di solito accade in questi casi, la corsa contro il tempo sarà ultimata prima dell’inizio della kermesse olimpica. A differenza di quanto accadrà per i lavori viari, soprattutto in Valtellina, ma anche a Milano, che non saranno terminati in tempo. Un’occasione persa, e dovuta anche alle procedure d’appalto lunghe e onerose tipiche della burocrazia italiana, che allungano i tempi in maniera smisurata e impediscono il rispetto delle scadenze predefinite.
Broadcom, una storia americana
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo un iniziale arretramento, dovuto all’impatto del forte e improvviso calo del titolo di Broadcom, le Borse europee hanno assorbito il colpo e recuperato le perdite.
A soffrire davvero il crollo del titolo dell’azienda di semiconduttori, giunto dopo un anno di avanzamenti fino al 75% e risultati sopra le aspettative, sono stati i mercati americani, in particolare il Nasdaq. Il momento critico dei tecnologici continua a manifestarsi anche nelle criptovalute, in crollo verticale. Da parte sua Milano, come spesso è accaduto quest’anno, ha mostrato un recupero particolarmente brillante, avvenuto dopo un ritracciamento minimale. Niente di diverso dal trading range molto stretto che prosegue da tempo. La rotazione settoriale, in questo caso, ha premiato l’automotive, in ripresa per il dietrofront della Commissione europea sullo stop totale alla produzione di auto endotermiche.
Costretti alla sovraperformance
Il caso Broadcom resta una storia soprattutto americana, con difficoltà che a prima vista sembrano inspiegabili, date le ottime performance di quest’anno e i dati finanziari ben al di sopra di quelli attesi. Cercare di capire questo improvviso ritracciamento apparentemente senza ragioni può chiarire meglio le dinamiche di un settore in espansione devastante come quello dell’intelligenza artificiale. Tra i motivi del caso Broadcom, dunque, c’è proprio la forte (e predominante) esposizione dell’azienda di semiconduttori sull’Ia, che va benissimo, mentre il resto dei business procede nell’anonimato, sbilanciando le fonti di ricavo. Inoltre, quando si cresce, gli investitori si aspettano sempre di più, e anche una proiezione che prefigura un futuro un po’ meno brillante manda i mercati in allarme. Insomma: se sali del 75%, sei costretto a migliorare l’anno dopo, per evitare che un incremento ancora formidabile, ma inferiore, venga accolto freddamente dai mercati.
Bolla sì, bolla no
Il violento storno di Broadcom, che ha eroso una parte importante dell’avanzamento registrato dal suo titolo quest’anno, ha fatto tornare di moda quella che sembra la “madre di tutte le domande”: ci sarà o non ci sarà la bolla dell’intelligenza artificiale? La risposta è difficile da abbozzare, anche perché l’asticella delle risposte si sposta sul “sì” o sul “no” a seconda del singolo avvenimento che si è manifestato più di recente. Si alternano proclami e dichiarazioni del tipo “la bolla sta per scoppiare” e “non ci sarà nessuna bolla”, rendendo un futuro già incerto ancora più indecifrabile. Forse, prima o poi un ribilanciamento ci sarà. Ma non necessariamente una bolla. Tanto più che “tecnologia” e “intelligenza artificiale” non sono sinonimi: Apple e Microsoft, per esempio, diversificano fra varie attività, mentre per Nvidia (come del resto per Broadcom) l’Ia ha un ruolo trainante. Una cosa è importante ricordare: che fino a quando la crescita legata all’intelligenza artificiale contribuirà ad avere effetti economici positivi sulle aziende, le cose andranno bene; in caso contrario, i soldi inizieranno a vaporizzarsi. Se la bolla dovesse manifestarsi, ci saranno vincitori e perdenti, come ai tempi della crisi delle dotcom: alcune aziende ne usciranno bene, molte altre saranno ridotte alla marginalità, o rischieranno addirittura di sparire.
Le Poste crescono in Tim
Il tempo prenatalizio 2025 verrà comunque ricordato per improvvisi movimenti azionari, effettuati o tentati. Molto interessante, per esempio, l’incremento di Poste Italiane in Tim: il “gigante giallo” è ora al 27,3% della compagnia telefonica storica. L’operazione ha avuto luogo con l’acquisto del 2,5% controllato da Vivendi (in uscita completa da Tim), per l’importo di 187 milioni di euro. Tuttavia, non ci sarà l’opa sul 100% del capitale della compagnia telefonica: le Poste hanno sfruttato una norma prevista dal Testo unico della finanza, che prevede l’esenzione dall’offerta pubblica di acquisto se lo “sconfinamento” è temporaneo. Il socio che ha superato il limite (in questo caso Poste Italiane) deve vendere la parte eccedente entro 12 mesi, e non sfruttare il diritto di voto oltre il 25%. Qualcuno ha visto in questa mossa un tentativo di rientro dello Stato nel capitale di Tim (quasi il 30% delle Poste è controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, e circa il 35% è nelle mani della Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta detenuta dal Mef). E la cosa non è certo negativa: in determinate aziende importanti, lo Stato può ancora dire la sua.
Tether vuole la Juve. Ma Exor schiera la barriera
Sembra avere poche possibilità di successo Tether nel suo tentativo di scalata della Juventus. Attualmente seconda azionista del club, con oltre il 10%, la stablecoin ha reso nota un’offerta vincolante per acquisire la parte di capitale controllata da Exor, pari al 65%, per il controvalore di 1,1 miliardi di euro. Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether e tifoso bianconero, metterebbe sul piatto un altro miliardo per la campagna acquisti. La holding della famiglia Agnelli ha prontamente respinto la richiesta al mittente. Tether potrebbe, a questo punto, rilanciare, ma difficilmente gli Elkann cederanno a questa società. Intendiamoci: il passaggio di proprietà della Juventus è possibile, ma sembra più probabile che il pacchetto di maggioranza della società bianconera prenda la via dell’Arabia Saudita, che organizzerà i Mondiali del 2034 e ha bisogno di aumentare in modo massiccio e veloce la sua presenza nel sistema calcio.
Warner Bros: chi la prenderà?
Più intricata la partita che si sta giocando intorno a Warner Bros Discovery. Netflix ne ha annunciato l’acquisto del gruppo per 82,7 miliardi di dollari: l’operazione ha suscitato proteste e preoccupazioni nell’ambiente, anche se Netflix ha assicurato che non cambierà il carattere cinematografico di Warner, almeno per ora. In particolare, si teme il conflitto di interessi fra cinema e streaming, e la possibilità che le visioni via computer anticipino quelle sul grande schermo, penalizzandole. Con i rischi connessi, primo fra tutti la perdita di posti di lavoro. Importante anche la questione dell’accesso al database storico di Warner, su cui avrà certamente l’Antitrust americano avrà qualcosa da dire. La partita sembra ancora aperta, perché Paramount avrebbe rilanciato sia dal lato economico (18 miliardi in più), sia promettendo di garantire 30 film l’anno. A influenzare la decisione potrebbe essere Donald Trump, ormai onnipresente come il classico “prezzemolo”.
Dopo-Powell: si scalda il toto-successore in Fed
Il presidente americano sta naturalmente preparando un dossier molto più “pertinente” al suo ruolo: la successione a Jerome Powell alla guida della Federal Reserve, prevista l’anno prossimo. Due i possibili nomi, svelati dallo stesso inquilino della Casa Bianca in un’intervista al Wall Street Journal: Kevin Warsh, ex membro del board dei governatori Fed, e Kevin Hassett, direttore del Consiglio Economico Nazionale. Secondo Trump, il prossimo numero uno della Fed dovrebbe coinvolgerlo nella politica dei tassi, anche se – ha ammesso lo stesso tycoon – non è tenuto a seguire pedissequamente le indicazioni presidenziali. Ma quasi sicuramente il Tesoro americano sceglierà il candidato più dovish. In una situazione di partenza in cui, nonostante i tassi al 4%, l’economia Usa è in ottimo stato. L’inflazione americana è però sopra le aspettative: a favorirla, i dati sull’occupazione, i dazi e le restrizioni sull’ingresso di forza lavoro. La Fed, dunque, dovrebbe decidere un nuovo taglio di 25 centesimi nel terzo trimestre; poi è probabile uno stop che potrebbe
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Borse poco mosse. In attesa della Fed
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse hanno archiviato una settimana all’insegna della debolezza e provano a rimbalzare. Ma restano comunque poco mosse, come spesso accade nella fase prenatalizia. L’ultimo appuntamento in grado di dare qualche scossone è l’imminente riunione della Federal Reserve, che dovrà sancire il taglio tassi di 25 punti base, dato per scontato praticamente da tutti. Superata quest’ultima scadenza, gli indici dovrebbero muoversi in modalità prefestiva, a meno ovviamente di imprevisti. Insomma, quello che i mercati dovevano fare lo hanno fatto, non c’è motivo di aspettarsi scossoni: a fine anno si tireranno le somme e si ripartirà.
La Fed taglia. La Bce no
Se la Fed si appresta a tagliare, la Banca Centrale Europea non ci pensa neanche. Le divergenze fra i membri del comitato esecutivo Bce dividono infatti chi vuole diminuire i tassi, chi non lo vuol fare e chi invece vuole addirittura tornare a inasprire la politica monetaria. Ma i “falchi” sembrano avere il pallino in mano. Il sasso è stato lanciato da Isabel Schnabel, membro del board, nonché possibile candidata alla presidenza dopo Christine Lagarde. In un’intervista a Bloomberg, la consigliera ha apertamente affermato di sentirsi a proprio agio con il possibile aumento dei tassi (anche se non nell’immediato, ha precisato). Nel mentre, ha aggiunto, a meno di shock “prevedo che resteranno in questa posizione per un certo tempo”, a causa del ritorno dei rischi di un nuovo aumento dell’inflazione. Più “colomba” Olli Rehn, membro del consiglio direttivo Bce e presidente della Banca di Finlandia, che in un’intervista a Milano Finanza ha ritenuto “più probabile che l’inflazione si attenui”, esortando l’Eurotower a decidere secondo i dati, piuttosto che su posizioni rigide. Il nuovo duello a colpi di fioretto fra falchi e colombe in quel di Francoforte sembra quindi iniziato. Ciò che è certo è che, nel confronto tra la politica monetaria Fed e quella Bce, sembra possibile un “sorpasso in frenata”, con Washington destinata a tornare su valori più bassi rispetto a Francoforte.
Riarmo: la Germania dice addio ai paesi “frugali”
Questo trend rende realistica la previsione di un’ulteriore divaricazione del rapporto euro-dollaro, già in fascia alta: la possibilità di una politica monetaria dovish americana e hawkish europea apre a un possibile avvicinamento dei valori fra le due monete a una quota non distante da 1,20. A meno, ovviamente, di una crisi economica europea forte: a questo proposito occorrerà tenere sotto controllo come potrebbero reagire mercati ed economia reale all’annunciato distacco totale dal gas russo, previsto per il 2027. Intanto, a cercare di risollevare i conti in modo insolito è la Germania, che sembra allontanarsi dalla tradizionale leadership dei Paesi “frugali”: il Bundestag si appresta ad approvare l’acquisto di armamenti ed equipaggiamenti per la maxi-somma di 52 miliardi. Un approccio che fa paura ad alcuni economisti tedeschi, per il rischio di rivolgimenti della vita quotidiana nel Paese. Un doomsday scenario sul futuro del benessere della locomotiva d’Europa è stato tracciato da Veronika Grimm, membro del consiglio tedesco degli esperti in economia, secondo cui entro quattro anni gli interessi sul debito pubblico, i costi per le armi e gli investimenti per lo stato sociale esauriranno il gettito fiscale, impedendo altri investimenti o obbligando il governo ad alzare le tasse. Con una facile conseguenza: il trasferimento delle aziende e dei giovani lavoratori in altri Paesi. Dalla disamina dell’economista tedesca, appaiono i rischi di un tramonto della Germania come lido sicuro. Il che, se davvero avvenisse, avrebbe effetti devastanti sul resto d’Europa.
Trump: le debolezze europee
Il monito di Veronika Grimm non sembra così distante dal documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con cui Donald Trump ha paventato il rischio che la civiltà europea venga cancellata, e che fra anche meno di 20 anni il continente diventi “irriconoscibile”. Il presidente degli Stati Uniti ha criticato l’Europa a 360 gradi, sia dal punto di vista economico, sia da quello dell’attenuazione della libertà di parola, dell’immigrazione di massa e delle aspettative, definite “irrealistiche” sulla guerra russo-ucraina. Concentrandosi sulla parte più strettamente economica, il documento evidenzia le debolezze del sistema europeo. I rilievi non sono fuori luogo: l’Ue, nata per assicurare libertà di commercio nel continente, è diventata un’istituzione popolata da burocrati, che invece di favorire l’industrializzazione piazza regole, regolette, lacci e lacciuoli sulla strada delle aziende, deprimendo lo sviluppo e consegnando le nostre economie nelle mani dei cinesi, il cui avanzo commerciale tocca i 1.000 miliardi di euro.
Renault con Ford per metterci una pezza
Esempio lampante della stagnazione industriale europea è il momento critico dell’automotive, che vede i costruttori provare nuove vie per assicurarsi la sopravvivenza nell’era del green radicale. A questo obiettivo mira l’alleanza industriale che Renault ha stretto con Ford per le auto prodotte in Francia. La collaborazione punta a potenziare soprattutto il settore delle vetture elettriche: a questo proposito, il gruppo americano progetterà due nuovi modelli per la casa di Boulogne-Billancourt, che a sua volta poi si incaricherà di produrli; le auto saranno poi vendute sul mercato europeo a marchio Ford dal 2028. La partnership potrebbe non fermarsi qui: le due aziende hanno siglato anche un’intesa preliminare sulla produzione comune dei veicoli commerciali leggeri dei due brand per il mercato europeo.
Snellire le procedure
Le aziende europee, dunque, cercano di arginare gli ostacoli piazzati dai politici Ue sulla strada dello sviluppo. Un percorso che sembra andare in direzione opposta a quello americano, dove lo Stato ha partecipazioni in aziende per 10 miliardi di dollari. Un trend che qualcuno ha scherzosamente soprannominato “social-capitalismo trumpiano” (e qualcun altro, più seriamente, “capitalismo di Stato”). Nell’Ue – e qui torniamo seri – manca invece una difesa degli interessi strategici europei e dei singoli paesi membri nazionali. Illuminante, a questo proposito, è un articolo scritto sul Sole 24 Ore da Gianfilippo Cuneo sul caso Ilva. Nel suo intervento, Cuneo evidenzia l’assenza della politica e il potere di qualsiasi procura operante sul territorio nazionale di bloccare impianti per tempi anche molto lunghi. Una situazione che può scoraggiare qualsiasi imprenditore, bloccando un suo possibile interesse al rilancio della struttura (in questo caso, il colosso tarantino). Ovviamente i giudici devono poter fare liberamente il proprio mestiere, questo è fuori da ogni dubbio. Basterebbe però mettere un po’ di ordine nelle competenze, e magari deliberare che, per le questioni di interesse nazionale, la pertinenza venga centralizzata a una superprocura. Questa mossa eviterebbe possibili disaccordi fra magistrati locali, demandando inchieste e potere di bloccare impianti a un solo organismo giudicante. Ciò potrebbe dare più certezze in casi delicati che coinvolgono decine di migliaia di posti di lavoro, come appunto l’Ilva. E snellire i procedimenti, evitando un tira e molla procedurale in grado di allungare in maniera spropositata i tempi e a non offrire certezze su eventuali nuovi blocchi, dissuadendo imprenditori da possibili investimenti.










