Le trimestrali spingono i tecnologici
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le trimestrali, che con pochissime eccezioni hanno premiato le società tecnologiche, spingono in alto le Borse più orientate ai titoli dell’innovazione. Il rimbalzo prima del Nasdaq, poi del Nikkei e del Kospi, tornato in “verde” dopo aver perso circa il 40% in un mese, sono state mosse dalle aspettative dei dati e hanno quindi anticipato la diffusione delle trimestrali. Lo avevamo ricordato più volte: prima di tracciare un quadro completo della situazione si sarebbero dovuti attendere i risultati a giugno 2026: con ottimi dati, anche i listini avrebbero risposto. E così è stato.
Scenario incerto
Ciò, naturalmente, non significa che le Borse d’ora in poi saliranno senza intoppi. Le trimestrali hanno infatti attenuato trend al ribasso che prima o poi potrebbero riemergere con correzioni violente. Nello stesso modo, non è detto che il tanto temuto rischio-bolla sia del tutto scampato. Il primo rimbalzo è solitamente quello più sano, ma potrebbe essere messaggero di buone notizie come di cattive. Perché le bolle si presentano con un andamento a zig zag: prima lo storno, poi il primo rimbalzo particolarmente forte, poi ancora le due forze alternate e sempre più attenuate, con salite meno convincenti che anticipano il crollo. Per ottenere indicazioni più precise, questi due mesi potrebbero rivelarsi molto importanti. Agosto sembra avere un’intonazione ragionevolmente discreta; da settembre rientreranno tutti gli operatori sul mercato e sarà possibile tracciare una previsione più completa. Intanto, chi ha fatto trading sulle correzioni dei titoli tecnologici potrebbe trovare utile vendere metà della posizione, mentre chi ha costruito un portafoglio più strutturale farebbe meglio a mantenere le sue azioni.
Nuove trattative in vista?
Oltre che sui tecnologici, le Borse sono sintonizzate sull’ennesimo tentativo di trattative nel Golfo e sulle nuove speranze di pace. Il nodo è Hormuz: l’obiettivo di Donald Trump è di tornare alla situazione precedente al conflitto, quando lo stretto era liberamente navigabile, senza cioè pedaggi o restrizioni. Il che non è scontato: anzi, fa molta paura la possibilità che ai balzelli a Hormuz si possano aggiungere disagi (o addirittura chiusure) a Bab el Mandeb, lo stretto che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden, controllato dagli Houthi (con le rotte minacciate anche dai pirati somali). Tra le due situazioni ci sono però importanti differenze: l’Iran ha un esercito molto ben armato, su cui la Cina ha investito 400 miliardi in infrastrutture e armamenti; gli Houthi sono un gruppo che dipende mani e piedi da Teheran e che sarebbe più semplice arginare. A far paura è anche il rischio di emulazione: se altri Paesi che controllano strozzature marittime dovessero imitare queste operazioni, il mondo si troverebbe catapultato in un insostenibile sistema di balzelli di tipo medievale. Con una ricaduta insostenibile sui costi di materie prime e fertilizzanti.
Fed, nulla di fatto
Anche la Federal Reserve, come la Banca Centrale Europea, ha scelto la via della stabilità sui tassi: il consiglio ha deciso a maggioranza di non elevare le percentuali, mantenendo la forbice su 3,50%-3,75% (tre su 12 hanno però votato per un rialzo). E’ probabilmente soddisfatto “a metà” Donald Trump, che ha sempre sostenuto un disgelo monetario ma che, visti gli aumenti di prezzi provocati dalla guerra in Iran, può incassare il contentino di veder evitato un rialzo del costo del dollaro. Il mantenimento dei tassi era abbastanza scontato, anche se negli ultimi giorni di luglio il trentennale Usa aveva raggiunto il rendimento più alto dai tempi dei mutui subprime, e la Fed era stata costretta a intervenire.
Che cosa succederà a dicembre? Nonostante i disaccordi interni, è improbabile che la banca centrale alzi i tassi. Lo si percepisce anche dall’indebolimento del dollaro che si è spinto sopra 1,15: quando il mercato avverte un rischio di stretta monetaria, reagisce spesso sulla valuta con un altolà, rendendo più difficile l’aumento delle percentuali.
Risiko, rombano i motori
Si riaccende alla grande il risiko bancario (e assicurativo). Unicredit è salito a poco più del 50% in Commerzbank, e ora l’atteggiamento dei tedeschi è giocoforza cambiato, trasformandosi da inflessibile nein a tentativi di porre almeno qualche paletto. Bettina Orlopp ha invitato il gruppo di Andrea Orcel a dialogare e collaborare, cercando nello stesso tempo di garantire l’autonomia della banca. L’ad dell’istituto di credito tedesco ha parlato di “dialogo costruttivo” e cercherà di evitare il rischio che Piazza Gae Aulenti tratti direttamente con il governo tedesco e i sindacati “saltando” il board. Unicredit potrebbe tornare impegnata su due fronti: la rinuncia di Banco Bpm al tentativo di fusione paritaria con Mps apre a Orcel l’opportunità di riprovarci con Piazza Meda. Mentre, sul fronte senese, si apre un’autostrada per il tentativo di acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo. A meno che riesca la manovra di Luigi Lovaglio, che sta cercando di tornare sull’unione con Banco Bpm, non più come fusione paritaria ma come acquisizione da parte del Montepaschi. Molto dipenderà dalle decisioni di Crédit Agricole, maggior azionista di Piazza Meda. Inutile dire che su Siena resta favoritissimo il gruppo Intesa Sanpaolo. Se la banca guidata da Carlo Messina e Unicredit riuscissero a piantare due nuove bandierine, crescerebbero nell’azionariato di Generali, che sembra il principale obiettivo del grande risiko (tutto questo mentre Thomas Buberl, amministratore delegato di Axa, ha smentito ogni interesse per l’acquisto di quote del Leone).
Baruffe in Fifa
Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha rinunciato al piano annunciato non molti giorni fa, che prevedeva di costituire una società a fini di lucro per gestire la Coppa del Mondo e, soprattutto, di vendere una quota del 20% circa di questa organizzazione a investitori privati. L’opposizione di Uefa (che ha minacciato di boicottare i Mondiali) e Concacaf e il successivo allineamento della confederazione asiatica ai dissenzienti, oltre alle clamorose dimissioni di Carlos Cordeiro, consigliere di punta di Infantino, lo hanno convinto di non avere i numeri. E ora, il capo del calcio mondiale rischia persino il posto, dato che l’anno prossimo si svolgeranno le nuove elezioni, a meno che almeno 43 federazioni chiedano un’assemblea anticipata, in cui proporre un voto di sfiducia. Oltre al tentativo di privatizzare i Mondiali, a Infantino vengono rimproverate le decisioni solitarie e gli accordi segreti intessuti senza coinvolgere le federazioni. La sua è stata una mossa maldestra per fare entrare i privati nello sport più popolare al mondo. Il contrasto che ne è seguito si è inserito nelle frizioni già esistenti tra Fifa e Uefa, molte delle quali hanno riguardato la spartizione dei proventi e l’organizzazione degli eventi. Il modello seguito da Infantino sembrava ispirarsi al gigantismo degli sport americani, con partite sempre più frequenti e interesse concentrato sulle ultime fasi, con tutto il resto relegato a puro spettacolo con poco agonismo. Mentre i prezzi hanno già raggiunto valori esorbitanti, con buona pace degli sportivi.
La nostra rubrica settimanale sull’economia e le Borse si ferma per una settimana. Torneremo on line il 19 agosto. A tutti voi un augurio di Buon Ferragosto!
Foto di Jakub Żerdzicki su Unsplash
Nuovo crollo delle Borse asiatiche
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Calano nuovamente a picco le Borse asiatiche, trascinate dal crollo dei titoli tecnologici legati ai semiconduttori. In particolare, tra le azioni in rosso al Kospi c’è ancora Samsung Electronics. A pagare dazio è probabilmente il rientro brusco dagli eccessi legati alla catena di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale.
Il caso coreano
È particolarmente significativo il caso della Corea del Sud. L’indice Kospi aveva toccato il proprio massimo il 22 giugno, registrando un’impressionante performance di circa il 130% rispetto ai minimi precedenti. La successiva correzione, che nell’ulrimo mese ha riportato le quotazioni indietro di circa il 33%, è stata tanto rapida quanto violenta. Analogamente, Samsung, pur avendo perso una parte consistente dei guadagni, mantiene ancora una performance di circa il 71% dall’inizio dell’anno. Naturalmente, un movimento di questa portata non può essere sottovalutato. La successione di ribassi sta diventando sempre più marcata e rappresenta un segnale che merita attenzione. Tuttavia, se la fase ribassista dovesse arrestarsi agli attuali livelli, il bilancio complessivo rimarrebbe comunque eccezionale, con rendimenti ancora ben superiori alla media storica. Ciò che desta maggiore preoccupazione è soprattutto l’intensità dell’ultima correzione: dopo una salita tanto ripida, anche le prese di profitto tendono a essere proporzionalmente più violente. Nonostante ciò, allo stato attuale appare poco probabile che il Kospi e Samsung possano cancellare integralmente i consistenti progressi realizzati nella prima parte dell’anno.
Sette contro tutti
Il Nasdaq, da parte sua, è in recupero rispetto al mese scorso, ma ancora leggermente sotto i livelli di inizio anno. L’indice tecnologico sta ancora scontando la correzione dovuta alla salita troppo vorticosa dei sette titoli più capitalizzati. Tra questi e il resto delle azioni si è verificata una dicotomia che mostra grafici del tutto differenti: il recupero è da attribuire ai medio-piccoli, mentre i big frenano.
Europa tranquilla
In questa situazione, l’Europa continua ad apparire immune: i tecnologici sembrano influenzare ben poco la dinamica finanziaria del Vecchio Continente, i cui listini contengono in gran parte titoli dell’economia tradizionale. Le Borse europee hanno ben altre arene in cui dimostrare ancora una volta la loro resilienza. In particolare, la crisi del Golfo, con i suoi effetti sulle materie prime: dopo l’escalation, che pur per un tempo limitato aveva sbalzato il petrolio anche oltre quota 100, è ora la volta della nuova sospensione dei raid Usa all’Iran, che ha subito riportato il greggio nella fascia 80/90. E che ha riacceso le speranze che questa guerra finisca. Le Borse, insomma, scommettono su una soluzione della crisi, e su un pur lento ritorno alla normalità. Ricordando sempre che, in condizioni di questo tipo, con i prezzi ci è andata ancora bene: Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, ha puntualizzato che non dobbiamo strapparci i capelli per la benzina a 2 euro, ma ritenerci fortunati che il carburante non sia arrivato a 3, come avrebbe tranquillamente potuto fare.
Il peggio deve ancora venire?
Attenzione però: lo shock petrolifero non è finito. Anzi, potrebbe non essere ancora giunto nella sua fase più problematica. Lo afferma persino la Banca Centrale Europea, che in una nota fa scattare il preallarme: l’incertezza, afferma l’Eurotower, rimane alta, e l’impatto inflazionistico dello shock energetico deve ancora manifestarsi pienamente. In altri termini, sulla crisi di Hormuz e i suoi effetti su Borse ed economia reale potremmo non avere ancora visto il peggio. La banca centrale si pone in osservazione, riservandosi di valutare le conseguenze del vortice energetico. Non limitandosi ai problemi derivanti dal petrolio: il faro della squadra incaricata di tenere sotto controllo i prezzi sarà infatti puntato anche sulle tariffe del gas, ancora molto alte. Soprattutto, aggiungiamo noi, in un quadro che vede la scarsità di scorte per il prossimo inverno, e l’imminente chiusura definitiva degli approvvigionamenti dalla Russia.
Bce ferma
Il monitoraggio Bce riguarda le conseguenze del caro-energia sull’inflazione. Che però, lo ricordiamo ancora, è legata all’offerta: in queste condizioni, una nuova stretta monetaria rischierebbe di creare le condizioni per una fase recessiva. Finora, comunque, l’Eurotower non ha mosso le acque, e nella riunione di luglio ha mantenuto i tassi al 2,25% con una decisione unanime. Non si è dunque ripetuta la mossa al rialzo dello scorso giugno. Si è rivelata errata, almeno finora, la previsione dei mercati, che scommettevano su tre rialzi a breve: solo una nuova impennata duratura del petrolio (e del gas) potrebbe rovesciare questo approccio.
Dazio che viene, dazio che va
Intanto, Donald Trump introduce nuovi dazi in varie parti del mondo (a cominciare da Brasile, Giappone e Australia), questa volta per un presunto scarso impegno contro le importazioni di prodotti realizzati tramite lavoro forzato. Un’accusa respinta al mittente in maniera particolarmente vigorosa dal Brasile, che ha ricordato di essere stato più volte riconosciuto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro per il suo impegno in prima linea contro questa piaga. I tentativi di Trump di trovare nuovi sbocchi per applicare tariffe potrebbero essere gli ultimi: oltre alla sentenza della Corte Suprema americana, si stanno verificando manifestazioni di insofferenza nel Congresso e le elezioni di mid term sono sempre più vicine. Nel mentre, le aziende iniziano a recuperare le tariffe definite illegali dalla Corte Suprema americana. E lo fanno senza particolari ostacoli. Lo ha affermato Jean-Philippe Kohl, vicedirettore dell’associazione delle imprese tecnologiche elvetiche Swissmem, che in una dichiarazione alla Sonntags Zeitung si è detto “sorpreso” di quanto le operazioni di recupero si stiano rivelando relativamente “facili” e “senza intoppi”. Questo non significa che il tira e molla sui dazi non abbia provocato molti problemi ad aziende e Paesi di tutto il mondo. Tra chi è uscito malconcio non c’è, però, l’Italia: per la nostra economia è diminuito il commercio transoceanico di vino, ma, prendendo in esame tutti i settori produttivi, nel complesso sono addirittura aumentate le esportazioni. Il saldo positivo dimostra la forza della nostra industria.
Pogačar rende più ricco il Tour
Il Tour de France appena concluso ha avuto due vincitori: il “marziano” Tadej Pogačar, che ha letteralmente dominato la corsa ponendo il quinto sigillo sulla Grande Boucle, e le casse di Aso, organizzatore della gara. Oggi, la “corsa gialla” vale 150 milioni circa di euro in ricavi fra diritti televisivi, sponsorizzazioni e contributo economico versato dalle località sede della partenza o dell’arrivo di una tappa. Tra gli appassionati sorge però un dubbio: le vittorie di Pogačar e lo spettacolo che questo fuoriclasse sa offrire quasi ogni giorno fanno bene alle casse del Tour e del ciclismo? Oppure il dominio assoluto dello sloveno, che rende molto spesso scontati i risultati delle gare a cui partecipa, finirà per far perdere interesse, e ulteriori guadagni? Propendiamo per il primo scenario. Un fuoriclasse che riesce a emozionare gli spettatori con le sue imprese non può che avvicinare televisioni e sponsor. E suscitare interesse. Lo dimostrano le masse di persone che si accalcano a bordo strada, anche nei giorni lavorativi, mettendo qualche volta in difficoltà (e a rischio) i corridori intenti a scalare una grande montagna. Inoltre, in un periodo in cui, tra Giochi Olimpici e Mondiali di calcio, l’accesso dei tifosi è sempre più caro ed esclusivo, il ciclismo offre nella maggior parte dei casi spettacolo gratuito agli appassionati, dimostrandosi ancora una volta lo sport della gente.
Image by rawpixel.com
Mercati cauti, tra escalation e timori di bolla IA
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La nuova escalation nel Golfo ha destato attenzione nelle Borse europee, già concentrate sul futuro dei titoli tecnologici e IA. Tuttavia, l’andamento degli indici resta cauto e prudente, senza particolari scossoni, nonostante l’alta volatilità che contraddistingue i mercati mondiali. A evitare storni importanti, oltre che l’ormai atavica resilienza dei listini, anche le speranze di un nuovo stop ai rombi di guerra, suffragate dalla possibilità di una nuova tregua di dieci giorni.
Dubbi sui tecnologici
La dinamica che guida i mercati sembra insomma simile al classico passo avanti e passo indietro, mentre i Paesi belligeranti hanno palesi difficoltà a uscire dal cul-de-sac in cui sono bloccati. Parallelamente alla tenuta degli indici, prosegue la rotazione settoriale, con comparti (come quello dei semiconduttori) intenti a leccarsi le ferite per le correzioni pesanti che hanno dovuto subire, mentre sembra esserci ancora un po’ di spazio sui finanziari. Vari titoli tecnologici in tutto il mondo hanno lasciato per strada percentuali a due cifre; Samsung, per esempio, è crollato del 30% in un mese nella Borsa coreana, anche se il titolo è ancora a quasi +90% in un anno. Discorso simile per Micron Technology, quotato al Nasdaq, in perdita di oltre il 25% in un mese, ma a fronte di una crescita di oltre 180% in un anno. A proposito di Nasdaq, questo indice è stato protagonista di un rimbalzo, per poi assestarsi. Tuttavia, gli entusiasmi potrebbero presto raffreddarsi: se si osserva l’analisi tecnica, l’indice non sembra impostato bene e ci si potrebbe attendere a breve una correzione al ribasso. Per capire se sarà bolla IA o no, comunque, dovremo attendere almeno sei mesi, se non di più. In teoria siamo in presenza di valutazioni sì alte, ma non folli come nel 2000. Il rischio-bolla potrebbe farsi più pressante solo se in un prossimo futuro i margini dovessero assottigliarsi.
Il gas fa paura
La quotazione del petrolio ha subito l’influenza della nuova escalation e si è alzata, anche se non troppo: il Brent resta nella fascia alta della forbice 80/90 dollari al barile e il Wti in quella bassa. Entrambe si trovano nella classica “terra di nessuno” che non preoccupa (ancora) più di tanto mercati, aziende e famiglie. E’ più inquietante invece il picco del gas al Ttf di Amsterdam, che è pericolosamente vicino ai 60 euro, con il rischio di causare parecchie difficoltà all’economia reale. Certamente, a risolvere il ciclico ripresentarsi dei rincari di petrolio e metano non saranno le ultime indicazioni europee, che sanno di grida manzoniane e che mirano ad accrescere i consumi di elettricità (a scapito, appunto, di fossili e gas) dal 23,4% al 32,3% nel 2030 e al 40% circa dieci anni dopo. Questo obiettivo dimentica che l’elettricità è un vettore e non una fonte di energia. Oro e argento, dopo la correzione forte, navigano invece su prezzi da cui sembra faticoso rimbalzare. Il dollaro si sta infine mantenendo fra quota 1,13/1,15 euro, con andamento piatto da un mese e mezzo, in una fase di equilibrio senza particolari dinamiche.
Poste-Tim, parte l’opas
Dopo la luce verde della Consob è partita il 20 luglio l’opas volontaria e totalitaria di Poste Italiane su Tim. I termini dell’offerta, che si concluderà l’11 settembre 2026, vedono il “gigante giallo” mettere sul piatto, per ogni titolo dell’azienda telefonica, una parte in denaro, che ammonta a 1,67 euro, e un’altra in titoli, pari a 0,218 azioni ordinarie Poste Italiane di nuova emissione. In pratica, saranno corrisposti 835 euro e 109 azioni Poste per ogni pacchetto di 500 titoli Tim. Per avere successo l’opas dovrà raggiungere l’adesione del 66,67% degli azionisti della telco. Altrimenti, ha detto Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, a Radio 24, “si dovrà pronunciare il consiglio”. In ogni caso, il cda Tim ha ritenuto congrua l’offerta. L’approvazione all’unanimità dell’operazione da parte del board, ha scritto a questo proposito Pietro Labriola, ceo della società telefonica, ai dipendenti, si verifica “in coerenza con il percorso di trasformazione intrapreso dal nostro gruppo”. Dal punto di vista industriale, l’operazione ha un suo significato: alla fine è bene che determinati asset rimangano nelle mani di determinati Paesi piuttosto che essere ceduti a fondi di private equity. Tanto più che Poste Italiane è ancora a maggioranza statale, e un’eventuale riuscita dell’opas riporterebbe di fatto la ex Telecom Italia in mani pubbliche.
Mondiali di calcio, ricavi record
Si sono chiusi con la vittoria della Spagna i Mondiali di calcio 2026, la prima kermesse iridata pallonara a 48 squadre, che si è rivelata un affare per la Fifa. Grazie all’allargamento del numero delle partecipanti, il governo del football guidato da Gianni Infantino ha infatti registrato ricavi per circa 13 miliardi di dollari, di cui 8,9 quest’anno. Una cifra ben più alta rispetto alle più rosee previsioni, che ha fatto del torneo nordamericano la Coppa del Mondo più ricca di tutti i tempi. Per avere una pietra di paragone, i Giochi Olimpici 2024 di Parigi hanno reso meno della metà, e cioè 5,2 miliardi. Importo, quest’ultimo, che è di poco superiore ai soli diritti tv di Usa-Canada-Messico 2026, pari a 4,3 miliardi nel quadriennio. Una cifra superiore a 3 miliardi, invece, hanno fruttato i biglietti, oltre 2 in più rispetto alla Coppa del Mondo 2022 in Qatar. Una medaglia che ha anche un suo rovescio: gli stadi, è vero, erano spesso esauriti, ma con un prezzo dei tagliandi molto elevato, e accessibile solo a spettatori molto ricchi. Ora, spinta dai ricavi record che le hanno conferito un potere economico clamoroso, la Fifa potrebbe allargare il prossimo Mondiale a 64 squadre, con più partite, più incassi e più ricavi.
Foto di Tomi Saputra su Unsplash
Le Borse ignorano il bluff di Donald Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Mentre tornano le ostilità nel Golfo, Donald Trump minaccia di applicare alle navi una tassa del 20% del valore economico della merce trasportata, in cambio della protezione Usa per il transito per lo Stretto di Hormuz. La nuova trovata del presidente americano è stata tuttavia accolta dalle Borse come una boutade: gli indici l’hanno praticamente ignorata, classificandola come il “solito” bluff.
Nuovo tonfo a Seul
Intanto si è verificato un nuovo tonfo a Seul, che però (almeno per ora) ha avuto pochi effetti sui mercati. Nonostante le possibili avvisaglie sui titoli tecnologici, il Kospi è ancora sotto controllo, dato il poderoso avanzamento registrato nel 2026. Tuttavia, se il trend continuasse le Borse di tutto il mondo potrebbero iniziare a raddrizzare le antenne, soprattutto se un eventuale grafico in picchiata dovesse toccare soprattutto i titoli Ict e intelligenza artificiale.
Rotazione settoriale
Per il resto prosegue la rotazione settoriale, che rende incerti gli investimenti più focalizzati: i listini europei veleggiano tranquilli e in alcuni casi esprimono prestazioni brillanti, ma ciò dipende dai settori trainanti (ultimamente quello industriale), che compensano quelli in forte calo (come, di questi tempi, il riarmo). In altri termini, se si indovina l’area di investimento è possibile portare a casa buoni margini, ma se la si sbaglia si rischia di perdere il 10% in un attimo. Anche per questo motivo, in questa fase è consigliabile puntare sugli indici e mantenere il mix di portafoglio. In attesa delle semestrali.
“Nulla è più come prima”
Con la nuova impennata, causata dalla nuova fase di instabilità nel Golfo, il greggio ha lasciato la comfort zone della forbice 70-80 dollari al barile per raggiungere la fascia 80-90. Ma a preoccupare maggiormente i consumatori non è il petrolio ma il gas, il cui prezzo è tornato a 50 euro al kilowattora. In un quadro che vede stoccaggi molto bassi e conseguenti rischi su costi pere aziende e famiglie. In generale sembra quindi condivisibile la dichiarazione di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, secondo cui nulla è come prima e la situazione ci obbliga a scelte nuove per il dopo-Hormuz. Tutto vero. Se non che, l’urgenza di una nuova politica per l’energia era chiara anche quattro anni fa: nonostante i rincari in bolletta, le aziende e le famiglie hanno fatto i salti mortali per quadrare i bilanci, e ogni intervento correttivo di qui in avanti, pur doveroso, sarà comunque tardivo.
Intelligenza artificiale energivora
A proposito di consumi, uno studio Surfshark rivela che l’energia utilizzata ogni giorno dalle richieste a ChatGpt basterebbe per climatizzare Bologna, Firenze o Bari. Secondo il rapporto, con il numero globale di richieste che ogni giorno vengono inviate alla sola ChatGpt (2,5 miliardi circa) si potrebbero alimentare circa 200.000 condizionatori per 24 ore. Climatizzando per un giorno una città di medie dimensioni. “Ogni richiesta a ChatGpt produce una quantità stimata di 4,32 grammi di Co2”, ha detto Tomas Ivanaitis, head of data Ai di Surfshark. “L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale rappresenta la parte più rilevante del problema, perché richiede la capacità di un numero enorme di server che consumano elettricità 24 ore su 24, sette giorni su sette”. Che “devono essere raffreddati, e questo processo consuma milioni di litri d’acqua. L’intelligenza artificiale contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra ed è quindi necessaria una maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti nel suo sviluppo e utilizzo. Anche usare l’IA in modo sostenibile nella vita di tutti i giorni è importante”. Il che non significa rinunciare a questa nuova tecnologia, ma utilizzarla con più criterio. Sembra però che questa tematica non sia troppo popolare: quando si tratta di intervenire sul settore automobilistico i fari sono tutti puntati, ma in altri ambiti (intelligenza artificiale, appunto, ma anche criptovalute e voli privati) l’attenzione magicamente svanisce.
‘”Effetto Maradona”
Intanto, si parla ancora di tassi, specialmente alla luce del rischio inflazione causato, ancora una volta, dal caro energia. Se molte previsioni vanno in direzione di una stretta monetaria, a esprimere un parere controcorrente è Jp Morgan, secondo cui la corsa verso il rialzo dei tassi è una sorta di illusione. Per spiegare questo strano fenomeno, la banca d’affari ha offerto un’immagine suggestiva: “Maradona”, ha detto Jp Morgan, “faceva credere di andare da una parte, poi segnava gol dall’altra. Nello stesso modo, le banche centrali affermano che alzeranno i tassi, ma non lo faranno”. L’effetto Maradona, appunto. Lo scenario potrebbe rivelarsi realistico, ma l’analisi serve soprattutto a suscitare attenzione e dibattito. E per farlo utilizza un’immagine forte – quella, appunto, del Pibe de Oro, proprio mentre si avvicina la riedizione di Argentina-Inghilterra ai Mondiali – in grado di incuriosire il lettore.
Italiani, sale il tesoretto familiare
Chi sembra passarsela bene, nonostante tutto, sono le famiglie italiane, la cui ricchezza è cresciuta, dal 2020 a oggi, di 1.600 miliardi di euro, raggiungendo un patrimonio totale di quasi 6.500 miliardi. A svelare questo dato uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), sindacato di categoria dei dipendenti degli istituti di credito. A stupire ancora di più è la natura diversificata dell’allocazione del denaro: soldi sul conto ce ne sono ancora molti, ma si osserva chiaramente la crescita della componente finanziaria (pari a 1.103,3 miliardi in più, +113%). A farsi notare sono anche i fondi comuni e le polizze assicurative. Gli italiani, da tempo risparmiatori, stanno diventando un popolo di investitori? La risposta è no. E’ indubitabile che una parte maggiore del denaro allocato è stata destinata alle Borse, ma è pur vero che la causa sono i rendimenti bassi delle obbligazioni, che giocoforza spostano l’attenzione sull’azionario. Ne è dimostrazione il successo delle aste dei Btp: quando l’investimento sicuro restituisce ancora una certa performance, gli italiani corrono a sottoscriverlo. Non siamo un paese finanziariamente maturo: spesso si spostano capitali sulle Borse senza sapere bene che cosa sia davvero un investimento azionario.
Foto di Me su Unsplash
Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.
Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità
Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.
La volatilità delle materie prime
Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.
Barra dritta
In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.
Siamo alla frutta?
La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.
Google, confermata la sanzione Ue
Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.
Foto di Zoddex su Unsplash
Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.
Dispersione di rendimenti
Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.
Azioni o obbligazioni?
Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.
Petrolio in picchiata, benzina stabile
Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.
Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti
Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.
Foto di wu yi su Unsplash
Mercati, antenne puntate sul Golfo e sul vertice Xi-Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse si sta avviando verso un trend discendente, dopo un periodo che, almeno fino a giovedì scorso, era apparso decisamente positivo, al punto da spingersi sui massimi. A guidare l’andamento delle Borse sono le notizie, spesso contrastanti, sulla crisi del Golfo: quando si intravedono schiarite o timide speranze di pace, i listini corrono, quando prevale il timore di una ripresa delle ostilità, o si teme un lungo stallo a Hormuz, gli indici ripiegano. Ma, almeno per ora, riescono almeno a frenare la discesa.
I settori trainanti
Finora, dunque, la capacità di resilienza delle Borse ha limitato i danni nei periodi peggiori, e i balzi in avanti sono stati maggiori che non i passi indietro. I mercati, lo si è detto più volte, sono “vaccinati”; tuttavia, se la situazione tornasse a peggiorare in modo pesante, difficilmente potrebbero tenere la barra dritta. Gli investimenti seguono sempre gli utili: se l’economia va in recessione si verifica una discesa e non c’è resilienza in grado di tenere. Per il momento, c’è la percezione che la stagione degli utili prosegua. Per questo i listini reggono, limitando le perdite nei giorni negativi. La scorsa settimana, a dare soddisfazioni agli investitori erano stati soprattutto i finanziari (non per niente, Piazza Affari ha sovraperformato rispetto al resto d’Europa) e la tecnologia americana, guidata da nuovi record. E’ però bastato un aumento del petrolio, dovuto ai timori di una ripresa dei bombardamenti americani, per deprimere ieri i titoli del settore bancario a Milano (e nelle altre piazze europee). E ciò ha causato l’arretramento degli indici. Stamattina, invece, il rialzo delle Borse europee, in attesa del vertice fra Xi Jinping e Donald Trump.
Vertice a Pechino
L’incontro di Pechino promette di tracciare una strada su cui incanalare il futuro della crisi, e avrà una portata molto ampia. Dopo i convenevoli di oggi, domani i due leader si confronteranno infatti sul Golfo, ma anche su temi come la tregua molto fragile sui dazi, Taiwan, i chip e l’intelligenza artificiale. Il vertice cercherà dunque di mettere a confronto le due potenze su alcune fra le incertezze attuali – anche se è difficile prevedere se l’esito sarà positivo o negativo.
Piano B
La crisi di Hormuz ha comunque impartito una lezione: quando possibile, occorre sempre avere un “piano B”, da utilizzare in casi estremi. E ora i Paesi del Golfo stanno cercando di rimediare in fretta e furia ai blocchi e ai controblocchi, attuali e futuri: è in progetto l’organizzazione di un sistema di trasporti alternativo di petrolio e gas e, dove possibile, di fertilizzanti, metalli e altre merci che solitamente passano dallo Stretto. Il piano prevede un nuovo sbocco terrestre mediante oleodotti, treni e carovane di camion in grado di bypassare almeno in parte la strozzatura marittima. Si tratterebbe quindi di investimenti infrastrutturali con il compito, molto ambizioso, di mantenere l’economia su livelli discreti. E, ipso facto, di rilanciare i mercati.
Europa spettatrice
La visita di Trump è la prima di un presidente americano in Cina dal 2017. Da allora, le regole della diplomazia sembrano cambiate, e i vecchi rapporti con il guanto di velluto sembrano essere stati improvvisamente messi nel cassetto (se non nel dimenticatoio). Vittima principale di questi cambiamenti è l’Europa, lenta, poco reattiva al cambiamento e, per questi motivi, incapace di difendersi, sia dal punto di vista politico, sia economico. La burocratizzazione delle procedure comunitarie e l’incapacità di cambiare in corsa incidono in modo pericoloso sull’economia del continente, che rischia la deindustrializzazione. Se nel 2009 il Pil americano e quello europeo erano identici e oggi quello Usa sopravanza il nostro di 7.000 miliardi, qualche errore è stato fatto. Politici e burocrati Ue hanno la loro parte di responsabilità nello sviluppo di questo scenario, che vede Stati Uniti e resto del mondo all’assalto e l’Europa sempre più impoverita. E spettatrice di incontri e decisioni che, per logica, dovrebbero vederla protagonista. Abbiamo perso 20 anni per le regole che ci siamo autoimposti, e ora ogni crisi – geopolitica o economica – fa tremare la stabilità delle nostre imprese. E favorisce la conquista delle industrie locali da parte di colossi di altri continenti.
Acciaio, la via (obbligata) inglese
Una via per difendere le economie europee (non solo Ue) da questa dinamica può giungere dalla nazionalizzazione di British Steel, decisa dal governo inglese di Keir Starmer. Con questa mossa, l’esecutivo di Sua Maestà dimostra che Londra non può rinunciare all’azienda siderurgica che utilizza gli ultimi altiforni funzionanti del paese. La sua sopravvivenza, secondo il governo, è un fatto di sicurezza nazionale: l’acquisizione è perciò l’unica strada percorribile, sebbene British Steel perda 700.000 sterline al giorno.
La Nba si espande in Europa
E’ ormai certo: la Nba vuole espandersi in Europa, ed è pronta a investire 3 miliardi di dollari per trasformare il campionato nordamericano in un torneo intercontinentale. Il progetto nascerebbe in partnership, e non in contrapposizione, con l’Eurolega, e dovrebbe funzionare come la “casamadre” americana, cioè con il sistema delle franchigie. Anche se è prevista una variazione allo schema originale: il torneo sarà parzialmente aperto, cioè una parte delle squadre accederà per merito. In questo modo, il nuovo campionato salvaguarderà almeno in parte i valori europei, abbinandoli al sistema americano “chiuso”. Se Nba Europe partisse, prevederebbe due franchigie in Italia: Milano e Roma. Ma c’è ancora incertezza sulle squadre da coinvolgere, se quelle “storiche” o se team nuovi, con la possibilità che siano legati ai club calcistici. Roma ha appena acquisito il titolo sportivo di Cremona (classica operazione “all’americana”), ma nella capitale potrebbe insediarsi anche una seconda società, legata a Trieste. Per la franchigia di Milano si profila invece una scelta fra due squadre di lunga e consolidata tradizione: l’Olimpia e Varese, patrocinate da Oaktree (azionista dell’Inter) e Redbird (proprietaria del Milan). Nulla è ancora definito, a parte due osservazioni. Primo, i prezzi dei biglietti saranno senza alcun dubbio molto alti, escludendo la passione popolare dai palazzetti. Secondo, il potere economico degli Stati Uniti inizia anche a riflettersi sullo sport europeo. E le aziende made in Usa, come si accennava prima, sono alla conquista delle imprese del nostro continente, approfittando della sua crisi industriale.
Foto di Gontran Isnard su Unsplash
Mercati, la quiete prima della tempesta?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Settimana interlocutoria per le Borse, che si mantengono a buoni livelli, soggette a oscillazioni in alto e in basso, ma senza particolari scossoni. Questo sebbene il petrolio sia ancora in fascia alta (intorno ai 105 dollari al barile il Brent e di poco sotto quota 100 il Wti). Chiaramente, i mercati stanno attendendo i risultati dei colloqui e tifano per la pace e per la stabilizzazione dell’area (e dello Stretto di Hormuz). Ma al momento fare previsioni è molto difficile. Per questo motivo, la sostanziale tranquillità dei listini potrebbe assumere le sembianze della “quiete prima della tempesta” (che colpirà l’economia mondiale se la situazione non verrà sbloccata entro fine maggio) o, in alternativa, dell’anticipazione di un timido ritorno alla normalità.
Trattative in stallo
Su Hormuz, però, non ci sono novità, e le trattative sono in stallo. Sembra che la sede dei negoziati sia destinata a cambiare: è infatti probabile che le parti abbandonino Islamabad per poi organizzare un secondo round di colloqui a Ginevra. Ma non da subito. Per questo, sembra insorgere un certo pessimismo su una risoluzione veloce delle ostilità, che invece appare indispensabile per l’economia mondiale. Oltre a questo, si è aggiunto un ulteriore problema: sembra che i radar di varie imbarcazioni commerciali abbiano subito azioni di hackeraggio, che hanno interrotto la tracciatura informatica degli scafi coinvolti. Una bella grana per gli armatori, impossibilitati a monitorare la posizione delle navi: l’ennesimo disagio che si aggiunge alle molte difficoltà causate dalla guerra nel Golfo – anche se non è dato di sapere se l’azione di pirateria informatica sia in qualche modo collegata con il conflitto.
Nubi scure si addensano
L’attesa è comunque snervante e i tempi lunghi nelle trattative preoccupano le imprese. Come già anticipato, si teme che una mancata risoluzione della crisi entro fine maggio possa causare un disastro per l’economia mondiale, con un potente effetto domino in grado di coinvolgere tutti. Compresi gli Stati Uniti, che pur evitando il caro-gas (il metano Usa è ancora a livelli accettabili) non potranno reggere a lungo le quotazioni alte del petrolio, considerato che l’americano medio utilizza l’automobile in maniera intensiva. In caso di mancata risoluzione della crisi, le Borse rischiano un tonfo considerevole: la volatilità, che al momento è stranamente compressa, andrebbe a dilatarsi, buttando i mercati nel caos.
Giappone, tassi invariati
Con la possibilità che l’inflazione torni a mordere, è pressoché sicuro il rinfocolarsi del dibattito sui tassi. Si prevede che nelle banche centrali la partita fra “falchi” e “colombe” possa tornare aspra, e che le decisioni sul costo del denaro vengano prese dopo duelli interni senza esclusioni di colpi. La spaccatura è già emersa a Tokyo. La Banca del Giappone ha sì mantenuto i tassi allo 0,75%, ma ben lontana dalla decisione unanime: la consultazione interna ha espresso sei consensi e tre voti contrari – questi ultimi orientati a un rialzo di 25 punti. Un passo, comunque, che avrebbe assunto un rilievo marginale, date le percentuali attuali. E’ comunque curioso che fra i tre “falchi” si conti un consigliere finora noto per la posizione dovish. Il mantenimento del tasso neutrale, che ha rafforzato lo yen, non ha evitato una previsione relativa all’inflazione, che secondo la banca centrale giapponese supererà quest’anno il target del 2%.
In attesa della Fed
Se Tokyo ha preso la sua decisione (sofferta, come abbiamo visto), ora è la volta della Federal Reserve, che fra poche ore deciderà se seguire l’esempio giapponese o ritoccare le percentuali. La riunione del board – l’ultimo sotto la presidenza di Jerome Powell – sarà probabilmente deludente per le aspettative di Donald Trump, che da tempo preme per una politica all’insegna dei ribassi: gli analisti prevedono infatti tassi invariati in aprile, e ritengono difficile un ammorbidimento della stretta monetaria nel corso di quest’anno. Poco potrà influire, nei prossimi mesi, la posizione più dovish di Kevin Warsh, il cui insediamento come nuovo presidente Fed sarà ufficializzato a brevissimo, salvo clamorose sorprese dell’ultimo momento. Warsh è stato da più parti definito “il pupillo di Trump”; tuttavia, il ruolo di numero uno Fed richiede indipendenza dalla politica, e le recenti dichiarazioni del prossimo governatore puntano a evitare polemiche più che a indicare una direzione precisa. Che, c’è da scommetterlo, sarà influenzata in modo decisivo da inflazione e situazione internazionale.
La Bce segue a ruota
Dopo la Fed sarà la volta della Bce, che il 30 aprile si riunirà per decidere se ritoccare i tassi di interesse oppure lasciarli invariati. Assisteremo anche in questo caso a un confronto serrato tra “falchi” e “colombe”? Forse sì, anche se – a quanto prevedono molti osservatori – sembra probabile un nulla di fatto. Almeno per ora. Perché, se la crisi proseguisse ancora a lungo, l’Eurotower sarebbe tentata di inasprire la politica monetaria nel corso del 2026 per fermare l’inflazione: un dato su tutti, secondo Confindustria il rincaro delle bollette costerà alle aziende italiane un aggravio compreso tra i 7 e i 12 miliardi di euro. Con le logiche conseguenze a cascata sui prezzi al dettaglio e sui bilanci delle famiglie. Tuttavia – lo abbiamo già detto – una politica hawkish non è una risposta efficace per un rischio di inflazione provocato da una carenza temporanea di rifornimenti – petroliferi, energetici, ma anche di fertilizzanti, metalli e varie merci.
Alleggerimento
In questa situazione quale strategia si può impostare per i propri investimenti? Potrebbe rivelarsi utile alleggerire tra il 10% e il 15% della propria posizione, in previsione di una possibile discesa del mercato, conseguente allo stallo nello Stretto di Hormuz. Se si decide di seguire questa linea, è consigliato vendere in maniera lineare, coinvolgendo tutti i titoli in portafoglio, per mantenere le proporzioni tra i vari settori. In attesa che il petrolio torni a scendere e le minacce geopolitiche si ammorbidiscano, innescando una tranquillità sui mercati.
Le Borse scommettono sulla ripartenza
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Una delle tante vignette che girano per internet mostra due animali preistorici intenti a osservare un meteorite in rapido avvicinamento. I timori del primo (un dinosauro) vengono raffreddati dall’osservazione del suo interlocutore, sicuro che i mercati abbiano già scontato l’impatto, ancora prima che esso sia materialmente avvenuto. Un modo buffo, ma brillante, per canzonare un po’ l’attitudine dei mercati, che tendono a “digerire” le sollecitazioni negative in largo anticipo, arrivando persino a precorrere i tempi. Questo trend non è, ovviamente, immune dall’effetto-annuncio, ma dota le Borse di un armamentario difensivo tale da assorbire eventuali dichiarazioni, o operazioni, dell’amministrazione americana. La dinamica prevede un’alternanza fra fase difensiva (rallentamento degli storni) e offensiva (rimbalzo).
La lezione dei dazi
Gli indici hanno acquisito gli anticorpi giusto un anno fa, nell’aprile 2025, con l’entrata in vigore dei dazi a pioggia di Donald Trump e il mega-storno borsistico mondiale, poi prontamente recuperato. A 12 mesi di distanza, i listini hanno imparato a relazionarsi con un presidente che è capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di una stessa giornata: nella primavera dell’anno scorso si erano verificate vendite allo scoperto che avevano poi lasciato gli investitori senza paracadute; oggi, l’esperienza ha consigliato maggior cautela. Non per niente, la discesa dei mercati è stata composta, per poi dimostrarsi capace di un violento rimbalzo, nella speranza di un accordo imminente. Le “due fasi”, come si diceva. E così, ora le Borse hanno recuperato le perdite accumulate in marzo, mese – ricordiamolo – che si rivela spesso difficile anche nei periodi di normalità.
Guardare lontano
La dinamica delle montagne russe si è ripetuta la scorsa settimana: è bastata la riapertura iraniana dello Stretto di Hormuz per abbattere il prezzo del petrolio. Il che ha dato vento alle Borse, che ha portato i listini a recuperare tutte le perdite di questi due mesi. La successiva dichiarazione di Donald Trump, che ha deciso di non rimuovere il blocco navale, ha poi causato un nuovo rincaro del petrolio; tuttavia, il conseguente arretramento borsistico si è mostrato tutto sommato gestibile, ed è stato seguito da un tentativo di recupero.
Questo perché – come si diceva – le Borse hanno già scontato la guerra e stanno scommettendo su un accordo definitivo fra le parti. Non per niente, il prezzo del greggio a un anno è stato fissato a meno di 70 dollari. Nonostante l’incertezza, dunque, i mercati guardano già avanti: danno per scontato che nel secondo trimestre proseguiranno le difficoltà legate alla situazione dello Stretto, e cioè il mancato passaggio di petrolio e approvvigionamenti, ma che nei tre mesi successivi avverrà una ripartenza. L’ottimismo è anche spinto dall’esigenza sempre più pressante degli Stati Uniti di non rallentare la corsa di tecnologia e intelligenza artificiale, che sono settori energivori e hanno bisogno di tutto tranne che della penuria di petrolio e gas. Gli Usa hanno interesse che il prezzo del greggio scenda, perché gli investimenti pianificati possano avvenire.
Finanziari alle stelle
L’ottimismo ha spinto verso l’alto i titoli finanziari, che la scorsa settimana si sono resi protagonisti di un’ottima rimonta. Il recupero è stato di tipo strutturale, dato che il settore era stato troppo penalizzato in precedenza: ora, il comparto rappresenta un ottimo cavallo su cui puntare, in una situazione in cui non è consigliato acquistare energetici, mentre sugli industriali sembra più saggio attendere le evoluzioni del quadro internazionale. La tecnologia rappresenta invece un’incognita per la sua dipendenza dall’energia, ma offre comunque ottime prospettive sul lungo termine. In contemporanea con la riaffermazione dei titoli finanziari si è verificata la grande rivincita di Luigi Lovaglio, che torna amministratore delegato di Mps. Ciò è potuto accadere grazie all’inaspettata sconfitta, in assemblea, della lista sostenuta dalla famiglia Caltagirone, che rappresentava il cda uscente (ferma al 38,79%), e dalla vittoria del raggruppamento legato a Delfin e Banco Bpm (49,95%), che appunto sosteneva l’ex ad. Il risultato evidenzia che i soci hanno voluto evitare i giochi politici e restituire fiducia a un manager capace di risanare la banca, ma emarginato dal consiglio di amministrazione uscente, oltre che licenziato per giusta causa. La votazione ha dato forza al titolo Mps, che era stato uno dei peggiori del Mib e in due settimane ha registrato una performance del 20%, arrivando ai massimi storici. Continua anche l’operazione Unicredit-Commerzbank; in questo caso, l’esito è più che mai incerto, soprattutto in virtù delle barricate costruite dal governo tedesco in difesa del gruppo bancario di Francoforte.
Nessun piano B
Naturalmente, la ripresa in cui credono i mercati è una scommessa, non una certezza assoluta. In altri termini, occorrerebbe avere un “piano B” molto valido per attraversare la turbolenza, qualora si rivelasse più lunga del previsto. Cosa che l’Europa ha evitato di elaborare: l’Ue si è limitata a ventilare la possibilità di un lockdown energetico (estremamente impopolare), mentre la Bce è orientata verso un controproducente ritorno dei tassi alti. Tutto questo in presenza dei primi, inquietanti problemi di carenza di petrolio negli scali aeroportuali (la scorsa settimana è stata la volta di Venezia, Brindisi e Catania, in cui il carburante è mancato per alcune ore). A denunciare l’assenza di un “piano B” è stato anche Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. “Mi meraviglio che l’Europa non stia vedendo questa cosa e non abbia pronte misure, che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico. Ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1,16, questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”. Parole forti, che si uniscono ai molti appelli a cambiare rotta sul patto di stabilità e sullo stop al gas russo, che rischierebbe, in questa situazione, di provocare rischi di carenze e di nuovi aumenti, a loro volta in grado di mettere in ginocchio le famiglie più deboli e le aziende. Proprio il presidente di Confindustria ha ricordato che “prima del conflitto Russia-Ucraina noi pagavamo l’energia 28 euro a megawattora oggi siamo a 160 euro. Credo che su questo serva fare una riflessione. Oggi noi abbiamo bisogno di fare tutto ciò che è possibile per salvaguardare le nostre imprese, che in questo momento sono veramente fuori dalla competizione globale”. Secondo Orsini, a questo proposito “bisogna fare dei ragionamenti, anche perché mi risulta che stiamo ancora comprando gas naturale liquefatto dalla Russia”. Senza il quale, sembra di capire, le nostre bollette sarebbero ancora più care.
Foto di rawpixel.com
Guerra in Iran, scompiglio in Borsa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La scorsa settimana, gran parte dell’attenzione dei mercati era concentrata sull’intelligenza artificiale, con i timori di bolla che deprimevano la Borsa americana. Con l’attacco israelo-americano sull’Iran di sabato scorso, le priorità dei listini di tutto il mondo sono bruscamente cambiate. Il rapido succedersi degli eventi ha visto le quotazioni di petrolio e gas schizzare molto in alto: il Brent ha sfondato gli 80 dollari al barile e il Wti staziona nella fascia 70-80, mentre il metano ha quasi raddoppiato la sua quotazione. Decisive sono state le reazioni di Teheran all’attacco. Prima di tutto quella militare contro alcuni Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti – con tanto di sospensione cautelativa, da parte di QatarEnergy, della produzione di Gnl a Mesaieed e Ras Laffan, che è il sito più grande del mondo: la decisione, se prolungata, potrebbe avere pesanti ricadute sui Paesi europei (soprattutto Italia e Germania) e asiatici. E i mercati, spinti dalla paura, arretrano. A questo si è aggiunta la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale (20 milioni di barili al giorno) e che, potenzialmente, è in grado di bloccare molti commerci.
Europa e Asia arretrano
L’improvvisa impennata dei costi energetici si è così riverberata sugli indici europei e asiatici, con ribassi generalizzati e il crollo della Borsa di Seul, che ieri aveva chiuso con una perdita di oltre il 7% e oggi ha lasciato sul terreno circa il 12%. Milano ha iniziato la settimana con un arretramento pari a più del 2% e ha proseguito ieri cedendo quasi il 4%, con una prestazione particolarmente negativa delle banche, e stamattina ha aperto cauta. In un contesto di indici europei che stanno provando un rimbalzo. Più volte abbiamo evidenziato che, negli ultimi tempi, le Borse si sono dimostrate vaccinate agli urti geopolitici. Ma, evidentemente, quando entrano in gioco petrolio e gas le pressioni diventano troppo forti e la resistenza dei listini viene meno. Diversa la situazione delle Borse americane che, dopo un cedimento iniziale, hanno praticamente recuperato le perdite, per poi tornare in calo marginale: -0,83% il Dow Jones, -1,02% il Nasdaq. Quest’ultimo, in particolare, è forse riuscito a limitare i danni anche grazie alla stessa intelligenza artificiale che la scorsa settimana preoccupava gli investitori: si potrebbe ipotizzare che l’IA abbia fermato il suo trend negativo proprio per le sue possibili applicazioni in campo militare, agganciandosi di fatto al trend del settore difesa. E questo nonostante gli allarmi sui timori di una bolla (Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, ha paventato una crisi come quella del 2008) e la possibilità di nuove limitazioni Usa all’export di chip verso imprese cinesi.
Due scenari
L’incertezza la fa da padrona, anche perché non si riesce a prevedere la durata di questa guerra. Se il conflitto fosse una questione al massimo di quattro-cinque settimane, come da iniziale pianificazione di Donald Trump, i mercati avrebbero la concreta possibilità di stringere i denti per un certo periodo e poi “digerire” i problemi portati dall’evento bellico, provando l’inversione di tendenza con rimbalzi veloci. Se invece ci trovassimo di fronte a una endless war il contesto diventerebbe molto più confuso, con una situazione in grado di amplificare il rischio asimmetrico che contrappone possibili rimbalzi deboli e crolli del 10%-20%. Una guerra di lunga durata sarebbe una mina vagante non solo per i mercati, ma anche per Trump, che rischierebbe di giocarsi le elezioni di mid term e di provocare una spaccatura nella sua stessa base. Gli americani votano pensando al portafoglio: il prezzo della benzina alla pompa è una parte molto importante nel carrello della spesa e un rincaro dell’energia rischia anche di compromettere il rallentamento dell’inflazione e di conseguenza il calo dei tassi caldeggiato dal presidente americano. Un ruolo centrale verrà giocato, quindi, da due partite: l’eventuale riapertura dello stretto di Hormuz, il cui blocco alla lunga non conviene neanche a Teheran, e la possibilità che i qatarioti diano nuovamente il via alla produzione di Gnl. Un’eventualità che potrebbe avverarsi in assenza di nuovi attacchi militari iraniani.
Cosa fare?
In queste condizioni, è difficile consigliare una strategia di investimento. Chi crede che la guerra durerà un mese o poco più, potrebbe provare a sfruttare qualche opportunità d’acquisto. Già oggi sono appetibili i finanziari, attualmente deboli, mentre è meglio evitare i titoli che sono saliti molto, come gli energetici e il settore difesa. Chi invece ha timore che lo scontro duri di più, si sentirà molto più tranquillo alleggerendo posizioni e attendendo tempi migliori per le Borse.
Valute e beni rifugio
La paura ha fatto 90 per i beni rifugio, ma non per tutti. E’ salito nuovamente il franco svizzero, ancora ai massimi sull’euro, e si prevede anche un possibile exploit della corona norvegese. Mentre il bene rifugio “storico” per eccellenza, e cioè l’oro, non ha sfruttato l’occasione, imboccando una strada a zig zag: prima su (ma non in maniera decisa come avrebbe potuto fare), poi giù. Tornando alle valute, il dollaro si sta rinforzando sull’euro, anche se per ora il recupero è a passo lento. Tuttavia, se il biglietto verde dovesse salire ancora, si potrebbe creare qualche ulteriore grattacapo per Trump: in un periodo di incertezza sui dazi, verrebbe a mancare anche il vantaggio competitivo di una moneta debole, che in fondo è come una “tariffa doganale di fatto”.
Intelligenza artificiale
In un quadro confuso come l’attuale, l’intelligenza artificiale sembra relegata in un angolino, ma non è così. La sfida dell’IA non si risolve in poche settimane o in alcuni mesi, ma pervaderà sempre più il nostro futuro.
Già ora, il suo coinvolgimento in alcuni settori dà il via a crisi settoriali, che hanno colpito, per esempio, il comparto del software e quello del trading, e chissà cosa altro nei prossimi mesi. Per non parlare delle ripercussioni che si verificheranno sul fronte dei posti di lavoro, con le conseguenze (anche sull’economia) che è facile immaginare.
Foto di Hans-Peter Gauster su Unsplash








