Borse poco mosse. In attesa della Fed

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse hanno archiviato una settimana all’insegna della debolezza e provano a rimbalzare. Ma restano comunque poco mosse, come spesso accade nella fase prenatalizia. L’ultimo appuntamento in grado di dare qualche scossone è l’imminente riunione della Federal Reserve, che dovrà sancire il taglio tassi di 25 punti base, dato per scontato praticamente da tutti. Superata quest’ultima scadenza, gli indici dovrebbero muoversi in modalità prefestiva, a meno ovviamente di imprevisti. Insomma, quello che i mercati dovevano fare lo hanno fatto, non c’è motivo di aspettarsi scossoni: a fine anno si tireranno le somme e si ripartirà.

La Fed taglia. La Bce no

Se la Fed si appresta a tagliare, la Banca Centrale Europea non ci pensa neanche. Le divergenze fra i membri del comitato esecutivo Bce dividono infatti chi vuole diminuire i tassi, chi non lo vuol fare e chi invece vuole addirittura tornare a inasprire la politica monetaria. Ma i “falchi” sembrano avere il pallino in mano. Il sasso è stato lanciato da Isabel Schnabel, membro del board, nonché possibile candidata alla presidenza dopo Christine Lagarde. In un’intervista a Bloomberg, la consigliera ha apertamente affermato di sentirsi a proprio agio con il possibile aumento dei tassi (anche se non nell’immediato, ha precisato). Nel mentre, ha aggiunto, a meno di shock “prevedo che resteranno in questa posizione per un certo tempo”, a causa del ritorno dei rischi di un nuovo aumento dell’inflazione. Più “colomba” Olli Rehn, membro del consiglio direttivo Bce e presidente della Banca di Finlandia, che in un’intervista a Milano Finanza ha ritenuto “più probabile che l’inflazione si attenui”, esortando l’Eurotower a decidere secondo i dati, piuttosto che su posizioni rigide. Il nuovo duello a colpi di fioretto fra falchi e colombe in quel di Francoforte sembra quindi iniziato. Ciò che è certo è che, nel confronto tra la politica monetaria Fed e quella Bce, sembra possibile un “sorpasso in frenata”, con Washington destinata a tornare su valori più bassi rispetto a Francoforte.

Riarmo: la Germania dice addio ai paesi “frugali”

Questo trend rende realistica la previsione di un’ulteriore divaricazione del rapporto euro-dollaro, già in fascia alta: la possibilità di una politica monetaria dovish americana e hawkish europea apre a un possibile avvicinamento dei valori fra le due monete a una quota non distante da 1,20. A meno, ovviamente, di una crisi economica europea forte: a questo proposito occorrerà tenere sotto controllo come potrebbero reagire mercati ed economia reale all’annunciato distacco totale dal gas russo, previsto per il 2027. Intanto, a cercare di risollevare i conti in modo insolito è la Germania, che sembra allontanarsi dalla tradizionale leadership dei Paesi “frugali”: il Bundestag si appresta ad approvare l’acquisto di armamenti ed equipaggiamenti per la maxi-somma di 52 miliardi. Un approccio che fa paura ad alcuni economisti tedeschi, per il rischio di rivolgimenti della vita quotidiana nel Paese. Un doomsday scenario sul futuro del benessere della locomotiva d’Europa è stato tracciato da Veronika Grimm, membro del consiglio tedesco degli esperti in economia, secondo cui entro quattro anni gli interessi sul debito pubblico, i costi per le armi e gli investimenti per lo stato sociale esauriranno il gettito fiscale, impedendo altri investimenti o obbligando il governo ad alzare le tasse. Con una facile conseguenza: il trasferimento delle aziende e dei giovani lavoratori in altri Paesi. Dalla disamina dell’economista tedesca, appaiono i rischi di un tramonto della Germania come lido sicuro. Il che, se davvero avvenisse, avrebbe effetti devastanti sul resto d’Europa.

Trump: le debolezze europee

Il monito di Veronika Grimm non sembra così distante dal documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con cui Donald Trump ha paventato il rischio che la civiltà europea venga cancellata, e che fra anche meno di 20 anni il continente diventi “irriconoscibile”. Il presidente degli Stati Uniti ha criticato l’Europa a 360 gradi, sia dal punto di vista economico, sia da quello dell’attenuazione della libertà di parola, dell’immigrazione di massa e delle aspettative, definite “irrealistiche” sulla guerra russo-ucraina. Concentrandosi sulla parte più strettamente economica, il documento evidenzia le debolezze del sistema europeo. I rilievi non sono fuori luogo: l’Ue, nata per assicurare libertà di commercio nel continente, è diventata un’istituzione popolata da burocrati, che invece di favorire l’industrializzazione piazza regole, regolette, lacci e lacciuoli sulla strada delle aziende, deprimendo lo sviluppo e consegnando le nostre economie nelle mani dei cinesi, il cui avanzo commerciale tocca i 1.000 miliardi di euro.

Renault con Ford per metterci una pezza

Esempio lampante della stagnazione industriale europea è il momento critico dell’automotive, che vede i costruttori provare nuove vie per assicurarsi la sopravvivenza nell’era del green radicale. A questo obiettivo mira l’alleanza industriale che Renault ha stretto con Ford per le auto prodotte in Francia. La collaborazione punta a potenziare soprattutto il settore delle vetture elettriche: a questo proposito, il gruppo americano progetterà due nuovi modelli per la casa di Boulogne-Billancourt, che a sua volta poi si incaricherà di produrli; le auto saranno poi vendute sul mercato europeo a marchio Ford dal 2028. La partnership potrebbe non fermarsi qui: le due aziende hanno siglato anche un’intesa preliminare sulla produzione comune dei veicoli commerciali leggeri dei due brand per il mercato europeo.

Snellire le procedure

Le aziende europee, dunque, cercano di arginare gli ostacoli piazzati dai politici Ue sulla strada dello sviluppo. Un percorso che sembra andare in direzione opposta a quello americano, dove lo Stato ha partecipazioni in aziende per 10 miliardi di dollari. Un trend che qualcuno ha scherzosamente soprannominato “social-capitalismo trumpiano” (e qualcun altro, più seriamente, “capitalismo di Stato”). Nell’Ue – e qui torniamo seri – manca invece una difesa degli interessi strategici europei e dei singoli paesi membri nazionali. Illuminante, a questo proposito, è un articolo scritto sul Sole 24 Ore da Gianfilippo Cuneo sul caso Ilva. Nel suo intervento, Cuneo evidenzia l’assenza della politica e il potere di qualsiasi procura operante sul territorio nazionale di bloccare impianti per tempi anche molto lunghi. Una situazione che può scoraggiare qualsiasi imprenditore, bloccando un suo possibile interesse al rilancio della struttura (in questo caso, il colosso tarantino). Ovviamente i giudici devono poter fare liberamente il proprio mestiere, questo è fuori da ogni dubbio. Basterebbe però mettere un po’ di ordine nelle competenze, e magari deliberare che, per le questioni di interesse nazionale, la pertinenza venga centralizzata a una superprocura. Questa mossa eviterebbe possibili disaccordi fra magistrati locali, demandando inchieste e potere di bloccare impianti a un solo organismo giudicante. Ciò potrebbe dare più certezze in casi delicati che coinvolgono decine di migliaia di posti di lavoro, come appunto l’Ilva. E snellire i procedimenti, evitando un tira e molla procedurale in grado di allungare in maniera spropositata i tempi e a non offrire certezze su eventuali nuovi blocchi, dissuadendo imprenditori da possibili investimenti.

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Medio Oriente in fiamme. Ma le Borse tengono

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’attacco di Israele all’Iran e l’apertura di un nuovo conflitto in Medio Oriente hanno diffuso un senso di paura nelle Borse, intimorite soprattutto dal rischio di picchi del petrolio. Ma le perdite evidenziate dagli indici dopo le prime notizie dell’escalation militare sono almeno parzialmente rientrate; si registrano nuove turbolenze, che però sembrano rientrare nelle normali dinamiche di mercato. Nessun maxi-storno, dunque: le Borse dimostrano una resistenza paradossale ai nuovi problemi geopolitici, che piombano sull’economia mondiale in un periodo contraddistinto anche dalla lunga tiritera sui dazi, dalle incertezze sui tassi Fed e dalla crisi dell’automotive. Il petrolio, da parte sua, è stato inizialmente protagonista di un rialzo fortissimo, ma si è poi assestato sui livelli di inizio anno, cioè nella forbice fra i 70 e gli 80 dollari al barile. Occorre considerare che il nuovo conflitto è iniziato mentre in sede Opec+ era in corso un dibattito acceso sul prezzo del petrolio, con l’Arabia Saudita intenzionata a incrementare ulteriormente la produzione (e un conseguente calo dei prezzi) e la Russia strenuamente contraria a questa eventualità: a causa delle sanzioni Mosca sta vendendo sotto costo il suo greggio a India e Cina – che è anche il primo compratore (a sconto) di greggio iraniano.

Le apprensioni sul petrolio

Le Borse hanno dimostrato di non aver perso gli anticorpi per resistere, almeno fino a quando il prezzo del petrolio rimarrà a livelli comunque bassi. Diverso sarebbe se venissero colpiti i terminal petroliferi iraniani, oppure se Teheran decidesse il blocco dello stretto di Hormuz, snodo indispensabile per il passaggio del greggio. In questo caso, si rischierebbe un rincaro di Brent e Wti difficilmente controllabile. Ma l’eventualità è remota, un po’ per il rischio di un intervento militare americano, un po’ perché il blocco dello stretto danneggerebbe anche l’export della Cina, alleata dell’Iran, e gli interessi economici degli altri Paesi del Golfo. E’ quindi probabile che la situazione non si aggravi ulteriormente e che i mercati riescano a digerire anche questi stimoli negativi (come detto, hanno già inviato segnali in questo senso) e si concentrino sui dazi Usa-Cina.

Oro a go-go

Il dollaro, che ai primi attacchi israeliani aveva recuperato terreno, è poi tornato poco sopra le posizioni del giorno prima. L’euro, pur in miglior salute rispetto al biglietto verde, ha comunque perso nel confronto con varie altre monete. A guadagnare, come di consueto nelle crisi geopolitiche, è invece l’oro, che da tempo è tornato bene rifugio, spinto dalla voglia di sicurezza causata dalle sanzioni alla Russia. Il “re dei metalli” ondeggia sulla quota di 3.400 dollari l’oncia, e sembra avere le prerogative per salire stabilmente sopra i 3.500.

De Meo lascia il settore automobilistico

Hanno fatto scalpore le dimissioni di Luca de Meo dalla carica di ceo del gruppo Renault, che guidava da cinque anni. Il manager italiano, che lascerà la casa transalpina il prossimo 15 luglio, ha spiegato la sua scelta con il desiderio – spiega una nota di Renault – di “affrontare nuove sfide al di fuori del settore automobilistico”. Un settore in cui De Meo lavorava dal 1992, e che lo ha visto operare nei ranghi di varie case con ruoli crescenti. Dal prossimo 15 settembre, il top manager entrerà come amministratore delegato in Kering, la multinazionale del lusso di François-Henri Pinault che controlla marchi come Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen, Boucheron, Pomellato, DoDo, Qeelin, Brioni, e Ginori 1735. Le dimissioni di De Meo e la sua separazione dal settore in cui aveva sempre militato preoccupa moltissimo: il dirigente era non solo un dirigente specializzato, ma anche un appassionato di motori fin da bambino. Il clamoroso saluto non solo a Renault, ma all’automotive, è stato interpretato come una manifestazione di pessimismo nel futuro del comparto in Europa, duramente messo alla prova dal green deal di Ursula von der Leyen. La reazione della Borsa alle clamorose dimissioni è stata molto forte: giù le azioni Renault, su i titoli Kering. Un atto di fiducia, quest’ultimo, un po’ troppo istintivo: il manager è certamente capace, ma è nuovo di un settore, come il lusso, che non sta attraversando i suoi giorni migliori, anche a causa della crescente concorrenza cinese.

Il caro-gas mette a rischio le fonderie

La crisi dell’automotive europeo contribuisce anche a crescenti difficoltà per acciaierie e ferriere di alluminio. Pochi veicoli immatricolati causano un calo di produzioni industrali e minori rottami a disposizione, con conseguente dumping: Cina, India e Stati Uniti stanno acquistando i detriti in Europa a prezzi che l’industria Ue non può sostenere. Tutto questo si unisce alla nuova impennata del gas, che potrebbe mettere in ginocchio le fonderie, industrie strutturalmente energivore. L’allarme è stato lanciato pochi giorni fa da Fabio Zanardi, presidente di Assofond, organismo di categoria che, in seno a Confindustria, rappresenta le fonderie italiane. Il settore, ha detto, è in bilico sia a causa dei dazi al 50% su acciaio e alluminio, sia per il rincaro dell’energia. Se i prezzi rimarranno questi, ha detto Zanardi, per le fonderie non ci sarà futuro.

Il mondo nel pallone

Sono intanto iniziati negli Stati Uniti i Mondiali di calcio per club, che alla vigilia del calcio d’inizio erano visti a rischio flop economico, anche a causa della vendita a prezzo di saldo dei molti (carissimi) biglietti non acquistati. In parte, però, la strategia ha limitato i danni: se per le partite con meno appeal gli stadi erano semivuoti, i match più interessanti hanno attirato numerosi tifosi, sfiorando il sold out. Questo fa sperare gli organizzatori in vista delle gare a eliminazione diretta, che vedranno prevedibilmente protagoniste squadre europee e sudamericane. La prima edizione allargata del massimo torneo per club serve comunque agli Stati Uniti per lanciare i prossimi Mondiali di calcio, previsti nel 2026 in Usa, Canada e Messico: se la manifestazione riuscisse nel suo intento, passerebbe in secondo piano anche un eventuale insuccesso economico della kermesse. Quali conseguenze economiche avrebbe, invece, un eventuale mancata qualificazione dell’Italia alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva? La risposta non è così semplice come potrebbe sembrare. Perché da un lato, il calcio vale il 4% del pil italiano, e una qualificazione degli azzurri, con il conseguente maggior coinvolgimento degli appassionati, andrebbe a generare guadagni indiscutibili per bar, ristoranti e “indotto” pallonaro. Dall’altro, però, i fusi orari nordamericani rischierebbero di obbligare i sostenitori a levatacce o veglie notturne per poter assistere ai match, con la conseguente perdita di produttività, impossibile da quantificare, ma difficilmente confutabile.

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Il mondo è sottosopra. Ma le Borse non si scompongono

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Stiamo davvero attraversando un periodo molto complesso dal punto di vista internazionale. A partire dalla fulminea avanzata delle milizie jihadiste in Siria, che hanno conquistato Damasco a pochi giorni dall’inizio del loro attacco. Per proseguire con l’imbarazzante annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali in Romania, con cui la corte costituzionale, sulla base di semplici sospetti relativi ad attività su TikTok, ha dato un colpo di spugna sul processo democratico. Preoccupa anche la crisi di governo in Francia, con la caduta del governo Barnier, che ha aperto una crisi inedita a Parigi, peggiorata ulteriormente dalla precaria situazione economica e dall’impossibilità di convocare le elezioni fino a luglio 2025.

I mercati non reagiscono

Il cocktail tra situazione geopolitica e crisi economica avrebbe le potenzialità per mettere in ginocchio un toro. Ma le Borse sembrano avere gli anticorpi per superare indenni queste gravi difficoltà. Anzi: i mercati crescono. Un esempio su tutti, decisamente paradossale, è quello del Dax: nonostante la recessione e la crisi politica in Germania, il più importante indice azionario tedesco evidenzia un andamento da record, spinto da titoli tecnologici, finanziari e industriali. Non hanno fermato la corsa del Dax verso i massimi neppure i cali dei titoli automobilistici, da tempo nella tempesta. Anche Milano è andata per la sua strada: pur non raggiungendo i massimi, Piazza Affari ha infatti recuperato, soprattutto grazie alle buone prestazioni dei finanziari.

Auto: osservata speciale

Senza le prestazioni negative del settore auto, probabilmente le Borse correrebbero ancora di più. Ma anche qui occorre fare alcuni distinguo. Se le chiusure degli stabilimenti in Germania influiscono in maniera devastante sui titoli, non si può dire altrettanto di Stellantis in Italia. Perché, dopo il tonfo seguito alle dimissioni di Carlos Tavares, il titolo della casa olandese ha pian piano recuperato, riassestandosi a Piazza Affari quasi sui livelli precedenti all’addio dell’ex amministratore delegato. Il valore dei titoli del comparto è comunque ridimensionato: proprio per questo, le azioni automotive potrebbero rivelarsi il cavallo su cui puntare per i prossimi investimenti. Alcuni rumours, oltretutto, rivelano che la spinta verso l’elettrico potrebbe esaurirsi già nel 2025. Secondo queste voci, il primo semestre dell’anno sarà molto duro per il settore, ma poi inizieranno le marce indietro dei governi di tutto il mondo. Europa compresa, dove ci si attendono da una parte il ritorno degli sgravi e dei nuovi contributi per chi acquista auto, dall’altro il ritorno all’endotermico e all’ibrido, accompagnato da studi per sfruttare combustibili alternativi e dal basso impatto ambientale. Con l’esclusione, come detto, dell’elettrico (che oltretutto ecologico non è): un po’ il ruolo devastante che il green deal nella sua versione radicale ha ricoperto nella crisi industriale tedesca ed europea, un po’ l‘impossibilità di trovare l’energia necessaria per alimentare un numero così forte di auto elettriche potrebbero infatti convincere anche la Commissione Ue a un passo indietro. Persino la Cina, che dalle e-cars ha da guadagnare parecchio, sta ridefinendo le sue strategie di mobilità, proprio per la difficoltà di alimentare tutte le vetture elettriche circolanti nel Paese.

Il riposizionamento degli spread

Novità dagli spread, unico ambito che ha risentito in maniera particolare del momento negativo che sta passando la Francia. E’ infatti cresciuto il differenziale tra i titoli di stato transalpini e quelli tedeschi, toccando quota 90 prima di ripiegare su numeri meno preoccupanti, mentre è sceso sotto quota 110 il rapporto Btp-Bund. Per un certo periodo, i due valori si sono avvicinati molto, dando l’impressione di potersi agganciare: sembra che gli investitori che hanno alleggerito la loro posizione su Parigi si siano approvvigionati dei nostri bond per rimpiazzare quelli francesi. E’ anche inutile dirlo: se il differenziale tra Italia e Germania fosse salito così rapidamente come quello transalpino, a Francoforte sarebbero scattati tutti gli allarmi rossi presenti nell’Eurotower. Intendiamoci: la difesa della posizione francese è più che mai corretta, ma ci si sarebbe aspettato un eguale zelo anche quando nella stessa posizione c’era l’Italia. Perché quando si difende un Paese membro – un qualsiasi Paese membro – si difende prima di tutto l’Europa.

Il record dei bitcoin

Ha suscitato scalpore il record stabilito dai bitcoin, che a 16 anni dalla loro comparsa, hanno raggiunto picchi difficilmente pronosticabili. A titolo di esempio, poco più di due anni fa, sul blog della Bce era comparsa una previsione fosca per la criptovaluta: secondo gli autori dell’articolo, i bitcoin avrebbero conosciuto “un ultimo sussulto indotto in modo artificiale prima di avviarsi all’irrilevanza”. Erano i tempi del crac Ftx, che ora sembrano un’altra epoca della storia. E’ però utile ricordare i due “motori” che hanno messo il turbo alle criptovalute: in primo luogo il successo degli Etf sui bitcoin, che hanno rappresentato il 50% di raccolta netta per un gigante come Blackrock; dall’altra, le dichiarazioni entusiastiche di Donald Trump, che ha anche cooptato il cripto-esperto David Sacks nel suo governo. A fare scalpore è stato il cambiamento di prospettiva del presidente eletto degli Stati Uniti: nel corso del suo primo mandato, il tycoon si era schierato in maniera inequivocabilmente contraria al mondo “cripto”, in difesa della centralità del dollaro. A contribuire all’ottimo momento dei bitcoin – per cui ora si profilano persino investimenti statali – è anche l’effetto-moda. Che occulta una domanda più che legittima: che cosa sono davvero le criptovalute? La risposta non è ancora pervenuta, ma i loro picchi positivi e negativi ci suggeriscono che, in realtà, non si tratti d’altro che di investimenti ad alto rischio. Se e quando si trasformeranno da asset digitali ad attività fungibili, forse il loro ruolo sarà più chiaro.

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Stellantis: en attendant Renault?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Che Carlos Tavares non sarebbe rimasto al timone di Stellantis fino a inizio 2026 era voce comune: ci si aspettava una separazione consensuale più o meno a metà 2025. Tuttavia, le sue dimissioni improvvise (e con decorrenza immediata) dalla carica di amministratore delegato hanno destato un certo clamore. Tanto più che il cda ha preso la palla al balzo, ratificando l’addio all’unanimità.
Si parla, a questo proposito, di pressioni sul top manager portoghese in un momento di forte difficoltà per la casa automobilistica, che deve fronteggiare un netto decremento di vendite e di profitti.
Senza, tra l’altro, aver approfittato dei 6 miliardi di garanzie statali ottenute in era Covid – mentre gli azionisti hanno poi incassato 2,6 milioni di dividendi.

Errori strategici
Oltre a tutto questo, spiccano gli errori strategici della gestione Tavares. Come l’assenza di nuovi prodotti, ma soprattutto il grande balzo in avanti sull’auto elettrica, che ha differenziato Stellantis dagli altri costruttori europei. Anche da questo lato, la ex Fiat ha provato a sostentarsi con i soldi pubblici: proprio l’amministratore delegato dimissionario, in una recente audizione in Parlamento, aveva battuto nuovamente cassa con modi arroganti, ricevendo giudizi negativi – cosa più unica che rara – sia dalla maggioranza, sia dalle opposizioni.
Ora, mentre l’azienda è in difficoltà, il suo timoniere la lascia con una liquidazione da 100 milioni di euro. Per carità: tutto precedentemente messo nero su bianco, tutto lecito, tutto legale: come si usa dire, pacta sunt servanda.
Però, è davvero singolare che la remunerazione dei ceo sia indipendente dai risultati. Un amministratore delegato non è uno dei tanti dipendenti, ma un dirigente che guadagna molti soldi e ha l’obiettivo di far crescere l’azienda. Non sembra quindi giusto, in fase di firma del contratto, attribuirgli una retribuzione-maxi anche nel caso in cui gli obiettivi vengano mancati in maniera così clamorosa. E invece questa è prassi comune. E’ la deriva malata del capitalismo, che alla lunga rischia di fare implodere l’intero sistema.

Le chance di una fusione

Le dimissioni di Tavares hanno naturalmente avuto un effetto devastante sulle azioni Stellantis, che hanno subito un crollo. Il mercato ha penalizzato il titolo perché teme un immobilismo sulla scelta del nuovo amministratore delegato. Attualmente il presidente del cda John Elkann ha assunto la guida ad interim, ma non è un manager e non ha grandi competenze in politica industriale: il suo mestiere è un altro.
E’ quindi importante evitare che il board ci metta troppo tempo a trovare il nuovo amministratore delegato del gruppo, affinché vengano tracciate il prima possibile le nuove linee guida dell’azienda. Sempre più osservatori scommettono sulla fusione con Renault, di cui le voci parlano da molto tempo e che sposterebbe in Francia le leve del potere e gli equilibri dell’azienda.
Che il nuovo merger si faccia o no, è possibile che Stellantis diminuisca l’impegno sull’elettrico (pur rispettando le quote minime del 20% di produzione sul totale definite dall’Ue e obbligatorie dall’anno prossimo) o fermi la spinta verso la delocalizzazione, salvando il poco rimasto della produzione italiana di veicoli. In una situazione in cui l’auto italiana è ormai virtualmente distrutta, con una responsabilità che in gran parte è nelle mani proprio della Fiat. La casa di Mirafiori, negli anni, ha acquistato tutte le marche italiane, diventando praticamente monopolista e poi privando, con fusioni e delocalizzazione, l’Italia di un brand e di forza lavoro.

Le Borse vanno per la loro strada

Nonostante il forte calo delle azioni Stellantis, Piazza Affari ha cominciato la settimana con un tono positivo, trainata dal settore bancario. E questo benchè novembre abbia visto la Borsa di Milano perdere il 3,3%, abbastanza in linea con i listini europei e americano: ancora una volta, i mercati si sono dimostrati forti e resistenti alle varie difficoltà economiche e geopolitiche.

Auto sotto i riflettori

Ora, comunque, in Europa e in Italia l’automotive è il sorvegliato speciale. Potrebbe essere la carta su cui puntare, ma non ora: meglio attendere un po’ di tempo e capire se i titoli del settore caleranno ulteriormente, o se (magari in seguito a un cambio di rotta di Ursula von der Leyen nella sua versione 2.0) potranno riprendersi o stabilizzarsi.
Al momento è il comparto bancario a offrire occasioni, soprattutto dopo i recenti cali dei titoli e il lancio dell’ops di Unicredit su Banco Bpm.
Un’operazione che, come già anticipato, è molto accidentata, parte con la contrarietà del governo (e il rischio golden share) e la consapevolezza che l’offerta proposta da Piazza Gae Aulenti è bassa. A questo proposito, Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm, ha proprio puntato sulla discutibile convenienza di questo scambio carta contro carta, paventando anche il rischio di esuberi – l’ad di Piazza Meda ne ha quantificati 6.000.
L’argomento è stato subito smentito da Unicredit, che ha definito “pura congettura” il numero indicato da Castagna. Tuttavia, insistere in modo così perentorio sul numero significa che, in teoria, alcuni esuberi potrebbero verificarsi, anche se meno rispetto a quelli temuti dalla guida operativa di Banco Bpm.

Ita-Lufthansa, ok dall’Europa

Se il dossier Unicredit-Bpm sembra più accidentato di una finale olimpica dei 110 ostacoli, il matrimonio fra Ita e Lufthansa è ormai in dirittura d’arrivo. Lo ha deciso in “zona Cesarini” la Commissione Europea uscente, prima di passare la mano alla von der Leyen 2.
Il piano, presentato dalla compagnia tedesca con i correttivi richiesti da Bruxelles, ha passato le ultime valutazioni della potente commissaria alla Concorrenza Margarethe Vestager, alla sua ultima fatica nell’esecutivo Ue.
Ora, l’ultimo passo è il closing: a meno di clamorose sorprese, all’inizio del prossimo anno l’operazione-maxi da 829 milioni andrà finalmente in porto (anzi: in aeroporto).
Onestamente, se l’acquisizione fosse saltata sarebbe stata davvero una grande sorpresa: troppe aspettative e troppi interessi nazionali in ballo. Ora vedremo se Lufthansa riuscirà finalmente a chiudere i conti dell’ex Alitalia almeno in pareggio.

Torna l’inflazione. E i tassi…

Intanto, c’è il ritorno di un ospite inatteso sulle tavole natalizie degli italiani: l’inflazione, il cui ritorno è stato certificato dall’Istat e dai dati relativi al fatturato di commercio e industria.
I numeri evidenziano una virata verso l’alto dei prezzi al consumo, mentre il giro d’affari delle aziende torna ai minimi da più di due anni. In particolare, a novembre, l’inflazione su base annua sale da 0,9% a 1,4%, mentre i prezzi di alimenti e articoli per la cura della persona e della casa crescono ancora di più (dal 2% al 2,6%). Cifre, queste, che rischiano di impoverire i regali accumulati sotto l’albero e di riverberarsi, in un pericoloso effetto domino, sui fatturati delle aziende.
E non suscita certo il “mezzo gaudio”, popolarmente associato al “mal comune”, sapere che in Europa c’è anche chi sta peggio di noi. Perché o ci si risolleva insieme, o si affonda insieme, come hanno dimostrato molti avvenimenti che hanno riguardato l’Ue.
Nonostante il ritorno dell’inflazione, la Bce non può più permettersi di sospendere il taglio dei tassi, a causa della situazione disastrata in cui versa l’economia europea (affossata anche dall’automotive). Il trend in discesa, dunque, continuerà, mentre non è detto che la stessa strategia sia seguita dalla Fed. Gli Stati Uniti, trainati dall’effetto-Trump, possono infatti permettersi un ventaglio più ampio di scelte. Se mantenessero alto il costo del denaro, ne risentirebbe ancora di più il rapporto euro-dollaro.

Foto di Charlie Jones su Unsplash


Attacco hacker, quale impatto sui mercati?

L'aggressione informatica che ha coinvolto soprattutto alcuni paesi occidentali lo scorso fine settimana non ha influito sull'andamento delle Borse. Intanto, i listini hanno ancora una volta ignorato il rialzo dei tassi di Bce e Fed, mostrandosi più preoccupati per le tensioni Usa-Cina e per i dati “troppo” positivi del mercato del lavoro americano

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il clamoroso attacco ransomware che si è palesato lo scorso 5 febbraio ha colpito migliaia di server in varie parti del mondo. Anche in Italia, ma – ha assicurato il governo – non sono state coinvolte né istituzioni, né imprese impegnate in settori critici per la sicurezza dello stato.
L’aggressione informatica, ha puntualizzato l'esecutivo in una nota, era emersa già lo scorso 3 febbraio ma era stata identificata dall'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale “come ipoteticamente possibile fin dal febbraio 2021”; per questo motivo, la stessa Acn aveva invitato le organizzazioni sensibili a prendere le contromisure. Risultato: alcuni si sono premuniti, altri no. Questi ultimi, precisa la nota “oggi ne pagano le conseguenze”.
In un'analogia con l’ambito sanitario, ha proseguito la nota del governo, “è accaduto come se a febbraio 2021 un virus particolarmente aggressivo avesse iniziato a circolare, le autorità sanitarie avessero sollecitato le persone fragili a una opportuna prevenzione e a distanza di tempo siano emersi i danni alla salute per chi a quella prevenzione non avesse ottemperato”.

Nessun “cigno nero”
In sintesi, dunque, le patch per difendersi erano disponibili, ma non tutti le hanno installate. Che si tratti di sbadataggine o di miope tentativo di risparmiare, le conseguenze per queste organizzazioni saranno catastrofiche. Come ha affermato a Sky Tg24 Andrea Rigoni, partner di Deloitte per Difesa e Sicurezza, è ancora difficilissimo calcolare l'entità dei danni, anche perché varie imprese non hanno denunciato di essere state vittima dell'aggressione hacker. Secondo i dati in possesso del gruppo di consulenza, l'attacco potrebbe costare vari miliardi di euro.
Nel fine settimana si sono anche palesate preoccupazioni che il disastro informatico potesse trasformarsi in un “cigno nero” per i mercati internazionali. Tuttavia, le Borse hanno ignorato l'attacco hacker. I listini osservano le dinamiche dell'economia e l'andamento degli utili: potrebbero dunque risentirne “a scoppio ritardato” se i dati trimestrali dovessero evidenziare cali dovuti proprio al massiccio assalto ransomware. Fino ad allora i mercati proseguiranno con il loro dinamismo, in un semestre in cui le Borse hanno avuto un avvio mediamente positivo e sono capaci di assorbire notizie negative.

Ignorato il nuovo aumento dei tassi
Attualmente, a innervosire i mercati sono stati soltanto il caso del pallone-sonda cinese - che ha causato l'annullamento del viaggio del segretario di stato americano Anthony Blinken a Pechino e acuito le tensioni fra i due paesi – e i dati “troppo” positivi del lavoro Usa, con cui l'economia reale americana ha dato ancora una volta il “via libera” alla politica della Federal Reserve.
Per il resto, nessuna reazione. Neppure per l'aumento dei tassi da parte di Bce (altri 50 punti base, con replica a marzo) e Fed, né per le nuove esternazioni di Christine Lagarde, ancora una volta poco prudenti: la numero uno della Banca Centrale Europea ha affermato che neppure il mese prossimo arriveremo al picco di inflazione (preannunciando, quindi, nuovi ritocchi) e che da questo punto di vista c'è "tanta strada da fare".
Queste posizioni, oltre che rappresentare un cliché a cui siamo ormai abituati, sono anche imprecise. Si parla di un'inflazione oltre il 10%, ma quella tendenziale è già sotto il 4%. Le banche centrali – soprattutto la Bce – stanno compiendo gli stessi errori del 2008: il rialzo dei tassi deciso in contemporanea con vari segnali di rallentamento.
Discutibile anche la tempistica dell'operazione: se i ritocchi fossero stati decisi sei o sette mesi prima, l'inflazione sarebbe stata bloccata sul nascere e ora non saremmo a questo punto. Come al solito, a pagare il conto saranno famiglie e aziende: le banche centrali sono per definizione organi autoreferenziali, che non pagano mai per i loro errori strategici.

Timori dal petrolio
Intanto, il prezzo del gas sembra stabilizzato. Se le prossime bollette, come si spera, torneranno a livelli accettabili, potremo finalmente vedere una luce in fondo al tunnel. Anche se, ricordiamolo, la tariffa del metano è ancora due volte e mezzo più alta rispetto a quella del 2020.
A preoccupare e, invece, un possibile rimbalzo del petrolio. Una delle possibili cause del rincaro è il drammatico e catastrofico terremoto in Turchia e Siria, che tra le altre cose ha causato la sospensione di un oleodotto e dell'attività di un impianto petrolifero.
Potrebbe pesare anche l'entrata in vigore, lo scorso 5 febbraio, dell'embargo sui prodotti russi raffinati, che rischia di privarci di un milione di barili al giorno, soprattutto di diesel leggero. Anche se, molto probabilmente, almeno una parte del greggio di Mosca ci arriverà “per vie traverse” - cioè con l'intermediazione di paesi terzi e un conseguente rebranding.
A preoccupare maggiormente è la speculazione che rischia di svilupparsi a partire dall'embargo: approfittando della mancanza del calmiere russo, i gruppi specializzati nella raffinazione potrebbero ritoccare al rialzo i loro prezzi. Anzi: forse lo hanno già fatto.
Tutto questo mentre i produttori europei di automobili stanno iniziando a prepararsi per la scadenza del 2035, anno in cui il prezzo del petrolio non sarà più centrale per i trasporti pubblici e privati. Rispondono a questa esigenza i nuovi progetti per il rilancio dell'alleanza franco-giapponese tra Renault, Nissan e Mitsubishi. Le tre case automobilistiche stanno sviluppando un approccio comune all'innovazione ibrida e soprattutto elettrica. Obiettivo, tenere il passo dei cinesi, che attualmente hanno un vantaggio competitivo molto forte in questo ambito, e creare economie di scala per affrontare le nuove sfide della mobilità.

L'allungo di Meta
Dati positivi sono arrivati da Meta, i cui risultati del quarto trimestre hanno nettamente superato le attese. La società di Facebook ha archiviato il periodo con ricavi pari a 32,17 miliardi di dollari, contro i 31,6 previsti. Il dato si è aggiunto alla performance eccezionale che l'azienda di Marc Zuckerberg ha registrato da inizio anno, un +50% che fa di Meta uno dei migliori titoli tecnologici.
Occorrerà però capire se il momento d'oro del gruppo potrà durare. Il vero banco di prova saranno il primo trimestre e la semestrale di quest'anno. A porre un freno al recupero prodigioso dell'azienda potrebbe essere lo scetticismo sul progetto-metaverso, che dopo le fiammate iniziali sembra relegato un po' in second'ordine. Questa novità (che novità non è, dato che un progetto simile era esploso, e poi imploso, con Second Life) resta una scommessa. A questa sfida saranno legati i prossimi risultati delle aziende che ne hanno fatto uno dei core business.

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