Borse, il rimbalzo non si ferma
Il periodo favorevole dei mercati non è stato scalfito neppure dall'ennesima esternazione di Christine Lagarde, che a Davos ha annunciato nuovi e ripetuti rialzi dei tassi. A soffrire, però, sono gli investimenti immobiliari, colpiti sia dagli interessi più alti, sia dalla possibilità che venga approvata la direttiva europea sulle case “green”
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Christine Lagarde è tornata a parlare della situazione economica europea e della lotta all'inflazione. Dal palcoscenico di Davos, la presidente Bce ha espresso ottimismo, spingendosi a prevedere che la recessione non sarà grave come si pensava e che l'economia dell'Eurozona dovrà affrontare solo una “piccola contrazione”.
Nella dichiarazione non è però mancata la solita coda pessimistica: la Bce – ha sottolineato Christine Lagarde - è decisa a riportare l'inflazione al 2%; il rialzo dei tassi, quindi, proseguirà a tempo indeterminato, fino a quando sarà raggiunto il traguardo prefissato.
I mercati ignorano Christine Lagarde
Queste parole “in libertà”, confermate poi da Klaas Knot (governatore della banca centrale olandese e membro del board Bce, che ha annunciato aumenti da 50 punti a febbraio e marzo) hanno, come al solito, causato perdite a Parigi, Milano e Francoforte, oltre che l'allargamento dello spread Btp-Bund.
Tuttavia, almeno questa volta, l'effetto-Lagarde è stato di breve durata. I mercati, in crescita dall'inizio del nuovo anno, sono tornati a salire, preannunciando un consuntivo di fine gennaio all'insegna di performance che non si vedevano da tempo. L'ottimismo sulla recessione “morbida” è stato dunque più forte rispetto all'annuncio di rialzi dei tassi ad libitum.
Chi è entrato nell'azionario a settembre o a ottobre ha quindi trovato rendimenti soddisfacenti. Ora sembra un po' troppo tardi per sfruttare l'onda positiva: chi deve ancora entrare farebbe probabilmente meglio a operare con molta cautela, almeno fino al termine della diffusione dei dati nel primo trimestre.
Immobiliare, percorso a ostacoli
Tutto bene, quindi? No di certo. Perché i vari ritocchi ai tassi di interesse stanno lasciando ferite aperte, soprattutto nel mercato immobiliare. Percentuali passate in poco tempo dallo 0% al 4% stanno impattando in modo notevole sulla capacità di indebitamento delle famiglie contribuendo, insieme all'aumento generalizzato di prezzi e tariffe, all'impoverimento delle classi medie.
A questa situazione si aggiunge la nuova trovata della commissione europea: la direttiva sulle case green, in discussione al Parlamento Ue. Si tratta di un pacchetto di norme, introdotto lo scorso mese, che punta a incentivare la costruzione di nuove case ad alta efficienza energetica e la ristrutturazione degli immobili già esistenti. Il testo all'esame dell'aula prevede che tutti gli edifici residenziali (con varie esclusioni, tra cui gli immobili nei centri storici o le seconde case) debbano obbligatoriamente rientrare in classe E entro il 1 gennaio 2030 e in classe D tre anni dopo. Per poi giungere al traguardo delle emissioni zero entro il 2050.
Se la direttiva fosse davvero approvata, potrebbe generare uno tsunami sul settore. Secondo l'Ance (associazione italiana dei costruttori edili), 9 milioni di edifici residenziali su 12 perderebbero l'idoneità. Anche se la minaccia di vietare vendita e affitto degli immobili non in regola sembra essere stato accantonato, l'inevitabile perdita di valore delle case che non saranno ristrutturate penderebbe come una spada di Damocle su molti piccoli proprietari, soprattutto dei paesi del centro e sud Europa.
Il pacchetto di norme è dunque un nuovo intervento a gamba tesa, che segue di poco il divieto di vendita di automobili con motori a combustioni in tutta l'Ue dal 2035. Un intervento che rischia ancora una volta di impoverire i cittadini e deprimere le economie.
Intendiamoci: combattere le emissioni è necessario e doveroso. Ma è altrettanto necessario evitare una ricaduta così devastante sulle persone. Meglio sarebbe creare un maxi-fondo per la ristrutturazione delle case, che sgraverebbe i cittadini europei da una scelta fra spese ingenti o deprezzamento degli immobili di proprietà.
La Cina riapre, il gas torna a livelli accettabili
Buone notizie, invece, dal gas: il prezzo al Ttf di Amsterdam si sta consolidando su valori sotto quota 60. L'inverno insolitamente mite e gli stoccaggi pieni hanno contribuito al ritorno a tariffe più sostenibili, che dovrebbero consentire un calo delle bollette pari al 20%-30% entro febbraio.
Oltre a rappresentare una notizia positiva dopo tanti shock e allarmi, il calo del prezzo del gas dovrebbe dare un contributo molto importante alla lotta contro l'inflazione – a riprova che le continue esternazioni di Christine Lagarde su questo tema sono difficilmente comprensibili.
Il petrolio, da parte sua, rimane a livello di guardia. Nel prossimo futuro, a innescare aumenti del greggio potrebbe contribuire la riapertura della Cina, che inevitabilmente contribuirà al ritorno delle automobili in strada. Tuttavia, la normalizzazione non è così prossima: la forza lavoro è ancora decimata dalle infezioni, il tasso di disoccupazione è troppo alto e la ripresa dei consumi sarà lenta e progressiva lungo l'intero corso dell'anno.
Oro ai massimi
Se il petrolio tiene, è l'oro a far registrare nuovi exploit. Complici l'indebolimento del dollaro, a -7% da fine anno a oggi, e nuovi approvvigionamenti da parte delle banche centrali, il metallo giallo si è avvicinato alla soglia dei 2.000 dollari l'oncia, facendo anche registrare un record di acquisto dal 1974 a questa parte.
Il nuovo rialzo dipende essenzialmente da fattori tipo psicologico. In un quadro che vede tassi alti un po' dappertutto, non ci sarebbe infatti ragione per un rafforzamento dell'oro. Tuttavia, questo investimento è ancora visto come una sorta di “polizza assicurativa” contro l'inflazione, anche se in realtà l'anno scorso ha fallito questo obiettivo. Negli investimenti, le decisioni basate sull'emozionalità sono prevalenti, e l'impressione “storica” che vede l'oro come una bene rifugio resiste ancora, sebbene la storia recente abbia dimostrato quanto questa percezione sia ormai immotivata.
Intelligenza artificiale a un bivio
Proprio per ridurre l'impatto emozionale dalle decisioni di investimento si sta facendo strada l'idea di un intervento massiccio dell'intelligenza artificiale nella definizione delle strategie – un trend che tra l'altro è già in atto da tempo. In prospettiva, l'automatizzazione potrebbe anche arrivare a un ridimensionamento del ruolo dei gestori, secondo un principio tipicamente americano che tende a delegare sempre più decisioni alla tecnologia togliendo spazio al processo umano. Tuttavia, è più probabile che i due aspetti possano convivere, come del resto avviene oggi.
Il ruolo della tecnologia nei processi decisionali è, d'altra parte, un tema centrale, se è vero che persino Papa Francesco ha recentemente parlato della coesistenza tra uomini e algoritmi e del ruolo dell'intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Un peso molto importante, con molti aspetti positivi, che però – ha ammonito il Pontefice – deve essere ben circoscritto: “la correlazione e l’integrazione fra la vita vivente e la vita vissuta”, ha detto Francesco, “non possono essere rimosse a vantaggio di un semplice calcolo ideologico delle prestazioni funzionali e dei costi sostenibili”.
Va da sé che i maggiori quesiti che investono l'intelligenza artificiale sono di tipo etico. Una nuova frontiera (il Papa, non ha caso, l'ha denominata “algor-etica”) che in alcuni casi è già stata oltrepassata, per condizionare le scelte dei consumatori o minacciare la privacy dei cittadini.
L'Unione Europea ha raccolto questa sfida abbozzando una regolamentazione quadro del settore. Un'idea buona che, però, rischia di sfociare nell'iperburocratizzazione tipica delle istituzioni comunitarie: i principi cardine Ue sono stati riuniti in una paccottiglia di 130 pagine.
La direttiva europea, pur con tutti i suoi difetti, è comunque da preferire rispetto all'approccio americano, che fedele alla sua natura iperliberista prevede un laissez-faire iniziale e una regolamentazione successiva. Un approccio che ha già mostrato i suoi limiti nel caso dei dati sensibili provenienti dalle bigtech e condivisi con le istituzioni americane.
Questa disparità di strategie contiene però un rischio molto grave: quello di assistere a una migrazione delle innovazioni europee verso il “liberi tutti” americano, per sfuggire alla burocrazia e alle regole e operare senza i vincoli di privacy e di rispetto del consumatore.
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La recessione più annunciata di sempre
Al World Economic Forum di Davos, la maggioranza degli economisti ha definito “estremamente probabile” una recessione in realtà prevista da mesi. Stupiscono invece i mercati, che hanno aperto il 2023 positivamente e potrebbero rimbalzare fino alla pubblicazione delle trimestrali
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana si è aperta con il ritorno del Word Economic Forum di Davos. Tra gli argomenti della kermesse, la lotta contro le disuguaglianze economiche e il contrasto alla crisi climatica del pianeta. Due iniziative senz'altro lodevoli, che però cozzano con il comportamento degli autorevoli invitati alla convention grigionese.
Un esempio su tutti; ha fatto scalpore la modalità con cui i congressisti hanno raggiunto la Svizzera, e cioè a bordo dei loro (superinquinanti) jet privati.
Già questo dato fa del Wef 2023 il festival mondiale dell'ipocrisia, in palese contraddizione sia con il contrasto alle disuguaglianze, sia con l'agenda “verde”. Gli aerei privati che hanno varcato lo spazio aereo della Confederazione – afferma un'indagine Greenpeace – inquinano come circa 350.000 auto e hanno quadruplicato le emissioni medie di Co2 in una settimana; inoltre, la maggioranza dei velivoli (53%) proviene da località sotto i 750 chilometri, raggiungibili senza particolari problemi anche in treno o in automobile (o almeno con un aereo di linea).
Per il resto, al World Economic Forum si è prevista una recessione per il 2023 (definita “estremamente probabile” dai due terzi degli economisti presenti) con una crescita debole in Europa e negli Stati Uniti.
Quella che tecnicamente stiamo già vivendo, si potrebbe commentare, è la recessione più annunciata di sempre. Anche se, è bene ricordarlo, ogni previsione, anche la più logica, può essere smentita.
Mercati tranquilli
A dimostrarlo è l'andamento dei mercati: ci si aspettava un periodo poco brillante, all'insegna dei cali e della scarsa redditività. E invece è avvenuto il contrario: i listini hanno aperto il 2023 molto bene.
Ora stiamo vivendo una prevedibile fase di riflessione, che dovrà consentire alle Borse di assimilare un inaspettato rimbalzo del 10%. A breve, dopo questo stop tecnico, i trend potrebbero tornare a crescere, per poi fermarsi con la pubblicazione dei primi dati trimestrali: gli utili (o almeno gran parte di essi) risentiranno della recessione e facilmente non saranno buoni. Per questo motivo, la strategia migliore è al momento quella prudente: rimanere negli investimenti ma evitare i rischi.
Ad approfittare della situazione positiva sono state (inaspettatamente) anche le criptovalute: bitcoin ed ethereum hanno rimbalzato e sembrano aver ricostruito una base solida e stabile. Vedremo nel corso dell'anno se avverrà un ritorno di questo asset o se invece si sarà trattato di un fuoco di paglia. Sicuramente, crisi e fallimenti hanno ridotto la platea degli investitori in criptovalute: secondo una ricerca di Kaspersky, diffusa pochi giorni fa, il 48% degli utenti ha rinunciato a utilizzarle perché teme di perdere denaro a causa della loro volatilità, mentre il 10% ha smesso di investirci dopo aver già lasciato denaro sul terreno.
Sempre consigliabile, invece, l'acquisto di obbligazioni. È impensabile recuperare ciò che si è perso l'anno scorso; tuttavia, scegliendo un orizzonte temporale triennale, è possibile portare a casa un 5%-6% annuo con un’attenta selezione.
Usa, rallenta l'inflazione
Negli Stati Uniti l'inflazione sta finalmente rallentando: i risultati di dicembre hanno mostrato una contrazione sia dei dati mensili, sia di quelli annuali, che con un +6,5% hanno fatto registrare i minimi da 14 mesi (a novembre il dato era del 7,1%).
Le indicazioni provenienti da oltre oceano non stupiscono: per accorgersi del calo generale dell'inflazione è sufficiente osservare la diminuzione sensibile dei prezzi delle materie prime. Una tendenza che, teoricamente, dovrebbe fare bene all'Europa ancor più che agli Usa. Non per niente, il nostro continente ha chiuso due mesi di inflazione negativa, anche se la comunicazione di questo dato non è stata del tutto chiara.
Il petrolio non decolla, la benzina sì
A proposito di materie prime, ci si chiede per quale motivo in Italia i prezzi della benzina alla pompa siano schizzati così in alto. Lo stop allo sconto delle accise non è sufficiente a spiegare un aumento così deciso delle tariffe al consumo, dato che il greggio è ancora sotto quota 90: non si capisce se davvero sia in atto una manovra speculativa, oppure se il rincaro dipenda dalle nuove sanzioni contro Mosca, che dallo scorso 5 dicembre hanno proibito il trasporto marittimo del greggio russo e dal prossimo 5 febbraio vieteranno anche il trasferimento di prodotti petroliferi provenienti dalla Federazione verso paesi terzi.
Il sindaco di Londra: “ridateci l'Ue”
La scorsa settimana hanno fatto scalpore le parole di Sadiq Khan sulla Brexit: il sindaco di Londra ha infatti denunciato apertamente i danni provocati dall'uscita inglese dall'Ue, chiedendo a gran voce un passo indietro (improbabile), o almeno l'apertura di trattative per una riadesione al mercato unico europeo, anche se dall'esterno (meno difficile).
A fare clamore è stata la modalità della comunicazione, apertamente critica nei confronti dei Conservatori, ma anche del leader laburista Kein Starmer, che ha dato per acquisita l'uscita dall'Ue, limitando il suo impegno a “far funzionare” la Brexit. Non ha invece stupito il contenuto del messaggio: Khan rappresenta una città cosmopolita come Londra, che aveva votato per rimanere nell'Ue e che ha subito gli impatti più negativi della crisi post Brexit. La capitale ha sofferto più di ogni altra città la carenza di manodopera straniera legata all'abbandono britannico dell'Ue e alle strette regole stabilite dall'ex premier Boris Johnson. Ha causato problemi anche l'uscita da Londra di persone molto abbienti, che hanno scelto di stabilirsi nel continente (anche Milano ne sta ricevendo benefici).
Più in generale, la Gran Bretagna ha chiuso il 2022 con un'inflazione più alta rispetto alla media europea.
Rincari in Giappone
Un rialzo dell'inflazione è avvenuto anche in Giappone, investito da un'ondata di aumenti. Simbolo della nuova situazione, il rincaro dei biglietti della metropolitana di Tokyo, fermi dal 1995 e cresciuti del 6%.
I rialzi hanno portato il premier Fumio Kishida ai minimi della popolarità tra i cittadini. Occorre però ricordare che il Giappone non è autosufficiente per l'energia e mantiene comunque un tasso di inflazione più basso rispetto al resto del mondo. Ovviamente – e questo accade dappertutto – i conti pubblici devono quadrare e a pagare il conto è solitamente la popolazione. Proprio per questo motivo occorrerebbe un approccio meno rigido al contenimento dei debiti pubblici, che non sono di per sé un male, a condizione che si dimostrino in grado di far crescere il PIL, sostenere il benessere degli abitanti e generare più crescita per il paese.
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2023, la riscossa dei bond?
Dopo 11 anni di performance poco attraenti, le obbligazioni potrebbero tornare a spiccare il volo. Poche attese, invece, sull'azionario, pesantemente condizionato dalla recessione in arrivo. E le materie prime...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'anno che si è appena chiuso ha causato molti incubi agli investitori. A essere colpiti sono stati soprattutto gli obbligazionisti, che nel corso del 2022 hanno perso molto di più rispetto al rialzo, continuo e graduale, dei tassi di interesse.
Ora, sono molti i segnali che suggeriscono un'inversione di tendenza: il 2023 potrebbe configurarsi come il primo in 11 anni a offrire rendimenti interessanti per i bond. La storia ci insegna che, dopo una serie di chiusure al ribasso, le obbligazioni tornano a crescere, con performance tra cedola attesa e capital gain che potrebbero arrivare fino al 10%.
Obbligazionario vs azionario
Sembra quindi che il 2023 possa davvero essere l'anno buono. La remunerazione attesa è decisamente golosa: senza spingerci sulle previsioni più ottimistiche, possiamo comunque attenderci rendimenti fra il 5% e il 7%.
La possibile riscossa dell'obbligazionario è uno dei motivi per cui probabilmente il mercato azionario non offrirà grandi spunti. Tutte le economie europee stanno entrando in recessione, anche se non si riesce a prevedere quanto il fenomeno sarà profondo. Se la depressione dell'economia assumesse una forma moderata, non assisteremmo a particolari crolli e magari a fine anno i mercati chiuderebbero in positivo, seppure di poco; in caso contrario, possiamo aspettarci un nuovo anno in calo. Comunque vada, dovremo rapportarci con una forte volatilità.
La grossa incognita viene, ancora una volta, dalla geopolitica: se la guerra russo-ucraina, come purtroppo sembra, dovesse protrarsi, l'impatto sull'economia reale potrebbe confermarsi negativo e la recessione rischierebbe di manifestarsi in forma pesante. A peggiorare ulteriormente la situazione, la crisi tra Serbia e Kosovo, meno impattante dal punto di vista economico (i due paesi dell'ex Jugoslavia non dispongono di materie prime importanti), ma preoccupante per la posizione dell'area nel cuore dell'Europa e per i timori di una nuova, pericolosa “balcanizzazione” degli equilibri continentali.
Il mix di partenza
Per l'azionario è dunque lecito aspettarsi un primo trimestre non facile, con i mercati che potranno scendere ancora un po' per poi riprendere nel corso dell'anno, con la possibilità (recessione permettendo) di chiudere in positivo. Ma realisticamente non ci si può aspettare una media maggiore del 5-6%.
Per questo motivo, è saggio iniziare con un mix moderato: una componente azionaria prudente, aspettando di valutare un aumento del suo peso nel corso dell'anno, e un investimento molto più costruttivo e aggressivo sull'obbligazionario perché, come già specificato, abbiamo già assistito al grosso delle perdite nel corso di quest'anno.
Materie prime
Resta il nodo delle materie prime. Difficile prevedere le nuove evoluzioni del prezzo del gas: certo è che le aperture russe sulle forniture all'Europa potrebbero tenere il costo del metano sotto controllo. Nonostante dichiarazioni contrastanti, Mosca ha ancora bisogno dei soldi europei e le sue forniture ai paesi Ue dovrebbero crescere nel corso di questi mesi, assicurando un'erogazione ragionevole almeno per i restanti mesi invernali.
Per questo motivo, non dovrebbero esserci choc da offerta: si prevede che il prezzo del gas non superi quota 100 e rimanga ben distante dall'alto price cap introdotto dall'Unione Europea.
Il petrolio rappresenta un altro punto di domanda, ma la situazione attuale suggerisce che difficilmente si avvicinerà ai picchi raggiunti l'anno scorso. Il prezzo potrebbe, tuttavia, aumentare per la fine delle restrizioni in Cina e il superamento di questa importante ondata di Covid.
Tassi: nessuna schiarita in vista
E i tassi? Difficilmente si abbasseranno a giugno, come qualcuno prevedeva non prima dello scorso mese. Per ora, anzi, non ci sono segnali di stop ai rialzi che, come in un ping pong Washington-Francoforte, vengono decisi dalla Fed e dalla Bce.
Una volta raggiunto un livello considerato accettabile, o coerente con le politiche antinflazionistiche, le banche centrali stabilizzeranno poi gli interessi, come è d'uso fare. Ci vorrà un po' per considerare la possibilità di invertire la tendenza e puntare sui ribassi: forse i tassi resteranno alti per tutto il 2023.
L'anno successivo, negli Stati Uniti, le cose potrebbero cambiare. Non per motivi strettamente legati alla lotta all'inflazione, ma per ragioni essenzialmente politiche: il 2024 è infatti anno elettorale per gli Stati Uniti. Jerome Powell, nominato da Donald Trump e confermato da Joe Biden, è al suo secondo quadriennio come presidente Fed: dovrebbe, quindi, conservare una certa indipendenza. Ma, come si sa, le pressioni della politica possono comunque rivelarsi forti.
Nell'Ue, invece, molto dipenderà dai prezzi delle materie prime, a cui l'inflazione europea è legata a filo doppio. La Bundesbank – che de facto detta la linea della Bce – prevede la possibilità di un rialzo dei tassi fino al 4%: anche in questo caso, prima dell'anno prossimo sarà difficile un rientro, anche parziale.
Certo è che la spirale inflattiva non colpisce tutti i paesi europei allo stesso modo: secondo uno studio di Confartigianato, a novembre dello scorso anno i prezzi dei beni energetici sono cresciuti mediamente del 34,9% nell'area euro e del 68,1% in Italia. Praticamente il doppio. A spiegare questo fenomeno può essere la speculazione, soprattutto su gas ed elettricità: l'Italia ancor oggi paga costi energetici più alti rispetto al resto dell'Eurozona.
Occorre quindi intervenire al più presto, per evitare che il paese finisca in stagflazione. E che il 2023, per l'economia, si riveli ancora peggiore dell'anno appena concluso.
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Si chiude un nuovo annus horribilis per i mercati finanziari
Le previsioni per il 2022 delineavano un periodo di ripresa, inflazione sotto controllo e buone prospettive per gli investimenti. Ma nessuna di queste congetture si è avverata: i mercati hanno dovuto fronteggiare incertezza, paura e perdite. Nell'azionario e, soprattutto, nell'obbligazionario. Al calo di quasi il 14% dell’indice Msci World (rappresentativo delle borse mondiali) misurato in euro e ai decrementi dei bond vanno aggiunti il deprezzamento dell’euro (del 7%) e la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione del 10%.
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le previsioni per il 2022 dell'economia mondiale erano decisamente tranquillizzanti. Le graduali riaperture dopo la lunga stagione dei lockdown e delle restrizioni inducevano a sperare in una ripresa, mentre i rincari di gas ed elettricità (già in atto nel 2021) non preoccupavano più di tanto.
Se dunque andassimo a rileggere le aspettative che gli economisti mettevano nero su bianco a fine dicembre 2021, osserveremmo una certa unanimità di giudizio su un 2022 solido, con inflazione sotto controllo e buone prospettive per il mercato. A titolo d’esempio, le aspettative sui tassi americani prevedevano di avere i Fed funds all’1% a fine dicembre 2022; invece oggi siamo al 4,25% e abbiamo assistito da parte della Federal Reserve alla più veloce stretta monetaria della storia.
Ipotesi smentite
Tutte le ipotesi espresse nel 2021 sono dunque crollate come castelli di carta. I mercati azionari hanno incontrato una lunga fase di ribasso, recuperando poi con un rimbalzo di lunga durata, ma insufficiente, mentre l'obbligazionario ha archiviato la peggiore stagione da 50 anni a questa parte, pur con prospettive di recupero per il 2023. Risultato: per la quarta volta da sempre (le altre, nel 1931, 1941 e 2018), azioni e bond hanno chiuso l'anno in negativo.
Ancora più allarmante la situazione delle materie prime, con il gas che ha raggiunto livelli record nel corso dei primi mesi della guerra russo-ucraina, per poi tornare a prezzi più gestibili (ma comunque ancora troppo alti) e il petrolio, che è schizzato in alto prima di attestarsi in un territorio più neutrale.
Risultato di questo annus horribilis: crescita dell'inflazione attorno al 10% nel mondo occidentale ed economie che stanno per entrare in recessione.
Azionario
Che le previsioni di fine dicembre non fossero corrispondenti a realtà lo si era capito fin dall'inizio dell'anno. Dopo i primi tre giorni all'insegna della crescita, la prima settimana di gennaio si era infatti chiusa con forti cali dei mercati, sia azionari, sia obbligazionari.
Inizialmente, il fenomeno sembrava passeggero e poco preoccupante. Ma la crisi sul confine russo-ucraino, che avrebbe poi portato all'invasione da parte di Mosca e al conflitto tra i due più importanti stati ex sovietici ha buttato in acqua un altro cigno nero, a un paio d'anni di distanza dall'esplosione del Covid.
Il calo dei mercati azionari è proseguito fino a fine estate e il rimbalzo d'autunno – pur solido e rassicurante – ha offerto un recupero solo parziale delle perdite accumulate nel corso dell'anno. Nell'azionario, i mercati europei chiuderanno dunque a -10%, l'indice S&P a -20% circa e il Nasdaq a -33%. Pur meno coinvolte dalla guerra russo-ucraina, anche le Borse asiatiche archivieranno l'anno con un arretramento. In totale, l'indice Msci World, rappresentativo di tutte le Borse mondiali, chiuderà il 2022 con un calo di quasi il 14%.
Obbligazionario
Se l'azionario è calato, l'obbligazionario ha subito un vero e proprio crollo. I bond chiuderanno il 2022 con perdite ampiamente superiori al 10%, registrando l'anno peggiore degli ultimi 50.
Se esaminiamo solo i governativi dell'area euro, osserviamo che l'arretramento è stato di circa il 14%. L'anno scorso tutti i bond dei paesi che adottano la nostra moneta con scadenze fino a cinque anni davano rendimenti negativi (Grecia compresa), mentre oggi non ce n'è uno che non offra performance positive (Germania inclusa: il Bund decennale è salito da un -0,17% al 2,2%).
Discorso non troppo diverso per gli Stati Uniti, dove il Treasury era già in territorio positivo (1,5%) ed è balzato oltre il 3,5%.
Inflazione spinta dal gas
Nel 2022, molte materie prime hanno raggiunto picchi preoccupanti, per poi scendere e attestarsi su prezzi più sopportabili.
Il caso più clamoroso, che ha fatto tremare le economie di mezzo mondo, è rappresentato dal gas, la cui galoppata vorticosa ha rischiato di mandare a terra l'intera Europa. Il caro-bollette – fenomeno ancora in corso, nonostante il ritorno dell'oro blu a livelli prebellici – ha provocato la chiusura di varie aziende, soprattutto in Italia e Germania, mettendo a serio rischio l'esistenza di intere filiere produttive, oltre che la solvibilità delle famiglie.
Gli interventi di alcuni paesi per arginare salassi (Spagna e Portogallo prima, Germania poi) e il calo dei prezzi hanno mitigato eventuali conseguenze. Ma nulla ha potuto fermare l'inflazione, che in Europa è meno facile da combattere rispetto a quanto avviene nel resto del mondo, proprio perché legata al prezzo del gas e ai timori di non poterne ricevere a sufficienza.
Anche per questo motivo è difficile prevedere se il metano salirà di nuovo, resterà ai livelli attuali (comunque ancora molto, troppo alti rispetto a quelli storici) o diminuirà ancora, anche grazie al tempo eccezionalmente mite che sta contraddistinguendo il periodo natalizio. Certo, se i valori del gas dovessero rimanere sotto quota 100 ci si aspetta una decisa riduzione delle bollette dal prossimo mese, o al massimo da febbraio. Se ciò non avvenisse, sarebbe doveroso indagarne i motivi ed evitare che qualche fornitore sfrutti la situazione di incertezza per interessi personali.
Petrolio sulle montagne russe
Per un certo periodo, coincidente con i record dei prezzi del gas, anche il costo del petrolio era schizzato molto in alto. Il fenomeno aveva costretto il governo italiano a diminuire provvisoriamente le accise, che notoriamente pesano sul prezzo del pieno in misura maggiore rispetto allo stesso costo del carburante. Una decisione che ha provocato anche conseguenze imprevedibili – come la situazione che ha visto il “sorpasso” dei costi benzina alle pompe svizzere (storicamente meno care) rispetto a quelle italiane.
La recente diminuzione dello sconto fiscale sul carburante, deciso dal governo Meloni, non ha influito molto sui prezzi alla pompa, rimasti stabili a causa di un calo degli indici Brent e Wti.
Ma il futuro è incerto. A provocare un nuovo rialzo del petrolio potrebbero contribuire decisioni dell'Opec+, la ricostituzione delle riserve strategiche da parte degli Stati Uniti e la ripartenza della domanda di oro nero in Cina.
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Il non-accordo sul gas
Dopo oltre un anno di proposte, discussioni e confronti, l'Unione Europea ha messo nero su bianco l'intesa definitiva sul metano, partendo dal compromesso raggiunto lo scorso mese. Ma il documento è, in realtà, una mancata decisione, che fissa il price cap a un importo altissimo. E difficilmente raggiungibile.
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Poco più di un mese fa, gran parte dei media aveva annunciato con una certa enfasi il raggiungimento di un compromesso sul gas in Europa, celebrando una vittoria del governo italiano. Un approccio positivo condiviso dall'ex premier Mario Draghi, che lasciando Palazzo Europa aveva commentato con un eloquente “È andata bene”. Unico nodo, si leggeva sui giornali dell'epoca, l'esatta quantificazione del price cap – questione non di poco conto, dato che le tariffe, insieme ad approvvigionamento e stoccaggio, sono i punti centrali del problema.
È passato un mese e l'accordo è stato messo nero su bianco. E la “vittoria italiana” si è ridimensionata al livello della prestazione della nazionale di calcio contro la Macedonia del Nord, che ha precluso agli azzurri la partecipazione al mondiale qatariota. Per l'Italia l'accordo non è, quindi, una vittoria, ma una sconfitta. Si è deciso di fissare un prezzo unico, sì, ma solo nel momento in cui la quotazione del gas dovesse oltrepassare l'importo-monstre di 275 euro al kilowattora. Un livello che è stato fugacemente superato solo nell'ultima parte di agosto, per poi rientrare rapidamente e stabilizzarsi intorno a quota 100. Un livello quasi impossibile da raggiungere nel futuro.
La disfatta italiana, che solleva molti interrogativi sugli ultimi sei mesi del governo Draghi e sull'effettiva capacità dell'ex premier, si sostanzia anche nell'impossibilità di interventi troppo incisivi del governo sull'abbattimento dei costi delle bollette. La Germania mette sul piatto 200 miliardi per calmierare i costi energetici, mentre la Spagna e il Portogallo hanno da tempo fissato un tetto autonomo al prezzo del gas, con il nulla osta di Bruxelles. L'Italia, questo, non lo può fare, per non correre il rischio di trovarsi la troika alle porte di casa.
Black Friday, non è tutto oro quel che luccica
I soldi spesi dalle famiglie per l'energia sono, naturalmente, risparmiati altrove. Anche per questo motivo in Italia il Black Friday ha avuto molto successo. Semplicemente, nella settimana degli sconti si sono acquistati in anticipo i regali di Natale a prezzo ridotto.
Una notizia che non è del tutto buona per l'economia reale: chi ha fatto shopping nel corso di questa settimana, infatti, non comprerà a dicembre, salvo doni last minute. Uniche eccezioni, l'abbigliamento invernale – con molti capi rimasti sugli scaffali a causa delle temperature insolitamente miti di questo autunno – e gli alimentari a breve scadenza, il cui prezzo pieno potrebbe però essere condizionato dalla shrinkflation (minore quantità allo stesso prezzo). Già ora, a Milano i panettoni da un chilo sono scesi a 750 grammi, mantenendo invariati i listini ma evidenziando un rincaro reale a due cifre.
L'inflazione torna a scendere?
Il Black Friday non ha condizionato i mercati finanziari, che hanno archiviato una settimana molto tranquilla (anche per la chiusura americana in occasione del Giorno del Ringraziamento).
Al momento, l'Europa sta comunque tenendo meglio rispetto al mercato Usa, condizionato dalle tensioni sui titoli tecnologici.
Ottime notizie sul fronte dei bond. La scorsa settimana è infatti avvenuto il primo rimbalzo importante della componente obbligazionaria, che genera molto ottimismo: i prezzi delle materie prime stanno tornando sotto controllo, spingendo l'inflazione europea e americana in un percorso che dovrebbe portarla a livelli normali (2%-3%).
Da questo punto di vista, i dati di oltre oceano sono incoraggianti e i primi numeri provenienti dai Länder tedeschi evidenziano il ritorno a un'inflazione negativa. A titolo di esempio, la Renania Settentrionale-Westfalia è andata sotto zero a fronte dell'1,5 mensile registrato finora.
Tassi, ancora rialzi all'orizzonte
L'outlook positivo sull'inflazione sta spingendo la Federal Reserve a una riflessione sul costo del denaro, anche se non a breve termine: il presidente Jay Powell ha infatti gelato le speranze degli americani, affermando che, prima di tornare in territori più neutrali, i tassi potrebbero crescere oltre il 5% previsto dai mercati.
Anche la Banca Centrale Europea sembra non volersi fermare: dopo la generica intenzione, espressa nelle sue minute, di adattare le scelte strategiche sul costo del denaro all'andamento dell'inflazione, Francoforte ha alla fine sposato le tesi dei “falchi”. A togliere ogni dubbio è stata proprio Christine Lagarde, in audizione al Parlamento europeo: la presidente Bce ha comunicato che l'istituto centrale è deciso a prendere le “misure necessarie” per far rientrare l'inflazione. Se non si fosse capito, le “misure necessarie” sono un ulteriore rialzo dei tassi.
I mercati sembrano però continuare a puntare su un rallentamento dei rialzi americani: lo si comprende dalla lenta risalita dell'euro sul dollaro, che si attesta fra l'1,05 e l'1,10. Sul fronte valutario si sta quindi tornando a dinamiche più aderenti alla realtà e al valore delle monete. Il dollaro sotto l'euro era un fenomeno bizzarro, considerati gli squilibri della bilancia commerciale Usa. Gli Stati Uniti hanno un debito enorme nei confronti di vari paesi del mondo: in questa situazione era illogico che la sua valuta potesse proseguire su posizioni di forza.
Petrolio sotto controllo
A far crescere l'inflazione italiana potrebbe invece contribuire il rialzo della benzina: da domani, lo sconto sulle accise passerà, per i privati cittadini, da 30,5 a 18,3 centesimi per litro (resta, però, il regime agevolato per gli autotrasportatori). In pratica, il costo di mille litri di rifornimento aumenta da 478,40 a 578,40 euro.
La decisione, che pone fine a una tassazione meno pesante sui carburanti, ha destato varie proteste, ma risponde alla logica di trovare denaro per finanziare i provvedimenti sulle bollette e il sostegno alla fascia più debole della popolazione. La coperta è corta: probabilmente, fra otto mesi occorreranno interventi straordinari di supporto per chi non ha un lavoro e per chi è in difficoltà economica. E per questo servirà denaro.
L'impatto della misura potrebbe essere attutito dall'attuale andamento del prezzo del petrolio, che attualmente veleggia fra i 78 e i 90 dollari al barile. Il livello attuale dell'oro nero risente anche dell'atteggiamento morbido degli Stati Uniti nei confronti del principe saudita Bin Salman e del suo presunto coinvolgimento nell'omicidio del giornalista Jamal Kasshoggi. Il presidente Joe Biden ha dichiarato che l'erede al trono dei Saud è in possesso dell'immunità, spegnendo sul nascere le aspettative su un eventuale processo contro il principe. Dopo l'intervento del presidente Usa, il prezzo del greggio ha iniziato magicamente a stabilizzarsi.
Ciò dimostra, se ce ne fosse bisogno, la mancanza di etica da parte degli stati, che ricorrono a sanzioni (peraltro inutili) solo quando i loro interessi politici ed economici non sono minacciati.
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Trimestrali positive, mercati felici
Gli ultimi dati di bilancio delle società quotate hanno fatto registrare performance migliori del previsto, rafforzando ulteriormente il rimbalzo. Bene le blue chip italiane, che stanno distribuendo cedole particolarmente ricche. Mentre le obbligazioni...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il momento favorevole dei mercati sembra poter continuare. Le trimestrali sono andate un po' meglio delle aspettative e hanno sostenuto il rimbalzo già in atto da ottobre. Occorrerà ora vedere che cosa succederà quando, prima di fine anno, sarà comunicato l'outlook sul 2023. Le previsioni per ora non sono incoraggianti, ma questo non significa che il circolo virtuoso si fermi. Ricordiamolo: i mercati anticipano i trend e quindi possono sconvolgere i piani. Non per niente, hanno iniziato a scendere quando le prospettive sembravano decisamente positive e sono tornati a salire nel mezzo di un periodo molto burrascoso. E continuano a crescere.
Bene le blue chip italiane
Continuano a crescere, nonostante eventi che avrebbero potuto fermare la ripresa delle quotazioni. Come il caso dei missili ucraini in Polonia. O come la dichiarazione poco lungimirante di Christine Lagarde, che ha ricordato quanto sia aumentato il rischio recessione (c'era bisogno di sottolinearlo?) e che la stretta monetaria continuerà.
I mercati, insomma, sembrano aver sviluppato un “sistema immunitario” abbastanza forte, in grado di proteggerli da eventi sfavorevoli.
Ora ad aver problemi sono gli investitori che sono rimasti fuori. Quelli che, dopo i minimi del 30 settembre e del 6 ottobre, hanno preferito aspettare. E che ora attendono uno storno per poter entrare in extremis nell'investimento, mentre le blue chip italiane stanno distribuendo rendimenti molto generosi (un esempio su tutti, Mediobanca, che ha staccato cedole di 75 centesimi, con un ritorno sul capitale pari all'8,5% circa).
Ciò che sembra abbastanza chiaro è che ormai è passato il momento per esporsi in modo forte sull'azionario. In ottobre, l'acquisto di titoli era caldamente consigliato. Oggi è preferibile non superare il 20% del paniere, magari concentrandosi sulle big italiane, che come abbiamo visto sono in ottima salute e sostengono la nostra economia.
È il turno delle obbligazioni?
Chi invece non è (ancora) rimbalzato è il mercato obbligazionario. Nel 2022, le strategie passive o statiche in obbligazioni hanno perso e chi ha investito in bond da “cassettista” si è visto sfuggire di mano fra il 10% e il 20% dei suoi capitali - somma che non sarà più possibile recuperare, a meno di cambiare strategie di investimento e andare verso strategie attive con un alto grado dinamicità nella gestione delle scadenze.
Particolarmente redditizio è il Btp, che attualmente è più interessante rispetto al Bund. Il buon momento dei titoli di stato ha scatenato una corsa alla sottoscrizione, spinta anche dalla sicurezza di questo strumento (il paese non è mai fallito), dalle agevolazioni fiscali (in primo luogo l'esenzione dalla tassa di successione) e la buona comunicazione che li accompagna.
Petrolio, navigazione tranquilla
Non è riuscita la manovra dell'Opec+ per aumentare il prezzo del petrolio. Il prezzo veleggia sugli 80 dollari, quotazione che poi rappresenta il valore reale del greggio. A rendere possibili questi livelli sono soprattutto due fattori: l'aumento dei casi Covid in Cina, affrontati con le usuali restrizioni che contraddistinguono la strategia di Pechino, e la situazione americana dopo le elezioni di mid term. I democratici, è vero, si sono salvati dalla cosiddetta “onda rossa” (cioè repubblicana) che sembrava inevitabile, ma hanno comunque perso il controllo della camera. Con il Congresso diviso è quindi più difficile ricostituire le riserve strategiche di petrolio – operazione che avrebbe inevitabilmente causato rincari.
I risultati split delle votazioni influiranno anche sulla spesa pubblica e sull'acquisto di armi per l'Ucraina: entrambe le voci di spesa saranno probabilmente ridotte.
Questo contribuirà a rafforzare il freno all'inflazione, che sta determinando i trend attuali dell'economia americana.
Londra, mancano 55 miliardi
Decisamente peggiore la situazione in Gran Bretagna, dove mancano 55 miliardi di sterline alle casse pubbliche. Ad attendere il cancelliere dello scacchiere Jeremy Hunt è un lavoro molto difficile e impopolare: sembrano scontati un taglio alla spesa pubblica e un aumento delle tasse, che porterà il carico fiscale dal 36,4% al 37,5% del prodotto interno lordo. In parole povere, il livello massimo dalla fine della seconda guerra mondiale.
Le conseguenze? Semplice: il tenore di vita dei cittadini britannici – almeno secondo le stime dell'Office for Budget Responsibility – scenderà del 7,1% nel prossimo biennio, facendo segnare la contrazione maggiore dai primi anni Sessanta. E con poche prospettive di un rovesciamento della situazione: nel 1962 l'economia inglese poté aggrapparsi a un vero e proprio jolly, costituito dall'affermazione dei Beatles e di tutte le band musicali della British Invasion, che risollevarono il fisco di Sua Maestà. Mentre attualmente non c'è nulla di lontanamente simile all'orizzonte. Oggi si intravedono un calo del Pil (-1,4% nel 2023, con un recupero dell'1,3% l'anno successivo) e un'inflazione record, attualmente oltre l'11% e al 7,4% nel 2023.
I dati mostrano quanto sarebbe stata utile, per la Gran Bretagna, la permanenza nell'Ue. Un'istituzione per certi aspetti criticabile e riformabile, ma decisamente imprescindibile. Almeno per una realtà come Londra.
La crisi di Twitter (e delle criptovalute)
A trascorrere un periodo particolarmente critico è anche Twitter, dopo le ultime mosse di Elon Musk. I tagli improvvisi al personale e le nuove, discutibili policy per i dipendenti, che hanno provocato esodi di massa (e tentativi frettolosi di riassunzione di vari lavoratori appena licenziati), hanno fatto temere una chiusura del social network entro lunedì scorso, per mancanza di risorse. Nulla di tutto questo è accaduto: la piattaforma è regolarmente on line e funzionante.
Per quanto alcune scelte di Musk siano criticabili, è pur vero che il patron di Tesla non gode di buona stampa. Un esempio su tutti: proprio come Twitter, anche Facebook e Amazon hanno comunicato licenziamenti in massa; Jeff Bezos ha addirittura fatto coincidere l'annuncio dei tagli di personale con il conferimento di metà del suo patrimonio in attività filantropiche. Tuttavia, l'opinione pubblica ha reagito con il classico “doppiopesismo”.
Forse non si perdona a Musk di essere vicino al partito repubblicano – che notoriamente non gode di troppe simpatie nell'establishment – mentre l'approccio è più morbido nei confronti di Zuckerberg e Bezos, che finanziano i democratici.
Proprio come faceva Sam Bankman-Fried, l'uomo al centro del crack Ftx che ha messo in ginocchio le criptovalute. Che fine faranno ora le monete virtuali? Gli osservatori sono divisi sulla possibilità di una ripresa o sulla chiusura definitiva di un progetto. Probabilmente, varie crypto finiranno per marginalizzarsi o sparire e rimarranno in campo le 20 più forti e affidabili.
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Usa, le elezioni non fermano il rimbalzo
Negli Stati Uniti, le consultazioni di “mid term” sono ancora in bilico. Ma qualsiasi risultato non dovrebbe frenare la ripresa dei mercati, che è proseguito nonostante il rialzo dei tassi. Ottimi dati, invece, dall'economia italiana: il terzo trimestre vede una crescita, trainata dal turismo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le elezioni di mid term americane sono ancora in bilico. Mentre la Camera dei rappresentanti sembra procedere verso una maggioranza repubblicana – ma meno ampia del previsto – il Senato (che rinnova solo un terzo dei suoi membri) si sta giocando seggio per seggio. I risultati ufficiali potrebbero essere noti fra alcuni giorni: sono probabili ricorsi e richieste di riconteggi, soprattutto se i collegi incerti dovessero mostrare maggioranze sul filo di lana.
Due strade aperte
Ciò che è quindi impossibile è una vittoria netta di uno dei due partiti. Un'affermazione democratica era ritenuta molto difficile, mentre è ancora possibile la conquista, da parte dei repubblicani, di entrambe le camere (anche se, come visto, con una maggioranza risicata in Senato). In questo caso, l'agenda Biden perderebbe forza e il presidente – pur con diritto di veto - dovrebbe accettare compromessi, soprattutto sulla spesa pubblica “a pioggia” attivata per le conseguenze della pandemia. Più ardua, in caso di doppia vittoria repubblicana, la marcia forzata verso l'abbandono delle energie fossili, mentre sarebbero forti le pressioni nei confronti della Fed per un’inversione di tendenza sui tassi. Possibile anche un parziale disimpegno sulle armi all'Ucraina, o almeno una richiesta di rendiconto da parte di Kiev.
Se invece il Congresso risultasse diviso, i cambiamenti possibili sarebbero minori. La situazione potrebbe piacere al mondo del business, che di solito apprezza la soluzione split, foriera di minori trasformazioni dal punto di vista economico.
I tassi contano di più
Dal lato mercati, tuttavia, non cambierà moltissimo; chiunque sia il vincitore, il rimbalzo dovrebbe proseguire senza particolari problemi. Un po' perché, se si guarda agli Stati Uniti, le elezioni del Presidente hanno un impatto maggiore sull'economia piuttosto che il rinnovo delle camere. E un po' per le dinamiche fatte registrare dai mercati: il rimbalzo di ottobre è infatti proseguito persino in un contesto di continui aumenti dei tassi operati dalla Federal Reserve. Anche se, è bene ricordarlo, di solito gli effetti di queste operazioni sul costo del denaro non hanno conseguenze immediate, ma iniziano ad avere effetto dopo almeno uno o più trimestri.
Nessuno può prevedere in che condizioni sarà l'economia americana fra tre mesi. Ma fa ben sperare la dichiarazione di Jerome Powell, presidente della Fed, che ha annunciato un probabile stop ai rialzi dei tassi. Una decisione che avrà un ruolo molto importante nell'andamento dei listini.
Il mercato americano, dunque, guarda più alle decisioni della Federal Reserve che non ai risultati delle elezioni di medio termine. Piuttosto, il ricambio delle camere ha spesso confermato (o innescato) rialzi, indipendentemente dall'esito rivelato dalle urne. E questo è un ulteriore elemento che fa ben sperare.
La riscossa dell'obbligazionario
Sia però chiara una cosa: quando parliamo di “rimbalzo di ottobre”, ci riferiamo a una crescita dei mercati dal -25% al -16%. La strada, dunque, è ancora lunga, anche se – è bene ricordarlo – la ripresa ha creato nuove opportunità di investimento. Nell'azionario, ma anche nell'obbligazionario. Ora è possibile scegliere bond che rendono mediamente dal 5% al 7%, con punte ancora più alte. È il caso di alcuni titoli bancari (anche italiani) o di società d’oltre oceano attive sulle materie prime, che attualmente assicurano una performance dell'8%.
Il petrolio torna a salire...
Il prezzo del petrolio intanto è tornato a crescere. Dopo essere calato sotto l'asticella dei 90 dollari, ora sembra aver recuperato l’impeto rialzista. Le politiche improntate al calo della produzione caldeggiate dall'Arabia Saudita (e appoggiate anche dalla Russia) hanno dunque influito sul prezzo, nonostante l'utilizzo delle riserve strategiche americane da parte dell'amministrazione Biden, vero e proprio freno a mano ai prezzi utilizzato a fini essenzialmente elettorali.
Ora però, a urne chiuse, le riserve strategiche dovranno essere ricostituite, almeno in parte. Questa politica causerà quasi sicuramente un ulteriore rialzo del prezzo del greggio, che potrebbe superare nuovamente quota 100.
… e il gas scende
Sale il petrolio, scende il gas. Il prezzo del metano, pur più alto rispetto agli anni scorsi, è tornato a valori più sopportabili, nonostante l'inerzia da parte delle autorità europee. Ad abbattere la domanda (e le tariffe) sono state niente altro che dinamiche di mercato: il quasi completamento degli stoccaggi da parte dei paesi europei, le temperature autunnali molto clementi e, purtroppo, la chiusura di varie aziende, causata proprio dai rincari delle bollette precedenti.
Resta però aperto il nodo dello stop alla vendita di automobili a benzina che, per decisione dell'Unione Europea, partirà nel 2035. I problemi, già ampiamente sottolineati, riguardano la distruzione di un'industria europea particolarmente forte come quella dell'automotive e le incognite legate al prezzo dell'energia (meno controllabile, come abbiamo visto ultimamente, rispetto a quello del petrolio). A queste incognite se ne aggiunge una terza: in tutta probabilità, sarà solo l'Unione Europea ad applicare questa misura drastica. Tre subcontinenti come Stati Uniti, India e Cina andranno avanti con la vendita delle automobili endotermiche. Rendendo l'operazione inutile per l'ambiente e dannosa per la competizione fra le aziende europee e quelle del resto del mondo.
Il turismo traina la crescita
Sul fronte economico interno continuano le notizie positive: l'Italia ha archiviato dati provvisori molto buoni per il terzo trimestre. Rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, l'incremento si è attestato sulla percentuale del 2,6% e quello raggiunto nel corso dell'anno del 3,9%.
Un grande contributo a questi risultati, per molti versi inattesi, è stato fornito dal turismo, e non solo quello di prossimità: nel corso di quest'anno si sono registrati anche grandi flussi di vacanzieri da Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina, che hanno colmato le assenze forzate dei turisti russi.
Per questo motivo, la clamorosa scoperta di 24 statue etrusche e romane a San Casciano dei Bagni, oltre a rivelarsi un tesoro inestimabile dal punto di vista culturale, avrà conseguenze molto positive sull'economia italiana. Il nostro “petrolio” è costituito dalla storia e dal patrimonio artistico, monumentale e paesaggistico che ogni singola area geografica del paese può offrire: la sfida è riuscire a utilizzarlo anche come carburante per una nuova crescita economica.
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Gas: quell'accordo che accordo non è
Il Consiglio Europeo ha finalmente messo nero su bianco i termini che dovrebbero portare a un tetto alle tariffe di metano e di energia elettrica. Ma il compromesso raggiunto dopo quasi 12 ore di riunione segna, in realtà, solo l'inizio di una roadmap, i cui termini devono essere ancora definiti
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo quasi 12 ore di riunione, il Consiglio Europeo ha finalmente partorito un accordo sul gas. O, almeno, quello che i media hanno definito tale. E che in realtà tale non è. Si tratta, invece, di un invito ai ministri dei paesi Ue e alla Commissione di avanzare con “urgenza” decisioni per fermare il caro-metano. In pratica, si dà mandato di studiare un possibile modello di tetto al gas usato per l'elettricità (sul modello spagnolo e portoghese), un nuovo benchmark complementare con l'obiettivo di “prevenire picchi di prezzo e manipolazioni”, e l'acquisto congiunto di metano.
Casella 58
Nessuna risoluzione, quindi, ma l'inizio di un percorso, l'apertura di una roadmap che dovrà portare a una decisione. Un traguardo salutato come epocale ricorda un po' la casella 58 del Gioco dell'oca – quella, cioè, che obbliga a tornare alla casella di partenza.
Tutto questo mentre, come al solito, ognuno pensa di aver portato a casa il risultato migliore per il proprio paese. Ancora una volta, l'Ue ha purtroppo evidenziato l'incapacità di abbracciare una strategia comune. Un'incapacità che poi alimenta il montante euroscetticismo che sta crescendo ai quattro angoli dell'Unione e che era un fenomeno del tutto marginale prima della crisi dei debiti sovrani.
Paradossale che, nel mentre, il gas stia calando autonomamente – non certo per le decisioni della classe politica europea, ma per normali (chiamiamole così) dinamiche legate ai mercati. Il costo del metano è sceso sotto quota 100 e ad Amsterdam, per qualche minuto, ha addirittura registrato un prezzo negativo (sulle consegne “next hour” durante le contrattazioni di lunedì pomeriggio). Queste dinamiche ci fanno comprendere quanto sia irresponsabile continuare a legare i prezzi dell'energia (e la vita di milioni di persone) a bizzarri schemi deregolamentati che agevolano la speculazione più estrema.
Europeisti? Sì, ma...
Velate critiche alla lentezza delle autorità comunitarie sulla risoluzione del caro-gas sono arrivate anche dalla nuova premier italiana Giorgia Meloni nel corso del suo discorso programmatico pronunciato ieri alla Camera.
La leader di Fratelli d'Italia ha rassicurato i deputati sulla prosecuzione di una linea europeista, dichiarando che il governo rispetterà le regole in vigore. Cercando però di contribuire alla riforma, nelle sedi opportune, di quelle che non hanno funzionato, come il patto di stabilità e crescita.
Nel contempo, Giorgia Meloni ha promesso un intervento nazionale per aiutare famiglie e aziende a fronteggiare il caro-bollette e carburante. Previsto anche un piano per la diversificazione delle fonti di energia che ha l'obiettivo di accelerare l'avvicinamento alle energie rinnovabili, sfruttando anche le condizioni climatiche favorevoli del Mezzogiorno.
Luce verde agli investimenti esteri (con un contrasto a “logiche predatorie”) e al Pnrr, che secondo la premier ha il compito di rimodernare il paese. Un corretto utilizzo di questo piano, ha puntualizzato, favorirebbe anche una svolta culturale che porti alla lotta contro le pastoie burocratiche, forte ostacolo alla crescita economica.
Downing Street: altro giro, altro premier
Se una donna si insedia alla testa di un governo, un'altra alza bandiera bianca. Si tratta di Liz Truss, che si è dimessa da premier britannica lasciando campo libero a Rishi Sunak, da lei recentemente sconfitto nella corsa a leader conservatore.
L'ennesimo avvicendamento a Downing Street sembra aver rassicurato i mercati, un po' per le posizioni meno radicali del nuovo premier dal punto di vista fiscale, un po' per l'esperienza pregressa del nuovo primo ministro come cancelliere dello scacchiere, un po' ancora per gli anni trascorsi nel mondo della finanza.
Sunak, johnsoniano di ferro e brexiteer della prima ora, avrà il compito proprio di arginare i problemi che stanno affliggendo Londra in seguito all'uscita dall'Unione Europea: la bilancia commerciale costantemente in passivo, l'impossibilità di attingere facilmente a lavoratori temporanei comunitari per soddisfare l'eccesso di domanda (come nel caso della carenza di rifornimenti, dovuta alla scarsità di camionisti) e l'arretratezza degli investimenti esteri, che stanno abbandonando il paese per l'Unione Europea, mercato che con i suoi 300 milioni di consumatori è decisamente più attraente.
Ltro: addio o arrivederci?
Cambiano i governi, non cambia la politica delle autorità monetarie sui tassi. Scontato un nuovo rialzo sia per la Fed (atteso un ritocco di 75 punti), sia della Bce. Le banche centrali, dunque, proseguono in una strategia anti-inflazione dalla dubbia utilità, mentre più di metà dell'Eurozona – Italia compresa - è già in recessione tecnica (l'aggettivo non inganni: si tratta di una recessione “vera” in tutto e per tutto).
I tassi alti potrebbero avere ripercussioni negative specialmente sul mercato immobiliare, la cui contrazione sembra inevitabile nel caso in cui diminuissero le richieste di mutuo casa. Un'eventualità probabile: basti pensare che in Italia il mutuo a tasso fisso a dieci anni era ancora al 1,10% il 10 gennaio, e ora naviga sul 4%.
Un rallentamento del real estate danneggerebbe molti settori dell'economia, di cui il comparto immobiliare è un vero e proprio volano: a ogni acquisto di abitazione fanno seguito le ristrutturazioni, che creano nuove occasioni di lavoro e mantengono fiorente l'indotto.
Oltre al rialzo dei tassi, l'agenda della Bce prevede anche la fine delle aste Ltro, che in tutta probabilità andranno a scemare gradualmente.
La decisione è però molto rischiosa, dato che già oggi i problemi di liquidità sono evidenti. Proprio per questo, non è escluso che lo stop alle aste possa essere seguito a breve termine da una loro riapertura, magari con un altro nome e caratteristiche leggermente diverse.
Transizione alle auto elettriche, urge un ripensamento
È invece calma piatta per il petrolio, il cui prezzo è tornato a calare, Per ora, il tentativo saudita di alzare il prezzo mediante un calo di produzione non ha sortito effetti, anche e a causa della riconferma di Xi Jinping alla testa del Partito Comunista cinese: il leader di Pechino è un sostenitore della politica “zero Covid”, che prevede frequenti lockdown e un conseguente calo di domanda di greggio e di investimenti occidentali. Tuttavia, si teme un nuovo rincaro dell'oro nero dopo le elezioni americane di mid term, se gli Stati Uniti scegliessero di formare nuovamente le loro riserve strategiche.
A lungo termine, invece, la domanda di petrolio potrebbe rivelarsi maggiore del previsto, dato che il caro energia rischia di far saltare la transizione elettrica nell'Ue entro il 2035. Secondo uno studio pubblicato due giorni fa da Facile.it, oggi ricaricare un'auto elettrica costa il 169% in più rispetto all'anno scorso. Mentre in alcuni casi la benzina e il diesel iniziano a essere più convenienti della scelta “non fossile”.
La crisi energetica persuaderà probabilmente la politica a fare un passo indietro e rivedere, almeno parzialmente, la sua scelta radicale di stop alla vendita di vetture tradizionali. Troppo rischioso dipendere da una variabile, come l'energia, che può provocare problemi ben maggiori rispetto al petrolio – non solo in termini di costo, ma anche di approvvigionamenti.
Oltre a questa problematica recente, restano in piedi gli altri dubbi legati a un cambio così repentino e netto: le incognite legate all'elettrosmog, decisamente sottovalutato; il rischio di distruzione di un'industria, come l'automotive, molto forte in Italia, Germania e Francia; la consegna della mobilità europea nelle mani delle industrie cinesi, molto presenti nel settore delle auto elettriche.
Problematica, quest'ultima, sollevata anche da Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, al Salone dell'auto di Parigi: alla presenza di Emmanuel Macron, il ceo della società olandese ha invocato il principio di reciprocità, assicurando che i produttori cinesi sono i benvenuti in Europa, a condizione che le industrie Ue possano godere delle stesse condizioni a Pechino. Il warning, che è un tentativo di moral suasion nei confronti delle autorità europee, potrebbe essere raccolto anche da altri dirigenti dell'automotive, e avere seguito in sede istituzionale.
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L'immobilismo europeo e lo “strappo” tedesco
Il rialzo dei prezzi del gas fa paura da almeno un anno e dallo scorso marzo è fuori controllo. Tuttavia, le autorità comunitarie continuano a discutere e rinviare la ricerca di soluzioni sempre più urgenti. E Berlino decide di fare da sola, mettendo sul piatto 200 miliardi per salvare la sua economia. Intanto, i mercati archiviano i peggiori primi nove mesi dell'anno dal 1974
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le prime “bollette pazze” stanno raggiungendo anche le famiglie, dopo aver già spaventato le aziende. Alcune delle quali hanno già chiuso: ultima vittima sono i Caroli Hotels, catena di alberghi che dal 1966 ospitano viaggiatori e vacanzieri a Gallipoli e Santa Maria di Leuca, nel Salento: il gruppo alberghiero ha annunciato che chiuderà a causa dell'insostenibilità dei costi energetici (500.000 euro), lasciando 275 lavoratori sulla strada. Il problema è esteso, a macchia di leopardo, a gran parte dell'Ue. Eppure, i decisori continuano a parlare, argomentare, procrastinare. Ultimo rinvio, quello del piano d'azione della Commissione Ue sull'energia, la cui discussione era prevista per lunedì 3 ottobre, nel corso della riunione dei commissari europei, e che invece è stata rimandata “almeno” dopo il vertice informale dei leader europei previsto a Praga.
Fermi da un anno
A furia di rinvii, è ormai da un anno che si parla di rincaro di gas ed energia, ed è dallo scorso marzo che il problema ha iniziato ad aggravarsi con progressione geometrica. Ma a livello istituzionale europeo siamo ancora al punto di partenza: chi dovrebbe risolvere i problemi, o almeno affrontarli, continua a creare appuntamenti, a cui seguono nuovi meeting che a loro volta rimandano a ulteriori riunioni. Uno scenario degno del Castello di Kafka. Già spuntano i primi interventi improntati alla rassegnazione – come quello di Bruno Le Maire, ministro delle Finanze francese. Con un laconico “non si torna indietro”, l'influente membro del governo di Parigi ha sostenuto la natura strutturale – e non provvisoria – del prezzo del gas, ma anche di quello del petrolio, messo sotto pressione dai possibili tagli alla produzione da parte dell'Opec+. Insomma: l'Europa latita o si arrende. Mentre le uniche operazioni per alleviare i guai causati dai rincari sono state introdotte dagli stati nazionali. Prima da Spagna e Portogallo, che hanno fissato autonomamente un tetto con il placet di Bruxelles. E ora, pochi giorni fa, dalla Germania che, pur in ritardo, ha capito che l'inerzia dimostrata dalla Commissione Europea in questi mesi può portare l'economia europea alla catastrofe: saltando a pié pari l'Ue, Berlino ha quindi messo sul piatto 200 miliardi di euro. La decisione – tra l'altro presa da un paese non certo collaborativo negli sforzi per una soluzione condivisa - ha fatto capire che l'Europa, vista come la vagheggiavamo, non esiste più. E forse non è mai esistita.
Scelta obbligata
A questo punto, il cancelliere Olaf Scholz non aveva scelta: o intervenire subito, o far saltare completamente il sistema industriale tedesco. Proprio come sta saltando il sistema industriale italiano. Importare alle nostre latitudini un'operazione simile a quella del governo tedesco sarebbe più difficile, data l'entità del debito pubblico e le enormi pressioni che può esercitare Bruxelles su di noi. Ma probabilmente, se l'Europa proseguisse nei rinvii ad libitum, potrebbe rivelarsi l'unica soluzione praticabile per evitare il peggio: se chiudono le aziende, chiude il Paese. E il “jolly europeo” ce lo siamo già giocato: nonostante la reputazione a livello internazionale del premier uscente Mario Draghi, in questi mesi non è stata trovata una misura in grado di contrastare le conseguenze reali dell’aumento del prezzo del gas, pertanto sarà compito del nuovo governo riuscire a trovare una soluzione. Ora le uniche, flebili speranze concrete di una soluzione condivisa risiedono nel parere favorevole espresso dalla Germania a una riforma della Borsa di Amsterdam, in cui viene determinato il prezzo del metano. Proposta, questa, avanzata dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, che punta ad ancorare il costo del metano alle tariffe internazionali, piuttosto che a quelle olandesi, molto più onerose. Paradossalmente, un aiuto (ma più a lungo termine) potrebbe arrivare anche dal referendum annunciato dal governo ungherese sulle sanzioni russe, se davvero si terrà. Ma si sospetta che la minaccia di una consultazione popolare possa essere utilizzata da Budapest come “merce di scambio” per evitare misure penalizzanti da parte dell'Ue nei confronti dell'Ungheria.
Truss e Kwarteng, parziale retromarcia
A fare una retromarcia molto decisa sono stati, invece, la premier britannica Liz Truss e il cancelliere dello scacchiere Kwasi Kwarteng. Pressati dal crollo della sterlina, dalle reazioni dei mercati, dall'inflazione alle stelle e dalle pressioni dello stesso Partito Conservatore - che i sondaggi danno al minimo storico come gradimento - il governo di Londra ha rinunciato al taglio dell'aliquota fiscale del 45%. È chiaro che la misura serve a calmare la burrasca che rischiava di portare la sterlina sotto il dollaro e l'euro. E che avrebbe avuto ripercussioni sull'esecutivo, dato che si parlava di un possibile ritorno di Boris Johnson al timone. È però altrettanto chiaro che la retromarcia è parziale. A essere archiviato è solo il taglio dell'aliquota del 45% - tutte le altre misure restano intatte, sul tappeto. E saranno introdotte, a meno di un nuovo tonfo della sterlina.
Rimbalzo delle Borse: sarà vera gloria?
Non dipende però dalla marcia indietro del governo inglese il rimbalzo delle Borse a cui abbiamo assistito a inizio ottobre. Semplicemente, è una normale reazione ai ribassi record fatti registrare nei primi nove mesi di quest'anno, i peggiori dallo stesso periodo del 1974. Anno in cui – casualità – si pagavano le conseguenze di un conflitto molto “impattante” sulle forniture di energia (la guerra del Kippur dell'ottobre 1973). Dopo aver accumulato un -25% (indice azionario globale) in nove mesi, i mercati non potevano che rimbalzare. E lunedì scorso hanno registrato il miglior primo giorno del trimestre dal 2002. Occorre, naturalmente, essere molto cauti per capire se si tratta di un avvenimento isolato oppure di un trend.
Usa: bolla immobiliare in vista?
Anche perché si moltiplicano, negli Stati Uniti, i timori di una nuova bolla immobiliare, che andrebbe ad aggiungersi a crisi energetica, guerra e inflazione come elemento negativo per i mercati. Le paure diffuse riguardano soprattutto New York e la California, che trainano il real estate dello Zio Sam. In particolare, nella Grande Mela, si è costruito tanto e troppo, con costi esorbitanti e deficit locali. Il rialzo dei prezzi (non solo immobiliari) ha colpito sia i residenti a New York, sia i pendolari che raggiungono la capitale finanziaria americana ogni giorno, spinti dalla crisi economica a scegliere (quando possibile) lo smart working. Una bolla immobiliare, oltre a ripercuotersi sulle economie di tutto il mondo, fermerebbe però anche la corsa del dollaro, che una temporanea sopravvalutazione ha reso una sorta di “gigante dai piedi d'argilla”.
Credit Suisse: non sarà una nuova Lehman
In Europa sono invece forti i timori sulla crisi del Credit Suisse, esplosa venerdì scorso. I primi rumours suggerivano forti difficoltà per una banca sistemica europea, e presto si è capito che si trattava del gruppo creditizio tigurino, i cui credit default swap a cinque anni erano saliti dai 55 punti base di inizio 2022 al massimo di 255 di lunedì (per poi attestarsi intorno ai 300 punti base). Aveva poi fugato ogni dubbio l'amministratore delegato Ulrich Körner, che ha riconosciuto le criticità attraversate dalla banca. Si ritiene che il Credit Suisse necessiti di un aumento di capitale da 4 miliardi di franchi e di cedere vari asset, nonché di un piano di ristrutturazioni molto profondo. Tutto questo mentre la capitalizzazione dell'istituto è scesa dai 30 miliardi del marzo 2021 ai quasi 10 attuali (l'Ubs, maggior competitor del Credit Suisse, ne vale 50). Tanto per fornire un paragone, Lehman Brothers, poco prima del fallimento, capitalizzava 7 miliardi di dollari. Tuttavia, il rischio che il colosso elvetico segua il percorso del gruppo americano è contenuto, al momento. Il “fatal 2008” ha insegnato che le grandi banche, nel bene e nel male, non possono fallire, perché in caso di default trascinerebbero con sé intere economie. E in questo periodo storico i guai sarebbero decisamente peggiori rispetto al caso-Lehman, dato che i dati di partenza – cioè la situazione attuale dei mercati e delle economie di tutto il mondo – è ben più disastrata rispetto al 2008. Per questo motivo, si troverà una soluzione. Nel caso in cui la situazione si aggravi, è plausibile un piano di nazionalizzazione, o almeno di intervento pubblico, con la Confederazione che andrebbe ad iniettare 60 miliardi di franchi. Per evitare che la banca presieduta da Axel P. Lehmann (nessuna correlazione, state tranquilli) trascini con sé l'economia europea.
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Recessione alle porte
Secondo alcuni analisti finanziari, il 2023 potrebbe rivelarsi l'anno peggiore per l'economia dalla crisi del 2009. L'economista Nouriel Roubini calca la mano e prevede che la depressione sarà lunga e dolorosa per famiglie e aziende. Tuttavia, le Banche centrali non hanno cambiato strategia rispetto a 14 anni fa, limitandosi a uno scontato rialzo dei tassi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La recessione mondiale sembra ormai alle porte. Per l'economia globale il 2023 rischia di essere l'anno peggiore dal 2009. E, tra i paesi occidentali, la Gran Bretagna sembra essere l'apripista verso questo scenario da incubo.
Nouriel Roubini, uno dei pochi economisti ad avere previsto la crisi del 2008, ha persino rincarato la dose: secondo il professore della New York University, la recessione che sta per arrivare sarà molto brutta, potrebbe durare anni e farà soffrire molto famiglie e imprese, mentre i governi non saranno nelle condizioni di introdurre adeguate facilitazioni fiscali per la mancanza di margini.
I dati sull'aumento delle spese confermano i primi segnali di tempesta. Un esempio su tutti: in Germania, i prezzi alla produzione di agosto sono saliti del 45,6% annuo, mentre il costo dell'energia ha registrato un aumento del 20,4% su base mensile e del 139% a livello tendenziale. Si tratta dei rincari più alti mai registrati dall'inizio dell'indagine statistica nel 1949.
Vecchi rimedi
La storia, si dice, è maestra di vita: per affrontare questa tempesta incombente dovremmo imparare da quanto è accaduto in passato, e possibilmente evitare gli errori commessi.
E invece no: le banche centrali si comportano come fecero nel biennio 2008-09. E cioè, si limitano ad alzare i tassi. Mentre le poche misure (comunitarie e nazionali) introdotte in Europa contro il caro-energia e i costi folli del gas si rivelano inefficaci e confuse – con l'eccezione del tetto introdotto autonomamente in Spagna e Portogallo.
In Spagna e Portogallo. Non in Italia, dove si è puntato sui crediti di imposta per aiutare le aziende a pagare le bollette. Va da sé che la misura è monca: aiuterà infatti alcune imprese e ne escluderà altre, dato che per godere di un credito di imposta occorre avere utili. Paradossalmente, saranno lasciate fuori le aziende con più necessità di sostegno, che dovranno fronteggiare senza alcun aiuto il pagamento di bollette aumentate di sei-sette volte.
Ma se Roma piange, Bruxelles non ride. La proposta del tetto al prezzo del gas è ferma su una scrivania perché non trova l'unanimità dei paesi membri, e neppure il disaccoppiamento tra le tariffe del gas e quelle dell'energia è scontato. Unica certezza è che il prossimo 30 settembre, data in cui i ministri dell'energia si troveranno di nuovo, saranno introdotti razionamenti e limitazioni per il cittadino. Per dirla con il cantautore milanese Walter Valdi, semper mì. Cioè: le situazioni scomode vengono scaricate regolarmente sul consumatore, che alla fine è costretto a pagare per errori altrui.
Aria di bonaccia
In questa calma innaturale, che sembra tanto la quiete prima della tempesta, una cosa è chiara: che la questione energetica e le sue variabili rendono la situazione attuale potenzialmente più grave rispetto a quella del 2008. Con conseguenze imprevedibili: solo una (probabile) contrazione del Pil pari al 2,5% equivale a mezzo milione di posti di lavoro in meno. Davvero una patata bollente per chiunque vinca le prossime elezioni.
Nel mentre, è passata praticamente sotto silenzio la violazione dei confini armeni da parte delle truppe azere. Avvenuta, fra l'altro, a poche ore di distanza dall'accordo di fornitura del gas fra Unione Europea e Azerbaigian.
Ciò conferma inequivocabilmente quanto si diceva all'inizio della crisi ucraina: misure come le sanzioni possono essere coerenti con un'idea di pace, democrazia e rispetto delle leggi internazionali solo se sono comminate a tutti i paesi che non rispettano i diritti umani. Indistintamente. Un'impresa impossibile, dato che la maggioranza di chi ci fornisce materie prime non brilla certo sotto questo aspetto. La non reazione dell'Ue alla crisi armeno-azera non fa che confermare, ancora una volta, questa incoerenza.
Federer, fine di un'era
Se la nuova crisi ci fa tornare indietro di 14 anni, l'annuncio di Roger Federer, che ha comunicato il suo ritiro dal tennis dopo la Laver Cup, ci riporta al 2001 - anno in cui il fuoriclasse basilese vinse il suo primo torneo Atp, a Milano.
L'inizio dell'era-Federer coincide con gli anni dell'euromania: nel 2002 la moneta unica fu accolta con entusiasmo ai quattro angoli d'Europa e nel 2003 - anno in cui il tennista renano conquistò il suo primo slam, sull'erba amica di Wimbledon - la nostra valuta cavalcava l'onda della grande rivalutazione sul dollaro. Mentre cresceva il boom dell'europeismo, favorito anche dai voli low cost e dal crescente scambio di esperienze tra cittadini dell'Unione (soprattutto giovani).
Oggi, l'euro è sotto la parità con il dollaro, e ancor più sotto nel rapporto con il franco svizzero, l'economia ha subito una serie di crisi devastanti e l'euroscetticismo è ai massimi. Il nostro continente ha abbandonato il suo ruolo di “gigante economico” e si è impoverito, mentre il resto del mondo si è arricchito.
Dove abbiamo sbagliato? È mancata del tutto la coesione. Pensavamo di entrare in una nuova era, ma purtroppo non abbiamo sviluppato quell'unione politica e fiscale che si sarebbe dimostrata necessaria per competere con Stati Uniti e Far East.
Il passo non è stato compiuto, e ciò ha reso impossibile la fase successiva, e cioè la progettazione di un debito pubblico comune, vero scudo contro ogni possibile attacco all'euro e alla nostra leadership economica.
Trent'anni dal “mercoledì nero”
Si parlava del primo torneo vinto da Federer da professionista, all'ombra del biscione visconteo di Milano. Alcuni anni prima, il tennista svizzero ancora bambino aveva dominato un altro torneo, questa volta da junior, sotto un altro biscione visconteo, quello di Bellinzona. Correva l'anno 1992. Quello del “mercoledì nero”, che vide affossare la lira e la sterlina sotto i colpi di un attacco speculativo, e il cui trentennale è stato ricordato alcuni giorni fa.
L'euro non c'era ancora e i paesi Ue avevano la possibilità di svalutare. Però, Italia e Gran Bretagna erano state costrette uscire dal sistema di cambi dello Sme, con gravi ripercussioni sull’economia.
Il “mercoledì nero” ha rappresentato la prima “scommessa” contro l'Italia da parte della finanza speculativa – libera, ora come allora, di mettere in ginocchio intere economie.
Sempre nel 1992, alcuni mesi prima, il governo italiano aveva inaugurato la stagione di privatizzazioni e di dismissione del patrimonio dello stato. Da allora, si è pian piano ridotta la classe media. Oggi, per la prima volta nella storia, i figli stanno peggio dei propri genitori, e i ragazzi non riescono più a farsi una famiglia, braccati da crisi, disoccupazione e dumping salariale, innescato anche dalla concorrenza della crescente manodopera straniera.
Petrolio, la grande incognita
C'è tranquillità, invece, sul fronte del petrolio, che si sta deprezzando. Il trend sta creando malumori nell'Opec+: i produttori, guidati dall'Arabia Saudita, sono intenzionati a fermare la discesa delle quotazioni.
Sembra che il decremento del greggio sia stato influenzato da un'operazione dell'amministrazione Biden, che in vista delle elezioni di mid term, sta ricorrendo alle riserve strategiche per evitare rincari della benzina. Per motivi essenzialmente elettoralistici.
Dopo il rinnovo delle camere – o comunque all'esaurimento delle riserve – gli Stati Uniti dovranno però ricostituire il magazzino. E in quel momento, è prevedibile che il prezzo del greggio torni a salire. Senza che sia necessario l'intervento dell'Opec+.
Scende, invece, l'oro. Il trend è l'ulteriore dimostrazione di quanto siano confusi oggi i mercati: il metallo giallo non protegge più dall'inflazione. Il dato potrebbe anche essere condizionato dalla vendita di oro da parte della Russia, per finanziare la guerra in Ucraina.
Le Borse, da parte loro, sono nervose e volatili per il nuovo, possibile rialzo dei tassi negli Stati Uniti, oltre che per la crisi incombente. Per questo, sono ancora consigliati i titoli difensivi, come le utility e i petroliferi. Disco rosso, invece, per le azioni industriali: su questo fronte è meglio aspettare di capire come sarà affrontata la tempesta-bollette.
Il merge di Ethereum
Soffrono i mercati e soffrono le criptovalute, influenzate anche dal nuovo decremento dei titoli tecnologici e del Nasdaq. A questa discesa non si sottrae neppure Ethereum, nonostante la grande operazione (il merge) che ha portato la moneta virtuale dall'inquinante ed energivoro proof of work al più sostenibile proof of stake.
Per ora, la scelta non ha premiato le quotazioni, mantenendo Ethereum in linea con le altre crypto. Un domani, però, questa divisa virtuale potrebbe invertire la tendenza generale, premiata da una scelta all'insegna della sostenibilità.
In futuro, la vendita di Bitcoin e il contestuale acquisto di Ethereum potrebbe rivelarsi una strategia tutt'altro che remota – perché si avveri, però, è necessario che qualche grande investitore rompa l'attesa e traini il mercato verso questa scelta. Una mossa che, naturalmente, al momento non può essere prevista.
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