Dazi, le trattative vanno a zig zag
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Proseguono le trattative sui dazi, mentre la data fatidica del 1 agosto si avvicina. Le delegazioni europea e cinese (ma non solo) si stanno confrontando con i rappresentanti americani per trovare un compromesso, mentre Donald Trump continua a fare dichiarazioni. Tra le nuove “trovate” dell’inquilino della Casa Bianca, la possibile introduzione di dazi minimi al 15%-20% nei confronti dell’Europa, con il 25% sulle auto. L’ennesima nuova formula del Tycoon rischia di mandare all’aria i negoziati, vanificando i risultati ottenuti nel corso dei colloqui.
Negoziati difficili
La mancanza di una linea coerente da parte del presidente Usa è uno degli elementi che rendono i negoziati difficili; l’altro è l’ego smisurato di Trump, che alla fine vuole terminare il confronto dichiarando vittoria sui “contendenti”. Questo rende difficile trattare. Ma complica le cose anche per lui e, in prospettiva, per gli Stati Uniti. Il presidente Usa si è infatti messo contro l’opinione pubblica mondiale, ma anche contro quella americana. Mutatis mutandis, la sua politica ricorda, in grande, la supertassazione dei porti italiani da parte del governo Monti, che aveva provocato un fuggi fuggi delle barche verso altri approdi europei. Insomma, quello che il fisco americano incamererà con i dazi finirà di perderlo in calo dei consumi e fuga delle aziende. Con in più un malcontento diffuso tra i cittadini, deleterio anche dal punto di vista elettorale.
Borse ancora caute. Ma…
Sul fronte borsistico, invece, non c’è nulla di nuovo. I mercati stanno gestendo l’avvicinarsi della “data x” con cautela e movimenti moderati. Un po’ su, un po’ giù, sempre vicino ai massimi, sempre in attesa. La sorprendente resilienza degli indici potrebbe, però, venire intaccata se il prossimo 1 agosto i dazi dovessero davvero entrare in vigore. Non è dato prevedere in quale misura; tuttavia, preoccupa la possibilità di una combinazione fra un nuovo storno simile a quello avvenuto lo scorso 2 aprile e la poca liquidità che tradizionalmente contraddistingue il mese di agosto.
Banca, ancora utili record
A soccorrere la Borsa di Milano potrebbero essere gli utili del mondo bancario, che nel 2024 hanno fatto registrare nuovi record. Il settore creditizio si è attestato su quota 46,5 miliardi di euro (+14%). Il risultato fa il paio con i numeri raggiunti dal comparto nel triennio 2022-24, quando i profitti del credito tricolore hanno superato la clamorosa cifra di 112 miliardi. Sembrano lontani (ma non lo sono) i 15 anni di mancati utili che hanno preceduto l’exploit. A spingere lo scatto del mondo bancario è stata soprattutto la stagione di tassi elevati, che hanno permesso agli istituti di fare profitto dagli interessi passivi più alti chiesti a richiedenti mutui e prestiti, e di tornare a spingere sui finanziamenti, che da molto tempo erano stati marginalizzati. Ora ci si domanda come chiuderanno i bilanci bancari dei prossimi cinque anni, in uno scenario contraddistinto dal progressivo taglio dei tassi da parte della Bce. Una tendenza che si prende una pausa a luglio, ma probabilmente riprenderà in settembre. Inflazione permettendo.
Tasse e bigtech
Da un’istituzione comunitaria a un’altra. Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea e commissaria per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, ha dichiarato in un’audizione a Montecitorio che le regole per l’intelligenza artificiale non dovrebbero essere ritirate: “noi”, ha detto, “vogliamo applicarle in modo molto amichevole nei confronti delle imprese”. Tutte. Anche quelle americane. Anche se la dichiarazione riguarda l’Ia, saranno forse fischiate le orecchie a chi, tra le bigtech e i loro sostenitori, spinge per avere regole speciali anche dal punto di vista fiscale. Proprio pochi giorni fa, secondo Reuters, Meta, Linkedin e X hanno presentato un ricorso sull’Iva relativa ai dati personali. Questo dopo gli avvisi di accertamento del fisco italiano concernenti il mancato versamento dell’imposta sull’accesso gratuito degli iscritti ai loro social. Più che una partita a scacchi, questa sembra una guerra di tutti contro tutti. In cui chiaramente sono gli Stati Uniti ad avere il coltello dalla parte del manico, dato che l’Europa esporta oltre oceano molto più di quanto importi.
Bilancio Ue 2028-34, percorso accidentato
Ursula von der Leyen ha intanto presentato il bilancio Ue 2028-34. Un piano-maxi che prevede un budget di quasi 2.000 miliardi. Il progetto – ambizioso, ma che non affronta del tutto il problema della crescita, né mette in discussione il green deal – è appena alle sue fasi iniziali: dovrà passare per Parlamento Europeo e Consiglio e ricevere l’avallo degli Stati membri. Tuttavia, il piano ha già scatenato polemiche. E la netta opposizione del governo tedesco. “Un aumento complessivo del bilancio Ue”, ha dichiarato senza mezzi termini Stefan Kornelius, portavoce dell’esecutivo di Berlino in un comunicato, “non è accettabile in un momento in cui tutti gli Stati membri stanno compiendo notevoli sforzi per consolidare i loro bilanci nazionali. Per questo, non potremo accettare la proposta della Commissione”, ha aggiunto. La posizione tedesca, che potrebbe mettere a rischio l’intero impianto del progetto di bilancio a lungo termine, è facilmente spiegabile: se salgono gli esborsi, i Paesi che contribuiscono maggiormente (Germania in testa) devono allargare i cordoni della borsa. Ciò significa che Berlino sarebbe costretta a trasferire più denaro all’Unione Europea, alzando le tasse proprio in un momento di crisi della sua economia. Per questo motivo, l’iter parte subito con un percorso accidentato.
Inchiesta Milano
Tornando alle nostre latitudini, l’inchiesta urbanistica a Milano ha scosso la politica e l’edilizia della città. Il problema, però, non è nuovo, ed era già emerso con il tentativo, poi non riuscito, di approvare una misura ad hoc, il discutibile condono Salva Milano. Ciò che è accaduto nella metropoli ambrosiana è semplice: utilizzando un buco normativo, i costruttori – con pareri tecnici in giunta – hanno abbattuto edifici di pochi piani per poi costruire immobili molto alti. Pagando un prezzo limitato per le aree da edificare (in alcuni casi facendo poco per il territorio contiguo) e ricavandone utili enormi. Oltre all’inchiesta, che ha messo nel mirino anche il sindaco di Milano, l’intervento della magistratura ha causato lo stop ai cantieri. Il che ha destato viva preoccupazione dei cittadini che avevano già acquistato la casa prima della sua costruzione, magari vendendo contestualmente la loro abitazione precedente. Il blocco dei cantieri, però, potrebbe finire in una bolla di sapone: si sta parlando di miliardi di euro di progetti che difficilmente possono essere fermati per molto tempo. E tanto meno annullati, con demolizioni molto problematiche. Forse saranno abbattuti pochi edifici, probabilmente i più compromessi, anche per dare un segnale. Per il resto, probabilmente, ci si accontenterà di un condono con il pagamento di un valore percentuale sul valore complessivo dell’intervento.
Foto di Brice Cooper su Unsplash
Dazi: altro giro, altro “regalo”. Reazione moderata dalle Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Ancora i dazi al centro dell’attenzione. Donald Trump ha scritto a 14 Paesi di tutto il mondo altrettante lettere per tracciare i contorni delle tariffe doganali annunciate per il 9 luglio, allo scadere cioè dei 90 giorni di sospensione decisi nei confronti di vari Stati. L’entrata in vigore dei balzelli contro i membri Ue è stata posticipata al 1 agosto, in omaggio a una dinamica di annunci e rinvii che abbiamo imparato a conoscere.
Niente panico
L’ennesimo capitolo della telenovela-dazi ha costretto le Borse, soprattutto quelle americane, a ripiegare, ma non eccessivamente. L’altrettanto consueto rinvio ha poi portato reazioni miste. Nulla di clamoroso, dunque: dopo il grande calo di inizio aprile e il recupero quasi completo delle posizioni precedenti ora le Borse sembrano essersi abituate ai vari salti in avanti e passi indietro di Trump, e reagiscono moderatamente agli stimoli negativi. E’ la classica reazione che si verifica quando si assiste a frequenti allarmi “Al lupo! Al lupo!”. Sperando, naturalmente, che il lupo non arrivi davvero. I mercati hanno imparato a concentrarsi più sui numeri che sulla schizofrenia, alimentata da alcuni titoli di giornali che, però, non spaventano più la maggior parte degli investitori. Preoccupa maggiormente la svalutazione del dollaro, che da inizio anno ha perso il 15%: un biglietto verde debole introduce un dazio de facto, che non fa bene alle aziende europee.
Wall Street rifiata
Le Borse americane hanno sofferto un po’ di più, ma sono state influenzate maggiormente dalla necessità fisiologica di fermarsi dopo la corsa travolgente degli ultimi 15 giorni, che ha riequilibrato il gap con i mercati europei, protagonisti di una sovraperformance nei primi sei mesi dell’anno. Non tutti gli investitori in Wall Street, però, hanno potuto approfittare di questo picco: si è infatti verificata una grande dispersione dei rendimenti, con alcuni settori che hanno evidenziato prestazioni molto deludenti (dallo “zero virgola” all’1,5%) e altri che hanno sfiorato le due cifre.
Dazi cinesi
Se gli indici hanno reagito moderatamente agli stimoli negativi dei dazi, non è così per l’economia, su cui le percentuali in vigore (e, come detto, il calo del dollaro) impattano in maniera molto pesante. Il settore del commercio è sicuramente spaventato anche dalle tariffe annunciate a sorpresa dai cinesi su grappe e brandy europei (che in pratica rispondono ai dazi Ue sulle auto elettriche). Le aziende del vecchio continente, inoltre, non potranno fornire dispositivi medici del governo di Pechino – decisione, quest’ultima, che controbilancia una misura simile già introdotta da Bruxelles.
Se c’è una cosa che occorre evitare è una guerra commerciale con la Cina. Anche perché la leadership di Pechino, diversamente da Trump, non è abituata ad annunciare misure per poi revocarle.
Mossa anti-Brics
A proposito di Cina, il presidente americano ha anche minacciato di applicare tariffe doganali supplementari del 10% ai Brics e a chi ne sostiene le politiche, puntualizzando che non ci sarà alcuna eccezione. Una mossa che, se attuata, potrebbe avere un impatto forte sull’economia mondiale, come hanno sottolineato i Paesi che potrebbero essere colpiti da questo nuovo balzello: i Brics rappresentano il 40% della produzione e la metà della popolazione del pianeta. Quali le ragioni di un affondo così significativo nei confronti dell’altra metà del mondo? Le ragioni principali sembrano due. Da un lato, agli Stati Uniti fa paura la dedollarizzazione che, soprattutto dopo le sanzioni alla Russia, i Brics hanno intrapreso, mettendo in discussione l’equilibrio di Bretton Woods. D’altro canto, Trump non vede tradizionalmente di buon occhio la delocalizzazione, che ha favorito il trasferimento della produzione oltre confine, con costi molto inferiori rispetto a quelli occidentali e la conseguente deindustrializzazione. Non per niente, il primo Trump aveva cercato di porre rimedio cercando di reimportare le produzioni strategiche, soprattutto nella tecnologia. Il sogno di un Occidente in grado di riprendersi l’industria, però, è poco più che un’utopia. Poniamo il caso di Apple: se la multinazionale di Cupertino dovesse portare nuovamente la produzione negli Stati Uniti, il prezzo al consumatore raddoppierebbe. Con un aumento molto forte dell’inflazione.
Le tariffe fermano il taglio dei tassi
I dazi di Trump hanno anche fermato i programmati tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Lo ha detto senza peli sulla lingua il presidente Fed Jerome Powell nel corso del simposio di Sintra, appuntamento annuale di confronto tra le banche centrali. Powell, applauditissimo dai colleghi, ha affermato che era prevista la possibilità di un taglio già il prossimo luglio, dato che l’economia Usa viaggia bene e l’inflazione non sta offrendo sorprese, ma che l’intervento sul costo del dollaro è stato sospeso a causa delle possibili conseguenze dei dazi. Quello opposto da Powell non è, dunque, un “no” definitivo ai tagli, ma una posizione di attesa e osservazione di ciò che potrebbe accadere in tema di tariffe doganali. La posizione del numero uno della Fed è, dal suo punto di vista, ampiamente giustificata. Il “tira e molla” non fa bene all’economia e l’introduzione dei dazi crea inflazione, anche se una tantum e temperata (per ora) dal prezzo basso del petrolio. La Fed, sembra di capire, resterà ferma finché la situazione non sarà più chiara, rivendicando ancora una volta autonomia nei confronti del potere politico.
Il partito di Musk
Non sono solo i dazi ad agitare la politica di oltre oceano: Elon Musk ha annunciato la fondazione dell’America Party, terzo polo che punta a superare il bipartitismo tipico delle dinamiche statunitensi. La comunicazione è stata ufficializzata dopo l’approvazione (a strettissimo margine) del Big Beautiful Bill, che nonostante i tagli al sistema sanitario porterà il debito pubblico a un aumento considerevole, grazie anche a sgravi fiscali e crescita delle spese militari. Musk ha affermato che il Bill rischia di portare gli Stati Uniti al fallimento, e gli ha contrapposto un programma da “Paese frugale”: riduzione del debito, solo spesa “responsabile”, modernizzazione dell’esercito con l’intelligenza artificiale, massiccio uso della tecnologia e della stessa IA, meno regolamentazione in generale, e specialmente nell’energia, libertà di parola, politiche per la natalità e, per il resto, politiche centriste. Nell’immediato, Musk cercherà di portare al suo nuovo movimento qualche parlamentare repubblicano deluso, per imporsi, almeno inizialmente, come ago della bilancia fra i due partiti rappresentati al Congresso. In prospettiva, il patron di Tesla vuole attaccare quello che ha definito “bipolarismo tossico” e che, a suo parere, è un monopartitismo mascherato. Che, però, è difficile scalzare, soprattutto se si parte da zero. Nella concezione anglosassone, un’operazione simile a quella che in pochi mesi portò Silvio Berlusconi al potere non è per niente facile. In passato, negli Stati Uniti si sono verificati esempi di “terzi candidati alla presidenza” che, però, hanno solamente sortito l’effetto di favorire uno dei due contendenti: il magnate Ross Perot, che nel 1992 ha eroso un ampio consenso ai repubblicani favorendo la sconfitta di George Bush senior, e Ralph Nader, che – pur ottenendo molti meno voti – ha fatto lo stesso nel 2000 con i democratici, danneggiando Al Gore. C’è da dire, però, che Musk ha a disposizione denaro quasi infinito, oltre che tecnologia come mai nessuno prima e la “corazzata” social X. Il primo test sarà costituito dalle elezioni di mid term, che sono più vicine di quanto si percepisca.
Le Borse non temono il mare in burrasca
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse continuano la loro fase positiva, nonostante la situazione geopolitica molto complicata e le schermaglie sui dazi. L’indice S&P ha addirittura raggiunto i massimi, in un momento in cui il dollaro cede ancora; l’Europa, da parte sua, naviga abbastanza tranquilla, tra piccoli avanzamenti e moderati arretramenti (Milano, per esempio, veleggia su livelli di poco sotto rispetto a quelli precedenti al bombardamento americano in Iran). Ancora una volta, i mercati si sono dimostrati forti e in grado di resistere alle molte sollecitazioni negative provenienti dalle guerre guerreggiate e da quelle commerciali, in un periodo, come quello estivo, che solitamente non è troppo brillante. Più che altro si assiste a una rotazione settoriale, che vede le banche cedere un po’, a vantaggio del comparto automobilistico (spinto da un rinnovato interesse per il settore) e dei petroliferi. Ora ci si aspetta probabilmente una fase laterale in attesa delle semestrali, che non si preannunciano particolarmente brillanti.
Il ritorno dei tassi a livelli normali
Sono invece meno attrattive le obbligazioni europee, che soffrono il ritorno dei tassi a livelli normali. Se ne sono accorte anche le società che storicamente hanno il polso della situazione. Come Algebris, che da 15 anni è il maggior investitore in coco bond e che in una nota ha annunciato che ridurrà le posizioni. Ciò dimostra che, se è vero che uno spread alto fa giustamente scattare i campanelli d’allarme, è altrettanto indiscutibile che un differenziale troppo basso deprime l’economia. I tassi a zero non portano crescita: non per niente, il decennio compreso fra il 2010 e il 2020 ha reso le obbligazioni poco appetibili, mentre quando la remunerazione è intorno il 2,50%-3% i risparmiatori possono ricevere un reddito aggiuntivo che poi spenderanno almeno in parte, facendo girare l’economia.
Tutti pazzi per le armi
Ha fatto molto scalpore la decisione dei Paesi Nato, che di qui a dieci anni hanno promesso di portare al 5% del Pil la loro spesa militare. La percentuale è composta da un 3,5% per la difesa in senso stretto e dall’1,5% per protezione delle infrastrutture, difesa delle reti, garanzia della preparazione, “resilienza” civile e potenziamento della base industriale del settore difesa. Unico membro dell’alleanza atlantica a sfilarsi, la Spagna, puntualmente minacciata da Donald Trump di un raddoppiamento dei dazi: il premier Pedro Sánchez ha dichiarato che privilegerà altri tipi di spese (come gli investimenti per il welfare). Anche se, per dirla tutta, il primo ministro spagnolo ha comunque siglato il documento conclusivo del vertice, ottenendo dal segretario dell’alleanza Mark Rutte una generica opportunità di esenzione dalla maxi-spesa. In realtà, come da proverbio, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Sembra scontato che non sarà solo Madrid a non effettuare la maxi-spesa: l’Italia, per esempio, può aver firmato e approvato la lettera di intenti, ma poi se non ci sono i soldi… non ci sono i soldi. Più probabile che ogni Paese, alla fine, faccia storia a sé: la Germania sicuramente andrà avanti, perché la mossa dei Paesi Nato serve essenzialmente da una parte a compiacere gli Stati Uniti e il loro presidente, dall’altro per risollevare il pil tedesco, mediante la sospensione del patto di stabilità.
Dazi: ancora incertezze
Non è solo la Spagna a essere nuovamente finita nel mirino di Trump: la scorsa settimana, il presidente americano aveva infatti deciso di interrompere i colloqui con il Canada (accusato di “copiare” l’Europa) e di minacciare l’intera Ue, definita “cattiva”, oltre che strutturalmente ostile agli Usa (l’Ue, ha detto, “è stata creata per acquisire vantaggi rispetto agli Stati Uniti nel commercio. Ci hanno trattato in maniera pessima, le carte in mano le abbiamo noi, abbiamo più carte di quante ne abbiano loro”). Trump aveva anche aggiunto che la trattativa con Ursula von der Leyen è in corso, affermando però che l’Unione “non voleva un accordo”, ma che ha iniziato a chiedere un confronto urgente nel momento in cui il presidente Usa ha annunciato le tariffe al 50%.
Esenzioni a stelle e strisce
Oltre ai dazi in sé. una delle principali materie del contendere era la Global Minimum Tax del 2021, che ovviamente colpisce anche le aziende americane, come Apple e Google. Il problema, però, sembrerebbe superato dalla nuova versione della misura, per cui è stato raggiunto un accordo durante la riunione del G7. La disciplina fiscale per le multinazionali, diversamente da quella disegnata nel 2021, introduce una serie di esenzioni per le aziende americane in alcuni ambiti di questo regime fiscale. La normativa, ha detto Trump, farebbe risparmiare alle aziende americane 100 miliardi di dollari di tasse all’estero. Denaro che non entrerebbe nei forzieri degli altri Paesi, già stremati dalle prossime maxi-spese in armi. Il G7, però, non ha un potere vincolante: la disciplina dovrà essere vagliata ed eventualmente approvata da ciascuno dei 147 Paesi Ocse. Per ora, di probabile c’è solo un accordo tra Stati Uniti e Canada che dovrebbe porre fine (almeno lo sperano tutti) alle liti fra Washington e Ottawa.
La tregua in Congo porta soldi a Trump
E’ intanto in vigore una tregua fra Ruanda e Congo, che potrebbe porre fine a una delle tante guerre dimenticate. I due Paesi hanno infatti siglato un accordo a Washington, impegnandosi anche a fermare il loro sostegno ai paramilitari – tra questi, la milizia tutsi M23, appoggiata dal Ruanda, che ha occupato una vasta zona del Congo, ricca di materie prime, mentre Kigali ha chiesto la soppressione delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, di etnia hutu. La difficile trattativa inizia ora, ma la mediazione americana porterà i suoi frutti a Washington: come in Ucraina gli Usa si sono assicurati lo sfruttamento delle locali terre rare, così in Congo “otterranno vari diritti minerari”, ha detto Trump. Una nuova vittoria statunitense sul lato economico, che può sicuramente sembrare discutibile, ma che evidenzia la differenza di approccio tra Stati Uniti e Ue: gli Usa di Trump cercano di fermare quei conflitti il cui stop può dare benefici economici al Paese, mentre l’Europa sembra fare di tutto per danneggiare i propri interessi.
Fuga da Tesla
Fa parlare l’addio a Tesla da parte di alcuni suoi key men. In particolare, Musk ha licenziato il collaboratore storico (dal 2017) Omead Afshar, che era responsabile del Nord America e in Europa e ha pagato la contrazione delle vendite nelle due macroaree. Il siluramento di Afshar segue le dimissioni di Milan Kovac, che sovrintendeva il progetto di robot umanoidi Optimus, e Jenna Ferrua, responsabile Hr per l’America del Nord. Gli abbandoni arrivano in un periodo già difficile per Tesla, che ha subito alcuni arretramenti anche per l’esposizione politica del suo leader. L’addio di manager con un ruolo centrale, tuttavia, non può mettere in ginocchio un’azienda: i dirigenti possono essere importanti, ma è l’imprenditore ad avere la visione. Piuttosto, Tesla ha ancora una capitalizzazione folle rispetto ai valori della società: anche se le cifre si ridimensionassero ulteriormente, l’azienda di Musk sarebbe comunque in saldo positivo rispetto al suo valore reale.
Foto di Travis Leery su Unsplash
Mercati sotto controllo, nonostante la guerra
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La nuova fase della guerra in Medio Oriente, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, si è fatta sentire negli ambienti borsistici, ma tutto sommato moderatamente. Dopo l’attacco americano all’Iran si sono verificati arretramenti generalizzati, ma fisiologici e controllati, e dipendenti anche da altri fattori: Milano, che aveva già chiuso la settimana in ribasso a causa del conflitto, ha aperto il primo giorno post-bombardamento Usa lasciando sul terreno l’1% circa, ma sul calo ha inciso anche il maxi-stacco delle cedole; Madrid, unica in Europa, ha addirittura chiuso il primo giorno della settimana in positivo. Più che accusare il colpo i listini lo hanno assorbito, segno che sono ormai in grado di relazionarsi con gli effetti dell’instabilità geopolitica, cedendo il minimo indispensabile per poi provare un recupero. Almeno in Europa, la situazione dei mercati è improntata al sereno: anche dopo i passi indietro della scorsa settimana e di lunedì, Milano rimaneva oltre il 15% da inizio anno, contro lo zero degli indici americani. Quest’anno, insomma, è bastato avere la forza per investire molto sulle Borse europee e rinunciare a un’esposizione in dollari per portare a casa ottimi risultati: le previsioni che intravedevano un biglietto verde addirittura sotto la parità si sono dimostrate fallaci, in un quadro che ora vede la nostra moneta oltre quota 1.15.
Voglia di correre
La forza e la resistenza (e resilienza, come si direbbe oggi) dei listini è emersa chiaramente dopo l’annuncio di un pur instabile cessate il fuoco fra Israele e Iran: la notizia – nonostante l’altalena tra smentite e conferme, allarmi e contrordini e interventi anche duri di Donald Trump – ha innescato un recupero degli indici europei che, potremmo dire, hanno “voglia” di correre e hanno provato il rilancio. Wall Street, da parte sua, ha ceduto qualcosa dopo la risposta iraniana con il bombardamento missilistico alle basi americane in Qatar, ma ha subito invertito la rotta con guadagni generalizzati, che forse sono dipesi dal carattere poco più che simbolico del raid.
Petrolio su e giù
Il recupero delle Borse dipende anche dal prezzo del petrolio, la cui breve corsa, che aveva allarmato i mercati e l’opinione pubblica, si è fermata dopo l’annuncio della tregua: il greggio è tornato sotto quota 70 dollari al barile, facendo gongolare Trump, strenuo sostenitore dei prezzi soft. Il presidente americano, con il suo solito stile informale, ha anche pubblicato un post anti-speculazione sul social Truth, rivolto all’industria americana degli idrocarburi: “Tenete tutti i prezzi del petrolio bassi. Vi tengo d’occhio! State giocando dal lato del nemico, non fatelo”. Se il “combinato disposto” fra un raffreddamento della guerra in Medio Oriente, gli appelli di Trump per il calo del prezzo del greggio e la sovrapproduzione decisa dall’Arabia Saudita dovesse tenere, le Borse europee potranno concentrarsi su semestrali, outlook delle aziende e rischio nuovi dazi (il prossimo 9 luglio, lo stesso Trump dovrebbe annunciare ulteriori decisioni in questo senso).
Le due anime della Fed
I mercati sono anche molto attenti alle strategie delle banche centrali, che hanno scelto percorsi molto divergenti fra loro.
A lasciare i tassi invariati sono state Federal Reserve e Banca d’Inghilterra. L’istituto centrale americano, in realtà, ha espresso l’intenzione di apportare due interventi verso il basso entro fine 2025, facendo però attenzione a eventuali ulteriori effetti negativi dei dazi; tuttavia, Jerome Powell è stato esplicitamente insultato da Trump, che ha espresso il suo disappunto mentre la riunione del direttivo era in corso. L’inquilino della Casa Bianca non è l’unico a spingere per il calo dell’attuale forbice, ferma a 4,25%-4,50%: posizioni dovish si sono infatti registrate anche all’interno della banca centrale, pur con toni molto paludati. In questi giorni, due membri del board dei governatori non hanno escluso la possibilità di un taglio già nel corso della riunione in programma a luglio: prima Christopher Waller si è detto possibilista, poi Michelle Bowman si è dichiarata “favorevole”, sempre nel caso in cui l’inflazione restasse contenuta. Semplici opinioni o candidature alla successione di Powell?
Europa tra falchi e colombe
La Banca d’Inghilterra ha mantenuto i tassi al 4,25%, motivando la scelta con l’imprevedibilità della situazione geopolitica (guerra in Medio Oriente e dazi), mentre l’inflazione fa ancora paura. Oltre a questo, Londra sta ancora scontando le conseguenze della Brexit, che ha limitato la possibilità delle aziende di assumere personale dall’Unione Europea, incidendo sull’economia. La Banca Nazionale Svizzera, da parte sua, ha portato i tassi a zero, molto probabilmente per fermare la corsa del franco svizzero, il cui apprezzamento non piace alle autorità monetarie e politiche elvetiche. In mezzo al guado (anche se ormai più vicina al lato delle colombe) c’è la Banca Centrale Europea, che naviga sull’1,75% ed è ormai a target; nei prossimi mesi, la Bce potrebbe anche tagliare di mezzo punto le percentuali di riferimento, ma poco cambierebbe. Il vero problema dell’Eurozona non è la politica monetaria, ma l’economia diventata asfittica a causa del green deal radicale imposto dalla Commissione.
Risiko bancario
Sul fronte del risiko c’è una novità: il possibile passo indietro di Unicredit sul dossier Banco Bpm. Andrea Orcel, amministratore delegato di Piazza Gae Aulenti, ha fatto intendere che, se gli ostacoli non dovessero essere superabili, potrebbe rinunciare all’opa. A sollevare i dubbi di Unicredit, la difficoltà di convincere gli azionisti di Piazza Meda, arroccati in difesa, ad accettare un’operazione carta contro carta, ma anche il golden power governativo e le conseguenze della sorpresa suscitata dall’offerta Mps su Mediobanca. A proposito di golden power, l’utilizzo intensivo dello strumento è stato criticato da Paolo Savona, giunto all’ultima relazione come presidente della Consob. La facoltà del governo di porre il veto sull’acquisto di partecipazioni per tutelare interessi nazionali, ha detto, era stata pensata come norma extra-ordinem, ma si è trasformata in un esercizio multi-purpose. “L’interazione tra le regole del gioco di mercato e societarie stabilite dal Tuf e le norme sul golden power”, ha affermato il presidente della Consob, “presenta aspetti che richiedono di essere perfezionati e coordinati con le regole dei trattati europei”. Savona ha anche criticato i dazi (operazione che “riporta indietro le lancette della storia”) e le criptovalute, che ha paragonato ai subprime, evidenziando un rischio di bolla.
Musica, maestro
Una bolla di altra natura rischia di coinvolgere i concerti negli stadi, che evidenziano lo strano fenomeno del “tutto esaurito” artefatto.
In pratica, alcuni cantanti ricevono dai promoter prima della tournée un corposo anticipo economico. Nel caso in cui un numero alto di biglietti (carissimi) non venga piazzato, l’artista deve restituire la somma, spesso acquistando di tasca sua una parte dei tagliandi. In altri casi, molti ingressi vengono redistribuiti a prezzi irrisori, o addirittura gratuitamente, a organizzazioni o associazioni ricreative. Questo meccanismo curioso, insieme al costo troppo elevato dei biglietti, potrebbe mettere a rischio il futuro dei concerti, riservando Wembley o San Siro solo ad artisti di altissimo livello, o almeno in grado di riempire le gradinate “spontaneamente”. Il fenomeno della svendita dei molti biglietti invenduti sta anche contraddistinguendo i Mondiali di calcio per club, in corso negli Stati Uniti: secondo alcune testimonianze, i tagliandi vengono ormai abbinati a elettrodomestici o altri articoli venduti negli esercizi della città dove è prevista la partita, con buona pace di chi ha acquistato l’ingresso a 200 o 300 dollari. I Mondiali per club si svolgono in concomitanza non solo con il campionato americano di calcio, che non si è fermato, ma anche con la Gold Club della Concacaf (cioè i campionati per nazionali del Nord e Centro America), anch’essa organizzata dagli Usa e i cui stadi sono semivuoti. Ciò dimostra che l’inflazione di eventi sportivi e calcistici, oltretutto nello stesso Paese, non è il metodo migliore per ottenere ricavi economici.
Donald Trump vince le elezioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Donald Trump ce l’ha fatta. Il tycoon ha conquistato il ritorno alla Casa Bianca, in una delle elezioni più incerte di questo secolo. Il reinsediamento dell’ex presidente dovrebbe segnare un cambio di paradigma nella politica economica americana, sia internamente, sia nei suoi rapporti con i partner europei e il resto del mondo.
Cambio di rotta
Donald Trump ha vinto le elezioni basandosi su tre elementi chiave: 1) l’inflazione, che durante la presidenza Biden ha eroso in maniera significativa il potere d’acquisto delle classi medio basse, 2) l’aumento abnorme dell’immigrazione illegale (4 milioni di ingressi irregolari sotto la presidenza Biden), fatto che ha generato molta insicurezza nelle famiglie, 3) lotta alle teorie woke, viste come un forte indebolimento della educazione familiare. Cosa aspettarsi ora dunque? Probabilmente Trump farà tutto ciò che è in suo potere per fermare la guerra russo-ucraina e riutilizzare i soldi risparmiati per obiettivi interni, e per fermare l’immigrazione illegale, suo cavallo di battaglia. In particolare, il candidato repubblicano ha affermato che, invece di incoraggiare gli afflussi dal Centro America, occorrerebbe migliorare le condizioni di vita in loco, magari utilizzando capitali risparmiati altrove. L’accostamento all’Ucraina è scontato. Una decisione di questo tipo si riverbererebbe in maniera forte sull’Europa: se l’Ue decidesse di continuare a sostenere Kiev nonostante un disimpegno americano, si presenterebbe il rischio di inasprimento della politica fiscale, difficilmente praticabile in un periodo di crisi economica così forte. All’opposto, se l’Europa si accodasse agli Usa, sarebbe eliminata una voce di spesa importante, da reinvestire in misure per arginare la crisi e rilanciare l’economia. Preoccupa invece la possibilità che Trump ripristini i dazi sui prodotti europei, ma anche di altri Paesi del mondo, sulla falsariga di quanto fece durante la sua presidenza. Probabile anche, a fronte di un disgelo nei confronti della Russia, un inasprimento dei rapporti con la Cina: ricucire i rapporti con Mosca, per l’amministrazione Trump, avrebbe anche l’obiettivo di bloccare l’approvvigionamento cinese a basso costo di petrolio russo, uno dei risultati delle sanzioni a Mosca. Sul fronte interno, l’avversario più problematico è l’inflazione, sopra i target e in crescita, soprattutto nelle grandi città: a titolo di esempio, un hamburger a New York può arrivare a costare oltre 30 dollari in un diner.
Sfide difficili
Quello sull’inflazione è un vero rompicapo per gli Stati Uniti, soprattutto in un’epoca di discesa dei tassi di interesse, avviata e non facile da fermare. Oltre a questo, c’è il problema dei posti di lavoro creati: solo 12.000 lo scorso ottobre. Occorre dire che la responsabilità maggiore ricade sugli uragani e sugli scioperi (specialmente la lunga astensione dal lavoro dei dipendenti Boeing, che ha poi visto la sua conclusione con l’accettazione del nuovo contratto di lavoro): per comprendere le tendenze è quindi meglio attendere i numeri di novembre. Sta inoltre emergendo un fenomeno curioso: il calo delle vendite interne di legname – con cui vengono costruite molte abitazioni. Da un po’ di tempo a questa parte, sono diminuiti gli acquisti di acero e betulla, più costosi, a vantaggio di larice e abete, che hanno un prezzo minore. Ma non solo: invece che acquistare negli Stati Uniti, gli americani aumentano gli approvvigionamenti dalla Svezia, grazie agli incentivi fortissimi lanciati da Stoccolma che rendono più conveniente il legno scandinavo rispetto a quello dei produttori locali.
Il dramma di Valencia
Se gli uragani che hanno flagellato il continente americano sono una costante che si ripresenta annualmente o quasi, è stata assolutamente inaspettata la tragica alluvione che ha mietuto molte vittime a Valencia. Colpiscono le proporzioni della catastrofe: in un’area della città è caduta in otto ore la pioggia di un anno. Sono tre gli aspetti che hanno causato il dramma: primo, gli effetti dei cambiamenti climatici; secondo, la mancata allerta lanciata dalle autorità, nonostante le miriadi di dati oggi a disposizione; terzo, le troppe costruzioni vicino al fiume, che sembrano sicure quando il corso d’acqua è in secca, ma che si rivelano molto pericolose se intervengono fenomeni meteorologici estremi. Oltre a questo, occorre riprendere le vecchie prassi di prevenzione: per esempio, pulire i fiumi nei periodi caldi dell’anno, per evitare che, una volta giunte le piogge, il materiale di accumulo contribuisca ancora di più a ingrossarli ulteriormente.
Il Pil italiano frena
Il Pil italiano è in frenata. Lo ha affermato il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, secondo cui dopo la revisione delle stime trimestrali annuali da parte dell’Istat sarà più difficile crescere dell’1% entro fine anno, come prevedeva il governo. “I nuovi dati trimestrali, pur avendo un probabile impatto sulla lettura finale del 2024, non suscitano preoccupazioni per gli anni seguenti”, ha però tranquillizzato il titolare del Mef. Nonostante questo, c’è chi ha previsto un sorpasso – proprio sul terreno della crescita del Pil – di Francia e Germania nei confronti dell’Italia. Difficile, però, che questo fenomeno si avveri, soprattutto per quanto riguarda Berlino, vero malato d’Europa. La recessione tedesca è una realtà conclamata e causa parecchi problemi a tutto il continente. La cui recessione non è tecnica, ma reale: senza l’impulso del Pnrr, tutta l’Europa sarebbe in negativo di un punto e mezzo, forse due. La situazione è esplosiva, e rischia di diventarlo ancor di più se non saranno presi i provvedimenti del caso dalle autorità di Bruxelles.
L’anniversario della metropolitana milanese
Meno di un mese dopo il completamento della linea 4, Milano ha festeggiato i 60 anni della metropolitana: il 1 novembre 1964 si apriva infatti la linea 1, da Sesto Marelli a Lotto (nei pressi dello stadio di San Siro). E ora si parla di nuove tratte e progetti di allungamento, anche in altre città (come per esempio Torino). La metropolitana è un investimento a lunghissimo termine e, se ben gestita, porta benefici sia alle casse del comune, sia ai lavoratori, che dimezzano i tempi di arrivo presso la loro azienda. Tuttavia, c’è anche il rovescio della medaglia: il valore delle abitazioni che si trovano vicini a una stazione del metro aumentano il loro valore, e anche gli affitti. Il fenomeno si aggiunge a un boom del mercato immobiliare che ha creato molti problemi a Milano. La città ambrosiana, in teoria, offre tutto: scuole, qualità, laghi e monti vicini, mare a un paio d’ore di distanza. Mancano però strutture ricettive per turisti o congressisti e soprattutto edilizia popolare, ferma dagli anni Settanta. Gli investimenti sono effettuati quasi unicamente per rattoppare le vecchie strutture, spesso in pessime condizioni. Sarebbe opportuno pensare a un nuovo piano Fanfani, con rinnovamento radicale delle abitazioni esistenti e ricostruzioni (o nuove edificazioni) su criteri moderni. Ma un progetto di questo tipo, purtroppo, non sembra in agenda.
Foto di Natilyn Photography su Unsplash
Piazza Affari torna a sorridere
La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un bel +5,1%. Il rimbalzo, che allinea il listino italiano ai mercati internazionali, rappresenta un segnale di forza, soprattutto considerando la stagionalità e la situazione geopolitica. Bene anche l'obbligazionario
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La Borsa di Milano sta ancora veleggiando sull'onda del rimbalzo della scorsa settimana, la migliore da marzo, con una chiusura a +5,1%. Un segnale di forza, soprattutto considerate la stagionalità e la situazione geopolitica. Si è verificata una duplice combinazione, perché alla scalata del mercato borsistico ha fatto eco la ripresa vigorosa della componente obbligazionaria, con anche l'arretramento dello spread a una quota di poco superiore a 180. Questa volta, chi ha deciso di scommettere contro l'Italia sfruttando le molte posizioni allo scoperto si è fatto molto male. Il sistema economico complessivo non poteva permettersi che qualcuno si mettesse a giocare sugli spread in un periodo come questo, contraddistinto da conflitti e tensioni sull'arena mondiale. La crescita della Borsa è stata supportata da dati economici importanti: basti vedere i risultati raggiunti da Intesa Sanpaolo, che ha portato l'utile netto a nove mesi a +85% rispetto allo stesso periodo del 2022, con un risultato passato, nel terzo trimestre, da 957 milioni a 1,9 miliardi. Il periodo brillante della Borsa italiana si verifica in un periodo di ottima salute dei mercati mondiali, che hanno tutte le carte per archiviare, a fine anno, risultati migliori rispetto a quelli di fine ottobre.
La cessione della rete Tim
A fare eccezione all'ottimo momento della Borsa è il titolo di Tim, che ha subito una brusca retromarcia. Il tutto dipende dalla vertenza annunciata da Vivendi contro la modalità con cui il consiglio di amministrazione ha approvato a maggioranza (11 a 3) la cessione dell'infrastruttura di rete al fondo americano Kkr. Un acquisto che prevede una valorizzazione fino a 22 miliardi, con chiusura dell'operazione attesa la prossima estate. Più in particolare Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,75%, ha contestato il mancato passaggio in assemblea che, secondo una comunicazione della società francese, rende la decisione del cda “illegittima”. L'azienda transalpina “utilizzerà ogni strumento legale a sua disposizione per contestare questa decisione e tutelare i suoi diritti e quelli di tutti gli azionisti”, prosegue la nota. Il calo del titolo dipende, probabilmente, dai timori di Piazza Affari su una lunga e incerta controversia. Comunque vada, ci si augura che la vendita della rete a un privato sia stata studiata con tutte le garanzie e le cautele del caso, e che azienda e governo si siano tutelati a dovere: si tratta infatti di un'infrastruttura sensibile, in cui transitano dati importantissimi e riservati.
Fisco e Pil
Niente di nuovo, invece, sul fronte del fisco: secondo Eurostat, i dati 2022 evidenziano che tasse e contributi pesano per il 42,9% del Pil. Non è una sorpresa, dicevamo: è da più o meno 20 anni che l'incidenza fiscale è vicina a queste percentuali (abbiamo anche sperimentato picchi oltre il 44%). Tenendo conto che il prodotto interno lordo è salito artificialmente con l'inflazione, non è più possibile permettersi tasse aggiuntive: siamo arrivati vicino alla curva di Laffer, nella situazione in cui l'eccessiva tassazione distrugge il gettito invece di crearlo.
Materie prime, segnali misti
Segnali contrastanti per le materie prime. Il gas continua a lambire i 50 euro a megawattora, probabilmente sospinto dalle aspettative della domanda per la stagione invernale. I dati sono, naturalmente, quelli ufficiali della Borsa di Amsterdam, anche se gran parte degli scambi – quelli che contano – si fanno al di fuori delle piazze finanziarie regolamentate. Se il gas torna alto, il petrolio si è nuovamente attestato nella fascia tra gli 80 e gli 85 euro al barile, con punte negative anche al di sotto di questa forbice. L'oro invece, dopo l'escursione oltre il tetto psicologico dei 2.000 dollari l'oncia, è tornato a calare, assestandosi in territorio neutrale. I recenti rimbalzi del “re dei metalli” non hanno nessun altro motivo se non la situazione geopolitica e la ricerca di uno storico bene rifugio: per essere più redditizio rispetto ad altri investimenti, l'oro dovrebbe rendere tra il 9% e il 10%.
Fed, i tassi restano alti
Negli Stati Uniti, intanto, i tassi restano (per ora) invariati tra il 5,25% e il 5,5%, ma riduzioni a breve sono poco probabili. “Non stiamo pensando a tagli”, ha affermato a questo proposito Powell. “Manterremo una politica monetaria restrittiva fino a quando saremo sicuri che l’inflazione sia su un percorso sostenibile verso il 2%”. Ma, ha concluso, “non siamo ancora sicuri di aver raggiunto una posizione sufficientemente restrittiva”. Della serie: i tagli possono attendere, mentre un nuovo rialzo non è del tutto escluso. Nulla di cui preoccuparsi, comunque: anche se la Federal Reserve dovesse procedere a un ultimo, ulteriore ritocco, la sua entità sarebbe di 25 punti e nulla più. Sulla stretta monetaria, in ogni caso, negli Stati Uniti ci sono due correnti di pensiero contrastanti. Da un lato, c'è chi è convinto che i tassi alti possano indurre una flessione dell'economia, fino a portarla in recessione. Una dimostrazione lampante verrebbe dal valore degli immobili commerciali in discesa, anche a causa del rincaro del costo del denaro. Basti pensare che, a fine 2021, il tasso medio dei mutui era leggermente sotto il 3%, mentre venerdì scorso la media era del 7,81%. Chi invece approva le decisioni della Fed afferma che ci sono 2.000 miliardi di dollari di spesa corrente per l'anno prossimo che devono essere ancora spesi. Soldi, cioè, del 2023, che entreranno il circolo l'anno successivo. E' comunque chiaro che eventuali ricadute negative della stretta monetaria si sentano molto di più nell'Unione Europea che non oltre oceano. Perché gli Usa, a differenza dell'Ue, sono un Paese unito. Un esempio. Recentemente, è stato approvato un finanziamento pari a 16 miliardi di dollari per una nuova linea ferroviaria sotto il fiume Hudson, con stanziamenti in gran parte federali e per 4,5 miliardi di dollari dallo Stato di New York. Un'opera pubblica in grado di bypassare le tariffe alte dell'ingresso in città con l'automobile, che sfiorano i 10 dollari, a cui se ne aggiungono 20 per i ponti o i tunnel. Ecco: approvare in tempi brevi una simile opera pubblica con concorso di finanziamenti in un qualsiasi Paese dell'Ue sarebbe più difficile. Quasi proibitivo.
Foto di Mario Caruso su Unsplash
Imminente la riunione Bce: estrema cautela sui mercati
Domani la Banca Centrale Europea deciderà se alzare ulteriormente i tassi o mantenerli al livello attuale. In attesa del verdetto, le Borse si muovono con molta cautela, portando le movimentazioni al minimo. Mentre la recessione già incalza e la crisi tedesca spaventa l'intera Unione
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la chiusura della scorsa settimana in attivo, che ha ribaltato la precedente situazione di difficoltà, la Borsa di Milano è ripartita, come gli altri listini europei, con una certa cautela. Unici acuti, il recupero delle banche, capaci di riprendersi dopo i precedenti cali, e la buona performance di Saipem, che quest'anno è salita di più rispetto alla media del mercato (anche se la sua quotazione è ancora del 90% più bassa rispetto a cinque anni fa). L'incertezza dipende dall'attesa delle riunioni di Bce (domani) e Fed (20 e 21 settembre), che prenderanno decisioni molto importanti sulla politica monetaria nel mondo occidentale. Importanti anche i dati sull'inflazione americana, che saranno diffusi a breve.
Il monito di Draghi
Quando le decisioni delle banche centrali saranno comunicate, potremo anche intuire meglio quale sarà l'intonazione dei mercati. Per ora non possiamo far altro che aspettare. Non è facile, infatti, azzardare previsioni sulle prossime mosse di Francoforte e Washington. In particolare, sono le scelte dell'Eurotower ad apparire enigmatiche: la prosecuzione della stretta monetaria e lo stop ai rialzi dei tassi sembrano avere pari probabilità. Chi sostiene la prima opzione, sottolinea che l'inflazione è attualmente al 5,3%, ben lontana dall'obiettivo del 2% fissato dalle autorità monetarie europee. Chi invece caldeggia la seconda scelta, focalizza l'attenzione sull'economia in difficoltà (per non dire a rischio) e la recessione che, come uno spettro, si aggira per l'intera Europa. Una situazione che è stata evidenziata persino da Mario Draghi: l'ex presidente Bce ha sottolineato che o l'Europa cambia, o l'Europa salta, lanciando, come un sasso nello stagno, anche una domanda retorica: “può un'unione monetaria sopravvivere senza un'unione fiscale?”. Un eventuale nuovo rialzo dei tassi potrebbe, insomma, aprire un pericoloso vaso di Pandora che finora è rimasto faticosamente chiuso, rendendo devastante una recessione che già si sta manifestando nell'intera Ue. Anche in Germania, alla luce della crisi che ha scosso la locale economia. Per non parlare dei paesi con un debito pubblico alto, già in difficoltà per il costo sempre più elevato del denaro. Quale la reazione delle Borse a un eventuale, nuovo rialzo dei tassi? Sicuramente negativa, anche se i listini europei potrebbero rivelarsi in grado di limitare i danni. Soprattutto Piazza Affari, essenzialmente per l'alta presenza di titoli bancari, che sono tra le poche azioni favorite dal rialzo dei tassi.
Germania in crisi
Come detto, la crisi improvvisa dell'economia tedesca è molto pericolosa per l'intera Europa. La Commissione Ue ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita di Berlino, passando dal +0,2% al -0,4% Alla congiuntura negativa della Germania, la prima dopo la fase acuta della pandemia, non è certamente estraneo il rialzo dei tassi Bce – ironia della sorte, caldeggiato proprio dalle autorità monetarie di Berlino. Da parte sua l'inflazione europea ha ridotto sensibilmente il valore degli stipendi, provocando da un lato il calo dei consumi interni, dall'altro la discesa della domanda a livello internazionale, che a sua volta ha fatto scattare un decremento significativo delle esportazioni. Una voce, questa, determinante per il buono stato dell'economia tedesca. Preoccupante anche la diminuzione di manodopera, dovuta essenzialmente all'ondata di pensionamenti e al calo demografico: se perdurasse questa situazione, il cancelliere Olaf Scholz potrebbe proporre il ricorso a lavoratori sia comunitari, sia extra-Ue, scatenando malumori su una parte della popolazione.
Rischio effetto domino
La recessione che ha colpito la locomotiva d'Europa preoccupa non poco, anche per l'effetto domino che – soprattutto se si dimostrasse molto profonda - potrebbe scatenare nel resto dell'Unione. Soprattutto in Italia: la nostra economia, nel bene e nel male, è intrecciata con quella di Berlino, e sicuramente ne risentirebbe qualora la Germania chiudesse l'anno con una contrazione del pil. Davanti a questi dati, e a questi rischi, è lecito chiedersi: la posizione tedesca in ambito Bce cambierà? Oppure Berlino proseguirà nella linea di austerity e stretta monetaria, non abbandonando l'alleanza con i “falchi”? Le prime risposte potrebbero essere fornite domani dalle autorità monetarie e a breve da quelle politiche, in sede di discussione sulla reintroduzione del patto di stabilità dal prossimo 1 gennaio. Scelta che si potrebbe rivelare molto pericolosa, considerata la situazione generale. La strada più logica sarebbe, ça va sans dire, la riforma di questo strumento, che nella sua attuale formulazione si è dimostrato più una camicia di forza che un volano di stabilità. Auspicabile, anche se molto improbabile, sarebbe un passo ulteriore: il cambiamento radicale dei principi di governance europea, che però andrebbe a intaccare (e ridefinire) i trattati.
Bene il dollaro, la sterlina soffre
In questo scenario, il dollaro ha recuperato sull'euro. A contribuire alla performance del biglietto verde, il probabile stop della Fed al rialzo dei tassi, su cui i mercati scommettono molto di più che non su un'analoga decisione Bce. Si è invece fatto molto clamore sul calo della sterlina. Forse troppo. E' vero che la moneta di Sua Maestà, ultimamente, ha sofferto per un'inflazione persino maggiore che nel resto d'Europa, anche a causa della carenza di risorse e di personale. Ma, almeno finora, i grafici del pound sono fluttuanti e i valori attuali restano ampiamente inferiori alle valutazioni dei mesi pre-Covid. Poco credibile, se non fantascientifica, è invece una imminente situazione di parità sterlina-euro-dollaro. E, anche se questa inverosimile possibilità si verificasse, ci vorrebbero almeno due o tre anni per vedere un simile tonfo della sterlina. A meno, ovviamente, di “cigni neri” particolarmente devastanti.
Ottobre, riparte il Btp Valore
In questa situazione di estrema incertezza, c'è qualcosa di sicuro: il mese prossimo partirà la nuova emissione del Btp Valore, di durata quinquennale, con cedola trimestrale e premio finale di fedeltà. Indipendentemente dai tassi minimi garantiti, che saranno comunicati il prossimo 29 settembre, la notizia è buona. E' infatti positivo che il Ministero del Tesoro cerchi, per quanto possibile, di offrire sul mercato interno il proprio debito pubblico. Certamente, il futuro di queste emissioni dipenderà molto dalla situazione dei tassi nei prossimi mesi.
Borse, il rimbalzo non si ferma
Il periodo favorevole dei mercati non è stato scalfito neppure dall'ennesima esternazione di Christine Lagarde, che a Davos ha annunciato nuovi e ripetuti rialzi dei tassi. A soffrire, però, sono gli investimenti immobiliari, colpiti sia dagli interessi più alti, sia dalla possibilità che venga approvata la direttiva europea sulle case “green”
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Christine Lagarde è tornata a parlare della situazione economica europea e della lotta all'inflazione. Dal palcoscenico di Davos, la presidente Bce ha espresso ottimismo, spingendosi a prevedere che la recessione non sarà grave come si pensava e che l'economia dell'Eurozona dovrà affrontare solo una “piccola contrazione”.
Nella dichiarazione non è però mancata la solita coda pessimistica: la Bce – ha sottolineato Christine Lagarde - è decisa a riportare l'inflazione al 2%; il rialzo dei tassi, quindi, proseguirà a tempo indeterminato, fino a quando sarà raggiunto il traguardo prefissato.
I mercati ignorano Christine Lagarde
Queste parole “in libertà”, confermate poi da Klaas Knot (governatore della banca centrale olandese e membro del board Bce, che ha annunciato aumenti da 50 punti a febbraio e marzo) hanno, come al solito, causato perdite a Parigi, Milano e Francoforte, oltre che l'allargamento dello spread Btp-Bund.
Tuttavia, almeno questa volta, l'effetto-Lagarde è stato di breve durata. I mercati, in crescita dall'inizio del nuovo anno, sono tornati a salire, preannunciando un consuntivo di fine gennaio all'insegna di performance che non si vedevano da tempo. L'ottimismo sulla recessione “morbida” è stato dunque più forte rispetto all'annuncio di rialzi dei tassi ad libitum.
Chi è entrato nell'azionario a settembre o a ottobre ha quindi trovato rendimenti soddisfacenti. Ora sembra un po' troppo tardi per sfruttare l'onda positiva: chi deve ancora entrare farebbe probabilmente meglio a operare con molta cautela, almeno fino al termine della diffusione dei dati nel primo trimestre.
Immobiliare, percorso a ostacoli
Tutto bene, quindi? No di certo. Perché i vari ritocchi ai tassi di interesse stanno lasciando ferite aperte, soprattutto nel mercato immobiliare. Percentuali passate in poco tempo dallo 0% al 4% stanno impattando in modo notevole sulla capacità di indebitamento delle famiglie contribuendo, insieme all'aumento generalizzato di prezzi e tariffe, all'impoverimento delle classi medie.
A questa situazione si aggiunge la nuova trovata della commissione europea: la direttiva sulle case green, in discussione al Parlamento Ue. Si tratta di un pacchetto di norme, introdotto lo scorso mese, che punta a incentivare la costruzione di nuove case ad alta efficienza energetica e la ristrutturazione degli immobili già esistenti. Il testo all'esame dell'aula prevede che tutti gli edifici residenziali (con varie esclusioni, tra cui gli immobili nei centri storici o le seconde case) debbano obbligatoriamente rientrare in classe E entro il 1 gennaio 2030 e in classe D tre anni dopo. Per poi giungere al traguardo delle emissioni zero entro il 2050.
Se la direttiva fosse davvero approvata, potrebbe generare uno tsunami sul settore. Secondo l'Ance (associazione italiana dei costruttori edili), 9 milioni di edifici residenziali su 12 perderebbero l'idoneità. Anche se la minaccia di vietare vendita e affitto degli immobili non in regola sembra essere stato accantonato, l'inevitabile perdita di valore delle case che non saranno ristrutturate penderebbe come una spada di Damocle su molti piccoli proprietari, soprattutto dei paesi del centro e sud Europa.
Il pacchetto di norme è dunque un nuovo intervento a gamba tesa, che segue di poco il divieto di vendita di automobili con motori a combustioni in tutta l'Ue dal 2035. Un intervento che rischia ancora una volta di impoverire i cittadini e deprimere le economie.
Intendiamoci: combattere le emissioni è necessario e doveroso. Ma è altrettanto necessario evitare una ricaduta così devastante sulle persone. Meglio sarebbe creare un maxi-fondo per la ristrutturazione delle case, che sgraverebbe i cittadini europei da una scelta fra spese ingenti o deprezzamento degli immobili di proprietà.
La Cina riapre, il gas torna a livelli accettabili
Buone notizie, invece, dal gas: il prezzo al Ttf di Amsterdam si sta consolidando su valori sotto quota 60. L'inverno insolitamente mite e gli stoccaggi pieni hanno contribuito al ritorno a tariffe più sostenibili, che dovrebbero consentire un calo delle bollette pari al 20%-30% entro febbraio.
Oltre a rappresentare una notizia positiva dopo tanti shock e allarmi, il calo del prezzo del gas dovrebbe dare un contributo molto importante alla lotta contro l'inflazione – a riprova che le continue esternazioni di Christine Lagarde su questo tema sono difficilmente comprensibili.
Il petrolio, da parte sua, rimane a livello di guardia. Nel prossimo futuro, a innescare aumenti del greggio potrebbe contribuire la riapertura della Cina, che inevitabilmente contribuirà al ritorno delle automobili in strada. Tuttavia, la normalizzazione non è così prossima: la forza lavoro è ancora decimata dalle infezioni, il tasso di disoccupazione è troppo alto e la ripresa dei consumi sarà lenta e progressiva lungo l'intero corso dell'anno.
Oro ai massimi
Se il petrolio tiene, è l'oro a far registrare nuovi exploit. Complici l'indebolimento del dollaro, a -7% da fine anno a oggi, e nuovi approvvigionamenti da parte delle banche centrali, il metallo giallo si è avvicinato alla soglia dei 2.000 dollari l'oncia, facendo anche registrare un record di acquisto dal 1974 a questa parte.
Il nuovo rialzo dipende essenzialmente da fattori tipo psicologico. In un quadro che vede tassi alti un po' dappertutto, non ci sarebbe infatti ragione per un rafforzamento dell'oro. Tuttavia, questo investimento è ancora visto come una sorta di “polizza assicurativa” contro l'inflazione, anche se in realtà l'anno scorso ha fallito questo obiettivo. Negli investimenti, le decisioni basate sull'emozionalità sono prevalenti, e l'impressione “storica” che vede l'oro come una bene rifugio resiste ancora, sebbene la storia recente abbia dimostrato quanto questa percezione sia ormai immotivata.
Intelligenza artificiale a un bivio
Proprio per ridurre l'impatto emozionale dalle decisioni di investimento si sta facendo strada l'idea di un intervento massiccio dell'intelligenza artificiale nella definizione delle strategie – un trend che tra l'altro è già in atto da tempo. In prospettiva, l'automatizzazione potrebbe anche arrivare a un ridimensionamento del ruolo dei gestori, secondo un principio tipicamente americano che tende a delegare sempre più decisioni alla tecnologia togliendo spazio al processo umano. Tuttavia, è più probabile che i due aspetti possano convivere, come del resto avviene oggi.
Il ruolo della tecnologia nei processi decisionali è, d'altra parte, un tema centrale, se è vero che persino Papa Francesco ha recentemente parlato della coesistenza tra uomini e algoritmi e del ruolo dell'intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Un peso molto importante, con molti aspetti positivi, che però – ha ammonito il Pontefice – deve essere ben circoscritto: “la correlazione e l’integrazione fra la vita vivente e la vita vissuta”, ha detto Francesco, “non possono essere rimosse a vantaggio di un semplice calcolo ideologico delle prestazioni funzionali e dei costi sostenibili”.
Va da sé che i maggiori quesiti che investono l'intelligenza artificiale sono di tipo etico. Una nuova frontiera (il Papa, non ha caso, l'ha denominata “algor-etica”) che in alcuni casi è già stata oltrepassata, per condizionare le scelte dei consumatori o minacciare la privacy dei cittadini.
L'Unione Europea ha raccolto questa sfida abbozzando una regolamentazione quadro del settore. Un'idea buona che, però, rischia di sfociare nell'iperburocratizzazione tipica delle istituzioni comunitarie: i principi cardine Ue sono stati riuniti in una paccottiglia di 130 pagine.
La direttiva europea, pur con tutti i suoi difetti, è comunque da preferire rispetto all'approccio americano, che fedele alla sua natura iperliberista prevede un laissez-faire iniziale e una regolamentazione successiva. Un approccio che ha già mostrato i suoi limiti nel caso dei dati sensibili provenienti dalle bigtech e condivisi con le istituzioni americane.
Questa disparità di strategie contiene però un rischio molto grave: quello di assistere a una migrazione delle innovazioni europee verso il “liberi tutti” americano, per sfuggire alla burocrazia e alle regole e operare senza i vincoli di privacy e di rispetto del consumatore.
Image by rawpixel.com
La folle corsa del gas
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il prezzo del gas continua a salire vertiginosamente, inanellando record su record. Dopo il nuovo stop a Nord Stream, l'oro blu ha sfiorato quota 300 euro a megawattora, per poi attestarsi nell’intorno dei 270 euro.
Il rischio è ormai noto: se non si dovesse trovare una soluzione, l'economia europea potrebbe crollare, con scenari da incubo. Vale a dire: imprese che chiudono, forte aumento della disoccupazione e cittadini sull'orlo della povertà.
L’impatto delle sanzioni su Mosca
Per capire il trend è sufficiente esaminare la differenza tra le bollette di agosto 2021 e quelle attuali, che in alcuni casi arrivano a costare sei volte tanto. Finora, in Italia si è cercato di turare la falla con sconti sull'imposizione fiscale in bolletta, che sono costati circa 30 miliardi di euro, pari a 2 punti di Pil. E le nuove, inevitabili riduzioni per i prossimi mesi costeranno altrettanto.
La corsa del gas dimostra ancora una volta quanto i sei pacchetti di sanzioni introdotte dall'Ue contro la Russia abbiano avuto un impatto non del tutto atteso. Soprattutto in paesi come Germania e Italia, legati mani e piedi alle forniture di Mosca. Non è un caso che a Berlino l'asse pro-embargo inizi a incrinarsi; il liberale Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag, ha proposto senza mezzi termini l'apertura del Nord Stream 2, la cui inaugurazione è stata bloccata su pressioni americane, per poter salvare l'economia tedesca. Una posizione singolare per un dirigente di un partito particolarmente severo nei confronti della Russia e della sua aggressione all'Ucraina.
Se la Germania invertisse la rotta, respirerebbe un po' anche l'economia italiana, già duramente colpita dallo stop ai commerci con Mosca. Solo le mancate esportazioni costano al nostro paese un punto di pil – e l'impatto potrebbe essere persino maggiore se non ci fossero le “triangolazioni”, cioè la presenza di alcuni paesi che accettano di fare da intermediari tra l'Italia e la Russia, permettendo alle aziende di aggirare l'embargo.
Le sanzioni – lo avevamo previsto fin da febbraio – non riescono a generare l’impatto atteso sull’economia russa, che finora, è stata colpita solo marginalmente in alcuni ambiti, ma favorita in modo massiccio in altri. Con un saldo positivo. Un esempio su tutti: Gazprom ha chiuso il 2021 con un utile netto pari a poco meno di 28 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente – e prevede di raddoppiarlo con riferimento al 2022.
Non era questo l'obiettivo delle misure europee, ma un'eventualità simile era facilmente pronosticabile.
Il delisting cinese
La reazione occidentale ha anche compattato Russia e Cina, come ha ricordato in un'intervista Henry Kissinger. In particolare, l'ex segretario di stato americano – a suo tempo fautore della distensione con Mao - ha puntato il dito contro la politica miope dell'amministrazione a stelle e strisce, anche in relazione alle tensioni su Taiwan.
E proprio nel momento più critico delle relazioni tra Washington e Pechino arriva un annuncio: cinque colossi cinesi hanno deciso il delisting dal Nyse, che avverrà probabilmente il prossimo mese. La capitalizzazione di mercato di queste società è enorme: 370 miliardi di dollari, più della metà, ricordiamolo, di quella della Borsa di Milano.
Sullo sfondo c'è la proposta, avanzata lo scorso giugno, di una nuova moneta unica globale istituita dai Brics, che potrebbe essere istituita per rappresentare un'alternativa al dollaro statunitense negli scambi internazionali. Un'idea sul tappeto da molti anni, ma tornata alla ribalta con la crisi fra Stati Uniti, con l'occidente a ruota, e l'asse russo-cinese. Se le cinque potenze emergenti mettessero in atto questo proposito, in futuro gli stati occidentali vedrebbero ridimensionata l’efficacia di sanzioni come quelle inflitte all'economia russa.
Inflazione alle stelle
Mentre, è persino inutile ripeterlo, l’effetto boomerang di queste misure sta creando criticità sempre pià acute all'Europa, che grazie al caro-gas sta subendo impotente il galoppo dell'inflazione. A luglio 2022, il dato ha raggiunto l'9,8% per l'Ue (era 2,2% nello stesso periodo dell'anno precedente) e l’8,9% per l'eurozona. Percentuali che avrebbero potuto essere persino più elevate se il petrolio non avesse fermato la sua corsa, attestandosi su un più ragionevole prezzo di 90 dollari al barile.
Si prevede che l'inflazione continui a salire fino a gennaio, per poi stabilizzarsi. A meno che il caro-gas prosegua in questi termini, provocando la chiusura di molte aziende e la distruzione della florida economia europea.
Finora, a calmierare gli aumenti ci sono gli sconti decisi dal governo e le formule, offerte a suo tempo dai fornitori di energia, di gas bloccato per uno o più anni. A loro volta, queste società si coprono dai minori introiti con l'acquisto di contratti derivati sulla Borsa di Amsterdam, per assicurare il prezzo ai consumatori e alle aziende senza perdere profitto.
Borse, tornano le difficoltà
Il pessimismo sull'inflazione e il timore di un nuovo rialzo dei tassi hanno influito anche sui mercati. Le Borse hanno esaurito la loro spinta propulsiva che durava da luglio. Milano, in particolare, ha raggiunto i minimi del mese.
Lo stop è meno preoccupante per i mercati americani, che erano rimbalzati molto, portando l’indice S&P500 a dimezzare le perdite annue. Per gli indici made in Usa si tratta, finora, di una normale fase di trading range – in attesa, naturalmente, di capire le reazioni al delisting cinese.
Situazione diversa, invece, per l'Europa, il cui rimbalzo si era dimostrato di minore portata. Il nostro continente è sotto la doppia minaccia della recessione e dell'esplosione dei costi industriali, che hanno rallentato la fase positiva. Proprio lo scenario a tinte fosche per il prossimo inverno ha colpito, in particolare, i titoli industriali tedeschi, e ha messo sotto pressione quelli finanziari italiani.
Attenti allo spread
Le sfide del prossimo ottobre sembrano preoccupare tutti. Quasi tutti. Perché la campagna elettorale continua a concentrarsi su temi di vario tipo, senza però sfiorare quelli più importanti: la crisi del gas e l'inflazione galoppante.
Nessuno parla, perché tutti i politici in competizione hanno paura di aprire il sipario e mostrare agli elettori uno spettro che aleggia sul paese: l'ingresso della troika in Italia, che potrebbe ridimensionare la capacità di movimento dello schieramento vincitore alla prossima tornata elettorale.
Ora lo spread è salito a 230, e lo scudo europeo non è una protezione incondizionata. Lo ha ricordato anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, sottolineando che questo meccanismo non è automatico, che ci sono condizioni da rispettare. Il timore diffuso è che il prossimo governo, qualunque esso sia, non possa evitare di confrontarsi con i paletti posti nel suo cammino da regole europee e banchieri centrali. E di varare misure impopolari per aziende e famiglie italiane.
Certo è che, qualunque cosa accada, la finanziaria del prossimo esecutivo non potrà essere troppo diversa da quella varata dal governo uscente.
Image by rawpixel.com







