Salgono i rendimenti dei bond. E le Borse frenano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finan ziari.

Dopo alcuni giorni di tranquillità, ieri le Borse hanno rallentato un po’ dappertutto. Varie le cause della frenata. La principale, a nostro giudizio, è il rialzo dei rendimenti sulla curva titoli governativi, che ha risentito dei problemi di deficit e di finanza pubblica. Il decennale italiano rende ora intorno al 4,05% e quello francese persino di più (4,10%), mentre il Bund tedesco è a quota 3,20% – un livello incredibile, dato che il 1 gennaio 2022 era ancora a -0,30%. In questo modo, le performance delle obbligazioni governative si impongono come serie alternative agli investimenti in Borsa e rendono meno attraenti i listini. Inoltre, i già citati problemi di finanza pubblica causano maggiori oneri finanziari e il rischio di un aumento della tassazione, che giocoforza abbasserebbe gli utili delle società e, di conseguenza, inciderebbe sugli investimenti nei mercati finanziari.

Preoccupazioni dal Golfo

Oltre al rialzo dei rendimenti dei bond, a far rallentare le Borse ci sono altre due cause strutturali. La prima è la scadenza dei 60 giorni di tregua (non rispettata né, finora, rinnovata) fra Stati Uniti e Iran e la complicazione crescente delle trattative riguardanti la crisi del Golfo. A complicare le cose, gli annunci e i controannunci (come la minaccia, proferita da Donald Trump, di bombardare l’Oman dopo l’accordo di Mascate con Teheran) che hanno alimentato la percezione di una fine non imminente delle ostilità. Con logiche conseguenze sui costi delle materie prime: il Brent ha superato quota 90 e il prezzo del gas sulla piazza di Amsterdam è attualmente a più di 60 euro al mwh.

Bolla IA, nuovi timori

Al segno rosso in Borsa hanno contribuito anche i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, rinfocolati da un documento Bce, firmato da cinque economisti dell’Eurotower (Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola). Secondo lo studio, pubblicato sul blog della banca centrale. gli entusiasmi borsistici per l’intelligenza artificiale (negli Usa, ma anche in Europa) rendono molto probabile un futuro storno, che potrebbe riverberarsi negativamente anche sui mercati dell’Eurozona. Al momento, sotto i riflettori dell’IA c’è la quotazione di Anthropic al Nasdaq: l’operazione, prevista per il prossimo autunno, potrebbe superare persino quella (gigantesca) di SpaceX e diventare la maggiore offerta pubblica iniziale di tutti i tempi. Per ora, a parlare sono i dati dell’azienda di Claude, che ha raggiunto, nel secondo trimestre di quest’anno, ricavi preliminari oltre 11,5 miliardi di dollari, contro i 787 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. I numeri, pur impressionanti, non giustificano tuttavia la maxi-valutazione dell’azienda.

Dollaro debole

In questo quadro si inserisce l’indebolimento del dollaro, che veleggia su quota 1,16. Due le ragioni che hanno depresso il biglietto verde: da un lato il deficit americano, che rimane alto per finanziare le guerre; dall’altro la politica dei tassi, che ora sono fermi ma nel prossimo futuro potrebbero alzarsi, e il rialzo dei rendimenti dei bond governativi. Per ora, la moneta americana rimane in area neutrale. Tuttavia, se l’economia Usa dovesse mostrare difficoltà e la guerra proseguisse, non è escluso un approdo verso area 1,20 in tempi medi: tradizionalmente, gli americani reagiscono alle crisi economiche svalutando il dollaro.

Settimana interlocutoria

Agosto, in ogni caso, è ancora nel pieno del suo svolgimento, con il calo strutturale di liquidità e la rarefazione degli scambi. Salvo eventi clamorosi, dunque, dovremmo aspettarci un’altra settimana interlocutoria; poi potremmo iniziare a scorgere i primi segnali relativi ai futuri trend. Forse già prima di fine mese è possibile qualche scricchiolio, che si comincia già a intravedere. I mercati stanno pagando bene da ottobre 2022: prima o poi lo storno dovrà verificarsi. Anche se è impossibile prevederne dimensione e velocità. Ci aspetta un 2027 pieno di ostacoli e di sfide: guerre apparentemente senza fine, geopolitica, banche centrali, elezioni di mid term negli Stati Uniti, crisi migratorie, possibili dimissioni di Christine Lagarde, anticipate per consentire a Emmanuel Macron di svolgere il ruolo di pivot nella scelta del successore prima di fine mandato. Magari proprio le scadenze e le problematiche sempre più all’orizzonte convinceranno vari investitori a portare a casa le performance accumulate, accelerando la correzione delle Borse.

Risiko: il fortino di Lovaglio…

L’estate calda del risiko continua a dettare l’agenda di agosto. A rivelarsi protagonista di questa fase è Montepaschi, nel mirino di Intesa Sanpaolo. Se l’operazione andasse in porto, però, sarebbe alto il rischio di uno smembramento del colosso creditizio senese: una parte (compresa Mediobanca) sarebbe destinata al gruppo guidato da Carlo Messina, un’altra (635 filiali) inclusa nell’operazione gestita da Unipol, che vedrebbe l’integrazione con Bper. A quest’ultima tranche spetterebbe la conservazione della denominazione storica. Lo “spezzatino” non piace a Siena, ma neppure al governo: la premier Giorgia Meloni, in un’intervista a MilanoFinanza, ha auspicato che Mps non venga smembrata (soluzione auspicata anche da Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, che ha però sottolineato l’assoluta autonomia del mercato nella decisione). La moral suasion di Giorgia Meloni è stata particolarmente apprezzata da Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps, che ha insistito sul valore dell’integrità dell’istituto. L’amministratore delegato della banca senese ha proposto l’esempio di una centrale elettrica: “se tu la separi in due“, ha detto, ”non necessariamente le due parti danno lo stesso contributo in termini di energia. E poi il Monte è una cosa particolare: ha un’anima e le anime non si possono separare”. Se Lovaglio cerca di opporsi in tutti i modi all’operazione che vede come preda Mps, il governo tedesco cerca un’onorevole via d’uscita nel dossier Unicredit-Commerzbank. Berlino ha infatti mostrato un’apertura alla cessione del 12,7% in suo possesso, naturalmente a certe condizioni. Tra queste, l’esecutivo tedesco mette la conferma del ruolo rivestito dalla banca nell’economia tedesca, il mantenimento della sede operativa in patria e la conferma del livello occupazionale, importantissimo in una fase in cui sembra messa in discussione la solidità del sistema-Germania.

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Le trimestrali spingono i tecnologici

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le trimestrali, che con pochissime eccezioni hanno premiato le società tecnologiche, spingono in alto le Borse più orientate ai titoli dell’innovazione. Il rimbalzo prima del Nasdaq, poi del Nikkei e del Kospi, tornato in “verde” dopo aver perso circa il 40% in un mese, sono state mosse dalle aspettative dei dati e hanno quindi anticipato la diffusione delle trimestrali. Lo avevamo ricordato più volte: prima di tracciare un quadro completo della situazione si sarebbero dovuti attendere i risultati a giugno 2026: con ottimi dati, anche i listini avrebbero risposto. E così è stato.

Scenario incerto

Ciò, naturalmente, non significa che le Borse d’ora in poi saliranno senza intoppi. Le trimestrali hanno infatti attenuato trend al ribasso che prima o poi potrebbero riemergere con correzioni violente. Nello stesso modo, non è detto che il tanto temuto rischio-bolla sia del tutto scampato. Il primo rimbalzo è solitamente quello più sano, ma potrebbe essere messaggero di buone notizie come di cattive. Perché le bolle si presentano con un andamento a zig zag: prima lo storno, poi il primo rimbalzo particolarmente forte, poi ancora le due forze alternate e sempre più attenuate, con salite meno convincenti che anticipano il crollo. Per ottenere indicazioni più precise, questi due mesi potrebbero rivelarsi molto importanti. Agosto sembra avere un’intonazione ragionevolmente discreta; da settembre rientreranno tutti gli operatori sul mercato e sarà possibile tracciare una previsione più completa. Intanto, chi ha fatto trading sulle correzioni dei titoli tecnologici potrebbe trovare utile vendere metà della posizione, mentre chi ha costruito un portafoglio più strutturale farebbe meglio a mantenere le sue azioni.

Nuove trattative in vista?

Oltre che sui tecnologici, le Borse sono sintonizzate sull’ennesimo tentativo di trattative nel Golfo e sulle nuove speranze di pace. Il nodo è Hormuz: l’obiettivo di Donald Trump è di tornare alla situazione precedente al conflitto, quando lo stretto era liberamente navigabile, senza cioè pedaggi o restrizioni. Il che non è scontato: anzi, fa molta paura la possibilità che ai balzelli a Hormuz si possano aggiungere disagi (o addirittura chiusure) a Bab el Mandeb, lo stretto che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden, controllato dagli Houthi (con le rotte minacciate anche dai pirati somali). Tra le due situazioni ci sono però importanti differenze: l’Iran ha un esercito molto ben armato, su cui la Cina ha investito 400 miliardi in infrastrutture e armamenti; gli Houthi sono un gruppo che dipende mani e piedi da Teheran e che sarebbe più semplice arginare. A far paura è anche il rischio di emulazione: se altri Paesi che controllano strozzature marittime dovessero imitare queste operazioni, il mondo si troverebbe catapultato in un insostenibile sistema di balzelli di tipo medievale. Con una ricaduta insostenibile sui costi di materie prime e fertilizzanti.

Fed, nulla di fatto

Anche la Federal Reserve, come la Banca Centrale Europea, ha scelto la via della stabilità sui tassi: il consiglio ha deciso a maggioranza di non elevare le percentuali, mantenendo la forbice su 3,50%-3,75% (tre su 12 hanno però votato per un rialzo). E’ probabilmente soddisfatto “a metà” Donald Trump, che ha sempre sostenuto un disgelo monetario ma che, visti gli aumenti di prezzi provocati dalla guerra in Iran, può incassare il contentino di veder evitato un rialzo del costo del dollaro. Il mantenimento dei tassi era abbastanza scontato, anche se negli ultimi giorni di luglio il trentennale Usa aveva raggiunto il rendimento più alto dai tempi dei mutui subprime, e la Fed era stata costretta a intervenire.
Che cosa succederà a dicembre? Nonostante i disaccordi interni, è improbabile che la banca centrale alzi i tassi. Lo si percepisce anche dall’indebolimento del dollaro che si è spinto sopra 1,15: quando il mercato avverte un rischio di stretta monetaria, reagisce spesso sulla valuta con un altolà, rendendo più difficile l’aumento delle percentuali.

Risiko, rombano i motori

Si riaccende alla grande il risiko bancario (e assicurativo). Unicredit è salito a poco più del 50% in Commerzbank, e ora l’atteggiamento dei tedeschi è giocoforza cambiato, trasformandosi da inflessibile nein a tentativi di porre almeno qualche paletto. Bettina Orlopp ha invitato il gruppo di Andrea Orcel a dialogare e collaborare, cercando nello stesso tempo di garantire l’autonomia della banca. L’ad dell’istituto di credito tedesco ha parlato di “dialogo costruttivo” e cercherà di evitare il rischio che Piazza Gae Aulenti tratti direttamente con il governo tedesco e i sindacati “saltando” il board. Unicredit potrebbe tornare impegnata su due fronti: la rinuncia di Banco Bpm al tentativo di fusione paritaria con Mps apre a Orcel l’opportunità di riprovarci con Piazza Meda. Mentre, sul fronte senese, si apre un’autostrada per il tentativo di acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo. A meno che riesca la manovra di Luigi Lovaglio, che sta cercando di tornare sull’unione con Banco Bpm, non più come fusione paritaria ma come acquisizione da parte del Montepaschi. Molto dipenderà dalle decisioni di Crédit Agricole, maggior azionista di Piazza Meda. Inutile dire che su Siena resta favoritissimo il gruppo Intesa Sanpaolo. Se la banca guidata da Carlo Messina e Unicredit riuscissero a piantare due nuove bandierine, crescerebbero nell’azionariato di Generali, che sembra il principale obiettivo del grande risiko (tutto questo mentre Thomas Buberl, amministratore delegato di Axa, ha smentito ogni interesse per l’acquisto di quote del Leone).

Baruffe in Fifa

Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha rinunciato al piano annunciato non molti giorni fa, che prevedeva di costituire una società a fini di lucro per gestire la Coppa del Mondo e, soprattutto, di vendere una quota del 20% circa di questa organizzazione a investitori privati. L’opposizione di Uefa (che ha minacciato di boicottare i Mondiali) e Concacaf e il successivo allineamento della confederazione asiatica ai dissenzienti, oltre alle clamorose dimissioni di Carlos Cordeiro, consigliere di punta di Infantino, lo hanno convinto di non avere i numeri. E ora, il capo del calcio mondiale rischia persino il posto, dato che l’anno prossimo si svolgeranno le nuove elezioni, a meno che almeno 43 federazioni chiedano un’assemblea anticipata, in cui proporre un voto di sfiducia. Oltre al tentativo di privatizzare i Mondiali, a Infantino vengono rimproverate le decisioni solitarie e gli accordi segreti intessuti senza coinvolgere le federazioni. La sua è stata una mossa maldestra per fare entrare i privati nello sport più popolare al mondo. Il contrasto che ne è seguito si è inserito nelle frizioni già esistenti tra Fifa e Uefa, molte delle quali hanno riguardato la spartizione dei proventi e l’organizzazione degli eventi. Il modello seguito da Infantino sembrava ispirarsi al gigantismo degli sport americani, con partite sempre più frequenti e interesse concentrato sulle ultime fasi, con tutto il resto relegato a puro spettacolo con poco agonismo. Mentre i prezzi hanno già raggiunto valori esorbitanti, con buona pace degli sportivi.

La nostra rubrica settimanale sull’economia e le Borse si ferma per una settimana. Torneremo on line il 19 agosto. A tutti voi un augurio di Buon Ferragosto!

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Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.

Dispersione di rendimenti

Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.

Azioni o obbligazioni?

Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.

Petrolio in picchiata, benzina stabile

Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.

Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti

Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.

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I venti di Pace spingono le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, la guerra fra Stati Uniti e Iran sembrerebbe incamminarsi verso la conclusione – o meglio, verso un arresto dei combattimenti. Anche se il condizionale è d’obbligo, dati i precedenti e la precarietà strutturale della situazione.

L’ottimismo è comunque giustificato, perché l’accordo fra i due Paesi sembra ormai raggiunto: la sua firma è in calendario all’hotel Bürgenstock, in Svizzera, il prossimo 19 giugno.

La notizia ha causato il crollo del prezzo del petrolio, che è ora sotto gli 80 dollari al barile. A contribuire al fenomeno, le speranze di una rapida riapertura completa di Hormuz anche se – almeno secondo il governo iraniano – Teheran manterrà la possibilità di regolare il traffico nello Stretto, insieme all’Oman. Se ciò si dimostrasse vero, parrebbe molto probabile un pedaggio per le navi in transito, anche se il vicepresidente Usa JD Vance ha escluso la possibilità.

 

Ai massimi

I venti di pace e il calo del petrolio si sono rapidamente riverberati sulle Borse, che hanno accolto il nuovo scenario con una dinamica espansiva: il rally, a cui ha contribuito anche l’ingresso in Borsa di SpaceX, ha portato vari indici ai massimi. Da questa dinamica non è stata esclusa Piazza Affari, a livelli da record.

La performance dei listini internazionali rende lecita un’osservazione: allo scoppio della guerra era davvero difficile immaginare che i mercati, tre mesi e mezzo dopo e con quotazioni del petrolio anche oltre i 100 dollari al barile, avrebbero raggiunto i massimi.

Dal 2022 la geopolitica è entrata pesantemente negli investimenti, ma – come ricordato più volte – i mercati hanno sviluppato anticorpi capaci di resistere a  prove davvero impegnative. Anche per questo, chi ha mantenuto le sue esposizioni in portafoglio – in tutto o in larga parte – ha scelto una strategia vincente.

Se le cose andranno come tutti sperano, le Borse torneranno presto a orientarsi su fondamentali, tassi e inflazione, ristabilendo la normalità.

 

Valutazione record

Come già accennato, Space X ha fatto il suo ingresso ufficiale in Borsa, con una valutazione di 2.000 miliardi di dollari. L’importo supera la quotazione finora più alta, quella di Saudi Aramco nel 2019, e spinge il Nasdaq.

L’ingresso in Borsa del gruppo conferma la genialità di Elon Musk, che sembra aver messo in pratica le trame dei film di fantascienza degli anni Settanta: non ci stupiremmo se il magnate  riuscisse a realizzare i suoi progetti di viaggi nel cosmo, fin dove nessuno si è mai spinto.

Certo, portare l’uomo su Marte – che è uno degli obiettivi dichiarati del trilionario sudafricano-americano – è ancora un obiettivo fantascientifico. Ma, se si dovesse scommettere su chi ha le maggiori possibilità di conquistare il pianeta rosso, sarebbe bene puntare proprio su Musk, che sicuramente dispone di più fondi a disposizione rispetto alla Nasa – per non parlare dell’Agenzia Spaziale Europea.

Intanto, al magnate è bastato sbarcare in Borsa per rendere milionari i suoi dipendenti – e questa è comunque una grande impresa.

La quotazione, occorre però sottolinearlo, ha un punto debole: il fatturato di SpaceX è di soli 18,6 miliardi di dollari. Se in quattro anni il dato dovesse spingersi a 450 miliardi, la quotazione avrebbe un senso. Altrimenti, rischierebbe di crollare.

 

Trump ferma Anthropic

Se SpaceX vola, Anthropic ha una battuta d’arresto. Non sul lato finanziario, ma dal punto di vista operativo. Adeguandosi alla volontà di Donald Trump, il gruppo di Claude ha infatti bloccato i modelli Mythos 5 e Fable 5.

La Casa Bianca ha ritenuto che gli algoritmi fossero talmente sviluppati da poter rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale americana; lo stop di Trump, relativo all’utilizzo dei due modelli nei Paesi esteri, è stato esteso temporaneamente anche agli utenti americani.

Le proteste Ue non si sono fatte attendere: un conto – ha osservato la Commissione – sarebbe stato introdurre un provvedimento restrittivo per Russia e Cina, un conto è colpire Paesi alleati.

Il blocco dei due modelli più avanzati di Claude, però, potrebbe rivelarsi il classico tentativo di fermare il mare con uno scoglio: se si rallenta Anthropic è possibile che a certi risultati ci arrivi qualcun altro, magari proprio aziende dei Paesi di cui l’amministrazione Trump ha più timore.

 

 

Giappone, tassi all’1%

Nessuna sorpresa sul fronte della stretta monetaria: la Bce, come da previsioni, ha alzato i tassi di 25 punti base. La decisione cambia ben poco, ma ha un valore simbolico molto forte e manda un segnale di economia asfittica e di inflazione legata alla scarsità dell’offerta. Un nuovo irrigidimento sul fronte valutario piacerebbe solo ai Bot people, che come nel 2022 avrebbero la possibilità di accumulare rendimenti senza sforzo, incamerando un reddito aggiuntivo e mettendo in circolo nuovo denaro nell’economia reale.

Ad alzare i tassi è stata anche la Banca Centrale giapponese, che li ha portati all’1%. Il livello, intendiamoci, è ancora basso. Tuttavia, allo stesso tempo, la percentuale è un record per una strategia monetaria – quella nipponica – abituata a percentuali basse, nulle o addirittura negative. Non per niente, a Tokyo i tassi non erano così elevati dal 1995.

La mossa dell’istituto centrale ha fermato la corsa del Nikkei, che aveva superato da poco l’asticella dei 70.000 punti e che è poi arretrata, anche se non di molto. Chiari i motivi della reazione: se i titoli decennali salgono, l’investimento in azioni diventa meno attrattivo. I mercati hanno dunque reagito a un possibile previsione di trend al rialzo.

 

 

Ricavi, i Mondiali surclassano le Olimpiadi

Il campionato del mondo di calcio è ormai in pieno svolgimento, ma si conosce già il nome di un vincitore. No, non stiamo parlando della nazionale che porterà a casa la Coppa del Mondo, ma della Fifa, che nel quadriennio che termina nel 2026 ha registrato ricavi per 14 miliardi di dollari, di cui 11,5 dalla massima rassegna per nazionali, 2 per la quella per club dello scorso anno e quasi 600 milioni per il mondiale femminile.

Una cifra enorme, soprattutto se paragonata con l’altro grande evento quadriennale: i Giochi Olimpici. Fra il 2021 e il 2024, il Cio ha incassato 7,6 miliardi di dollari, di cui poco meno di 4,5 per la rassegna a cinque cerchi di Parigi.

Il divario è molto forte, se si pensa che solo poco tempo fa Fifa e Cio se la giocavano con cifre abbastanza simili.

Il calcio è lo sport più popolare del mondo, ma ciò non basta a spiegare la performance dell’ultimo quadriennio. Sicuramente, a far volare i conti della Fifa hanno contribuito i maxi-investimenti dei Paesi petroliferi.

Il rischio è, tuttavia, che il gioco più amato al mondo diventi uno sport elitario, con biglietti di ingresso sempre più cari. Ci si augura che non si affermi il modello americano, che vede, per esempio, il costo dei tagliandi spingersi oltre i 50.000 dollari per i posti migliori delle finali Nba. Una strategia del genere allontanerebbe gran parte della popolazione dalla possibilità di assistere dal vivo alle partite rischiando, a medio termine, un calo dell’entusiasmo popolare e un boomerang economico per il movimento.

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L'improvviso ritorno del risiko

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I dati sui posti di lavoro americani, diffusi la scorsa settimana, hanno rinfocolato i timori di un rialzo dei tassi Fed, rallentando le Borse mondiali.
A soffrire più di tutti è stato il Nasdaq, in caduta libera – ciò a significare che i numeri sull’occupazione statunitense hanno fornito una scusa ai tecnologici per arretrare dopo 15 giorni di crescita decisa. Intelligenza artificiale e simili hanno trascinato con sé le criptovalute, con i bitcoin sotto i 60.000 dollari come non accadeva da ottobre 2024. Ciò fa temere un rischio esistenziale per le monete virtuali, che dopo l’elezione di Donald Trump sembravano inarrestabili.

Lo tsunami bancario

A Piazza Affari, il ribasso è stato rovesciato dalla nuova ondata di risiko partito nel fine settimana: alla riapertura, il monopoli bancario ha rilanciato Milano. Lunedì, la Borsa italiana ha dunque chiuso in positivo, contrariamente ad altri indici, vicini alla parità. A dimostrazione che sui titoli value e finanziari c’è ancora da guadagnare. Più nel dettaglio, domenica scorsa Banco Bpm ha inviato una proposta di fusione a Montepaschi. L’assalto ha provocato un contrattacco di Intesa Sanpaolo, che ha lanciato un’opas in collaborazione con Bper e Unipol. In pratica, il colosso guidato da Carlo Messina si prenderebbe Mediobanca, con il suo 13% di Generali, lasciando alla banca dell’Emilia-Romagna le oltre 600 filiali di Mps. Ora siamo ancora all’inizio dei giochi ed è difficile fare un pronostico. Tra le due contendenti sembra però favorito il polo guidato da Intesa Sanpaolo, perché per il tentativo di Banco Bpm sembrano mancare i numeri. Una cosa è certa: la vera preda non è Mps in sé, ma Generali – non solo come assicuratore, ma anche come polo di sistema, con i suoi circa 800 miliardi di euro in risparmio gestito e 40 di Btp. Nel caso in cui a spuntarla fosse Bpm, a goderne sarebbe il Crédit Agricole, in grado di salire nell’azionariato di Piazza Meda fino al limite del 30%, come da autorizzazione Bce. Questo darebbe ai francesi un peso ingombrante anche nella gestione del risparmio privato italiano. Per questo motivo, l’intervento di Intesa e Bper non è nient’altro che una mossa di sistema per tenere i francesi il più possibile fuori da poteri decisionali nel Leone: nel caso in cui la spuntasse questa proposta, si creerebbe però una convergenza fra il primo gruppo bancario e la prima assicurazione d’Italia, che in tutta probabilità dovrebbe passare da un ok da parte delle autorità di vigilanza.

Unicredit più vicino a Commerzbank

Intanto, Unicredit ha già superato il 30% di Commerzbank, obiettivo dell’offerta pubblica di scambio lanciata dal gruppo milanese su quello tedesco, in scadenza il 3 luglio; considerando anche l’apporto dei derivati, il controllo supererebbe il 50%. Percentuale che però può essere davvero utilizzata solo dopo il via libera delle authority. E proprio su questo fronte si è già aperta una partita. Almeno secondo Commerzbank, una parte rilevante dei derivati potrebbe provenire da player che sono anche banche controparti di piazza Gae Aulenti. Per questo motivo, la banca di Francoforte si è appellata alla Bafin, l’autorità di vigilanza tedesca. Se da una parte Commerzbank gioca le carte rimanenti per ostacolare l’operazione, dall’altra prova ad adattarsi alla possibile nuova situazione: Bettina Orlopp, amministratore delegato di Commerzbank, ha escluso un rilancio, aprendo alla trattativa. Naturalmente a certe condizioni. “Non siamo una banca da ristrutturare”, ha puntualizzato la top manager, che ha fissato due linee rosse, una su governance e modello di business, l’altra sull’assegnazione di un premio “significativo” per gli azionisti. La novità è, comunque, l’abbandono della strategia muro contro muro, favorita dall’esito dell’opas.

Arrivano le Ipo

Mentre la Borsa Italiana corre con il risiko, e – come gli altri listini – scommette sull’avvicinarsi di una pace fra Stati Uniti e Iran, Wall Street fa il conto alla rovescia per la mega-Ipo di SpaceX. I numeri sono enormi: la valutazione è di 1.780 miliardi di dollari, mentre si verificherà un aumento di capitale pari a 75 miliardi; il giro d’affari previsto per il 2026 è di oltre 15 miliardi (con una perdita netta di 4,9), e nel 2030 il fatturato atteso è intorno ai 450 miliardi. Vale la pena domandarsi come si sarebbe potuta valutare una società con potenziale enorme, ma con una perdita così forte, senza il maxi-aumento capitale previsto. A guadagnarci saranno certamente le banche collocatrici che si stima incasseranno almeno 500 milioni dall’operazione. Se la fase cruciale della corsa di SpaceX inizierà venerdì prossimo, ha appena preso il via l’iter di OpenAI, che ha da poco consegnato alla Sec il suo prospetto in via riservata. Per ora, però, la società di ChatGpt non ha ancora deciso i tempi per iniziare l’eventuale operazione. A breve vedremo dunque se il gioco delle Ipo darà nuovi slanci alle Borse americane e, di rimando, a quelle di tutto il mondo. La spinta del percorso verso le quotazioni punta a controbilanciare i problemi provenienti dal Golfo, dove lo Stretto di Hormuz funziona ancora a singhiozzo e, anche in caso di riapertura, non sarà in grado di restituire immediatamente all’economia reale le condizioni pre-belliche. Per tornare alla normalità ci vorranno, infatti, da otto mesi a un anno. E le Borse potrebbero risentirne.

Mondiali senza l’Italia, quanto perde l’economia?

Con l’incontro inaugurale fra Messico e Sudafrica si aprono domani i Campionati Mondiali di calcio, ospitati da tre differenti Paesi (Stati Uniti, Messico e Canada). Per la terza volta consecutiva l’Italia non si è qualificata, nonostante il numero alto delle squadre che parteciperanno, passato da 32 a 48. Con l’eliminazione degli azzurri si è tornati a evidenziare la perdita economica prevista per molte attività commerciali, soprattutto bar, trattorie, pizzerie o ristoranti con maxi-schermi televisivi, oppure negozi di alimentari, che traggono beneficio dalle riunioni tra amici per assistere alle partite tra le mura di casa. Tutti ricordano gli Europei 2020 (giocati nel 2021), quando la vittoria dell’Italia spinse le persone ad aggregazioni spontanee – vero e proprio ossigeno per gli esercenti, appena usciti dalle forti restrizioni dovute al Covid. Rispetto alle precedenti edizioni dei Mondiali senza l’Italia, però, la perdita per le attività commerciali sembra, a occhio, potenzialmente minore, a causa degli orari non sempre comodi per gli spettatori. Se per il gruppo preliminare la Bosnia-Erzegovina (che ha eliminato l’Italia) giocherà sempre alle 21, non è dato di sapere a che ora (italiana) sarebbero scesi in campo gli azzurri in caso di qualificazione alle gare a eliminazione diretta. Già due partite in notturna avrebbero potuto diminuire, e di molto, gli incassi degli esercenti. Ai commercianti non resta che sperare nei Mondiali 2030, che si svolgeranno prevalentemente in Spagna, Portogallo e Marocco (con soltanto poche sfide inaugurali in Argentina, Uruguay e Paraguay). Per questa edizione, la Fifa sta studiando un’edizione titanica a 64 squadre, che – se non altro per il numero dei partecipanti – agevolerebbe un ritorno degli azzurri sui campi della Coppa del Mondo.

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Generali dietro la collina

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La nuova stagione del risiko bancario, improvvisamente rivitalizzato dalle offerte pubbliche di scambio protagoniste di questa stagione invernale, sembra aperta a colpi di scena di ogni genere. A cominciare dal rialzo, da parte di Banco Bpm, dei valori relativi all’opa su Anima – strategia che molti hanno visto come intervento difensivo nei confronti dell’ops di Unicredit.Non per niente Andrea Orcel ha minacciato di far saltare l’offerta, paventando “rischi patrimoniali”. E scatenando sua volta una risposta da Bpm, che ha espresso “preoccupazione in relazione ai contenuti del comunicato stampa diffuso da Unicredit”.

Tra i due litiganti…

Mentre sale il livello dello scontro fra Piazza Gae Aulenti e Piazza Meda, rumours insistenti parlano di un possibile ingresso in campo di Intesa Sanpaolo, finora rimasta fuori dai giochi. In questo caso, la partita sarebbe (il condizionale è d’obbligo) l’offerta Mps su Mediobanca: il gruppo bancario guidato da Carlo Messina potrebbe affiancarsi ai senesi per trasformare il classico “topolino che cerca di mangiare un elefante” in un’operazione molto più proporzionata. La vera preda (sempre secondo le voci) sarebbe Generali. Un gruppo particolarmente appetibile: un po’ perché, nel caso di unione tra Intesa e il Leone (già naufragata qualche anno fa), verrebbe a formarsi il conglomerato bancassicurativo più grande d’Europa; un po’ perché un’operazione di questo tipo ha molte probabilità di essere benvista dalla politica; un po’ ancora perché, per un istituto di credito, l’acquisto di un gruppo assicurativo è teoricamente più semplice, grazie al Danish Compromise (norma europea relativa alla vigilanza che permette una disciplina più favorevole delle partecipazioni assicurative nei requisiti patrimoniali di un istituto bancario). Le voci, ovviamente, restano tali: per capirne di più si dovrà attendere aprile, mese in cui saranno rinnovate le cariche di Intesa Sanpaolo. In ogni caso, è facile osservare quanto fosse strano il disimpegno di Messina dalle grandi manovre in atto nel sistema finanziario italiano. D’altro canto, Generali potrebbe diventare appetibile anche per Unicredit, soprattutto nel caso in cui i dossier relativi a Banco Bpm e Commerzbank si rivelassero troppo ardui.

I rischi del “carta contro carta”

Le difficoltà del risiko 2025 sono comunque sotto gli occhi di tutti. Perché le “grandi manovre” vengono condotte in un periodo che non è proprio così favorevole a questi tipi di operazioni, dato che ultimamente il valore dei titoli finanziari si è alzato, e di molto. Fino a un anno e mezzo fa, le banche costavano relativamente poco: era quindi possibile acquistarle pronta cassa. Oggi il loro valore è aumentato di molto, obbligando i “cacciatori” a ricorrere a una formula – quella del “carta contro carta” – ben più difficile da far accettare agli azionisti della “preda”. Perché un conto è aderire a un’offerta e portare a casa denaro liquido e certo, un altro è cedere azioni per trovarsi in mano altre azioni, con tutti i rischi del caso.

Borse in grande spolvero

Detto questo, Piazza Affari è sembrata ringalluzzita dalle nuove pagine del romanzo-risiko, raggiungendo i massimi dal 2008 e vestendo la maglia rosa. In un quadro di crescita che ha investito l’intera Europa, dove le Borse sono state spinte dai titoli del settore difesa. In un periodo in cui il nostro continente è investito da una improvvisa febbre bellicista, la sola ipotesi di rialzo degli investimenti in armi ha spinto le azioni del comparto talmente in alto da trainare interi indici.

L’indotto degli armamenti

Come interpretare un’escalation dei titoli defence europei mentre la pace in Ucraina sembra improvvisamente possibile? Sicuramente, qualche esponente politico può essere genuinamente mosso da pruriti guerreschi, ma è possibile anche dare una lettura un po’ più maliziosa a questo improvviso entusiasmo.
E attribuire un ruolo importante, se non decisivo, all’esclusione delle spese militari (e del loro impatto sul debito) dal patto di stabilità: spendendo denaro pubblico per armi, droni e carri armati, i Paesi avrebbero la possibilità di creare un indotto in grado di mandare in ricircolo nuovo denaro, senza dover sottostare alle strette maglie dei controlli comunitari. Se, per esempio, le spese militari italiane passassero dall’1,6% al 3% del pil, libererebbero quasi 23.000 miliardi di stanziamenti aggiuntivi, andando a toccare a cascata vari altri settori. E’ difficile trovare altre spiegazioni logiche, dato che – come ha affermato pochi giorni fa Carlo Cottarelli – già oggi le spese militari europee sono superiori del 50% rispetto a quelle dichiarate dalla Russia.

Il tavolo che conta

Oltre a questo, è bene ricordare che un esercito europeo non esiste e la sua formazione incontra molte difficoltà: il potere che i singoli Paesi Ue hanno sulle proprie truppe e la mancanza di un coordinamento che non sia quello Nato; le strategie (e le posizioni politiche) diversificate; la neutralità di alcuni Paesi Ue; la presenza di molte lingue nell’Unione e una mobilità minore di quella esistente negli Stati Uniti. La “disunione” europea è emersa chiaramente al confronto convocato all’Eliseo da Emmanuel Macron sull’Ucraina – riunione a cui, tra l’altro, sono stati invitati solo alcuni Paesi dell’Unione (e la Gran Bretagna, non si capisce a che titolo) e Ursula von der Leyen in rappresentanza dell’Ue: al termine del dibattito, ognuno è tornato a casa con una posizione diversa, trasformando un vertice in poco più che un’inutile riunione conviviale.
Contemporaneamente, il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov iniziavano a confrontarsi a Riad su eventuali negoziati di pace, aprendo il “tavolo che conta” ai fini delle trattative.

In attesa dei dazi

Sullo sfondo, si fa largo la consapevolezza che i soldi stanziati dagli Stati Uniti per l’Ucraina andranno restituiti: lo ha fatto capire chiaro e tondo Donald Trump, che ha suggerito a Kiev di pagare i debiti in terre rare, di cui il Paese è ricco. Volodymyr Zelensky ha respinto sdegnosamente la proposta al mittente; tuttavia, ci si chiede quale reale potere decisionale avranno le autorità ucraine quando si decideranno le sorti (e gli indirizzi economici) del Paese. Il presidente americano è particolarmente attivo anche sul fronte dei dazi, molti annunciati come arma di pressione su vari tipi di trattative, altri di più probabile applicazione, come quello sulle auto, che dovrebbe scattare ad aprile.
Problematiche potrebbero inoltre rivelarsi le tariffe doganali del 25% annunciate da Trump su acciaio e alluminio importati negli Stati Uniti – un vero e proprio gioco d’azzardo, che rischierebbe, alla fine, di causare un aumento dei costi e favorire la Cina. Particolarmente preoccupante è il caso del commercio dei rottami: nel caso fossero applicate nuove tariffe doganali, i produttori di alluminio secondario si troverebbero a vendere sul mercato a un prezzo maggiore. Se quindi gli Stati Uniti acquistassero rottami in Europa a una tariffa più alta del 15%-20% rispetto ai produttori del nostro continente, rischierebbero di creare un problema a tutta la filiera Ue del riciclo, mandando i nostri prodotti fuori mercato. Certo, l’Europa potrebbe sempre reagire con controdazi sull’esportazione del rottame, ma Bruxelles ha un processo decisionale troppo lento, che non induce a ottimismo su una reazione pronta ed efficace. A proposito di metalli, l’oro continua il suo trend in salita, favorito dalle incertezze geopolitiche.
Petrolio e dollaro, da parte loro, si trovano in una fase di trading range, mentre il gas è ancora oggetto di dinamiche speculative. Forse, soltanto un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina sarebbe in grado di spingere il valore del metano a prezzi più ragionevoli, anestetizzando le turbolenze di mercato causate prima dal Covid, poi dallo scoppio del conflitto.

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Rimbalzo estivo, sarà vera gloria?

Le maggiori Borse europee hanno chiuso il mese di luglio con aumenti importanti: Milano ha fatto registrare un +5% e Amsterdam un +10%. Fra non molto potremo comprendere se siamo di fronte a un'inversione di tendenza o a un fenomeno temporaneo, verificatosi come contraltare alla forte caduta avvenuta da gennaio in avanti.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Luglio si è chiuso all'insegna del toro per le maggiori Borse europee. Piazza Affari ha archiviato il mese con un rimbalzo di oltre il 5%. E c'è anche chi ha fatto meglio (un esempio su tutti, Amsterdam, che ha raggiunto un brillante +10%).
La fase positiva dei listini era abbastanza attesa, anche se non necessariamente in queste tempistiche. Perché un rimbalzo, prima o poi, avrebbe dovuto verificarsi. Un rimbalzo forte, dato che di solito quanto più violenta è la caduta, tanto più dirompente è il contraccolpo successivo.
Ora il grande interrogativo riguarda la durata del recupero. In qualsiasi mercato ci sono rimbalzi che durano per un lasso temporale importante, altri che si affievoliscono a breve ed esauriscono presto la loro spinta propulsiva.
Nella situazione che stiamo vivendo, come avviene nella maggior parte dei casi, possono verificarsi entrambe le possibilità. Una cosa sembra molto probabile: anche se le Borse tornassero a calare, difficilmente si scenderà sotto i minimi di quest'anno.

Il tempo di comprare
Il rimbalzo lascia comunque ampi spazi per gli investitori: i valori dei titoli, pur in rialzo, sono ancora ottimi per chi vuole comprare. In altre parole, oggi come oggi si può acquistare tutto o quasi tutto.
I titoli top del mercato italiano che fanno il grosso dei nostri listini (a titolo d’esempio: Eni, Enel, Generali, Poste Italiane e Intesa Sanpaolo) chiuderanno con dividendi superiori al 7%; a questo occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto.
Anche ipotizzando lo scenario peggiore (utili in calo del 15%), le valutazioni di questi titoli hanno raggiunto un livello interessante in un’ottica di medio periodo.
Gli investimenti devono però essere consapevoli. Non bisogna cioè sottovalutare le spade di Damocle che pendono nuova crisi sui nostri giorni: Covid, guerra russo-ucraina, inflazione e caro-energia. Senza dimenticare che a queste ansie ormai cronicizzate si potrebbe presto affiancare una nuova crisi, questa volta tra Stati Uniti e Cina. Una tensione causata dalla visita di Nancy Pelosi a Taiwan, che tanto sta facendo infuriare Pechino e che potrebbe aggiungere incertezza a incertezza, vanificando la ripresa dei mercati.

La Fed alza l'asticella
Tra le variabili da considerare, anche il generalizzato rialzo dei tassi avvenuto pressoché in tutto il mondo (Giappone escluso). La Fed, che guida la corsa verso l'alto, ha introdotto un ritocco di 75 punti base - decisione che era comunque ampiamente prevista. La politica aggressiva della banca centrale Usa potrà proseguire con ulteriori ritocchi, ma abbastanza moderati: dovrà poi attendere i dati dei prossimi mesi per organizzare la sua strategia. Le aspettative americane sono su un tasso di inflazione dal 3% al 3,5%.
Gli Stati Uniti sono già in recessione tecnica: occorre aspettare il terzo e il quarto trimestre per vedere se proseguirà. Chi ha una visione ottimista prevede che già dai primi tre mesi del 2023 l'economia statunitense sia in grado di iniziare a riprendersi, ma senza spirale inflattiva.
In Gran Bretagna invece la stagione del rialzo dei tassi potrebbe essersi conclusa. Soprattutto se Liz Truss dovesse vincere la corsa alla successione di Boris Johnson alla testa del Partito Conservatore (e, di conseguenza, a Downing Street). L'attuale segretario di Stato per gli affari esteri è infatti contraria a ulteriori scostamenti verso l'alto del costo della sterlina. Per il resto, Truss segue una linea post-thatcheriana, all'insegna della deregulation e dello scarso intervento dello stato. In politica estera, la sua posizione sembra ancora più dura di quella espressa da Johnson, e questo è un elemento preoccupante sullo scacchiere internazionale.

Rimbalza anche Saipem
Tornando a Piazza Affari, è utile segnalare che i listini sono stati trainati dalle ottime trimestrali di Eni e Saipem. In quest'ultimo caso, la crescita era nella logica delle cose. Il titolo, negli scorsi mesi, era stato letteralmente massacrato, con valori ben al di sotto rispetto a quelli reali. Da queste colonne abbiamo insistito a più riprese sul carattere illogico di questo calo, perché l'aumento di capitale del gruppo restava fuori discussione. E così è stato: l'operazione si è regolarmente svolta, rasserenando l'orizzonte.
Ora Saipem si trova in una situazione molto favorevole, dato che, per sostituire il petrolio russo, riprenderanno le esplorazioni, di cui il gruppo sarà sicuramente protagonista.

La Russia cala l'asso
A guidare le esplorazioni petrolifere mondiali è, però, proprio la Federazione Russa. Le autorità di Mosca hanno avviato la costruzione del terminale estrattivo artico, che punta a diventare il numero uno al mondo. L'operazione si inserisce nell'ambito del progetto Vostok Oil, già in agenda, ma rallentato a causa dei ribassi del prezzo del petrolio del 2021. Ora l'oro nero corre, anche grazie alle sanzioni, e la Russia cala un asso di denari. Che potrebbe non essere raccolto dall'Europa, proprio per l'embargo nei confronti di Mosca, ma da vari altri paesi del mondo. Dall'Asia al Sudamerica.
Tutto questo avviene mentre, alle incertezze geopolitiche in giro per il mondo, si è aggiunto il nuovo caos libico. Per ora non possiamo ancora prevedere i rischi di questo fronte per gli approvvigionamenti petroliferi all'Italia e all'Europa. Certo è che Tripolitania e Cirenaica sono da tempo terreno di scontro di varie potenze, e la nuova crisi può acuire i problemi.
Sappiamo invece che la riunione dell'Opec+ di questa settimana non passerà alla storia. In questo momento, Brent e Wti viaggiano a cavallo di quota 100 (più sotto che sopra), senza raggiungere i picchi che spaventavano imprese e famiglie fino a poco tempo fa. La situazione è, quindi, all'insegna della stabilità (anche se i prezzi attuali sono comunque troppo alti) e il clima vacanziero non dà adito a particolari aspettative.
Anche per quanto riguarda le materie prime siamo generalmente in una fase di stabilità. All'orizzonte non appare nulla di particolare. Il tema vero è la grande incertezza delle aziende: se si verificassero quegli aumenti in bolletta annunciati un giorno sì e l'altro pure, molte imprese sarebbero costrette a ridimensionare la loro attività, o addirittura a chiudere. Con effetti devastanti sull'economia.

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