Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.
Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità
Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.
La volatilità delle materie prime
Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.
Barra dritta
In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.
Siamo alla frutta?
La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.
Google, confermata la sanzione Ue
Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.
Foto di Zoddex su Unsplash
Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.
Dispersione di rendimenti
Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.
Azioni o obbligazioni?
Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.
Petrolio in picchiata, benzina stabile
Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.
Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti
Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.
Foto di wu yi su Unsplash
I mercati restano tonici. Ma preoccupa la tenuta dell'economia reale
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo essere state protagoniste di rialzi molto forti nella giornata di lunedì, le Borse europee hanno aperto la sessione di ieri con un ritracciamento, seguito da una ripresa stamattina. Il trigger è sempre lo stesso: la crisi del Golfo, che ha “tirato” il gruppo quando l’accordo sembrava vicino e lo ha rallentato con la serie di bombardamenti americani sul sud dell’Iran nella notte fra lunedì e martedì. Occorre però ricordare che le quotazioni deboli di ieri hanno risentito anche di un rilassamento fisiologico dopo il boom di inizio settimana.
Economia reale
In ogni caso, più si avvicina l’ipotesi dello sblocco di Hormuz, meglio procede la finanza. I listini sono riusciti a tenere la barra dritta, rispondendo in maniera inattesa anche agli stimoli più impegnativi. Milano ha raggiunto i 50.000 punti, dimostrando che nel corso dei periodi critici la scelta di mantenere il portafoglio o scendere di percentuali fra il 10% e il 20% si è rivelata corretta. Certamente si è verificato uno scenario basato sulla rotazione settoriale, che ha evidenziato la debolezza dei titoli automotive europei (per i problemi endemici legati alla deindustrializzazione e all’elettrificazione) e di quelli della difesa, che però avevano ottenuto performance importanti con la corsa al riarmo; bene invece le utility, sempre toniche quando c’è bisogno di titoli difensivi. Ma le sfide non sono ancora finite. Perché, se finora la finanza va per la sua strada, i rischi per l’economia reale sono molto forti. E il peggio potrebbe non essere ancora arrivato. Anche in caso di sblocco dello Stretto, i problemi legati a questi mesi anomali si abbatteranno a cascata sull’economia, con la possibilità concreta che le conseguenze della crisi si facciano sentire fino a fine anno. Ciò avrebbe sicuramente ripercussione sulle quotazioni internazionali dei titoli e degli indici.
L’allarme degli imprenditori
Il rialzo delle materie prime è infatti un rischio, evidenziato tra gli altri dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che ha ricordato quanto il caro-bollette stia minacciando l’industria italiana. Anche Pier Paolo Rossetti, direttore generale di Conserve Italia – gruppo che ha fra i propri brand Valfrutta, Cirio, Yoga, Derby Blue, St Mamet e Jolly Colombani – ha sottolineato i problemi che l’aumento del carburante sta causando alla filiera (“in tutte le sue fasi”, ha specificato). Per questo motivo, ha aggiunto, “nel futuro dei nostri prodotti ci saranno aumenti inevitabili”, anche se non uniformi. Rossetti ha evidenziato gli aumenti del gasolio – che alimenta le pompe di irrigazione, il cui ruolo è centrale nell’attività agricola – e del gas, che si riverberano sui costi dell’attività industriale. Come detto, dal rincaro delle materie prime ci perdono tutti: i consumatori, che subiscono l’aumento dei prezzi, ma anche gli altri anelli della catena. Soprattutto i produttori, che non possono scaricare l’intero importo dei rincari sui clienti finali, per non rischiare di causare un calo dei consumi. E che quindi devono forzatamente assumersi parte dei costi, con evidenti ricadute sugli utili. Quelli che nelle società quotate contribuiscono in maniera determinante all’andamento dei singoli titoli e, di lì, degli indici.
Tassi in rampa di lancio
Il ritorno dell’inflazione porterà problemi a cascata. Tra questi, l’aumento dei tassi Bce, che già era considerato molto probabile negli scorsi giorni e ora sembra inevitabile. A caldeggiare un ritocco verso l’alto a giugno è stata Isabel Schnabel, membro del board dell’Eurotower, che nel corso di un’intervista con la Reuters ha giustificato la proposta come difesa contro l’inflazione causata dalla crisi del Golfo. Questa strategia, però, sembra un modo vecchio di affrontare le crisi, che ha già mostrato i suoi limiti in altre occasioni. Certo: se la banca centrale effettuasse un solo rilancio, di per sé cambierebbe poco; tuttavia, l’Eurotower manderebbe un segnale negativo, il cui ruolo simbolico sarebbe in grado di provocare più danni rispetto alla portata del provvedimento. Oltre a questo, un passo verso l’alto aprirebbe la strada ad altri rialzi, che rischierebbero di portare l’economia europea in recessione.
Il nuovo Btp
Tra i pochi a godere di una nuova stretta monetaria sarebbero i risparmiatori che puntano sui bond governativi: motivo in più per seguire con attenzione il lancio del nuovo Btp Italia Sì, in collocamento dal 15 giugno al 19 giugno e riservato agli investitori individuali. La nuova emissione, che sarà indicizzata all’inflazione italiana, replicherà quasi sicuramente il successo di quelle precedenti, la cui affermazione è stata frutto di remunerazioni alte dovute ai tassi e dall’ottimo lavoro del ministero dell’Economia nel rendere appetibili questi strumenti. I Btp sembrano, al momento, un investimento più redditizio rispetto all’oro: il metallo giallo, dopo una corsa sfrenata, ha raggiunto una fase di consolidamento che ne stabilizza la quotazione e ne azzera i rendimenti. Al momento, sembra più consigliabile scegliere un bond che assicura una performance definita – e senza rischi – rispetto all’oro, che è fermo sui livelli acquisiti.
Milan e Juventus senza Champions
Si è concluso il campionato di calcio, che ha portato agli ultimi verdetti. Tra questi, l’ingresso in Champions League di Roma e Como, che raggiungono Inter e Napoli, e l’esclusione di Milan e Juventus, relegate nella meno prestigiosa (e soprattutto meno redditizia) Europa League. Se anni fa gli insuccessi rappresentavano un fatto quasi esclusivamente sportivo, oggi sono un vero problema economico. Per una squadra che mira alla massima competizione europea, il mancato ingresso nel torneo rappresenta un mancato introito di una maxi-cifra, che parte da 60 milioni di euro circa e aumenta in base ai risultati e al numero di partite disputate. Inoltre, l’esclusione dalla Coppa dei Campioni porta a non accumulare punti nel ranking che stabilisce la qualificazione ai Mondiali per club quadriennali. Manifestazione che, a sua volta, inietta molto denaro nelle casse dei club partecipanti. Questi importi sono risorse vitali per fare investimenti e innescare un circolo virtuoso tra successi sportivi e introiti economici. Tra le due squadre non qualificate la Juventus sta peggio, perché ha maggiori problemi di bilancio, e l’esclusione dalla Champions rende più difficile il raggiungimento del breakeven previsto dal piano strategico. La società bianconera potrebbe essere costretta a grandi sacrifici sul piano sportivo, oppure a un nuovo aumento di capitale. Sempre che non intervengano restrizioni legate al fair play finanziario. Il Milan può invece economicamente reggere meglio una situazione che, dal punto di vista sportivo, è altrettanto negativa. Sorridono, come anticipato, gli azionisti americani della Roma, che hanno sfiorato la qualificazione al massimo torneo europeo l’anno scorso e l’hanno ottenuta quest’anno. Mentre il Como, quarto in campionato e semifinalista in Coppa Italia, si è distinto come simbolo di gestione virtuosa e lungimirante: pur avendo la proprietà più ricca della serie A, gli indonesiani che controllano la squadra lariana hanno puntato soprattutto sui giovani, rifiutando la logica della “pesca a strascico” di giocatori top che si era rivelata inutile nel Psg di Messi, Mbappé e Neymar. A bordo lago si sono invece privilegiati investimenti meno appariscenti, ma ad alta potenzialità.
Foto di Meagan Stone su Unsplash
Borse, prove tecniche di ripresa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La guerra prosegue, il petrolio vola e i problemi legati al transito dallo Stretto di Hormuz sono ancora irrisolti. Tuttavia, le Borse hanno ormai fermato il trend in ripida discesa che aveva caratterizzato i primi giorni del conflitto. Possiamo affermare che, dato tutto quello che accade, i mercati stanno reagendo tutto sommato meglio del previsto. I listini americani sono su livelli non molto dissimili a quelli pre-bellici perché gli Usa sono esportatori di materie prime: gli indici europei e asiatici, dopo un arretramento fisiologico (che avrebbe potuto anche rivelarsi peggiore), si stanno invece arroccando su una nuova linea difensiva, cercando di consolidarsi e, possibilmente, di provare qualche rimbalzo.
Il ruolo chiave di Hormuz
Paradossalmente, è proprio la tenuta del mercato americano a spingere le Borse europee, aiutandole a costruire un fortino di resilienza. Decisivi per la strategia di rilancio, o almeno di difesa, saranno due elementi: la durata della guerra e la situazione dello Stretto di Hormuz. Un collo di bottiglia che finora è chiuso per alcuni Paesi e aperto per altri – primo tra tutti, la Cina. Hormuz è importante non solo per il transito di petrolio – soprattutto verso l’Asia – ma anche per il passaggio di Gnl, di metalli, di fertilizzanti e di molto altro materiale destinato (anche) all’Europa. Che, come l’Estremo Oriente, dipende in gran parte da materie prime di importazione. A bloccarsi a causa del conflitto e dell’ingolfamento dello Stretto non sono solo strutture petrolifere o di gas: il Bahrein, per esempio, ha fermato gli impianti di alluminio, mentre il transito dei fertilizzanti è a rischio, con gli annessi e connessi sull’agricoltura. Se la guerra dovesse terminare in breve tempo, e lo stallo si sbloccasse, potremmo assistere a un ritorno alla normalità e a un rapido recupero degli indici. In caso di sblocco di Hormuz manu militari potrebbe invece subentrare una forte crisi borsistica provvisoria; se però l’operazione consentisse un ritorno alla quasi normalità per le vie marittime e un calo fisiologico del prezzo del petrolio, le Borse – dopo un periodo di forche caudine – tornerebbero a salire. Entrambe le situazioni sottintendono una strategia, che però al momento non appare chiara. Donald Trump dà l’impressione di trovarsi completamente impantanato, e di non sapere come uscirne. E, se non se ne esce, il mercato riprende a scendere. Mentre l’inquilino della Casa Bianca, da parte sua, dovrebbe fare i conti con l’elettorato, che si ritrova la benzina alla pompa a circa 6 dollari al gallone, pari a quasi 1,40 euro al litro. Un prezzo che sarebbe valutato molto basso in Europa, ma che è considerato altissimo negli Stati Uniti, e potrebbe essere capace di disamorare l’elettorato americano alle prossime consultazioni di mid term.
Nervi saldi
Prevedere gli sviluppi della guerra, la sua lunghezza e il suo influsso sulle Borse nel prossimo futuro è molto difficile. Ma non si può dimenticare che anche gli storni peggiori, prima o poi, vengono recuperati. Se si consulta l’indice Msci World dal 1 gennaio 1999 è cresciuto dell’11,5% l’anno. Ogni crisi viene prima o poi digerita, e il mondo finanziario riparte. Per questo motivo, se si hanno i mezzi per sostenere l’investimento, è bene reagire alle fasi orso con sangue freddo: ogni volta che il mercato perde più del 10% è consigliabile rifiutare scelte dettate dal panico. Evitando di vendere, ma anzi aumentando il peso del proprio portafoglio.
Dispersione di rendimenti
Piazza Affari si trova di poco sotto all’apertura del 2 gennaio 2026, ma con una grande dispersione di rendimenti. Il settore industriale legato al cemento ha perso molto – per fare un esempio, WeBuild è calato del 35%, nonostante sia tuttora pieno di commesse. Anche le banche hanno pagato dazio, lasciando sul terreno circa il 15%. Dall’altro lato, le azioni di società produttrici di armi e i titoli petroliferi sono arrivati ai massimi, e quelli legate a tecnologia e innovazione hanno mostrato ottime performance. Mai come in un quadro caotico come quello attuale è consigliabile rimanere attenti alle dinamiche settoriali: a medio termine le banche hanno tutta la potenzialità per recuperare, vista la differenza fra il tasso a breve e quello a dieci anni, salito per paura dell’inflazione: quando il grafico è così inclinato, le banche fanno più utili, e la loro rimonta veloce è molto probabile. Per contro, attenzione ai petroliferi, che a fine guerra scenderanno.
Unicredit riaccende il risiko
A proposito di banche, Unicredit è tornato sul dossier Commerzbank. Il gruppo di piazza Gae Aulenti ha infatti comunicato il lancio di un’ops volontaria sull’istituto tedesco. L’offerta, recita una nota di Unicredit, punta “a superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca in materia di offerta pubblica di acquisto”, ma anche a “favorire, nelle prossime settimane, un confronto costruttivo con Commerzbank e con i suoi principali stakeholder“. Si prevede, prosegue la nota, che Unicredit raggiunga una partecipazione superiore al 30% nell’istituto tedesco, “senza tuttavia acquisirne il controllo”, per evitare alla banca di piazza Gae Aulenti “di aggiustare costantemente la propria partecipazione per rimanere al di sotto della soglia del 30% in ragione del programma di acquisto di azioni proprie in corso da parte di Commerzbank, nonché di poter successivamente incrementare liberamente la propria partecipazione sul mercato o con altre modalità”. Oggi, ricorda la nota, Unicredit detiene “una partecipazione diretta di circa il 26% in Commerzbank e un’ulteriore posizione di circa il 4% tramite total return swap”. Ritorna dunque il risiko bancario, con una sfida che mira a creare un confronto con Commerzbank e a superare lo scetticismo del governo tedesco, contrario a operazioni ostili. Sul fronte assicurativo, Generali sta valutando l’opportunità di sostituire Axa nella partnership di bancassurance con Mps (la collaborazione tra i francesi e il gruppo senese scadrà nel 2027). La mossa di Philippe Donnet potrebbe essere favorita dalla posizione di Montepaschi, che attraverso Mediobanca è il primo azionista del Leone di Trieste.
Il petrolio detta la linea
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il petrolio e l’energia si dimostrano ancora una volta decisivi per orientare l’andamento delle Borse. La guerra nel Golfo e il blocco dello stretto di Hormuz hanno fatto raddoppiare la quotazione del greggio in pochi giorni; è poi bastata la dichiarazione di Donald Trump sull’imminente fine delle operazioni militari per riportare il prezzo del petrolio intorno ai 90 dollari – valore comunque decisamente più caro rispetto a quello pre-bellico, che da tempo navigava nella fascia fra i 50 e i 60. Il movimento è stato presto recepito dalle Borse europee e asiatiche, protagoniste di un tentativo di chiaro rimbalzo, che nel nostro continente è stato seguito da un nuovo, più moderato calo.
Dipendenza energetica
La nuova crisi energetica, con la massiccia speculazione che lo ha accompagnato, ha decostruito il castello di certezze che sembravano aver munito i listini di ottime difese. La lezione è chiara: l’impennata del petrolio è troppo anche per un sistema borsistico resistente. Soprattutto in una situazione, come quella attuale, dominata dall’incertezza sui multipli in mercati tirati, che convince gli investitori ad alleggerire il loro portafoglio, causando un prevedibile calo delle quotazioni. Questo è particolarmente vero per Europa e Far East, carenti di materie prime e per questo più influenzati dalle bizze del petrolio e del gas. Wall Street ha perso molto meno: il petrolio, è vero, ha subito un rincaro fortissimo anche oltre oceano, ma la quotazione del metano – che ad Amsterdam è passato dai 30 ai 50 euro circa – negli Stati Uniti è rimasta bassa, diminuendo gli effetti negativi sui mercati. La dipendenza energetica ha quindi messo in ginocchio il Vecchio Continente e l’Estremo Oriente, che poi hanno reagito positivamente alle speranze che la guerra finisca in tempi brevi, con rimbalzi più forti dalle piazze, come Seul, che avevano perso di più in precedenza. E’ proprio qui che si gioca il futuro prossimo dei mercati euro-asiatici. Se davvero dovesse tornare la pace nel Golfo, i listini potrebbero consolidare il recupero e rilanciare, sull’onda di un ritorno di petrolio e gas alla normalità. Se invece lo scontro bellico si protraesse, il mercato finirà per allentarsi, creando recessione e minor crescita.
Due strategie
Proprio le differenti previsioni sulla durata della guerra guideranno gli investitori nella scelta delle strategie da seguire. Gli ottimisti, cioè quelli che credono in un rapido stop delle operazioni belliche, potrebbero giocare la carta del mantenimento delle posizioni, approfittando di eventuali occasioni in un’ottica di trading, sfruttando cioè il primo rimbalzo, che solitamente è violentissimo e di breve durata. Un po’ quello che è accaduto a inizio settimana: per le Borse, pur in piena incertezza sulla durata della guerra, è bastata la dichiarazione aperturista di Trump per avviare il recupero. Piazza Affari, in particolare, ha assistito a un rimbalzo dai minimi dei titoli finanziari – proprio quelli che avevano sofferto di più appena dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran. Questa dinamica potrebbe, appunto, instaurarsi in modo ancor più netto nel caso in cui nel Golfo tacessero le armi. Chi invece teme una guerra di lunga durata, farebbe meglio ad alleggerire il portafoglio, tenendo però le antenne ben sintonizzate su eventuali cambiamenti di rotta.
Minimo comun denominatore per tutti, procedere con cautela, mantenere i nervi saldi, operare con mentalità da trader. E leggere poco i giornali, per non farsi prendere dal panico.
I rischi in Europa
Dal punto di vista dell’economia reale, in Europa si rischia un fenomeno inflattivo simile a quello conseguente allo scoppio della guerra russo-ucraina. L’impennata dei prezzi alla pompa è sotto gli occhi di tutti. Il fenomeno non coinvolge solo la benzina, ma anche il gasolio, i cui costi sono inspiegabilmente esplosi. Questi rincari sono in grado di causare problemi non solo agli automobilisti, ma anche (e soprattutto) ai trasporti via gomma e all’agricoltura. Non è quindi escluso che i prezzi delle merci sugli scaffali possa crescere in maniera visibile nei prossimi giorni, innescando una nuova crisi legata ai consumi.
Deficit Usa alle stelle
Pur risparmiando – come visto – uno storno severo alle Borse americane, il caro-petrolio ha comunque creato scompiglio negli Stati Uniti, obbligando Trump a gettare acqua sul fuoco. Washington, ricordiamolo, ha un problema enorme di deficit pubblico, esploso in due riprese (in epoca-Lehman e al tempo del Covid), per cui le casse pubbliche pagano 1.220 miliardi di dollari di interessi sul debito pubblico (proiezione 2025). A queste vanno aggiunte spese difficilmente comprimibili come quelle militari (lo scorso anno sono state di quasi 1.000 miliardi) e quelle legate al welfare, mentre una tassazione maggiore alle aziende è impensabile. La via dei dazi scelta da Trump – poi stroncata dalla Corte Suprema – era quindi parsa una strada obbligata per riequilibrare un po’ i conti, agendo sulla crescita delle entrate tramite controlli strategici sui flussi commerciali. Se la nuova, più moderata, decisione trumpiana sulle tariffe non dovesse subire stop per via giudiziaria, sicuramente non sarà toccata dai democratici, una volta dovessero reinsediarsi alla Casa Bianca, un po’ come è avvenuto per la tornata di tariffe introdotte dal presidente Usa nel corso del suo primo mandato. Come spesso accade, le misure impopolari vengono contrastate dall’opposizione, che poi regolarmente non le tocca una volta conquistato il governo.
La coperta è corta
Certo è che l’improvvisa restrizione del margine di manovra mette in difficoltà Trump, alle prese – oltre che con il caro-petrolio – anche con il cauto avanzamento del dollaro, che recupera lentamente sull’euro pur in un quadro di debolezza intrinseca. Gli americani votano pensando al portafoglio, e la promessa di mantenere basso il prezzo della benzina ha assunto un ruolo centrale nella campagna elettorale del presidente. Che quindi ha una strada obbligata: fare di tutto per far tornare il petrolio a livelli di guardia prima delle elezioni di mid term. In cui il costo della benzina giocherà un ruolo importante, se non decisivo.
Guerra in Iran, scompiglio in Borsa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La scorsa settimana, gran parte dell’attenzione dei mercati era concentrata sull’intelligenza artificiale, con i timori di bolla che deprimevano la Borsa americana. Con l’attacco israelo-americano sull’Iran di sabato scorso, le priorità dei listini di tutto il mondo sono bruscamente cambiate. Il rapido succedersi degli eventi ha visto le quotazioni di petrolio e gas schizzare molto in alto: il Brent ha sfondato gli 80 dollari al barile e il Wti staziona nella fascia 70-80, mentre il metano ha quasi raddoppiato la sua quotazione. Decisive sono state le reazioni di Teheran all’attacco. Prima di tutto quella militare contro alcuni Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti – con tanto di sospensione cautelativa, da parte di QatarEnergy, della produzione di Gnl a Mesaieed e Ras Laffan, che è il sito più grande del mondo: la decisione, se prolungata, potrebbe avere pesanti ricadute sui Paesi europei (soprattutto Italia e Germania) e asiatici. E i mercati, spinti dalla paura, arretrano. A questo si è aggiunta la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale (20 milioni di barili al giorno) e che, potenzialmente, è in grado di bloccare molti commerci.
Europa e Asia arretrano
L’improvvisa impennata dei costi energetici si è così riverberata sugli indici europei e asiatici, con ribassi generalizzati e il crollo della Borsa di Seul, che ieri aveva chiuso con una perdita di oltre il 7% e oggi ha lasciato sul terreno circa il 12%. Milano ha iniziato la settimana con un arretramento pari a più del 2% e ha proseguito ieri cedendo quasi il 4%, con una prestazione particolarmente negativa delle banche, e stamattina ha aperto cauta. In un contesto di indici europei che stanno provando un rimbalzo. Più volte abbiamo evidenziato che, negli ultimi tempi, le Borse si sono dimostrate vaccinate agli urti geopolitici. Ma, evidentemente, quando entrano in gioco petrolio e gas le pressioni diventano troppo forti e la resistenza dei listini viene meno. Diversa la situazione delle Borse americane che, dopo un cedimento iniziale, hanno praticamente recuperato le perdite, per poi tornare in calo marginale: -0,83% il Dow Jones, -1,02% il Nasdaq. Quest’ultimo, in particolare, è forse riuscito a limitare i danni anche grazie alla stessa intelligenza artificiale che la scorsa settimana preoccupava gli investitori: si potrebbe ipotizzare che l’IA abbia fermato il suo trend negativo proprio per le sue possibili applicazioni in campo militare, agganciandosi di fatto al trend del settore difesa. E questo nonostante gli allarmi sui timori di una bolla (Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, ha paventato una crisi come quella del 2008) e la possibilità di nuove limitazioni Usa all’export di chip verso imprese cinesi.
Due scenari
L’incertezza la fa da padrona, anche perché non si riesce a prevedere la durata di questa guerra. Se il conflitto fosse una questione al massimo di quattro-cinque settimane, come da iniziale pianificazione di Donald Trump, i mercati avrebbero la concreta possibilità di stringere i denti per un certo periodo e poi “digerire” i problemi portati dall’evento bellico, provando l’inversione di tendenza con rimbalzi veloci. Se invece ci trovassimo di fronte a una endless war il contesto diventerebbe molto più confuso, con una situazione in grado di amplificare il rischio asimmetrico che contrappone possibili rimbalzi deboli e crolli del 10%-20%. Una guerra di lunga durata sarebbe una mina vagante non solo per i mercati, ma anche per Trump, che rischierebbe di giocarsi le elezioni di mid term e di provocare una spaccatura nella sua stessa base. Gli americani votano pensando al portafoglio: il prezzo della benzina alla pompa è una parte molto importante nel carrello della spesa e un rincaro dell’energia rischia anche di compromettere il rallentamento dell’inflazione e di conseguenza il calo dei tassi caldeggiato dal presidente americano. Un ruolo centrale verrà giocato, quindi, da due partite: l’eventuale riapertura dello stretto di Hormuz, il cui blocco alla lunga non conviene neanche a Teheran, e la possibilità che i qatarioti diano nuovamente il via alla produzione di Gnl. Un’eventualità che potrebbe avverarsi in assenza di nuovi attacchi militari iraniani.
Cosa fare?
In queste condizioni, è difficile consigliare una strategia di investimento. Chi crede che la guerra durerà un mese o poco più, potrebbe provare a sfruttare qualche opportunità d’acquisto. Già oggi sono appetibili i finanziari, attualmente deboli, mentre è meglio evitare i titoli che sono saliti molto, come gli energetici e il settore difesa. Chi invece ha timore che lo scontro duri di più, si sentirà molto più tranquillo alleggerendo posizioni e attendendo tempi migliori per le Borse.
Valute e beni rifugio
La paura ha fatto 90 per i beni rifugio, ma non per tutti. E’ salito nuovamente il franco svizzero, ancora ai massimi sull’euro, e si prevede anche un possibile exploit della corona norvegese. Mentre il bene rifugio “storico” per eccellenza, e cioè l’oro, non ha sfruttato l’occasione, imboccando una strada a zig zag: prima su (ma non in maniera decisa come avrebbe potuto fare), poi giù. Tornando alle valute, il dollaro si sta rinforzando sull’euro, anche se per ora il recupero è a passo lento. Tuttavia, se il biglietto verde dovesse salire ancora, si potrebbe creare qualche ulteriore grattacapo per Trump: in un periodo di incertezza sui dazi, verrebbe a mancare anche il vantaggio competitivo di una moneta debole, che in fondo è come una “tariffa doganale di fatto”.
Intelligenza artificiale
In un quadro confuso come l’attuale, l’intelligenza artificiale sembra relegata in un angolino, ma non è così. La sfida dell’IA non si risolve in poche settimane o in alcuni mesi, ma pervaderà sempre più il nostro futuro.
Già ora, il suo coinvolgimento in alcuni settori dà il via a crisi settoriali, che hanno colpito, per esempio, il comparto del software e quello del trading, e chissà cosa altro nei prossimi mesi. Per non parlare delle ripercussioni che si verificheranno sul fronte dei posti di lavoro, con le conseguenze (anche sull’economia) che è facile immaginare.
Foto di Hans-Peter Gauster su Unsplash
Dazi, le trattative vanno a zig zag
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Proseguono le trattative sui dazi, mentre la data fatidica del 1 agosto si avvicina. Le delegazioni europea e cinese (ma non solo) si stanno confrontando con i rappresentanti americani per trovare un compromesso, mentre Donald Trump continua a fare dichiarazioni. Tra le nuove “trovate” dell’inquilino della Casa Bianca, la possibile introduzione di dazi minimi al 15%-20% nei confronti dell’Europa, con il 25% sulle auto. L’ennesima nuova formula del Tycoon rischia di mandare all’aria i negoziati, vanificando i risultati ottenuti nel corso dei colloqui.
Negoziati difficili
La mancanza di una linea coerente da parte del presidente Usa è uno degli elementi che rendono i negoziati difficili; l’altro è l’ego smisurato di Trump, che alla fine vuole terminare il confronto dichiarando vittoria sui “contendenti”. Questo rende difficile trattare. Ma complica le cose anche per lui e, in prospettiva, per gli Stati Uniti. Il presidente Usa si è infatti messo contro l’opinione pubblica mondiale, ma anche contro quella americana. Mutatis mutandis, la sua politica ricorda, in grande, la supertassazione dei porti italiani da parte del governo Monti, che aveva provocato un fuggi fuggi delle barche verso altri approdi europei. Insomma, quello che il fisco americano incamererà con i dazi finirà di perderlo in calo dei consumi e fuga delle aziende. Con in più un malcontento diffuso tra i cittadini, deleterio anche dal punto di vista elettorale.
Borse ancora caute. Ma…
Sul fronte borsistico, invece, non c’è nulla di nuovo. I mercati stanno gestendo l’avvicinarsi della “data x” con cautela e movimenti moderati. Un po’ su, un po’ giù, sempre vicino ai massimi, sempre in attesa. La sorprendente resilienza degli indici potrebbe, però, venire intaccata se il prossimo 1 agosto i dazi dovessero davvero entrare in vigore. Non è dato prevedere in quale misura; tuttavia, preoccupa la possibilità di una combinazione fra un nuovo storno simile a quello avvenuto lo scorso 2 aprile e la poca liquidità che tradizionalmente contraddistingue il mese di agosto.
Banca, ancora utili record
A soccorrere la Borsa di Milano potrebbero essere gli utili del mondo bancario, che nel 2024 hanno fatto registrare nuovi record. Il settore creditizio si è attestato su quota 46,5 miliardi di euro (+14%). Il risultato fa il paio con i numeri raggiunti dal comparto nel triennio 2022-24, quando i profitti del credito tricolore hanno superato la clamorosa cifra di 112 miliardi. Sembrano lontani (ma non lo sono) i 15 anni di mancati utili che hanno preceduto l’exploit. A spingere lo scatto del mondo bancario è stata soprattutto la stagione di tassi elevati, che hanno permesso agli istituti di fare profitto dagli interessi passivi più alti chiesti a richiedenti mutui e prestiti, e di tornare a spingere sui finanziamenti, che da molto tempo erano stati marginalizzati. Ora ci si domanda come chiuderanno i bilanci bancari dei prossimi cinque anni, in uno scenario contraddistinto dal progressivo taglio dei tassi da parte della Bce. Una tendenza che si prende una pausa a luglio, ma probabilmente riprenderà in settembre. Inflazione permettendo.
Tasse e bigtech
Da un’istituzione comunitaria a un’altra. Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea e commissaria per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, ha dichiarato in un’audizione a Montecitorio che le regole per l’intelligenza artificiale non dovrebbero essere ritirate: “noi”, ha detto, “vogliamo applicarle in modo molto amichevole nei confronti delle imprese”. Tutte. Anche quelle americane. Anche se la dichiarazione riguarda l’Ia, saranno forse fischiate le orecchie a chi, tra le bigtech e i loro sostenitori, spinge per avere regole speciali anche dal punto di vista fiscale. Proprio pochi giorni fa, secondo Reuters, Meta, Linkedin e X hanno presentato un ricorso sull’Iva relativa ai dati personali. Questo dopo gli avvisi di accertamento del fisco italiano concernenti il mancato versamento dell’imposta sull’accesso gratuito degli iscritti ai loro social. Più che una partita a scacchi, questa sembra una guerra di tutti contro tutti. In cui chiaramente sono gli Stati Uniti ad avere il coltello dalla parte del manico, dato che l’Europa esporta oltre oceano molto più di quanto importi.
Bilancio Ue 2028-34, percorso accidentato
Ursula von der Leyen ha intanto presentato il bilancio Ue 2028-34. Un piano-maxi che prevede un budget di quasi 2.000 miliardi. Il progetto – ambizioso, ma che non affronta del tutto il problema della crescita, né mette in discussione il green deal – è appena alle sue fasi iniziali: dovrà passare per Parlamento Europeo e Consiglio e ricevere l’avallo degli Stati membri. Tuttavia, il piano ha già scatenato polemiche. E la netta opposizione del governo tedesco. “Un aumento complessivo del bilancio Ue”, ha dichiarato senza mezzi termini Stefan Kornelius, portavoce dell’esecutivo di Berlino in un comunicato, “non è accettabile in un momento in cui tutti gli Stati membri stanno compiendo notevoli sforzi per consolidare i loro bilanci nazionali. Per questo, non potremo accettare la proposta della Commissione”, ha aggiunto. La posizione tedesca, che potrebbe mettere a rischio l’intero impianto del progetto di bilancio a lungo termine, è facilmente spiegabile: se salgono gli esborsi, i Paesi che contribuiscono maggiormente (Germania in testa) devono allargare i cordoni della borsa. Ciò significa che Berlino sarebbe costretta a trasferire più denaro all’Unione Europea, alzando le tasse proprio in un momento di crisi della sua economia. Per questo motivo, l’iter parte subito con un percorso accidentato.
Inchiesta Milano
Tornando alle nostre latitudini, l’inchiesta urbanistica a Milano ha scosso la politica e l’edilizia della città. Il problema, però, non è nuovo, ed era già emerso con il tentativo, poi non riuscito, di approvare una misura ad hoc, il discutibile condono Salva Milano. Ciò che è accaduto nella metropoli ambrosiana è semplice: utilizzando un buco normativo, i costruttori – con pareri tecnici in giunta – hanno abbattuto edifici di pochi piani per poi costruire immobili molto alti. Pagando un prezzo limitato per le aree da edificare (in alcuni casi facendo poco per il territorio contiguo) e ricavandone utili enormi. Oltre all’inchiesta, che ha messo nel mirino anche il sindaco di Milano, l’intervento della magistratura ha causato lo stop ai cantieri. Il che ha destato viva preoccupazione dei cittadini che avevano già acquistato la casa prima della sua costruzione, magari vendendo contestualmente la loro abitazione precedente. Il blocco dei cantieri, però, potrebbe finire in una bolla di sapone: si sta parlando di miliardi di euro di progetti che difficilmente possono essere fermati per molto tempo. E tanto meno annullati, con demolizioni molto problematiche. Forse saranno abbattuti pochi edifici, probabilmente i più compromessi, anche per dare un segnale. Per il resto, probabilmente, ci si accontenterà di un condono con il pagamento di un valore percentuale sul valore complessivo dell’intervento.
Foto di Brice Cooper su Unsplash
Dazi: altro giro, altro “regalo”. Reazione moderata dalle Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Ancora i dazi al centro dell’attenzione. Donald Trump ha scritto a 14 Paesi di tutto il mondo altrettante lettere per tracciare i contorni delle tariffe doganali annunciate per il 9 luglio, allo scadere cioè dei 90 giorni di sospensione decisi nei confronti di vari Stati. L’entrata in vigore dei balzelli contro i membri Ue è stata posticipata al 1 agosto, in omaggio a una dinamica di annunci e rinvii che abbiamo imparato a conoscere.
Niente panico
L’ennesimo capitolo della telenovela-dazi ha costretto le Borse, soprattutto quelle americane, a ripiegare, ma non eccessivamente. L’altrettanto consueto rinvio ha poi portato reazioni miste. Nulla di clamoroso, dunque: dopo il grande calo di inizio aprile e il recupero quasi completo delle posizioni precedenti ora le Borse sembrano essersi abituate ai vari salti in avanti e passi indietro di Trump, e reagiscono moderatamente agli stimoli negativi. E’ la classica reazione che si verifica quando si assiste a frequenti allarmi “Al lupo! Al lupo!”. Sperando, naturalmente, che il lupo non arrivi davvero. I mercati hanno imparato a concentrarsi più sui numeri che sulla schizofrenia, alimentata da alcuni titoli di giornali che, però, non spaventano più la maggior parte degli investitori. Preoccupa maggiormente la svalutazione del dollaro, che da inizio anno ha perso il 15%: un biglietto verde debole introduce un dazio de facto, che non fa bene alle aziende europee.
Wall Street rifiata
Le Borse americane hanno sofferto un po’ di più, ma sono state influenzate maggiormente dalla necessità fisiologica di fermarsi dopo la corsa travolgente degli ultimi 15 giorni, che ha riequilibrato il gap con i mercati europei, protagonisti di una sovraperformance nei primi sei mesi dell’anno. Non tutti gli investitori in Wall Street, però, hanno potuto approfittare di questo picco: si è infatti verificata una grande dispersione dei rendimenti, con alcuni settori che hanno evidenziato prestazioni molto deludenti (dallo “zero virgola” all’1,5%) e altri che hanno sfiorato le due cifre.
Dazi cinesi
Se gli indici hanno reagito moderatamente agli stimoli negativi dei dazi, non è così per l’economia, su cui le percentuali in vigore (e, come detto, il calo del dollaro) impattano in maniera molto pesante. Il settore del commercio è sicuramente spaventato anche dalle tariffe annunciate a sorpresa dai cinesi su grappe e brandy europei (che in pratica rispondono ai dazi Ue sulle auto elettriche). Le aziende del vecchio continente, inoltre, non potranno fornire dispositivi medici del governo di Pechino – decisione, quest’ultima, che controbilancia una misura simile già introdotta da Bruxelles.
Se c’è una cosa che occorre evitare è una guerra commerciale con la Cina. Anche perché la leadership di Pechino, diversamente da Trump, non è abituata ad annunciare misure per poi revocarle.
Mossa anti-Brics
A proposito di Cina, il presidente americano ha anche minacciato di applicare tariffe doganali supplementari del 10% ai Brics e a chi ne sostiene le politiche, puntualizzando che non ci sarà alcuna eccezione. Una mossa che, se attuata, potrebbe avere un impatto forte sull’economia mondiale, come hanno sottolineato i Paesi che potrebbero essere colpiti da questo nuovo balzello: i Brics rappresentano il 40% della produzione e la metà della popolazione del pianeta. Quali le ragioni di un affondo così significativo nei confronti dell’altra metà del mondo? Le ragioni principali sembrano due. Da un lato, agli Stati Uniti fa paura la dedollarizzazione che, soprattutto dopo le sanzioni alla Russia, i Brics hanno intrapreso, mettendo in discussione l’equilibrio di Bretton Woods. D’altro canto, Trump non vede tradizionalmente di buon occhio la delocalizzazione, che ha favorito il trasferimento della produzione oltre confine, con costi molto inferiori rispetto a quelli occidentali e la conseguente deindustrializzazione. Non per niente, il primo Trump aveva cercato di porre rimedio cercando di reimportare le produzioni strategiche, soprattutto nella tecnologia. Il sogno di un Occidente in grado di riprendersi l’industria, però, è poco più che un’utopia. Poniamo il caso di Apple: se la multinazionale di Cupertino dovesse portare nuovamente la produzione negli Stati Uniti, il prezzo al consumatore raddoppierebbe. Con un aumento molto forte dell’inflazione.
Le tariffe fermano il taglio dei tassi
I dazi di Trump hanno anche fermato i programmati tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Lo ha detto senza peli sulla lingua il presidente Fed Jerome Powell nel corso del simposio di Sintra, appuntamento annuale di confronto tra le banche centrali. Powell, applauditissimo dai colleghi, ha affermato che era prevista la possibilità di un taglio già il prossimo luglio, dato che l’economia Usa viaggia bene e l’inflazione non sta offrendo sorprese, ma che l’intervento sul costo del dollaro è stato sospeso a causa delle possibili conseguenze dei dazi. Quello opposto da Powell non è, dunque, un “no” definitivo ai tagli, ma una posizione di attesa e osservazione di ciò che potrebbe accadere in tema di tariffe doganali. La posizione del numero uno della Fed è, dal suo punto di vista, ampiamente giustificata. Il “tira e molla” non fa bene all’economia e l’introduzione dei dazi crea inflazione, anche se una tantum e temperata (per ora) dal prezzo basso del petrolio. La Fed, sembra di capire, resterà ferma finché la situazione non sarà più chiara, rivendicando ancora una volta autonomia nei confronti del potere politico.
Il partito di Musk
Non sono solo i dazi ad agitare la politica di oltre oceano: Elon Musk ha annunciato la fondazione dell’America Party, terzo polo che punta a superare il bipartitismo tipico delle dinamiche statunitensi. La comunicazione è stata ufficializzata dopo l’approvazione (a strettissimo margine) del Big Beautiful Bill, che nonostante i tagli al sistema sanitario porterà il debito pubblico a un aumento considerevole, grazie anche a sgravi fiscali e crescita delle spese militari. Musk ha affermato che il Bill rischia di portare gli Stati Uniti al fallimento, e gli ha contrapposto un programma da “Paese frugale”: riduzione del debito, solo spesa “responsabile”, modernizzazione dell’esercito con l’intelligenza artificiale, massiccio uso della tecnologia e della stessa IA, meno regolamentazione in generale, e specialmente nell’energia, libertà di parola, politiche per la natalità e, per il resto, politiche centriste. Nell’immediato, Musk cercherà di portare al suo nuovo movimento qualche parlamentare repubblicano deluso, per imporsi, almeno inizialmente, come ago della bilancia fra i due partiti rappresentati al Congresso. In prospettiva, il patron di Tesla vuole attaccare quello che ha definito “bipolarismo tossico” e che, a suo parere, è un monopartitismo mascherato. Che, però, è difficile scalzare, soprattutto se si parte da zero. Nella concezione anglosassone, un’operazione simile a quella che in pochi mesi portò Silvio Berlusconi al potere non è per niente facile. In passato, negli Stati Uniti si sono verificati esempi di “terzi candidati alla presidenza” che, però, hanno solamente sortito l’effetto di favorire uno dei due contendenti: il magnate Ross Perot, che nel 1992 ha eroso un ampio consenso ai repubblicani favorendo la sconfitta di George Bush senior, e Ralph Nader, che – pur ottenendo molti meno voti – ha fatto lo stesso nel 2000 con i democratici, danneggiando Al Gore. C’è da dire, però, che Musk ha a disposizione denaro quasi infinito, oltre che tecnologia come mai nessuno prima e la “corazzata” social X. Il primo test sarà costituito dalle elezioni di mid term, che sono più vicine di quanto si percepisca.
Le Borse non temono il mare in burrasca
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse continuano la loro fase positiva, nonostante la situazione geopolitica molto complicata e le schermaglie sui dazi. L’indice S&P ha addirittura raggiunto i massimi, in un momento in cui il dollaro cede ancora; l’Europa, da parte sua, naviga abbastanza tranquilla, tra piccoli avanzamenti e moderati arretramenti (Milano, per esempio, veleggia su livelli di poco sotto rispetto a quelli precedenti al bombardamento americano in Iran). Ancora una volta, i mercati si sono dimostrati forti e in grado di resistere alle molte sollecitazioni negative provenienti dalle guerre guerreggiate e da quelle commerciali, in un periodo, come quello estivo, che solitamente non è troppo brillante. Più che altro si assiste a una rotazione settoriale, che vede le banche cedere un po’, a vantaggio del comparto automobilistico (spinto da un rinnovato interesse per il settore) e dei petroliferi. Ora ci si aspetta probabilmente una fase laterale in attesa delle semestrali, che non si preannunciano particolarmente brillanti.
Il ritorno dei tassi a livelli normali
Sono invece meno attrattive le obbligazioni europee, che soffrono il ritorno dei tassi a livelli normali. Se ne sono accorte anche le società che storicamente hanno il polso della situazione. Come Algebris, che da 15 anni è il maggior investitore in coco bond e che in una nota ha annunciato che ridurrà le posizioni. Ciò dimostra che, se è vero che uno spread alto fa giustamente scattare i campanelli d’allarme, è altrettanto indiscutibile che un differenziale troppo basso deprime l’economia. I tassi a zero non portano crescita: non per niente, il decennio compreso fra il 2010 e il 2020 ha reso le obbligazioni poco appetibili, mentre quando la remunerazione è intorno il 2,50%-3% i risparmiatori possono ricevere un reddito aggiuntivo che poi spenderanno almeno in parte, facendo girare l’economia.
Tutti pazzi per le armi
Ha fatto molto scalpore la decisione dei Paesi Nato, che di qui a dieci anni hanno promesso di portare al 5% del Pil la loro spesa militare. La percentuale è composta da un 3,5% per la difesa in senso stretto e dall’1,5% per protezione delle infrastrutture, difesa delle reti, garanzia della preparazione, “resilienza” civile e potenziamento della base industriale del settore difesa. Unico membro dell’alleanza atlantica a sfilarsi, la Spagna, puntualmente minacciata da Donald Trump di un raddoppiamento dei dazi: il premier Pedro Sánchez ha dichiarato che privilegerà altri tipi di spese (come gli investimenti per il welfare). Anche se, per dirla tutta, il primo ministro spagnolo ha comunque siglato il documento conclusivo del vertice, ottenendo dal segretario dell’alleanza Mark Rutte una generica opportunità di esenzione dalla maxi-spesa. In realtà, come da proverbio, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Sembra scontato che non sarà solo Madrid a non effettuare la maxi-spesa: l’Italia, per esempio, può aver firmato e approvato la lettera di intenti, ma poi se non ci sono i soldi… non ci sono i soldi. Più probabile che ogni Paese, alla fine, faccia storia a sé: la Germania sicuramente andrà avanti, perché la mossa dei Paesi Nato serve essenzialmente da una parte a compiacere gli Stati Uniti e il loro presidente, dall’altro per risollevare il pil tedesco, mediante la sospensione del patto di stabilità.
Dazi: ancora incertezze
Non è solo la Spagna a essere nuovamente finita nel mirino di Trump: la scorsa settimana, il presidente americano aveva infatti deciso di interrompere i colloqui con il Canada (accusato di “copiare” l’Europa) e di minacciare l’intera Ue, definita “cattiva”, oltre che strutturalmente ostile agli Usa (l’Ue, ha detto, “è stata creata per acquisire vantaggi rispetto agli Stati Uniti nel commercio. Ci hanno trattato in maniera pessima, le carte in mano le abbiamo noi, abbiamo più carte di quante ne abbiano loro”). Trump aveva anche aggiunto che la trattativa con Ursula von der Leyen è in corso, affermando però che l’Unione “non voleva un accordo”, ma che ha iniziato a chiedere un confronto urgente nel momento in cui il presidente Usa ha annunciato le tariffe al 50%.
Esenzioni a stelle e strisce
Oltre ai dazi in sé. una delle principali materie del contendere era la Global Minimum Tax del 2021, che ovviamente colpisce anche le aziende americane, come Apple e Google. Il problema, però, sembrerebbe superato dalla nuova versione della misura, per cui è stato raggiunto un accordo durante la riunione del G7. La disciplina fiscale per le multinazionali, diversamente da quella disegnata nel 2021, introduce una serie di esenzioni per le aziende americane in alcuni ambiti di questo regime fiscale. La normativa, ha detto Trump, farebbe risparmiare alle aziende americane 100 miliardi di dollari di tasse all’estero. Denaro che non entrerebbe nei forzieri degli altri Paesi, già stremati dalle prossime maxi-spese in armi. Il G7, però, non ha un potere vincolante: la disciplina dovrà essere vagliata ed eventualmente approvata da ciascuno dei 147 Paesi Ocse. Per ora, di probabile c’è solo un accordo tra Stati Uniti e Canada che dovrebbe porre fine (almeno lo sperano tutti) alle liti fra Washington e Ottawa.
La tregua in Congo porta soldi a Trump
E’ intanto in vigore una tregua fra Ruanda e Congo, che potrebbe porre fine a una delle tante guerre dimenticate. I due Paesi hanno infatti siglato un accordo a Washington, impegnandosi anche a fermare il loro sostegno ai paramilitari – tra questi, la milizia tutsi M23, appoggiata dal Ruanda, che ha occupato una vasta zona del Congo, ricca di materie prime, mentre Kigali ha chiesto la soppressione delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, di etnia hutu. La difficile trattativa inizia ora, ma la mediazione americana porterà i suoi frutti a Washington: come in Ucraina gli Usa si sono assicurati lo sfruttamento delle locali terre rare, così in Congo “otterranno vari diritti minerari”, ha detto Trump. Una nuova vittoria statunitense sul lato economico, che può sicuramente sembrare discutibile, ma che evidenzia la differenza di approccio tra Stati Uniti e Ue: gli Usa di Trump cercano di fermare quei conflitti il cui stop può dare benefici economici al Paese, mentre l’Europa sembra fare di tutto per danneggiare i propri interessi.
Fuga da Tesla
Fa parlare l’addio a Tesla da parte di alcuni suoi key men. In particolare, Musk ha licenziato il collaboratore storico (dal 2017) Omead Afshar, che era responsabile del Nord America e in Europa e ha pagato la contrazione delle vendite nelle due macroaree. Il siluramento di Afshar segue le dimissioni di Milan Kovac, che sovrintendeva il progetto di robot umanoidi Optimus, e Jenna Ferrua, responsabile Hr per l’America del Nord. Gli abbandoni arrivano in un periodo già difficile per Tesla, che ha subito alcuni arretramenti anche per l’esposizione politica del suo leader. L’addio di manager con un ruolo centrale, tuttavia, non può mettere in ginocchio un’azienda: i dirigenti possono essere importanti, ma è l’imprenditore ad avere la visione. Piuttosto, Tesla ha ancora una capitalizzazione folle rispetto ai valori della società: anche se le cifre si ridimensionassero ulteriormente, l’azienda di Musk sarebbe comunque in saldo positivo rispetto al suo valore reale.
Foto di Travis Leery su Unsplash
Mercati sotto controllo, nonostante la guerra
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La nuova fase della guerra in Medio Oriente, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, si è fatta sentire negli ambienti borsistici, ma tutto sommato moderatamente. Dopo l’attacco americano all’Iran si sono verificati arretramenti generalizzati, ma fisiologici e controllati, e dipendenti anche da altri fattori: Milano, che aveva già chiuso la settimana in ribasso a causa del conflitto, ha aperto il primo giorno post-bombardamento Usa lasciando sul terreno l’1% circa, ma sul calo ha inciso anche il maxi-stacco delle cedole; Madrid, unica in Europa, ha addirittura chiuso il primo giorno della settimana in positivo. Più che accusare il colpo i listini lo hanno assorbito, segno che sono ormai in grado di relazionarsi con gli effetti dell’instabilità geopolitica, cedendo il minimo indispensabile per poi provare un recupero. Almeno in Europa, la situazione dei mercati è improntata al sereno: anche dopo i passi indietro della scorsa settimana e di lunedì, Milano rimaneva oltre il 15% da inizio anno, contro lo zero degli indici americani. Quest’anno, insomma, è bastato avere la forza per investire molto sulle Borse europee e rinunciare a un’esposizione in dollari per portare a casa ottimi risultati: le previsioni che intravedevano un biglietto verde addirittura sotto la parità si sono dimostrate fallaci, in un quadro che ora vede la nostra moneta oltre quota 1.15.
Voglia di correre
La forza e la resistenza (e resilienza, come si direbbe oggi) dei listini è emersa chiaramente dopo l’annuncio di un pur instabile cessate il fuoco fra Israele e Iran: la notizia – nonostante l’altalena tra smentite e conferme, allarmi e contrordini e interventi anche duri di Donald Trump – ha innescato un recupero degli indici europei che, potremmo dire, hanno “voglia” di correre e hanno provato il rilancio. Wall Street, da parte sua, ha ceduto qualcosa dopo la risposta iraniana con il bombardamento missilistico alle basi americane in Qatar, ma ha subito invertito la rotta con guadagni generalizzati, che forse sono dipesi dal carattere poco più che simbolico del raid.
Petrolio su e giù
Il recupero delle Borse dipende anche dal prezzo del petrolio, la cui breve corsa, che aveva allarmato i mercati e l’opinione pubblica, si è fermata dopo l’annuncio della tregua: il greggio è tornato sotto quota 70 dollari al barile, facendo gongolare Trump, strenuo sostenitore dei prezzi soft. Il presidente americano, con il suo solito stile informale, ha anche pubblicato un post anti-speculazione sul social Truth, rivolto all’industria americana degli idrocarburi: “Tenete tutti i prezzi del petrolio bassi. Vi tengo d’occhio! State giocando dal lato del nemico, non fatelo”. Se il “combinato disposto” fra un raffreddamento della guerra in Medio Oriente, gli appelli di Trump per il calo del prezzo del greggio e la sovrapproduzione decisa dall’Arabia Saudita dovesse tenere, le Borse europee potranno concentrarsi su semestrali, outlook delle aziende e rischio nuovi dazi (il prossimo 9 luglio, lo stesso Trump dovrebbe annunciare ulteriori decisioni in questo senso).
Le due anime della Fed
I mercati sono anche molto attenti alle strategie delle banche centrali, che hanno scelto percorsi molto divergenti fra loro.
A lasciare i tassi invariati sono state Federal Reserve e Banca d’Inghilterra. L’istituto centrale americano, in realtà, ha espresso l’intenzione di apportare due interventi verso il basso entro fine 2025, facendo però attenzione a eventuali ulteriori effetti negativi dei dazi; tuttavia, Jerome Powell è stato esplicitamente insultato da Trump, che ha espresso il suo disappunto mentre la riunione del direttivo era in corso. L’inquilino della Casa Bianca non è l’unico a spingere per il calo dell’attuale forbice, ferma a 4,25%-4,50%: posizioni dovish si sono infatti registrate anche all’interno della banca centrale, pur con toni molto paludati. In questi giorni, due membri del board dei governatori non hanno escluso la possibilità di un taglio già nel corso della riunione in programma a luglio: prima Christopher Waller si è detto possibilista, poi Michelle Bowman si è dichiarata “favorevole”, sempre nel caso in cui l’inflazione restasse contenuta. Semplici opinioni o candidature alla successione di Powell?
Europa tra falchi e colombe
La Banca d’Inghilterra ha mantenuto i tassi al 4,25%, motivando la scelta con l’imprevedibilità della situazione geopolitica (guerra in Medio Oriente e dazi), mentre l’inflazione fa ancora paura. Oltre a questo, Londra sta ancora scontando le conseguenze della Brexit, che ha limitato la possibilità delle aziende di assumere personale dall’Unione Europea, incidendo sull’economia. La Banca Nazionale Svizzera, da parte sua, ha portato i tassi a zero, molto probabilmente per fermare la corsa del franco svizzero, il cui apprezzamento non piace alle autorità monetarie e politiche elvetiche. In mezzo al guado (anche se ormai più vicina al lato delle colombe) c’è la Banca Centrale Europea, che naviga sull’1,75% ed è ormai a target; nei prossimi mesi, la Bce potrebbe anche tagliare di mezzo punto le percentuali di riferimento, ma poco cambierebbe. Il vero problema dell’Eurozona non è la politica monetaria, ma l’economia diventata asfittica a causa del green deal radicale imposto dalla Commissione.
Risiko bancario
Sul fronte del risiko c’è una novità: il possibile passo indietro di Unicredit sul dossier Banco Bpm. Andrea Orcel, amministratore delegato di Piazza Gae Aulenti, ha fatto intendere che, se gli ostacoli non dovessero essere superabili, potrebbe rinunciare all’opa. A sollevare i dubbi di Unicredit, la difficoltà di convincere gli azionisti di Piazza Meda, arroccati in difesa, ad accettare un’operazione carta contro carta, ma anche il golden power governativo e le conseguenze della sorpresa suscitata dall’offerta Mps su Mediobanca. A proposito di golden power, l’utilizzo intensivo dello strumento è stato criticato da Paolo Savona, giunto all’ultima relazione come presidente della Consob. La facoltà del governo di porre il veto sull’acquisto di partecipazioni per tutelare interessi nazionali, ha detto, era stata pensata come norma extra-ordinem, ma si è trasformata in un esercizio multi-purpose. “L’interazione tra le regole del gioco di mercato e societarie stabilite dal Tuf e le norme sul golden power”, ha affermato il presidente della Consob, “presenta aspetti che richiedono di essere perfezionati e coordinati con le regole dei trattati europei”. Savona ha anche criticato i dazi (operazione che “riporta indietro le lancette della storia”) e le criptovalute, che ha paragonato ai subprime, evidenziando un rischio di bolla.
Musica, maestro
Una bolla di altra natura rischia di coinvolgere i concerti negli stadi, che evidenziano lo strano fenomeno del “tutto esaurito” artefatto.
In pratica, alcuni cantanti ricevono dai promoter prima della tournée un corposo anticipo economico. Nel caso in cui un numero alto di biglietti (carissimi) non venga piazzato, l’artista deve restituire la somma, spesso acquistando di tasca sua una parte dei tagliandi. In altri casi, molti ingressi vengono redistribuiti a prezzi irrisori, o addirittura gratuitamente, a organizzazioni o associazioni ricreative. Questo meccanismo curioso, insieme al costo troppo elevato dei biglietti, potrebbe mettere a rischio il futuro dei concerti, riservando Wembley o San Siro solo ad artisti di altissimo livello, o almeno in grado di riempire le gradinate “spontaneamente”. Il fenomeno della svendita dei molti biglietti invenduti sta anche contraddistinguendo i Mondiali di calcio per club, in corso negli Stati Uniti: secondo alcune testimonianze, i tagliandi vengono ormai abbinati a elettrodomestici o altri articoli venduti negli esercizi della città dove è prevista la partita, con buona pace di chi ha acquistato l’ingresso a 200 o 300 dollari. I Mondiali per club si svolgono in concomitanza non solo con il campionato americano di calcio, che non si è fermato, ma anche con la Gold Club della Concacaf (cioè i campionati per nazionali del Nord e Centro America), anch’essa organizzata dagli Usa e i cui stadi sono semivuoti. Ciò dimostra che l’inflazione di eventi sportivi e calcistici, oltretutto nello stesso Paese, non è il metodo migliore per ottenere ricavi economici.







