Price cap: forse ci siamo?
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.
Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.
L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.
Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.
Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.
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La folle corsa del gas
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il prezzo del gas continua a salire vertiginosamente, inanellando record su record. Dopo il nuovo stop a Nord Stream, l'oro blu ha sfiorato quota 300 euro a megawattora, per poi attestarsi nell’intorno dei 270 euro.
Il rischio è ormai noto: se non si dovesse trovare una soluzione, l'economia europea potrebbe crollare, con scenari da incubo. Vale a dire: imprese che chiudono, forte aumento della disoccupazione e cittadini sull'orlo della povertà.
L’impatto delle sanzioni su Mosca
Per capire il trend è sufficiente esaminare la differenza tra le bollette di agosto 2021 e quelle attuali, che in alcuni casi arrivano a costare sei volte tanto. Finora, in Italia si è cercato di turare la falla con sconti sull'imposizione fiscale in bolletta, che sono costati circa 30 miliardi di euro, pari a 2 punti di Pil. E le nuove, inevitabili riduzioni per i prossimi mesi costeranno altrettanto.
La corsa del gas dimostra ancora una volta quanto i sei pacchetti di sanzioni introdotte dall'Ue contro la Russia abbiano avuto un impatto non del tutto atteso. Soprattutto in paesi come Germania e Italia, legati mani e piedi alle forniture di Mosca. Non è un caso che a Berlino l'asse pro-embargo inizi a incrinarsi; il liberale Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag, ha proposto senza mezzi termini l'apertura del Nord Stream 2, la cui inaugurazione è stata bloccata su pressioni americane, per poter salvare l'economia tedesca. Una posizione singolare per un dirigente di un partito particolarmente severo nei confronti della Russia e della sua aggressione all'Ucraina.
Se la Germania invertisse la rotta, respirerebbe un po' anche l'economia italiana, già duramente colpita dallo stop ai commerci con Mosca. Solo le mancate esportazioni costano al nostro paese un punto di pil – e l'impatto potrebbe essere persino maggiore se non ci fossero le “triangolazioni”, cioè la presenza di alcuni paesi che accettano di fare da intermediari tra l'Italia e la Russia, permettendo alle aziende di aggirare l'embargo.
Le sanzioni – lo avevamo previsto fin da febbraio – non riescono a generare l’impatto atteso sull’economia russa, che finora, è stata colpita solo marginalmente in alcuni ambiti, ma favorita in modo massiccio in altri. Con un saldo positivo. Un esempio su tutti: Gazprom ha chiuso il 2021 con un utile netto pari a poco meno di 28 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente – e prevede di raddoppiarlo con riferimento al 2022.
Non era questo l'obiettivo delle misure europee, ma un'eventualità simile era facilmente pronosticabile.
Il delisting cinese
La reazione occidentale ha anche compattato Russia e Cina, come ha ricordato in un'intervista Henry Kissinger. In particolare, l'ex segretario di stato americano – a suo tempo fautore della distensione con Mao - ha puntato il dito contro la politica miope dell'amministrazione a stelle e strisce, anche in relazione alle tensioni su Taiwan.
E proprio nel momento più critico delle relazioni tra Washington e Pechino arriva un annuncio: cinque colossi cinesi hanno deciso il delisting dal Nyse, che avverrà probabilmente il prossimo mese. La capitalizzazione di mercato di queste società è enorme: 370 miliardi di dollari, più della metà, ricordiamolo, di quella della Borsa di Milano.
Sullo sfondo c'è la proposta, avanzata lo scorso giugno, di una nuova moneta unica globale istituita dai Brics, che potrebbe essere istituita per rappresentare un'alternativa al dollaro statunitense negli scambi internazionali. Un'idea sul tappeto da molti anni, ma tornata alla ribalta con la crisi fra Stati Uniti, con l'occidente a ruota, e l'asse russo-cinese. Se le cinque potenze emergenti mettessero in atto questo proposito, in futuro gli stati occidentali vedrebbero ridimensionata l’efficacia di sanzioni come quelle inflitte all'economia russa.
Inflazione alle stelle
Mentre, è persino inutile ripeterlo, l’effetto boomerang di queste misure sta creando criticità sempre pià acute all'Europa, che grazie al caro-gas sta subendo impotente il galoppo dell'inflazione. A luglio 2022, il dato ha raggiunto l'9,8% per l'Ue (era 2,2% nello stesso periodo dell'anno precedente) e l’8,9% per l'eurozona. Percentuali che avrebbero potuto essere persino più elevate se il petrolio non avesse fermato la sua corsa, attestandosi su un più ragionevole prezzo di 90 dollari al barile.
Si prevede che l'inflazione continui a salire fino a gennaio, per poi stabilizzarsi. A meno che il caro-gas prosegua in questi termini, provocando la chiusura di molte aziende e la distruzione della florida economia europea.
Finora, a calmierare gli aumenti ci sono gli sconti decisi dal governo e le formule, offerte a suo tempo dai fornitori di energia, di gas bloccato per uno o più anni. A loro volta, queste società si coprono dai minori introiti con l'acquisto di contratti derivati sulla Borsa di Amsterdam, per assicurare il prezzo ai consumatori e alle aziende senza perdere profitto.
Borse, tornano le difficoltà
Il pessimismo sull'inflazione e il timore di un nuovo rialzo dei tassi hanno influito anche sui mercati. Le Borse hanno esaurito la loro spinta propulsiva che durava da luglio. Milano, in particolare, ha raggiunto i minimi del mese.
Lo stop è meno preoccupante per i mercati americani, che erano rimbalzati molto, portando l’indice S&P500 a dimezzare le perdite annue. Per gli indici made in Usa si tratta, finora, di una normale fase di trading range – in attesa, naturalmente, di capire le reazioni al delisting cinese.
Situazione diversa, invece, per l'Europa, il cui rimbalzo si era dimostrato di minore portata. Il nostro continente è sotto la doppia minaccia della recessione e dell'esplosione dei costi industriali, che hanno rallentato la fase positiva. Proprio lo scenario a tinte fosche per il prossimo inverno ha colpito, in particolare, i titoli industriali tedeschi, e ha messo sotto pressione quelli finanziari italiani.
Attenti allo spread
Le sfide del prossimo ottobre sembrano preoccupare tutti. Quasi tutti. Perché la campagna elettorale continua a concentrarsi su temi di vario tipo, senza però sfiorare quelli più importanti: la crisi del gas e l'inflazione galoppante.
Nessuno parla, perché tutti i politici in competizione hanno paura di aprire il sipario e mostrare agli elettori uno spettro che aleggia sul paese: l'ingresso della troika in Italia, che potrebbe ridimensionare la capacità di movimento dello schieramento vincitore alla prossima tornata elettorale.
Ora lo spread è salito a 230, e lo scudo europeo non è una protezione incondizionata. Lo ha ricordato anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, sottolineando che questo meccanismo non è automatico, che ci sono condizioni da rispettare. Il timore diffuso è che il prossimo governo, qualunque esso sia, non possa evitare di confrontarsi con i paletti posti nel suo cammino da regole europee e banchieri centrali. E di varare misure impopolari per aziende e famiglie italiane.
Certo è che, qualunque cosa accada, la finanziaria del prossimo esecutivo non potrà essere troppo diversa da quella varata dal governo uscente.
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Mercati, navigazione tranquilla
Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.
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Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.
È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.
Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.
Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.
Meglio l'Europa
Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.
In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.
Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.
La discesa del petrolio
In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.
D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.
Ma il gas va sempre più su...
Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).
Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.
Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.
Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.
C'è chi scende e c'è chi sale
Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.
Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.
L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.
Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.
Giappone, deludono i dati sul pil
Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.
Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.
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BCE, arriva un supporto per il debito italiano?
La riunione dell'Eurotower, prevista per il 9 giugno, dovrebbe dire in maniera più precisa cosa la Banca Centrale europea intenda fare sui tassi, in che tempi e in quali modalità. Possibili anche alcuni provvedimenti per sostenere l'economia dell'Eurozona e contenere gli spread
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È ormai imminente la riunione della Bce, che dovrebbe decidere il rialzo del tasso di riferimento dopo dieci anni e il sostegno all'economia dell'Eurozona. E (forse) al debito di alcuni paesi, tra cui l'Italia.
Questa indiscrezione, filtrata sul Financial Times, ha fatto rifiatare leggermente i Btp, in un contesto più ampio di sollievo dei mercati. Riteniamo necessario che la Banca Centrale faccia capire in modo chiaro ai mercati che non è disposta a tollerare ulteriori allargamenti degli spread. Altrimenti, il rischio che si ritorni a una situazione simile al 2011 potrebbe diventare una realtà concreta e la sopravvivenza dell’euro di nuovo messa a repentaglio. Vale la pena di ricordare che ci sono miliardi di dollari provenienti dal mondo anglosassone e americano pronti a forzare la mano per cercare di fare profitti enormi dal caos che ne seguirebbe. È inutile parlare di Europa e di coesione europea se il “problema dello spread” non viene affrontato e risolto una volta per tutte. Tuttavia, ci sembra ancora presto perché una simile presa di posizione trovi consenso e attuazione.
È quindi presto per prevedere un andamento positivo e di conseguenza i mercati continuano a rivelarsi nervosi e incerti.
“Scusate, mi sono sbagliata”
L'incognita maggiore resta, naturalmente, l'inflazione, che ultimamente è stata protagonista di prese di posizione pubbliche da parte delle massime autorità monetarie mondiali.
Dopo gli economisti della Bce, infatti, a scusarsi con i cittadini è stata Janet Yellen. Il segretario al Tesoro americano ed ex presidente Fed ha apertamente affermato di aver sbagliato previsioni sull’inflazione e di non aver compreso la natura apparentemente strutturale (e non provvisoria) del fenomeno.
Il tema, in realtà, è molto complesso. L'inflazione è stata incubata con il Covid, in un momento di strozzatura nell'offerta, quando il lockdown aveva creato problematiche relative alle consegne e ai consumi.
Poi è avvenuta la ripartenza, con un'accelerazione che ha spinto in alto il prezzo dei beni. La componente speculativa molto forte ha fatto il resto, soprattutto per quanto riguarda le materie prime.
Le banche centrali, da parte loro, hanno insistito a lungo sulla natura transitoria dell'inflazione. Una previsione non illogica se si osserva la situazione con un arco temporale di uno o due anni. Ma un'analisi assolutamente azzardata se si allarga l'orizzonte a cinque anni. Bce e Fed avrebbero dovuto perlomeno prendere in considerazione questa eventualità, soprattutto in una fase di incertezza (e di deglobalizzazione) come quella che stiamo vivendo.
I segnali che suggerivano la possibilità di una fase inflattiva più lunga del previsto erano chiari anche prima dello scoppio della guerra. Il conflitto e le sanzioni non hanno fatto che peggiorare una situazione già molto precaria.
Per questo, le scuse di Bce e Fed dovrebbero essere (molto cortesemente) rinviate ai rispettivi mittenti. Non tanto per non aver previsto l'inflazione a lungo termine, ma perché le due principali banche centrali del mondo continuano a non capire l'origine del problema.
“… e il petrolio si impenna”
Parlavamo del lockdown e della strozzatura di produzione e consumi. Il problema aveva coinvolto in modo eclatante anche il petrolio, crollato nell'aprile 2020 a 5 dollari al barile, con le trivelle ferme e lo stop alla domanda di carburante in varie parti del mondo.
Ora, a poco più di due anni, l'oro nero veleggia a quota 120 e non vuole dare segni di ritorno a una quota più accettabile.
A spingere il rialzo del greggio sono anche le decisioni politiche prese dalle autorità europee e i commenti che le accompagnano. Un esempio su tutti, il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia: arriva l'annuncio ufficiale... “e il petrolio si impenna”, come recitava un noto caratterista della televisione anni Novanta.
Il risultato: non sappiamo quanto il sesto pacchetto farà male alla Russia, ma ha già portato nuovo scompiglio in Europa. Il motivo è semplice: l'embargo non tocca le forniture via oleodotti, salvaguardando così gli interessi della Germania, che ha mandato l'Ungheria in avanscoperta per evitare l'estensione del provvedimento. La sanzione è limitata all'attività delle petroliere russe, che però già hanno trovato la soluzione: cedere i barili a navi neutrali, che poi le rivenderanno a terzi. Ovviamente a prezzi maggiorati.
È quindi l'Europa a uscirne con le ossa rotte, mentre la Russia manterrà quasi inalterata la vendita di petrolio. E potrà addirittura approfittare del rialzo del suo prezzo, a cui hanno contribuito anche l'approvazione dell'embargo e le comunicazioni decisamente dilettantesche da parte dell'Ue.
Neppure la decisione dell'Opec+ di aumentare la produzione (da 432.000 a 648.000 barili al giorno) è riuscita a fermare la crescita del greggio.
In questo caso, il vero dato da capire è se l'aumento dei prezzi sia legato a un eccesso di domanda, a una scarsità di offerta o a un'enorme speculazione. Sembra che la spiegazione più probabile sia la terza: un business senza freni, che continua a creare danni alla filiera produttiva. E alla gente comune.
Come se non bastasse, è arrivata la nota di Goldman Sachs che vede il petrolio a 140 dollari entro fine estate. Vale la pena di ricordare che nel 2008, sempre di questi periodi mentre già i mercati stavano incominciando a scontare la crisi dei subprime e appena prima del fallimento di Lehman, sempre Goldman Sachs aveva vaticinato un petrolio a 200 dollari, sostenendo in modo piuttosto ridicolo che tale prezzo non avrebbe creato problemi all’economia in generale. Quattro mesi dopo (a novembre), il petrolio precipitò sotti i 30 dollari.
Ogni tanto avere una memoria d’elefante ha i suoi pregi...
Emergenza dumping
Il rincaro del petrolio e, in generale, delle materie prime colpisce i consumatori di tutto il mondo. E quelli italiani ancora di più. Perché, oltre a soffrire di crisi Covid e guerra, il nostro paese è l'unico in Europa che ha visto diminuire gli stipendi dal 1990 a oggi. Impietosi i numeri Eurostat: il dato italiano fa registrare un -2,9%; la realtà più vicina è la Spagna, con un +6,2%, mentre Francia e Germania (e persino la Grecia) superano il +30%.
Sono molti i motivi di questa non invidiabile “maglia nera” italiana: il vortice di dumping salariale che non sembra arrestarsi; l'organizzazione poco lusinghiera dei fenomeni migratori, che ha contribuito ad abbassare il costo del lavoro; chi ha approfittato senza ritegno di una situazione in peggioramento.
Ma il fenomeno ha radici più antiche. Tutto inizia negli anni 2000, con la cattiva gestione del passaggio lira-euro. Il raddoppio dei prezzi che ha contraddistinto i primi anni della nuova moneta ha contribuito a impoverire la classe media, rendendo impraticabili spese (come la retta di una scuola privata) che una volta erano a portata di mano per chiunque,
L'onda lunga dell'esplosione dei costi è poi andata a unirsi, come in uno tsunami, alla crisi del 2008-2011. Il termine spread è diventato di uso comune e ha iniziato a spaventare famiglie e imprese: prima dell'introduzione dell'euro, i rendimenti più alti del BTP compensavano nel medio termine i rendimenti dei Bund tedeschi nonostante le ripetute svalutazioni della lira. Ovvero: in un arco temporale ragionevole i detentori di marchi tedeschi o lire italiane investiti in titoli decennali avevano alla fine gli stessi soldi. C’era quindi un equilibrio che ora si è perso e ha lasciato spazio all'incubo dei differenziali.
I dati sull’occupazione giovanile e sui livelli retributivi in Italia sono sconfortanti e lasciano poco spazio alla speranza, cosicché molti ragazzi sono costretti a emigrare all'estero.
Un esempio di segno contrario viene dagli Stati Uniti, dove nel solo mese di maggio sono stati creati 390.000 posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione fermo al 3,6%. La buona situazione americana riflette anche le politiche volte a favorire il rientro delle aziende statunitensi dalla delocalizzazione, che hanno creato in pochi anni molte opportunità. E che dovrebbero essere prese in considerazione anche alle nostre latitudini. La speranza è l’ultima a morire. Ma, visto il livello delle discussioni e dei provvedimenti presi negli ultimi anni dalla commissione europea e dal parlamento, c’è poco da stare allegri e sereni…
Elon Musk prende Twitter. Ma non si vedono impatti positivi sul Nasdaq
Dopo una notte di trattative, il patron di Tesla ha chiuso l'opa-blitz sul 100% del social network. Ma gli indici tecnologici non ne hanno praticamente risentito, anzi continuano la loro discesa. Intanto, il rally del dollaro e il calo dello yuan movimentano i mercati valutari
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Elon Musk ce l'ha fatta. Dopo una notte di trattative, il proprietario di Tesla ha acquistato il 100% di Twitter per 54,2 dollari ad azione, sborsando 44 miliardi di dollari. Come spesso succede in questi casi, pecunia non olet: l'offerta era troppo attraente perché gli azionisti non capitalizzassero l'utile. Il prezzo riconosciuto è un congruo premio rispetto alla quotazione sul mercato e all'andamento del Nasdaq da ottobre in avanti. Nasdaq che, per inciso, non ha risentito quasi per nulla dell'operazione, non discostandosi dalle difficoltà di una settimana molto sofferta.
L'operazione, la cui chiusura è prevista entro l'estate, avrà quindi uno scarso impatto sui mercati; l'unico cambiamento si concretizzerà nelle regole e nella policy del network, destinato a democratizzarsi e a concedere maggiore libertà di espressione ai suoi utenti, anche se molti temono invece un ulteriore imbarbarimento dei social network.
Per il resto, lo ripetiamo, è accaduto quanto si verifica in gran parte delle opa ostili. È molto probabile che anche l'offerta di acquisto attualmente in corso di svolgimento in Italia, quella dei Benetton nei confronti di Atlantia, finisca per andare in porto. Unica differenza, i tempi, che saranno inesorabilmente più lunghi, a causa dei noti rallentamenti dovuti alla burocrazia italiana.
Inflazione record. Ma...
Intanto, nell'eurozona l'inflazione ha raggiunto i nuovi massimi. Tra i responsabili di questa situazione c'è, naturalmente, il rincaro delle materie prime. La situazione dovrebbe preoccuparci, certo, ma niente panico: si sta infatti verificando una dicotomia fra le previsioni delle case di investimento (che vedono un ulteriore rialzo) e i produttori, convinti che un nuovo rincaro causerebbe la recessione in tutta Europa.
L'esempio del petrolio è fin troppo chiaro: il suo valore può rimpallare tra 100 e 110, ma difficilmente andrà oltre – se infatti arrivasse a quota 130, la nostra economia si troverebbe in una fase di recessione acuta, che nessuno vuole.
Molte materie prime hanno già iniziato a scendere (con l'eccezione del rame, che è ancora in crescita): l'alluminio, protagonista solo poco tempo fa di un rally da record, è in calo, e persino l'oro ha perso circa 140 dollari dai massimi di marzo. Quest'ultima picchiata ha spazzato via le illusioni di revival del metallo giallo come bene rifugio. Una categoria, quest'ultima, che sembra aver perso i suoi punti di riferimento; unico porto sicuro, oggi come oggi, sembra essere il franco svizzero, che si mantiene in una situazione di “quasi-parità” con l'euro – e si rafforzerebbe ulteriormente se la Banca Nazionale non pagasse di tasca sua per evitare il “sorpasso”.
È probabile che, passato il picco, le materie prime raggiungano una certa stabilità, e non a questi prezzi. Tendenzialmente, l'inflazione potrebbe quindi scendere e ritornare verso quei livelli del 2/3% che rappresentano una sorta di punto di equilibrio per il sistema finanziario.
Naturalmente, bisogna fare i conti con le due incognite con cui siamo costretti a convivere: la guerra e il Covid.
Lo yuan zoppica, il dollaro corre
Proprio una conseguenza della nuova fase pandemica, che ha causato il nuovo lockdown cinese e il conseguente rallentamento della produzione a Shanghai, sta spingendo in basso lo yuan.
Tutto questo mentre prosegue la risalita del dollaro, che ha prima “bucato” la soglia psicologica di 1,08 e poi si è spinto sotto 1,07, raggiungendo i livelli più alti da due anni a questa parte. A trainare il biglietto verde, ancora una volta, l'aspettativa di rialzo dei tassi a breve negli Stati Uniti.
Il rendimento americano a due anni ha già superato il 2%, contro lo “zero virgola” europeo, e questo contribuisce a creare un effetto di remunerazione significativo. La crescita statunitense fa correre il dollaro mentre le aspettative molto più diluite dell'eurozona (dove la Germania ha già annunciato un nuovo aumento di deficit dell'1%) non frenano il calo della nostra valuta, che neppure la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi è riuscito a scalfire.
Sanzioni, posti di lavoro a rischio
Oltre alla prudenza della Bce, l'euro paga anche l'effetto delle sanzioni e la paura per il futuro, che si fa sempre più profonda: se l'Europa volesse bloccare l’import di gas e petrolio dalla Russia, solo l'Italia rischierebbe la perdita di un milione di posti di lavoro. Senza, tra l'altro, che la guerra si fermi.
Non per niente, le aziende iniziano a opporsi a questa politica. Un esempio su tutti, i calzaturifici marchigiani che, sostenuti dalla regione, hanno deciso di partecipare alla fiera di settore, in corso a Mosca dal 26 al 29 aprile. La scelta era tra il boicottaggio e i licenziamenti – e la risposta di un imprenditore a questo dilemma è facile da indovinare.
Come più volte ricordato, l'apparato sanzionatorio, al cui aggravamento si sta opponendo solo la Germania, danneggerà molto più l'Unione Europea e le sue aziende che non la Russia, pronta a “cambiare cavallo” e a vendere gas e materie prime a Cina, India e altri clienti, in grado di rimpiazzare bene eventuali ritirate da parte dell'Occidente.
I due gradi della discordia
E proprio l'Occidente sembra evidenziare una divergenza di atteggiamenti tra chi governa e la cittadinanza, che a differenza della politica deve fronteggiare giornalmente i problemi pratici. Soprattutto in Italia.
La strategia comunicativa di Draghi sta creando divisioni entro e oltre i confini. L'ormai famoso “diktat dei due gradi” non è certamente popolare nel paese.
Né è facile trovare fonti alternative alla Russia, almeno in breve tempo: le missioni di Draghi in Algeria, Egitto o Congo non potranno fornire all'Italia i quantitativi di gas che attualmente transitano dai gasdotti di Mosca. Basta citare Paolo Gentiloni: il commissario europeo ha detto che l’Italia sarà dipendente dal gas russo fino al 2027, un tempo quasi eterno. Una campagna di cambio forniture può essere intrapresa solo a lungo termine e senza strappi, soprattutto se a rimetterci sono i singoli cittadini.
Banche caute, ma capitalizzate
Infine, due parole sulle banche europee. Secondo Standard&Poor's, gli istituti di credito hanno tutte le potenzialità per gestire al meglio gli impatti della guerra sui mercati. Per ora, l'agenzia di rating ha ragione: pur con una previsione di ribasso dell'economia, le banche sono fortemente capitalizzate, anche grazie al rafforzamento che gli schemi di vigilanza comunitari hanno promosso in questi anni.
In Italia, molte aziende di credito distribuiranno lauti dividendi. Le azioni bancarie, è vero, sono calate del 30% da inizio anno e una diminuzione della crescita sembra inevitabile; tuttavia, questo calo non sarà tale da imporre aumenti di capitale.
Ci sono poi casi particolari, come quello di Unicredit: a causa dell'esposizione con la Russia, il gruppo di piazza Gae Aulenti ha rimandato la comunicazione dei dati trimestrali (che saranno comunque ragionevolmente buoni) e in tutta probabilità rivedrà la politica dei dividendi. Altre banche si sono dimostrate caute, anche perché il futuro è tutt'altro chiaro. Dipenderà, ancora una volta, dalla geopolitica e dall'evoluzione degli scenari pandemici.
Il ritorno del Covid mette in difficoltà l'Asia
Il nuovo lockdown di Shenzhen, città in cui operano molti fornitori tecnologici, ha causato ribassi nel mercato cinese, ma ha anche fermato la corsa di gas e petrolio. Mentre la speranza in nuovi colloqui di pace russo-ucraini concede una boccata d'ossigeno alle Borse europee...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
I colloqui di pace russo-ucraini, finora in una situazione di stallo, hanno fatto sperare (molto timidamente) in qualche progresso. Secondo vari osservatori, è a questo cauto ottimismo che si deve la piccola boccata d'aria dei mercati europei, in ripresa dopo un lungo periodo di instabilità.
È proprio così? Sicuramente le aspettative legate alla fine della guerra possono aver influito, ma non si sa fino a quale punto, data la precarietà della situazione. Più facile che il moderato rimbalzo della scorsa settimana sia un normale assestamento dopo i ribassi dell'ultimo mese: nelle settimane precedenti la discesa dei mercati è stata molto veloce e violenta, e un tentativo di recupero era abbastanza prevedibile.
Non dobbiamo, dunque, farci troppe illusioni, anche perché un accordo tra Russia e Ucraina non sembra così vicino, ed eventuali progressi nei colloqui (che finora non si sono registrati) non significherebbero lo stop al conflitto. Per questo motivo non possiamo escludere nuovi ribassi nel corso del prossimo mese.
Il ritorno del Covid
Al mercato non piace l'incertezza, e questo periodo – contraddistinto da guerra, aumenti generalizzati nei prezzi delle materie prime e incognite legate al ritorno del Covid – non infonde certo sicurezza agli investitori.
Non per niente, anche quelle piazze finanziarie che fino a poco tempo fa tenevano ora sono in flessione. Hanno perso terreno Stati Uniti e Borse asiatiche – soprattutto la Cina, dove si riprende a parlare di lockdown per nuovi focolai del virus: le nuove misure restrittive nell'area di Shenzen - per inciso, la città in cui hanno sede Huawei, Tencent e Foxconn, azienda chiave nella catena degli iPhone - hanno causato un'ondata di panic selling in tutto il paese. Particolarmente colpiti i tecnologici, anche a causa della chiusura degli stabilimenti che forniscono hardware all'Occidente.
Ai nuovi lockdown cinesi sembra legata anche la discesa del gas, calato del 30% dopo aver raggiunto i massimi, e del petrolio, sceso a 100 dollari dal picco di 130. La reazione dei mercati è soprattutto psicologica, dato che l'area di Shenzhen è una regione di “appena” 20 milioni di abitanti nel nord del paese. Una cifra enorme per gli standard italiani o europei, ma molto marginale rispetto al miliardo e 800 milioni di abitanti della Cina. I timori sono legati ai rischi di ritorno alle restrizioni e al rapido rialzo dei casi in Germania.
Nonostante questo, sembra che la reazione dell'Europa al rischio di una nuova ondata possa divergere in modo abbastanza forte dalle ormai tradizionali politiche di contenimento. I governi sembrano orientati a una graduale riapertura, strategia derivante dalla fiducia nell'efficacia dei vaccini, che hanno raggiunto la gran parte della popolazione del continente.
La Cina invece prosegue nella classica politica di lockdown severissimi – anche se, come abbiamo visto, nel mondo di oggi è molto difficile bloccare la propagazione di un virus infettivo come il Covid.
Colpa della guerra? La speculazione gioca un ruolo importante
Il timore di una nuova ondata di casi legati alla pandemia ha influito anche sul ribasso dei prezzi delle materie prime, a cui potrebbe anche concorrere un aumento della produzione da parte dei paesi Opec, ventilato dagli Emirati Arabi Uniti. La decisione potrebbe dare un sollievo psicologico, anche se è chiaro che i rincari dipendono da altro.
Dipendono, cioè, dalla forte speculazione portata avanti in queste settimane. Infatti, la finanziarizzazione dell'economia ha creato un problema enorme: oggi, a dettare le regole, è il mondo anglosassone, che lascia un ampio margine di manovra ai fondi, liberi di speculare in maniera estrema. Una statistica ci dice che per ogni barile prodotto ne vengono scambiati 20 in Borsa.
La speculazione potrebbe essere fermata solo da un accordo tra i principali paesi del mondo, in grado di fissare un tetto al prezzo del greggio o del gas. Ma questa eventualità è difficilissima, ed è ancora più improbabile in un periodo colmo di tensioni come quello che stiamo vivendo.
A meno che si muovano gli Stati Uniti. Washington, pur autosufficiente dal punto di vista energetico, comincia a registrare problemi per gli aumenti di gas e petrolio, aumenti che suscitano proteste fra famiglie e imprese: il greggio a 100 dollari fa male anche al consumatore americano. Proprio a pochi mesi dalle elezioni di mid-term. Per questo motivo, gli Usa potrebbero cercare una via per contribuire a un ribasso del petrolio sotto i 90 dollari, che contribuirebbe a minimizzare gli impatti del caro-carburante sull'economia reale.
Cosa scegliere?
In questa situazione, che vede l'economia navigare a vista, come dovrebbe operare chi vuole entrare nei mercati?
Una strategia possibile contempla la scelta di settori difensivi, come per esempio le utility (con l'unica incognita rappresentata dal possibile rialzo dei tassi interesse). Abbastanza sicuri i titoli legati alla trasformazione energetica, che certamente riceveranno una spinta molto forte dalla transizione ecologica.
In linea concettuale, potrebbe rivelarsi proficua la scelta dei titoli finanziari, che però sono a rischio boomerang in caso di recessione. Consigliabile anche un'esposizione moderata sulle materie prime.
Poco interessanti invece i tecnologici, che risentono – come anticipato – del blocco di Shenzhen e dei cali del Nasdaq.
In generale, alla luce dell’importante calo nei prezzi di Borsa, suggeriamo un approccio di avvicinamento molto graduale ai mercati per la costruzione di un’esposizione azionaria diluita nel tempo: laddove i mercati dovessero affrontare nuove ondate ribassiste, questo approccio consentirebbe di entrare anche su valori inferiori rispetto a quelli attuali, senza pregiudicare così l’opportunità di investire su prezzi sempre più a sconto rispetto al valore delle società oggetto di investimento.
Aumento dei costi dell’energia: effetto domino sui mercati
Il rincaro delle materie prime inizia a farsi sentire anche sull'economia reale e sulle imprese. Ma le Banche centrali sono ancora incerte sulla risposta da dare...
L'opinione di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR
Passano i giorni, ma la difficoltà dei mercati finanziari – che si era manifestata fra la prima e la seconda settimana dell'anno – non accenna a farsi da parte. Il trend ha colpito particolarmente i titoli tecnologici. Ma non solo. Perché all'inflazione, seguita dal cambio di toni della FED in termini di politica monetaria, si è presto aggiunto il tema scottante dei rincari energetici, che sta colpendo un po' tutti i settori economici in un pericoloso effetto domino. Soprattutto in Europa.
Per esempio, ora è particolarmente colpita la industry del food, per cui i maggiori costi delle materie prime iniziano a impattare sui bilanci: già a novembre-dicembre i rincari sono stati significativi e sarà peggio a gennaio-febbraio.
Questo non accade solo in Europa. Perché anche gli stessi Stati Uniti - che sono una grande potenza petrolifera - sono stati colpiti dal rialzo dei prezzi dell'energia. Recentemente, il Brent ha superato gli 87 dollari e il West Texas gli 85, valori più elevati dal 2014. La spirale sulle materie prime, insomma, coinvolge tutto il pianeta.
La risposta delle Banche centrali, almeno per ora, è stata molto soft. E non potrebbe essere altrimenti, dato che in questo momento storico ogni decisione potrebbe avere conseguenze difficili. Se è vero che occorrerebbe alzare i tassi per arginare l’impatto dell’inflazione, è però certo che una simile decisione, a causa degli elevati debiti pubblici, porterebbe a squilibri di finanza pubblica che potrebbero essere corretti solo con l'aumento delle imposte o la riduzione dei servizi pubblici. E rischierebbe di bloccare la ripresa, che, pur instabile, è ancora in corso, con dati tuttora in crescita.
Insomma: le Banche centrali sono in posizione di attesa. Un po' come i naviganti dell'antichità, impegnati a evitare Scilla e Cariddi:non sanno come uscirne e sembra che stiano navigando a vista.
Usa, trimestrali con il vento in poppa
Ma dagli Stati Uniti non vengono solo notizie negative. Perché la scorsa settimana sono stati pubblicati i primi dati trimestrali di alcune banche Usa, che sono ancora mediamente buoni. Sul fronte obbligazionario, il rendimento dei titoli di stato decennali statunitensi è risalito ai massimi da 2 anni, fino a 1,90%, contro lo 0% dei Bund tedeschi (confermando una valutazione di mercato alta, dovuta anche alla stabilità della sua economia).
Gli economisti prevedono un rafforzamento del dollaro a breve termine. Su questa teoria, però, se guardiamo le quotazioni degli ultimi sette anni, non ci si scosta dall'equilibrio dollaro-euro intorno a 1.15. Gli Stati Uniti sono sensibili all'impatto che il dollaro forte porterebbe alle esportazioni: la loro politica è esattamente opposta a quella rigorista sostenuta dalla Bce, influenzata soprattutto dalla Germania e dalla sua posizione contraria alla svalutazione dell'euro. Più probabile, sempre sugli Usa, una maggiore volatilità nel prossimo futuro. Volatilità che potrebbe essere influenzata anche dai problemi di politica interna americana: il piano Biden è bloccato al Senato, perchè ha incontrato – come è abbastanza frequente negli Stati Uniti – il voto contrario di alcuni rapresentanti democratici.
L'amministrazione Biden è dunque in difficoltà, mentre crescono le attese per le elezioni di mid term, in programma il prossimo novembre. Se i repubblicani dovessero, come sembra oggi, conquistare la maggioranza di Congresso e Senato, la politica economica dell’amministrazione Biden sarebbe completamete stravolta fino alle elezioni del nuovo presidente, nel 2024.
Germania in stand-by
Ma se Atene piange, Sparta non ride. La Germania è in situazione di attesa, perché sta vivendo un paradosso, causato da un passaggio di leadership. Da una guida "forte" – il lungo cancellierato di Angela Merkel – a un governo pluripartitico che unisce socialdemocratici, liberali e verdi. Tre partiti, lo ricordiamo, i cui programmi non erano esattamente coincidenti. Per poter stare insieme, i tre leader di governo hanno dovuto riunirsi, trattare, definire punto per punto un difficile compromesso. Con tante contraddizioni: a un esecutivo a guida socialdemocratica fa da contraltare un ministro delle finanze liberale.
Si potrebbe, insomma, innescare un "braccio di ferro" sulle posizioni del governo in materia di austerity; se vincesse l'approccio Spd potremmo aspettarci una leadership un po' piu benevola per i Paesi del Sud Europa sul debito pubblico e sulla mutualità, con effetti positivi sulla nostra economia. Ma per vedere quale forza finirà per dettare la linea, dovremo aspettare ancora un po'.
Quirinale: attenzione allo spread
Tutto questo mentre in Italia crescono le attese su chi salirà al Quirinale. Una situazione particolarmente delicata, dato che la Presidenza della Repubblica – in passato considerata una carica poco più che simbolica – ora ha un ruolo centrale, soprattutto in tempi di instabilità politica. I mercati si augurano che venga eletto un personaggio che rappresenti tutti, non "divisivo", che possibilmente abbia anche qualche competenza in materia economica e che venga eletto prima del 3 febbraio, considerata una data-spartiacque, dato che è l'ultimo giorno della presidenza Mattarella. Se si andrà oltre, c'è il rischio che lo spread si allarghi, con la possibilità concreta di instabilità sui mercati. E' quindi auspicabile che le forze politiche riescano a trovare un accordo dalla quarta o quinta votazione.
Omicronfobia: i mercati sono vaccinati?
La nuova variante del Covid ha provocato, a piu' riprese, la discesa delle Borse.
Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci spiega perchè gli investitori devono farsi prendere dal panico.
La comparsa della variante Omicron ha inciso in modo forte sui mercati europei, americani e asiatici, provocandone una forte discesa in più occasioni. E l'incertezza quasi sicuramente proseguirà fino a quando le autorità sanitarie non saranno in grado di comunicare maggiori informazioni sull'infettività – e sul grado di virulenza – della nuova mutazione del Covid. Senza dimenticare le decisioni dei vari paesi su eventuali restrizioni ai movimenti, già paventate prima della scoperta della nuova variante.
Si è, insomma, diffusa la "omicronfobia", reazione che però è parsa eccessiva e irrazionale. Perché lo abbiamo ormai imparato: la scoperta di nuove varianti è parte della quotidianità, e lo sarà fino a quando ci saremo finalmente liberati del Covid. Il che non avverrà subito: con il coronavirus potremmo dover convivere ancora alcuni anni, forse addirittura quattro o cinque – sperando, naturalmente, che con il tempo l'infezione perda di efficacia e si trasformi in una normale influenza, o in un raffreddore. Non ci troviamo al "punto zero" come nel 2020 e siamo autorizzati a sperare che il virus muti in una forma meno pericolosa.
Solo se si scoprisse che Omicron "buca" davvero i vaccini potremmo preoccuparci. Ma è inutile anticipare considerazioni di questo tipo prima di avere dati certi. Senza poter disporre dei dati della nuova variante (e quelli non li abbiamo ancora) non si possono generare allarmismi: è dunque possibile che i ribassi vengano assorbiti in breve tempo. Un po', appunto, come è capitato per la versione delta, che aveva fatto temere scenari da tregenda in Borsa, ridimensionandosi poi in tempi abbastanza contenuti.
Dal punto di vista finanziario, più che Omicron, preoccupa l'inflazione, che in Germania e negli Usa ha superato il 6% - e che in Italia è arrivata al 3,6%.
Unico vero dubbio legato alla nuova variante del Covid è che possibili lockdown siano in grado di influire sulle performance di dicembre, che generalmente per il trading è un mese positivo – anche se nelle ultime due settimane la liquidità è di solito molto scarsa.
Se la "omicronfobia" dovesse proseguire, potrebbe dunque aumentare la volatilità e contribuire alla diminuzione dei valori azionari. Ma chi investe, solitamente, non lo fa a brevissimo termine: quindi, sarebbe un errore concentrarsi su dicembre (che comunque ha ancora tutte le caratteristiche per chiudersi in positivo): meglio farlo sul medio termine.
Diversificare? Sì, ma con giudizio
Per passare indenni l'esordio di Omicron non è comunque scorretto diversificare gli investimenti, inserendo una quota di obbligazionario ed equilibrando l'azionario. Vale a dire: è bene scegliere titoli stay at home, come per esempio i tecnologici (legati al lavoro da remoto che si è rivelato indispensabile in tempo di pandemia) o l'economia reale. Ma senza necessariamente evitare gli altri: semplicemente, aumentando la selettività a livello settoriale e di singolo titolo. Mantenendo magari un livello di guardia sui settori più danneggiati da eventuali restrizioni, come il settore dei viaggi e dell'hospitality.
Dal punto di vista geografico, invece, il mercato europeo potrebbe rivelare scenari importanti e meriterebbe un’attenzione diversa: ultimamente quello americano, poco volatile, è sceso molto meno, mentre gli emergenti hanno registrato prestazioni negative. Soprattutto la Cina, che è finora il mercato con la peggior performance dell'anno.
Discorso a parte merita la Germania. E non tanto – anzi, non solo - per il lockdown: guardando al tema della transizione energetica, lo stop accusato dalle turbine eoliche lo scorso ottobre ha provocato considerazioni molto importanti sui piani di conversione verso le energie rinnovabili. E un impatto immediato sui costi dell’energia “tradizionale” (evidente, per esempio, con il repentino aumento di volatilità sul prezzo del gas).
A proposito di energia, un discorso a parte va fatto sul petrolio. L’aumento di volatilità sui mercati è stato accompagnato da una diminuzione del prezzo del greggio intorno ai 70 dollari.
Questo potrebbe anche essere visto come un importo di equilibrio: valori più alti potrebbero favorire pericolosi scenari inflattivi.






