Guerra in Medio Oriente: la reazione delle Borse
L'attacco di Hamas a Israele ha innescato timori nei mercati europei, che hanno reagito con una flessione. Ma il recupero non si è fatto attendere, spinto probabilmente dalla consapevolezza che questo nuovo conflitto obbligherà le banche centrali a fermare definitivamente la stretta monetaria. E, forse, a pianificare una riduzione dei tassi in tempi più rapidi rispetto alle previsioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le drammatiche notizie provenienti dal Medio Oriente hanno spinto in negativo le Borse europee, che già si trovavano in un contesto di ribasso. Ieri, tuttavia, i mercati hanno recuperato ampiamente le perdite di lunedì, allineandosi con i valori di New York, che lunedì scorso non avevano risentito degli echi provenienti dal teatro mediorientale. Sembra quindi che l'escalation provocata dall'attacco di Hamas a Israele non abbia influito più di tanto sull'andamento dei listini. Forse perché, in presenza di una crisi così grave in Medio Oriente (e di rischi di future ripercussioni sul prezzo del petrolio), la Banca Centrale Europea non potrà più alzare i tassi, pena il crollo dell'economia. Anzi: è più probabile che lo “scollinamento”, inizialmente previsto per fine 2024, venga anticipato.
Le preoccupazioni all'orizzonte
I timori provenienti dallo scenario mediorientale sono dunque di carattere prima di tutto umanitario e poi geopolitico, ma molto meno di tipo economico. Da un lato, come detto, la Bce dovrà probabilmente rivedere in fretta la ormai atavica politica di rialzi continui; dall'altra, le preoccupazioni su un possibile stop al dialogo tra Israele e i Paesi arabi sono forse esagerati: l'accordo tra Tel Aviv e l'Arabia Saudita, con la partecipazione, pur sfumata, delle autorità di Ramallah (nemiche giurate di Hamas) potrebbe subire una sospensione temporanea, ma riprendere in un secondo tempo. Rimangono i rischi di una destabilizzazione di tutta l'area mediorientale, dato che Hamas è un chiaro problema per l'intero mondo arabo. Tuttavia, finora il prezzo del petrolio si mantiene sotto controllo, con valori inferiori ai 90 dollari al barile.
Sale lo spread
E lo spread? Lo spread resta oltre quota 200, che ha raggiunto dopo essere rapidamente balzato in alto dagli originari 170. Perché sarà anche vero che, molto probabilmente, non ci sarà un ulteriore rialzo dei tassi, ma è anche incontestabile che gli effetti della stretta monetaria si sentono da parecchi mesi: l'Italia, come le altre economie dell'area euro con debito pubblico alto, sta già pagando da tempo l'inasprimento deciso dalla Banca Centrale Europea. Più il costo del denaro è alto, più i Paesi indebitati devono pagare, e meno possono investire. Finché, dunque, la Bce non riporterà i valori su livelli accettabili, sarà allarme spread, aggravato anche dalle “scommesse” delle grandi banche d'affari, che hanno puntato con decisione contro l'Italia.
Il successo dei Btp Valore
In questo scenario non confortante, si è registrato il successo ottenuto dal collocamento dei Btp Valore: la nuova emissione ha infatti chiuso a quota 17,2 miliardi, di poco sotto la prima tranche. Il risultato è decisamente apprezzabile e si allinea con una tendenza mondiale che vede i cittadini investire massicciamente sui titoli di stato (un trend analogo si riscontra in Francia, in Germania e negli Usa). Tuttavia, è difficile che il successo dei Btp Valore influisca sugli spread, perché l'importo è determinato sul decennale. Nonostante tutto, occorrerebbe effettuare ancora 250 miliardi di emissioni: per questo motivo, un terzo collocamento, fra un anno o magari tra alcuni mesi, è altamente probabile.
Dollaro sovrastimato
Frattanto, il dollaro ha “bucato” quota 1,05, ma fatica a rimanere su questi livelli. Per il biglietto verde, infatti, il cambio attuale è al di sopra del proprio standard; si prevede, dunque, un arretramento. Anche perché il dollaro non è più considerato un bene rifugio, soprattutto alla luce della guerra in Medio Oriente, che può far male all'economia americana molto più che a quella europea. Perché negli Stati Uniti è vicino l'anno elettorale, che obbligherà l'amministrazione democratica a lavorare per attutire gli impatti della crisi economica, proprio mentre non sembra prossima la fine per la guerra russo-ucraina: per gli Usa, il coinvolgimento, pur dall'esterno, in due conflitti potrebbe rivelarsi impossibile proprio dal lato finanziario – che è solitamente decisivo per l'esito delle presidenziali. Per questo motivo, necessariamente, Washington dovrà decidere chi sostenere, anche a causa della spada di Damocle che pende su una terza area calda: Taiwan.
Scioperi negli Stati Uniti
A complicare le cose, ecco il ritorno degli scioperi negli Stati Uniti. Un fenomeno che finora è sotto controllo, ma sta comunque aumentando in varie parti del Paese. I sindacati, la cui forza era stata dimezzata dai duri confronti con l'amministrazione Reagan negli anni Ottanta, stanno tornando a riscuotere sempre più fiducia e consenso tra i lavoratori americani. Varie le ragioni di questo cambiamento di prospettiva. Hanno certamente influito gli utili ottenuti dalle grandi aziende (soprattutto big tech) in tempo di coronavirus, che non si sono tradotti in adeguamenti salariali per i dipendenti. L'aumento dei tassi, ancora una volta, ha acuito questo senso di disagio: la stretta monetaria ha offerto ai cittadini abbienti la possibilità di investire ottenendo interessi più alti, mentre ha costretto la classe medio-bassa a stringere i cordoni della borsa a causa degli aumenti dei prezzi. Un altro fattore ha favorito il ritorno degli scioperi: il calo della disoccupazione, che ha accresciuto il potere contrattuale dei dipendenti, fornendo loro il coraggio necessario per aderire alle azioni sindacali. L'ondata di astensioni dal lavoro potrebbe anche suonare come un campanello d'allarme nei confronti dei Democratici, che da tempo hanno allentato la presa sui diritti sociali. Un campanello d'allarme che arriva, ancora una volta, alla vigilia di un delicatissimo anno elettorale.
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Politica monetaria, le banche centrali si dividono
Federal Reserve, Bank of England e Banca Nazionale Svizzera hanno deciso di tenere fermi i tassi, concedendo un respiro all'economia e distanziandosi dalla Bce, che sembra non volersi arrestare. Mentre in Giappone le percentuali restano ferme, in territorio negativo. Preoccupa però l'intenzione della Fed di lasciare alte a lungo le percentuali: si teme che poco cambierà prima di fine 2024
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha comunicato la sua decisione mensile sulla politica monetaria. Washington, a differenza di Francoforte, ha deciso di fermare la crescita dei tassi (è il secondo stop, in una manovra che ha finora fatto registrare 11 rialzi), mantenendo così la forbice fra il 5,25% e il 5,5%. Le parole con cui Jerome Powell ha spiegato la sua decisione, però, non sono state troppo confortanti. Il presidente della Fed ha infatti affermato da un lato che prossimamente potrebbero essere necessari altri aumenti, dall'altro che i tassi rimarranno alti per lungo tempo. A preoccupare i mercati è soprattutto la seconda affermazione: negli Usa, il costo del denaro rischia di rimanere alto per tutto il 2024 e forse oltre, con evidenti ripercussioni sull'economia.
Politiche divergenti
Insieme alla Fed, hanno optato per una pausa altri due importanti istituti centrali del mondo occidentale: la Banca d'Inghilterra e la Banca Nazionale Svizzera. Più in particolare, Big Ben ha detto stop dopo 15 interventi consecutivi, fermando la percentuale di riferimento a 5,25%, mentre Berna ha mantenuto costante il tasso all'1,75%, smentendo le previsioni degli analisti che ritenevano probabile un nuovo ritocco verso l'alto dello 0,25%. Tutte e tre le banche centrali potrebbero, in futuro, decidere per nuovi interventi, ma hanno preferito lasciar rifiatare le rispettive economie. Cosa che, come è ben noto, non ha fatto la Bce, il cui ritmo serrato rischia di portare al disastro economia, potere di spesa delle famiglie e Stati con debito pubblico alto. Sembra di assistere alle stesse scene del 2007, quando l'allora presidente dell'Eurotower Jean-Claude Trichet alzò i tassi, ma fu costretto a tornare precipitosamente indietro dopo la crisi Lehman. Una situazione simile potrebbe riproporsi: non per niente, Goldman Sachs ha già accennato a una possibile impennata degli spread – e quando le grandi banche d'affari iniziano ad affrontare questi argomenti, significa che hanno già posizioni short sui debiti dei paesi più in difficoltà. Sembra che attualmente la Bce sia intenzionata a fare qualsiasi cosa per raggiungere l'obiettivo del 2%. Quando, lo ripetiamo per l'ennesima volta, l'inflazione europea è una questione soprattutto di materie prime: finché queste non calano, la spirale inflattiva non può scendere troppo. Tassi o non tassi. E, da questo punto di vista, le cose non sono certo rassicuranti, a causa della nuova ascesa del petrolio che, a causa dell'asse fra Arabia Saudita e Russia, sta galoppando pericolosamente verso il valore di 100 dollari al barile. Invece che insistere fideisticamente in una monolitica strategia di rialzi in loop, la Bce dovrebbe accettare di mettersi in discussione, studiando gli esempi delle altre banche centrali occidentali. Quelle americana, inglese e svizzera, appena citate. E quella giapponese, che rappresenta la scelta diametralmente opposta: dallo scoppio della crisi in poi, Tokyo non ha abbandonato la tradizionale politica di tassi fermi, confermandosi l'unico paese del G7 a mantenere il costo del credito in territorio negativo. Anche l'avvicendamento, avvenuto alcuni mesi fa, del governatore della banca centrale (Kazuo Ueda al posto di Haruhiko Kuroda) ha lasciato invariato il piano operativo nipponico. Risultato? L'inflazione resta inferiore a quella di Eurolandia.
Vie alternative
Del resto, l'economia dell'Unione Europea, insieme a quella britannica, è la meno brillante nel mondo occidentale. Vale a dire che oltre oceano le condizioni sono migliori: l'economia statunitense è molto più vicina all'equilibrio rispetto alla nostra, con un'inflazione che arretra gradualmente. Sicuramente, alla crisi europea contribuisce anche lo stop della Germania, di cui per anni ha tratto beneficio l'intero continente. Berlino ha vissuto per più di 20 anni su tre cardini: l'assenza di svalutazioni competitive, che ha favorito una crescita di salari reali, il gas russo a basso prezzo e un export in Cina praticamente illimitato. Oggi, con il metano di Mosca ridotto ai minimi termini e i problemi geopolitici che riguardano Pechino, si manifestano tutti i limiti dell'espansione economica della Germania che, come si è visto dagli ultimi accadimenti, non dipende da buone politiche di bilancio. Non potendo più beneficiare del “traino” tedesco, i paesi del centro e sud Europa dovrebbero cercare alternative. L'Italia, per esempio, ha una strada obbligata: quella di ritagliarsi un ruolo in Africa con il “piano Mattei” di cui si sta insistentemente parlando.
Sofferenze bancarie al minimo dal 2006
L'aumento dei tassi, come è ampiamente risaputo, ha dato una grossa spinta alle banche, contribuendo ai loro utili record. Anche se in futuro, il possibile rovescio della medaglia potrebbe vedere i loro bilanci indeboliti proprio da un’altra conseguenza della stretta creditizia: la recessione che incombe e che, giocoforza, minerà la capacità di spesa degli italiani. Intanto, però, le aziende bancarie si godono un altro successo, evidenziato dal Market Watch Npl, inchiesta realizzata dall’ufficio studi di Banca Ifis e presentato nel corso del Npl Meeting di Cernobbio. Dalla ricerca emerge infatti che il tasso di deterioramento del credito delle banche italiane dovrebbe chiudere l'anno all'1,2%, minimo storico dal 2006. Inoltre, prosegue lo studio, negli ultimi otto anni lo stock Npe si è ridotto di 55 miliardi, scendendo dai 361 di inizio 2015 ai 306 di fine 2022. Nello stesso periodo, gli operatori del mercato Npl hanno favorito il processo di derisking delle banche italiane, con 352 miliardi di euro in crediti deteriorati transati - di cui 42 sono stati ceduti nel 2022. Questo risultato dipende sicuramente dalle regolamentazioni Eba e dal lavoro dei player specializzati nella gestione dei non performing loans, ma anche dalla stretta creditizia che le banche hanno applicato dopo la crisi Lehman. Un trend che è stato rinforzato dalla rimozione di autonomia decisionale un tempo concessa alle filiali e ai loro direttori: oggi al contrario anche per concedere piccoli crediti si inizia a utilizzare l'intelligenza artificiale. Il che, ovviamente, svilisce la professionalità e gli skill di chi in banca ci lavora, oltre che accordare meno finanziamenti alla clientela.
Meglio aspettare
Sicuramente, l'andamento delle banche sarà determinante per i prossimi risultati della Borsa di Milano. Che al momento percorre una linea ribassista (Piazza Affari ha già fatto registrare quattro sedure negative) ma non abbastanza per effettuare movimenti drastici sul mercato. In un momento di incertezza come quello attuale, è probabilmente saggio rimanere in una situazione di attesa: il mercato non è ancora bene intonato, ma la discesa è ancora marginale, e non si vedono ancora grandi opportunità per gli investitori.
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I tassi sempre più su
Le speranze di uno stop alla stretta monetaria sono state vanificate dai nuovi rialzi decisi dalla Banca Centrale Europea. “Ora non possiamo dire di essere al picco”, ha dichiarato apertamente la presidente Christine Lagarde, ma la recessione dilagante fa pensare che alla prossima riunione si deciderà la fine degli aumenti o almeno uno stop.
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Il nodo è stato sciolto: la Banca Centrale Europea ha nuovamente alzato (con decisione non unanime) i tassi di interesse degli ormai consueti 25 punti, segnando il decimo aumento consecutivo e stabilendo il record del 4,50%. Vane tutte le speranze in senso contrario: la maggioranza dei “falchi”, lungi dall’assottigliarsi in maniera determinante, ha nuovamente tirato fuori gli artigli. E questo nonostante la Germania sia già in recessione. Il motivo del rialzo è sempre lo stesso: “l’inflazione”, ha detto Christine Lagarde, presidente della Bce, “continua a diminuire, ma ci si attende tuttora che rimanga troppo elevata per un periodo di tempo troppo prolungato”. Il solito mantra è l’obiettivo del “2% nel medio termine”. La presidente Bce non ha escluso una pausa, ma ha lasciato le porte aperte anche a un nuovo rialzo: “ora non possiamo dire di essere al picco dei tassi", come dichiarato senza mezzi termini, rispondendo a una domanda in conferenza stampa.
Crescono i malumori
La decisione della Banca Centrale Europea ha lasciato scontenti molti esponenti del mondo economico e politico. Tra gli addetti ai lavori sta girando una battuta sarcastica: “la Bce ha rivisto al ribasso le previsioni sull'economia e per essere sicura di centrare le previsioni ha alzato ancora i tassi”. Scherzi a parte, il consiglio dell'istituto centrale è composto da persone competenti: per questo motivo, è più che lecito chiedersi perché, pur conoscendo bene la stagnazione attuale dell'economia europea, prosegua imperterrito ad avvitare i bulloni della stretta monetaria. La prosecuzione dei rialzi mette in difficoltà tutti i paesi, in particolare quelli più indebitati, creando nuovi rischi di tenuta (e, forse, persino di sopravvivenza) per l'euro. All'Italia, in particolare, la stretta monetaria costerà 12 miliardi nel 2023, e 18 l'anno prossimo. Grandi società internazionali, come Goldman Sachs e Morgan Stanley, iniziano già a prevedere una salita dello spread, resa ancora più probabile dallo stop all'acquisto di titoli di stato italiani da parte della Bce.
Tassa sulla povertà
Oltre a questo, gli interessi alti sono anche una tassa sulla povertà: i più abbienti possono permettersi di investire il loro denaro ricevendo interessi sicuri da conti deposito, titoli di stato o obbligazioni, mentre quelli con difficoltà economiche non ne hanno l'opportunità. In compenso, questi ultimi devono fronteggiare un'inflazione sferzante, acuita dal recente rialzo del petrolio. Il greggio, anche per l'accordo tra Russia e Arabia Saudita in ambito Opec+, sta ormai galoppando verso quota 100, portando nuovi aumenti su molti prodotti al dettaglio, oltre che sul costo dei trasporti su gomma. E mettendo a serio rischio-crollo la produzione industriale europea. Nonostante i dieci rialzi consecutivi dei tassi, l'euro flette sul biglietto verde. L'incremento del valore del dollaro sulla nostra moneta dipende anche dalla crescita della ricchezza di famiglie e privati americani, nonostante l'esplosione del debito che ha recentemente portato al rischio di blocco di tutte le attività pubbliche. In aggiunta, gli Usa possono sopravvivere con il solo mercato interno, dispongono di materie prime e battono la valuta di riferimento per il mercato mondiale. Un vantaggio non da ridere, anche in presenza di un debito molto alto.
Forse non sarà domani. O forse sì
Considerata la posizione di Christine Lagarde e l'insistenza del consiglio su una linea incapace di cambiare strategie in corsa, è lecito domandarsi quando la Banca Centrale avrà il coraggio di invertire la marcia. Tutto è possibile, soprattutto esaminando la rigidità dei “falchi”. Tuttavia, è sensato pensare che questo aumento dovrebbe essere l'ultimo. O, almeno, che la Bce segua l'esempio della Fed e conceda un po' di respiro all'economia, optando per una pausa. Le pressioni in questo senso sono sempre più frequenti. Non per niente, rumours ricorrenti parlano di un ritorno di Mario Draghi in un ruolo europeo. L'ex presidente Bce, ricordiamolo, è l'uomo del whatever it takes, strategia del tutto opposta a quella attuale, che sembra disinteressata ai paesi con debito pubblico alto e, di riflesso, ai destini dell'euro.
Patto di stabilità: l'urgenza di una riforma
La crisi che morde rende oltremodo necessario che le trattative per la riforma del Patto di Stabilità vadano avanti spedite, accantonando le rigidità degli anni passati. I paesi membri dell'Ue hanno espresso il proposito di cambiare le regole entro fine anno, mentre gli ottimisti sperano di chiudere la partita già a fine ottobre (“il 70% del testo della nuova regolamentazione è più meno accordato”, ha detto Nadia Calviño, ministro dell'Economia e dell'Industria del governo spagnolo). Tutti sembrano voler evitare il ritorno alle vecchie regole, che con l'economia in recessione, l'inflazione e i paesi indebitati a rischio potrebbero avere conseguenze devastanti. E anche influire sulle elezioni europee, aprendo a uno scenario che sicuramente non piace agli attuali membri della Commissione.
Sorpresa Borse
In tutta questa situazione come hanno reagito le Borse? Sorprendentemente bene. Nonostante il rialzo dei tassi, infatti, i listini europei sono saliti; in particolare, Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana con una crescita di oltre il 2%. La riapertura di lunedì scorso ha poi evidenziato un arretramento, ma i mercati tutto sommato tengono, anche se quelli americani sembrano attualmente più resistenti. In ogni caso - nonostante la recessione, la scarsità di idee che emerge in questo periodo e l'atavica tendenza all'arretramento di settembre e ottobre - il mercato sembra non aver voglia di scendere. A questi prezzi, è quindi consigliato mantenere le posizioni, puntando soprattutto sui petroliferi come titoli difensivi, su qualche farmaceutico e ancora sulle banche. Il motto è: non mettere e non togliere: al limite, spostare, ma non di molto.Dal lato obbligazionario sono invece interessanti, nonostante il rialzo dei tassi, i bond a cinque anni di durata, che restituiscono più dell'inflazione attesa.
Euro digitale
Nel mentre, la Commissione Europea sta preparando l'introduzione dell'euro digitale, che non è altro che la versione virtuale dei contanti, garantita dall'Eurotower e scambiabile con il cash a valore nominale, senza commissioni (il che lo differenzia dalle carte di pagamento). Il progetto, che potrebbe essere operativo entro cinque anni, divide le banche europee, ma è talmente sentito da convincere la Bce a nominare, come membro italiano proprio un superesperto in valuta digitale, Pietro Cipollone, al posto di Fabio Panetta, che dal prossimo 1 novembre si insedierà a Palazzo Koch come governatore della Banca d'Italia. Il progetto non è una grande rivoluzione, avendo comunque dinamiche simili a quelli delle carte di pagamento; tuttavia c'è spazio anche per preoccupazioni legate alla privacy dei dati e alla possibilità, da parte delle autorità, di controllare i comportamenti dei cittadini o addirittura di bloccare la possibilità di utilizzare il denaro. Certamente, l'euro digitale è un alleato per prevenire le frodi, ma a condizione che si eviti la perdita di libertà e di privacy per i cittadini.
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Debito pubblico Usa: tiene banco il downgrade di Fitch
L'agenzia di rating ha portato la valutazione del deficit americano da AAA ad A+, scatenando le proteste dell'amministrazione Biden. Ma la decisione non fa che allinearsi a una mossa simile di Standard & Poor's, che aveva abbassato il “voto” dello Zio Sam nel lontano 2011. E da allora, la situazione del disavanzo di Washington è decisamente peggiorata
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La settimana delle Borse è stata influenzata dal downgrade del debito sovrano americano da parte di Fitch, che lo ha abbassato da AAA a AA+. L'agenzia di rating ha spiegato la decisione con un deterioramento di bilancio previsto per il prossimo triennio, l'assenza di un piano fiscale nel medio termine, la recessione attesa per i prossimi due trimestri e il rallentamento della crescita del Pil.
Le proteste del Tesoro americano
Il nuovo rating di Fitch ha prontamente scatenato proteste da parte dell'amministrazione Biden. In particolare, Janet Yellen ha definito la retrocessione “arbitraria” e “obsoleta”, perché – sempre secondo il segretario al Tesoro Usa – si basa su dati vecchi. Ma, visto da un osservatorio più neutrale, il downgrade non rappresenta nulla di nuovo. Anzi: adegua la visione di Fitch a quella di Standard and Poor's, che abbassò la valutazione del debito statunitense nel lontano 2011, intuendo quanto stava accadendo in seguito alla crisi finanziaria deflagrata tre anni prima. E da allora, per lo Zio Sam, le cose sono cambiate, sì, ma in peggio. La tendenza riscontrata da S&P con la sua decisione (che fu vista come clamorosa) è peggiorata ancora: in totale, negli ultimi 15 anni, il debito americano è più che triplicato, ultimamente anche per effetto del Covid. A stupire non dovrebbe, dunque, essere il downgrade, ma che Fitch se ne sia accorto solo ora. E che, in generale, le agenzie di rating abbiano effettuato aggiustamenti tutto sommato lievi rispetto alla situazione. Se davvero, come si usa dire, a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca, verrebbe da collegare l'approccio tutto sommato “morbido” delle società di valutazione con il fatto che la loro sede è in territorio americano. In caso contrario – se i rating, cioè, dovessero davvero riflettere la situazione reale del debito – il “voto” a Washington non sarebbe tanto diverso da quello attribuito all'Italia. Tanto più che il deficit pubblico Usa – ben superiore al nostro – non conteggia il debito dei comuni e degli stati, ed è quindi potenzialmente più profondo di quanto evidenziato.
Borse in calo
L'aggiustamento in basso da parte di Fitch è quindi una tempesta in un bicchier d'acqua. Così come sono probabilmente esagerate le conseguenze che molti osservatori hanno voluto derivare dalla diminuzione del rating. È vero che le Borse europee hanno chiuso la settimana in negativo (con Milano a -3,1%) e che anche i listini asiatici hanno registrato un calo, ma il downgrade non può essere visto come l'unico responsabile. In particolare nel nostro continente, una piccola correzione era già in atto, dopo un semestre che ha alternato grandi balzi in avanti con un periodo di trading range lungo e tutto sommato rassicurante. Anche il rialzo del prezzo del petrolio dipende dal declassamento del deficit americano fino a un certo punto. Lo spostamento della forbice nell'intervallo compreso tra gli 80 e i 90 dollari, tra l'altro già in atto, sembra causato anche da altri fattori: tra questi, i prevedibili aggiustamenti estivi, ma anche i bombardamenti sui porti russi del Mar Nero, che comincia a chiudersi come spazio di navigazione, una possibile richiesta di greggio russo da parte della Cina e la spaccatura dell'Africa sul colpo di stato in Niger. Il rincaro del greggio rende comunque appetibili gli investimenti sul settore petrolifero.
Banche, la tassa sugli extraprofitti
Nel mentre, a inizio settimana, Piazza Affari ha proseguito a evidenziare una certa sofferenza. I nuovi cali, intorno al 2%, sono stati causati soprattutto dalla forte flessione dei titoli bancari, che ha raggiunto anche il 6-7%. Il ribasso, a sua volta, dipende in gran parte dalla nuova misura del governo, che il 7 agosto ha introdotto un prelievo fiscale straordinario, pari al 40%, per gli extraprofitti delle banche (evidentemente, come spesso accade, c'era chi sapeva qualcosa in anticipo). La tassa, che dovrà essere saldata il prossimo anno, servirà – ha specificato una nota dell'esecutivo - per finanziare il “fondo per i mutui sulla prima casa e per interventi volti alla riduzione della pressione fiscale”, tutelare gli “utenti dei servizi di trasporto aereo e terrestre; incentivare gli investimenti, anche in riferimento al settore dei semiconduttori e della microelettronica; intervenire su specifiche attività economicamente rilevanti, in particolare nel settore della pesca e delle produzioni vinicole". L'intervento del governo intende lanciare un monito agli istituti di credito, che con l'inizio della stretta monetaria Bce hanno prontamente alzato i tassi passivi dimenticandosi di fare altrettanto per quelli attivi. In questo modo, le banche hanno probabilmente inteso recuperare i magri ricavi raccolti quando i tassi erano negativi. Misure di questo tipo, tuttavia, mostrano tutti i loro limiti, per il carattere nazionale dell'intervento, che rischia di minare la competitività delle banche italiane rispetto a quelle del resto d'Europa. Diverso sarebbe se fosse l'Ue a occuparsi, in maniera uniforme, della questione. O, meglio ancora, se ci fosse un'autorità di garanzia europea incaricata di vigilare su eventuali distorsioni di questo tipo. E rilevare i casi in cui i gruppi creditizi hanno proseguito a remunerare con lo 0% i conti dei piccoli clienti, offrendo nel contempo a quelli grandi i pronti contro termine con rendimenti simili a quelli dei bot. Detto questo, è il mercato che ha già risposto a questa strategia delle banche: i clienti hanno spostato pian piano la liquidità dai conti correnti ad altre forme di investimento, o ai sicuri e redditizi conti deposito ampiamente pubblicizzati dalle aziende di credito più lungimiranti.
Trimestre anti-inflazione
Il governo sta cercando di agire sul fronte del caro-prezzi anche con un'iniziativa che ha fatto parlare: il “trimestre anti-inflazione”, che scatterà dal prossimo 1 ottobre. Si tratta di un'iniziativa, introdotta in seguito a un accordo fra il ministero delle Imprese e del Made in Italy e alcune sigle di rappresentanza di commercio, distribuzione, farmacie e parafarmacie (non dell'industria, almeno per ora), che prevede prezzi calmierati su vari articoli. Nel dossier, che sarà definito nel successivo incontro del 10 settembre, ci sono prezzi fissi e scontati, ma anche attività promozionali. “Con il paniere calmierato”, ha detto il ministro delle Imprese Adolfo Urso, “siamo convinti di poter dare un definitivo colpo all'inflazione riconducendola a livelli naturali. Proprio ieri secondo i dati Ocse, l'inflazione in Italia nell'ultimo mese scende dal 7,6% al 6,4%, con un calo di 1,2 punti percentuali, maggiore a quello registrato nell'area Ocse dove l’indice dei prezzi al consumo si è ridotto in media dello 0,8%. Un trend consolidato proprio grazie all'effetto del costante monitoraggio dei prezzi effettuato dal Mimit, con i nuovi poteri conferiti dal decreto trasparenza di gennaio, e anche all'impegno già in atto della filiera della distribuzione e del commercio, che in questi mesi ha svolto un ruolo importante nel contenimento dei prezzi e nella tutela del potere di acquisto delle famiglie”. Resta, però, escluso il settore che ha subito il caro-prezzi maggiore: quello dei servizi. Nei mesi estivi si sono verificati forti rincari di ristoranti e alberghi (prezzi che, come è facile da comprendere, sono impossibili da controllare e calmierare), ma anche di voli, soprattutto nazionali, e delle tariffe ferroviarie. Queste ultime, è persino inutile ricordarlo, difficilmente caleranno con il ribasso dell'inflazione. La storia ci insegna, infatti, che una volta alzate, le tariffe ferroviarie, come quelle autostradali, non calano più.
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Golpe in Niger: nuove incertezze sulle materie prime
La presa del potere dei militari nel paese saheliano lancia l'allarme energia in Francia, e a cascata nell'intera Unione Europea. Per Parigi, Niamey è infatti un fornitore importante di uranio, fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari. E, sul fronte gas...
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La settimana delle Borse ha evidenziato un calo tutto sommato contenuto di Piazza Affari, che ha però chiuso come fanalino di coda dei listini europei. Niente di cui preoccuparsi, comunque. Un po' perché la diminuzione è comunque di decimali, in un contesto di leggeri rialzi e ribassi, un po' perché da inizio anno la Borsa di Milano ha registrato un avanzamento di quasi il 25%.
Banche, stress test ok
Un grande merito è, naturalmente, del settore bancario, che ha premiato gli investitori in modo sostanzioso, con dividendi in alcuni casi impensabili. E che ha letteralmente tirato – come un ciclista nella classica “trenata” a dieci chilometri dall'arrivo – il “gruppone” dell'indice milanese. La natura “bancocentrica” del Mib sembrerebbe essere una garanzia anche per il futuro, e assicurare una protezione della Borsa anche se dovesse verificarsi una più che probabile correzione. A meno che la recessione si riveli più profonda di quanto i mercati stiano prevedendo. Le nostre banche hanno anche aggiunto una freccia al loro arco: i risultati degli stress test condotti dall'Eba, che le hanno premiate, elevandole in una posizione migliore di quelle francesi e tedesche. Una notizia per nulla inattesa, almeno per chi segue l'andamento dei mercati e controlla periodicamente la situazione di “salute” del settore creditizio nei vari paesi d'Europa. In pole position si è piazzata Unicredit, che ha diffuso la migliore semestrale della sua storia. Per il gruppo milanese, ha precisato una nota, il “punto di arrivo del livello di capitale al 2025 è il più alto rispetto alle banche comparabili, grazie alla sua robusta capitalizzazione”. Ottima (e, per certi aspetti, sorprendente) anche la valutazione di Montepaschi: la banca senese ha archiviato i migliori stress test di sempre. Il risultato eccellente, che ha premiato anche gli istituti italiani valutati solo dalla Bce (e quindi non dall'Eba), contrasta con i pessimi voti delle aziende di credito tedesche, che annaspano nelle retrovie: in particolare, ben tre banche del paese motore dell'economia europea languono nelle ultime posizioni della classifica.
Tassi: sempre più malumori
Quello bancario è uno dei pochissimi settori dell'economia europea ad aver tratto giovamento dall'aumento dei tassi, che è proseguito anche a luglio con il previsto rialzo della Bce. La buona notizia è che, a quanto pare, l'ennesima stretta sarà l'ultima; poi - prevedibilmente - le percentuali resteranno ferme in un lungo plateau prima di tornare a scendere. Con calma, se prestiamo orecchio alle strategie di Christine Lagarde. L'ulteriore rialzo ha comunque scatenato i malumori di una parte crescente dell'economia e del mondo politico, trasformando i brusii di disapprovazione in aperte proteste. Tra le critiche pronunciate nei confronti della Bce, anche quella del vicepremier italiano Antonio Tajani, secondo cui “la soluzione per combattere l'inflazione non è aumentare il costo del denaro" e rischiare così il blocco dell'economia, mettendo a rischio il pagamento delle rate dei mutui e la richiesta di prestiti da parte di famiglie e aziende. Una situazione che, aggiungiamo, acuisce la divaricazione fra i cittadini più abbienti e quelli in difficoltà economiche, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Giappone batte Occidente
L'esternazione del vicepremier sembra essere confermata dal confronto fra i dati di inflazione europei (e, at large, occidentali) e quelli giapponesi, che si stanno comportando esattamente allo stesso modo. Pur in presenza di una politica opposta da parte degli istituti centrali, con la Banca del Giappone che, in controtendenza, non ha toccato i tassi, proseguendo sulla strada tracciata dal compianto ex premier Shinzō Abe. Nella sua critica aperta alla Bce e ai suoi falchi, Tajani ha anche insistito sulla differenza tra l'inflazione americana - causata dai dati sui posti di lavoro e, in generale dalla crescita economica - e quella italiana - che dipende dall'ormai atavico problema delle materie prime.
Il Niger minaccia le bollette francesi. E non solo
Come se non bastasse, si è abbattuto un fulmine a cielo già nuvoloso sui consumatori europei: il colpo di stato in Niger, con cui una giunta militare ha destituito il presidente Mohamed Bazoum. Una notizia che preoccupa, e per varie ragioni. In primo luogo, perché – a quanto si vocifera – al cambio di regime non sarebbero estranee la Russia e, forse, la Cina, che potrebbero mettere pressione all'Europa con l'invio di un milione di migranti, facendo definitivamente collassare l'economia Ue. E poi perché il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio. Se il nuovo regime di Niamey si consolidasse, a rischiare molto sarebbe l'economia francese e, di riflesso, quella Ue. Un po' perché Parigi è la potenza neocoloniale in quell'area dell'Africa, pur insidiata sempre di più dalla presenza della Russia. Un po' (anzi: soprattutto) perché l'uranio è l'elemento chimico fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari, su cui si basa ben oltre la metà del rifornimento energetico transalpino. Detto ancora più chiaramente, la Francia importa un terzo del suo uranio dal Niger ed è presente sul territorio del paese saheliano, oltre che con un contingente militare, anche con un'azienda di estrazione: se i nuovi vertici del paese (spinti magari dai nuovi alleati russi) dovessero cambiare strategia economica e boicottare l'ex potenza coloniale, sarebbero guai seri per i consumatori francesi e, a cascata, per l'Unione Europea. In prospettiva, sorgerebbero parecchi problemi anche sul fronte del grande gasdotto sahariano, attualmente in costruzione, che dovrebbe collegare la Nigeria e il Maghreb, transitando anche nel sottosuolo nigerino: se il progetto si bloccasse, sarebbe vanificato il tentativo di azzerare le importazioni del gas russo in Europa. Come reagirà la Francia? Sono diffusi i timori di un intervento militare, che però rischierebbe - soprattutto agli occhi dei paesi esterni al mondo occidentale - di sbalzare Parigi alla stregua di Mosca come potenza occupante di uno stato indipendente. La soluzione al problema dovrebbe essere cercata più a monte. E cioè rimediando all'assenza di una politica energetica per l'Africa. Un'operazione che andrebbe a riverberarsi anche in un rapporto diverso tra le ex potenze coloniali e un continente pieno di materie prime, rovesciando l'annosa strategia di sfruttamento paternalista e sostituendola con una collaborazione paritaria, capace anche di portare un pacifico sviluppo democratico dei paesi africani. Certamente, l'Unione Europea (con l'Occidente in generale) è chiamata a cambiare prospettiva, dato che finora ha fatto orecchie da mercante, considerando l'Africa un enorme deposito da cui attingere liberamente, senza curarsi di chi il territorio lo abita. Se sviluppato bene, il nuovo piano Mattei lanciato dall'Italia potrebbe rivelarsi un primo passo per favorire questo cambio di prospettiva.
Petrolio su, gas giù
Il colpo di stato in Niger si verifica in un periodo tutto sommato tranquillo sul fronte delle materie prime. Il gas continua a scendere, in un periodo in cui il caldo ha spaccato l'Italia: temperature elevate al centro-sud, estate più fresca degli ultimi 15 anni al nord. Il clima tutto sommato moderato a settentrione (al netto dei temporali e delle trombe d'aria) ha comunque la meglio sul consumo di energia, anche per la maggior concentrazione di uffici (e il conseguente minor ricorso all'aria condizionata) nelle metropoli del nord. Un po' peggiori, ma non drammatiche, le notizie sul fronte petrolio, che ha sì abbandonato la fascia di sicurezza che aveva presidiato per mesi, ma non ha “sfondato”. La politica saudita dei tagli alla produzione ha causato l'abbandono della fascia 70-80, su cui il greggio si era impantanato per vari mesi, e la marcia verso quota 85. Ancora presto per abbozzare un nuovo trend: occorrerà aspettare un po' di tempo per scoprire se i prezzi del greggio si attesteranno su un limite superiore. Intanto Alessandro Ortis, presidente dell'authority per l'Energia, ha denunciato l'eccessiva volatilità dei prezzi della benzina, identificando una “speculazione” e proponendo l'istituzione di una Borsa europea del petrolio, in grado di bloccare il passaggio tra “barili veri e barili di carta”. La possibile indagine su un eventuale cartello del petrolio avrebbe il compito di scoprire se sono stati compiuti abusi, soprattutto nel periodo di riduzione delle accise (oggi la situazione sembra più sotto controllo) ed evitare rincari ingiustificati, dovuti a logiche speculatorie.
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Rischio default americano, mercati con il fiato sospeso
Le Borse proseguono nella loro marcia regolare, senza sussulti né variazioni di grande entità. Ma a turbare la tranquillità, che prosegue ormai da febbraio, potrebbero pensarci tre elementi: l'incremento insufficiente della produzione industriale in Cina, la mancata crescita globale e, soprattutto, il rischio di un mancato accordo sul tetto al debito pubblico Usa
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati proseguono la loro marcia in territorio neutrale. Gli scostamenti sono minimi e ininfluenti: se due settimane fa le Borse hanno recuperato un calo iniziale con un rialzo di simile entità, venerdì scorso si è registrato il fenomeno opposto: una flessione dopo un buon avvio. Entrambi i trend hanno praticamente portato i listini alla situazione di partenza.
Rischio recessione
Il lungo trading range, che ormai prosegue quasi indisturbato da metà febbraio, non ha finora risentito troppo delle ottime trimestrali – anche perché i dati di marzo fotografano il passato, mentre il futuro presenta varie incognite, che potrebbero causare ribassi. Non troppo pesanti, probabilmente, ma in grado di offrire agli investitori opportunità di rientrare successivamente sul mercato a prezzi migliori. In particolare, ci sono tre grandi nubi all'orizzonte. La prima viene da Pechino, e dipende dalla pubblicazione dei dati sulla produzione industriale in Cina, che ad aprile si è incrementata del 5,6% annuo. Un dato che è sì migliore rispetto a quello di marzo (+3,9%), ma appare più modesto rispetto alla performance attesa dagli analisti (+10,9%). Un'altra preoccupazione riguarda le minacce alla crescita globale e i timori di recessione, che gravano sulle economie mondiali anche a causa della corsa al rialzo dei tassi: un rischio di questo genere si ripercuoterebbe anche sugli utili delle aziende, restituendo dati ben diversi da quelli molto positivi delle trimestrali attualmente in arrivo.
Usa, l'incubo del tetto al debito
Terzo incubo, il rischio di default tecnico americano, dovuto al mancato innalzamento (almeno finora) del debito pubblico Usa, che ha raggiunto il tetto stabilito di 31.400 miliardi di dollari. Finora, il presidente Joe Biden e l'opposizione repubblicana stanno proseguendo una non facile trattativa per ampliare il debito ed evitare, appunto, il default che in assenza di un'intesa – ha affermato il segretario al Tesoro Janet Yellen – potrebbe scattare il 1° giugno. Senza un compromesso fra i due litiganti, si verificherebbero fra le altre cose licenziamenti immediati nel settore pubblico, con un impatto devastante sull'economia americana. Se il buonsenso suggerisce che le due parti, alla fine, si verranno incontro, l'approssimarsi delle presidenziali fa temere un irrigidimento di democratici e repubblicani sulle rispettive posizioni. I due partiti potrebbero ragionare in ottica elettoralistica, mirando a guadagnare consensi più che a fare il bene del paese. Per questo motivo, una soluzione è tutto tranne che scontata. Anche perché il tempo non è molto e i mercati del mondo occidentale sono già nervosi e inquieti. Se l'accordo non sarà trovato, una flessione dei listini è vista come molto probabile, proprio per gli impatti sull'economia reale degli Stati Uniti. Anzi: già in questi giorni (meno di 15) c'è il rischio di ripercussioni negative sulle contrattazioni, causate da un'attesa sul filo del rasoio.
Tassi, manca coraggio
In questa situazione non aiuta certamente il pericolo di un nuovo, possibile rialzo dei tassi, su cui la Federal Reserve dovrà prendere una decisione. Mentre l'inflazione americana ha chiuso il decimo mese consecutivo di ribasso, raggiungendo i minimi dal maggio del 2021. È pur vero che la componente core è salita al di sopra delle attese, procurando argomenti ai sostenitori di nuovi rialzi ai tassi; tuttavia, il trend sembra ben definito, con un'inflazione Usa che entro fine anno tornerà sotto quota 4%. Queste tendenze potrebbero giustificare un atto di coraggio da parte della Fed, con uno stop, anche temporaneo, delle strategie a cui siamo ormai abituati. La speranza è, ovviamente, legittima, ma è bene non abbondare troppo nelle illusioni. Per la Federal Reserve, come anche per la Bce e la Bank of England, il rialzo dei tassi pare più una battaglia ideologica che non una scelta ponderata. Sembra che i tre istituti centrali siano impegnati quasi in una gara, dove perde chi rinuncia prima degli altri alle periodiche strette monetarie. Che sono presentate come ineluttabili, in presenza di dati sull'inflazione superiori al 2%. Questa percentuale è vista quasi come un mantra soprattutto in Europa, dove Christine Lagarde ha annunciato nuovi rialzi – sebbene i prezzi delle materie prime, veri responsabili dell'inflazione nel nostro continente, siano ormai ampiamente sotto controllo. Mentre anche Londra ha provveduto a un nuovo, ormai consueto scatto verso l'alto del costo del denaro.
Banche centrali, doppio ritardo
Le tre banche centrali si sono confermate ancora una volta in ritardo rispetto alla situazione che le economie mondiali stanno vivendo. Quando l'inflazione era ormai un fenomeno chiaro, Fed, Bce e Boe hanno atteso troppo nell'alzare i tassi, lasciando che la “valanga” prendesse corpo e diventasse più pericolosa. Oggi, gli istituti centrali reagiscono ancora una volta in ritardo alla recessione che incombe e non prendono quelle contromisure (cioè lo stop ai rialzi) che potrebbero contribuire a fermarla sul nascere, o almeno a rallentarla. Fra pochi mesi vedremo dove ci porterà questa politica. E capiremo se avranno avuto ragione i tre istituti centrali dei paesi occidentali oppure la Banca del Giappone, che ha invece rifiutato di avviare una pesante e progressiva stretta monetaria.
Petrolio e oro
Come anticipato, le materie prime sono ampiamente sotto controllo. Il gas sta viaggiando a zig zag verso quota 30 euro/MWh e potrebbe presto arretrare ulteriormente, avvicinandosi al prezzo a cui eravamo abituati prima della pandemia. Il petrolio è invece ancora in fase d'attesa e veleggia tra quota 70 e 80 dollari Usa, vanificando gli effetti dei tagli alla produzione decisi dall'Opec. È invece ancora oltre quota 2.000 dollari la quotazione dell'oro, che però - in uno scenario che vede l'inflazione in continuo calo - sembra sopravvalutato. Ai valori odierni, comprare metallo giallo non è particolarmente consigliabile: anzi, finché l'oro resta a questi livelli potrebbe rivelarsi più redditizio venderne una parte delle scorte, per poi magari effettuare un riacquisto successivamente, in caso di decisa flessione.
Il fulmineo rimbalzo dei titoli bancari
Il timore di una crisi sistemica che inquietava i sonni degli investitori solo un mese fa sembra ormai un lontano ricordo: le azioni dei gruppi di credito europei hanno recuperato buona parte delle perdite e gli indici sono vicini ai massimi di inizio marzo. A essere penalizzati, gli operatori troppo prudenti, che hanno deciso di rimanere ai margini. Volano l'oro e le criptovalute
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana di Pasqua si è aperta bene per le Borse europee, mentre Wall Street è riuscita a recuperare la parità dopo una partenza negativa. In generale, i mercati si trovano in una sorta di trading range, con i titoli tecnologici che la fanno da padroni. Ora vedremo se avverrà un ritracciamento oppure, complici le prime trimestrali, si verificherà una nuova gamba rialzista.
Ma cos'è questa crisi?
La crisi bancaria, da parte sua, si sta sgonfiando anche negli Stati Uniti, mentre in Europa sembra ormai quasi del tutto rientrata. Nel nostro continente, il rimbalzo dei titoli bancari è stato infatti netto, inequivocabile e veloce e l'Italia non ha fatto eccezione. Dopo aver perso in media il 20%, le azioni del settore creditizio sono rimbalzate, recuperando due terzi delle perdite subite in marzo. E rendendo ora problematico entrare a chi ha deciso di prendersi una pausa e attendere. Questa scelta è stata fatta propria anche da grandi operatori di mercato, che hanno deciso di rimanere sottopesati attendendo lo storno. E lo storno si è verificato ma è durato meno di una settimana, cogliendo di sorpresa gli “attendisti” che non hanno avuto la forza di rientrare. Ora per questi operatori, non è facile capire cosa fare. Anche perché i dati sull'inflazione sono ancora poco confortanti – sebbene l'inversione di tendenza e la discesa non siano, a rigor di logica, così lontane.
Su la produzione industriale, ancora stabili i consumi
Nel nostro paese, in ogni caso, ci sono spiragli positivi sul fronte dell'economia reale. Secondo Banca d'Italia, la produzione industriale è tornata a salire dopo due trimestri chiusi in calo. Una buona notizia, che mostra quanto il settore sia tornato a brillare, dimostrandosi più reattivo che non in altri paesi europei. Il dato, decisamente incoraggiante, si aggiunge alla leggera crescita del pil, ma non traina i consumi, che restano stabili. Naturalmente, l'inflazione e la perdita del potere d'acquisto hanno assunto un ruolo decisivo in questo trend, soprattutto perché colpiscono energia e alimenti. È curiosa, ma anche esemplificativa, un'indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, secondo cui sono ormai 5,3 milioni i nostri connazionali che, per risparmiare, acquistano soltanto cibo prossimo alla scadenza (e quindi venduto con uno sconto, talvolta molto forte). L'attuale percentuale, pari al 12,1%, è quasi doppia rispetto a quella del 2018 (6,9%). Il reddito disponibile è dunque sceso. Ma i dati sul turismo a Pasqua, decisamente positivi, ci fanno sperare in segnali di ripresa anche su questo fronte: i numeri sono superiori ai livelli pre-Covid e, oltre all'afflusso di almeno un milione di turisti stranieri, hanno visto un contributo anche da parte di gitanti e vacanzieri italiani.
Sale il petrolio
A sabotare la ripresa dei consumi, però, potrebbe pensarci il petrolio, che è tornato sopra quota 80 dollari, ai massimi dallo scorso inverno. Il rincaro del greggio, che dipende essenzialmente dal taglio di produzione da parte dell'Opec+ su pressioni saudite, fa paura non tanto per i livelli raggiunti, ma per il trend verso l'alto che sembra poter proseguire ancora. Se viceversa la valutazione si arrestasse sugli attuali livelli, l'incremento sarebbe decisamente sopportabile per imprese e consumatori europei, dato che il dollaro – valuta di riferimento per le quotazioni dell'oro nero - si è recentemente indebolito. Il gas, dopo una “puntata” oltre i 50, è invece tornato più vicino a quota 40 e lascia sperare in un ulteriore decremento. Un elemento determinante sarà la temperatura della prossima estate: se il caldo raggiungesse livelli importanti, salirebbe la richiesta di energia per i climatizzatori, rischiando di innescare una spirale di aumenti ad Amsterdam.
Emergenza siccità
Ma a preoccupare davvero l'economia italiana è la siccità nell’Italia del nord. Il governo ha approvato un decreto per affrontare questa ennesima emergenza, ma la norma potrà solo fare da tampone: per vederne gli effetti si dovrà attendere un tempo molto lungo, - almeno tre anni. Alcuni interventi ulteriori, tuttavia, potrebbero essere affrontati subito. Per esempio l'uso, per alcuni servizi, dell'acqua attualmente non utilizzata - come, quella, abbondante, del sottosuolo di Milano, in grado di innaffiare senza rischi i parchi pubblici. E ancora: oggi si va ad attingere a 50 metri: si potrebbe discutere se sia il caso, in tutta sicurezza, di alzare il livello a 30. Il decreto affronta anche il tema della manutenzione della rete idrica, che si trova in una situazione talmente critica da disperdere una parte sostanziosa del proprio contenuto. È lecito aggiungere che questi lavori, un po' come la riqualificazione della rete elettrica, sarebbero dovuti risultare un obiettivo prioritario per l'utilizzo del denaro messo a disposizione dal Pnrr. Che invece è stato speso, in gran parte, per interventi infrastrutturali meno urgenti. Speso, sì, ma solo in minima parte: la quota maggiore del denaro stanziato dall'Europa è ancora inutilizzata. E questo, nonostante la vulgata comune, non è necessariamente un male: gran parte del tesoretto a disposizione viene erogato in forma di prestito, da restituire in tempi debiti; soltanto un quinto circa di questo denaro è a fondo perduto. In fondo, se lo stato dovesse attingere solo (o principalmente) a questa porzione, eviterebbe di indebitare i cittadini per gli anni futuri.
Oro, oro, oro
Titoli bancari su, petrolio su. Ma a fare il classico “botto” è stato l'oro. Non tutti ci credevano, ma il metallo giallo è riuscito a sfondare il muro dei 2.000 dollari – anche in questo caso, l'indebolimento del biglietto verde ha favorito il record. Il picco ha scritto, a suo modo, una pagina di storia. Ma, è bene tenerlo presente, la vera impresa è rimanere su questi livelli. Il che, naturalmente, non è affatto scontato. Anzi: su questo punto gli analisti si dividono in maniera molto netta. C'è chi preconizza un innalzamento a 2.500 o addirittura a 3.000 dollari e c'è chi prevede, nel caso in cui la Fed continuasse ad alzare i tassi, un rafforzamento del biglietto verde e una picchiata dell'oro sotto i 1.500 dollari. Sono decollate anche le criptovalute, spinte dal picco raggiunto da Doge, anche per l'endorsement di Elon Musk su Twitter.
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Banche, in Europa i timori si diradano
Le rigide norme Bce su patrimonio e liquidità hanno stroncato sul nascere i timori di una nuova crisi di sistema. Anche le Borse se ne sono accorte e Piazza Affari ha fatto registrare una serie di chiusure in rialzo. Intanto, l'inflazione si ridimensiona, ma tornano a salire i prezzi di gas e petrolio
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il rischio di una grande crisi bancaria europea sembra scongiurato. L'assalto degli speculatori agli “anelli deboli” del sistema creditizio del nostro continente si è – almeno per ora – infranto contro le protezioni patrimoniali costruite dalla Bce nel dopo-Lehman. E nulla hanno potuto i tentativi di affossare Deutsche Bank, che nonostante i molti problemi (da tempo evidenti) dispone di una liquidità capace di difenderne la sopravvivenza.
Banche, ottimo investimento
Come avevamo affermato di recente, dunque, i ribassi che si sono verificati dopo il crac di Silicon Valley Bank hanno offerto molte opportunità di investimento sia in bond, sia in azioni bancarie. E il periodo è ancora propizio per entrare in questo settore. Piazza Affari - listino in cui i titoli bancari sono tradizionalmente molto presenti - ha archiviato una settimana di rialzi ininterrotti, che hanno portato l'aumento da inizio anno al 33%. La dinamica italiana è ben diversa da quella americana, dove il trimestre è stato sì ottimo, ma guidato dai titoli tecnologici, che hanno fatto cassa anche con i licenziamenti di massa che hanno avuto luogo nelle aziende della Silicon Valley. Si è invece consolidata una situazione poco propizia nel rendimento delle obbligazioni di stato, in cui la curva si è invertita: i titoli decennali Usa rendono il 3,6%, quelli a un anno il 5%. Gli investitori sono probabilmente convinti che il rialzo dei tassi Usa sia ormai concluso, ma temono una recessione dopo l'estate.
Inflazione a un bivio?
Alt ai tassi probabile negli Stati Uniti, meno in Europa, almeno a quanto traspare dalle dichiarazioni dei vertici Bce. La presidente Christine Lagarde, nel corso di un incontro con 400 studenti, ha dichiarato che i rialzi "stanno appena cominciando a funzionare” e che in Italia l'inflazione core è ancora troppo alta (essendo passata dal 5,6% al 5,7%); per questo motivo, ha aggiunto, “c'è ancora lavoro da fare". Che tipo di lavoro Christine Lagarde abbia in mente traspare dalle parole di Robert Holzmann, governatore della banca centrale austriaca e membro del board Bce, che non ha escluso un nuovo ritocco verso l'alto. Il rialzo, ha detto, potrà verificarsi se la crisi bancaria non peggiorerà. Una posizione che ci fa sentire un po' sballottati tra Scilla e Cariddi: da una parte il rischio di nuovi problemi sul fronte bancario, dall'altra nuovi, affrettati rialzi dei tassi, che rischierebbero di mettere in ginocchio i paesi più indebitati. Preoccupa anche il nuovo rialzo delle materie prime: il petrolio - tornato sopra gli 80 dollari al barile, a causa del taglio della produzione da parte dell'Opec+ - e il gas, che si è spinto sopra quota 50. Un cambio di paradigma causato probabilmente da un colpo di coda della speculazione, che ha forse approfittato dell'eliminazione, annunciata dall'Ue, degli approvvigionamenti di gas dalla Russia entro 18 mesi. Poiché l'inflazione europea dipende principalmente dalle materie prime, questi trend dovranno essere particolarmente tenuti sotto controllo. E ci dimostrano che il vortice inflattivo non è ancora stato domato, anche se la situazione sembra comunque in via di normalizzazione: dal 10%-11% dell'ultimo anno ci stiamo avviando verso un più rassicurante 4%.
Ubs-Credit Suisse: non è tutto oro quello che luccica
Timori anche dalla roadmap che porterà alla nascita del grande “campione nazionale” svizzero Ubs-Credit Suisse. Nonostante la rapida risoluzione del merger, si temono conseguenze per le molte vertenze che gli obbligazionisti (ma anche gli azionisti) di CS stanno già annunciando. L'accordo di fusione potrebbe dunque essere rinegoziato, anche se non è a rischio. Come ha affermato Martin Schlegel, vicepresidente della Banca Nazionale Svizzera, al canale radiotelevisivo di lingua tedesca, se l'operazione non fosse stata effettuata nel corso di quel fine settimana, il Credit Suisse sarebbe saltato alla riapertura dei mercati, causando molto probabilmente “una crisi finanziaria in Svizzera e in tutto il mondo”. Tuttavia, una parte abbastanza consistente dei cittadini elvetici mostra di non gradire la soluzione, ritenendo che sarebbe stata più conveniente una nazionalizzazione della banca e una successiva vendita dell'asset “ripulito”. Preoccupazione anche dai sindacati per i licenziamenti attesi a causa della fusione, pari al 25% della forza lavoro. In tutta questa incertezza, si è comunque sicuri che – come ha detto Sergio Ermotti, ceo “di ritorno” di Ubs – la nuova banca non sarà un colosso. "Anche mettendo insieme Ubs e Credit Suisse”, ha affermato a un intervista al Sole 24 Ore, “non saremo in vetta alla classifica per dimensioni dei gruppi bancari internazionali". Ci sarà dunque una sovrapposizione, più che una crescita. Anche perché, lo ricordiamo, i clienti con il conto corrente in due istituti di credito protagonisti di un merger ne spostano solitamente uno altrove, per mantenere un approccio diversificato e salvaguardare la multibancarizzazione. Quindi, ha affermato Arturo Bris, docente di Finanza alla Imd di Losanna, le sinergie saranno “inesistenti” - a parte quelle che sorgeranno dal calo dei costi. Il modello del nuovo “campione nazionale”, ha comunque assicurato Ermotti, metterà al centro la gestione dei patrimoni, cercando di limitare il più possibile le attività di banca di investimento.
Brasile e Cina, fuga dal dollaro
A livello mondiale fa molto parlare l'accordo di scambio, per molti versi clamoroso, tra Brasile e Cina. Secondo l'intesa, definita in un documento congiunto, i due paesi Brics effettueranno le transizioni finanziarie tra di loro (circa 150 miliardi di dollari l'anno) direttamente in yuan e reais. Escludendo, cioè, il dollaro e il sistema Swift. L'operazione sarà effettuata mediante la fondazione di una clearing house per compensare debiti e crediti nelle due valute nazionali. Per la Cina, questo non è il primo accordo di questo tipo (ne ha già stretti con Russia, Iran, Pakistan e Arabia Saudita), ma l'ingresso del Brasile in questo sistema segna uno sbarco in forze di Pechino in quello che fu il “cortile di casa” degli americani. Oltre che un'indubbia perdita di influenza (economica e politica) degli Usa, la silente espansione cinese sta causando una perdita economica non indifferente a Washington, privata di sempre maggiori commissioni di cambio valuta
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Un anno di guerra: ecco come sono cambiate le economie
A dodici mesi dallo scoppio del conflitto, la cessazione delle ostilità sembra un traguardo lontano e poco probabile. I mercati lo sanno e dopo il primo periodo di choc hanno provato ad adattarsi: raggiunti i minimi lo scorso ottobre, hanno fatto partire un rimbalzo che in Europa non si è ancora esaurito. E ora...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il 24 febbraio 2022 le truppe russe varcavano il confine dell'Ucraina aprendo un conflitto dagli incerti esiti e dall'imprevedibile durata. Dopo un anno e poco più dall'escalation militare, la pace sembra irrealizzabile e molti osservatori ritengono che la vittoria di uno dei due contendenti sia un'ipotesi poco probabile. Sembra fondata l'ipotesi di Sergeij Radčenko, docente di relazioni internazionali alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies, pubblicata sul New York Times e citata sul Corriere della Sera dal giornalista Federico Rampini. L'analisi ha opposto i due scenari secondo lui più probabili: o i combattimenti ad libitum o una “soluzione coreana” - cioè la cessazione delle ostilità e il congelamento de facto dei confini tra i due paesi belligeranti, con uno stato prolungato di “guerra non guerreggiata”. In Corea, la situazione (tecnicamente ancora provvisoria) si è in realtà consolidata: dal 1953 in avanti, i due stati si sono sviluppati in maniera autonoma e Seul ha “vinto la pace”, affrancandosi da un'atavica povertà, scalando le gerarchie e superando recentemente persino il PIL dell'Italia.
Sanzioni, che flop
Intanto, però, la guerra russo-ucraina è più che mai in corso. E a un anno di distanza è lecito abbozzare qualche bilancio riguardante i suoi impatti sull'economia mondiale. In primo luogo, le vicende belliche hanno scatenato una reazione delle potenze occidentali (in primis Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea), che hanno cercato di colpire Mosca con vari pacchetti di sanzioni approvati in sequenza – l'ultimo, il decimo, è stato introdotto qualche giorno fa. Molte le conseguenze di queste misure. In primo luogo, la minore dipendenza dell'Europa dal petrolio e soprattutto dal gas russo, che andrà a ridursi ulteriormente nei prossimi due anni, fino quasi ad annullarsi. In un primo tempo, le sanzioni avevano fatto schizzare in alto proprio il metano e il greggio; se il secondo è poi tornato rapidamente su livelli accettabili, il primo – il cui costo era raddoppiato a causa della ripresa post-restrizioni Covid, ma anche per le conseguenze della transizione all'elettrico - è stato oggetto di speculazioni molto robuste, superando la cifra folle di 300 euro al megawattora. Complice l'incapacità di reagire da parte delle autorità europee, il livello, pur calando sensibilmente, si è mantenuto a lungo a tre cifre; è poi sceso gradualmente sotto quota 50, a causa dell'inverno mite, che ha facilitato il completamento degli stoccaggi. Ora, nonostante i livelli più accettabili stabiliti dal Ttf di Amsterdam, l'economia europea soffre ancora per il prezzo del gas e per le conseguenze dei suoi picchi del 2022. Come facilmente prevedibile, dunque, l'apparato sanzionatorio ha fatto male all'Ue, molto meno alla Russia: tutte le previsioni che avevano dato per certo il collasso di Mosca in tre mesi, il default della sua economia e il rapido deprezzamento del rublo hanno dimostrato la loro inconsistenza. Al contrario, Mosca ha semplicemente cambiato “cavallo” e ha stretto rapporti politici e commerciali con la Cina. La diffidenza nata tra le due potenze ai tempi del XX Congresso delCina Pcus – degenerata con la guerra di confine sino-sovietica del 1969 – si è dunque trasformata in collaborazione politica ed economica. È di non molti giorni fa la foto del grande gasdotto in costruzione, che porterà il gas russo, precedentemente destinato a Germania, Italia ed Europa, nelle aziende e nelle abitazioni dei cinesi. Tutto questo mentre la maggior parte dei paesi del mondo non ha aderito alle sanzioni, lasciandone il peso sulle fragili spalle dell'Europa.
Inflazione, quanto ci costi
Un'Europa che ora, proprio a causa delle montagne russe delle materie prime, non sa come fermare l'inflazione: come avevamo ampiamente previsto in tempi non sospetti, il rialzo graduale e insistente dei tassi non è stato in grado di intaccarla, agitando nel contempo lo spettro della recessione. E favorendo l'iniziale depressione dei mercati finanziari, con la corsa verso il basso che si è fermata con minimi dello scorso 6 ottobre. Poi, soprattutto in Europa, è avvenuto il grande rimbalzo, che ha riportato l'azionario, in alcuni mercati, a livelli prebellici. La fase virtuosa è proseguita ben più a lungo rispetto alle più rosee previsioni. L'inflazione è rimasta in sella, ma i mercati finanziari sembrano essersi dimenticati della guerra, smentendo le previsioni pessimistiche di alcuni mesi fa. Sembra quindi corretta la recente affermazione di Warren Buffett: nella lettera che ha comunicato agli azionisti di Berkshire Hathaway la chiusura del 2022 con 22,82 miliardi di dollari di perdite nette, l'oracolo di Omaha ha sostenuto che “spesso le azioni scambiano a prezzi davvero folli, in alto o in basso. Il mercato efficiente esiste solo nei libri di testo”. Nella lettera, Buffett è anche tornato su un vecchio cavallo di battaglia: l'investimento a lungo termine. “Facciamo affidamento sulla forza di fondo dell’economia americana che, anche se di tanto in tanto evidenzia rallentamenti, ha sempre confermato la sua capacità propulsiva”, ha affermato, in una dichiarazione che può essere estesa anche all'economia europea.
Ping-pong sui tassi
E in questi giorni, i mercati del nostro continente hanno registrato performance migliori di quelli americani, influenzati anche dai verbali Fomc (il Federal Open Market Committee della banca centrale americana): il documento ha ribadito l'avanti tutta sui tassi, sottolineando che l'obiettivo resta l'inflazione al 2% e che, per arrivarci, “ci vorrà un po' di tempo”. Bce e Fed restano quindi allineate nel loro ping-pong al rialzo: le aspettative prevedono tassi al 3,75% nell'Eurozona e al 5,5% negli Stati Uniti. A rischiare, nel secondo semestre, potrebbe essere soprattutto l'azionario, alle prese con ritocchi dell’inflazione molto forti verso l'alto ed effetti negativi sull'economia. Con alcune eccezioni: il mercato italiano ha tutti i numeri per contenere eventuali danni perché sbilanciato sui titoli bancari, strutturalmente favoriti da un costo alto del denaro. Punto di domanda, invece, sull'obbligazionario, che forse (ma non è detto) potrebbe rivelarsi in grado di prendere la parte positiva del rialzo e rilanciarsi ulteriormente.
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Inflazione, Visco tranquillizza: “situazione diversa dagli anni Settanta”
Il governatore della Banca d'Italia ne è certo: i due periodi storici sono del tutto diversi e la crisi attuale è temporanea. Ma la fine della politica “zero Covid” in Cina, con la maggior richiesta di energia e petrolio, potrebbe alzare i costi delle materie prime. Intanto, i consumi italiani spingono al rialzo le stime del pil atteso. Luci e ombre dai cantieri olimpici
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'inflazione attuale non è assolutamente paragonabile a quella degli anni Settanta. Ad affermarlo è stato Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, lo scorso 11 febbraio nel corso di una lezione al Warwick Economics Summit di Londra. Secondo il governatore della Banca d'Italia, i due periodi sono differenti, sia per i miglioramenti della politica monetaria, sia per le trasformazioni strutturali che sono intervenute nelle nostre economie.
Nuovo rischio dal petrolio
L'analisi è sostanzialmente condivisibile, e – pur involontariamente – dimostra che il continuo rialzo dei tassi da parte della Bce non è una strada utile da percorrere. Abbiamo insistito molte volte sulla differenza fra l'inflazione americana (di tipo tradizionale) e quella europea, che dipende invece dal caro-gas, fenomeno a sua volta provocato dalla crisi russo-ucraina, dalla transizione energetica e dalla ripresa delle attività dopo il periodo delle restrizioni Covid. Cercare di schiacciare un'inflazione così atipica con strumenti tradizionali rischia di mandare le economie in recessione senza risolvere il problema: con la fine della politica zero Covid in Cina, il bisogno di energia (e soprattutto di petrolio) provocherà facilmente una stabilizzazione verso l'alto dei costi delle materie prime – anche perché Pechino ne assorbe circa il 50%. Per questo motivo, il prezzo del greggio, finora sotto controllo, rischia di tornare a salire, con una dinamica verso l'alto rinforzata dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.
La Cina è vicina
C'è però anche un rovescio della medaglia. La ripresa della Cina potrebbe infatti dare impulso all'economia europea, anche in presenza di un caro-petrolio. Se infatti Pechino riuscirà a invertire la rotta e innescare un periodo virtuoso sia sul fronte interno sia su quello delle esportazioni, si verificherà un effetto positivo su tutta la catena del valore. A cominciare dall'Europa. A trarre beneficio da questo trend in crescita, però, sarà anche la Russia: la crescita cinese obbligherà Pechino ad aumentare la fornitura di materie prime, che acquisterà soprattutto da Mosca. Le sanzioni europee, i cui pacchetti continuano a fiorire in quel di Bruxelles, saranno quindi ancor più vanificate. Insomma, le previsioni dell'ex premier Mario Draghi, che allo scoppio della guerra pronosticava una Russia in bancarotta entro due mesi, si sono rivelate del tutto errate.
Le obbligazioni spingono il pil
Sicuramente fanno bene all'Italia gli ultimi dati sul prodotto interno lordo, che la Commissione Europea ha stimato, per il 2023, a un +0,8%. Il dato rivede verso l'alto la previsione sul pil diffusa a novembre (+0,3%) e l'inflazione attesa, passata dal 6,6% al 6,1%. Il prossimo anno, sempre secondo questi dati, la situazione potrebbe essere ancora migliore: pil previsto a +1% e inflazione al 2,6%. Il buon risultato dipende anche dall'inversione di tendenza sui consumi, che a loro volta sono stati spinti dal rialzo dei rendimenti sulle obbligazioni. Gli italiani sono un popolo di risparmiatori, molto orientato ai bond: i rendimenti fra il 4% e il 6% sulle cedole generano dunque una ventata di serenità e ottimismo, allentando il freno allo shopping. Sorride anche l'azionario che, anche grazie a bilanci migliori delle aspettative, continua il suo trend favorevole. A contribuire è anche il buon momento dei titoli bancari, che hanno messo il turbo sia a causa dell'aumento dei tassi, sia per la loro alta capitalizzazione. È quindi consigliabile mantenere le proprie posizioni sull'azionario, almeno fino a quando il mercato dovesse iniziare a mostrare correzioni brusche e significative.
Inflazione Usa, dati non del tutto positivi
Notizie non del tutto positive dall'inflazione americana su base annuale, che a gennaio si è attestata sul 6,4%. Un dato sì in calo rispetto al 6,5% del mese precedente, ma oltre la previsione del mercato (6,2%). Sale invece dello 0,5% (invece che dello 0,4% che ci si attendeva) la percentuale mensile. Se invece escludiamo cibo ed energia, la crescita annuale è del 5,6% e quella mensile dello 0,4% (entrambe lo 0,1% in più rispetto alle attese). Queste percentuali rendono praticamente certo un nuovo ritocco dei tassi da parte della Federal Reserve.
Londra, la crisi continua
Se il prodotto interno lordo italiano mostra ottime prospettive, i dati sul pil britannico non sono per nulla tranquillizzanti. Se Londra, a fine 2022, si è salvata dalla recessione per un soffio, a fine febbraio probabilmente non potrà più evitarla. L'inflazione è molto alta, causa impoverimento e soffia sul fuoco delle proteste sociali che si fanno più forti, con manifestazioni e scioperi di varie categorie professionali. In questa situazione, oltre alla congiuntura internazionale, entra in gioco anche la Brexit, che ha acuito un già forte squilibrio della bilancia commerciale. Nonostante l'indipendenza energetica che contraddistingue la Gran Bretagna, con le riserve di petrolio nel Mare del Nord, il problema strutturale di carenza di manodopera finisce per colpire gli approvvigionamenti e crea un'offerta ridotta, a fronte di una domanda molto alta. Si è parlato più volte di una riapertura delle trattative con l'Europa, per trasformare la Brexit “forte” in una formula più soft. Ora come ora, con i Conservatori al governo, rivedere i termini della collaborazione Londra-Bruxelles è impossibile. Per riaprire i giochi occorrerà forse attendere le elezioni e un probabile cambio di governo.
Milano-Cortina, spese più alte per il Villaggio Olimpico
Il conto alla rovescia per Milano Cortina 2026 è già ufficialmente iniziato. E i lavori per il villaggio olimpico, in costruzione alla ex stazione ferroviaria di Porta Romana, sono in anticipo di quattro mesi. Cattive notizie, però, sul fronte spese: il villaggio costerà infatti il 30% in più di quanto previsto, portando il conto a 150 milioni. Il rincaro dipende essenzialmente dai maggiori costi delle materie prime (evidentemente gli appalti non prevedevano prezzi bloccati), ma anche dall'aumento della superficie richiesto dal Comune (10.000 metri quadrati, che si aggiungeranno ai 70.000 iniziali). Questo anche in previsione della destinazione post olimpica dell'area, che diventerà una residenza universitaria con 1.700 letti a disposizione degli studenti fuori sede. Il vantaggio di Milano Cortina, in ogni caso, è la situazione degli impianti, in gran parte già pronti ancora prima dell'assegnazione. La partita più impegnativa si gioca sulle infrastrutture, dove non tutte le notizie sono positive. Sembra ormai certo che alcuni lavori previsti non saranno completati in tempo: tra queste, il prolungamento della tangenziale di Bormio, la bretella di Chiavenna, lunga appena 8 chilometri e forse anche la soppressione di alcuni passaggi a livello e il tram Forlanini-Rogoredo. In totale, delle 42 opere di viabilità previste, ne saranno sicuramente ultimate in tempo utile solo 11. Le altre sono in ritardo (e in forse). Nonostante questo, è molto probabile che il ritorno per le aree protagoniste dei Giochi sia, alla fine, molto positivo. Se Milano sta ancora volando sulle ali di Expo 2015, si può prevedere un analogo beneficio dopo la kermesse olimpica. Certamente l'occasione andrebbe sfruttata a pieno, ripensando completamente l'industria sciistica lombarda e alpina. La Torino post-olimpica ha fatto da apripista, lanciandosi come comprensorio sciistico di riferimento per inglesi e irlandesi, anche grazie all'apertura di rotte low cost invernali su Caselle. L'esempio potrebbe essere replicato in grande con i cinesi: se dopo i Giochi Olimpici si riuscisse a organizzare l'arrivo di aerei giornalieri da Pechino o Shanghai per Malpensa, Venezia e Torino, la ricaduta economica per tutte le aree montane interessate sarebbe clamorosa. E trasformerebbe la nostra neve nell'oro bianco italiano. Temperature permettendo.
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