Banche, in Europa i timori si diradano

Le rigide norme Bce su patrimonio e liquidità hanno stroncato sul nascere i timori di una nuova crisi di sistema. Anche le Borse se ne sono accorte e Piazza Affari ha fatto registrare una serie di chiusure in rialzo. Intanto, l'inflazione si ridimensiona, ma tornano a salire i prezzi di gas e petrolio

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il rischio di una grande crisi bancaria europea sembra scongiurato. L'assalto degli speculatori agli “anelli deboli” del sistema creditizio del nostro continente si è – almeno per ora – infranto contro le protezioni patrimoniali costruite dalla Bce nel dopo-Lehman. E nulla hanno potuto i tentativi di affossare Deutsche Bank, che nonostante i molti problemi (da tempo evidenti) dispone di una liquidità capace di difenderne la sopravvivenza.

Banche, ottimo investimento

Come avevamo affermato di recente, dunque, i ribassi che si sono verificati dopo il crac di Silicon Valley Bank hanno offerto molte opportunità di investimento sia in bond, sia in azioni bancarie. E il periodo è ancora propizio per entrare in questo settore. Piazza Affari - listino in cui i titoli bancari sono tradizionalmente molto presenti - ha archiviato una settimana di rialzi ininterrotti, che hanno portato l'aumento da inizio anno al 33%. La dinamica italiana è ben diversa da quella americana, dove il trimestre è stato sì ottimo, ma guidato dai titoli tecnologici, che hanno fatto cassa anche con i licenziamenti di massa che hanno avuto luogo nelle aziende della Silicon Valley. Si è invece consolidata una situazione poco propizia nel rendimento delle obbligazioni di stato, in cui la curva si è invertita: i titoli decennali Usa rendono il 3,6%, quelli a un anno il 5%. Gli investitori sono probabilmente convinti che il rialzo dei tassi Usa sia ormai concluso, ma temono una recessione dopo l'estate.

Inflazione a un bivio?

Alt ai tassi probabile negli Stati Uniti, meno in Europa, almeno a quanto traspare dalle dichiarazioni dei vertici Bce. La presidente Christine Lagarde, nel corso di un incontro con 400 studenti, ha dichiarato che i rialzi "stanno appena cominciando a funzionare” e che in Italia l'inflazione core è ancora troppo alta (essendo passata dal 5,6% al 5,7%); per questo motivo, ha aggiunto, “c'è ancora lavoro da fare". Che tipo di lavoro Christine Lagarde abbia in mente traspare dalle parole di Robert Holzmann, governatore della banca centrale austriaca e membro del board Bce, che non ha escluso un nuovo ritocco verso l'alto. Il rialzo, ha detto, potrà verificarsi se la crisi bancaria non peggiorerà. Una posizione che ci fa sentire un po' sballottati tra Scilla e Cariddi: da una parte il rischio di nuovi problemi sul fronte bancario, dall'altra nuovi, affrettati rialzi dei tassi, che rischierebbero di mettere in ginocchio i paesi più indebitati. Preoccupa anche il nuovo rialzo delle materie prime: il petrolio - tornato sopra gli 80 dollari al barile, a causa del taglio della produzione da parte dell'Opec+ - e il gas, che si è spinto sopra quota 50. Un cambio di paradigma causato probabilmente da un colpo di coda della speculazione, che ha forse approfittato dell'eliminazione, annunciata dall'Ue, degli approvvigionamenti di gas dalla Russia entro 18 mesi. Poiché l'inflazione europea dipende principalmente dalle materie prime, questi trend dovranno essere particolarmente tenuti sotto controllo. E ci dimostrano che il vortice inflattivo non è ancora stato domato, anche se la situazione sembra comunque in via di normalizzazione: dal 10%-11% dell'ultimo anno ci stiamo avviando verso un più rassicurante 4%.

Ubs-Credit Suisse: non è tutto oro quello che luccica

Timori anche dalla roadmap che porterà alla nascita del grande “campione nazionale” svizzero Ubs-Credit Suisse. Nonostante la rapida risoluzione del merger, si temono conseguenze per le molte vertenze che gli obbligazionisti (ma anche gli azionisti) di CS stanno già annunciando. L'accordo di fusione potrebbe dunque essere rinegoziato, anche se non è a rischio. Come ha affermato Martin Schlegel, vicepresidente della Banca Nazionale Svizzera, al canale radiotelevisivo di lingua tedesca, se l'operazione non fosse stata effettuata nel corso di quel fine settimana, il Credit Suisse sarebbe saltato alla riapertura dei mercati, causando molto probabilmente “una crisi finanziaria in Svizzera e in tutto il mondo”. Tuttavia, una parte abbastanza consistente dei cittadini elvetici mostra di non gradire la soluzione, ritenendo che sarebbe stata più conveniente una nazionalizzazione della banca e una successiva vendita dell'asset “ripulito”. Preoccupazione anche dai sindacati per i licenziamenti attesi a causa della fusione, pari al 25% della forza lavoro. In tutta questa incertezza, si è comunque sicuri che – come ha detto Sergio Ermotti, ceo “di ritorno” di Ubs – la nuova banca non sarà un colosso. "Anche mettendo insieme Ubs e Credit Suisse”, ha affermato a un intervista al Sole 24 Ore, “non saremo in vetta alla classifica per dimensioni dei gruppi bancari internazionali". Ci sarà dunque una sovrapposizione, più che una crescita. Anche perché, lo ricordiamo, i clienti con il conto corrente in due istituti di credito protagonisti di un merger ne spostano solitamente uno altrove, per mantenere un approccio diversificato e salvaguardare la multibancarizzazione. Quindi, ha affermato Arturo Bris, docente di Finanza alla Imd di Losanna, le sinergie saranno “inesistenti” - a parte quelle che sorgeranno dal calo dei costi. Il modello del nuovo “campione nazionale”, ha comunque assicurato Ermotti, metterà al centro la gestione dei patrimoni, cercando di limitare il più possibile le attività di banca di investimento.

Brasile e Cina, fuga dal dollaro

A livello mondiale fa molto parlare l'accordo di scambio, per molti versi clamoroso, tra Brasile e Cina. Secondo l'intesa, definita in un documento congiunto, i due paesi Brics effettueranno le transizioni finanziarie tra di loro (circa 150 miliardi di dollari l'anno) direttamente in yuan e reais. Escludendo, cioè, il dollaro e il sistema Swift. L'operazione sarà effettuata mediante la fondazione di una clearing house per compensare debiti e crediti nelle due valute nazionali. Per la Cina, questo non è il primo accordo di questo tipo (ne ha già stretti con Russia, Iran, Pakistan e Arabia Saudita), ma l'ingresso del Brasile in questo sistema segna uno sbarco in forze di Pechino in quello che fu il “cortile di casa” degli americani. Oltre che un'indubbia perdita di influenza (economica e politica) degli Usa, la silente espansione cinese sta causando una perdita economica non indifferente a Washington, privata di sempre maggiori commissioni di cambio valuta

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Bce, sui tassi è confronto aperto

Il board della Bce è ormai spaccato tra “colombe” e “falchi”: all'intervento di Fabio Panetta, che ha invitato l'Eurotower a considerare i rischi della stretta monetaria, è seguita la replica della rappresentante tedesca Isabel Schnabel, sostenitrice del 2% di inflazione a ogni costo. Intanto preoccupa l'effetto della ripartenza cinese sul prezzo delle materie prime

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Ricordate la Banca Centrale Europea dai toni felpati e dal linguaggio paludato? Bene: archiviatela. I tempi degli interventi in punta di penna e delle posizioni attutite sembrano ormai un lontano ricordo. In epoca di inflazione e di netta differenza di posizioni sull'aumento dei tassi, il confronto tra i “falchi” e le “colombe” è ormai aperto, e nessuno fa alcunché per nasconderlo. Lo hanno dimostrato gli interventi, la scorsa settimana, di due membri del comitato esecutivo dell'istituto centrale. Ha buttato il sasso Fabio Panetta - ex direttore generale di Banca d'Italia – nel corso di un evento svoltosi a Londra giovedì scorso. Ha replicato il giorno seguente, in un'intervista, la tedesca Isabel Schnabel.

Tu chiamala, se vuoi, inflazione

Panetta, echeggiando le parole più volte pronunciate dal governatore di Bankitalia Vincenzo Visco, ha espressamente criticato la velocità con cui la Bce sta ritoccando i tassi verso l'alto. L'inflazione, ha affermato Panetta, “potrebbe evolversi in entrambe le direzioni. Penso che siamo di fronte a una incertezza molto elevata. Non dico che dobbiamo fermarci, ma di prenderci il tempo che serve per valutare meglio l’economia”. Una chiara critica alle linee guida decise da Christine Lagarde, che invece di mediare tra falchi e colombe sembra essersi arruolata nel primo gruppo senza ripensamenti di sorta. La risposta di Panetta è stata altrettanto netta: “non è più necessario”, ha affermato, “porre enfasi unicamente sui rischi inflazionistici al fine di evitare gli scenari peggiori. Occorre invece considerare il rischio che la stretta monetaria risulti eccessiva, oltre all’eventualità che la nostra azione possa rivelarsi insufficiente. Dobbiamo procedere con gradualità, al fine di evitare costi eccessivi per l’economia reale. Questo non significa che non agiremo con decisione nella nostra lotta all’inflazione. Significa che ci muoveremo con decisione nella giusta direzione. Non dobbiamo guidare come un pazzo a fari spenti nella notte, ha chiuso, citando la leggendaria Emozioni di Mogol-Battisti. Omettendo di aggiungere “per vedere se poi è tanto difficile cadere in recessione”: questo rischio è, naturalmente, noto a tutti.

 1-1, palla al centro

Giusto il tempo di commentare l'intervento di Panetta e puntuale è arrivata la risposta di Isabel Schnabel, convinta che sia il costo della vita a rappresentare il rischio più consistente per l'Europa. E che quindi il rialzo previsto per marzo non possa essere messo in discussione. “Siamo ancora lontani dal poter cantare vittoria”, ha affermato l'economista tedesca, “I mercati ritengono che l’inflazione scenderà molto rapidamente verso il 2% e che rimarrà lì, mentre l’economia andrà benissimo. Questo sarebbe un ottimo risultato, ma c’è il rischio che l’inflazione si riveli molto più consistente di quanto attualmente valutato dai mercati finanziari. Non è facile giudicare se le nostre misure siano già restrittive, ma considerato l’attuale livello dei tassi di policy e il livello e la persistenza dell’inflazione di fondo, un rialzo dei tassi da 50 punti base è necessario virtualmente in qualunque scenario plausibile, per riportare l’inflazione al 2%”. In una situazione, come quella attuale dell’area euro, in cui “non è nemmeno iniziato un ampio processo di disinflazione”, ha aggiunto.

Intervento fuori bersaglio

Per ora i “falchi” sono in maggioranza e Christine Lagarde sta seguendo la loro linea: è quindi davvero arduo pensare che a marzo il rialzo dei tassi non prosegua. Tuttavia, l'esternazione di Panetta ha reso pubblico un confronto già aperto da tempo. E che contrappone la lotta all'inflazione a ogni costo a una posizione più attenta ai rischi di recessione. I sostenitori di nuovi rialzi dei tassi si fanno forti della sostanziale tenuta dell'economia: ciò dimostrerebbe che l'attuale politica monetaria non ha prodotto danni collaterali e che è quindi possibile combattere l'inflazione a colpi di ritocchi del costo del denaro senza tracolli drammatici. Una simile posizione, tuttavia, rischia di ingenerare gli eccessi di ottimismo: i mercati vedranno infatti gli effetti della strategia “al rialzo” non prima di (almeno) sei mesi. Le “colombe” prendono le mosse da un particolare spesso troppo trascurato, e che noi non abbiamo mancato di far notare più volte: l'inflazione europea è diversa da quella americana. La seconda è di tipo classico, e quindi può essere combattuta con strumenti tradizionali. La prima dipende invece dall'energia, su cui un rialzo dei tassi non può certamente influire. L'Europa non può frenare i costi delle materie prime e non sarebbe in grado di farlo neppure se l'Ue fosse unita e compatta. Il rialzo dei tassi rischia quindi di bloccare la domanda senza neppure scalfire i rischi sul fronte energetico.

La Cina riparte

E i rischi sono ancora forti. Soprattutto in questi giorni, che vedono il completamento della riapertura cinese e l'acquisto, da parte di Pechino, del 50% in più di materie prime. L'allarme è soprattutto per il petrolio, ancora in posizione neutrale, ma che potrebbe salire a causa dell'ondata di fabbisogno cinese. È bene non sottovalutare neppure il dossier-gas. Il costo del metano – è vero – veleggia ormai sotto quota 50 e potrebbe subire ancora assestamenti in basso e la Russia aumenterà gradualmente la sua fornitura a Pechino, compensando il disimpegno in Europa e rispondendo alla domanda cinese. Tuttavia, ricordiamolo, gli aumenti del metano, che alcuni mesi fa aveva portato il suo valore al Tff oltre la soglia dei 300 euro per megawattora, potrebbero essere stati spinti a quei livelli anche dalla speculazione. Che potrebbe manifestarsi nuovamente nel futuro.

I rischi dell'elettrico

Nel dossier energia, in Europa c'è un convitato di pietra: lo stop alle auto endotermiche, previsto per il 2035. La decisione dell'Europarlamento sembra difficilmente reversibile – a meno che le prossime elezioni Ue, previste per il 2024 rovescino completamente le maggioranze attuali. Uno scenario a cui non credono neppure i produttori del settore automotive, che hanno già bloccato gli investimenti in veicoli tradizionali. C'era davvero bisogno di una decisione così radicale sulle auto? La risposta è no. Intendiamoci: gli interventi ambientali per salvare il pianeta sono necessari e doverosi. Ma non sono certo le automobili endotermiche le responsabili della crisi climatica. Secondo un'analisi statistica ripresa da Bill Gates, per esempio, l'incidenza dell'inquinamento automobilistico sul totale delle emissioni è appena dello 0,2% - percentuale che si abbassa notevolmente se si prendono in considerazione solo le vetture europee (nel resto del mondo, in tutta probabilità, si proseguirà a produrre le auto tradizionali). Lontani anni luce il cemento e gli allevamenti, settori ben più inquinanti. Ma spesso la vulgata comune è molto diversa dalla realtà: così, l'equazione “auto endotermiche – inquinamento”, spinta dalle lobby che hanno investito molto sull'elettrico, diventa difficile da criticare, anche se non ci sono prove che dimostrino un forte impatto della benzina sulla crisi ambientale. Mentre sono molte le controindicazioni che disseminano punti di domanda sulle e-cars. Sul fronte dei costi, prima di tutto. Anche se fosse possibile abbassare i prezzi correnti delle vetture (e ciò non è scontato), lieviterebbero comunque le spese di riparazione, che secondo una stima di Federcarrozzieri aumenteranno fra il +18% e il +30% rispetto a quanto avviene per le auto a benzina o diesel. Molto critica anche la tenuta della rete elettrica, che già ora si dimostra scarsa. Soprattutto in estate, quando sono accesi i condizionatori di case e uffici. Dal 2035, il territorio sarà disseminato di colonnine di rifornimento, gravando in modo ancora più pesante sul sistema e rallentando le ricariche, già molto più lunghe rispetto agli approvvigionamenti di benzina. Il rischio maggiore si manifesterà, comunque, in strada. In caso di incidenti, le auto elettriche sono vere e proprie bombe in movimento, che – a quanto dicono alcuni test – provocherebbero danni ben più gravi rispetto ai veicoli a combustione.

Aspettando le trimestrali

Infine, uno sguardo alla settimana dei mercati, il cui calo è stato moderato. Calma piatta, dunque, in attesa degli utili del primo trimestre 2023, che detteranno la linea per un po' di tempo. In ogni caso, occorre evidenziare che il rimbalzo dell'autunno-inverno è stato poderoso: per esempio, negli ultimi quattro mesi Milano ha conseguito un +37%. Per questi motivi, è consigliabile mantenere le posizioni in essere almeno fino alle trimestrali, per poi, eventualmente, correggere il tiro in un secondo tempo. Tra i settori che sicuramente daranno soddisfazione agli investitori, quello bancario, che dovrebbe risentire positivamente del rialzo dei tassi anche negli utili alla fine del prossimo mese. Prosegue la sua corsa il titolo Tim, che offre tuttora varie opportunità. La performance era prevedibile: l'offerta di Kkr, pari a 44 centesimi per azione, dimostra che il valore dell'azienda è sicuramente maggiore rispetto ai 20 con cui era quotato. Gli investitori avveduti hanno quindi puntato su questo titolo. E sul braccio di ferro Kkr-Cdp, che ha tutte le caratteristiche per giovare alle azioni dell'azienda telefonica.

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Inflazione, Visco tranquillizza: “situazione diversa dagli anni Settanta”

Il governatore della Banca d'Italia ne è certo: i due periodi storici sono del tutto diversi e la crisi attuale è temporanea. Ma la fine della politica “zero Covid” in Cina, con la maggior richiesta di energia e petrolio, potrebbe alzare i costi delle materie prime. Intanto, i consumi italiani spingono al rialzo le stime del pil atteso. Luci e ombre dai cantieri olimpici

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L'inflazione attuale non è assolutamente paragonabile a quella degli anni Settanta. Ad affermarlo è stato Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, lo scorso 11 febbraio nel corso di una lezione al Warwick Economics Summit di Londra. Secondo il governatore della Banca d'Italia, i due periodi sono differenti, sia per i miglioramenti della politica monetaria, sia per le trasformazioni strutturali che sono intervenute nelle nostre economie.

Nuovo rischio dal petrolio

L'analisi è sostanzialmente condivisibile, e – pur involontariamente – dimostra che il continuo rialzo dei tassi da parte della Bce non è una strada utile da percorrere. Abbiamo insistito molte volte sulla differenza fra l'inflazione americana (di tipo tradizionale) e quella europea, che dipende invece dal caro-gas, fenomeno a sua volta provocato dalla crisi russo-ucraina, dalla transizione energetica e dalla ripresa delle attività dopo il periodo delle restrizioni Covid. Cercare di schiacciare un'inflazione così atipica con strumenti tradizionali rischia di mandare le economie in recessione senza risolvere il problema: con la fine della politica zero Covid in Cina, il bisogno di energia (e soprattutto di petrolio) provocherà facilmente una stabilizzazione verso l'alto dei costi delle materie prime – anche perché Pechino ne assorbe circa il 50%. Per questo motivo, il prezzo del greggio, finora sotto controllo, rischia di tornare a salire, con una dinamica verso l'alto rinforzata dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.

La Cina è vicina

C'è però anche un rovescio della medaglia. La ripresa della Cina potrebbe infatti dare impulso all'economia europea, anche in presenza di un caro-petrolio. Se infatti Pechino riuscirà a invertire la rotta e innescare un periodo virtuoso sia sul fronte interno sia su quello delle esportazioni, si verificherà un effetto positivo su tutta la catena del valore. A cominciare dall'Europa. A trarre beneficio da questo trend in crescita, però, sarà anche la Russia: la crescita cinese obbligherà Pechino ad aumentare la fornitura di materie prime, che acquisterà soprattutto da Mosca. Le sanzioni europee, i cui pacchetti continuano a fiorire in quel di Bruxelles, saranno quindi ancor più vanificate. Insomma, le previsioni dell'ex premier Mario Draghi, che allo scoppio della guerra pronosticava una Russia in bancarotta entro due mesi, si sono rivelate del tutto errate.

Le obbligazioni spingono il pil

Sicuramente fanno bene all'Italia gli ultimi dati sul prodotto interno lordo, che la Commissione Europea ha stimato, per il 2023, a un +0,8%. Il dato rivede verso l'alto la previsione sul pil diffusa a novembre (+0,3%) e l'inflazione attesa, passata dal 6,6% al 6,1%. Il prossimo anno, sempre secondo questi dati, la situazione potrebbe essere ancora migliore: pil previsto a +1% e inflazione al 2,6%. Il buon risultato dipende anche dall'inversione di tendenza sui consumi, che a loro volta sono stati spinti dal rialzo dei rendimenti sulle obbligazioni. Gli italiani sono un popolo di risparmiatori, molto orientato ai bond: i rendimenti fra il 4% e il 6% sulle cedole generano dunque una ventata di serenità e ottimismo, allentando il freno allo shopping. Sorride anche l'azionario che, anche grazie a bilanci migliori delle aspettative, continua il suo trend favorevole. A contribuire è anche il buon momento dei titoli bancari, che hanno messo il turbo sia a causa dell'aumento dei tassi, sia per la loro alta capitalizzazione. È quindi consigliabile mantenere le proprie posizioni sull'azionario, almeno fino a quando il mercato dovesse iniziare a mostrare correzioni brusche e significative.

Inflazione Usa, dati non del tutto positivi

Notizie non del tutto positive dall'inflazione americana su base annuale, che a gennaio si è attestata sul 6,4%. Un dato sì in calo rispetto al 6,5% del mese precedente, ma oltre la previsione del mercato (6,2%). Sale invece dello 0,5% (invece che dello 0,4% che ci si attendeva) la percentuale mensile. Se invece escludiamo cibo ed energia, la crescita annuale è del 5,6%  e quella mensile dello 0,4% (entrambe lo 0,1% in più rispetto alle attese). Queste percentuali rendono praticamente certo un nuovo ritocco dei tassi da parte della Federal Reserve.

Londra, la crisi continua

Se il prodotto interno lordo italiano mostra ottime prospettive, i dati sul pil britannico non sono per nulla tranquillizzanti. Se Londra, a fine 2022, si è salvata dalla recessione per un soffio, a fine febbraio probabilmente non potrà più evitarla. L'inflazione è molto alta, causa impoverimento e soffia sul fuoco delle proteste sociali che si fanno più forti, con manifestazioni e scioperi di varie categorie professionali. In questa situazione, oltre alla congiuntura internazionale, entra in gioco anche la Brexit, che ha acuito un già forte squilibrio della bilancia commerciale. Nonostante l'indipendenza energetica che contraddistingue la Gran Bretagna, con le riserve di petrolio nel Mare del Nord, il problema strutturale di carenza di manodopera finisce per colpire gli approvvigionamenti e crea un'offerta ridotta, a fronte di una domanda molto alta. Si è parlato più volte di una riapertura delle trattative con l'Europa, per trasformare la Brexit “forte” in una formula più soft. Ora come ora, con i Conservatori al governo, rivedere i termini della collaborazione Londra-Bruxelles è impossibile. Per riaprire i giochi occorrerà forse attendere le elezioni e un probabile cambio di governo.

Milano-Cortina, spese più alte per il Villaggio Olimpico

Il conto alla rovescia per Milano Cortina 2026 è già ufficialmente iniziato. E i lavori per il villaggio olimpico, in costruzione alla ex stazione ferroviaria di Porta Romana, sono in anticipo di quattro mesi. Cattive notizie, però, sul fronte spese: il villaggio costerà infatti il 30% in più di quanto previsto, portando il conto a 150 milioni. Il rincaro dipende essenzialmente dai maggiori costi delle materie prime (evidentemente gli appalti non prevedevano prezzi bloccati), ma anche dall'aumento della superficie richiesto dal Comune (10.000 metri quadrati, che si aggiungeranno ai 70.000 iniziali). Questo anche in previsione della destinazione post olimpica dell'area, che diventerà una residenza universitaria con 1.700 letti a disposizione degli studenti fuori sede. Il vantaggio di Milano Cortina, in ogni caso, è la situazione degli impianti, in gran parte già pronti ancora prima dell'assegnazione. La partita più impegnativa si gioca sulle infrastrutture, dove non tutte le notizie sono positive. Sembra ormai certo che alcuni lavori previsti non saranno completati in tempo: tra queste, il prolungamento della tangenziale di Bormio, la bretella di Chiavenna, lunga appena 8 chilometri e forse anche la soppressione di alcuni passaggi a livello e il tram Forlanini-Rogoredo. In totale, delle 42 opere di viabilità previste, ne saranno sicuramente ultimate in tempo utile solo 11. Le altre sono in ritardo (e in forse). Nonostante questo, è molto probabile che il ritorno per le aree protagoniste dei Giochi sia, alla fine, molto positivo. Se Milano sta ancora volando sulle ali di Expo 2015, si può prevedere un analogo beneficio dopo la kermesse olimpica. Certamente l'occasione andrebbe sfruttata a pieno, ripensando completamente l'industria sciistica lombarda e alpina. La Torino post-olimpica ha fatto da apripista, lanciandosi come comprensorio sciistico di riferimento per inglesi e irlandesi, anche grazie all'apertura di rotte low cost invernali su Caselle. L'esempio potrebbe essere replicato in grande con i cinesi: se dopo i Giochi Olimpici si riuscisse a organizzare l'arrivo di aerei giornalieri da Pechino o Shanghai per Malpensa, Venezia e Torino, la ricaduta economica per tutte le aree montane interessate sarebbe clamorosa. E trasformerebbe la nostra neve nell'oro bianco italiano. Temperature permettendo.

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2023, la riscossa dei bond?

Dopo 11 anni di performance poco attraenti, le obbligazioni potrebbero tornare a spiccare il volo. Poche attese, invece, sull'azionario, pesantemente condizionato dalla recessione in arrivo. E le materie prime...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'anno che si è appena chiuso ha causato molti incubi agli investitori. A essere colpiti sono stati soprattutto gli obbligazionisti, che nel corso del 2022 hanno perso molto di più rispetto al rialzo, continuo e graduale, dei tassi di interesse.

Ora, sono molti i segnali che suggeriscono un'inversione di tendenza: il 2023 potrebbe configurarsi come il primo in 11 anni a offrire rendimenti interessanti per i bond. La storia ci insegna che, dopo una serie di chiusure al ribasso, le obbligazioni tornano a crescere, con performance tra cedola attesa e capital gain che potrebbero arrivare fino al 10%.

Obbligazionario vs azionario

Sembra quindi che il 2023 possa davvero essere l'anno buono. La remunerazione attesa è decisamente golosa: senza spingerci sulle previsioni più ottimistiche, possiamo comunque attenderci rendimenti fra il 5% e il 7%.

La possibile riscossa dell'obbligazionario è uno dei motivi per cui probabilmente il mercato azionario non offrirà grandi spunti. Tutte le economie europee stanno entrando in recessione, anche se non si riesce a prevedere quanto il fenomeno sarà profondo. Se la depressione dell'economia assumesse una forma moderata, non assisteremmo a particolari crolli e magari a fine anno i mercati chiuderebbero in positivo, seppure di poco; in caso contrario, possiamo aspettarci un nuovo anno in calo. Comunque vada, dovremo rapportarci con una forte volatilità.

La grossa incognita viene, ancora una volta, dalla geopolitica: se la guerra russo-ucraina, come purtroppo sembra, dovesse protrarsi, l'impatto sull'economia reale potrebbe confermarsi negativo e la recessione rischierebbe di manifestarsi in forma pesante. A peggiorare ulteriormente la situazione, la crisi tra Serbia e Kosovo, meno impattante dal punto di vista economico (i due paesi dell'ex Jugoslavia non dispongono di materie prime importanti), ma preoccupante per la posizione dell'area nel cuore dell'Europa e per i timori di una nuova, pericolosa “balcanizzazione” degli equilibri continentali.

Il mix di partenza

Per l'azionario è dunque lecito aspettarsi un primo trimestre non facile, con i mercati che potranno scendere ancora un po' per poi riprendere nel corso dell'anno, con la possibilità (recessione permettendo) di chiudere in positivo. Ma realisticamente non ci si può aspettare una media maggiore del 5-6%.

Per questo motivo, è saggio iniziare con un mix moderato: una componente azionaria prudente, aspettando di valutare un aumento del suo peso nel corso dell'anno, e un investimento molto più costruttivo e aggressivo sull'obbligazionario perché, come già specificato, abbiamo già assistito al grosso delle perdite nel corso di quest'anno.

Materie prime

Resta il nodo delle materie prime. Difficile prevedere le nuove evoluzioni del prezzo del gas: certo è che le aperture russe sulle forniture all'Europa potrebbero tenere il costo del metano sotto controllo. Nonostante dichiarazioni contrastanti, Mosca ha ancora bisogno dei soldi europei e le sue forniture ai paesi Ue dovrebbero crescere nel corso di questi mesi, assicurando un'erogazione ragionevole almeno per i restanti mesi invernali.

Per questo motivo, non dovrebbero esserci choc da offerta: si prevede che il prezzo del gas non superi quota 100 e rimanga ben distante dall'alto price cap introdotto dall'Unione Europea.

Il petrolio rappresenta un altro punto di domanda, ma la situazione attuale suggerisce che difficilmente si avvicinerà ai picchi raggiunti l'anno scorso. Il prezzo potrebbe, tuttavia, aumentare per la fine delle restrizioni in Cina e il superamento di questa importante ondata di Covid.

Tassi: nessuna schiarita in vista

E i tassi? Difficilmente si abbasseranno a giugno, come qualcuno prevedeva non prima dello scorso mese. Per ora, anzi, non ci sono segnali di stop ai rialzi che, come in un ping pong Washington-Francoforte, vengono decisi dalla Fed e dalla Bce.

Una volta raggiunto un livello considerato accettabile, o coerente con le politiche antinflazionistiche, le banche centrali stabilizzeranno poi gli interessi, come è d'uso fare. Ci vorrà un po' per considerare la possibilità di invertire la tendenza e puntare sui ribassi: forse i tassi resteranno alti per tutto il 2023.

L'anno successivo, negli Stati Uniti, le cose potrebbero cambiare. Non per motivi strettamente legati alla lotta all'inflazione, ma per ragioni essenzialmente politiche: il 2024 è infatti anno elettorale per gli Stati Uniti. Jerome Powell, nominato da Donald Trump e confermato da Joe Biden, è al suo secondo quadriennio come presidente Fed: dovrebbe, quindi, conservare una certa indipendenza. Ma, come si sa, le pressioni della politica possono comunque rivelarsi forti.

Nell'Ue, invece, molto dipenderà dai prezzi delle materie prime, a cui l'inflazione europea è legata a filo doppio. La Bundesbank – che de facto detta la linea della Bce – prevede la possibilità di un rialzo dei tassi fino al 4%: anche in questo caso, prima dell'anno prossimo sarà difficile un rientro, anche parziale.

Certo è che la spirale inflattiva non colpisce tutti i paesi europei allo stesso modo: secondo uno studio di Confartigianato, a novembre dello scorso anno i prezzi dei beni energetici sono cresciuti mediamente del 34,9% nell'area euro e del 68,1% in Italia. Praticamente il doppio. A spiegare questo fenomeno può essere la speculazione, soprattutto su gas ed elettricità: l'Italia ancor oggi paga costi energetici più alti rispetto al resto dell'Eurozona.

Occorre quindi intervenire al più presto, per evitare che il paese finisca in stagflazione. E che il 2023, per l'economia, si riveli ancora peggiore dell'anno appena concluso.

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Si chiude un nuovo annus horribilis per i mercati finanziari

Le previsioni per il 2022 delineavano un periodo di ripresa, inflazione sotto controllo e buone prospettive per gli investimenti. Ma nessuna di queste congetture si è avverata: i mercati hanno dovuto fronteggiare incertezza, paura e perdite. Nell'azionario e, soprattutto, nell'obbligazionario. Al calo di quasi il 14% dell’indice Msci World (rappresentativo delle borse mondiali) misurato in euro e ai decrementi dei bond vanno aggiunti il deprezzamento dell’euro (del 7%) e la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione del 10%.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le previsioni per il 2022 dell'economia mondiale erano decisamente tranquillizzanti. Le graduali riaperture dopo la lunga stagione dei lockdown e delle restrizioni inducevano a sperare in una ripresa, mentre i rincari di gas ed elettricità (già in atto nel 2021) non preoccupavano più di tanto.
Se dunque andassimo a rileggere le aspettative che gli economisti mettevano nero su bianco a fine dicembre 2021, osserveremmo una certa unanimità di giudizio su un 2022 solido, con inflazione sotto controllo e buone prospettive per il mercato. A titolo d’esempio, le aspettative sui tassi americani prevedevano di avere i Fed funds all’1% a fine dicembre 2022; invece oggi siamo al 4,25% e abbiamo assistito da parte della Federal Reserve alla più veloce stretta monetaria della storia.

Ipotesi smentite
Tutte le ipotesi espresse nel 2021 sono dunque crollate come castelli di carta. I mercati azionari hanno incontrato una lunga fase di ribasso, recuperando poi con un rimbalzo di lunga durata, ma insufficiente, mentre l'obbligazionario ha archiviato la peggiore stagione da 50 anni a questa parte, pur con prospettive di recupero per il 2023. Risultato: per la quarta volta da sempre (le altre, nel 1931, 1941 e 2018), azioni e bond hanno chiuso l'anno in negativo.
Ancora più allarmante la situazione delle materie prime, con il gas che ha raggiunto livelli record nel corso dei primi mesi della guerra russo-ucraina, per poi tornare a prezzi più gestibili (ma comunque ancora troppo alti) e il petrolio, che è schizzato in alto prima di attestarsi in un territorio più neutrale.
Risultato di questo annus horribilis: crescita dell'inflazione attorno al 10% nel mondo occidentale ed economie che stanno per entrare in recessione.

Azionario
Che le previsioni di fine dicembre non fossero corrispondenti a realtà lo si era capito fin dall'inizio dell'anno. Dopo i primi tre giorni all'insegna della crescita, la prima settimana di gennaio si era infatti chiusa con forti cali dei mercati, sia azionari, sia obbligazionari.
Inizialmente, il fenomeno sembrava passeggero e poco preoccupante. Ma la crisi sul confine russo-ucraino, che avrebbe poi portato all'invasione da parte di Mosca e al conflitto tra i due più importanti stati ex sovietici ha buttato in acqua un altro cigno nero, a un paio d'anni di distanza dall'esplosione del Covid.
Il calo dei mercati azionari è proseguito fino a fine estate e il rimbalzo d'autunno – pur solido e rassicurante – ha offerto un recupero solo parziale delle perdite accumulate nel corso dell'anno. Nell'azionario, i mercati europei chiuderanno dunque a -10%, l'indice S&P a -20% circa e il Nasdaq a -33%. Pur meno coinvolte dalla guerra russo-ucraina, anche le Borse asiatiche archivieranno l'anno con un arretramento. In totale, l'indice Msci World, rappresentativo di tutte le Borse mondiali, chiuderà il 2022 con un calo di quasi il 14%.

Obbligazionario
Se l'azionario è calato, l'obbligazionario ha subito un vero e proprio crollo. I bond chiuderanno il 2022 con perdite ampiamente superiori al 10%, registrando l'anno peggiore degli ultimi 50.
Se esaminiamo solo i governativi dell'area euro, osserviamo che l'arretramento è stato di circa il 14%. L'anno scorso tutti i bond dei paesi che adottano la nostra moneta con scadenze fino a cinque anni davano rendimenti negativi (Grecia compresa), mentre oggi non ce n'è uno che non offra performance positive (Germania inclusa: il Bund decennale è salito da un -0,17% al 2,2%).
Discorso non troppo diverso per gli Stati Uniti, dove il Treasury era già in territorio positivo (1,5%) ed è balzato oltre il 3,5%.

Inflazione spinta dal gas
Nel 2022, molte materie prime hanno raggiunto picchi preoccupanti, per poi scendere e attestarsi su prezzi più sopportabili.
Il caso più clamoroso, che ha fatto tremare le economie di mezzo mondo, è rappresentato dal gas, la cui galoppata vorticosa ha rischiato di mandare a terra l'intera Europa. Il caro-bollette – fenomeno ancora in corso, nonostante il ritorno dell'oro blu a livelli prebellici – ha provocato la chiusura di varie aziende, soprattutto in Italia e Germania, mettendo a serio rischio l'esistenza di intere filiere produttive, oltre che la solvibilità delle famiglie.
Gli interventi di alcuni paesi per arginare salassi (Spagna e Portogallo prima, Germania poi) e il calo dei prezzi hanno mitigato eventuali conseguenze. Ma nulla ha potuto fermare l'inflazione, che in Europa è meno facile da combattere rispetto a quanto avviene nel resto del mondo, proprio perché legata al prezzo del gas e ai timori di non poterne ricevere a sufficienza.
Anche per questo motivo è difficile prevedere se il metano salirà di nuovo, resterà ai livelli attuali (comunque ancora molto, troppo alti rispetto a quelli storici) o diminuirà ancora, anche grazie al tempo eccezionalmente mite che sta contraddistinguendo il periodo natalizio. Certo, se i valori del gas dovessero rimanere sotto quota 100 ci si aspetta una decisa riduzione delle bollette dal prossimo mese, o al massimo da febbraio. Se ciò non avvenisse, sarebbe doveroso indagarne i motivi ed evitare che qualche fornitore sfrutti la situazione di incertezza per interessi personali.

Petrolio sulle montagne russe
Per un certo periodo, coincidente con i record dei prezzi del gas, anche il costo del petrolio era schizzato molto in alto. Il fenomeno aveva costretto il governo italiano a diminuire provvisoriamente le accise, che notoriamente pesano sul prezzo del pieno in misura maggiore rispetto allo stesso costo del carburante. Una decisione che ha provocato anche conseguenze imprevedibili – come la situazione che ha visto il “sorpasso” dei costi benzina alle pompe svizzere (storicamente meno care) rispetto a quelle italiane.
La recente diminuzione dello sconto fiscale sul carburante, deciso dal governo Meloni, non ha influito molto sui prezzi alla pompa, rimasti stabili a causa di un calo degli indici Brent e Wti.
Ma il futuro è incerto. A provocare un nuovo rialzo del petrolio potrebbero contribuire decisioni dell'Opec+, la ricostituzione delle riserve strategiche da parte degli Stati Uniti e la ripartenza della domanda di oro nero in Cina.

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Italia finalmente in crescita

Il prodotto interno lordo del nostro paese si è incrementato più delle previsioni e il rapporto debito-pil chiuderà il 2022 in calo rispetto all'anno precedente. Mentre ottobre si è confermato il mese del rimbalzo, che non è stato scalfito (almeno per ora) dal boom del prezzo del grano

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Nel corso di ottobre, i mercati hanno registrato il rimbalzo che tutti auspicavamo. Certo, siamo ancora lontani da un recupero netto (l'azionario è ancora a -20%), ma la svolta ci autorizza a conservare timide speranze sulla prosecuzione del trend. Particolarmente positivo l'obbligazionario, che sembra finalmente in rialzo, almeno sulla parte lunga della curva, sia in Europa, sia negli Stati Uniti.

Pil, Italia in maglia rosa
A ciò si aggiunge una notizia positiva per l'Italia: il pil è cresciuto più delle previsioni, rendendo lo spread, sceso a 215, minore rispetto a molti altri differenziali. Inaspettatamente, il nostro paese farà registrare la crescita più solida all'interno dell'Ue: grazie anche all'inflazione, il rapporto debito-pil si rivelerà decisamente più basso rispetto all'anno scorso.
In cifre, si prevede che questo valore a dicembre scenda a quota 150, mentre la crescita – influenzata dal “combinato disposto” fra l'aumento del prodotto interno lordo e l'inflazione – dovrebbe superare l'11%.

Grano, nuovi problemi all'orizzonte
Se ottobre può essere archiviato come un mese positivo per i mercati, l'ultima seduta del mese ha però visto un'impennata del prezzo di grano e mais, causata dallo stop russo all'accordo. Finora, questo rialzo non ha avuto impatti sugli indici, influenzati positivamente dal calo del prezzo del gas, ma pone un'incognita sul futuro. Soprattutto perché è parte di un circolo vizioso di azioni e reazioni sul campo di battaglia russo-ucraino che rischia di coinvolgere l'Occidente in maniera più diretta.
Europa e Stati Uniti, dal canto loro, non hanno ancora compreso pienamente che le sanzioni non stanno più di tanto danneggiando la Russia: Mosca commercia tranquillamente con gli altri paesi non allineati e vende le proprie materie prime in Asia, continente da cui poi si approvvigiona.

Lula e il sogno della moneta unica sudamericana
Tra i paesi che commerciano senza restrizioni con la Russia c'è anche il Brasile, i cui scambi con Mosca sono aumentati di oltre il 100%. Il ritorno di Lula alla presidenza, sancito domenica scorsa dalle urne, non cambierà la situazione. Anzi: il suo mandato potrebbe ulteriormente raffreddare i rapporti con gli Stati Uniti. Soprattutto nel caso in cui il presidente brasiliano tornasse a parlare di un progetto che, se realizzato, rappresenterebbe un duro colpo a secoli di strategie politiche monroviane: la creazione di una moneta unica sudamericana. Dal punto di vista politico non ci sarebbero ostacoli, dato che per la prima volta nella storia tutti i paesi latini del Sudamerica sono governati da esponenti di sinistra o centro-sinistra.
Realizzare un “euro sudamericano” sarebbe però molto difficile dal punto di vista economico per la presenza di paesi molto instabili, come Venezuela e Argentina, che non rientrerebbero nei parametri di ammissione. Mentre non sarebbe scontata l'adesione dell'Ecuador “dollarizzato”.
Inoltre, non si sa quanto un simile piano possa giovare al Brasile, vera locomotiva del Sudamerica: per il paese sarebbe più conveniente guardare all'esempio europeo (il cui pieno progetto è ancora in fase di realizzazione) e tenersi stretto il real.
Per il resto, la sfida di Lula appare molto impegnativa. In primo luogo, dovrà gestire il potere in maniera diametralmente opposta rispetto ai mandati precedenti, impegnandosi in una lotta senza quartiere alla corruzione.
In secondo luogo, il presidente non potrà scontentare le parti produttive del paese, che hanno votato in gran parte per Bolsonaro, né il parlamento, ancora dominato da una maggioranza di destra. Anche per questo motivo, Lula ha scelto come vicepresidente Geraldo Alckmin, iscritto al Partito Socialista ma proveniente da un movimento centrista e decisamente pro-mercato.

Tassi, niente di nuovo a Francoforte e Washington
Qualsiasi risultato delle presidenziali non avrebbe comunque messo in discussione la crescita economica brasiliana, dovuta anche al rincaro delle materie prime di cui il paese è esportatore. Tutto questo mentre l'inflazione è scesa in misura tale da bloccare ulteriori aumenti dei tassi.
Aumenti ancora in agenda per Bce e Fed, che alternativamente ritoccano il livello verso l'alto (domani sarà il turno della Federal Reserve, con un probabile rialzo di 75 basis point). Allo stato attuale molti analisti prevedono che i tassi americani non siano destinati a superare il picco massimo del 5%; poi, inevitabilmente, si andrà verso una discesa.
Una certa influenza potranno averla le elezioni di mid term, previste per martedì prossimo: se i democratici dovessero perdere anche il senato, la situazione economica potrebbe avere riflessi positivi, generati da politiche di bilancio meno espansive e un approccio diverso sul fronte ucraino.

Il cinguettio di Elon Musk
Sempre oltre oceano, si conclude la telenovela-Twitter: dopo un tira e molla estenuante, Elon Musk ha infatti comprato il social network dei cinguettii.
Nel commentare questa operazione, i giornali si sono concentrati sul drastico cambio di linee guida che fonderanno il nuovo Twitter, più aperto a una molteplicità di opinioni e posizioni, sia dal punto di vista politico, sia etico, e meno tollerante nei confronti dei bot.
La vera sfida, però, risiede nella sostenibilità finanziaria dell'azienda: economicamente Twitter ha seri problemi ed è stato pagato troppo rispetto al suo valore corrente. Un problema che affligge anche Facebook, il cui sbarco sul metaverso si è rivelato poco fruttuoso, e che ha perso oltre il 70% della sua capitalizzazione da inizio anno. Musk sarà dunque chiamato a rendere redditizio Twitter in un periodo in cui il modello economico dei social network è entrato un po’ in crisi.
Se, comunque, il closing dell'operazione Twitter ha conquistato spazio sui giornali, anche per la popolarità della piattaforma, il vero “colpaccio” di Musk è un altro: l'acquisizione del 20% di Glencore, prima società al mondo per commercio di materie prime. L'operazione porta Tesla ad un miglior controllo della propria catena di approvvigionamento e, di conseguenza, a coprire la filiera a monte. Ricordiamolo: Tesla, nonostante la perdita del 43% da inizio anno, può vantare una capitalizzazione di 720 miliardi di dollari – cifra che è maggiore rispetto a tutti gli altri produttori di auto del mondo messi insieme.

Periodo buono per i bancari
Infine, un focus su Unicredit, il cui utile è salito a 4 miliardi (Russia esclusa), raggiungendo con due anni di anticipo il traguardo previsto dal suo piano strategico.
Il dato, in gran parte inatteso, dipende anche dai buoni risultati delle continue operazioni di buy back, oltre che dai conti solidi del gruppo e dall'aumento dei tassi, che favorisce l'intero sistema bancario.
Attendiamo ora gli utili di Intesa Sanpaolo, che si preannunciano, come quelli di Unicredit, superiori alle aspettative.

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Price cap: forse ci siamo?

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.

Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.

L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.

Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.

Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.

 

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Mercati, navigazione tranquilla

Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari

 

Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.

È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.

Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.

Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.

 

Meglio l'Europa

Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.

In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.

Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.

 

La discesa del petrolio

In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.

D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.

 

Ma il gas va sempre più su...

Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).

Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.

Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.

Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.

 

C'è chi scende e c'è chi sale

Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.

Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.

L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.

Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.

 

Giappone, deludono i dati sul pil

Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.

Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.

 

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Nasdaq, solo una fiammata dal "terremoto Twitter"

L'operazione di Elon Musk sul social network ha provocato un forte rialzo dell'indice, ma si prevede che il picco sia passeggero. La crescita degli Usa arriva invece dai nuovi dati sui posti di lavoro, mentre le stime europee (e italiane) devono subire l'ennesimo ribasso

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Per i mercati questo è un momento interlocutorio: il classico periodo di passaggio fra un quarter e l'altro, che ci introduce ai primi dati trimestrali. Il consueto clima di attesa tipico della primavera è stato, però, rotto da un'operazione inaspettata: Elon Musk, l'uomo più ricco del mondo, ha aperto improvvisamente il portafoglio e ha acquistato il 9,2% di Twitter, sborsando 2,9 miliardi di dollari per aggiudicarsi 73.486.938 azioni.
L'annuncio ha fatto registrare una buona performance giornaliera sull’indice Nasdaq, ma non è questa la conseguenza più importante che deriva dall'operazione. La fiammata dice, infatti, poco e niente: i titoli tecnologici trattano tradizionalmente a multipli molto elevati ed alla base della loro sostenibilità c'è la velocità di crescita delle società, sulla quale ha un impatto rilevante il livello dei tassi di interesse.
La riflessione principale è un'altra e si concentra sul controllo dell'informazione, di cui oggi i social network sono un canale molto forte e diffuso, soprattutto in un'epoca di crisi della carta stampata. Infatti queste grandi piattaforme decidono chi può parlare e chi no, che cosa si può dire e che cosa è invece vietato pubblicare sulla base di criteri soggettivi e abbastanza discutibili. Un potere, questo, che suscita più di una preoccupazione, se persino il Presidente degli Stati Uniti allora in carica (qualunque cosa si possa dire di lui) ha dovuto piegarsi a una “squalifica” di un anno e mezzo da parte di Twitter.
Il problema è il solito, ma elevato all'ennesima potenza: chi controlla i controllori? L'assenza di una risposta plausibile è abbastanza preoccupante.

Meno volatilità

In Europa la volatilità si è ridotta, come di solito accade quando i mercati stanno cercando una stabilità. Influisce anche il periodo di passaggio di cui abbiamo già parlato: a giorni inizieranno le campagne sui dividendi, che nel nostro continente si annunciano molto ricchi e quindi forieri di stabilità – a condizione che dal fronte di guerra non arrivino notizie peggiori.
Gli emergenti, da parte loro, hanno raggiunto risultati discreti, anche se poi i numeri dipendono dall’essere esportatori o importatori di commodity. Un esempio su tutti, la Turchia, che a differenza di ciò che è accaduto in Europa, ha archiviato buoni risultati sul fronte obbligazionario, mentre nell'azionario non ha ceduto più terreno dei paesi dell'Eurozona.
I mercati asiatici hanno fatto meglio, anche perché la guerra russo-ucraina ha un impatto più moderato su quelle macroaree rispetto all’Europa. Il loro problema è piuttosto legato a materie prime, che però Mosca continua a fornire, a prezzi ridotti rispetto a quelli che paghiamo noi europei.
Nel giudicare i vari mercati, ci sono anche le questioni, molto importanti, del livello di rischio e dei flussi di investimento. In questo caso, i kingmaker sono gli asset manager americani, che hanno una posizione dominante anche per la debolezza europea. In teoria, il mercato del nostro continente presenta valutazioni più attraenti rispetto a quello Usa, ma i gestori più grandi sono quelli statunitensi, che poi spostano gli investimenti oltre Atlantico. Anche perché l’Europa rimane un insieme di Stati sovrani senza una linea politica ed economica comune.Gli Stati Uniti sono ancora il dominus del mondo, mentre l'Europa non si scrolla di dosso la nomea di continente satellite, incapace di unirsi e di imporsi con una sola voce. L'euro ne è una grande dimostrazione: la nostra moneta è un po' un gigante dai piedi d'argilla: valuta forte, ma penalizzata dalla mancata unione politica e fiscale. Questa situazione fa tremare la divisa unica europea ogni qual volta venti di crisi attraversano, come una perturbazione atlantica in pieno inverno, il nostro continente.

L'euro soffre

E ora a colpire la stabilità dell'euro è la guerra, anche se, salvo eventi eccezionali, è difficile che il biglietto verde sfondi quota 1,08. Fa più impressione la parabola del franco svizzero, che è tornato quasi a raggiungere la parità sulla nostra valuta. Parità e nulla più, ma solo per una scelta della Banca Nazionale Svizzera, che continua a comprare euro per salvare le esportazioni e il turismo: se Bundesplatz smettesse di frenarne la corsa, il franco si rafforzerebbe ancora di più, raggiungendo livelli insostenibili per l'economia elvetica.
Il dollaro, si diceva, è comunque in buona salute. E lo sono anche gli Stati Uniti, che hanno registrato una buona creazione di ricchezza. grazie ai dati favorevoli sui posti di lavoro. Tuttavia, negli Usa, la destinazione del denaro è molto concentrata, e il cittadino che il prossimo novembre si recherà alle urne per le elezioni di medio termine penserà alle proprie tasche e all'aumento della benzina, non ai dati pur buoni della loro economia.
Se per gli Stati Uniti i progressi sono dunque visibili, ma distribuiti male, le stime di crescita europea sono continuamente al ribasso. L'Ue, che aveva già ridotto le previsioni dell'Italia, le ha ulteriormente ridimensionate, portandole al 1,7%. Anche in questo caso, la guerra è stata determinante. Ma non siamo gli unici a vedere un futuro poco confortante: le autorità tedesche hanno preannunciato ai loro cittadini che per il futuro dovranno rivedere il loro stile di vita. Argomenti delicatissimi, questi, perché non si sa mai come i cittadini possano reagire a questi cambiamenti repentini.
Sta di fatto che, in un modo o nell'altro, l'inflazione toglie potere d'acquisto e cambia, naturalmente in peggio, la vita dei consumatori. E quando non sono i prezzi ad alzarsi, è la quantità (o il peso) degli articoli in vendita a diminuire: si tratta della cosiddetta shrinkflation, effetto di una strategia utilizzata da alcune aziende per nascondere agli acquirenti un effettivo rincaro, contrastando in maniera meno evidente l'erosione dei margini.

Petrolio, la politica influenza i prezzi

Il petrolio ha invece attraversato una fase di moderati ribassi, innescata anche dall'ok del Presidente Biden allo sblocco delle riserve strategiche degli Stati Uniti.
Mentre sul fronte delle importazioni del gas russo in Europa, le posizioni sono molto chiare: a fronte di alcuni Paesi che vorrebbero sanzioni e stop all’import di gas russo, rispondono con un no deciso Germania, Austria e Italia, le cui economie verrebbero affondate in caso di una scelta così estrema. Al solito, ognuno guarda i propri legittimi interessi: si desume che è sempre facile fare la morale agli altri quando le conseguenze per il tuo Paese sono nulle.
Ma, se dovessimo avviare boicottaggi su scelte basate sui diritti umani, non potremmo certo fermarci alla Russia: dovremmo anche porre problemi morali su paesi come l'Arabia Saudita (che per molti anni ha bombardato lo Yemen, fino alla recentissima tregua), Emirati Arabi, Algeria e Azerbaigian (altre aree notoriamente critiche per diritti umani) e Venezuela (paese che ha uno dei tassi di criminalità maggiori al mondo).
Petrolio a parte, l'oro tiene, mentre l'alluminio è sceso di quasi il 15% dai massimi. L'unica materia prima a volare è il rame, che ha ripreso il trend forte avviato nel 2020 e ha raggiunto livelli record.
L'impressione è che le materie prime continueranno a rimanere forti. I produttori e i trasformatori affermano comunque che i prezzi non potranno superare livelli non sopportabili per il consumatore finale – perché questo innescherebbe una recessione.

Saipem: ritorno in pista?

Sul fronte delle grandi aziende, invece, l'aumento di capitale deliberato da Saipem ha fatto bene al suo rating: Standard&Poor's ha aumentato la valutazione da BB- a BB, con outlook positivo. La comunicazione dell'agenzia ha premiato chi ha avuto il coraggio di comprare le obbligazioni: infatti che le ha acquistate fra gennaio e marzo (su tutto, il bond più interessante era quello in scadenza nel 2028) avrà un rendimento superiore al 6%, per tutto il periodo, quindi in grado di coprirsi dall'inflazione.
L'investimento, come già avevamo detto allo scoppio della crisi si è dimostrato molto valido e, per logica, abbastanza sicuro: sarebbe stato impensabile non salvaguardare un asset strategico per il paese.
Meno logico è che i vertici, capaci di portare a un importante dissesto finanziario, siano ancora al loro posto. È vero che alcuni azionisti hanno annunciato l'avvio di un'azione di responsabilità, ma le class action in Italia difficilmente hanno avuto un esito soddisfacente finora. Per questo, molto probabilmente, tutto finirà in una bolla di sapone.

 

 


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