Colloqui Usa-Iran, la reazione dei mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La seconda parte della scorsa settimana ha riservato sorprese e colpi di scena sul fronte della crisi del Golfo. Ad alternarsi, a ritmo frenetico, tensioni e disgelo: dopo la firma digitale dell’accordo tra Washington e Teheran, i contendenti si sono riuniti al resort Bürgenstock (Svizzera) per i colloqui di pace; tuttavia, la nuova chiusura iraniana di Hormuz, causata dal proseguimento della guerra tra Israele e Hezbollah, ha rischiato di mandare tutto all’aria.
Se non che, le parti hanno ripreso a parlarsi. E le dichiarazioni ottimistiche da parte della delegazione iraniana, rilanciate dai negoziatori pakistani e qatarini, hanno fatto il resto: lunedì mattina il mondo si è svegliato mediamente positivo, con il petrolio tornato sotto quota 80. Tuttavia le Borse europee – che il venerdì precedente erano salite – sono apparse caute e prudenti.
Alla fine, i colloqui si sono chiusi ieri: l’Iran ha accettato le ispezioni Aiea sugli armamenti per assicurare la trasparenza sul nucleare, mentre gli Stati Uniti bloccheranno le sanzioni per due mesi.
Le parti hanno anche deciso di formare quattro gruppi di lavoro, dedicati a revoca delle sanzioni, nucleare, ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran.
Dai risultati dei colloqui e dalla situazione dello Stretto di Hormuz (che non è ancora completamente aperto, diversamente dalla situazione pre-bellica) sembra che Donald Trump sia il grande sconfitto di questa operazione. E che ora stia cercando di tornare a concentrarsi sulla situazione interna, dato che fra pochi mesi il Partito Repubblicano sarà impegnato nelle elezioni di metà mandato, che vedono il Grand Old Party nettamente sfavorito.
Calo strutturale
Come detto, gli spiragli di pace della scorsa settimana hanno spinto le Borse europee in alto. Ma così non è accaduto lunedì, e tanto meno ieri: i listini del nostro continente sono calati già in apertura, con storni tra lo zero virgola e oltre l’1%. Stamattina il trend al ribasso sembra confermarsi, con aperture deboli.
II motivo è semplice: come si usa dire, si comprano le notizie e si vendono i fatti. Ora i mercati giudicheranno secondo ciò che accadrà davvero e non più sui documenti, che già in passato sono stati siglati e poi disattesi o superati dai nuovi avvenimenti.
A rispondere alle molte incognite saranno anche il futuro di Hormuz e la velocità di normalizzazione delle consegne di petrolio, gas, fertilizzanti e materie prime, che non sarà immediata (si prevede un’attesa da sei mesi a un anno). Tutto questo mentre i Paesi del Golfo puntano alla costruzione di infrastrutture che agevolino un passaggio alternativo allo Stretto, nel caso in cui il futuro ci riservi altre chiusure.
Consolidamento dei rialzi
La discesa è anche figlia del bisogno di consolidare i rialzi degli ultimi tempi: per questo motivo, le perdite di questa settimana non sorprendono.
Il periodo di assestamento potrebbe durare fino alla pubblicazione delle semestrali, su cui le Borse hanno già puntato i fari: se i bilanci si rivelassero molto soddisfacenti, ci sarebbe spazio per un nuovo rilancio. Che sarebbe ancora più probabile in caso di ritorno del petrolio sotto quota 60, anche se il traguardo potrebbe concretizzarsi non prima di sei mesi-un anno.
Il calo delle Borse europee dipende anche dal sell off dei tecnologici negli Stati Uniti. Il Nasdaq è stato protagonista di un calo considerevole, che era prevedibile dopo l’euforia per la quotazione di SpaceX. Azienda che, dopo la super-valutazione e l’ingresso nel Nasdaq 100, ha essa stessa ripiegato, arrivando a perdere il 16% in un solo giorno.
Sono film già visti, come si usa dire: anche le prime bigtech, dopo la quotazione, non erano state esenti da perdite, anche dal 25% al 50%, recuperate poi in un secondo tempo con la corsa verso nuovi massimi.
Federal Reserve, tassi fermi
Chi credeva che con l’insediamento di Kevin Warsh la politica della Federal Reserve cambiasse radicalmente è rimasto deluso. Nella prima scadenza sui tassi, infatti, la banca centrale americana ha lasciato il costo del dollaro invariato. E c’è di più. Nove consiglieri su 18 del Fomc, comitato Fed che gestisce la politica monetaria americana, hanno previsto un possibile intervento al rialzo entro fine anno.
Questo anche perché l‘inflazione prevista è, per quest’anno, al 3,6%, molto oltre la percentuale “classica” del 2% – tutto questo in presenza di un mercato del lavoro sano e di un’economia ancora in ottime condizioni.
La reazione di Donald Trump è stata tutto sommato tranquilla: il presidente Usa, ancora concentrato sulla situazione internazionale, ha accettato di buon grado la scelta di stabilità, aggiungendo una critica molto temperata nei confronti di un’eventuale, successivo aumento, esprimendo comunque fiducia in Warsh.
Le dimissioni di Starmer
Turbini, invece, in Gran Bretagna: Keir Starmer, dopo la perdita di consensi anche nel suo partito, ha deciso di dimettersi da leader laburista e – di conseguenza – da primo ministro. Starmer ha affermato che starà al suo posto finché non sarà nominato un nuovo leader nei Lab: la corsa partirà con il giro delle candidature, previste dal 9 al 16 luglio.
Finora l’unico successore credibile è Andy Burham, ex sindaco di Manchester, fresco di vittoria alle elezioni suppletive a Makerfield nonostante il calo di consensi dei laburisti nei sondaggi su scala nazionale. Il che ha fatto della sua elezione un successo personale, ottenuto nonostante il partito. Il trionfo ha contribuito a minare le ultime sicurezze di Starmer, accelerando le sue dimissioni.
Burham, visto come probabile nuovo premier, ha un programma economico improntato sulla devolution e l‘aumento della spesa pubblica; quest’ultima voce, però, aprirà facilmente all’introduzione di nuove tasse, di cui la Gran Bretagna già provata dal post Brexit non ha certamente bisogno.
Il nuovo premier dovrà anche affrontare le difficili sfide legate all’immigrazione.
Risiko: le grandi manovre
Il risiko bancario è in pieno svolgimento e Unicredit sta giocando su più fronti. Commerzbank, prima di tutto: le adesioni all’offerta, che si è chiusa lo scorso 16 giugno, hanno raggiunto il 12,51%, portando Piazza Gae Aulenti al 39,28% del capitale della banca tedesca.
Una percentuale che, aggiunti derivato e strumenti regolati per cassa, porterebbe teoricamente il gruppo guidato da Andrea Orcel al 55,7%.
Il governo tedesco, però, mantiene il 12%, e non lo vuole cedere: si preannuncia così una convivenza difficile con le istituzioni di Berlino, che mal digeriscono l’operazione voluta da Orcel.
Oltre alla pista tedesca, Unicredit potrebbe tornare su quella milanese, rilanciando le proprie mire su Banco Bpm. Che, a sua volta, sta provando la strada della fusione con Mps – in competizione con Intesa Sanpaolo, anch’essa interessata a un merger con Siena, in alleanza con Bper e Unipol.
Un tutti contro tutti, sembra di capire, a cui non è estranea la possibilità di acquisire una succosa quota di Generali, che Montepaschi ha incamerato dopo l’operazione Mediobanca.
Alla corsa per il Leone di Trieste non sarebbe estranea neppure Unicredit che, secondo Il Sole 24 Ore, avrebbe contattato Delfin, proponendo uno scambio azionario. Con l’operazione, Piazza Gae Aulenti acquisirebbe il 10% di Generali, portandosi – soglie permettendo – al 19,2%. L’operazione, che è ancora a livello di rumour e non è quindi stata confermata ufficialmente, conferirebbe alla holding dei Del Vecchio una posizione importante fra i soci Unicredit.
Delfin, a opinione del quotidiano economico, non sarebbe però convinta dell’operazione. Certo è che, sul fronte risiko, i prossimi mesi potrebbero portarci manovre e operazioni clamorose, su molti fronti. Con strascichi imprevedibili sulla Borsa di Milano.
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I venti di Pace spingono le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Alla fine, la guerra fra Stati Uniti e Iran sembrerebbe incamminarsi verso la conclusione – o meglio, verso un arresto dei combattimenti. Anche se il condizionale è d’obbligo, dati i precedenti e la precarietà strutturale della situazione.
L’ottimismo è comunque giustificato, perché l’accordo fra i due Paesi sembra ormai raggiunto: la sua firma è in calendario all’hotel Bürgenstock, in Svizzera, il prossimo 19 giugno.
La notizia ha causato il crollo del prezzo del petrolio, che è ora sotto gli 80 dollari al barile. A contribuire al fenomeno, le speranze di una rapida riapertura completa di Hormuz anche se – almeno secondo il governo iraniano – Teheran manterrà la possibilità di regolare il traffico nello Stretto, insieme all’Oman. Se ciò si dimostrasse vero, parrebbe molto probabile un pedaggio per le navi in transito, anche se il vicepresidente Usa JD Vance ha escluso la possibilità.
Ai massimi
I venti di pace e il calo del petrolio si sono rapidamente riverberati sulle Borse, che hanno accolto il nuovo scenario con una dinamica espansiva: il rally, a cui ha contribuito anche l’ingresso in Borsa di SpaceX, ha portato vari indici ai massimi. Da questa dinamica non è stata esclusa Piazza Affari, a livelli da record.
La performance dei listini internazionali rende lecita un’osservazione: allo scoppio della guerra era davvero difficile immaginare che i mercati, tre mesi e mezzo dopo e con quotazioni del petrolio anche oltre i 100 dollari al barile, avrebbero raggiunto i massimi.
Dal 2022 la geopolitica è entrata pesantemente negli investimenti, ma – come ricordato più volte – i mercati hanno sviluppato anticorpi capaci di resistere a prove davvero impegnative. Anche per questo, chi ha mantenuto le sue esposizioni in portafoglio – in tutto o in larga parte – ha scelto una strategia vincente.
Se le cose andranno come tutti sperano, le Borse torneranno presto a orientarsi su fondamentali, tassi e inflazione, ristabilendo la normalità.
Valutazione record
Come già accennato, Space X ha fatto il suo ingresso ufficiale in Borsa, con una valutazione di 2.000 miliardi di dollari. L’importo supera la quotazione finora più alta, quella di Saudi Aramco nel 2019, e spinge il Nasdaq.
L’ingresso in Borsa del gruppo conferma la genialità di Elon Musk, che sembra aver messo in pratica le trame dei film di fantascienza degli anni Settanta: non ci stupiremmo se il magnate riuscisse a realizzare i suoi progetti di viaggi nel cosmo, fin dove nessuno si è mai spinto.
Certo, portare l’uomo su Marte – che è uno degli obiettivi dichiarati del trilionario sudafricano-americano – è ancora un obiettivo fantascientifico. Ma, se si dovesse scommettere su chi ha le maggiori possibilità di conquistare il pianeta rosso, sarebbe bene puntare proprio su Musk, che sicuramente dispone di più fondi a disposizione rispetto alla Nasa – per non parlare dell’Agenzia Spaziale Europea.
Intanto, al magnate è bastato sbarcare in Borsa per rendere milionari i suoi dipendenti – e questa è comunque una grande impresa.
La quotazione, occorre però sottolinearlo, ha un punto debole: il fatturato di SpaceX è di soli 18,6 miliardi di dollari. Se in quattro anni il dato dovesse spingersi a 450 miliardi, la quotazione avrebbe un senso. Altrimenti, rischierebbe di crollare.
Trump ferma Anthropic
Se SpaceX vola, Anthropic ha una battuta d’arresto. Non sul lato finanziario, ma dal punto di vista operativo. Adeguandosi alla volontà di Donald Trump, il gruppo di Claude ha infatti bloccato i modelli Mythos 5 e Fable 5.
La Casa Bianca ha ritenuto che gli algoritmi fossero talmente sviluppati da poter rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale americana; lo stop di Trump, relativo all’utilizzo dei due modelli nei Paesi esteri, è stato esteso temporaneamente anche agli utenti americani.
Le proteste Ue non si sono fatte attendere: un conto – ha osservato la Commissione – sarebbe stato introdurre un provvedimento restrittivo per Russia e Cina, un conto è colpire Paesi alleati.
Il blocco dei due modelli più avanzati di Claude, però, potrebbe rivelarsi il classico tentativo di fermare il mare con uno scoglio: se si rallenta Anthropic è possibile che a certi risultati ci arrivi qualcun altro, magari proprio aziende dei Paesi di cui l’amministrazione Trump ha più timore.
Giappone, tassi all’1%
Nessuna sorpresa sul fronte della stretta monetaria: la Bce, come da previsioni, ha alzato i tassi di 25 punti base. La decisione cambia ben poco, ma ha un valore simbolico molto forte e manda un segnale di economia asfittica e di inflazione legata alla scarsità dell’offerta. Un nuovo irrigidimento sul fronte valutario piacerebbe solo ai Bot people, che come nel 2022 avrebbero la possibilità di accumulare rendimenti senza sforzo, incamerando un reddito aggiuntivo e mettendo in circolo nuovo denaro nell’economia reale.
Ad alzare i tassi è stata anche la Banca Centrale giapponese, che li ha portati all’1%. Il livello, intendiamoci, è ancora basso. Tuttavia, allo stesso tempo, la percentuale è un record per una strategia monetaria – quella nipponica – abituata a percentuali basse, nulle o addirittura negative. Non per niente, a Tokyo i tassi non erano così elevati dal 1995.
La mossa dell’istituto centrale ha fermato la corsa del Nikkei, che aveva superato da poco l’asticella dei 70.000 punti e che è poi arretrata, anche se non di molto. Chiari i motivi della reazione: se i titoli decennali salgono, l’investimento in azioni diventa meno attrattivo. I mercati hanno dunque reagito a un possibile previsione di trend al rialzo.
Ricavi, i Mondiali surclassano le Olimpiadi
Il campionato del mondo di calcio è ormai in pieno svolgimento, ma si conosce già il nome di un vincitore. No, non stiamo parlando della nazionale che porterà a casa la Coppa del Mondo, ma della Fifa, che nel quadriennio che termina nel 2026 ha registrato ricavi per 14 miliardi di dollari, di cui 11,5 dalla massima rassegna per nazionali, 2 per la quella per club dello scorso anno e quasi 600 milioni per il mondiale femminile.
Una cifra enorme, soprattutto se paragonata con l’altro grande evento quadriennale: i Giochi Olimpici. Fra il 2021 e il 2024, il Cio ha incassato 7,6 miliardi di dollari, di cui poco meno di 4,5 per la rassegna a cinque cerchi di Parigi.
Il divario è molto forte, se si pensa che solo poco tempo fa Fifa e Cio se la giocavano con cifre abbastanza simili.
Il calcio è lo sport più popolare del mondo, ma ciò non basta a spiegare la performance dell’ultimo quadriennio. Sicuramente, a far volare i conti della Fifa hanno contribuito i maxi-investimenti dei Paesi petroliferi.
Il rischio è, tuttavia, che il gioco più amato al mondo diventi uno sport elitario, con biglietti di ingresso sempre più cari. Ci si augura che non si affermi il modello americano, che vede, per esempio, il costo dei tagliandi spingersi oltre i 50.000 dollari per i posti migliori delle finali Nba. Una strategia del genere allontanerebbe gran parte della popolazione dalla possibilità di assistere dal vivo alle partite rischiando, a medio termine, un calo dell’entusiasmo popolare e un boomerang economico per il movimento.
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Mercati, la quiete prima della tempesta?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Settimana interlocutoria per le Borse, che si mantengono a buoni livelli, soggette a oscillazioni in alto e in basso, ma senza particolari scossoni. Questo sebbene il petrolio sia ancora in fascia alta (intorno ai 105 dollari al barile il Brent e di poco sotto quota 100 il Wti). Chiaramente, i mercati stanno attendendo i risultati dei colloqui e tifano per la pace e per la stabilizzazione dell’area (e dello Stretto di Hormuz). Ma al momento fare previsioni è molto difficile. Per questo motivo, la sostanziale tranquillità dei listini potrebbe assumere le sembianze della “quiete prima della tempesta” (che colpirà l’economia mondiale se la situazione non verrà sbloccata entro fine maggio) o, in alternativa, dell’anticipazione di un timido ritorno alla normalità.
Trattative in stallo
Su Hormuz, però, non ci sono novità, e le trattative sono in stallo. Sembra che la sede dei negoziati sia destinata a cambiare: è infatti probabile che le parti abbandonino Islamabad per poi organizzare un secondo round di colloqui a Ginevra. Ma non da subito. Per questo, sembra insorgere un certo pessimismo su una risoluzione veloce delle ostilità, che invece appare indispensabile per l’economia mondiale. Oltre a questo, si è aggiunto un ulteriore problema: sembra che i radar di varie imbarcazioni commerciali abbiano subito azioni di hackeraggio, che hanno interrotto la tracciatura informatica degli scafi coinvolti. Una bella grana per gli armatori, impossibilitati a monitorare la posizione delle navi: l’ennesimo disagio che si aggiunge alle molte difficoltà causate dalla guerra nel Golfo – anche se non è dato di sapere se l’azione di pirateria informatica sia in qualche modo collegata con il conflitto.
Nubi scure si addensano
L’attesa è comunque snervante e i tempi lunghi nelle trattative preoccupano le imprese. Come già anticipato, si teme che una mancata risoluzione della crisi entro fine maggio possa causare un disastro per l’economia mondiale, con un potente effetto domino in grado di coinvolgere tutti. Compresi gli Stati Uniti, che pur evitando il caro-gas (il metano Usa è ancora a livelli accettabili) non potranno reggere a lungo le quotazioni alte del petrolio, considerato che l’americano medio utilizza l’automobile in maniera intensiva. In caso di mancata risoluzione della crisi, le Borse rischiano un tonfo considerevole: la volatilità, che al momento è stranamente compressa, andrebbe a dilatarsi, buttando i mercati nel caos.
Giappone, tassi invariati
Con la possibilità che l’inflazione torni a mordere, è pressoché sicuro il rinfocolarsi del dibattito sui tassi. Si prevede che nelle banche centrali la partita fra “falchi” e “colombe” possa tornare aspra, e che le decisioni sul costo del denaro vengano prese dopo duelli interni senza esclusioni di colpi. La spaccatura è già emersa a Tokyo. La Banca del Giappone ha sì mantenuto i tassi allo 0,75%, ma ben lontana dalla decisione unanime: la consultazione interna ha espresso sei consensi e tre voti contrari – questi ultimi orientati a un rialzo di 25 punti. Un passo, comunque, che avrebbe assunto un rilievo marginale, date le percentuali attuali. E’ comunque curioso che fra i tre “falchi” si conti un consigliere finora noto per la posizione dovish. Il mantenimento del tasso neutrale, che ha rafforzato lo yen, non ha evitato una previsione relativa all’inflazione, che secondo la banca centrale giapponese supererà quest’anno il target del 2%.
In attesa della Fed
Se Tokyo ha preso la sua decisione (sofferta, come abbiamo visto), ora è la volta della Federal Reserve, che fra poche ore deciderà se seguire l’esempio giapponese o ritoccare le percentuali. La riunione del board – l’ultimo sotto la presidenza di Jerome Powell – sarà probabilmente deludente per le aspettative di Donald Trump, che da tempo preme per una politica all’insegna dei ribassi: gli analisti prevedono infatti tassi invariati in aprile, e ritengono difficile un ammorbidimento della stretta monetaria nel corso di quest’anno. Poco potrà influire, nei prossimi mesi, la posizione più dovish di Kevin Warsh, il cui insediamento come nuovo presidente Fed sarà ufficializzato a brevissimo, salvo clamorose sorprese dell’ultimo momento. Warsh è stato da più parti definito “il pupillo di Trump”; tuttavia, il ruolo di numero uno Fed richiede indipendenza dalla politica, e le recenti dichiarazioni del prossimo governatore puntano a evitare polemiche più che a indicare una direzione precisa. Che, c’è da scommetterlo, sarà influenzata in modo decisivo da inflazione e situazione internazionale.
La Bce segue a ruota
Dopo la Fed sarà la volta della Bce, che il 30 aprile si riunirà per decidere se ritoccare i tassi di interesse oppure lasciarli invariati. Assisteremo anche in questo caso a un confronto serrato tra “falchi” e “colombe”? Forse sì, anche se – a quanto prevedono molti osservatori – sembra probabile un nulla di fatto. Almeno per ora. Perché, se la crisi proseguisse ancora a lungo, l’Eurotower sarebbe tentata di inasprire la politica monetaria nel corso del 2026 per fermare l’inflazione: un dato su tutti, secondo Confindustria il rincaro delle bollette costerà alle aziende italiane un aggravio compreso tra i 7 e i 12 miliardi di euro. Con le logiche conseguenze a cascata sui prezzi al dettaglio e sui bilanci delle famiglie. Tuttavia – lo abbiamo già detto – una politica hawkish non è una risposta efficace per un rischio di inflazione provocato da una carenza temporanea di rifornimenti – petroliferi, energetici, ma anche di fertilizzanti, metalli e varie merci.
Alleggerimento
In questa situazione quale strategia si può impostare per i propri investimenti? Potrebbe rivelarsi utile alleggerire tra il 10% e il 15% della propria posizione, in previsione di una possibile discesa del mercato, conseguente allo stallo nello Stretto di Hormuz. Se si decide di seguire questa linea, è consigliato vendere in maniera lineare, coinvolgendo tutti i titoli in portafoglio, per mantenere le proporzioni tra i vari settori. In attesa che il petrolio torni a scendere e le minacce geopolitiche si ammorbidiscano, innescando una tranquillità sui mercati.
Le Borse scommettono sulla ripartenza
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Una delle tante vignette che girano per internet mostra due animali preistorici intenti a osservare un meteorite in rapido avvicinamento. I timori del primo (un dinosauro) vengono raffreddati dall’osservazione del suo interlocutore, sicuro che i mercati abbiano già scontato l’impatto, ancora prima che esso sia materialmente avvenuto. Un modo buffo, ma brillante, per canzonare un po’ l’attitudine dei mercati, che tendono a “digerire” le sollecitazioni negative in largo anticipo, arrivando persino a precorrere i tempi. Questo trend non è, ovviamente, immune dall’effetto-annuncio, ma dota le Borse di un armamentario difensivo tale da assorbire eventuali dichiarazioni, o operazioni, dell’amministrazione americana. La dinamica prevede un’alternanza fra fase difensiva (rallentamento degli storni) e offensiva (rimbalzo).
La lezione dei dazi
Gli indici hanno acquisito gli anticorpi giusto un anno fa, nell’aprile 2025, con l’entrata in vigore dei dazi a pioggia di Donald Trump e il mega-storno borsistico mondiale, poi prontamente recuperato. A 12 mesi di distanza, i listini hanno imparato a relazionarsi con un presidente che è capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di una stessa giornata: nella primavera dell’anno scorso si erano verificate vendite allo scoperto che avevano poi lasciato gli investitori senza paracadute; oggi, l’esperienza ha consigliato maggior cautela. Non per niente, la discesa dei mercati è stata composta, per poi dimostrarsi capace di un violento rimbalzo, nella speranza di un accordo imminente. Le “due fasi”, come si diceva. E così, ora le Borse hanno recuperato le perdite accumulate in marzo, mese – ricordiamolo – che si rivela spesso difficile anche nei periodi di normalità.
Guardare lontano
La dinamica delle montagne russe si è ripetuta la scorsa settimana: è bastata la riapertura iraniana dello Stretto di Hormuz per abbattere il prezzo del petrolio. Il che ha dato vento alle Borse, che ha portato i listini a recuperare tutte le perdite di questi due mesi. La successiva dichiarazione di Donald Trump, che ha deciso di non rimuovere il blocco navale, ha poi causato un nuovo rincaro del petrolio; tuttavia, il conseguente arretramento borsistico si è mostrato tutto sommato gestibile, ed è stato seguito da un tentativo di recupero.
Questo perché – come si diceva – le Borse hanno già scontato la guerra e stanno scommettendo su un accordo definitivo fra le parti. Non per niente, il prezzo del greggio a un anno è stato fissato a meno di 70 dollari. Nonostante l’incertezza, dunque, i mercati guardano già avanti: danno per scontato che nel secondo trimestre proseguiranno le difficoltà legate alla situazione dello Stretto, e cioè il mancato passaggio di petrolio e approvvigionamenti, ma che nei tre mesi successivi avverrà una ripartenza. L’ottimismo è anche spinto dall’esigenza sempre più pressante degli Stati Uniti di non rallentare la corsa di tecnologia e intelligenza artificiale, che sono settori energivori e hanno bisogno di tutto tranne che della penuria di petrolio e gas. Gli Usa hanno interesse che il prezzo del greggio scenda, perché gli investimenti pianificati possano avvenire.
Finanziari alle stelle
L’ottimismo ha spinto verso l’alto i titoli finanziari, che la scorsa settimana si sono resi protagonisti di un’ottima rimonta. Il recupero è stato di tipo strutturale, dato che il settore era stato troppo penalizzato in precedenza: ora, il comparto rappresenta un ottimo cavallo su cui puntare, in una situazione in cui non è consigliato acquistare energetici, mentre sugli industriali sembra più saggio attendere le evoluzioni del quadro internazionale. La tecnologia rappresenta invece un’incognita per la sua dipendenza dall’energia, ma offre comunque ottime prospettive sul lungo termine. In contemporanea con la riaffermazione dei titoli finanziari si è verificata la grande rivincita di Luigi Lovaglio, che torna amministratore delegato di Mps. Ciò è potuto accadere grazie all’inaspettata sconfitta, in assemblea, della lista sostenuta dalla famiglia Caltagirone, che rappresentava il cda uscente (ferma al 38,79%), e dalla vittoria del raggruppamento legato a Delfin e Banco Bpm (49,95%), che appunto sosteneva l’ex ad. Il risultato evidenzia che i soci hanno voluto evitare i giochi politici e restituire fiducia a un manager capace di risanare la banca, ma emarginato dal consiglio di amministrazione uscente, oltre che licenziato per giusta causa. La votazione ha dato forza al titolo Mps, che era stato uno dei peggiori del Mib e in due settimane ha registrato una performance del 20%, arrivando ai massimi storici. Continua anche l’operazione Unicredit-Commerzbank; in questo caso, l’esito è più che mai incerto, soprattutto in virtù delle barricate costruite dal governo tedesco in difesa del gruppo bancario di Francoforte.
Nessun piano B
Naturalmente, la ripresa in cui credono i mercati è una scommessa, non una certezza assoluta. In altri termini, occorrerebbe avere un “piano B” molto valido per attraversare la turbolenza, qualora si rivelasse più lunga del previsto. Cosa che l’Europa ha evitato di elaborare: l’Ue si è limitata a ventilare la possibilità di un lockdown energetico (estremamente impopolare), mentre la Bce è orientata verso un controproducente ritorno dei tassi alti. Tutto questo in presenza dei primi, inquietanti problemi di carenza di petrolio negli scali aeroportuali (la scorsa settimana è stata la volta di Venezia, Brindisi e Catania, in cui il carburante è mancato per alcune ore). A denunciare l’assenza di un “piano B” è stato anche Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. “Mi meraviglio che l’Europa non stia vedendo questa cosa e non abbia pronte misure, che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico. Ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1,16, questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”. Parole forti, che si uniscono ai molti appelli a cambiare rotta sul patto di stabilità e sullo stop al gas russo, che rischierebbe, in questa situazione, di provocare rischi di carenze e di nuovi aumenti, a loro volta in grado di mettere in ginocchio le famiglie più deboli e le aziende. Proprio il presidente di Confindustria ha ricordato che “prima del conflitto Russia-Ucraina noi pagavamo l’energia 28 euro a megawattora oggi siamo a 160 euro. Credo che su questo serva fare una riflessione. Oggi noi abbiamo bisogno di fare tutto ciò che è possibile per salvaguardare le nostre imprese, che in questo momento sono veramente fuori dalla competizione globale”. Secondo Orsini, a questo proposito “bisogna fare dei ragionamenti, anche perché mi risulta che stiamo ancora comprando gas naturale liquefatto dalla Russia”. Senza il quale, sembra di capire, le nostre bollette sarebbero ancora più care.
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Golfo, trattative in stallo. Ma i mercati credono nella pace
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Prima, a chiudere (parzialmente) Hormuz, erano stati gli iraniani. Ora, dopo il fallimento della prima tornata di colloqui a Islamabad, si è aggiunto il contro-blocco americano nei confronti delle imbarcazioni che hanno accettato di pagare un pedaggio al governo degli Ayatollah.
La decisione di Donald Trump ha inizialmente spinto oltre quota 100 le quotazioni petrolifere, rinfocolando i timori sulla carenza degli approvvigionamenti.
Tuttavia, Brent e Wti sono tornati sotto le tre cifre, regalando una boccata d’aria alle Borse, specialmente a quelle asiatiche.
I motivi dell’inversione di tendenza
L’inversione di tendenza dipende dalla scommessa, da parte dei mercati, di un accordo fra i belligeranti, che potrebbe rivelarsi in grado di innescare una lenta ripresa del traffico normale. Tutto questo mentre l’Opec+ punta su una maggiore produzione di greggio, e l’Arabia Saudita sta lavorando per costruire vie di passaggio alternative per il suo petrolio. La cessazione definitiva delle ostilità potrebbe arrivare anche da vie traverse: secondo questa interpretazione, se le parti non trovassero un’agenda condivisa, la contromossa americana sul blocco navale e il conseguente braccio di ferro sarebbero in grado di portare a una situazione in cui la pace è l’unica via per evitare un disastro economico mondiale. Una sorta di “tiro alla fune”, in cui una delle due parti cede: il blocco di Hormuz è un rischio per gli Stati Uniti, il consumatore americano e, di qui, per il Partito Repubblicano alle prese con le elezioni di mid term; il contro-blocco Usa, se portato avanti, è un rischio ancora più grande per la tenuta stessa dell’economia iraniana. Il ritorno al dialogo sarebbe spinto soprattutto (ma non solo) dalla Cina, i cui approvvigionamenti di petrolio dipendono in gran parte dai pozzi del Medio Oriente. Sia come sia, i mercati scontano già una pace che, attualmente, non sembra a portata di mano. E resistono con tutte le loro forze.
Non solo petrolio
Già. Perché, se le previsioni sul futuro possono essere cautamente ottimistiche, il presente è allarmante. A pesare non è tanto il prezzo del petrolio, ma la quantità delle scorte in grado di raggiungere l’Europa e l’Estremo Oriente. A rischio gli approvvigionamenti per aerei e i traghetti, che fra meno di un mese potrebbero raggiungere una situazione critica. Non per niente, l’associazione di categoria degli scali europei (Airport Council International) ha inviato una lettera alla Commissione Ue, lanciando un allarme rosso: se Hormuz non dovesse riaprire entro i primi giorni di maggio, nel nostro continente subentrerebbe una carenza sistemica di carburante per i voli aerei. Meno allarmante, invece, la situazione della benzina per le automobili: è pur vero che lo scorso fine settimana 600 distributori Eni sono rimasti senza gasolio; ma ciò è legato alla politica dei prezzi più bassi che l’azienda petrolifera deve seguire, essendo partecipata dallo Stato. Politica che ha scatenato la corsa dei consumatori a fare il pieno. Il problema, come abbiamo già evidenziato in passato, non coinvolge solo il greggio. Già ora inizia a esserci scarsità di approvvigionamenti per alcune filiere produttive. La Fao rileva che mancano fertilizzanti, il che rappresenterebbe un vero dramma per l’Africa. Anche il prezzo dell’alluminio sta salendo, mentre per riavviare gli stabilimenti attualmente bloccati e raggiungere la piena produzione ci vorrà almeno un anno. E l’inflazione torna a fare paura, come suscita timore una sua possibile conseguenza: l’intenzione della Banca Centrale Europea di tornare ad alzare i tassi. Un’opzione discutibile, considerato che il caro petrolio non è dovuto a un eccesso di domanda ma a una scarsità di offerta.
Scenario moderato…
Se la guerra dovesse finire a breve, le Borse potrebbero soffrire per un trimestre per le conseguenze del conflitto sul traffico marittimo e sul danneggiamento degli impianti nel Golfo, e poi (forse) tornare alla normalità nel quarter successivo. Certo è che, per ora, si osserva una certa compiacenza dei mercati e dei governi, proprio come era avvenuto all’inizio del Covid; molti esecutivi, compreso quello di Giuseppe Conte, avevano inizialmente sottovalutato gli effetti della pandemia sul Pil, che poi si sono rivelati molto più pesanti. Per ora, di certo, sappiamo ciò che ha affermato l’Ocse, secondo cui il Pil italiano nel 2006 aumenterà solo dello 0,4%, fanalino di coda delle economie del G20.
… o rischioso
Occorre anche prendere in considerazione eventuali scenari più negativi, che potrebbero obbligare i governi a scelte radicali e sofferte. In un quadro che vede Paesi come Italia e Germania particolarmente penalizzati dalle sanzioni a Mosca, a differenza di quanto avviene per altri Stati membri Ue, trova un suo spazio la proposta di Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, che ha invitato l’Unione Europea a “sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di gas naturale liquefatto che vengono dalla Russia”. Certo è che la sconfitta di Viktor Orbán a opera del suo ex delfino Péter Magyar non cambierà certamente la posizione ungherese sul gas russo, da cui Budapest dipende strettamente: il premier in pectore cambierà probabilmente solo la politica dei veti nei confronti degli aiuti militari all’Ucraina, che era stata una delle posizioni distintive del leader di Fidesz.
L’oro si riassesta
Se in Borsa oggi è meglio mantenere gli investimenti quanto possibile, attendendo la normalizzazione, è più difficile intravedere come si comporterà l’oro. Se osserviamo il comportamento del metallo giallo in questi ultimi mesi, notiamo un riassestamento verso il basso avvenuto dopo il raggiungimento dei massimi.
Ma se esaminiamo un orizzonte temporale più ampio, dal 2018-19, vediamo che ha triplicato il suo prezzo; il trend è divenuto più marcato nel 2022 con il blocco degli asset russi, decisione che ha convinto vari paesi, primo fra tutti la Cina, a cercare un investimento alternativo e al riparo da eventuali embarghi americani ed europei. L’oro si è dimostrato volatile, ma redditizio: anche se scendesse di un ulteriore 10%, chi ha tenuto i suoi asset aurei ci ha sicuramente guadagnato, trasformando il “re dei metalli” in una sorta di polizza assicurativa contro le crisi economiche.
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La calma dopo i fuochi d'artificio
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse si stanno avvicinando alle festività in una situazione di cautela e stabilità. Dopo una settimana molto brillante, l’apertura di ieri ha evidenziato qualche timido e strutturale passo indietro; anche se la chiusura prenatalizia evidenziasse qualche arretramento, il fenomeno sarebbe comunque limitato, e non andrebbe neppure a sfiorare il bilancio altamente positivo di quest’anno. E questo nonostante i lunghi periodi di trading range e i due scivoloni che si sono verificati nel corso del 2025 (il maxistorno di aprile e il calo, più limitato, di ottobre), tra l’altro ampiamente recuperati.
Rischi geopolitici
Unico rischio all’orizzonte, i “soliti” pericoli di carattere geopolitico: quelli nuovi – come il riacutizzarsi delle tensioni fra Israele e Iran e i contrasti fra Stati Uniti e Venezuela – e quelli vecchi, sia in Medio Oriente (Gaza e Libano), sia sul fronte russo-ucraino. Le Borse hanno, però, da tempo sviluppato solidi e rassicuranti anticorpi: due o tre anni fa, la situazione sullo scacchiere mondiale avrebbe causato grandi preoccupazioni per i mercati; oggi – dopo le dimostrazioni di stabilità e “resilienza” a cui ci hanno abituati i listini – le forti inquietudini per l’instabilità geopolitica sono derubricate a timori legittimi, ma sotto controllo. Anche perché è stato scongiurato un rischio che avrebbe potuto mettere alla prova la “vaccinazione” delle Borse contro eventi avversi, e cioè l’utilizzo degli asset russi congelati per sostenere l’Ucraina. L’opzione è stata scartata e sostituita con un prestito comune per Kiev. Ad avere un ruolo importante, se non determinante, nella decisione dell’Ue è stato il Belgio, che detiene la maggior parte degli asset russi attualmente congelati. Due i timori del premier Bart De Wewer. In primo luogo, la possibilità di un ricorso di Mosca alla corte internazionale. Un eventuale esito negativo si sarebbe riversato proprio sul Paese nel cui territorio si trovano gli asset russi congelati, che sarebbe stato costretto a pagare una somma molto maggiore rispetto al denaro sequestrato. Questa situazione avrebbe rischiato anche di convincere gli investitori a vendere bond Ue, innescando rischi sistemici e penalizzando l’euro. Oltre a questo, in caso di utilizzo delle risorse congelate, la Russia avrebbe potuto sequestrare 17 miliardi di asset europei per ritorsione, convincendo anche vari paesi amici a fare altrettanto. Come già detto, la posizione belga ha prevalso, e l’Ue ha optato per un prestito a Kiev, senza attingere a fondi russi.
Spumante in fresco
A meno di sorprese, gli investitori possono rilassarsi e concentrarsi su panettone e spumante, già in fresco: il mercato è infatti virtualmente chiuso, e in attesa del Natale si può iniziare la pianificazione dei prossimi investimenti, identificando i settori più interessanti. A cominciare da quello finanziario, per cui sembra esserci un po’ di spazio, per proseguire con le utility, con l’obiettivo di munirsi di azioni difensive. E’ molto in crescita il settore automobilistico: occorre capire se ci sia ancora margine per puntare anche su questo comparto.
Oro e argento
Per il resto, a presidiare il palco dei vincitori c’è ancora l’oro, che ha superato i 4.400 dollari l’oncia, stabilendo un nuovo record. E’ passato meno di un anno da quando si riteneva difficile lo sfondamento di quota 3.000, e ora i 4.500 dollari sembrano a portata di mano. Crisi geopolitiche, tassi, politica monetaria, desiderio di tranquillità e sicurezza spingono il più tradizionale dei beni rifugio verso una corsa dal futuro imprevedibile. Ma continua a correre anche l’argento, salito più del 20%, e il cui trend potrebbe proseguire persino più a lungo rispetto al “parente nobile”. Perché questo metallo ha anche applicazioni industriali, in grado di accendere il turbo. Anche per questo motivo, l’argento sta entrando a pieno titolo nel novero dei beni rifugio, e sembra particolarmente promettente per l’anno prossimo.
Exor, il disimpegno dall’Italia
Sotto l’albero è molto attiva Exor, che con la sua controllata Lingotto Innovation è entrata nel capitale di Trade Republic, banca digitale tedesca. La cassaforte della famiglia Agnelli sembra insistere nella strategia di acquisizioni all’estero e disimpegno dall’Italia, dove ha ceduto le partecipazioni in Iveco e sta ultimando la cessione di Gedi, restando (almeno per ora) l’azionista di controllo della Ferrari e il principale controllante della Juventus. In quest’ultimo caso, gli Elkann hanno respinto al mittente il miliardo offerto da Tether e, secondo le ultime indiscrezioni, anche i 2 che avrebbero messo sul piatto i sauditi. Visto il trend di abbandono dell’Italia, però, una cessione del club bianconero non è ancora del tutto da escludere. Per il resto, Exor da inizio anno ha perso parecchio per il calo in Borsa delle sue controllate (prima fra tutte, la Ferrari). Tuttavia, la holding di partecipazioni fa ancor molti utili e può godere di una liquidità rassicurante.
Il Mercosur non piace agli agricoltori (e neanche a Italia e Francia)
A fine anno, invece, non stapperanno lo spumante i sostenitori dell’accordo di libero scambio fra Unione Europea e Mercosur, che è stato ancora prorogato – questa volta di un mese – da Ursula von der Leyen. Il rinvio si è rivelato necessario soprattutto per i disaccordi fra la Commissione Europea e l’alleanza tattica tra Francia e Italia: Emmanuel Macron è ostile all’intesa, chiedendo per la sua approvazione una maggioranza qualificata; Giorgia Meloni punta invece a una versione migliorativa del documento, con la reciprocità degli standard di qualità (soprattutto nel commercio di carne) e la salvaguardia della filiera produttiva, per evitare che i prodotti sudamericani possano innescare una concorrenza sleale nei confronti di quelli europei. Meno influenti, invece, sono state le pur ripetute proteste degli agricoltori a Bruxelles, che hanno avuto una copertura mediatica abbastanza marginale. Le bocce non sono ancora ferme, dunque, ma il rinvio – ha detto Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro – potrebbe rivelarsi un “palliativo” se non sarà istituito un tavolo di confronto con le associazioni di rappresentanza delle associazioni agricole. Insomma: il rinvio di Natale potrebbe anticiparne altri, e allungare i tempi di un accordo in discussione da inizio millennio.
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Mercati sotto controllo, nonostante la guerra
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La nuova fase della guerra in Medio Oriente, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, si è fatta sentire negli ambienti borsistici, ma tutto sommato moderatamente. Dopo l’attacco americano all’Iran si sono verificati arretramenti generalizzati, ma fisiologici e controllati, e dipendenti anche da altri fattori: Milano, che aveva già chiuso la settimana in ribasso a causa del conflitto, ha aperto il primo giorno post-bombardamento Usa lasciando sul terreno l’1% circa, ma sul calo ha inciso anche il maxi-stacco delle cedole; Madrid, unica in Europa, ha addirittura chiuso il primo giorno della settimana in positivo. Più che accusare il colpo i listini lo hanno assorbito, segno che sono ormai in grado di relazionarsi con gli effetti dell’instabilità geopolitica, cedendo il minimo indispensabile per poi provare un recupero. Almeno in Europa, la situazione dei mercati è improntata al sereno: anche dopo i passi indietro della scorsa settimana e di lunedì, Milano rimaneva oltre il 15% da inizio anno, contro lo zero degli indici americani. Quest’anno, insomma, è bastato avere la forza per investire molto sulle Borse europee e rinunciare a un’esposizione in dollari per portare a casa ottimi risultati: le previsioni che intravedevano un biglietto verde addirittura sotto la parità si sono dimostrate fallaci, in un quadro che ora vede la nostra moneta oltre quota 1.15.
Voglia di correre
La forza e la resistenza (e resilienza, come si direbbe oggi) dei listini è emersa chiaramente dopo l’annuncio di un pur instabile cessate il fuoco fra Israele e Iran: la notizia – nonostante l’altalena tra smentite e conferme, allarmi e contrordini e interventi anche duri di Donald Trump – ha innescato un recupero degli indici europei che, potremmo dire, hanno “voglia” di correre e hanno provato il rilancio. Wall Street, da parte sua, ha ceduto qualcosa dopo la risposta iraniana con il bombardamento missilistico alle basi americane in Qatar, ma ha subito invertito la rotta con guadagni generalizzati, che forse sono dipesi dal carattere poco più che simbolico del raid.
Petrolio su e giù
Il recupero delle Borse dipende anche dal prezzo del petrolio, la cui breve corsa, che aveva allarmato i mercati e l’opinione pubblica, si è fermata dopo l’annuncio della tregua: il greggio è tornato sotto quota 70 dollari al barile, facendo gongolare Trump, strenuo sostenitore dei prezzi soft. Il presidente americano, con il suo solito stile informale, ha anche pubblicato un post anti-speculazione sul social Truth, rivolto all’industria americana degli idrocarburi: “Tenete tutti i prezzi del petrolio bassi. Vi tengo d’occhio! State giocando dal lato del nemico, non fatelo”. Se il “combinato disposto” fra un raffreddamento della guerra in Medio Oriente, gli appelli di Trump per il calo del prezzo del greggio e la sovrapproduzione decisa dall’Arabia Saudita dovesse tenere, le Borse europee potranno concentrarsi su semestrali, outlook delle aziende e rischio nuovi dazi (il prossimo 9 luglio, lo stesso Trump dovrebbe annunciare ulteriori decisioni in questo senso).
Le due anime della Fed
I mercati sono anche molto attenti alle strategie delle banche centrali, che hanno scelto percorsi molto divergenti fra loro.
A lasciare i tassi invariati sono state Federal Reserve e Banca d’Inghilterra. L’istituto centrale americano, in realtà, ha espresso l’intenzione di apportare due interventi verso il basso entro fine 2025, facendo però attenzione a eventuali ulteriori effetti negativi dei dazi; tuttavia, Jerome Powell è stato esplicitamente insultato da Trump, che ha espresso il suo disappunto mentre la riunione del direttivo era in corso. L’inquilino della Casa Bianca non è l’unico a spingere per il calo dell’attuale forbice, ferma a 4,25%-4,50%: posizioni dovish si sono infatti registrate anche all’interno della banca centrale, pur con toni molto paludati. In questi giorni, due membri del board dei governatori non hanno escluso la possibilità di un taglio già nel corso della riunione in programma a luglio: prima Christopher Waller si è detto possibilista, poi Michelle Bowman si è dichiarata “favorevole”, sempre nel caso in cui l’inflazione restasse contenuta. Semplici opinioni o candidature alla successione di Powell?
Europa tra falchi e colombe
La Banca d’Inghilterra ha mantenuto i tassi al 4,25%, motivando la scelta con l’imprevedibilità della situazione geopolitica (guerra in Medio Oriente e dazi), mentre l’inflazione fa ancora paura. Oltre a questo, Londra sta ancora scontando le conseguenze della Brexit, che ha limitato la possibilità delle aziende di assumere personale dall’Unione Europea, incidendo sull’economia. La Banca Nazionale Svizzera, da parte sua, ha portato i tassi a zero, molto probabilmente per fermare la corsa del franco svizzero, il cui apprezzamento non piace alle autorità monetarie e politiche elvetiche. In mezzo al guado (anche se ormai più vicina al lato delle colombe) c’è la Banca Centrale Europea, che naviga sull’1,75% ed è ormai a target; nei prossimi mesi, la Bce potrebbe anche tagliare di mezzo punto le percentuali di riferimento, ma poco cambierebbe. Il vero problema dell’Eurozona non è la politica monetaria, ma l’economia diventata asfittica a causa del green deal radicale imposto dalla Commissione.
Risiko bancario
Sul fronte del risiko c’è una novità: il possibile passo indietro di Unicredit sul dossier Banco Bpm. Andrea Orcel, amministratore delegato di Piazza Gae Aulenti, ha fatto intendere che, se gli ostacoli non dovessero essere superabili, potrebbe rinunciare all’opa. A sollevare i dubbi di Unicredit, la difficoltà di convincere gli azionisti di Piazza Meda, arroccati in difesa, ad accettare un’operazione carta contro carta, ma anche il golden power governativo e le conseguenze della sorpresa suscitata dall’offerta Mps su Mediobanca. A proposito di golden power, l’utilizzo intensivo dello strumento è stato criticato da Paolo Savona, giunto all’ultima relazione come presidente della Consob. La facoltà del governo di porre il veto sull’acquisto di partecipazioni per tutelare interessi nazionali, ha detto, era stata pensata come norma extra-ordinem, ma si è trasformata in un esercizio multi-purpose. “L’interazione tra le regole del gioco di mercato e societarie stabilite dal Tuf e le norme sul golden power”, ha affermato il presidente della Consob, “presenta aspetti che richiedono di essere perfezionati e coordinati con le regole dei trattati europei”. Savona ha anche criticato i dazi (operazione che “riporta indietro le lancette della storia”) e le criptovalute, che ha paragonato ai subprime, evidenziando un rischio di bolla.
Musica, maestro
Una bolla di altra natura rischia di coinvolgere i concerti negli stadi, che evidenziano lo strano fenomeno del “tutto esaurito” artefatto.
In pratica, alcuni cantanti ricevono dai promoter prima della tournée un corposo anticipo economico. Nel caso in cui un numero alto di biglietti (carissimi) non venga piazzato, l’artista deve restituire la somma, spesso acquistando di tasca sua una parte dei tagliandi. In altri casi, molti ingressi vengono redistribuiti a prezzi irrisori, o addirittura gratuitamente, a organizzazioni o associazioni ricreative. Questo meccanismo curioso, insieme al costo troppo elevato dei biglietti, potrebbe mettere a rischio il futuro dei concerti, riservando Wembley o San Siro solo ad artisti di altissimo livello, o almeno in grado di riempire le gradinate “spontaneamente”. Il fenomeno della svendita dei molti biglietti invenduti sta anche contraddistinguendo i Mondiali di calcio per club, in corso negli Stati Uniti: secondo alcune testimonianze, i tagliandi vengono ormai abbinati a elettrodomestici o altri articoli venduti negli esercizi della città dove è prevista la partita, con buona pace di chi ha acquistato l’ingresso a 200 o 300 dollari. I Mondiali per club si svolgono in concomitanza non solo con il campionato americano di calcio, che non si è fermato, ma anche con la Gold Club della Concacaf (cioè i campionati per nazionali del Nord e Centro America), anch’essa organizzata dagli Usa e i cui stadi sono semivuoti. Ciò dimostra che l’inflazione di eventi sportivi e calcistici, oltretutto nello stesso Paese, non è il metodo migliore per ottenere ricavi economici.
Tassi, Bce e Fed sempre meno allineate
Ora anche Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, parla di un imminente allentamento della stretta monetaria, probabilmente a giugno. Jerome Powell, numero uno della Federal Reserve, fa invece un passo indietro: niente tagli se l'inflazione americana non scenderà. Le reazioni delle Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Sempre più probabile il calo dei tassi Bce a giugno. Lo ha confermato Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, in alcune dichiarazioni rilasciate a margine degli incontri Fmi. "Stiamo osservando un processo disinflazionistico che avanza secondo le nostre aspettative", ha affermato la numero uno dell'istituto centrale alla Cnbc, mostrando un certo ottimismo. "Dobbiamo soltanto creare un po' più di fiducia in questo processo", ha aggiunto. "Ma se si muove secondo le nostre aspettative, se non subiamo un grande shock, stiamo andando verso un momento in cui dovremo moderare la politica monetaria restrittiva". E questo, ha aggiunto Christine Lagarde, avverrà "in un periodo di tempo ragionevolmente breve". Più chiara di così...
Una scadenza nota da tempo
La previsione di Christine Lagarde non deve sorprendere, nonostante l'atteggiamento hawkish dimostrato negli ultimi due anni. Non deve sorprendere perché da un po' di tempo la Bce, a suon di dichiarazioni e controdichiarazioni, sta girando intorno a qualcosa che è nota da tempo. E cioè che il calo dei tassi inizierà a giugno, o giù di lì. Qualche "colomba" ha provato ad anticipare i tempi, ma l'appuntamento sembra tacitamente fissato da un bel po'. Se l'imminenza dei tagli non è praticamente in discussione, molti più dubbi sorgono sulla loro entità e sulla loro frequenza. Christine Lagarde si è subito coperta le spalle, ricordando che la Bce non si è impegnata preventivamente a una serie di sforbiciate: un primo taglio a giugno, quindi, non presuppone obbligatoriamente altri ritocchi entro la notte di San Silvestro 2024. E' comunque probabile che nel corso di quest'anno possa verificarsi un aggiustamento complessivo dello 0,50%, magari diviso in due operazioni.
Fed, semaforo rosso da Powell
Molto differente la situazione in casa Fed. Rovesciando la dichiarazione di alcune settimane fa, che aveva aperto a tre tagli entro fine anno, Jerome Powell ha affermato che i tassi resteranno fermi se l'inflazione non scenderà. In questo caso, ha detto il presidente della Federal Reserve, si potrà "mantenere l'attuale livello di restrizione per tutto il tempo necessario". La cautela di Powell dipende proprio dalla situazione del vortice inflattivo americano, che non è stato del tutto domato, mentre l'economia va bene e sembra in grado di sopportare senza troppi contraccolpi un eventuale prolungamento delle condizioni restrittive del costo del denaro. L'inflazione americana (come del resto quella europea, pur in regressione) dipende soprattutto dalle materie prime. A cominciare dal prezzo del petrolio (che però ultimamente ha subito una flessione sia nell'indice Brent, sia nel Wti), e proseguendo con l'oro, ma anche con la crescita a doppia cifra di rame e alluminio (+10%) e la fiammata delle materie prime agricole. Se poi aggiungiamo a questi dati la situazione di difficoltà nello stretto di Hormutz, lungi dall'essere risolta, l'affresco è completato.
Borse nervose, ma non troppo
In un contesto di inflazione da materie prime e di preoccupazioni per la situazione in Medio Oriente, lo S&P è arrivato a perdere il 5% circa, anche se ora la flessione sembra essere quasi del tutto rientrata. Piazza Affari va invece a tratti, confermando la situazione all'insegna del trading range, ma mostrando ottimi spunti. La Borsa di Milano sembra resistere alle sollecitazioni negative; per esempio, lunedì scorso ha subito un arretramento in apertura per il pagamento delle (succose) cedole, senza le quali però avrebbe progredito dello 0,8%. Il mercato rimane dunque molto forte, e il ritorno del petrolio sotto quota 90 rappresenta un ulteriore elemento di tranquillità. La crisi mediorientale non ha quindi innescato la flessione tanto temuta – e non lo farà, finché le tensioni rimarranno a livello regionale. Una situazione, quest'ultima, che sembra confermata dalla de-escalation tra Iran e Israele.
Pil italiano ridimensionato
Preoccupano invece le stime del Fondo Monetario Internazionale sul prodotto interno lordo italiano, che è visto in crescita per quest'anno, ma al ribasso nel 2025, al +0,7%, contro le previsioni del governo pari all'1,2%. Se si verificasse questa situazione, l'Italia sarebbe maglia nera tra i Paesi del G7: secondo il Fondo Monetario Internazionale, tutti gli altri Paesi saliranno dell'1% o di più (il Canada del 2,3%, gli Stati Uniti dell'1,9%, la Gran Bretagna dell'1,5%, la Francia dell'1,4%, la Germania dell'1,3% e il Giappone dell'1%). Premesso che ultimamente il Fondo Monetario Internazionale ha sbagliato molte previsioni, il dato relativo al nostro Paese non è comunque confortante. Sicuramente, nel Def, il governo italiano è stato troppo ottimistico sulla questione: anche Banca d'Italia ha rimarcato che le stime sulla crescita del pil dovranno essere riviste al ribasso. Non è comunque detto che le previsioni si avverino del tutto: la Gran Bretagna sta ancora lottando con le ricadute negative della Brexit (e presumibilmente lo farà ancora per lungo tempo) e la Germania è alle prese con la recessione, che ha caratterizzato la chiusura del 2023 per la "locomotiva d'Europa". Non è quindi escluso che l'Italia possa evitare di ricoprire lo scomodo ruolo di fanalino di coda, giocandosi l'ultimo posto con questi due Paesi.
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Ritorno al vertice per i titoli bancari
Dopo un inizio anno a zig zag, che ha alternato disinteresse per il settore a performance di singoli titoli, le azioni dei gruppi di credito tornano a brillare. Ottima anche la settimana dell'automotive, mentre il comparto energetico soffre. La spada di Damocle della crisi in Medio Oriente
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana in rialzo, in controtendenza rispetto alle altre europee. E ha riaperto ancora in positivo, per poi rifiatare. A trainarla, il settore bancario e quello automobilistico, mentre spicca il calo dell'energetico. Nel primo caso si è vista una buona progressione che ha coinvolto la maggior parte dei titoli. E quelli che hanno archiviato la settimana in flessione sono stati protagonisti di una moderata inversione di rotta già lunedì scorso.
Fuochi artificiali
La performance dei bancari era prevedibile: dopo un mese e mezzo in cui il settore era andato un po' a zig zag, alternando disinteresse da parte degli investitori a rally dovuti essenzialmente a performance individuali, i mercati si sono accorti che il comparto ha ancora enormi potenzialità. Molti fra i risultati di esercizio che stanno uscendo in questi giorni mostrano quanto la galassia bancaria e finanziaria sia in buona salute. In particolare, dopo gli ottimi numeri di Unicredit, ora è Banca Popolare di Sondrio a sparare i fuochi artificiali, con il raggiungimento di dati record. L'istituto retico, sempre gestito in maniera impeccabile, è anche la banca più ambita per operazioni di merger & acquisition: per questo motivo, il suo titolo è sotto costante osservazione.
Rotazioni settoriali
L'inizio d'anno tranquillo dei bancari, ora protagonisti dell'ennesima svolta, risponde anche alle rotazioni settoriali tipiche delle Borse, che ora stanno premiando anche i titoli automotive. Queste azioni, come del resto le finanziarie, hanno ancora molto margine di crescita, soprattutto Stellantis. Sull'energetico, si osserva che alcuni titoli hanno subito perdite senza apparenti ragioni (come Enel, che ultimamente ha lasciato sul campo il 10% circa): gli storni potrebbero presto creare nuove occasioni di investimento. Altri titoli che stanno soffrendo, un po' dappertutto, sono i petroliferi – e onestamente non si capisce bene il motivo di questo trend. Mentre i tecnologici, soprattutto a New York, continuano a salire. Attenzione però: i loro livelli sono quasi valori da “bolla”.
Delisting
A Milano è salita anche Tod's in occasione dell'opa amichevole voluta dalla famiglia Della Valle, dopo quella non riuscita del 2022. L'offerta pubblica di acquisto, lanciata da Crown Bidco (azienda controllata al 100% dal fondo L Catterton) porterà al delisting della società. Lascerà Piazza Affari anche Saras, in seguito all'accordo con cui la famiglia Moratti si è impegnata a cedere il 35% all'olandese Vitol.
Moderato ottimismo
In ogni caso, nonostante tutto, aleggia ancora un cauto ottimismo. Almeno a quanto si evince dal sondaggio Assiom Forex, che è stato condotto tra i suoi associati. In particolare, a fine gennaio, il 43% si è detto convinto che i listini rimarranno stabili (erano il 36% a dicembre), mentre per il 44% saliranno (contro il 46% precedente) e per il 5% cresceranno addirittura in doppia cifra (3% il mese prima). Solo il 13% (dal 18% di fine anno) prevede flessioni. Più neutre le previsioni sul taglio dei tassi (per l'86% non se ne parlerà prima di fine giugno) e sul cambio euro-dollaro (il 51% lo vede stabile), mentre una minoranza comunque numerosa (31%) preconizza uno spread sotto i 150 punti.
Forche caudine
Naturalmente, tutte le previsioni dovrebbero tenere conto della spada di Damocle che pende sulle economie mondiali, e cioè le spinose questioni geopolitiche. Il Medio Oriente rimane una scheggia impazzita e i timori di un conflitto armato tra Stati Uniti e Iran sono forse più forti di quanto non fossero durante la stessa era Carter. Finora, le Borse hanno reagito con forza alla crisi del Mar Rosso, anche se l'economia mondiale ne sta risentendo. E quella italiana non fa eccezione: per Confcommercio, il conflitto tra navi angloamericane e Houthi dello Yemen ha già causato il raddoppio dei costi dei noli(la spesa per un container di 140 piedi sulla rotta Genova-Shanghai, secondo l'organizzazione delle imprese, sarebbe salita del 129%). Il rischio effetto domino è a un passo. I bilanci dei porti italiani sono già in peggioramento; se questa situazione perdurasse, o addirittura peggiorasse, e le navi migrassero totalmente sulla rotta sudafricana, i prezzi delle merci aumenterebbero sensibilmente, creando nuova inflazione. Che, ovviamente, non sarebbe più possibile affrontare aumentando nuovamente i tassi, pena il crollo delle economie. Per questo motivo, le previsioni ottimistiche sull'andamento dei listini devono forzatamente passare sotto le forche caudine dello stretto di Hormuz. Un'eventuale escalation metterebbe a dura prova la pur acclarata robustezza delle Borse.
Africa, si erode il potere occidentale
Mentre la Cina è alle prese con la liquidazione Evergrande - e con l'impegno gravoso, da parte delle autorità, di far proseguire i lavori e consegnare le case già pagate - in Africa inizia a sgretolarsi l'influenza europea, lentamente rimpiazzata proprio dalla nuova partnership di Pechino e Mosca. I governi di Niger, Mali e Burkina Faso, retti da militari dopo i rispettivi colpi di stato, hanno recentemente annunciato l'uscita dei tre Paesi dall'Ecowas, la comunità degli stati africani fondata nel 1975, accusata dalle tre giunte di aver tradito i principi originari dell'organizzazione e di subire influssi stranieri (soprattutto francesi), oltre che di non aver fornito aiuti nella lotta contro il terrorismo. L'Africa subsahariana è un terreno lasciato colpevolmente vuoto da Europa e Stati Uniti: la loro incapacità di avere visione progettuale e la mentalità spesso neocoloniale con cui l'Occidente ha interagito con l'area, alla fine ha favorito l'espansione di due nuovi referenti: Russia e Cina, appunto. Dopo anni di indifferenza, ora Europa e Usa cercano di frenare l'emorragia e non perdere influenza su altri territori, puntando su una tardiva cooperazione. Forse, fuori tempo massimo.
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