Donald Trump vince le elezioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Donald Trump ce l’ha fatta. Il tycoon ha conquistato il ritorno alla Casa Bianca, in una delle elezioni più incerte di questo secolo. Il reinsediamento dell’ex presidente dovrebbe segnare un cambio di paradigma nella politica economica americana, sia internamente, sia nei suoi rapporti con i partner europei e il resto del mondo.
Cambio di rotta
Donald Trump ha vinto le elezioni basandosi su tre elementi chiave: 1) l’inflazione, che durante la presidenza Biden ha eroso in maniera significativa il potere d’acquisto delle classi medio basse, 2) l’aumento abnorme dell’immigrazione illegale (4 milioni di ingressi irregolari sotto la presidenza Biden), fatto che ha generato molta insicurezza nelle famiglie, 3) lotta alle teorie woke, viste come un forte indebolimento della educazione familiare. Cosa aspettarsi ora dunque? Probabilmente Trump farà tutto ciò che è in suo potere per fermare la guerra russo-ucraina e riutilizzare i soldi risparmiati per obiettivi interni, e per fermare l’immigrazione illegale, suo cavallo di battaglia. In particolare, il candidato repubblicano ha affermato che, invece di incoraggiare gli afflussi dal Centro America, occorrerebbe migliorare le condizioni di vita in loco, magari utilizzando capitali risparmiati altrove. L’accostamento all’Ucraina è scontato. Una decisione di questo tipo si riverbererebbe in maniera forte sull’Europa: se l’Ue decidesse di continuare a sostenere Kiev nonostante un disimpegno americano, si presenterebbe il rischio di inasprimento della politica fiscale, difficilmente praticabile in un periodo di crisi economica così forte. All’opposto, se l’Europa si accodasse agli Usa, sarebbe eliminata una voce di spesa importante, da reinvestire in misure per arginare la crisi e rilanciare l’economia. Preoccupa invece la possibilità che Trump ripristini i dazi sui prodotti europei, ma anche di altri Paesi del mondo, sulla falsariga di quanto fece durante la sua presidenza. Probabile anche, a fronte di un disgelo nei confronti della Russia, un inasprimento dei rapporti con la Cina: ricucire i rapporti con Mosca, per l’amministrazione Trump, avrebbe anche l’obiettivo di bloccare l’approvvigionamento cinese a basso costo di petrolio russo, uno dei risultati delle sanzioni a Mosca. Sul fronte interno, l’avversario più problematico è l’inflazione, sopra i target e in crescita, soprattutto nelle grandi città: a titolo di esempio, un hamburger a New York può arrivare a costare oltre 30 dollari in un diner.
Sfide difficili
Quello sull’inflazione è un vero rompicapo per gli Stati Uniti, soprattutto in un’epoca di discesa dei tassi di interesse, avviata e non facile da fermare. Oltre a questo, c’è il problema dei posti di lavoro creati: solo 12.000 lo scorso ottobre. Occorre dire che la responsabilità maggiore ricade sugli uragani e sugli scioperi (specialmente la lunga astensione dal lavoro dei dipendenti Boeing, che ha poi visto la sua conclusione con l’accettazione del nuovo contratto di lavoro): per comprendere le tendenze è quindi meglio attendere i numeri di novembre. Sta inoltre emergendo un fenomeno curioso: il calo delle vendite interne di legname – con cui vengono costruite molte abitazioni. Da un po’ di tempo a questa parte, sono diminuiti gli acquisti di acero e betulla, più costosi, a vantaggio di larice e abete, che hanno un prezzo minore. Ma non solo: invece che acquistare negli Stati Uniti, gli americani aumentano gli approvvigionamenti dalla Svezia, grazie agli incentivi fortissimi lanciati da Stoccolma che rendono più conveniente il legno scandinavo rispetto a quello dei produttori locali.
Il dramma di Valencia
Se gli uragani che hanno flagellato il continente americano sono una costante che si ripresenta annualmente o quasi, è stata assolutamente inaspettata la tragica alluvione che ha mietuto molte vittime a Valencia. Colpiscono le proporzioni della catastrofe: in un’area della città è caduta in otto ore la pioggia di un anno. Sono tre gli aspetti che hanno causato il dramma: primo, gli effetti dei cambiamenti climatici; secondo, la mancata allerta lanciata dalle autorità, nonostante le miriadi di dati oggi a disposizione; terzo, le troppe costruzioni vicino al fiume, che sembrano sicure quando il corso d’acqua è in secca, ma che si rivelano molto pericolose se intervengono fenomeni meteorologici estremi. Oltre a questo, occorre riprendere le vecchie prassi di prevenzione: per esempio, pulire i fiumi nei periodi caldi dell’anno, per evitare che, una volta giunte le piogge, il materiale di accumulo contribuisca ancora di più a ingrossarli ulteriormente.
Il Pil italiano frena
Il Pil italiano è in frenata. Lo ha affermato il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, secondo cui dopo la revisione delle stime trimestrali annuali da parte dell’Istat sarà più difficile crescere dell’1% entro fine anno, come prevedeva il governo. “I nuovi dati trimestrali, pur avendo un probabile impatto sulla lettura finale del 2024, non suscitano preoccupazioni per gli anni seguenti”, ha però tranquillizzato il titolare del Mef. Nonostante questo, c’è chi ha previsto un sorpasso – proprio sul terreno della crescita del Pil – di Francia e Germania nei confronti dell’Italia. Difficile, però, che questo fenomeno si avveri, soprattutto per quanto riguarda Berlino, vero malato d’Europa. La recessione tedesca è una realtà conclamata e causa parecchi problemi a tutto il continente. La cui recessione non è tecnica, ma reale: senza l’impulso del Pnrr, tutta l’Europa sarebbe in negativo di un punto e mezzo, forse due. La situazione è esplosiva, e rischia di diventarlo ancor di più se non saranno presi i provvedimenti del caso dalle autorità di Bruxelles.
L’anniversario della metropolitana milanese
Meno di un mese dopo il completamento della linea 4, Milano ha festeggiato i 60 anni della metropolitana: il 1 novembre 1964 si apriva infatti la linea 1, da Sesto Marelli a Lotto (nei pressi dello stadio di San Siro). E ora si parla di nuove tratte e progetti di allungamento, anche in altre città (come per esempio Torino). La metropolitana è un investimento a lunghissimo termine e, se ben gestita, porta benefici sia alle casse del comune, sia ai lavoratori, che dimezzano i tempi di arrivo presso la loro azienda. Tuttavia, c’è anche il rovescio della medaglia: il valore delle abitazioni che si trovano vicini a una stazione del metro aumentano il loro valore, e anche gli affitti. Il fenomeno si aggiunge a un boom del mercato immobiliare che ha creato molti problemi a Milano. La città ambrosiana, in teoria, offre tutto: scuole, qualità, laghi e monti vicini, mare a un paio d’ore di distanza. Mancano però strutture ricettive per turisti o congressisti e soprattutto edilizia popolare, ferma dagli anni Settanta. Gli investimenti sono effettuati quasi unicamente per rattoppare le vecchie strutture, spesso in pessime condizioni. Sarebbe opportuno pensare a un nuovo piano Fanfani, con rinnovamento radicale delle abitazioni esistenti e ricostruzioni (o nuove edificazioni) su criteri moderni. Ma un progetto di questo tipo, purtroppo, non sembra in agenda.
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Piazza Affari torna a sorridere
La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un bel +5,1%. Il rimbalzo, che allinea il listino italiano ai mercati internazionali, rappresenta un segnale di forza, soprattutto considerando la stagionalità e la situazione geopolitica. Bene anche l'obbligazionario
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La Borsa di Milano sta ancora veleggiando sull'onda del rimbalzo della scorsa settimana, la migliore da marzo, con una chiusura a +5,1%. Un segnale di forza, soprattutto considerate la stagionalità e la situazione geopolitica. Si è verificata una duplice combinazione, perché alla scalata del mercato borsistico ha fatto eco la ripresa vigorosa della componente obbligazionaria, con anche l'arretramento dello spread a una quota di poco superiore a 180. Questa volta, chi ha deciso di scommettere contro l'Italia sfruttando le molte posizioni allo scoperto si è fatto molto male. Il sistema economico complessivo non poteva permettersi che qualcuno si mettesse a giocare sugli spread in un periodo come questo, contraddistinto da conflitti e tensioni sull'arena mondiale. La crescita della Borsa è stata supportata da dati economici importanti: basti vedere i risultati raggiunti da Intesa Sanpaolo, che ha portato l'utile netto a nove mesi a +85% rispetto allo stesso periodo del 2022, con un risultato passato, nel terzo trimestre, da 957 milioni a 1,9 miliardi. Il periodo brillante della Borsa italiana si verifica in un periodo di ottima salute dei mercati mondiali, che hanno tutte le carte per archiviare, a fine anno, risultati migliori rispetto a quelli di fine ottobre.
La cessione della rete Tim
A fare eccezione all'ottimo momento della Borsa è il titolo di Tim, che ha subito una brusca retromarcia. Il tutto dipende dalla vertenza annunciata da Vivendi contro la modalità con cui il consiglio di amministrazione ha approvato a maggioranza (11 a 3) la cessione dell'infrastruttura di rete al fondo americano Kkr. Un acquisto che prevede una valorizzazione fino a 22 miliardi, con chiusura dell'operazione attesa la prossima estate. Più in particolare Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,75%, ha contestato il mancato passaggio in assemblea che, secondo una comunicazione della società francese, rende la decisione del cda “illegittima”. L'azienda transalpina “utilizzerà ogni strumento legale a sua disposizione per contestare questa decisione e tutelare i suoi diritti e quelli di tutti gli azionisti”, prosegue la nota. Il calo del titolo dipende, probabilmente, dai timori di Piazza Affari su una lunga e incerta controversia. Comunque vada, ci si augura che la vendita della rete a un privato sia stata studiata con tutte le garanzie e le cautele del caso, e che azienda e governo si siano tutelati a dovere: si tratta infatti di un'infrastruttura sensibile, in cui transitano dati importantissimi e riservati.
Fisco e Pil
Niente di nuovo, invece, sul fronte del fisco: secondo Eurostat, i dati 2022 evidenziano che tasse e contributi pesano per il 42,9% del Pil. Non è una sorpresa, dicevamo: è da più o meno 20 anni che l'incidenza fiscale è vicina a queste percentuali (abbiamo anche sperimentato picchi oltre il 44%). Tenendo conto che il prodotto interno lordo è salito artificialmente con l'inflazione, non è più possibile permettersi tasse aggiuntive: siamo arrivati vicino alla curva di Laffer, nella situazione in cui l'eccessiva tassazione distrugge il gettito invece di crearlo.
Materie prime, segnali misti
Segnali contrastanti per le materie prime. Il gas continua a lambire i 50 euro a megawattora, probabilmente sospinto dalle aspettative della domanda per la stagione invernale. I dati sono, naturalmente, quelli ufficiali della Borsa di Amsterdam, anche se gran parte degli scambi – quelli che contano – si fanno al di fuori delle piazze finanziarie regolamentate. Se il gas torna alto, il petrolio si è nuovamente attestato nella fascia tra gli 80 e gli 85 euro al barile, con punte negative anche al di sotto di questa forbice. L'oro invece, dopo l'escursione oltre il tetto psicologico dei 2.000 dollari l'oncia, è tornato a calare, assestandosi in territorio neutrale. I recenti rimbalzi del “re dei metalli” non hanno nessun altro motivo se non la situazione geopolitica e la ricerca di uno storico bene rifugio: per essere più redditizio rispetto ad altri investimenti, l'oro dovrebbe rendere tra il 9% e il 10%.
Fed, i tassi restano alti
Negli Stati Uniti, intanto, i tassi restano (per ora) invariati tra il 5,25% e il 5,5%, ma riduzioni a breve sono poco probabili. “Non stiamo pensando a tagli”, ha affermato a questo proposito Powell. “Manterremo una politica monetaria restrittiva fino a quando saremo sicuri che l’inflazione sia su un percorso sostenibile verso il 2%”. Ma, ha concluso, “non siamo ancora sicuri di aver raggiunto una posizione sufficientemente restrittiva”. Della serie: i tagli possono attendere, mentre un nuovo rialzo non è del tutto escluso. Nulla di cui preoccuparsi, comunque: anche se la Federal Reserve dovesse procedere a un ultimo, ulteriore ritocco, la sua entità sarebbe di 25 punti e nulla più. Sulla stretta monetaria, in ogni caso, negli Stati Uniti ci sono due correnti di pensiero contrastanti. Da un lato, c'è chi è convinto che i tassi alti possano indurre una flessione dell'economia, fino a portarla in recessione. Una dimostrazione lampante verrebbe dal valore degli immobili commerciali in discesa, anche a causa del rincaro del costo del denaro. Basti pensare che, a fine 2021, il tasso medio dei mutui era leggermente sotto il 3%, mentre venerdì scorso la media era del 7,81%. Chi invece approva le decisioni della Fed afferma che ci sono 2.000 miliardi di dollari di spesa corrente per l'anno prossimo che devono essere ancora spesi. Soldi, cioè, del 2023, che entreranno il circolo l'anno successivo. E' comunque chiaro che eventuali ricadute negative della stretta monetaria si sentano molto di più nell'Unione Europea che non oltre oceano. Perché gli Usa, a differenza dell'Ue, sono un Paese unito. Un esempio. Recentemente, è stato approvato un finanziamento pari a 16 miliardi di dollari per una nuova linea ferroviaria sotto il fiume Hudson, con stanziamenti in gran parte federali e per 4,5 miliardi di dollari dallo Stato di New York. Un'opera pubblica in grado di bypassare le tariffe alte dell'ingresso in città con l'automobile, che sfiorano i 10 dollari, a cui se ne aggiungono 20 per i ponti o i tunnel. Ecco: approvare in tempi brevi una simile opera pubblica con concorso di finanziamenti in un qualsiasi Paese dell'Ue sarebbe più difficile. Quasi proibitivo.
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Imminente la riunione Bce: estrema cautela sui mercati
Domani la Banca Centrale Europea deciderà se alzare ulteriormente i tassi o mantenerli al livello attuale. In attesa del verdetto, le Borse si muovono con molta cautela, portando le movimentazioni al minimo. Mentre la recessione già incalza e la crisi tedesca spaventa l'intera Unione
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Dopo la chiusura della scorsa settimana in attivo, che ha ribaltato la precedente situazione di difficoltà, la Borsa di Milano è ripartita, come gli altri listini europei, con una certa cautela. Unici acuti, il recupero delle banche, capaci di riprendersi dopo i precedenti cali, e la buona performance di Saipem, che quest'anno è salita di più rispetto alla media del mercato (anche se la sua quotazione è ancora del 90% più bassa rispetto a cinque anni fa). L'incertezza dipende dall'attesa delle riunioni di Bce (domani) e Fed (20 e 21 settembre), che prenderanno decisioni molto importanti sulla politica monetaria nel mondo occidentale. Importanti anche i dati sull'inflazione americana, che saranno diffusi a breve.
Il monito di Draghi
Quando le decisioni delle banche centrali saranno comunicate, potremo anche intuire meglio quale sarà l'intonazione dei mercati. Per ora non possiamo far altro che aspettare. Non è facile, infatti, azzardare previsioni sulle prossime mosse di Francoforte e Washington. In particolare, sono le scelte dell'Eurotower ad apparire enigmatiche: la prosecuzione della stretta monetaria e lo stop ai rialzi dei tassi sembrano avere pari probabilità. Chi sostiene la prima opzione, sottolinea che l'inflazione è attualmente al 5,3%, ben lontana dall'obiettivo del 2% fissato dalle autorità monetarie europee. Chi invece caldeggia la seconda scelta, focalizza l'attenzione sull'economia in difficoltà (per non dire a rischio) e la recessione che, come uno spettro, si aggira per l'intera Europa. Una situazione che è stata evidenziata persino da Mario Draghi: l'ex presidente Bce ha sottolineato che o l'Europa cambia, o l'Europa salta, lanciando, come un sasso nello stagno, anche una domanda retorica: “può un'unione monetaria sopravvivere senza un'unione fiscale?”. Un eventuale nuovo rialzo dei tassi potrebbe, insomma, aprire un pericoloso vaso di Pandora che finora è rimasto faticosamente chiuso, rendendo devastante una recessione che già si sta manifestando nell'intera Ue. Anche in Germania, alla luce della crisi che ha scosso la locale economia. Per non parlare dei paesi con un debito pubblico alto, già in difficoltà per il costo sempre più elevato del denaro. Quale la reazione delle Borse a un eventuale, nuovo rialzo dei tassi? Sicuramente negativa, anche se i listini europei potrebbero rivelarsi in grado di limitare i danni. Soprattutto Piazza Affari, essenzialmente per l'alta presenza di titoli bancari, che sono tra le poche azioni favorite dal rialzo dei tassi.
Germania in crisi
Come detto, la crisi improvvisa dell'economia tedesca è molto pericolosa per l'intera Europa. La Commissione Ue ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita di Berlino, passando dal +0,2% al -0,4% Alla congiuntura negativa della Germania, la prima dopo la fase acuta della pandemia, non è certamente estraneo il rialzo dei tassi Bce – ironia della sorte, caldeggiato proprio dalle autorità monetarie di Berlino. Da parte sua l'inflazione europea ha ridotto sensibilmente il valore degli stipendi, provocando da un lato il calo dei consumi interni, dall'altro la discesa della domanda a livello internazionale, che a sua volta ha fatto scattare un decremento significativo delle esportazioni. Una voce, questa, determinante per il buono stato dell'economia tedesca. Preoccupante anche la diminuzione di manodopera, dovuta essenzialmente all'ondata di pensionamenti e al calo demografico: se perdurasse questa situazione, il cancelliere Olaf Scholz potrebbe proporre il ricorso a lavoratori sia comunitari, sia extra-Ue, scatenando malumori su una parte della popolazione.
Rischio effetto domino
La recessione che ha colpito la locomotiva d'Europa preoccupa non poco, anche per l'effetto domino che – soprattutto se si dimostrasse molto profonda - potrebbe scatenare nel resto dell'Unione. Soprattutto in Italia: la nostra economia, nel bene e nel male, è intrecciata con quella di Berlino, e sicuramente ne risentirebbe qualora la Germania chiudesse l'anno con una contrazione del pil. Davanti a questi dati, e a questi rischi, è lecito chiedersi: la posizione tedesca in ambito Bce cambierà? Oppure Berlino proseguirà nella linea di austerity e stretta monetaria, non abbandonando l'alleanza con i “falchi”? Le prime risposte potrebbero essere fornite domani dalle autorità monetarie e a breve da quelle politiche, in sede di discussione sulla reintroduzione del patto di stabilità dal prossimo 1 gennaio. Scelta che si potrebbe rivelare molto pericolosa, considerata la situazione generale. La strada più logica sarebbe, ça va sans dire, la riforma di questo strumento, che nella sua attuale formulazione si è dimostrato più una camicia di forza che un volano di stabilità. Auspicabile, anche se molto improbabile, sarebbe un passo ulteriore: il cambiamento radicale dei principi di governance europea, che però andrebbe a intaccare (e ridefinire) i trattati.
Bene il dollaro, la sterlina soffre
In questo scenario, il dollaro ha recuperato sull'euro. A contribuire alla performance del biglietto verde, il probabile stop della Fed al rialzo dei tassi, su cui i mercati scommettono molto di più che non su un'analoga decisione Bce. Si è invece fatto molto clamore sul calo della sterlina. Forse troppo. E' vero che la moneta di Sua Maestà, ultimamente, ha sofferto per un'inflazione persino maggiore che nel resto d'Europa, anche a causa della carenza di risorse e di personale. Ma, almeno finora, i grafici del pound sono fluttuanti e i valori attuali restano ampiamente inferiori alle valutazioni dei mesi pre-Covid. Poco credibile, se non fantascientifica, è invece una imminente situazione di parità sterlina-euro-dollaro. E, anche se questa inverosimile possibilità si verificasse, ci vorrebbero almeno due o tre anni per vedere un simile tonfo della sterlina. A meno, ovviamente, di “cigni neri” particolarmente devastanti.
Ottobre, riparte il Btp Valore
In questa situazione di estrema incertezza, c'è qualcosa di sicuro: il mese prossimo partirà la nuova emissione del Btp Valore, di durata quinquennale, con cedola trimestrale e premio finale di fedeltà. Indipendentemente dai tassi minimi garantiti, che saranno comunicati il prossimo 29 settembre, la notizia è buona. E' infatti positivo che il Ministero del Tesoro cerchi, per quanto possibile, di offrire sul mercato interno il proprio debito pubblico. Certamente, il futuro di queste emissioni dipenderà molto dalla situazione dei tassi nei prossimi mesi.
Borse, il rimbalzo non si ferma
Il periodo favorevole dei mercati non è stato scalfito neppure dall'ennesima esternazione di Christine Lagarde, che a Davos ha annunciato nuovi e ripetuti rialzi dei tassi. A soffrire, però, sono gli investimenti immobiliari, colpiti sia dagli interessi più alti, sia dalla possibilità che venga approvata la direttiva europea sulle case “green”
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Christine Lagarde è tornata a parlare della situazione economica europea e della lotta all'inflazione. Dal palcoscenico di Davos, la presidente Bce ha espresso ottimismo, spingendosi a prevedere che la recessione non sarà grave come si pensava e che l'economia dell'Eurozona dovrà affrontare solo una “piccola contrazione”.
Nella dichiarazione non è però mancata la solita coda pessimistica: la Bce – ha sottolineato Christine Lagarde - è decisa a riportare l'inflazione al 2%; il rialzo dei tassi, quindi, proseguirà a tempo indeterminato, fino a quando sarà raggiunto il traguardo prefissato.
I mercati ignorano Christine Lagarde
Queste parole “in libertà”, confermate poi da Klaas Knot (governatore della banca centrale olandese e membro del board Bce, che ha annunciato aumenti da 50 punti a febbraio e marzo) hanno, come al solito, causato perdite a Parigi, Milano e Francoforte, oltre che l'allargamento dello spread Btp-Bund.
Tuttavia, almeno questa volta, l'effetto-Lagarde è stato di breve durata. I mercati, in crescita dall'inizio del nuovo anno, sono tornati a salire, preannunciando un consuntivo di fine gennaio all'insegna di performance che non si vedevano da tempo. L'ottimismo sulla recessione “morbida” è stato dunque più forte rispetto all'annuncio di rialzi dei tassi ad libitum.
Chi è entrato nell'azionario a settembre o a ottobre ha quindi trovato rendimenti soddisfacenti. Ora sembra un po' troppo tardi per sfruttare l'onda positiva: chi deve ancora entrare farebbe probabilmente meglio a operare con molta cautela, almeno fino al termine della diffusione dei dati nel primo trimestre.
Immobiliare, percorso a ostacoli
Tutto bene, quindi? No di certo. Perché i vari ritocchi ai tassi di interesse stanno lasciando ferite aperte, soprattutto nel mercato immobiliare. Percentuali passate in poco tempo dallo 0% al 4% stanno impattando in modo notevole sulla capacità di indebitamento delle famiglie contribuendo, insieme all'aumento generalizzato di prezzi e tariffe, all'impoverimento delle classi medie.
A questa situazione si aggiunge la nuova trovata della commissione europea: la direttiva sulle case green, in discussione al Parlamento Ue. Si tratta di un pacchetto di norme, introdotto lo scorso mese, che punta a incentivare la costruzione di nuove case ad alta efficienza energetica e la ristrutturazione degli immobili già esistenti. Il testo all'esame dell'aula prevede che tutti gli edifici residenziali (con varie esclusioni, tra cui gli immobili nei centri storici o le seconde case) debbano obbligatoriamente rientrare in classe E entro il 1 gennaio 2030 e in classe D tre anni dopo. Per poi giungere al traguardo delle emissioni zero entro il 2050.
Se la direttiva fosse davvero approvata, potrebbe generare uno tsunami sul settore. Secondo l'Ance (associazione italiana dei costruttori edili), 9 milioni di edifici residenziali su 12 perderebbero l'idoneità. Anche se la minaccia di vietare vendita e affitto degli immobili non in regola sembra essere stato accantonato, l'inevitabile perdita di valore delle case che non saranno ristrutturate penderebbe come una spada di Damocle su molti piccoli proprietari, soprattutto dei paesi del centro e sud Europa.
Il pacchetto di norme è dunque un nuovo intervento a gamba tesa, che segue di poco il divieto di vendita di automobili con motori a combustioni in tutta l'Ue dal 2035. Un intervento che rischia ancora una volta di impoverire i cittadini e deprimere le economie.
Intendiamoci: combattere le emissioni è necessario e doveroso. Ma è altrettanto necessario evitare una ricaduta così devastante sulle persone. Meglio sarebbe creare un maxi-fondo per la ristrutturazione delle case, che sgraverebbe i cittadini europei da una scelta fra spese ingenti o deprezzamento degli immobili di proprietà.
La Cina riapre, il gas torna a livelli accettabili
Buone notizie, invece, dal gas: il prezzo al Ttf di Amsterdam si sta consolidando su valori sotto quota 60. L'inverno insolitamente mite e gli stoccaggi pieni hanno contribuito al ritorno a tariffe più sostenibili, che dovrebbero consentire un calo delle bollette pari al 20%-30% entro febbraio.
Oltre a rappresentare una notizia positiva dopo tanti shock e allarmi, il calo del prezzo del gas dovrebbe dare un contributo molto importante alla lotta contro l'inflazione – a riprova che le continue esternazioni di Christine Lagarde su questo tema sono difficilmente comprensibili.
Il petrolio, da parte sua, rimane a livello di guardia. Nel prossimo futuro, a innescare aumenti del greggio potrebbe contribuire la riapertura della Cina, che inevitabilmente contribuirà al ritorno delle automobili in strada. Tuttavia, la normalizzazione non è così prossima: la forza lavoro è ancora decimata dalle infezioni, il tasso di disoccupazione è troppo alto e la ripresa dei consumi sarà lenta e progressiva lungo l'intero corso dell'anno.
Oro ai massimi
Se il petrolio tiene, è l'oro a far registrare nuovi exploit. Complici l'indebolimento del dollaro, a -7% da fine anno a oggi, e nuovi approvvigionamenti da parte delle banche centrali, il metallo giallo si è avvicinato alla soglia dei 2.000 dollari l'oncia, facendo anche registrare un record di acquisto dal 1974 a questa parte.
Il nuovo rialzo dipende essenzialmente da fattori tipo psicologico. In un quadro che vede tassi alti un po' dappertutto, non ci sarebbe infatti ragione per un rafforzamento dell'oro. Tuttavia, questo investimento è ancora visto come una sorta di “polizza assicurativa” contro l'inflazione, anche se in realtà l'anno scorso ha fallito questo obiettivo. Negli investimenti, le decisioni basate sull'emozionalità sono prevalenti, e l'impressione “storica” che vede l'oro come una bene rifugio resiste ancora, sebbene la storia recente abbia dimostrato quanto questa percezione sia ormai immotivata.
Intelligenza artificiale a un bivio
Proprio per ridurre l'impatto emozionale dalle decisioni di investimento si sta facendo strada l'idea di un intervento massiccio dell'intelligenza artificiale nella definizione delle strategie – un trend che tra l'altro è già in atto da tempo. In prospettiva, l'automatizzazione potrebbe anche arrivare a un ridimensionamento del ruolo dei gestori, secondo un principio tipicamente americano che tende a delegare sempre più decisioni alla tecnologia togliendo spazio al processo umano. Tuttavia, è più probabile che i due aspetti possano convivere, come del resto avviene oggi.
Il ruolo della tecnologia nei processi decisionali è, d'altra parte, un tema centrale, se è vero che persino Papa Francesco ha recentemente parlato della coesistenza tra uomini e algoritmi e del ruolo dell'intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Un peso molto importante, con molti aspetti positivi, che però – ha ammonito il Pontefice – deve essere ben circoscritto: “la correlazione e l’integrazione fra la vita vivente e la vita vissuta”, ha detto Francesco, “non possono essere rimosse a vantaggio di un semplice calcolo ideologico delle prestazioni funzionali e dei costi sostenibili”.
Va da sé che i maggiori quesiti che investono l'intelligenza artificiale sono di tipo etico. Una nuova frontiera (il Papa, non ha caso, l'ha denominata “algor-etica”) che in alcuni casi è già stata oltrepassata, per condizionare le scelte dei consumatori o minacciare la privacy dei cittadini.
L'Unione Europea ha raccolto questa sfida abbozzando una regolamentazione quadro del settore. Un'idea buona che, però, rischia di sfociare nell'iperburocratizzazione tipica delle istituzioni comunitarie: i principi cardine Ue sono stati riuniti in una paccottiglia di 130 pagine.
La direttiva europea, pur con tutti i suoi difetti, è comunque da preferire rispetto all'approccio americano, che fedele alla sua natura iperliberista prevede un laissez-faire iniziale e una regolamentazione successiva. Un approccio che ha già mostrato i suoi limiti nel caso dei dati sensibili provenienti dalle bigtech e condivisi con le istituzioni americane.
Questa disparità di strategie contiene però un rischio molto grave: quello di assistere a una migrazione delle innovazioni europee verso il “liberi tutti” americano, per sfuggire alla burocrazia e alle regole e operare senza i vincoli di privacy e di rispetto del consumatore.
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La folle corsa del gas
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il prezzo del gas continua a salire vertiginosamente, inanellando record su record. Dopo il nuovo stop a Nord Stream, l'oro blu ha sfiorato quota 300 euro a megawattora, per poi attestarsi nell’intorno dei 270 euro.
Il rischio è ormai noto: se non si dovesse trovare una soluzione, l'economia europea potrebbe crollare, con scenari da incubo. Vale a dire: imprese che chiudono, forte aumento della disoccupazione e cittadini sull'orlo della povertà.
L’impatto delle sanzioni su Mosca
Per capire il trend è sufficiente esaminare la differenza tra le bollette di agosto 2021 e quelle attuali, che in alcuni casi arrivano a costare sei volte tanto. Finora, in Italia si è cercato di turare la falla con sconti sull'imposizione fiscale in bolletta, che sono costati circa 30 miliardi di euro, pari a 2 punti di Pil. E le nuove, inevitabili riduzioni per i prossimi mesi costeranno altrettanto.
La corsa del gas dimostra ancora una volta quanto i sei pacchetti di sanzioni introdotte dall'Ue contro la Russia abbiano avuto un impatto non del tutto atteso. Soprattutto in paesi come Germania e Italia, legati mani e piedi alle forniture di Mosca. Non è un caso che a Berlino l'asse pro-embargo inizi a incrinarsi; il liberale Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag, ha proposto senza mezzi termini l'apertura del Nord Stream 2, la cui inaugurazione è stata bloccata su pressioni americane, per poter salvare l'economia tedesca. Una posizione singolare per un dirigente di un partito particolarmente severo nei confronti della Russia e della sua aggressione all'Ucraina.
Se la Germania invertisse la rotta, respirerebbe un po' anche l'economia italiana, già duramente colpita dallo stop ai commerci con Mosca. Solo le mancate esportazioni costano al nostro paese un punto di pil – e l'impatto potrebbe essere persino maggiore se non ci fossero le “triangolazioni”, cioè la presenza di alcuni paesi che accettano di fare da intermediari tra l'Italia e la Russia, permettendo alle aziende di aggirare l'embargo.
Le sanzioni – lo avevamo previsto fin da febbraio – non riescono a generare l’impatto atteso sull’economia russa, che finora, è stata colpita solo marginalmente in alcuni ambiti, ma favorita in modo massiccio in altri. Con un saldo positivo. Un esempio su tutti: Gazprom ha chiuso il 2021 con un utile netto pari a poco meno di 28 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente – e prevede di raddoppiarlo con riferimento al 2022.
Non era questo l'obiettivo delle misure europee, ma un'eventualità simile era facilmente pronosticabile.
Il delisting cinese
La reazione occidentale ha anche compattato Russia e Cina, come ha ricordato in un'intervista Henry Kissinger. In particolare, l'ex segretario di stato americano – a suo tempo fautore della distensione con Mao - ha puntato il dito contro la politica miope dell'amministrazione a stelle e strisce, anche in relazione alle tensioni su Taiwan.
E proprio nel momento più critico delle relazioni tra Washington e Pechino arriva un annuncio: cinque colossi cinesi hanno deciso il delisting dal Nyse, che avverrà probabilmente il prossimo mese. La capitalizzazione di mercato di queste società è enorme: 370 miliardi di dollari, più della metà, ricordiamolo, di quella della Borsa di Milano.
Sullo sfondo c'è la proposta, avanzata lo scorso giugno, di una nuova moneta unica globale istituita dai Brics, che potrebbe essere istituita per rappresentare un'alternativa al dollaro statunitense negli scambi internazionali. Un'idea sul tappeto da molti anni, ma tornata alla ribalta con la crisi fra Stati Uniti, con l'occidente a ruota, e l'asse russo-cinese. Se le cinque potenze emergenti mettessero in atto questo proposito, in futuro gli stati occidentali vedrebbero ridimensionata l’efficacia di sanzioni come quelle inflitte all'economia russa.
Inflazione alle stelle
Mentre, è persino inutile ripeterlo, l’effetto boomerang di queste misure sta creando criticità sempre pià acute all'Europa, che grazie al caro-gas sta subendo impotente il galoppo dell'inflazione. A luglio 2022, il dato ha raggiunto l'9,8% per l'Ue (era 2,2% nello stesso periodo dell'anno precedente) e l’8,9% per l'eurozona. Percentuali che avrebbero potuto essere persino più elevate se il petrolio non avesse fermato la sua corsa, attestandosi su un più ragionevole prezzo di 90 dollari al barile.
Si prevede che l'inflazione continui a salire fino a gennaio, per poi stabilizzarsi. A meno che il caro-gas prosegua in questi termini, provocando la chiusura di molte aziende e la distruzione della florida economia europea.
Finora, a calmierare gli aumenti ci sono gli sconti decisi dal governo e le formule, offerte a suo tempo dai fornitori di energia, di gas bloccato per uno o più anni. A loro volta, queste società si coprono dai minori introiti con l'acquisto di contratti derivati sulla Borsa di Amsterdam, per assicurare il prezzo ai consumatori e alle aziende senza perdere profitto.
Borse, tornano le difficoltà
Il pessimismo sull'inflazione e il timore di un nuovo rialzo dei tassi hanno influito anche sui mercati. Le Borse hanno esaurito la loro spinta propulsiva che durava da luglio. Milano, in particolare, ha raggiunto i minimi del mese.
Lo stop è meno preoccupante per i mercati americani, che erano rimbalzati molto, portando l’indice S&P500 a dimezzare le perdite annue. Per gli indici made in Usa si tratta, finora, di una normale fase di trading range – in attesa, naturalmente, di capire le reazioni al delisting cinese.
Situazione diversa, invece, per l'Europa, il cui rimbalzo si era dimostrato di minore portata. Il nostro continente è sotto la doppia minaccia della recessione e dell'esplosione dei costi industriali, che hanno rallentato la fase positiva. Proprio lo scenario a tinte fosche per il prossimo inverno ha colpito, in particolare, i titoli industriali tedeschi, e ha messo sotto pressione quelli finanziari italiani.
Attenti allo spread
Le sfide del prossimo ottobre sembrano preoccupare tutti. Quasi tutti. Perché la campagna elettorale continua a concentrarsi su temi di vario tipo, senza però sfiorare quelli più importanti: la crisi del gas e l'inflazione galoppante.
Nessuno parla, perché tutti i politici in competizione hanno paura di aprire il sipario e mostrare agli elettori uno spettro che aleggia sul paese: l'ingresso della troika in Italia, che potrebbe ridimensionare la capacità di movimento dello schieramento vincitore alla prossima tornata elettorale.
Ora lo spread è salito a 230, e lo scudo europeo non è una protezione incondizionata. Lo ha ricordato anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, sottolineando che questo meccanismo non è automatico, che ci sono condizioni da rispettare. Il timore diffuso è che il prossimo governo, qualunque esso sia, non possa evitare di confrontarsi con i paletti posti nel suo cammino da regole europee e banchieri centrali. E di varare misure impopolari per aziende e famiglie italiane.
Certo è che, qualunque cosa accada, la finanziaria del prossimo esecutivo non potrà essere troppo diversa da quella varata dal governo uscente.
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