Borse senza una direzione precisa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo i voti favorevoli del Congresso e la firma del presidente Donald Trump, lo shutdown più lungo della storia americana si è ufficialmente concluso. Ora, gradualmente, si rimetterà in moto la gigantesca macchina organizzativa federale, con la riassunzione dei dipendenti provvisoriamente licenziati e la pubblicazione dei dati macroeconomici bloccati dal lungo stop. Primi tra tutti quelli sull’occupazione, fermi alle comunicazioni relative ad agosto, e il cui aggiornamento su settembre è previsto a breve.
Su e giù
La fine dello shutdown ha dato slancio alle Borse, ma per poco. I mercati hanno infatti archiviato presto la vicenda, tornando a concentrarsi su tre nodi: le crisi geopolitiche, i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale e le preoccupazioni sulle prossime mosse della Fed che, anche a causa del blackout sui dati economici pubblici derivanti dallo shutdown, potrebbe rinunciare ai tagli dei tassi previsti a dicembre. La decisione cambierebbe i piani dei mercati, che avevano già previsto un intervento, ma sarebbe anche sintomo di un’economia in ripresa, senza la quale è onestamente difficile mantenere la stretta monetaria. In ogni caso, le montagne russe sono proseguite fino a fine settimana, con un recupero del Nasdaq che ha spinto anche Piazza Affari a una parziale rimonta dopo ore di forte calo. Tuttavia, lunedì mattina è giunto il contrordine: Wall Street è crollata. Né per l’onda lunga dello shutdown, né per i problemi geopolitici: a causare la picchiata è stata soprattutto la strategia di Peter Thiel, il cui hedge fund ha sorprendentemente venduto le sue partecipazioni in Nvidia per 100 milioni di dollari, senza aspettare gli imminenti risultati del gigante dei semiconduttori. L’operazione ha rinfocolato il nervosismo e i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, affossando le Borse americane. Il risultato lo abbiamo già anticipato: il crollo di Wall Street. E questo nonostante l’investimento da 5 miliardi di dollari che Berkshire Hathaway ha effettuato in Alphabet. Un’operazione che, in condizioni normali, avrebbe spinto le Borse americane, più per motivi psicologici che per altro; il titolo del gruppo che controlla Google capitalizza 3.000 miliardi, e l’investimento della società – che ha ancora 340 miliardi sul suo conto corrente – è percentualmente molto basso, anche se enorme agli occhi del cittadino comune. Occorre anche ricordare che il gruppo presieduto da Warren Buffett aveva ridotto di molto la posizione sia in Apple, sia in altre aziende, e da qualche gruppo è anche uscita completamente. Il crollo di Wall Street ha influenzato il calo (non così drammatico, però) delle Borse europee.
Bolla Ia: sì o no?
Il nervosismo per il sell off di Nvidia è pienamente giustificato (se Thiel lo ha fatto ci sarà un motivo), ma i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale sembrano per lo meno esagerati: almeno per ora, infatti, queste paure non hanno un fondamento logico, se non i soliti condizionamenti psicologici. A oggi, sembra di non riscontrare numeri “da bolla”: occorrerà, ovviamente, osservare l’andamento dei titoli e gli utili delle big per poi rifasarsi. E’ certo che il monitoraggio dei tecnologici dovrà essere effettuato con molta attenzione: oggi il mercato americano vale due volte il Pil, contro il 78% dell’Europa e il 38% dell’Italia. Ecco: nel 2005, gli Stati Uniti evidenziavano una percentuale dell’80% – simile, cioè, a quella attuale del nostro continente. I protagonisti del balzo, è persino inutile ricordarlo, sono i titoli tecnologici, cresciuti enormemente. E la cui forza è iperconcentrata; su 27mila miliardi di dollari, 9.000 sono in mano a tre persone – il che fa emergere una crescita disorganica.
Saltano gli schemi
Probabilmente, dovremo farci l’abitudine: sembrano saltati tutti i parametri, e il rischio più grande è l’imprevedibilità dei mercati. Persino i bitcoin, per cui qualcuno prevedeva un lungo futuro di magnifiche sorti progressive, sono rovinosamente franati sotto i 90.000 dollari, per poi attestarsi di poco sopra a questa soglia. Anche in questo caso, il fenomeno è stato causato, o almeno favorito, da una campagna di sell off: per la prima volta dalla sua creazione, il bitcoin è stato infatti oggetto di vendite massicce da parte di alcuni early adopter, che avevano accumulato fortune incredibili e si trovavano in mano una ricchezza non ancora monetizzata in valuta reale. L’oro, da parte sua, è sceso per poi abbozzare un tentativo di recupero appena sopra quota 4.000 dollari l’oncia. L’unico bene rifugio che continua a macinare record è il franco svizzero, che sale sia sull’euro, sia sul dollaro; il rapporto tra la moneta unica e il biglietto verde si mantiene invece all’insegna della stabilità, intorno a quota 1,16.
Il nodo Taiwan
Mentre le crisi geopolitiche dominano la scena, si manifesta un altro allarme in Estremo Oriente. La crisi diplomatica tra Cina e Giappone su Taiwan ha raggiunto picchi pericolosi dopo le dichiarazioni della premier nipponica, Sanae Takaichi, che ha fatto filtrare la possibilità di un intervento militare di Tokyo nel caso in cui Pechino decidesse di attaccare Taipei. La Cina ha quindi inviato la guardia costiera a pattugliare un gruppo di isole amministrate dal Giappone, ma rivendicate sia dalla Cina, sia da Taiwan (il loro nome è Senkaku per i primi, Diaoyu per i secondi e Tiaoutay per i terzi). Nel mentre, Pechino ha sconsigliato ai suoi cittadini di visitare il Giappone – privando il Sol Levante di un numero di turisti vicino al 25% del totale – e ha persino posticipato l’uscita di due film giapponesi. La schermaglia tra i due paesi ha depresso il Nikkei, che in precedenza era salito proprio per le grandi aspettative riposte nella nuova premier, in economia molto vicina a Shinzō Abe – ma in politica estera, come si è visto, ben più aggressiva. Se la crisi non dovesse rientrare potrebbe aprirsi un nuovo, deleterio capitolo in grado di acuire ulteriormente i nodi geopolitici che affliggono il mondo. Un capitolo che sembra già mettere alla prova le Borse di tutto il mondo, espandendo i suoi effetti dal Nikkei agli altri mercati, occidentali e non.
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Usa-Cina: prove tecniche di accordo
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La telenovela dei dazi continua a offrire colpi di scena. Ora è la volta dell’accordo preliminare fra Stati Uniti e Cina, raggiunto dopo una settimana di colloqui a Ginevra, che prevede una riduzione reciproca delle tariffe pari al 115% da oggi, per 90 giorni. In pratica, l’armistizio commerciale – chiamiamolo così – porterà i dazi americani dal 145% al 30% e quelli cinesi dal 125% al 10%, in attesa di un accordo quadro fra le due potenze. “Abbiamo un interesse comune”, ha affermato il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent – che, per dirla tutta, guida l’ala anti-tariffe della variegata amministrazione Trump. Le premesse per una trattativa proficua ci sono tutte anche se, a parere di molti osservatori, 90 giorni sono troppo pochi per portare a risultati duraturi. Il periodo fissato, comunque, può senza alcun dubbio essere prorogato, se le parti lo decidono.
Lo storno è un ricordo
L’accordo fra Washington e Pechino ha suscitato reazioni positive dalle Borse che, per la verità, avevano già recuperato gran parte dello storno causato dall’annuncio delle tasse doganali. Ora, guardando i grafici, sembra che negli scorsi 40 giorni non sia successo niente, e questo è già di per sé incredibile. Siamo tornati a livelli pre-annuncio e anche oltre (Milano, per esempio, ha sfondato quota 40.000, registrando nuovi massimi – ma l’exploit di Piazza Affari è trainato anche da trimestrali e risiko bancario). Ciò significa che la strategia migliore si è rivelata ancora una volta quella conservativa. Che ha premiato chi, dopo il 2 aprile, ha mantenuto i nervi saldi, conservando le azioni in portafoglio e magari comprando qualcosa sfruttando i ribassi. Ora le Borse europee possono anche approfittare di multipli più bassi rispetto a quelli americani, e sono in grado di convincere gli investitori a puntare ancora di più sull’azionario del nostro continente, che si è rivelato vincente anche nei confronti dell’obbligazionario.
Economia cauta, Europa lenta
Se le Borse hanno ripreso a galoppare, l’economia non ha ancora superato lo choc del 2 aprile ed è ancora in fase di piena incertezza. Non potrebbe essere altrimenti: la produzione reagisce più lentamente rispetto ai flussi finanziari. Tanto più che le sospensioni dei dazi sono ancora temporanee e – aspetto da non trascurare – l’Unione Europea non sembra avere un piano organico per impostare una trattativa con Donald Trump. L’Ue si è fatta anticipare dalla Svizzera, che pragmaticamente ha contattato le autorità americane, per poi avviare rapidamente i colloqui la scorsa settimana. La presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter ha annunciato l’intenzione di chiudere le trattative entro 15 giorni, ma Scott Bessent ha addirittura accennato alla possibilità di velocizzare ulteriormente le operazioni. L’Unione Europea, da parte sua, si è limitata da un lato a promettere agli Usa maggiori acquisti di gas americano (tra l’altro carissimo), dall’altro a compilare una minuta lista di controdazi da applicare agli Stati Uniti. Si avverte, invece, la necessità di intavolare una discussione più profonda, per poter raggiungere un accordo quadro sulla questione. Ma ciò, purtroppo, è tutt’altro che scontato.
Prosegue il “gioco dell’opa”
Come già anticipato, gli effetti del grande “gioco dell’opa” che sta cercando di cambiare i connotati al mondo bancario e assicurativo si avvertono (positivamente) anche in Borsa. Tutto ciò mentre le partite si giocano in più campi, con continui rovesciamenti di fronte, e l’esito del risiko è estremamente incerto, almeno come quello del campionato di calcio. Sul fronte Banco Bpm, Unicredit non si arrende, nonostante il golden power del governo: Piazza Gae Aulenti cerca la trattativa con l’esecutivo, mentre segue con attenzione l’intervento della Commissione Ue, che potrebbe anche chiedere all’Italia di modificare o addirittura eliminare l’ostacolo sulla strada del colosso bancario. Da parte sua, il governo potrebbe cercare di convincere Unicredit a cambiare obiettivo: non più Banco Bpm, ma Generali, per evitare che il Leone di Trieste passi sotto controllo francese. Mediobanca, da parte sua, sta cercando di resistere, e dopo aver aperto il match su Banca Generali (per cui ha anche coinvolto il suo team di legali) ha respinto l’offerta pubblica di scambio presentata da Montepaschi. Che, da parte sua, incassa una valutazione record in Borsa, in attesa che (sperano a Siena) le resistenze di Piazzetta Cuccia vengano piegate e l’ops vada a buon fine.
I rincari fanno piangere il carrello della spesa
L’inflazione è in linea con i livelli target, ma i disastri che ha provocato sono sotto gli occhi di tutti. Lo rivelano, di tanto in tanto, alcune indagini, che evidenziano in che misura i rincari reali siano spesso più sostanziosi rispetto a quelli ufficiali. E’ il caso, per esempio, di uno studio realizzato dal Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc) sui prezzi della pizza, che – al pari dell’aperitivo – è considerato una soluzione economica per cenare fuori casa. O forse “era” considerata tale. Perché, secondo l’indagine, il prezzo della specialità napoletana per eccellenza è cresciuto del 20% negli ultimi sei anni, con una media di 12 euro. L’allarme dello studio Crc è confermato anche dai costi della colazione – o del singolo caffè – che in alcune zone “vip” di varie città (come il centro di Milano) raggiunge ormai 1,50 euro: l’esplosione dei costi è stata generalizzata e la sua percezione è, in alcuni casi, devastante. La responsabilità risiede, in gran parte, nelle conseguenze degli stop in epoca Covid, nel rincaro dell’energia e nei costi delle materie prime. Per questa ragione è più che condivisibile l’appello di Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, che ha chiesto interventi strutturali per contenere i costi energetici, paventando un rischio di tenuta delle aziende.
Verso una nuova Rerum Novarum?
Intanto, si iniziano a profilare le prime linee guida del pontificato di Leone XIV. Che ha scelto questo nome per ragioni ben precise, collegate al suo programma in tema di economia, temi sociali e innovazione. Leone XIII, ha ricordato il nuovo Papa ai Cardinali, affrontò con l’enciclica Rerum Novarum i problemi derivanti dalla rivoluzione industriale, gettando le basi per la Dottrina sociale della Chiesa. Nei tempi moderni, sono il digitale e l’intelligenza artificiale a porre quesiti, problemi e sfide “per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”, ha detto il Santo Padre. L’intervento è più che mai necessario, come è vero che l’IA rischia di portare un terremoto sul mondo del lavoro, con licenziamenti di massa. Leone XIV potrebbe avere in programma un’enciclica per spronare le aziende a non limitarsi a remunerare gli azionisti, ma a mostrare i doveri di responsabilità sociale a cui sono chiamate.
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I dividendi fanno rifiatare Piazza Affari
Lo stacco delle cedole ha causato un calo in Borsa. Ma il decremento è stato tutto sommato contenuto. Intanto, Wall Street corre più dell'Europa. Il ritorno degli affitti e l'addio obbligato di Steven Zhang alla "sua" Inter
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Lunedì scorso, la Borsa di Milano ha lasciato sul campo l'1,62%, evidenziando per una volta una prestazione peggiore rispetto agli altri listini europei. Nessuna preoccupazione, però: il calo dipende dallo stacco cedole di 68 aziende quotate, di cui 21 nell'indice più importante. I dividendi, lauti e premianti per gli azionisti, hanno pesato molto sul decremento; senza questo appuntamento, Piazza Affari avrebbe chiuso il primo giorno della settimana a -0,20%, più o meno in linea con l'andamento stagnante della settimana scorsa che ha invece visto Wall Street su posizioni da record. I dividendi potrebbero presto tornare a dare soddisfazioni agli azionisti, se è vero che molte case di investimento stanno rialzando i target, abbondantemente superati. A trainare gli utili, le società tecnologiche negli Stati Uniti e quelle finanziarie in Europa.
Tassi, previsti pochi scostamenti
Certo è che i mercati dovranno fare i conti con il rientro nei ranghi dell'inflazione (prima in Europa che negli Stati Uniti) e con l'incertezza legata al taglio dei tassi. Nell'Eurozona è praticamente certa solo la prima sforbiciata di 25 punti, la cui comunicazione è prevista in occasione della riunione del board Bce di giugno. Forse (ma non è detto) l'operazione sarà replicata a settembre, ma non ci si può aspettare nulla di più. Altrettanto probabile è l'immobilismo della Fed, che a quanto ci si aspetta non modificherà le percentuali di riferimento né a giugno, né a settembre. Lo affermano anche i trader, che ora sono molto più scettici su un allentamento della stretta monetaria nel corso dell'ultimo mese estivo: a formare questa convinzione, la maggiore crescita rispetto alle attese dei prezzi all'ingrosso ad aprile, con i suoi effetti sull'inflazione, e le condizioni dell'economia e delle Borse, che vanno bene nonostante l'alto costo del denaro. Solo tre mesi fa, l'aspettativa sui tassi era nettamente diversa: la maggioranza degli economisti interpellati da Reuters aveva espresso fiducia in due tagli Fed nel corso di quest'anno, con un primo intervento a settembre. La strategia attuale delle banche centrali sembra insomma voler rendere inoffensiva l'inflazione e, nello stesso tempo, permettere alle aziende finanziarie di fare utili. Cigni neri a parte, l'unico elemento che potrebbe rompere le uova nel paniere, e far tornare l'inflazione, è una nuova impennata delle materie prime. Soprattutto del rame, di cui attualmente c'è molto bisogno per il suo ruolo centrale nell'intelligenza artificiale, il cui mantenimento è super energivoro, anche se molti teorici del green deal sembrano apparentemente ignorarlo.
Il ritorno degli affitti
A schizzare in alto sono anche i costi degli appartamenti, che a causa dell'inflazione stanno diventando una chimera per molti cittadini. Con un risultato: il ritorno di fiamma degli affitti. Anche i canoni, è vero, sono rincarati (a Milano, negli ultimi anni sono cresciuti del 50% circa), ma esiste pur sempre un livello oltre il quale non si possono spingere. Secondo uno studio Crif, il 42% degli abitanti preferisce una casa in affitto "perché la propria condizione economica attuale rappresenta un ostacolo all’acquisto di un’abitazione. Condizione che risulta ancora più rilevante in particolare per le famiglie monogenitoriali e individui con presunto reddito contenuto o inesistente". Soprattutto per imprenditori, dirigenti e impiegati invece, la soluzione è temporanea; poco più di un quarto dei locatari considera provvisoria questa formula. Nel vasto mondo degli affitti, come del resto nella ricerca degli alberghi, la tecnologia viene però in aiuto: on line è possibile confrontare prezzi per risparmiare anche in maniera sensibile. O almeno per limitare i danni.
Inter, il debito di Zhang
Poco dopo la conquista della seconda stella, l'Inter passa di mano. Non per volere del suo presidente, Steven Zhang, ma per l'indebitamento contratto dalla Grand Tower (società lussemburghese del gruppo Suning che controlla i neocampioni d'Italia) nei confronti del fondo californiano Oaktree Capital Management. Il prestito, contratto per la cifra di 275 milioni con un interesse del 12% e arrivato alla scadenza del 20 maggio 2024 per un importo di 375 milioni circa, non è stato restituito. Il fondo sarà quindi ripagato con le azioni dell'Inter. Nell'ambito di questo contratto sarà effettuata una valutazione della società nerazzurra: se il suo valore al netto dei debiti superasse l'importo dovuto, la famiglia Zhang sarà rimborsata della parte eccedente. In denaro contante, oppure in quote della societa – in quest'ultimo caso, Suning manterrebbe un piede dentro l'azionariato. Sulla comunicazione di questo avvenimento è stata comunque fatta molta confusione: il debito che la famiglia Zhang ha sottoscritto non è dell'Inter ma della Grand Tower. Questo macigno ha però impedito al presidente uscente di effettuare un rifinanziamento. La Champions League e il prossimo Mondiale per club sono comunque alleati della compagine nerazzurra per raggiungere il pareggio di bilancio. Il nuovo proprietario – che in quanto fondo di investimento dovrà sviluppare il più possibile i suoi asset per poi rivenderli – non potrà dunque trascurare il lato sportivo: non è sfoltendo la rosa e svendendo giocatori che si acquisisce valore. Certamente, eventuali acquisti dovranno essere finanziati da cessioni equipollenti – ma questo è già scritto nelle regole del fair play finanziario.
India, le sfide del nuovo premier
Saranno annunciati il prossimo 4 giugno i risultati delle elezioni in India, che coinvolgono 1,4 miliardi di persone (il 10% circa della popolazione mondiale) per un milione di cabine elettorali sparse per tutto il Paese. La consultazione, divisa in varie tornate (dal 19 aprile al 4 giugno), vede come grande favorito il premier uscente Narendra Modi che, se riconfermato, dovrà gestire varie sfide: prima tra tutte la disoccupazione, che ha accompagnato dieci anni di crescita e di incremento del pil, ma senza la creazione di nuovi posti di lavoro. Sebbene l'India sia radicalmente diversa da quella - poverissima - in cui prestava la sua opera di carità Santa Teresa di Calcutta, esistono ancora sacche di indigenza, anche se lontane dalla estrema gravità di soli 20 anni fa. Il Paese ora è protagonista nel Brics e ha ricchezze stratosferiche, ma non ha ancora del tutto risolto il problema della forbice fra i supermilionari e i più poveri.
Chi cresce piano, cresce sano e va lontano...
Le Borse continuano a salire con gradualità e senza troppi scossoni. Piazza Affari ha chiuso la settimana rafforzando la sua “maglia rosa” europea, senza farsi ostacolare dai nuovi dati (in rialzo) dell'inflazione americana. E lasciandosi ancora una volta trainare dai titoli finanziari
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Continua la lenta progressione delle Borse che, salvo qualche eccezione, sembrano trottare regolari e senza troppi scossoni. La scorsa settimana, quasi tutti i listini europei hanno fatto segnare una chiusura positiva e Piazza Affari ha ancora una volta registrato un incremento (+1,6%), pur fallendo l'aggancio ai 34.000 punti (la soglia simbolica, comunque, è stata poi raggiunta in sede di riapertura). Non hanno esercitato alcuna influenza negativa i dati dell'inflazione americana, in crescita al 3,2%: il risultato, infatti, non sposta le aspettative dei mercati sull'inizio della discesa dei tassi Fed. In altri termini, ci si aspetta ancora che Jerome Powell avvii il meccanismo a giugno/luglio. O che forse ritardi un po', ma non troppo. A questo punto, la vera questione è rappresentata dal ritmo dei ribassi (che si prevede lento) e dalle percentuali (che non saranno alte, almeno inizialmente).
Le streghe son tornate. Ma nessuno le ha viste
Praticamente ignorato da Milano e dalle altre Borse il cosiddetto “giorno delle quattro streghe”, o quadruple witching day. Una data che si presenta quattro volte l'anno (nel 2024 in data 15 marzo, 21 giugno, 20 settembre e 20 dicembre) e che vede la scadenza contemporanea di future e opzioni sugli indici azionari e sui singoli titoli, con un forte rischio di volatilità. La mancata reazione alla quadrupla deadline è abbastanza semplice da spiegare: di solito, le “quattro streghe” fanno paura alle Borse quando i mercati sono già volatili, e non è questo il caso. Se poi aggiungiamo il nuovo rally dei bancari, possiamo comprendere in che modo i titoli borsistici italiani stiano marciando in sicurezza, quasi come fossero un convoglio militare scortato che avanza in territorio protetto. Il rialzo è poi stato consolidato alla riapertura delle attività: per alcuni osservatori, il traino delle Borse Usa avrebbe potuto spingere Milano; tuttavia, la performance di oltre oceano ha coinvolto soprattutto i sette big tecnologici, dimostrandosi in questo modo poco più che settoriale. Tra l'altro, proprio New York ha assistito al crollo di uno storico titolo Ict, Adobe, i cui servizi di fotoritocco sono intaccati dalla valanga-intelligenza artificiale. Siamo ormai giunti alla prima, grande resa dei conti fra informatica “tradizionale” e nuova tecnologia.
Maggio: vendere o non vendere?
Come abbiamo già affermato, in Borsa un andamento lento ma costante è da preferirsi a grafici ripidi e incerti. I mercati sono tonici un po' in tutta Europa, e ciò rappresenta un risultato già ragguardevole, considerato tutto ciò che accade nel mondo e i timori legati all'inflazione. Da parte loro, i dati economici non si stanno rivelando particolarmente brillanti, ma a contare di più sono gli utili, che appaiono soddisfacenti. Soprattutto per le aziende finanziarie – il che favorisce particolarmente Milano. Ora, è conto alla rovescia per maggio, che molto spesso si rivela un mese negativo (sell in May and go away, recita un noto proverbio americano, che esprime in modo aperto una tradizionale strategia di investimento). Se lo storno primaverile si verificherà, sarà per aumentare i pesi azionari di chi è sul mercato.
Il Giappone non è più sotto zero
Torniamo ai tassi, ma questa volta andiamo in Giappone. La banca centrale di Tokyo, storicamente poco propensa a toccare le percentuali, ha alzato ieri il costo del denaro dall'attuale -0,1% alla fascia compresa tra lo 0% e lo 0,1%. Dal punto di vista pratico non cambia assolutamente nulla: il ritocco ha effetti praticamente impercettibili e la situazione sarebbe pressoché identica se i tassi fossero elevati all'1%. Eventualità che, peraltro, non è sul tavolo, almeno secondo le dichiarazioni della Banca del Giappone: l'intervento è una tantum e un inasprimento non si verificherà. La mossa dell'istituto centrale fa rumore essenzialmente per il suo aspetto simbolico: in primo luogo, l'ultimo rialzo di Tokyo era avvenuto nel 2007, mentre la permanenza sotto zero resisteva dal 2016. Inoltre, la mossa avviene in controtendenza rispetto alle decisioni attese da Bruxelles, Londra e Washington – che però hanno tassi di riferimento ben più alti. L'ambiente, dunque, resterà “accomodante”, come ha assicurato il governatore Kazuo Ueda.
Swisscom si prende Vodafone Italia
Il mercato delle telecomunicazioni è stato sbalzato al centro della scena con un annuncio clamoroso: Swisscom ha siglato un accordo vincolante per acquisire il 100% di Vodafone Italia per il maxi importo di 8 miliardi di euro, che saranno pagati in contanti. D'emblée. La mega acquisizione, il cui closing è previsto per il 2025, integrerà Vodafone Italia in Fastweb, società con cui il gruppo rossocrociato opera in Italia, ma lascerà aperta la possibilità di mantenere il vecchio brand inglese per non oltre cinque anni. Si crea un colosso con ricavi combinati pari a 7,3 miliardi di euro, con dividendi succosi per gli azionisti Swisscom. Vodafone, da parte sua, incassa, abbandona un mercato saturo e con tariffe ormai risicate come quello italiano e può investire in mercati emergenti. Essenzialmente, un'operazione di M&A così poderosa si giustifica con le condizioni attuali del mercato italiano telco, che è abbastanza saturo. La telefonia è l'unico settore in cui le privatizzazioni hanno creato un vantaggio per i consumatori. Per il resto, si sono verificati troppi passaggi da monopoli pubblici a monopoli privati – che con il mercato non c'entrano assolutamente nulla. La fusione per acquisizione avviene, inoltre, in un frangente che vede Tim in difficoltà, anche a causa dei tassi alti e del conseguente rialzo degli interessi sul debito da pagare. C'è da temere per la scomparsa di un operatore sul mercato? Generalmente, quando sparisce un competitor occorre sempre stare all'erta, soprattutto sul versante tariffario. Poi si vedrà.
Case green, chi paga?
Nuovo successo per le proteste dei trattori: la Commissione Europea (con un'astuta mossa pre-elettorale, avrebbe detto Fantozzi) ha redatto alcune proposte per mandare in soffitta l'obbligo dei terreni a riposo, che avrebbe costretto i coltivatori a tenere incolto il 4% delle loro fondi agricoli. In cambio, si pensa di introdurre incentivi a chi agirà ugualmente in questa direzione per libera scelta. Un passo indietro, dunque, da parte del dirigismo radicale dell'Ue, i cui diktat possono trasformarsi in norme ammazza-economia oppure, in alternativa, in grida manzoniane, che nessuno poi rispetta. Le partite ancora in corso sono comunque numerose e di grande significato: l'addio alle auto con motore endotermico, su cui Bruxelles non arretra di un centimetro, e l'ultima trovata, che vuole obbligare una parte dei proprietari di case meno “verdi” (più o meno 5 milioni nella sola Italia) a tirare fuori dal portafoglio somme molto forti per ristrutturarle – con il divieto per i proprietari inadempienti di affittare o vendere immobili ai proprietari di case in classi energetiche basse, a partire dal 2030. In pratica, quasi un esproprio mascherato. E' fin troppo ovvio che non sarà possibile costringere i proprietari di case a contrarre forti esposizioni debitorie per ottemperare alla direttiva – farlo significherebbe rischiare una crisi sociale (e un rivolgimento politico) di proporzioni inimmaginabili. Altrettanto improbabile è pensare che siano gli Stati membri a tirare fuori somme così enormi. Anche in questo caso, l'Ue non potrà che ripensare questa misura. Considerando, magari, che l'Europa è un mercato di 300 milioni di abitanti e che sulla transizione ecologica conta poco e niente. Soprattutto se Paesi molto estesi e abitati come India, Cina e, in parte, Stati Uniti proseguiranno a puntare su prodotti inquinanti (ben più dei nostri) e poco adeguati a una strategia ecologica.
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Primo semestre, Piazza Affari leader europea
La Borsa di Milano ha smentito con disinvoltura le previsioni negative, tagliando il traguardo di metà anno con una crescita del 19,6%. Merito delle performance dei titoli bancari, ampiamente presenti a Palazzo Mezzanotte. Ma anche…
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Ottima performance per Piazza Affari nel primo semestre 2023. Milano si è infatti imposta come leader europea dei listini, con una crescita del 19% - una prestazione che non si vedeva dal settembre del 2008. Palazzo Mezzanotte si lascia dietro le Borse di Madrid (+16,6%), Francoforte (+16%), Parigi (+14,3%) e Amsterdam (+12,3%).
Pronostici smentiti
La crescita della Borsa di Milano smentisce le previsioni dei sedicenti esperti finanziari, che avevano previsto risultati al ribasso e che hanno ampiamente dimostrato di non saper leggere i dati. A spingere la performance sono essenzialmente tre fattori. Il più importante è la forte presenza, nel listino milanese, di titoli finanziari e bancari, che in epoca di tassi di interesse alti hanno guadagnato moltissimo. Negli anni in cui l’inflazione era bassa, gli istituti di credito depositavano la liquidità presente sui conti correnti dei clienti in Banca Centrale Europea, con tassi negativi al -0,50%; ora ottengono risultati importanti, anche perché – nonostante la stretta creditizia - hanno lasciato i conti correnti dei poveri investitori con rendimento zero. C’è però chi si è ricordato del personale: è Intesa Sanpaolo, che ha alzato i bonus per i dipendenti, con l’obiettivo di condividere con loro gli ottimi risultati ottenuti in questi mesi. La seconda causa della prestazione positiva di Piazza Affari è il prodotto interno lordo italiano, che si è piazzato fra i migliori d’Europa, a differenza di quelli francese e tedesco. Infine, ha dato il suo contributo anche la corretta impostazione del governo in tema di programmazione economica. Oltre all’ottimo semestre dei listini, poi, occorre anche evidenziare la buona situazione dei titoli di stato: lo spread naviga fra quota 170 e 175, contro i 205 punti base di inizio anno.
Il recupero dei tecnologici
Nel mondo, però, c’è anche chi ha fatto meglio di noi. Si tratta del Nasdaq, che ha addirittura incrementato il suo valore del 30%, segnando il miglior primo semestre dal 1983. Quando, cioè, Ronald Reagan era alle prese con il suo primo mandato presidenziale. A una prima occhiata, l’affermazione del Nasdaq assume i contorni di un risultato eccezionale. Ma l’impennata dell’indice è ampiamente spiegabile. L’anno scorso, i risultati borsistici americani erano stati trainati al ribasso dalla crisi dei tecnologici. Ora, il listino sta semplicemente recuperando il terreno perduto, sulla scia delle buone prestazioni registrate dalle bigtech e dell’impennata dell’intelligenza artificiale – che però sembra troppo veloce e improvvisa per non farci temere una bolla. A questo bisogna aggiungere la tradizione degli anni pre-elettorali, che solitamente spingono in alto tutte le Borse americane, anche in un periodo, come questo, che ha visto i tassi Usa passare in 18 mesi dal territorio negativo al 5%.
Le prospettive
Tagliato il “traguardo volante” di metà anno, quali sono le prospettive delle Borse per i prossimi mesi? Difficile da prevedere, dato che i mercati, dopo un lungo periodo di trading range, sono improvvisamente tornate a salire. Molto probabilmente, agosto e inizio settembre saranno periodi tranquilli, con una fase stagnante di letargo. Con l’arrivo dell’autunno, invece, potremo intravedere meglio una tendenza possibile per la parte rimanente dell’anno. Per ora, sembra più saggia una strategia di mantenimento del portafoglio. Tra i settori a maggiore possibilità di crescita ci sono i petroliferi europei (con aziende come Eni, la cui valutazione è ancora molto sottodimensionata rispetto al suo valore reale) e ancora vari bancari e assicurativi (primi fra tutti, Intesa Sanpaolo e Generali).
Inflazione in discesa
In Europa, l’inflazione continua a scendere, anche se alcuni settori, come l’alimentare o il turistico, non accennano a fermare i rincari. Soprattutto nel secondo caso, è in atto una speculazione che sfrutta il desiderio di viaggiare degli europei, deflagrato una volta archiviate le restrizioni Covid: è difficilmente spiegabile – se non, appunto, con un effetto speculativo – che in alcuni casi costi di più volare da Milano a Cagliari che non a New York. In ogni caso, c’è un paese in controtendenza: è la Germania, dove – anche a causa dello stop al bonus trasporti – l’inflazione ha raggiunto il 6,4%, crescendo di un decimo rispetto alla rilevazione precedente. Il dato non può che preoccupare: Berlino è il volano d’Europa e insieme all’Italia traina l’industria del continente. Non dimentichiamo poi che l’economia tedesca è messa sotto scacco da due importanti fattori di crisi: le scelte molto discutibili introdotte dall’Europa in materia di mobilità elettrica, che rischia di distruggere l’automotive tedesco (e italiano) e il proseguimento della guerra russo-ucraina, i cui effetti sull’economia colpiscono la Germania più di ogni altro paese europeo. E, a proposito di conflitti, è molto preoccupante la situazione in Francia, che vede da alcuni giorni scontri per le strade delle principali città, violenze diffuse e saccheggi indiscriminati. Oltre al grave problema di ordine pubblico e al timore di “contagi” in altri paesi europei, ne risentirà sicuramente anche l’economia: meno consumi, devastazioni su larga scala e soprattutto stop al turismo, che per la Francia è una voce molto importante. Il tutto si inserisce in un periodo che, come già detto, vede Parigi in difficoltà sul fronte del prodotto interno lordo.
De-risking
Sul fronte internazionale, continua a far parlare l’opportunità di procedere sulla strada del de-risking nei confronti della Cina. Cioè la riduzione della dipendenza europea da Pechino, che è attualmente il primo fornitore mondiale dell’Ue e il suo terzo mercato di distribuzione merci. L’iniziativa, annunciata da Ursula von der Leyen lo scorso marzo, ha fatto passi avanti in questi giorni, e punta a mantenere la Cina nel ruolo di partner importante del commercio con l’Ue, riducendo però la sua presenza nelle aree in cui è coinvolta la sicurezza stessa dell’Unione e dei singoli paesi membri. Sul de-risking si discute proprio in un periodo di contrasti acuti fra Usa e Cina, con l’amministrazione Biden che, secondo i rumours, starebbe pensando di limitare l’accesso al cloud alle aziende cinesi. È davvero possibile una reale azione in grado di limitare la presenza dominante di Pechino nel commercio europeo? E, se sì, in quale misura? Premesso che Cina, Europa e Stati Uniti sono necessari gli uni agli altri, potrebbe rivelarsi utile riportare nell’Ue alcune industrie protagoniste della massiccia delocalizzazione, vera e propria follia che ha pervaso il commercio fra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Per un’economia florida, un paese sovrano ha bisogno anche di imprese di produzione all’interno dei suoi confini. Avere solo imprese di servizi rende vulnerabili nei confronti di eventuali choc endogeni o esogeni
Linate. Fermata Linate
Infine, una notizia di ieri: a Milano è stata finalmente completata la tratta della metropolitana 4 che collegherà Piazza San Babila con Linate, permettendo ai viaggiatori di raggiungere il centro di Milano dal suo city airport in appena 11 minuti. L’inaugurazione del nuovo tronco della metropolitana dimostra anche quanto fosse miope l’idea – sviluppata in contemporanea all’inaugurazione del terminal 2 di Malpensa – di ridimensionare o addirittura chiudere Linate. Che invece si dimostra uno scalo molto comodo e vicino alla città come pochi altri nel mondo. La metropolitana 4 ha anche provocato, a cascata, un rialzo dei prezzi delle abitazioni lungo il tracciato della nuova linea, che si era già avvertito a inizio lavori e che ora si inserisce in una forbice tra il 7% e il 12%.
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Petrolio, nessun cambiamento in sede Opec
I paesi esportatori di greggio hanno esteso i tagli attuali alla produzione a tutto il 2024, mentre l'Arabia Saudita proseguirà autonomamente l'estrazione di 500.000 barili in meno al giorno. Il punto sulle considerazioni finali di Ignazio Visco
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'ok definitivo del Congresso americano all'innalzamento al tetto del debito ha dato respiro ai mercati, che la scorsa settimana erano partiti con una flessione e hanno poi chiuso in crescita. La dinamica dei listini, però, non dipende solo dalle notizie giunte da Washington – dato che il compromesso era già stato raggiunto e comunque scontato – ma anche dalla dinamica che da tre mesi guida i mercati: quando la settimana parte male, chiude bene, e viceversa. Un ping pong che, come accade al gioco dell'oca, riporta le pedine alla situazione di partenza. La scorsa settimana, se si escludono l'ottima performance dell'intelligenza artificiale e il rafforzamento del settore bancario (ma sempre in un andamento di piccolo cabotaggio), le Borse non hanno abbandonato la loro ormai consueta posizione di attesa.
L'Arabia va da sola
Qualche novità giunge invece sul fronte petrolio, che nell'ultima riunione dell'Opec+ ha visto l'Arabia Saudita isolata sulla proposta di ulteriori riduzioni. L'organizzazione dei paesi esportatori di greggio ha mantenuto lo status quo, estendendo i tagli attuali a tutto il 2024 e stabilendo a 40,46 milioni di barili al giorno il target per l'anno prossimo. Riad, da parte sua, ha invece deciso di proseguire una politica autonoma, confermando il taglio di 500.000 barili al giorno. La divergenza (che, assicurano in sede Opec, è stata comunque soft) non ha avuto troppe conseguenze: pur cresciuto, il prezzo del petrolio è rimasto sotto gli 80 dollari al barile, nella comfort zone in cui risiede da un po' di tempo. Ad abbandonare, invece, le quotazioni degli ultimi tempi è stato l'euro, che è sceso rispetto al dollaro. Si tratta però di una normale fluttuazione, che lo mantiene in fascia neutrale.
Stretta monetaria, la (larvata) critica di Visco
L'opinione pubblica italiana ha, invece, seguito con molta attenzione le consuete considerazioni finali del governatore di Bankitalia, pronunciate da un Ignazio Visco giunto all'ultimo mandato. Attenzione particolare sull'inflazione, il cui ritorno su livelli più bassi “sarà più rapido e meno costoso se tutti – imprese, lavoratori e governi – contribuiranno a questo fine, rafforzando l’efficacia dell’indispensabile ancorché equilibrata normalizzazione monetaria. Le strategie di prezzo delle imprese giocheranno un ruolo fondamentale”. Si rivelerà importante, ha proseguito Visco, “tenere dritta la barra della risposta monetaria, ma con la gradualità necessaria per l’incertezza ancora non dissipata”. Una larvata critica, quella del governatore, alla velocità con cui la Bce ha alzato i tassi. Pur molto moderato e istituzionale, il messaggio è chiaro: occorre evitare salti nel buio, come più esplicitamente aveva ricordato, lo scorso febbraio, Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo Bce. Stiamo attendendo la recessione più prevista della storia. Ce lo dicono i dati economici, anche se la Banca Centrale Europea sembra voler proseguire nella politica di inasprimento. Mostrandosi più radicale rispetto alla Fed, dubbiosa sulla prosecuzione della stretta.
Tassazione, la progressività è imprescindibile
Visco è intervenuto anche sulla riforma del fisco, ritenendo “necessario” agire per “superare gli ostacoli e i disincentivi alla crescita dimensionale ancora presenti, spesso impliciti nelle norme amministrative e tributarie”, ma senza “prescindere dai vincoli posti dal nostro elevato debito pubblico, né dai principi di progressività e capacità contributiva sanciti dalla Costituzione”. Qualcuno, in queste parole, ha visto uno scetticismo nei confronti dei sistemi di tassazione ad aliquota fissa, che periodicamente si presentano nel dibattito politico italiano, ma che nella loro versione più ortodossa appaiono inattuabili. Mentre sembra più fattibile la versione light della flat tax, quella che consentirebbe alle partite iva con fatturato fino a 80.000 euro lordi una tassazione “piatta”. Si tratterebbe di una perequazione con il lavoro dipendente: i professionisti non hanno ferie pagate, malattia, né un datore di lavoro che paga loro i contributi. Questo intervento consentirebbe proprio di equilibrare queste differenze. Senza intaccare i principi di “progressività e capacità contributiva” sottolineati dal governatore.
Crescita sopra le attese
Tra i protagonisti delle considerazioni finali anche l'economia, la cui crescita, nel primo trimestre 2023, “ha di nuovo superato le attese”, con una previsione attuale di oltre l'1% a fine anno. La situazione evidenziata dal governatore ispira ottimismo anche in caso di recessione, dato che il prodotto interno lordo italiano continua a mostrarsi superiore a quello di Germania e Francia. Anche per la capacità di reazione dimostrata di fronte a pandemia e guerra russo-ucraina, con annessa crisi energetica. Le ristrettezze economiche in cui da tempo versa l'Italia, hanno fatto sì che le aziende che sono riuscite a sopravvivere, nonostante l'atavica burocrazia che frena il paese, abbiano sviluppato una sorta di sistema immunitario. E siano più sane e forti rispetto a imprese abituate a procedere su rassicuranti rettilinei, meno avvezze a difficoltà.
Salario minimo
Il governatore si è anche dedicato ai troppi giovani (ma non solo) che “non hanno un’occupazione regolare o, pur avendola, non si vedono riconosciute condizioni contrattuali adeguate; come negli altri principali paesi europei, l’introduzione di un salario minimo, definito con il necessario equilibrio, può rispondere a non trascurabili esigenze di giustizia sociale”. In molti casi, ha proseguito, “il lavoro a termine si associa a condizioni di precarietà molto prolungate: la quota di giovani che dopo cinque anni ancora si trova in condizioni di impiego a tempo determinato resta prossima al 20%”. Il salario minimo caldeggiato da Visco è possibile da introdurre? E in che termini? Prima di affrontare il problema, occorre ricordare che, da questo discorso, occorre escludere la maggior parte dei dipendenti, che uno stipendio minimo ce l'ha già. Si tratta dei lavoratori coperti dai contratti collettivi nazionali, i cui livelli retributivi sono sicuramente superiori a un importo base stabilito per legge. Il salario minimo, insomma, andrebbe a tutelare le fasce di popolazione più deboli, sottopagate. Quelle, per intenderci, che sono retribuite 5 euro all'ora o addirittura meno. Naturalmente, anche qui occorrono i dovuti distinguo: per esempio, prevedendo condizioni ad hoc per alcuni settori, come quello delle badanti, in cui la quantificazione oraria non è così immediata. Insomma: prima o poi, al salario minimo ci si dovrà arrivare, come auspicato da Visco. Occorrerà però individuare il giusto percorso e le corrette applicazioni di questo istituto. E considerare anche l'altro tema – correlato e altrettanto importante – relativo al livello di retribuzione dei giovani, soprattutto negli stipendi di ingresso. Magari superiori a qualsiasi salario minimo venga identificato, ma comunque molto bassi.
Debito pubblico
Tra le altre cose, le considerazioni finali si sono concentrate anche sul debito pubblico. Ridurne la dimensione, ha detto Visco, “è una priorità della politica economica, indipendentemente dalle regole europee. Un alto debito impone che una quota elevata delle entrate pubbliche sia destinata al pagamento di interessi invece che a impieghi produttivi; pone seri problemi di equità tra le generazioni; rende più difficile l’adozione di misure anticicliche; genera incertezza per gli operatori economici”. Considerazioni che non fanno una piega. Ma che, purtroppo, sono di difficile applicazione. Perché nella realtà, ridurre il debito è molto arduo, se non impossibile. Prendiamo l'Italia: negli ultimi 30 anni ha registrato un avanzo primario, ma ciò non ha impedito all'indebitamento di crescere. Prendiamo gli Stati Uniti, dove il debito è molto maggiore del nostro, e dove, nonostante questo, si è reso necessario un ampliamento del tetto, senza il quale il paese sarebbe andato in default. Piuttosto, sarebbe più fattibile cercare di eliminare il debito “cattivo” e mantenere quello “buono”, cioè gli investimenti che poi creano lavoro, denaro ed espansione dell'economia. A questo proposito, sarebbe importante ricalibrare gli obiettivi del Pnrr. Occorrerebbe, cioè, cambiare le politiche di investimento, dato che in poco tempo le priorità si sono trasformate in maniera radicale, ed evitare di spendere tutto il tesoretto entro il 2026. Perché, ricordiamolo, quasi tre quarti della somma disponibile è a debito: impiegarla tutta rischierebbe di creare problemi soprattutto a famiglie e aziende, che un giorno saranno chiamate a ripagare gli investimenti effettuati.
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Borse, il rimbalzo non si ferma
Il periodo favorevole dei mercati non è stato scalfito neppure dall'ennesima esternazione di Christine Lagarde, che a Davos ha annunciato nuovi e ripetuti rialzi dei tassi. A soffrire, però, sono gli investimenti immobiliari, colpiti sia dagli interessi più alti, sia dalla possibilità che venga approvata la direttiva europea sulle case “green”
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Christine Lagarde è tornata a parlare della situazione economica europea e della lotta all'inflazione. Dal palcoscenico di Davos, la presidente Bce ha espresso ottimismo, spingendosi a prevedere che la recessione non sarà grave come si pensava e che l'economia dell'Eurozona dovrà affrontare solo una “piccola contrazione”.
Nella dichiarazione non è però mancata la solita coda pessimistica: la Bce – ha sottolineato Christine Lagarde - è decisa a riportare l'inflazione al 2%; il rialzo dei tassi, quindi, proseguirà a tempo indeterminato, fino a quando sarà raggiunto il traguardo prefissato.
I mercati ignorano Christine Lagarde
Queste parole “in libertà”, confermate poi da Klaas Knot (governatore della banca centrale olandese e membro del board Bce, che ha annunciato aumenti da 50 punti a febbraio e marzo) hanno, come al solito, causato perdite a Parigi, Milano e Francoforte, oltre che l'allargamento dello spread Btp-Bund.
Tuttavia, almeno questa volta, l'effetto-Lagarde è stato di breve durata. I mercati, in crescita dall'inizio del nuovo anno, sono tornati a salire, preannunciando un consuntivo di fine gennaio all'insegna di performance che non si vedevano da tempo. L'ottimismo sulla recessione “morbida” è stato dunque più forte rispetto all'annuncio di rialzi dei tassi ad libitum.
Chi è entrato nell'azionario a settembre o a ottobre ha quindi trovato rendimenti soddisfacenti. Ora sembra un po' troppo tardi per sfruttare l'onda positiva: chi deve ancora entrare farebbe probabilmente meglio a operare con molta cautela, almeno fino al termine della diffusione dei dati nel primo trimestre.
Immobiliare, percorso a ostacoli
Tutto bene, quindi? No di certo. Perché i vari ritocchi ai tassi di interesse stanno lasciando ferite aperte, soprattutto nel mercato immobiliare. Percentuali passate in poco tempo dallo 0% al 4% stanno impattando in modo notevole sulla capacità di indebitamento delle famiglie contribuendo, insieme all'aumento generalizzato di prezzi e tariffe, all'impoverimento delle classi medie.
A questa situazione si aggiunge la nuova trovata della commissione europea: la direttiva sulle case green, in discussione al Parlamento Ue. Si tratta di un pacchetto di norme, introdotto lo scorso mese, che punta a incentivare la costruzione di nuove case ad alta efficienza energetica e la ristrutturazione degli immobili già esistenti. Il testo all'esame dell'aula prevede che tutti gli edifici residenziali (con varie esclusioni, tra cui gli immobili nei centri storici o le seconde case) debbano obbligatoriamente rientrare in classe E entro il 1 gennaio 2030 e in classe D tre anni dopo. Per poi giungere al traguardo delle emissioni zero entro il 2050.
Se la direttiva fosse davvero approvata, potrebbe generare uno tsunami sul settore. Secondo l'Ance (associazione italiana dei costruttori edili), 9 milioni di edifici residenziali su 12 perderebbero l'idoneità. Anche se la minaccia di vietare vendita e affitto degli immobili non in regola sembra essere stato accantonato, l'inevitabile perdita di valore delle case che non saranno ristrutturate penderebbe come una spada di Damocle su molti piccoli proprietari, soprattutto dei paesi del centro e sud Europa.
Il pacchetto di norme è dunque un nuovo intervento a gamba tesa, che segue di poco il divieto di vendita di automobili con motori a combustioni in tutta l'Ue dal 2035. Un intervento che rischia ancora una volta di impoverire i cittadini e deprimere le economie.
Intendiamoci: combattere le emissioni è necessario e doveroso. Ma è altrettanto necessario evitare una ricaduta così devastante sulle persone. Meglio sarebbe creare un maxi-fondo per la ristrutturazione delle case, che sgraverebbe i cittadini europei da una scelta fra spese ingenti o deprezzamento degli immobili di proprietà.
La Cina riapre, il gas torna a livelli accettabili
Buone notizie, invece, dal gas: il prezzo al Ttf di Amsterdam si sta consolidando su valori sotto quota 60. L'inverno insolitamente mite e gli stoccaggi pieni hanno contribuito al ritorno a tariffe più sostenibili, che dovrebbero consentire un calo delle bollette pari al 20%-30% entro febbraio.
Oltre a rappresentare una notizia positiva dopo tanti shock e allarmi, il calo del prezzo del gas dovrebbe dare un contributo molto importante alla lotta contro l'inflazione – a riprova che le continue esternazioni di Christine Lagarde su questo tema sono difficilmente comprensibili.
Il petrolio, da parte sua, rimane a livello di guardia. Nel prossimo futuro, a innescare aumenti del greggio potrebbe contribuire la riapertura della Cina, che inevitabilmente contribuirà al ritorno delle automobili in strada. Tuttavia, la normalizzazione non è così prossima: la forza lavoro è ancora decimata dalle infezioni, il tasso di disoccupazione è troppo alto e la ripresa dei consumi sarà lenta e progressiva lungo l'intero corso dell'anno.
Oro ai massimi
Se il petrolio tiene, è l'oro a far registrare nuovi exploit. Complici l'indebolimento del dollaro, a -7% da fine anno a oggi, e nuovi approvvigionamenti da parte delle banche centrali, il metallo giallo si è avvicinato alla soglia dei 2.000 dollari l'oncia, facendo anche registrare un record di acquisto dal 1974 a questa parte.
Il nuovo rialzo dipende essenzialmente da fattori tipo psicologico. In un quadro che vede tassi alti un po' dappertutto, non ci sarebbe infatti ragione per un rafforzamento dell'oro. Tuttavia, questo investimento è ancora visto come una sorta di “polizza assicurativa” contro l'inflazione, anche se in realtà l'anno scorso ha fallito questo obiettivo. Negli investimenti, le decisioni basate sull'emozionalità sono prevalenti, e l'impressione “storica” che vede l'oro come una bene rifugio resiste ancora, sebbene la storia recente abbia dimostrato quanto questa percezione sia ormai immotivata.
Intelligenza artificiale a un bivio
Proprio per ridurre l'impatto emozionale dalle decisioni di investimento si sta facendo strada l'idea di un intervento massiccio dell'intelligenza artificiale nella definizione delle strategie – un trend che tra l'altro è già in atto da tempo. In prospettiva, l'automatizzazione potrebbe anche arrivare a un ridimensionamento del ruolo dei gestori, secondo un principio tipicamente americano che tende a delegare sempre più decisioni alla tecnologia togliendo spazio al processo umano. Tuttavia, è più probabile che i due aspetti possano convivere, come del resto avviene oggi.
Il ruolo della tecnologia nei processi decisionali è, d'altra parte, un tema centrale, se è vero che persino Papa Francesco ha recentemente parlato della coesistenza tra uomini e algoritmi e del ruolo dell'intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Un peso molto importante, con molti aspetti positivi, che però – ha ammonito il Pontefice – deve essere ben circoscritto: “la correlazione e l’integrazione fra la vita vivente e la vita vissuta”, ha detto Francesco, “non possono essere rimosse a vantaggio di un semplice calcolo ideologico delle prestazioni funzionali e dei costi sostenibili”.
Va da sé che i maggiori quesiti che investono l'intelligenza artificiale sono di tipo etico. Una nuova frontiera (il Papa, non ha caso, l'ha denominata “algor-etica”) che in alcuni casi è già stata oltrepassata, per condizionare le scelte dei consumatori o minacciare la privacy dei cittadini.
L'Unione Europea ha raccolto questa sfida abbozzando una regolamentazione quadro del settore. Un'idea buona che, però, rischia di sfociare nell'iperburocratizzazione tipica delle istituzioni comunitarie: i principi cardine Ue sono stati riuniti in una paccottiglia di 130 pagine.
La direttiva europea, pur con tutti i suoi difetti, è comunque da preferire rispetto all'approccio americano, che fedele alla sua natura iperliberista prevede un laissez-faire iniziale e una regolamentazione successiva. Un approccio che ha già mostrato i suoi limiti nel caso dei dati sensibili provenienti dalle bigtech e condivisi con le istituzioni americane.
Questa disparità di strategie contiene però un rischio molto grave: quello di assistere a una migrazione delle innovazioni europee verso il “liberi tutti” americano, per sfuggire alla burocrazia e alle regole e operare senza i vincoli di privacy e di rispetto del consumatore.
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