Il petrolio detta la linea
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il petrolio e l’energia si dimostrano ancora una volta decisivi per orientare l’andamento delle Borse. La guerra nel Golfo e il blocco dello stretto di Hormuz hanno fatto raddoppiare la quotazione del greggio in pochi giorni; è poi bastata la dichiarazione di Donald Trump sull’imminente fine delle operazioni militari per riportare il prezzo del petrolio intorno ai 90 dollari – valore comunque decisamente più caro rispetto a quello pre-bellico, che da tempo navigava nella fascia fra i 50 e i 60. Il movimento è stato presto recepito dalle Borse europee e asiatiche, protagoniste di un tentativo di chiaro rimbalzo, che nel nostro continente è stato seguito da un nuovo, più moderato calo.
Dipendenza energetica
La nuova crisi energetica, con la massiccia speculazione che lo ha accompagnato, ha decostruito il castello di certezze che sembravano aver munito i listini di ottime difese. La lezione è chiara: l’impennata del petrolio è troppo anche per un sistema borsistico resistente. Soprattutto in una situazione, come quella attuale, dominata dall’incertezza sui multipli in mercati tirati, che convince gli investitori ad alleggerire il loro portafoglio, causando un prevedibile calo delle quotazioni. Questo è particolarmente vero per Europa e Far East, carenti di materie prime e per questo più influenzati dalle bizze del petrolio e del gas. Wall Street ha perso molto meno: il petrolio, è vero, ha subito un rincaro fortissimo anche oltre oceano, ma la quotazione del metano – che ad Amsterdam è passato dai 30 ai 50 euro circa – negli Stati Uniti è rimasta bassa, diminuendo gli effetti negativi sui mercati. La dipendenza energetica ha quindi messo in ginocchio il Vecchio Continente e l’Estremo Oriente, che poi hanno reagito positivamente alle speranze che la guerra finisca in tempi brevi, con rimbalzi più forti dalle piazze, come Seul, che avevano perso di più in precedenza. E’ proprio qui che si gioca il futuro prossimo dei mercati euro-asiatici. Se davvero dovesse tornare la pace nel Golfo, i listini potrebbero consolidare il recupero e rilanciare, sull’onda di un ritorno di petrolio e gas alla normalità. Se invece lo scontro bellico si protraesse, il mercato finirà per allentarsi, creando recessione e minor crescita.
Due strategie
Proprio le differenti previsioni sulla durata della guerra guideranno gli investitori nella scelta delle strategie da seguire. Gli ottimisti, cioè quelli che credono in un rapido stop delle operazioni belliche, potrebbero giocare la carta del mantenimento delle posizioni, approfittando di eventuali occasioni in un’ottica di trading, sfruttando cioè il primo rimbalzo, che solitamente è violentissimo e di breve durata. Un po’ quello che è accaduto a inizio settimana: per le Borse, pur in piena incertezza sulla durata della guerra, è bastata la dichiarazione aperturista di Trump per avviare il recupero. Piazza Affari, in particolare, ha assistito a un rimbalzo dai minimi dei titoli finanziari – proprio quelli che avevano sofferto di più appena dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran. Questa dinamica potrebbe, appunto, instaurarsi in modo ancor più netto nel caso in cui nel Golfo tacessero le armi. Chi invece teme una guerra di lunga durata, farebbe meglio ad alleggerire il portafoglio, tenendo però le antenne ben sintonizzate su eventuali cambiamenti di rotta.
Minimo comun denominatore per tutti, procedere con cautela, mantenere i nervi saldi, operare con mentalità da trader. E leggere poco i giornali, per non farsi prendere dal panico.
I rischi in Europa
Dal punto di vista dell’economia reale, in Europa si rischia un fenomeno inflattivo simile a quello conseguente allo scoppio della guerra russo-ucraina. L’impennata dei prezzi alla pompa è sotto gli occhi di tutti. Il fenomeno non coinvolge solo la benzina, ma anche il gasolio, i cui costi sono inspiegabilmente esplosi. Questi rincari sono in grado di causare problemi non solo agli automobilisti, ma anche (e soprattutto) ai trasporti via gomma e all’agricoltura. Non è quindi escluso che i prezzi delle merci sugli scaffali possa crescere in maniera visibile nei prossimi giorni, innescando una nuova crisi legata ai consumi.
Deficit Usa alle stelle
Pur risparmiando – come visto – uno storno severo alle Borse americane, il caro-petrolio ha comunque creato scompiglio negli Stati Uniti, obbligando Trump a gettare acqua sul fuoco. Washington, ricordiamolo, ha un problema enorme di deficit pubblico, esploso in due riprese (in epoca-Lehman e al tempo del Covid), per cui le casse pubbliche pagano 1.220 miliardi di dollari di interessi sul debito pubblico (proiezione 2025). A queste vanno aggiunte spese difficilmente comprimibili come quelle militari (lo scorso anno sono state di quasi 1.000 miliardi) e quelle legate al welfare, mentre una tassazione maggiore alle aziende è impensabile. La via dei dazi scelta da Trump – poi stroncata dalla Corte Suprema – era quindi parsa una strada obbligata per riequilibrare un po’ i conti, agendo sulla crescita delle entrate tramite controlli strategici sui flussi commerciali. Se la nuova, più moderata, decisione trumpiana sulle tariffe non dovesse subire stop per via giudiziaria, sicuramente non sarà toccata dai democratici, una volta dovessero reinsediarsi alla Casa Bianca, un po’ come è avvenuto per la tornata di tariffe introdotte dal presidente Usa nel corso del suo primo mandato. Come spesso accade, le misure impopolari vengono contrastate dall’opposizione, che poi regolarmente non le tocca una volta conquistato il governo.
La coperta è corta
Certo è che l’improvvisa restrizione del margine di manovra mette in difficoltà Trump, alle prese – oltre che con il caro-petrolio – anche con il cauto avanzamento del dollaro, che recupera lentamente sull’euro pur in un quadro di debolezza intrinseca. Gli americani votano pensando al portafoglio, e la promessa di mantenere basso il prezzo della benzina ha assunto un ruolo centrale nella campagna elettorale del presidente. Che quindi ha una strada obbligata: fare di tutto per far tornare il petrolio a livelli di guardia prima delle elezioni di mid term. In cui il costo della benzina giocherà un ruolo importante, se non decisivo.
Guerra in Iran, scompiglio in Borsa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La scorsa settimana, gran parte dell’attenzione dei mercati era concentrata sull’intelligenza artificiale, con i timori di bolla che deprimevano la Borsa americana. Con l’attacco israelo-americano sull’Iran di sabato scorso, le priorità dei listini di tutto il mondo sono bruscamente cambiate. Il rapido succedersi degli eventi ha visto le quotazioni di petrolio e gas schizzare molto in alto: il Brent ha sfondato gli 80 dollari al barile e il Wti staziona nella fascia 70-80, mentre il metano ha quasi raddoppiato la sua quotazione. Decisive sono state le reazioni di Teheran all’attacco. Prima di tutto quella militare contro alcuni Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti – con tanto di sospensione cautelativa, da parte di QatarEnergy, della produzione di Gnl a Mesaieed e Ras Laffan, che è il sito più grande del mondo: la decisione, se prolungata, potrebbe avere pesanti ricadute sui Paesi europei (soprattutto Italia e Germania) e asiatici. E i mercati, spinti dalla paura, arretrano. A questo si è aggiunta la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale (20 milioni di barili al giorno) e che, potenzialmente, è in grado di bloccare molti commerci.
Europa e Asia arretrano
L’improvvisa impennata dei costi energetici si è così riverberata sugli indici europei e asiatici, con ribassi generalizzati e il crollo della Borsa di Seul, che ieri aveva chiuso con una perdita di oltre il 7% e oggi ha lasciato sul terreno circa il 12%. Milano ha iniziato la settimana con un arretramento pari a più del 2% e ha proseguito ieri cedendo quasi il 4%, con una prestazione particolarmente negativa delle banche, e stamattina ha aperto cauta. In un contesto di indici europei che stanno provando un rimbalzo. Più volte abbiamo evidenziato che, negli ultimi tempi, le Borse si sono dimostrate vaccinate agli urti geopolitici. Ma, evidentemente, quando entrano in gioco petrolio e gas le pressioni diventano troppo forti e la resistenza dei listini viene meno. Diversa la situazione delle Borse americane che, dopo un cedimento iniziale, hanno praticamente recuperato le perdite, per poi tornare in calo marginale: -0,83% il Dow Jones, -1,02% il Nasdaq. Quest’ultimo, in particolare, è forse riuscito a limitare i danni anche grazie alla stessa intelligenza artificiale che la scorsa settimana preoccupava gli investitori: si potrebbe ipotizzare che l’IA abbia fermato il suo trend negativo proprio per le sue possibili applicazioni in campo militare, agganciandosi di fatto al trend del settore difesa. E questo nonostante gli allarmi sui timori di una bolla (Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, ha paventato una crisi come quella del 2008) e la possibilità di nuove limitazioni Usa all’export di chip verso imprese cinesi.
Due scenari
L’incertezza la fa da padrona, anche perché non si riesce a prevedere la durata di questa guerra. Se il conflitto fosse una questione al massimo di quattro-cinque settimane, come da iniziale pianificazione di Donald Trump, i mercati avrebbero la concreta possibilità di stringere i denti per un certo periodo e poi “digerire” i problemi portati dall’evento bellico, provando l’inversione di tendenza con rimbalzi veloci. Se invece ci trovassimo di fronte a una endless war il contesto diventerebbe molto più confuso, con una situazione in grado di amplificare il rischio asimmetrico che contrappone possibili rimbalzi deboli e crolli del 10%-20%. Una guerra di lunga durata sarebbe una mina vagante non solo per i mercati, ma anche per Trump, che rischierebbe di giocarsi le elezioni di mid term e di provocare una spaccatura nella sua stessa base. Gli americani votano pensando al portafoglio: il prezzo della benzina alla pompa è una parte molto importante nel carrello della spesa e un rincaro dell’energia rischia anche di compromettere il rallentamento dell’inflazione e di conseguenza il calo dei tassi caldeggiato dal presidente americano. Un ruolo centrale verrà giocato, quindi, da due partite: l’eventuale riapertura dello stretto di Hormuz, il cui blocco alla lunga non conviene neanche a Teheran, e la possibilità che i qatarioti diano nuovamente il via alla produzione di Gnl. Un’eventualità che potrebbe avverarsi in assenza di nuovi attacchi militari iraniani.
Cosa fare?
In queste condizioni, è difficile consigliare una strategia di investimento. Chi crede che la guerra durerà un mese o poco più, potrebbe provare a sfruttare qualche opportunità d’acquisto. Già oggi sono appetibili i finanziari, attualmente deboli, mentre è meglio evitare i titoli che sono saliti molto, come gli energetici e il settore difesa. Chi invece ha timore che lo scontro duri di più, si sentirà molto più tranquillo alleggerendo posizioni e attendendo tempi migliori per le Borse.
Valute e beni rifugio
La paura ha fatto 90 per i beni rifugio, ma non per tutti. E’ salito nuovamente il franco svizzero, ancora ai massimi sull’euro, e si prevede anche un possibile exploit della corona norvegese. Mentre il bene rifugio “storico” per eccellenza, e cioè l’oro, non ha sfruttato l’occasione, imboccando una strada a zig zag: prima su (ma non in maniera decisa come avrebbe potuto fare), poi giù. Tornando alle valute, il dollaro si sta rinforzando sull’euro, anche se per ora il recupero è a passo lento. Tuttavia, se il biglietto verde dovesse salire ancora, si potrebbe creare qualche ulteriore grattacapo per Trump: in un periodo di incertezza sui dazi, verrebbe a mancare anche il vantaggio competitivo di una moneta debole, che in fondo è come una “tariffa doganale di fatto”.
Intelligenza artificiale
In un quadro confuso come l’attuale, l’intelligenza artificiale sembra relegata in un angolino, ma non è così. La sfida dell’IA non si risolve in poche settimane o in alcuni mesi, ma pervaderà sempre più il nostro futuro.
Già ora, il suo coinvolgimento in alcuni settori dà il via a crisi settoriali, che hanno colpito, per esempio, il comparto del software e quello del trading, e chissà cosa altro nei prossimi mesi. Per non parlare delle ripercussioni che si verificheranno sul fronte dei posti di lavoro, con le conseguenze (anche sull’economia) che è facile immaginare.
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Dazi, la Corte Suprema boccia la decretazione d'emergenza
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Tanto tuonò che piovve. La Corte Suprema americana ha dichiarato illecito l’utilizzo, da parte di Trump, dell’International Emergency Economic Powers Act per imporre dazi “saltando” il Congresso. I giudici, diversamente da quello che si dice, non sono entrati nel merito, ma hanno bocciato la procedura, rimandando un’eventuale decisione alle Camere. La sentenza dimostra che gli Stati Uniti non sono diventati tutto a un tratto un’autocrazia, ma che il sistema di pesi e contrappesi funziona, anche in presenza di una Corte a maggioranza conservatrice. Certo, dall’amministrazione Obama in poi si è verificato un uso massiccio e smodato della decretazione di urgenza, riducendo gli interventi dei rappresentanti del popolo. A titolo di esempio, lo stesso Obama ne ha emessi quasi mille. Ma la Corte c’è.
Rischio ricorsi
Il rischio è ora che si avvii una spirale di ricorsi e controricorsi per 175 miliardi (FedEx ha già fatto partire la causa). Su questo nodo potrebbe ancora intervenire la Corte, confermando la possibilità, da parte delle aziende, di appellarsi per riavere gli importi versati nelle tariffe o, più probabilmente, trovando il modo di annullare le controversie sulla tassazione corrisposta fino al momento della sentenza. La questione si risolverà, probabilmente, a breve termine, dato che nella sentenza non è stato specificato nulla in proposito.
Trump rilancia
Intanto, mentre si dibatte su questo punto – importantissimo, perché un eventuale maxi-rimborso cadrebbe sulle spalle degli americani – Trump ha subito introdotto un dazio globale del 10% (e non del 15%, come era stato annunciato). La misura si applica a tutti i Paesi, con effetto dalla mezzanotte dello scorso 24 febbraio, per 150 giorni. L’annuncio a sorpresa, che però esclude vari articoli dalle tariffe, rischia di creare uno scontro istituzionale. Un pericolo che Trump vuole assolutamente evitare: per questa nuova decisione, sta quindi cercando di trovare una pezza legislativa che possa essere accettata dai giudici supremi.
Bene i mercati europei
In generale, le Borse hanno accolto bene la sentenza della Corte Suprema americana. I mercati europei hanno mantenuto il rimbalzo più a lungo, per poi fermarsi sui timori causati dal rilancio di Trump. Il leggero arretramento non cambia il leitmotiv generale delle Borse europee, guidate ancora da una forte rotazione settoriale, che rende la situazione molto fluida e non facilita previsioni, né strategie di investimento. I listini americani, dopo l’entusiasmo iniziale per la sentenza, hanno invece ripiegato molto presto: sono infatti tornati a concentrarsi sull’intelligenza artificiale, spegnendo gli entusiasmi e perdendo l’1%.
Macron spinge sull’IA
Intanto, Emmanuel Macron investe insieme all’India proprio sull’intelligenza artificiale, evidenziando i ritardi dell’Europa, e spingendo l’Ue a ricoprire un ruolo più attivo. Un appello che, in linea di principio, sarebbe condivisibile, se non fosse per due piccole precisazioni. In primo luogo, quando parla di Europa Macron intende soprattutto la Francia, che vede ancora come centro del continente. Poi, sembra ormai tardi per iniziare a investire massicciamente sull’intelligenza artificiale. Stati Uniti e Cina hanno già iniettato centinaia di miliardi nell’IA, evidenziando il ritardo tragico del nostro continente. Per non parlare dei rallentamenti causati dalla regolamentazione e della frammentazione atavica dell’Ue: a siglare l’accordo con l’India è stata Parigi e non Bruxelles, e molto probabilmente saranno i singoli Stati a investire, in direzioni autonome e separate. Il che, ovvio, depotenzierebbe la forza che l’Europa avrebbe se solo andasse nella stessa direzione.
L’eredità di Milano Cortina
Si sono conclusi i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026. La fiamma si è spenta contemporaneamente nelle due città ospitanti, lasciando quel velo di malinconia che spesso sopravviene quando i cinque cerchi sono ammainati. Per il resto, i Giochi si sono rivelati un successo oltre le attese, con una ricaduta di immagine molto positiva. Anche sul fronte della legacy, rimangono sul territorio infrastrutture che miglioreranno la quotidianità dei cittadini. Purtroppo, non tutti i lavori sono stati conclusi in tempo, soprattutto quelli viari; tuttavia, è previsto che, pur con ritardo, le opere siano ultimate e lasciate in eredità al territorio. Anche l’impatto economico è stato positivo: il pil lombardo è cresciuto del 1,7% contro la media dell’1,2%. Qualcuno ha accennato alla possibilità, per Milano, di “provarci” per le prime Olimpiadi estive previste, quelle del 2040, magari in coppia con una vicina città (per esempio, Torino). E il tentativo non sarebbe neppure fuori luogo, se non fosse per un ostacolo molto difficile da superare: Milano non ha uno stadio di atletica. E costruirne uno è, almeno al momento, fuori discussione: la vicenda San Siro rischia di concludersi con la compresenza di due stadi, uno in funzione e uno “decostruito”, a poca distanza. Il che renderebbe antieconomica la progettazione di un altro impianto.
Il valore dei premi ai medagliati
Dal punto di vista sportivo, la rappresentativa italiana archivia un bilancio lusinghiero, con dieci ori, sei argenti e 14 bronzi, per un totale di 30 podi complessivi, che fruttano un quarto posto nel medagliere.
Le prestazioni sono ben retribuite: agli olimpionici italiani vengono attribuiti 180.000 euro, ai secondi 90.000 e ai terzi 60.000. Possono sembrare cifre importanti, ma per il contribuente italiano rappresentano “noccioline”. Mentre per gli atleti sono ampiamente meritate, dati i sacrifici compiuti dagli atleti in una vita di allenamenti. Un esempio su tutti è dato dal vero “re” di questi Giochi, il fondista norvegese Johannes Høsflot Klæbo, che ha portato a casa tutte e sei le gare disponibili, raggiungendo il traguardo di atleta più vincente di sempre nei Giochi Olimpici invernali. Bene: mentre i suoi coetanei si prendono i loro tempi per divertirsi, Klæbo conduce una vita da asceta, dedicandosi anima e corpo agli allenamenti. Per i campioni, un riconoscimento economico è dunque doveroso, oltre a permettere agli atleti di potersi allenare senza che sopraggiungano eventuali problemi economici.
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Settimana problematica per i titoli finanziari
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un calo dell’1,7%, e, dopo un lunedì tutto sommato stabile, sta provando il recupero. La flessione di Piazza Affari è stata causata soprattutto dal pesante arretramento delle banche, capaci in una settimana di perdere il 7%. E di influire sul listino milanese, tradizionalmente molto esposto nei confronti del settore dei servizi finanziari – non per niente, le altre Borse europee, pur in presenza del terremoto delle azioni finanziarie, hanno chiuso una settimana tutto sommato tranquilla. La situazione non deve, però, spaventare: febbraio è tradizionalmente un mese poco positivo e in un ambito di trading range al rialzo (da gennaio a oggi le Borse sono ancora in “utile”) le correzioni, anche senza un motivo apparente, sono quasi ordinaria amministrazione. A questi prezzi, l’acquisto selettivo di alcuni titoli bancari potrebbe rivelarsi una buona scelta, tanto più che siamo vicini alla distribuzione dei dividendi.
I motivi della correzione
I motivi dello storno settoriale sono molto deboli: è vero che il governo sta discutendo nuove tassazioni per il settore, ed è altrettanto indubbia la portata delle dichiarazioni di Matteo Salvini (“continuo a ritenere che, in un momento di difficoltà economica per tanti, chi ha di più, come il sistema bancario, debba dare di più”, ha detto il vicepremier). Ma questo non basta a spiegare un movimento di questo tipo. Come non bastano le possibili reazioni degli investitori a un’inchiesta del Sole 24 Ore, secondo cui i maxi-utili delle aziende di credito dipendono sempre meno dagli interessi passivi sui finanziamenti e sempre di più dall’asset management e dalle polizze assicurative. Tanto più che questa politica è ben nota da anni. Insomma: piani governativi, dichiarazioni e indagini giornalistiche non sono sufficienti per un crollo azionario di questa portata. Piuttosto, sullo storno delle banche potrebbe aver influito maggiormente la paura generalizzata che i nuovi strumenti di intelligenza artificiale per il risparmio gestito possano mettersi in concorrenza con le case storiche di investimenti e prendersi tutto il mercato. Non per niente, è bastato che Altruist mettesse sul mercato un servizio di pianificazione fiscale che si basa sull’Ia (nel dettaglio, sulla sua piattaforma Hazel) per colpire i titoli delle società di asset management. E riverberarsi sulle banche.
Incubi IA
D’altra parte il fenomeno sembra ormai consolidato: ogni volta che l’intelligenza artificiale generativa viene accostata a un settore, si scatena il terremoto in Borsa proprio su quel comparto. A questo proposito, ha fatto parlare un post virale (anzi, “viralissimo”, dato che è stato visto da decine di milioni di persone) di Matt Shumer, imprenditore americano che lavora proprio nell’ambito dell’Ia. “Qualcosa di grande sta succedendo”, ha affermato, facendo capire che siamo ormai arrivati allo spartiacque: dall’intelligenza artificiale che affianca il lavoro, afferma, stiamo passando all’Ia generativa in grado di sostituire il personale, facendo irruzione nei processi produttivi e diminuendo in maniera molto significativa la necessità di un contributo umano. Shumer ha paragonato il febbraio 2026 allo stesso mese del 2020, alla vigilia del Covid. Quando si parlava di questo nuovo virus che si stava espandendo in Paesi esteri, ma buona parte delle persone (e delle Borse) non gli prestava molta attenzione. Poi, in tre settimane, è cambiato tutto, trasformando la vita in una modalità che era praticamente impossibile da immaginare. Ecco: per Shumer siamo nelle stesse condizioni di allora. Con una differenza: i rischi insiti nell’Ia generativa sono “molto, molto più grandi” di quelli del Covid. Le opinioni su questa previsione decisamente distopica sono contrastanti. E’ indubbio che l’intelligenza artificiale generativa sia in grado di sostituire alcuni processi, e che lo sarà sempre di più. Tuttavia, ci sono ruoli che è difficile immaginare come completamente gestiti da algoritmi. E il risparmio gestito è uno di questi. A certi livelli, il rapporto umano e la fiducia tra gestore e cliente sono parte fondamentale del processo. Inoltre, l’Ia tende sempre a non contrariare l’utente o a fornire risposte “caute” o troppo equilibrate – un atteggiamento poco adatto a un settore che deve saper proporre alternative fra i vari mix moderati, bilanciati e aggressivi. L’intelligenza umana ha capacità di scelta e discernimento, che l’Ia non ha: un allarme di questo tipo sembra quindi prematuro. Tuttavia, in Borsa si compra e si vende sulle attese: se stimolati, i mercati reagiscono, a volte in maniera inspiegabile.
Sorpresa dall’economia americana
Grande sorpresa dagli Stati Uniti: i dati di gennaio evidenziano un Paese in salute, con 130.000 nuovi posti di lavoro (ne erano attesi 65.000) e una disoccupazione al 4,3% (-0,1%). Ciò, tra l’altro, si unisce alla crescita dell’economia del 5% nell’ultimo trimestre. Con questi risultati, è molto difficile che un Jerome Powell in scadenza di mandato decida di tagliare i tassi nella seduta del prossimo marzo. Tanto più che il leader Fed ha dimostrato indipendenza anche quando era ampiamente criticato da Donald Trump, e non correggerà il tiro proprio negli ultimi mesi di ufficio. A giugno la Federal Reserve sarà presieduta da Kevin Warsh, più propenso ai tagli dei tassi. Anche se – ci teniamo a ribadirlo – un presidente di una banca centrale giudica dalla situazione e dal contesto, prima ancora che dal suo approccio personale.
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Le Borse tornano in forma
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Torna il sereno per le Borse europee, che hanno recuperato le scosse telluriche e la volatilità dello scorso mese, anche se Wall Street ha ottenuto una migliore performance. Milano ha stabilito nuovi massimi, per poi fermarsi in attesa dei dati macro Usa. Ad agevolare la ripresa (e i record), i dati annuali delle aziende, soprattutto quelle del settore finanziario, che hanno ancora una volta sorpreso tutti in positivo; unica eccezione rilevante Bff Bank, che ha subito un forte calo sia dell’utile 2025, sia delle previsioni relative a quest’anno, con il conseguente crollo in Borsa di oltre il 40%. Tuttavia l’istituto rappresenta solo una piccola spezzatura, che da sola non è in grado di influire sulla performance dei titoli finanziari.
Volo nipponico
Record anche per il Nikkei, che ha reagito positivamente alla netta vittoria elettorale della premier in carica Sanae Takaichi in Giappone. Con più di due terzi dei seggi alla Camera, la leader del partito liberaldemocratico ha i numeri per introdurre riforme costituzionali, ma anche cambiamenti alla gestione dell’economia, prevedendo tra le altre cose tagli alle imposte. E i mercati dimostrano di apprezzarlo.
Oro e argento si stabilizzano
Le materie prime hanno fermato il crollo, stabilizzandosi su valori comunque importanti: intorno ai 5.000 dollari l’oncia l’oro e a 80 circa l’argento. Difficile fare previsioni: a fine 2026 i prezzi dei due metalli potrebbero essere più alti rispetto a ora, ma non sono escluse correzioni violente nel corso dell’anno. Per questo, occorre tenere d’occhio le quotazioni, riservandosi di incrementare le posizioni in oro e argento in caso di calo del 10% o più, mentre è meglio rimanere fermi qualora si verificassero storni più contenuti.
La crisi di Stellantis
Oltre a Bff Bank, a calare sensibilmente a Piazza Affari è stata Stellantis (-25% circa) che ha pagato la svalutazione di oltre 22 miliardi (con la retromarcia sull’elettrico) e perdite totalmente inaspettate. A influire sul sell off massiccio in Borsa sono stati soprattutto la sospensione dei dividendi e la perdita netta attesa nel secondo semestre dello scorso anno. Condizioni, queste, che esigerebbero un aumento di capitale, che però non avverrà: Stellantis vuole ricorrere a un prestito ibrido di 5 miliardi di euro proprio per evitare questa eventualità. La “fuga” dall’elettrico dipende soprattutto dalla marca Chrisler, che ha quasi azzerato investimenti nelle e-cars dopo la decisione di Donald Trump di bloccare gran parte degli incentivi. Il brand aveva puntato moltissimo sull’elettrico americano ed è stato costretto a riconsiderare la sua piattaforma produttiva.
Il futuro delle auto europee
Il disimpegno dalle e-cars si è verificato anche in Europa, ma dipende essenzialmente dello scarso successo dell’elettrico tra gli acquirenti – mentre fra le cause è molto meno importante la timida inversione della Commissione Ue nella strategia green radicale. La decisione, di per sé, introduce una risposta più moderata al problema, sperando che non sia giunta troppo tardi.
Qualche osservatore afferma che l’automotive europeo (ma anche altri settori) potrebbe ricevere una spinta dall’accordo di libero scambio Ue-India, che coinvolge varie industry, puntando a raddoppiare l’export di Bruxelles verso Dehli entro il 2032. Tuttavia, ammesso e non concesso che le case automobilistiche dell’Unione sfondino davvero in questo mercato (impresa difficile, dati i numeri di Tata), ciò avverrà fra qualche anno. Fino ad allora, varie aziende automotive europee sono a rischio. Soprattutto le imprese italiane e tedesche (non per niente i due governi stanno procedendo all’unisono per affrontare gli ostacoli in sede comunitaria), ma anche quelle francesi.
Banca di Francia, le dimissioni del governatore
A proposito di Francia, hanno fatto scalpore le dimissioni del governatore della banca centrale, Villeroy de Galhau, che lascerà l’incarico il prossimo giugno, in anticipo rispetto alla scadenza naturale di fine 2027. Il banchiere, in una lettera ai dipendenti, ha puntualizzato che la sua scelta è stata del tutto autonoma, sottolineando di aver messo al corrente della decisione il presidente Emmanuel Macron, l’esecutivo transalpino e la numero uno della Bce Christine Lagarde. Secondo ciò che ha spiegato de Galhau, non c’è nessuno strappo, né alcun motivo straordinario: semplicemente, il governatore ha reputato di aver portato a termine l’incarico e di aver deciso di arrivare fino a giugno per concedere abbastanza tempo a Macron per scegliere il suo sostituto. Tutto ciò si verifica in una situazione molto complicata per la Francia, che non è riuscita ad approvare la nuova Finanziaria e ha dovuto ricorrere a una legge d’emergenza per consentire l’esercizio provvisorio nel 2026. Confermandosi ancora una volta il “malato d’Europa”.
Milano Cortina, pareggio a 1,7 miliardi
E’ stata fissata a 1,7 miliardi di euro la quota di pareggio per i Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina. Lo afferma il Sole 24 Ore. La somma serve per coprire le spese di organizzazione, che si sono alzate del 15%. Tutto ciò mentre i biglietti, i cui costi sono generalmente alti, sono lungi dall’esaurire la capienza degli impianti e di raggiungere la quota target (1,5 milioni di ingressi venduti). Qualsiasi cosa accada, occorre tenere in considerazione l’impatto positivo che le nuove infrastrutture avranno sui territori. Un impatto che non si vede subito, e non rientra nei documenti di “entrate e uscite”, ma che potrà essere valutato fra parecchi anni.
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Nuovo presidente per la Fed. Bene i mercati, i metalli crollano
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Il presidente americano Donald Trump ha nominato Kevin Warsh alla carica di nuovo presidente della Federal Reserve. Il banchiere centrale, che il prossimo maggio subentrerà a Jerome Powell, ha avuto la meglio su una ristretta rosa di candidati. Nel board della Fed dal 2006 al 2011, è stato anche consigliere economico dello stesso Trump; recentemente si è mostrato in linea con le critiche del presidente alla stessa Federal Reserve, sostenendo l’esigenza di tagliare i tassi – operazione che la scorsa settimana non è stata effettuata, nonostante le pressioni del presidente Usa.
Nessun approccio dogmatico
Da un primo giudizio, con l’era-Warsh sembra possibile un cambiamento della politica monetaria della Fed. Ma questo è tutto da dimostrare.
Primo, perché le decisioni non spettano a una sola persona, ma al board. Un organismo che (come in ogni direttivo di banca centrale, compresa la Bce) è solitamente composto da “falchi” e “colombe”. E in cui, a quanto pare, continuerà a sedere l’attuale governatore. Secondo, le linee guida di una banca centrale non dipendono tanto dall’impostazione o dall’approccio del suo presidente e del suo board (che pur, come visto, esistono), ma dalla situazione economica del Paese. In totale autonomia. Infatti la reazione positiva dei mercati (pur sorpresi dalla scelta di Trump) e il conseguente rafforzamento del dollaro suggeriscono che, secondo gli investitori, Warsh abbia le carte in regola per mantenere l’indipendenza totale della Fed dal potere politico. Come sempre accade, anche con il nuovo leader la Federal Reserve si muoverà guardando all’inflazione, che attualmente sta scendendo. Se la situazione economica si dimostrasse favorevole al mantenimento della stretta monetaria, Warsh potrebbe quindi essere indotto a rovesciare la sua impostazione favorevole ai tagli dei tassi, mantenendo immutato il costo del dollaro. O al massimo ad apportare solo una sforbiciata di 25 punti base, per poi restare fermo per vari turni. Nello stesso tempo, qualora si presentasse la necessità di comprare debito pubblico, Warsh sicuramente agirebbe di conseguenza, pur essendo ideologicamente contrario all’acquisto di bond governativi.
Terremoto metalli
Contemporaneamente all’annuncio della nuova era della Fed, si è verificato il crollo improvviso di oro, argento e altri metalli e materie prime. Un vero terremoto, che ha costretto investitori con posizioni allo scoperto a chiuderle in tutta fretta: alcuni certificati a leva cinque ora valgono zero (basta un -20% per svalutare totalmente il sottostante). La magnitudine del movimento “tellurico” ha mandato in fumo 7 trilioni di dollari solo per oro e argento, e ancora di più se consideriamo anche il resto delle materie prime, come l’alluminio. La corsa sfrenata dei due metalli era insostenibile e si è fermata improvvisamente, obbedendo a una sorta di legge fisica. Come accade per un proiettile che, dopo lo sparo, rallenta la salita e piomba dritto a terra. Molti osservatori hanno collegato la nomina di Warsh al crollo di oro e argento, indicandola come un fattore di sicurezza che renderebbe meno appetibili i beni rifugio. Ma questa sembra una scusa ex post: il mercato dei metalli mostrava volatilità già da tre o quattro giorni e preannunciava un assestamento. Che si è puntualmente verificato. E che ora sembra in esaurimento: le vendite massicce di oro e di argento (che comunque conserva un +10% rispetto a inizio anno) stanno rallentando, soprattutto a New York. I due metalli – la cui funzione di bene rifugio è più che mai in discussione – potrebbero quindi assestarsi su valori più consoni. Ha invece superato quota 1.09 euro il franco svizzero, che però non è immune da possibilità di cali anche improvvisi, soprattutto se la sua corsa si facesse travolgente.
La ripresa delle Borse
Come detto, il crollo di oro e argento si è rivelato positivo per le Borse, già spinte dagli utili, che insieme alla crescita restano elementi fondamentali per indirizzare i mercati azionari. Non per niente, i listini hanno dato un segnale incredibile di forza, chiudendo una buona settimana e aprendo ancora meglio quella nuova. Gli utili tra il 7% e il 9% raggiunti dalle società quotate (a eccezione del lusso, che paga il mutato atteggiamento nei confronti di capi molto costosi) evidenziano che non c’è motivo per cui i mercati debbano scendere, anche se la volatilità è decisamente maggiore rispetto allo scorso anno. A meno, ovviamente, che si non presenti il classico “cigno nero”: per esempio, un nuovo fattore geopolitico, o magari l’acclarato coinvolgimento di personaggi molto importanti nel caso-Epstein, i cui file stanno mostrando un marciume diffuso e rivelando storie terribili e degne dei peggiori film horror.
Bollette ancora su
Se i metalli scendono, il gas si assesta. Ma non è solo il prezzo del metano a determinare le tariffe che le famiglie e le aziende italiane devono sostenere: l’energia ha un impatto di solo il 60% sul totale – e se si rinunciasse a utilizzare l’indice Ttf di Amsterdam per stabilirne il prezzo, il suo peso sarebbe ancora minore. I cosiddetti “oneri di sistema”, per esempio, hanno aumentato il loro peso sul prezzo finale fino a sfiorare il 20% della bolletta. Lo denuncia il rapporto 2025 dell’Osservatorio Confcommercio Energia, che ha valutato la situazione dei costi (e degli aumenti) per le imprese del terziario. Aziende che, afferma lo studio, su questo fronte non se la passano per niente bene, dato che l’anno scorso hanno subito la crescita dei costi della luce del 28,8% sul 2019, ultimo dato pre-Covid, e di quelli del gas alla percentuale-monstre del 70,4%. Secondo Goldman Sachs, in una previsione che deve comunque essere presa con le pinze, entro due anni il prezzo del gas dovrebbe dimezzarsi. Sperando, naturalmente, che non sia troppo tardi per la sopravvivenza di molte imprese.
Milano-Cortina al cancelletto di partenza
Domani si svolgeranno le prime partite di hockey dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, che poi vedranno la cerimonia d’apertura venerdì sera a San Siro. Fino al 22 febbraio si alterneranno le gare su neve e ghiaccio, seguite in marzo dalle Paralimpiadi. E poi sarà tempo di bilanci. Naturalmente, già ora è possibile individuare le due facce della medaglia. Da una parte, per quanto riguarda le località di montagna, saranno utilizzate in gran parte piste già esistenti, che, eccezioni a parte, hanno avuto bisogno di interventi poco più che ordinari per essere pronte: soldi ben spesi, dato che si prevede che le infrastrutture rimangano poi sul territorio. D’altro canto, è andata in tutt’altra direzione la costruzione dell’impianto di Cortina per bob, slittino e skeleton, che ha drenato molte risorse, senza la certezza di un utilizzo continuativo dopo i Giochi. A Milano, l’intervento dei privati ha mitigato i finanziamenti pubblici per i luoghi di gara. Ma le infrastrutture viarie del territorio olimpico non sono state del tutto completate: l’esempio più eclatante è la tramvia che avrebbe dovuto collegare Rogoredo e il palazzetto di Santa Giulia, che sarà ultimata a Giochi ampiamente chiusi. La lista dei lavori non ultimati – o non effettuati – comprende anche opere fuori Milano, dai progetti viari in Valtellina alla telecabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina, che avrebbe permesso alle persone di raggiungere le piste da sci teatro delle gare olimpiche: in questo caso, la corsa contro il tempo è stata persa e i lavori saranno conclusi dopo i Giochi, offrendo comunque un’infrastruttura importante per vacanzieri e sciatori. La tavolozza è quindi in chiaroscuro. Resta la speranza che i Giochi siano un volano per Milano e per il turismo invernale sulle nostre montagne, con evidenti ritorni economici sui territori.
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Oro e argento: una corsa inarrestabile?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Continua il ping pong dei mercati, che evidentemente non hanno ancora deciso che direzione prendere. Dopo la correzione seguita alle dichiarazioni bellicose di Donald Trump su nuovi dazi nei confronti dei Paesi che sosterranno la Groenlandia, le Borse si sono rasserenate per il mezzo passo indietro del presidente Usa a Davos e hanno provato un timido recupero. A Milano, le banche hanno spinto un leggero rimbalzo, dimostrando ancora una volta che sta proseguendo il trend all’insegna della rotazione settoriale tipico di questi ultimi mesi. Ed evidenziando che, nella pianificazione di eventuali investimenti, è consigliabile una strategia prudente. Potrebbe dunque rivelarsi saggio mantenere le posizioni, senza incrementare, e sfruttare questa fase interlocutoria per studiare le prossime mosse esaminando problemi geopolitici, utili e outlook delle aziende. Puntando comunque sull’azionario, che promette senz’altro performance maggiori rispetto a un obbligazionario ormai normalizzato dall’assestamento dei tassi verso il basso.
Silvermania
Se le Borse navigano a vista, è sempre più clamorosa la corsa dell’oro e soprattutto dell’argento, che ha sbriciolato il muro dei 100 dollari l’oncia. Un traguardo che era previsto per fine 2026 e che invece è stato superato nel primo mese dell’anno. Le crisi geopolitiche (Ucraina, Venezuela e Iran in primo luogo) e la conseguente ricerca di beni rifugio sono sicuramente cause importanti di questo fenomeno ma – ora che le dimensioni dell’avanzata sono impressionanti – non bastano più da sole a spiegarlo. Anche perché gli altri metalli non seguono lo stesso trend, rendendo i due beni rifugio ancora più saldi in questa posizione. E allora? Allora, è molto probabile che dietro ai movimenti folli dell’argento ci sia una componente speculativa, che innesca un rischio-bolla. Molti si ricordano del Silver Thursday, che scosse i mercati giovedì 27 marzo 1980; in quel giorno, un crollo della quotazione dell’argento creò il panico tra gli investitori. A seguito del crack, i fratelli Hunt – petrolieri texani che si erano accaparrati una parte enorme di argento, causando così una reazione che avrebbe portato al crack – persero oltre un miliardo di dollari. Pur salvandosi inizialmente dal default, i fratelli videro progressivamente diminuire il loro patrimonio; anni dopo arrivò il colpo finale: i due furono dichiarati responsabili in sede civile per le loro operazioni tendenti al monopolio. Non ci è dato di sapere se in questo caso si verificherà un calo molto rilevante o una semplice correzione; è però probabile che prima di un eventuale arretramento possa proseguire per un po’ la fase rialzista.
Troppo caro per l’industria
Si è rimarcato più volte che l’argento, a differenza dell’oro, ha anche un’applicazione industriale. Una freccia in più al suo arco, si potrebbe dire. Tuttavia, questa caratteristica inizia a essere messa a rischio dall’impennata del suo valore. Nei moduli fotovoltaici, per esempio, il costo dell’argento ha ormai raggiunto il 30% del totale. In Cina si inizia già la caccia a metalli alternativi, nello specifico il rame, per gli usi industriali. Un argento improvvisamente super-valutato (un anno fa si aggirava sui 30 dollari, ora supera i 100) mette in difficoltà anche i venditori di gioielli: quotazioni simili tagliano fuori la classe media dagli acquisti, spingendola verso la bigiotteria o altre soluzioni più economiche. Questi aumenti sono, in ogni caso, più sentiti negli Stati Uniti che in Europa, dato che la valutazione ufficiale di oro e argento è espressa in dollari e il biglietto verde sta ancora cedendo e avvicinandosi a quota 1.20 sulla moneta unica. Non corre come i metalli preziosi ma sale gradualmente il prezzo del gas, che ha già prodotto una sortita oltre quota 40 euro a mwh. Ancora in fase soft, invece, il petrolio, che veleggia tra i 60 e i 70 dollari al barile.
Faro sulla Fed
Oltre a crisi geopolitiche, utili e outlook delle società, gli investitori sono in attesa della prossima decisione della Fed sui tassi, prevista fra poche ore. Importante anche capire la strategia della banca centrale americana per i prossimi mesi. Il quadro vede gli Stati Uniti superare i 33mila miliardi di dollari di debito pubblico (105.000 dollari per cittadino americano), con un deficit annuale pari al 6%. Ciò significa che nel 2026 gli Usa emetteranno il 50% circa del nuovo debito mondiale.
Il dopo-Powell
Intanto è corsa alla successione di Jerome Powell. Dopo che Trump ha raffreddato la candidatura di Kevin Hassett, capo del National Economic Council dallo scorso anno (“mi piacerebbe” mantenerlo “dov’è”, ha detto), spunta l’alternativa Rick Rieder, esponente di Blackrock: le previsioni del sito specializzato Polymarket, citato del Sole 24 Ore, hanno visto le possibilità del manager balzare dal 6% al 47% in una settimana lavorativa. La scelta di Rieder rifletterebbe la tendenza di scegliere un personaggio vicino a Wall Street, Ciò, però, non deve preoccupare, perchè solitamente, in un istituto centrale e nei suoi rapporti con il potere politico e la finanza, il sistema di pesi e contrappesi funziona. Come hanno dimostrato Powell con l’autonomia sui tassi e Mario Draghi ai tempi del salvataggio dell’euro, un banchiere centrale e il suo board, pur nominati dalla politica, possono lavorare conservando la loro indipendenza.
Nuovi stress test
E’ invece stabile la politica dei tassi Bce, che sembra non aver più intenzione di muovere le percentuali di riferimento – a meno che si verifichi un ritorno dell’inflazione. Risultato: oggi un Btp a due anni rende oltre il 2%, con la curva un po’ inclinata. Se appare ferma nella politica monetaria, l’Eurotower è molto attiva negli stress test nei confronti delle banche sulla tenuta rispetto a rischi geopolitici (in un quadro contraddistinto da minori aiuti pubblici) e attacchi informatici o malfunzionamenti dei sistemi. Dal punto di vista economico, senz’altro le banche sono messe bene, dato che la loro patrimonializzazione – richiesta proprio dall’Europa dopo il disastro Lehman – è eccellente. La medaglia, però, ha il suo rovescio: le normative hanno di molto diminuito l’attività tradizionale di erogazione del credito a famiglie e aziende, che storicamente contraddistinguono la vita delle banche.
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Borse poco mosse. In attesa della Fed
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse hanno archiviato una settimana all’insegna della debolezza e provano a rimbalzare. Ma restano comunque poco mosse, come spesso accade nella fase prenatalizia. L’ultimo appuntamento in grado di dare qualche scossone è l’imminente riunione della Federal Reserve, che dovrà sancire il taglio tassi di 25 punti base, dato per scontato praticamente da tutti. Superata quest’ultima scadenza, gli indici dovrebbero muoversi in modalità prefestiva, a meno ovviamente di imprevisti. Insomma, quello che i mercati dovevano fare lo hanno fatto, non c’è motivo di aspettarsi scossoni: a fine anno si tireranno le somme e si ripartirà.
La Fed taglia. La Bce no
Se la Fed si appresta a tagliare, la Banca Centrale Europea non ci pensa neanche. Le divergenze fra i membri del comitato esecutivo Bce dividono infatti chi vuole diminuire i tassi, chi non lo vuol fare e chi invece vuole addirittura tornare a inasprire la politica monetaria. Ma i “falchi” sembrano avere il pallino in mano. Il sasso è stato lanciato da Isabel Schnabel, membro del board, nonché possibile candidata alla presidenza dopo Christine Lagarde. In un’intervista a Bloomberg, la consigliera ha apertamente affermato di sentirsi a proprio agio con il possibile aumento dei tassi (anche se non nell’immediato, ha precisato). Nel mentre, ha aggiunto, a meno di shock “prevedo che resteranno in questa posizione per un certo tempo”, a causa del ritorno dei rischi di un nuovo aumento dell’inflazione. Più “colomba” Olli Rehn, membro del consiglio direttivo Bce e presidente della Banca di Finlandia, che in un’intervista a Milano Finanza ha ritenuto “più probabile che l’inflazione si attenui”, esortando l’Eurotower a decidere secondo i dati, piuttosto che su posizioni rigide. Il nuovo duello a colpi di fioretto fra falchi e colombe in quel di Francoforte sembra quindi iniziato. Ciò che è certo è che, nel confronto tra la politica monetaria Fed e quella Bce, sembra possibile un “sorpasso in frenata”, con Washington destinata a tornare su valori più bassi rispetto a Francoforte.
Riarmo: la Germania dice addio ai paesi “frugali”
Questo trend rende realistica la previsione di un’ulteriore divaricazione del rapporto euro-dollaro, già in fascia alta: la possibilità di una politica monetaria dovish americana e hawkish europea apre a un possibile avvicinamento dei valori fra le due monete a una quota non distante da 1,20. A meno, ovviamente, di una crisi economica europea forte: a questo proposito occorrerà tenere sotto controllo come potrebbero reagire mercati ed economia reale all’annunciato distacco totale dal gas russo, previsto per il 2027. Intanto, a cercare di risollevare i conti in modo insolito è la Germania, che sembra allontanarsi dalla tradizionale leadership dei Paesi “frugali”: il Bundestag si appresta ad approvare l’acquisto di armamenti ed equipaggiamenti per la maxi-somma di 52 miliardi. Un approccio che fa paura ad alcuni economisti tedeschi, per il rischio di rivolgimenti della vita quotidiana nel Paese. Un doomsday scenario sul futuro del benessere della locomotiva d’Europa è stato tracciato da Veronika Grimm, membro del consiglio tedesco degli esperti in economia, secondo cui entro quattro anni gli interessi sul debito pubblico, i costi per le armi e gli investimenti per lo stato sociale esauriranno il gettito fiscale, impedendo altri investimenti o obbligando il governo ad alzare le tasse. Con una facile conseguenza: il trasferimento delle aziende e dei giovani lavoratori in altri Paesi. Dalla disamina dell’economista tedesca, appaiono i rischi di un tramonto della Germania come lido sicuro. Il che, se davvero avvenisse, avrebbe effetti devastanti sul resto d’Europa.
Trump: le debolezze europee
Il monito di Veronika Grimm non sembra così distante dal documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con cui Donald Trump ha paventato il rischio che la civiltà europea venga cancellata, e che fra anche meno di 20 anni il continente diventi “irriconoscibile”. Il presidente degli Stati Uniti ha criticato l’Europa a 360 gradi, sia dal punto di vista economico, sia da quello dell’attenuazione della libertà di parola, dell’immigrazione di massa e delle aspettative, definite “irrealistiche” sulla guerra russo-ucraina. Concentrandosi sulla parte più strettamente economica, il documento evidenzia le debolezze del sistema europeo. I rilievi non sono fuori luogo: l’Ue, nata per assicurare libertà di commercio nel continente, è diventata un’istituzione popolata da burocrati, che invece di favorire l’industrializzazione piazza regole, regolette, lacci e lacciuoli sulla strada delle aziende, deprimendo lo sviluppo e consegnando le nostre economie nelle mani dei cinesi, il cui avanzo commerciale tocca i 1.000 miliardi di euro.
Renault con Ford per metterci una pezza
Esempio lampante della stagnazione industriale europea è il momento critico dell’automotive, che vede i costruttori provare nuove vie per assicurarsi la sopravvivenza nell’era del green radicale. A questo obiettivo mira l’alleanza industriale che Renault ha stretto con Ford per le auto prodotte in Francia. La collaborazione punta a potenziare soprattutto il settore delle vetture elettriche: a questo proposito, il gruppo americano progetterà due nuovi modelli per la casa di Boulogne-Billancourt, che a sua volta poi si incaricherà di produrli; le auto saranno poi vendute sul mercato europeo a marchio Ford dal 2028. La partnership potrebbe non fermarsi qui: le due aziende hanno siglato anche un’intesa preliminare sulla produzione comune dei veicoli commerciali leggeri dei due brand per il mercato europeo.
Snellire le procedure
Le aziende europee, dunque, cercano di arginare gli ostacoli piazzati dai politici Ue sulla strada dello sviluppo. Un percorso che sembra andare in direzione opposta a quello americano, dove lo Stato ha partecipazioni in aziende per 10 miliardi di dollari. Un trend che qualcuno ha scherzosamente soprannominato “social-capitalismo trumpiano” (e qualcun altro, più seriamente, “capitalismo di Stato”). Nell’Ue – e qui torniamo seri – manca invece una difesa degli interessi strategici europei e dei singoli paesi membri nazionali. Illuminante, a questo proposito, è un articolo scritto sul Sole 24 Ore da Gianfilippo Cuneo sul caso Ilva. Nel suo intervento, Cuneo evidenzia l’assenza della politica e il potere di qualsiasi procura operante sul territorio nazionale di bloccare impianti per tempi anche molto lunghi. Una situazione che può scoraggiare qualsiasi imprenditore, bloccando un suo possibile interesse al rilancio della struttura (in questo caso, il colosso tarantino). Ovviamente i giudici devono poter fare liberamente il proprio mestiere, questo è fuori da ogni dubbio. Basterebbe però mettere un po’ di ordine nelle competenze, e magari deliberare che, per le questioni di interesse nazionale, la pertinenza venga centralizzata a una superprocura. Questa mossa eviterebbe possibili disaccordi fra magistrati locali, demandando inchieste e potere di bloccare impianti a un solo organismo giudicante. Ciò potrebbe dare più certezze in casi delicati che coinvolgono decine di migliaia di posti di lavoro, come appunto l’Ilva. E snellire i procedimenti, evitando un tira e molla procedurale in grado di allungare in maniera spropositata i tempi e a non offrire certezze su eventuali nuovi blocchi, dissuadendo imprenditori da possibili investimenti.
Mercati, ancora trading range. Mentre i bitcoin crollano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il dicembre delle Borse si è aperto con un trading range al ribasso, già constatato alla fine del mese precedente. Un lieve movimento, ma meno preoccupante di quanto molti temano: di fatto, il 2025 è ormai praticamente finito (i giorni di apertura delle Borse sono rimasti una ventina) e i mercati fanno piccole manovre per assestarsi, prima arretrando e poi provando cauti rimbalzi. Difficile che questa fase di stanca sia qualcosa di più preoccupante di un normale su e giù: le Borse hanno dimostrato di saper recuperare quei cali ciclici del 2%-3% che si sono verificati di tanto in tanto. Siamo, lo ripetiamo, a fine anno: chi ha approfittato degli utili può aver pensato di portare a casa qualcosa. Hanno influito sulla leggera incertezza anche le crisi geopolitiche, l’attesa dei dati americani del post-shutdown e delle decisioni della Federal Reserve sui tassi. Il mercato ha già scontato il taglio di 25 punti base: una retromarcia della Fed sarebbe dunque una sorpresa negativa. Improbabile, ma non impossibile, dato che l’inflazione Usa è ancora sopra il 2,5%.
Le preoccupazioni Bce
Ha avuto invece un influsso quasi nullo il monito della Banca Centrale Europea, che nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria ha paventato un rischio di correzione dei mercati azionario e obbligazionario. Tuttavia, dalle parole di Luis De Guindos, vicepresidente della Bce, sembrerebbe che il momento molto favorevole che ha contraddistinto i mercati fino a non molto tempo fa possa nascondere un’insidia “dietro l’angolo”. Tre i rischi evidenziati dal rapporto. Primo, le valutazioni molto alte dei titoli, soprattutto di quelli dell’intelligenza artificiale: il timore di restare fuori da parte degli investitori hanno causato un forte rialzo dei titoli, ma prima o poi, afferma la Bce, potrebbe verificarsi un improvviso aggiustamento (anche se – precisa la banca centrale – non si ravvisano similitudini con la bolla di inizio millennio). Secondo punto critico, i rischi legati ad alcuni bilanci di Paesi europei. Terzo, i dazi, di cui si parla meno, ma i cui effetti possono ancora colpire le aziende e, di riflesso, il settore bancario, a causa del rischio di credito nei confronti delle imprese esposte alle tariffe doganali di Donald Trump. Come detto, le Borse europee non si sono fatte influenzare da questo rapporto, che rimane un’opinione come un’altra. Sono almeno tre mesi che le banche centrali lanciano avvertimenti pessimistici, ma finora non è accaduto nulla di drammatico, né al mercato obbligazionario, né tanto meno a quello azionario. Intendiamoci: l’effetto dei dazi e dei debiti pubblici sull’economia è reale e sulla tecnologia ci sono valutazioni molto forti e “tirate”, che dovranno essere confermate da crescita di fatturato e di utili; se ciò non avvenisse, i rischi potrebbero rivelarsi reali. Ma sul mercato, in generale, attualmente non ci sono valutazioni da bolla. E’ quindi lecito essere ottimisti sul 2026, che nonostante la volatilità alta potrebbe assestarsi su una crescita annuale fino all’8%. Poco in confronto agli ultimi anni, ma tutto sommato niente male. Dicembre è solitamente un mese di attesa, in cui i più staranno fermi. Eccezione può rivelarsi il titolo Mps, che ai livelli attuali può promettere guadagni: è infatti facile che il tonfo assurdo seguito all’inchiesta per aggiotaggio possa essere recuperato del tutto in tempi brevi.
La (parziale) retromarcia di Trump
I dazi, come si è visto, fanno ancora paura, ma un po’ meno di prima. Trump ha infatti deciso di fare alcuni passi indietro; l’ultimo è lo stop alle tariffe su circa 200 alimenti, in gran parte prodotti solo fuori dagli Stati Uniti, fra cui tè, caffè, cacao, arance, pomodori, succhi e frutta tropicale. Il presidente americano ha motivato la decisione come conseguenza di accordi siglati con alcuni Paesi dell’America Latina, ma è chiaro che sulla marcia indietro ha pesato il vortice dell’inflazione alimentare: l’aumento dei prezzi (a due cifre per beni come carne bovina e caffè in polvere) ha creato tensioni tra i cittadini statunitensi: quando la merce rincara, difficilmente poi torna indietro, anche se le tasse doganali vengono eliminate. Il malcontento degli americani si è già osservato in alcune elezioni locali e potrebbe amplificarsi alle votazioni di mid term. Un vero incubo per il presidente degli Stati Uniti. L’Italia, finora, non è stata toccata dal “colpo di spugna” trumpiano, ma ogni passo verso l’attenuazione delle tariffe rende lecita qualche timida speranza. In ogni caso, non sono i dazi sul cibo a preoccupare l’Italia, ma quelli – al 50% – su acciaio e alluminio.
Bitcoin in rotta
Prosegue il trend ribassista dei bitcoin, con ripetuti tentativi di rimbalzo. Il realizzo degli early adopter ha contribuito a innescare una forte correzione. La crisi sembra assumere il carattere di una vera e propria fuga, che ora pare coinvolgere anche gli Etf. Il calo della “regina delle criptovalute” può impressionare per le sue dimensioni, ma non stupire più di tanto. Perché il bitcoin non è altro che un asset ad alto rischio, e non può entrare nella maniera più assoluta nella categoria dei beni rifugio, già presidiata da oro, argento e franco svizzero. A posteriori, anche l’ok della Fed agli Etf in criptovaluta è stato un azzardo, per l’opacità dello strumento. Una caratteristica che li rende fragili ogni volta che si manifesta un’avversione al rischio.
Il caso Airbus
Nei giorni scorsi Airbus ha richiamato circa 6.000 aerei A320 a causa di una vulnerabilità del software alle radiazioni solari. Il difetto è stato riscontrato in un programma fornito da Thales (ma, a quanto ha affermato Airbus, il problema non è di responsabilità di questa azienda). Il gruppo francese non ha fatto a tempo ad aggiornare con procedura d’urgenza gran parte degli aeromobili che si è presentato un altro problema, questa volta legato ai pannelli della fusoliera (in questo caso, la responsabilità sarebbe di un subfornitore). La notizia ha spinto i titoli Airbus a -11%, poi solo parzialmente recuperati. Occorre precisare che le temute cancellazioni massicce di voli non si sono fortunatamente verificate. E’ però vero che oggi siamo completamente nelle mani della tecnologia, e dobbiamo fidarci, sperando che non ci abbandoni o non ci mostri la sua fragilità.
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Borse, ancora su e giù. Ma i mercati non crollano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per due volte nel giro di pochi giorni, le Borse hanno fatto quanto si suol dire tutto e il contrario di tutto. E questo è particolarmente vero per il Nasdaq. Un mercato che sembrava tonico ha inaspettatamente corretto in maniera brusca, per poi tornare in alto sulle ali dei titoli tecnologici americani.
A brillare particolarmente è stata Nvidia, che ha archiviato il terzo trimestre con un fatturato pari a 57 miliardi di dollari e un utile di 31,91, pari a 1,30 dollari ogni azione. I numeri, ben superiori alle aspettative, sembrano mitigare le paure di bolla per l’intelligenza artificiale che – con una certa dose di esagerazione – si erano diffuse nelle scorse settimane. Piuttosto, il settore Ia è molto magmatico, come si conviene alle discipline che stanno spiccando i primi passi (anche se da gigante): voci di alleanze tra colossi e di ulteriori innovazioni si rincorrono, evitando qualsiasi rischio di rilassamento o di noia tra gli osservatori. Per esempio: le recentissime indiscrezioni sulle trattative fra Meta e Alphabet, con il gruppo di Facebook che sarebbe intenzionato a utilizzare i chip IA di Google dal 2027 in avanti, hanno causato un crollo delle azioni Nvidia, con un successivo recupero, ma solo parziale. C’è da scommettere che le indiscrezioni sull’intelligenza artificiale continueranno a proliferare, e non mancheranno le maxi-operazioni nel comparto.
Come uno stress test
Da questa situazione caotica emerge paradossalmente una buona notizia: nonostante i ripetuti ed eterogenei allarmi, il mercato non crolla; la volatilità è particolarmente alta, ma gli investitori sembrano mantenere la calma e mostrare nervi saldi. In altri termini, non ci sono le premesse per un tonfo a due cifre. Le condizioni attuali assomigliano quasi a una situazione di stress test, con cui si cerca di sondare le possibili reazioni dei mercati retail a sollecitazioni forti. Come quelle geopolitiche, particolarmente articolate. Ma anche l’incertezza sul taglio dei tassi Fed a dicembre, operazione che fino a pochi giorni fa sembrava improbabile e ora appare tutto a un tratto possibile.
Fed, in evidenza il partito pro-tagli
Il cambio di approccio nei confronti dei tagli a dicembre ha potuto verificarsi grazie alle dichiarazioni di tre esponenti della Federal Reserve, che hanno aperto alla possibilità di effettuare questa operazione: il membro del board Christopher Waller (secondo cui la mossa sarebbe giustificata dalla debolezza del mercato del lavoro), la presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, e il suo omologo di New York, John Williams. Le tre esternazioni hanno catturato l’attenzione delle Borse: quelle europee, in particolare, procedono caute, cercando di fare fine tuning sulle reali intenzioni di Jerome Powell. Che proceda o no a dicembre (e, a questo punto, sembra probabile che lo faccia), la Fed probabilmente opterà per due tagli di 25 punti base ciascuno entro fine giugno 2026. La Bce, invece, potrebbe mantenersi stabile per almeno sei mesi, a meno che l’economia non mostri improvvisi segnali di crisi. L’Europa ha ormai centrato l’obiettivo di inflazione, mentre gli Stati Uniti sono ancora un po’ sopra target.
La pace piace
Piazza Affari, a questo giro, ha evidenziato un calo, raggiungendo una performance inferiore alla media delle Borse europee. La responsabilità risiede nello stacco delle cedole, che ha fisiologicamente favorito la fase orso. Ma a tenere banco sono stati i due piani di pace per l’Ucraina, presentati rispettivamente da Stati Uniti e Commissione Europea per l’Ucraina. Piani che, a quanto pare, sono graditi ai mercati occidentali, anche se in Europa si segnala un calo del settore difesa. Il gas, da parte sua, scende dopo molto tempo sotto i 30 euro al megawattora e il petrolio arretra (il Brent è di poco sopra i 60 dollari al barile, il Wti addirittura sotto). Al momento non si può prevedere se, in caso di pace, i commerci tra Europa e Russia torneranno alla normalità; tuttavia, sembra che il mercato prenda in considerazione questa eventualità. Oro e argento continuano il loro ballo sulle montagne russe, ma ad apparire particolarmente interessanti sono le azioni legate ai due comparti, che rendono più promettente un investimento in titoli del settore (per esempio, quelli legati alle miniere d’argento) che non ai due metalli “fisici”. Nelle cripto, continuano le vendite da parte dei primissimi compratori, che stanno realizzando l’enorme plusvalenza accumulata in questi anni. E il valore di bitcoin e compagnia ne risente in negativo. Di lì a teorizzare che il settore non sia in salute, però, ce ne passa. Anche perché a un venditore corrisponde sempre un compratore. E dove c’è un compratore, c’è un investimento, soprattutto se l’acquisto avviene a prezzi comunque stratosferici, anche se inferiori a un po’ di tempo fa.
Qualcuno volò sul nido delle bigtech
Intanto, da New York, giunge una notizia inattesa: la big pharma americana Eli Lilly ha superato la capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari. E’ la prima società del settore farmaceutico (e la seconda non tecnologica, dopo la Berkshire Hathaway di Warren Buffett) a sfondare questa soglia psicologica. Più in generale, sarebbe utile seguire il comparto pharma, che ha trascorso un paio danni di sottoperformance e ora potrebbe spiccare il salto. Con l’aumentare del reddito e della crescita si apre più spazio per la spesa sanitaria e i medicinali, soprattutto quelli per malattie e disturbi legati al benessere: non per niente, Eli Lilly è specializzata in farmaci contro l’obesità e le sue conseguenze e il diabete di tipo 2. Proprio il settore farmaceutico, insieme ai titoli argentiferi, è tra i candidati a una buona performance per il 2026, che – qualora l’anno in corso si chiudesse a questi livelli – evidenzierebbe ottimi margini di crescita.
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