Le Borse resistono ancora. Ma fino a quando?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla riapertura di ieri, le Borse europee avevano chiuso sui minimi: per farle ripiegare, dopo una partenza già debole, era stato sufficiente che l’Iran avesse colpito una nave da guerra americana, con i rischi di una ripresa dei bombardamenti Usa. Stamattina, martedì 5 maggio, ci si aspettava una nuova apertura debole, ma i mercati del nostro continente hanno ancora una volta stupito tutti, con un avvio in fase toro. A influenzare l’inaspettata crescita, il leggero calo del petrolio dopo l’impennata della scorsa settimana, che aveva portato il Brent a 114 dollari al barile. Dinamica opposta per il Dow Jones, che dopo aver rallentato in maniera molto moderata si è resa protagonista di un calo, forse dovuto alle dichiarazioni sulla possibile ripresa della guerra.

Legati a un filo

In generale, comunque, la tenuta dei mercati è ancora una volta sorprendente. Ma fino a quando la resilienza riuscirà a mettere al sicuro gli investimenti? Perché il rischio di rottura del filo sottile che mantiene i mercati in pista incombe come una spada di Damocle. Da un momento all’altro il giocattolo si potrebbe rompere, causando la perdita brutale del 10% o anche più. Lasciando in difficoltà chi ha investito, che non riuscirebbe a liberarsi di titoli improvvisamente deprezzati. Certo è che il consiglio di alleggerire in modo lineare dal 10% al 20% del portafoglio è ancora valido: questa politica permetterebbe agli investitori di tutelarsi meglio nel caso in cui lo storno a due cifre si verificasse davvero. Un’operazione slegata dalla tradizione del Sell in May and go away. Piuttosto, una sorta di “polizza di assicurazione” per garantirsi un impatto più morbido in caso di severa correzione.

Primi verdetti

Intanto, in attesa di capire che cosa accadrà, sembra che i primi verdetti siano stati emessi. Dall’impasse su Hormuz pare che i grandi sconfitti di questa guerra siano l’Europa e l’Asia, mentre gli Stati Uniti, almeno finora, stanno limitando i danni. Le stime di inflazione Usa, ha ricordato John Williams, presidente della Federal Reserve di New York, saranno probabilmente del 3% fino a fine anno, con un aumento dei prezzi legato essenzialmente all’energia. L’Iran sembra invece in preda all’iperinflazione, con annessa svalutazione del riyal. Per Teheran il rischio maggiore sono i possibili danni ai pozzi petroliferi dovuti alla mancata estrazione, perché, a causa delle infiltrazioni d’acqua, si deteriorerebbe la qualità del greggio. A lungo termine, un brusco calo dell’esportazione potrebbe portare a problemi di ordine pubblico causati da costi sociali.

Gli Emirati lasciano l’Opec

Proprio in un momento così delicato della crisi petrolifera è giunta una clamorosa notizia: dopo quasi 60 anni, gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’Opec, e lo hanno fatto in fretta e furia (cioè con decorrenza lo scorso 1 maggio). La decisione non passa certo in secondo piano: la produzione totale degli Eau era del 12% circa dell’intero cartello. La scelta emiratina è stata sicuramente accelerata dalla guerra e dallo shock petrolifero in atto e mira a minimizzare gli impatti della crisi dello Stretto sul mercato; tuttavia, l’uscita dall’organizzazione (e dall’Opec+) non è un fulmine a ciel sereno. Abu Dhabi era infatti già da tempo insofferente rispetto alla rigida politica delle quote, sulla cui formazione ha un’influenza determinante la posizione dell’Arabia Saudita. Proprio Riad si è incaricata di dare una risposta forte e rapida all’abbandono improvviso degli Emirati: su sua proposta, infatti, l’Opec, ridotto ora a 11 membri, aumenterà la produzione di petrolio dal prossimo giugno. Petrolio di cui Europa e Asia hanno disperatamente bisogno, e a cui si potrebbe sommare – situazione dello Stretto permettendo – la sovrapproduzione degli Emirati, liberi da vincoli.

Tassi fermi. Per ora

Nulla di nuovo, invece, sul fronte dei tassi. La Banca Centrale Europea ha mantenuto all’unanimità la percentuale sui depositi al 2% (ferma dallo scorso giugno), sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15% e sui prestiti marginali al 2,40%. Tuttavia, la presidente Christine Lagarde ha parlato della possibilità di “cambiamenti enormi”, e ha affermato che il board seguirà con attenzione la crisi energetica e l’eventuale vortice inflattivo da esso causato. “Le decisioni sui tassi di interesse”, ha affermato, “saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi”. In altri termini, la Bce non esclude nuovi rialzi, probabilmente tre. Stabili anche (con voto 8 a 1) la politica monetaria della Banca d’Inghilterra, che però ha livelli più alti (3,75%), e quella della Federal Reserve, ferma tra il 3,50% e il 3,75%. Nel caso americano, però, il voto ha evidenziato un dissenso molto articolato: otto favorevoli e quattro contrari (una spaccatura di questa entità non accadeva dal 1992). Anche nella – chiamiamola così – “opposizione” non c’è stata unanimità: un membro del board ha optato per il “no”, sostenendo un taglio di 25 punti base, mentre gli altri tre si sono detti favorevoli alla stabilità delle percentuali, ma contrari a indicare un esplicito riferimento a un futuro ammorbidimento della politica monetaria. Insomma: uno contrario perché colomba, tre perché hawkish. Quello europeo e quello americano sono comunque due scenari diversi, e non solo per questione dell’unanimità. L’inflazione Usa è, per ora, più marginale. Di contro, il rischio di recessione in Europa è molto più che aleatorio: per questo, porsi come unico obiettivo lo stop all’inflazione senza considerare le ricadute economiche su famiglie e aziende sembra una scelta miope, come avvenne nel 2007. A unire, invece, le due banche centrali è la progressiva politicizzazione degli organismi. Negli Usa Jerome Powell, presidente uscente della Fed (che resterà nel board), ha parlato apertamente di “indipendenza a rischio”. Anche in Francia, la tendenza sembra già in atto: per sostituire François Villeroy de Galhau, il presidente Macron ha scelto l’ex Mediobanca Emmanuel Moulin, la cui figura sembra meno tecnica e più “politica“. La scelta – se approvata dal Parlamento – potrebbe fare da apripista a una nuova tendenza per la selezione dei governatori delle banche centrali nazionali. E, in prospettiva, anche per la nomina dei presidenti della stessa Bce.

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Mercati, la quiete prima della tempesta?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Settimana interlocutoria per le Borse, che si mantengono a buoni livelli, soggette a oscillazioni in alto e in basso, ma senza particolari scossoni. Questo sebbene il petrolio sia ancora in fascia alta (intorno ai 105 dollari al barile il Brent e di poco sotto quota 100 il Wti). Chiaramente, i mercati stanno attendendo i risultati dei colloqui e tifano per la pace e per la stabilizzazione dell’area (e dello Stretto di Hormuz). Ma al momento fare previsioni è molto difficile. Per questo motivo, la sostanziale tranquillità dei listini potrebbe assumere le sembianze della “quiete prima della tempesta” (che colpirà l’economia mondiale se la situazione non verrà sbloccata entro fine maggio) o, in alternativa, dell’anticipazione di un timido ritorno alla normalità.

Trattative in stallo

Su Hormuz, però, non ci sono novità, e le trattative sono in stallo. Sembra che la sede dei negoziati sia destinata a cambiare: è infatti probabile che le parti abbandonino Islamabad per poi organizzare un secondo round di colloqui a Ginevra. Ma non da subito. Per questo, sembra insorgere un certo pessimismo su una risoluzione veloce delle ostilità, che invece appare indispensabile per l’economia mondiale. Oltre a questo, si è aggiunto un ulteriore problema: sembra che i radar di varie imbarcazioni commerciali abbiano subito azioni di hackeraggio, che hanno interrotto la tracciatura informatica degli scafi coinvolti. Una bella grana per gli armatori, impossibilitati a monitorare la posizione delle navi: l’ennesimo disagio che si aggiunge alle molte difficoltà causate dalla guerra nel Golfo – anche se non è dato di sapere se l’azione di pirateria informatica sia in qualche modo collegata con il conflitto.

Nubi scure si addensano

L’attesa è comunque snervante e i tempi lunghi nelle trattative preoccupano le imprese. Come già anticipato, si teme che una mancata risoluzione della crisi entro fine maggio possa causare un disastro per l’economia mondiale, con un potente effetto domino in grado di coinvolgere tutti. Compresi gli Stati Uniti, che pur evitando il caro-gas (il metano Usa è ancora a livelli accettabili) non potranno reggere a lungo le quotazioni alte del petrolio, considerato che l’americano medio utilizza l’automobile in maniera intensiva. In caso di mancata risoluzione della crisi, le Borse rischiano un tonfo considerevole: la volatilità, che al momento è stranamente compressa, andrebbe a dilatarsi, buttando i mercati nel caos.

Giappone, tassi invariati

Con la possibilità che l’inflazione torni a mordere, è pressoché sicuro il rinfocolarsi del dibattito sui tassi. Si prevede che nelle banche centrali la partita fra “falchi” e “colombe” possa tornare aspra, e che le decisioni sul costo del denaro vengano prese dopo duelli interni senza esclusioni di colpi. La spaccatura è già emersa a Tokyo. La Banca del Giappone ha sì mantenuto i tassi allo 0,75%, ma ben lontana dalla decisione unanime: la consultazione interna ha espresso sei consensi e tre voti contrari – questi ultimi orientati a un rialzo di 25 punti. Un passo, comunque, che avrebbe assunto un rilievo marginale, date le percentuali attuali. E’ comunque curioso che fra i tre “falchi” si conti un consigliere finora noto per la posizione dovish. Il mantenimento del tasso neutrale, che ha rafforzato lo yen, non ha evitato una previsione relativa all’inflazione, che secondo la banca centrale giapponese supererà quest’anno il target del 2%.

In attesa della Fed

Se Tokyo ha preso la sua decisione (sofferta, come abbiamo visto), ora è la volta della Federal Reserve, che fra poche ore deciderà se seguire l’esempio giapponese o ritoccare le percentuali. La riunione del board – l’ultimo sotto la presidenza di Jerome Powell – sarà probabilmente deludente per le aspettative di Donald Trump, che da tempo preme per una politica all’insegna dei ribassi: gli analisti prevedono infatti tassi invariati in aprile, e ritengono difficile un ammorbidimento della stretta monetaria nel corso di quest’anno. Poco potrà influire, nei prossimi mesi, la posizione più dovish di Kevin Warsh, il cui insediamento come nuovo presidente Fed sarà ufficializzato a brevissimo, salvo clamorose sorprese dell’ultimo momento. Warsh è stato da più parti definito “il pupillo di Trump”; tuttavia, il ruolo di numero uno Fed richiede indipendenza dalla politica, e le recenti dichiarazioni del prossimo governatore puntano a evitare polemiche più che a indicare una direzione precisa. Che, c’è da scommetterlo, sarà influenzata in modo decisivo da inflazione e situazione internazionale.

La Bce segue a ruota

Dopo la Fed sarà la volta della Bce, che il 30 aprile si riunirà per decidere se ritoccare i tassi di interesse oppure lasciarli invariati. Assisteremo anche in questo caso a un confronto serrato tra “falchi” e “colombe”? Forse sì, anche se – a quanto prevedono molti osservatori – sembra probabile un nulla di fatto. Almeno per ora. Perché, se la crisi proseguisse ancora a lungo, l’Eurotower sarebbe tentata di inasprire la politica monetaria nel corso del 2026 per fermare l’inflazione: un dato su tutti, secondo Confindustria il rincaro delle bollette costerà alle aziende italiane un aggravio compreso tra i 7 e i 12 miliardi di euro. Con le logiche conseguenze a cascata sui prezzi al dettaglio e sui bilanci delle famiglie. Tuttavia – lo abbiamo già detto – una politica hawkish non è una risposta efficace per un rischio di inflazione provocato da una carenza temporanea di rifornimenti – petroliferi, energetici, ma anche di fertilizzanti, metalli e varie merci.

Alleggerimento

In questa situazione quale strategia si può impostare per i propri investimenti? Potrebbe rivelarsi utile alleggerire tra il 10% e il 15% della propria posizione, in previsione di una possibile discesa del mercato, conseguente allo stallo nello Stretto di Hormuz. Se si decide di seguire questa linea, è consigliato vendere in maniera lineare, coinvolgendo tutti i titoli in portafoglio, per mantenere le proporzioni tra i vari settori. In attesa che il petrolio torni a scendere e le minacce geopolitiche si ammorbidiscano, innescando una tranquillità sui mercati.

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Le Borse scommettono sulla ripartenza

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Una delle tante vignette che girano per internet mostra due animali preistorici intenti a osservare un meteorite in rapido avvicinamento. I timori del primo (un dinosauro) vengono raffreddati dall’osservazione del suo interlocutore, sicuro che i mercati abbiano già scontato l’impatto, ancora prima che esso sia materialmente avvenuto. Un modo buffo, ma brillante, per canzonare un po’ l’attitudine dei mercati, che tendono a “digerire” le sollecitazioni negative in largo anticipo, arrivando persino a precorrere i tempi. Questo trend non è, ovviamente, immune dall’effetto-annuncio, ma dota le Borse di un armamentario difensivo tale da assorbire eventuali dichiarazioni, o operazioni, dell’amministrazione americana. La dinamica prevede un’alternanza fra fase difensiva (rallentamento degli storni) e offensiva (rimbalzo).

La lezione dei dazi

Gli indici hanno acquisito gli anticorpi giusto un anno fa, nell’aprile 2025, con l’entrata in vigore dei dazi a pioggia di Donald Trump e il mega-storno borsistico mondiale, poi prontamente recuperato. A 12 mesi di distanza, i listini hanno imparato a relazionarsi con un presidente che è capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di una stessa giornata: nella primavera dell’anno scorso si erano verificate vendite allo scoperto che avevano poi lasciato gli investitori senza paracadute; oggi, l’esperienza ha consigliato maggior cautela. Non per niente, la discesa dei mercati è stata composta, per poi dimostrarsi capace di un violento rimbalzo, nella speranza di un accordo imminente. Le “due fasi”, come si diceva. E così, ora le Borse hanno recuperato le perdite accumulate in marzo, mese – ricordiamolo – che si rivela spesso difficile anche nei periodi di normalità.

Guardare lontano

La dinamica delle montagne russe si è ripetuta la scorsa settimana: è bastata la riapertura iraniana dello Stretto di Hormuz per abbattere il prezzo del petrolio. Il che ha dato vento alle Borse, che ha portato i listini a recuperare tutte le perdite di questi due mesi. La successiva dichiarazione di Donald Trump, che ha deciso di non rimuovere il blocco navale, ha poi causato un nuovo rincaro del petrolio; tuttavia, il conseguente arretramento borsistico si è mostrato tutto sommato gestibile, ed è stato seguito da un tentativo di recupero.
Questo perché – come si diceva – le Borse hanno già scontato la guerra e stanno scommettendo su un accordo definitivo fra le parti. Non per niente, il prezzo del greggio a un anno è stato fissato a meno di 70 dollari. Nonostante l’incertezza, dunque, i mercati guardano già avanti: danno per scontato che nel secondo trimestre proseguiranno le difficoltà legate alla situazione dello Stretto, e cioè il mancato passaggio di petrolio e approvvigionamenti, ma che nei tre mesi successivi avverrà una ripartenza. L’ottimismo è anche spinto dall’esigenza sempre più pressante degli Stati Uniti di non rallentare la corsa di tecnologia e intelligenza artificiale, che sono settori energivori e hanno bisogno di tutto tranne che della penuria di petrolio e gas. Gli Usa hanno interesse che il prezzo del greggio scenda, perché gli investimenti pianificati possano avvenire.

Finanziari alle stelle

L’ottimismo ha spinto verso l’alto i titoli finanziari, che la scorsa settimana si sono resi protagonisti di un’ottima rimonta. Il recupero è stato di tipo strutturale, dato che il settore era stato troppo penalizzato in precedenza: ora, il comparto rappresenta un ottimo cavallo su cui puntare, in una situazione in cui non è consigliato acquistare energetici, mentre sugli industriali sembra più saggio attendere le evoluzioni del quadro internazionale. La tecnologia rappresenta invece un’incognita per la sua dipendenza dall’energia, ma offre comunque ottime prospettive sul lungo termine. In contemporanea con la riaffermazione dei titoli finanziari si è verificata la grande rivincita di Luigi Lovaglio, che torna amministratore delegato di Mps. Ciò è potuto accadere grazie all’inaspettata sconfitta, in assemblea, della lista sostenuta dalla famiglia Caltagirone, che rappresentava il cda uscente (ferma al 38,79%), e dalla vittoria del raggruppamento legato a Delfin e Banco Bpm (49,95%), che appunto sosteneva l’ex ad. Il risultato evidenzia che i soci hanno voluto evitare i giochi politici e restituire fiducia a un manager capace di risanare la banca, ma emarginato dal consiglio di amministrazione uscente, oltre che licenziato per giusta causa. La votazione ha dato forza al titolo Mps, che era stato uno dei peggiori del Mib e in due settimane ha registrato una performance del 20%, arrivando ai massimi storici. Continua anche l’operazione Unicredit-Commerzbank; in questo caso, l’esito è più che mai incerto, soprattutto in virtù delle barricate costruite dal governo tedesco in difesa del gruppo bancario di Francoforte.

Nessun piano B

Naturalmente, la ripresa in cui credono i mercati è una scommessa, non una certezza assoluta. In altri termini, occorrerebbe avere un “piano B” molto valido per attraversare la turbolenza, qualora si rivelasse più lunga del previsto. Cosa che l’Europa ha evitato di elaborare: l’Ue si è limitata a ventilare la possibilità di un lockdown energetico (estremamente impopolare), mentre la Bce è orientata verso un controproducente ritorno dei tassi alti. Tutto questo in presenza dei primi, inquietanti problemi di carenza di petrolio negli scali aeroportuali (la scorsa settimana è stata la volta di Venezia, Brindisi e Catania, in cui il carburante è mancato per alcune ore). A denunciare l’assenza di un “piano B” è stato anche Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. “Mi meraviglio che l’Europa non stia vedendo questa cosa e non abbia pronte misure, che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico. Ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1,16, questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”. Parole forti, che si uniscono ai molti appelli a cambiare rotta sul patto di stabilità e sullo stop al gas russo, che rischierebbe, in questa situazione, di provocare rischi di carenze e di nuovi aumenti, a loro volta in grado di mettere in ginocchio le famiglie più deboli e le aziende. Proprio il presidente di Confindustria ha ricordato che “prima del conflitto Russia-Ucraina noi pagavamo l’energia 28 euro a megawattora oggi siamo a 160 euro. Credo che su questo serva fare una riflessione. Oggi noi abbiamo bisogno di fare tutto ciò che è possibile per salvaguardare le nostre imprese, che in questo momento sono veramente fuori dalla competizione globale”. Secondo Orsini, a questo proposito “bisogna fare dei ragionamenti, anche perché mi risulta che stiamo ancora comprando gas naturale liquefatto dalla Russia”. Senza il quale, sembra di capire, le nostre bollette sarebbero ancora più care.

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Borse, si chiude un novembre molto positivo

I mercati hanno archiviato brillantemente il mese, premiando chi ha saputo cogliere le opportunità. Ora ci attende un anno all'insegna dei primi ribassi del costo del denaro, con ricadute su azioni e obbligazioni. Il fallimento Signa e i possibili impatti su banche, economia reale e listini

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse hanno chiuso novembre con risultati brillanti. I dati sull'inflazione e il rientro degli eccessi registrati sul mercato obbligazionario hanno favorito anche l'azionario, con un mercato italiano tornato su valori che non si vedevano dal lontano 1999Chi ha scelto la strategia di mantenimento ha fatto la scelta corretta. Per tutti coloro che si sono dimostrati in grado di cogliere le opportunità, il 2023 si chiuderà infatti molto bene.

Il fallimento Signa

Detto questo, mentre l'inflazione è ormai sotto il 3%, l'economia sconta le conseguenze della stretta monetaria ed evidenzia varie difficoltà. Tra i settori più colpiti, il real estate, dove si iniziano a vedere gli effetti del rialzo dei tassi di interesse. Che ha un triplice effetto: rallenta le compravendite immobiliari, innesca un calo dei prezzi a causa dell'incremento dei mutui e del conseguente decremento della domanda e mette in grossa difficoltà i colossi immobiliari che hanno acquistato terreni a prezzi molto alti e ora devono fare i conti con quotazioni più basse e l'invenduto. Una vittima eccellente del rallentamento dell'edilizia, causato dalla stretta monetaria, è Signa, il gruppo immobiliare austro-tedesco del vulcanico René Benko, che ha presentato istanza di fallimento presso il tribunale di Vienna. Il crack preoccupa le banche, esposte complessivamente per circa 2,2 miliardi di euro (nel gruppo c'è anche Unicredit). La situazione ha destato molti timori di effetto domino e reazioni a catena, con impatti sul settore creditizio, ma non solo. Al momento, però, il sistema bancario ha tutte le potenzialità per digerire senza grandi difficoltà questo pur grave imprevisto. E' chiaro, però, che se al fallimento Signa si aggiungessero nuove insolvenze, per le aziende di credito il problema inizierebbe ad aggravarsi in maniera molto pericolosa.

La posizione delle banche centrali

A influenzare la situazione dell'economia in generale e del real estate in particolare saranno sicuramente i banchieri centrali e le loro strategie monetarie per il 2024. Sembra scontato che il prossimo anno i tassi scenderanno sia in Europa, sia negli Stati Uniti, con i relativi impatti sull'economia, sulle Borse e sul mercato obbligazionario. E' altrettanto sicuro che non si parlerà più di nuovi rialzi, nonostante la dichiarazione di Jerome Powell, che ha tenuto aperta la possibilità di far crescere ancora il costo del denaro. L'esternazione del presidente Fed è infatti poco più che accademica: l'economia americana non potrebbe sopportare una manovra simile e neppure l'elettorato, che il prossimo anno sarà chiamato a eleggere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Più pragmatica è stata la tedesca Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo Bce: l'economista, pur certa che ci sarà “un aumento dell'inflazione”, ha bollato come “piuttosto improbabile un nuovo rialzo dei tassi” in Eurolandia. E' quasi certo che la Bce anticiperà la Fed nello “scollinamento” e nella discesa del costo del denaro: sembra preannunciarlo lo stop al riposizionamento in basso del dollaro, che dal valore di 1.10 è tornato intorno a 1.08 sull'euro. Le due monete sono, in questo momento, in una fascia di oscillazione 1.05-1.15, una sorta di trading range che al momento fa comodo a tutti.

Petrolio e gas

Per petrolio e gas sembra arrivato un periodo di relativa stabilità. Il greggio è in fase di stagnazione e non si muove dalla forbice 75-85 dollari al barile, in un prezzo di equilibrio che, come non abbiamo mancato di dire in precedenza, è positivo per tutti gli attori in gioco. Il gas staziona invece intorno alla quota di 40 euro al megawattora, fermando e lentamente assorbendo il rimbalzo di alcune settimane fa. Unico rischio è l'arrivo dell'inverno, che quest'anno sembra tornato su livelli climatici tradizionali.

Record oro, balzo bitcoin

A sfuggire alla stagnazione sono invece l'oro e i bitcoin: il primo ha stabilito un nuovo record, superando quota 2.100 dollari l'oncia; il secondo è invece tornato a 41.000 dollari. La performance dei due asset risponde ai primi segnali di ammorbidimento monetario: evidentemente, neppure gli investitori credono troppo al freno di Powell sul calo del costo del denaro. Il re dei metalli e le monete virtuali sono visti oggi come protezione dal prossimo ribasso dei tassi di interesse: gli strumenti che non danno un rendimento sicuro possono avere una logica di apprezzamento. Per quanto riguarda l'oro, a questa interpretazione se ne aggiunge un'altra: qualche Paese potrebbe aver iniziato ad accumulare riserve per proteggersi da eventuali sanzioni. Non sembra estranea all'apprezzamento dell'oro anche la situazione geopolitica: la guerra in Medio Oriente, che si è aggiunta al conflitto russo-ucraino e alle crisi in Africa, ha contribuito a restituire al metallo giallo il tradizionale (e, per certi aspetti, superato) ruolo di “bene rifugio”.

La morte di Charles Munger

Lo scorso 28 novembre è scomparso, a quasi 100 anni, Charlie Munger, noto guru degli investimenti, nonché amico, sodale e braccio destro di Warren Buffett. Munger ha fatto parte di una ristretta cerchia: quella degli “oracoli” della finanza capaci di fornire ricette vincenti in tutte le stagioni. Quei personaggi, cioè, che hanno saputo interpretare i mercati e i loro mutamenti – ma soprattutto cavalcarne l'onda e reagire agli eventi avversi – indifferentemente dal cambiamento del mondo, della finanza e della tecnologia.

Munger è anche noto per alcune citazioni brillanti sull'economia, ma non solo. Ne riportiamo alcune.

“Investite in aziende che anche uno stupido possa guidare, perché un giorno uno stupido lo farà. Se un'azienda non è in grado di sostenere un po’ di cattiva gestione, allora non è in un mercato davvero interessante”.

“Le menti migliori sono nei libri, non nelle aule scolastiche”.

“Gli studenti imparano la finanza aziendale nelle facoltà economiche. Gli viene insegnato che il grande segreto è la diversificazione. Ma la regola giusta è esattamente l’opposto”.

“E' notevole il vantaggio a lungo termine che persone come noi hanno ottenuto cercando di non essere stupide, invece di cercare di essere intelligenti”.

“Chi continua a imparare continuerà a crescere nella vita”.

“Imitare il gregge invita alla regressione verso la media”.

 


Petrolio, nessun cambiamento in sede Opec

I paesi esportatori di greggio hanno esteso i tagli attuali alla produzione a tutto il 2024, mentre l'Arabia Saudita proseguirà autonomamente l'estrazione di 500.000 barili in meno al giorno. Il punto sulle considerazioni finali di Ignazio Visco

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'ok definitivo del Congresso americano all'innalzamento al tetto del debito ha dato respiro ai mercati, che la scorsa settimana erano partiti con una flessione e hanno poi chiuso in crescita. La dinamica dei listini, però, non dipende solo dalle notizie giunte da Washington – dato che il compromesso era già stato raggiunto e comunque scontato – ma anche dalla dinamica che da tre mesi guida i mercati: quando la settimana parte male, chiude bene, e viceversa. Un ping pong che, come accade al gioco dell'oca, riporta le pedine alla situazione di partenza. La scorsa settimana, se si escludono l'ottima performance dell'intelligenza artificiale e il rafforzamento del settore bancario (ma sempre in un andamento di piccolo cabotaggio), le Borse non hanno abbandonato la loro ormai consueta posizione di attesa.

L'Arabia va da sola

Qualche novità giunge invece sul fronte petrolio, che nell'ultima riunione dell'Opec+ ha visto l'Arabia Saudita isolata sulla proposta di ulteriori riduzioni. L'organizzazione dei paesi esportatori di greggio ha mantenuto lo status quo, estendendo i tagli attuali a tutto il 2024 e stabilendo a 40,46 milioni di barili al giorno il target per l'anno prossimo. Riad, da parte sua, ha invece deciso di proseguire una politica autonoma, confermando il taglio di 500.000 barili al giorno. La divergenza (che, assicurano in sede Opec, è stata comunque soft) non ha avuto troppe conseguenze: pur cresciuto, il prezzo del petrolio è rimasto sotto gli 80 dollari al barile, nella comfort zone in cui risiede da un po' di tempo. Ad abbandonare, invece, le quotazioni degli ultimi tempi è stato l'euro, che è sceso rispetto al dollaro. Si tratta però di una normale fluttuazione, che lo mantiene in fascia neutrale.

Stretta monetaria, la (larvata) critica di Visco

L'opinione pubblica italiana ha, invece, seguito con molta attenzione le consuete considerazioni finali del governatore di Bankitalia, pronunciate da un Ignazio Visco giunto all'ultimo mandato. Attenzione particolare sull'inflazione, il cui ritorno su livelli più bassi “sarà più rapido e meno costoso se tutti – imprese, lavoratori e governi – contribuiranno a questo fine, rafforzando l’efficacia dell’indispensabile ancorché equilibrata normalizzazione monetaria. Le strategie di prezzo delle imprese giocheranno un ruolo fondamentale”. Si rivelerà importante, ha proseguito Visco, “tenere dritta la barra della risposta monetaria, ma con la gradualità necessaria per l’incertezza ancora non dissipata”. Una larvata critica, quella del governatore, alla velocità con cui la Bce ha alzato i tassi. Pur molto moderato e istituzionale, il messaggio è chiaro: occorre evitare salti nel buio, come più esplicitamente aveva ricordato, lo scorso febbraio, Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo Bce. Stiamo attendendo la recessione più prevista della storia. Ce lo dicono i dati economici, anche se la Banca Centrale Europea sembra voler proseguire nella politica di inasprimento. Mostrandosi più radicale rispetto alla Fed, dubbiosa sulla prosecuzione della stretta.

Tassazione, la progressività è imprescindibile

Visco è intervenuto anche sulla riforma del fisco, ritenendo “necessario” agire per “superare gli ostacoli e i disincentivi alla crescita dimensionale ancora presenti, spesso impliciti nelle norme amministrative e tributarie”, ma senza “prescindere dai vincoli posti dal nostro elevato debito pubblico, né dai principi di progressività e capacità contributiva sanciti dalla Costituzione”. Qualcuno, in queste parole, ha visto uno scetticismo nei confronti dei sistemi di tassazione ad aliquota fissa, che periodicamente si presentano nel dibattito politico italiano, ma che nella loro versione più ortodossa appaiono inattuabili. Mentre sembra più fattibile la versione light della flat tax, quella che consentirebbe alle partite iva con fatturato fino a 80.000 euro lordi una tassazione “piatta”. Si tratterebbe di una perequazione con il lavoro dipendente: i professionisti non hanno ferie pagate, malattia, né un datore di lavoro che paga loro i contributi. Questo intervento consentirebbe proprio di equilibrare queste differenze. Senza intaccare i principi di “progressività e capacità contributiva” sottolineati dal governatore.

Crescita sopra le attese

Tra i protagonisti delle considerazioni finali anche l'economia, la cui crescita, nel primo trimestre 2023, “ha di nuovo superato le attese”, con una previsione attuale di oltre l'1% a fine anno. La situazione evidenziata dal governatore ispira ottimismo anche in caso di recessione, dato che il prodotto interno lordo italiano continua a mostrarsi superiore a quello di Germania e Francia. Anche per la capacità di reazione dimostrata di fronte a pandemia e guerra russo-ucraina, con annessa crisi energetica. Le ristrettezze economiche in cui da tempo versa l'Italia, hanno fatto sì che le aziende che sono riuscite a sopravvivere, nonostante l'atavica burocrazia che frena il paese, abbiano sviluppato una sorta di sistema immunitario. E siano più sane e forti rispetto a imprese abituate a procedere su rassicuranti rettilinei, meno avvezze a difficoltà.

Salario minimo

Il governatore si è anche dedicato ai troppi giovani (ma non solo) che “non hanno un’occupazione regolare o, pur avendola, non si vedono riconosciute condizioni contrattuali adeguate; come negli altri principali paesi europei, l’introduzione di un salario minimo, definito con il necessario equilibrio, può rispondere a non trascurabili esigenze di giustizia sociale”. In molti casi, ha proseguito, “il lavoro a termine si associa a condizioni di precarietà molto prolungate: la quota di giovani che dopo cinque anni ancora si trova in condizioni di impiego a tempo determinato resta prossima al 20%”. Il salario minimo caldeggiato da Visco è possibile da introdurre? E in che termini? Prima di affrontare il problema, occorre ricordare che, da questo discorso, occorre escludere la maggior parte dei dipendenti, che uno stipendio minimo ce l'ha già. Si tratta dei lavoratori coperti dai contratti collettivi nazionali, i cui livelli retributivi sono sicuramente superiori a un importo base stabilito per legge. Il salario minimo, insomma, andrebbe a tutelare le fasce di popolazione più deboli, sottopagate. Quelle, per intenderci, che sono retribuite 5 euro all'ora o addirittura meno. Naturalmente, anche qui occorrono i dovuti distinguo: per esempio, prevedendo condizioni ad hoc per alcuni settori, come quello delle badanti, in cui la quantificazione oraria non è così immediata. Insomma: prima o poi, al salario minimo ci si dovrà arrivare, come auspicato da Visco. Occorrerà però individuare il giusto percorso e le corrette applicazioni di questo istituto. E considerare anche l'altro tema – correlato e altrettanto importante – relativo al livello di retribuzione dei giovani, soprattutto negli stipendi di ingresso. Magari superiori a qualsiasi salario minimo venga identificato, ma comunque molto bassi.

Debito pubblico

Tra le altre cose, le considerazioni finali si sono concentrate anche sul debito pubblico. Ridurne la dimensione, ha detto Visco, “è una priorità della politica economica, indipendentemente dalle regole europee. Un alto debito impone che una quota elevata delle entrate pubbliche sia destinata al pagamento di interessi invece che a impieghi produttivi; pone seri problemi di equità tra le generazioni; rende più difficile l’adozione di misure anticicliche; genera incertezza per gli operatori economici”. Considerazioni che non fanno una piega. Ma che, purtroppo, sono di difficile applicazione. Perché nella realtà, ridurre il debito è molto arduo, se non impossibile. Prendiamo l'Italia: negli ultimi 30 anni ha registrato un avanzo primario, ma ciò non ha impedito all'indebitamento di crescere. Prendiamo gli Stati Uniti, dove il debito è molto maggiore del nostro, e dove, nonostante questo, si è reso necessario un ampliamento del tetto, senza il quale il paese sarebbe andato in default. Piuttosto, sarebbe più fattibile cercare di eliminare il debito “cattivo” e mantenere quello “buono”, cioè gli investimenti che poi creano lavoro, denaro ed espansione dell'economia. A questo proposito, sarebbe importante ricalibrare gli obiettivi del Pnrr. Occorrerebbe, cioè, cambiare le politiche di investimento, dato che in poco tempo le priorità si sono trasformate in maniera radicale, ed evitare di spendere tutto il tesoretto entro il 2026. Perché, ricordiamolo, quasi tre quarti della somma disponibile è a debito: impiegarla tutta rischierebbe di creare problemi soprattutto a famiglie e aziende, che un giorno saranno chiamate a ripagare gli investimenti effettuati.

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Preoccupazioni dal caso Blackstone

Il default dichiarato dalla società americana su un'obbligazione finlandese genera molti timori. L'insolvenza potrebbe infatti essere la prima di una serie, sia in America del Nord, sia in Europa. Con notevoli conseguenze sul settore bancario e a cascata sull'intera economia. La vicenda mostra quanto sia pericoloso affrontare l'inflazione con un rialzo troppo elevato dei tassi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La scorsa settimana, il caso Blackstone ha scosso il mercato immobiliare. La società finanziaria newyorkese ha infatti dichiarato default su un bond coperto da un portafoglio immobiliare, composto da negozi e uffici della finlandese Sponda Oy. La società nordica non è stata in grado di rimborsare l'obbligazione, costringendo Blackstone a bloccare il rimborso dei fondi, per un'inadempienza di 531 milioni di euro. A farne le spese saranno, come spesso accade, i risparmiatori. Blackstone non rischia quasi nulla: gli avvocati della società finanziaria americana dimostreranno che i contratti sono adeguati alle normative e che il fondo ha agito in qualità di advisor, senza responsabilità in proposito.

Campanello d'allarme

La vicenda attiva però un grosso campanello d'allarme: fa temere che questo default possa rappresentare solo la prima di molte insolvenze di questo tipo, sia in America del Nord, sia in Europa. E mostra tutti i rischi di una politica di lotta all'inflazione condotta solo e unicamente con un rialzo elevato e continuo dei tassi. Questa strategia, seguita sia dalla Fed, sia dalla Bce, ha un impatto sull'intera componente immobiliare. E, di conseguenza, mette sotto stress i fondi real estate, in cui sono impiegate somme enormi. In questo caso, è stato sufficiente che gli investitori chiedessero a Blackstone rimborsi sulle obbligazioni cartolarizzate per far saltare tutto il meccanismo. Si teme, insomma, una situazione persino più pericolosa rispetto al crack 2008. Situazione che naturalmente investe anche i privati cittadini. Un esempio: in Italia, in un anno, la rata di un mutuo a tasso variabile di 125.000 euro con durata 25 anni è salita da 456 a 637 euro al mese. Un vero salasso, che si aggiunge al caro bollette e riscaldamento. E le autorità di controllo? Reagiscono con moniti. Come quello di Christine Lagarde, che ha chiesto alle banche di rinegoziare i mutui variabili. Cosa che finora – almeno a quanto ci è dato di sapere - gli istituti di credito non hanno fatto. Tutto questo avviene mentre le banche centrali non mostrano nessun ripensamento nella politica del rialzo dei tassi. In particolare, la Bce ha già annunciato i prossimi, graduali rialzi: secondo l'Eurotower, l'inflazione sta sì scendendo, ma non a sufficienza per fermare la strategia imboccata con decisione negli ultimi mesi.

 Borse, Milano non si ferma più

Settimana invece positiva per i mercati. Trainata dalla buona performance dei listini americani, che ha regalato agli investitori persino un rimbalzo del settore tecnologico, la Borsa di Milano ha chiuso con un buon 1,56%, che porta i dati dell'ultimo semestre a +27%. Difficile prevedere i movimenti del prossimo futuro. Ma, prima di assistere a uno storno, è facile che si verifichi una nuova gamba di rialzo. Per questo motivo sembra ancora consigliabile mantenere le posizioni, fino agli eventuali primi segnali negativi. È comunque saggio attendere le prossime riunioni delle banche centrali, dopo le quali sarà più semplice prendere una decisione. Oltre che dalle Borse di oltre oceano, la buona chiusura dei listini italiani è stata spinta dall'economia reale e, ancora una volta, dalle banche, favorite dal rialzo dei tassi, che hanno fatto crescere gli interessi passivi. Mentre, per la verità, non è ancora avvenuto un adeguamento di quelli attivi, rimasti a zero, né un calo delle commissioni. Tutto ciò mentre in Italia si sta discutendo il rinnovo del contratto collettivo nazionale dei dipendenti bancari. È proprio in questo scenario che si è verificata la clamorosa rottura tra Intesa Sanpaolo e Abi al tavolo di contrattazione. La cesura non è definitiva: in altri termini, Cà de Sass non esce dall'associazione bancaria, ma tratterà al tavolo per conto suo. Senza mediazioni. Nonostante ciò, la “mezza rottura” è un segnale molto forte, che può essere paragonato all'uscita di Fiat da Confindustria. I numeri, però, rendono la spaccatura dei giorni scorsi molto più problematica: sul numero dei dipendenti in relazione al totale, Intesa Sanpaolo conta molto di più della ex Fiat, dato che impiega circa il 20% dei lavoratori del settore. Detto questo, il colosso del credito, pur uscito dalla rappresentanza Abi al tavolo delle trattative, dovrà comunque proseguire a trattare con le parti sociali.

 Braccio di ferro per Tim

Dopo il picco del 6 marzo, sta veleggiando in acque alte il titolo Tim, azienda che è al centro di un braccio di ferro fra due cordate di compratori. Dopo l'offerta di Kkr è stata la volta di Cdp Equity, insieme a Macquarie Asset Management, che ha superato la somma messa nero su bianco dall'operatore di private equity, mettendo sul tavolo oltre 20 miliardi. L'offerta, recita una nota della stessa Tim, “sarà sottoposta all’esame preliminare del Comitato Parti Correlate, ai sensi della normativa applicabile a Cdp Equity, quale parte correlata di Tim e sarà, a seguire, portata all’attenzione del consiglio di amministrazione, ove possibile nella riunione già programmata per il 15 marzo 2023 o in un'altra data da definire”. L'esito della contesa è incerto ed è lo scontro fra due modelli: uno (Kkr) che obbedisce solo a logiche di mercato, l'altro che vedrebbe lo stato, mediante Cdp Equity, tornare in possesso almeno parzialmente di beni cruciali, che negli ultimi 20 anni sono stati oggetto di massicce privatizzazioni. Nella vita di un paese la rete, è fin troppo banale ricordarlo, è un asset strategico, perché chi ne è in possesso controlla la vita dei cittadini. Soprattutto in un'epoca come la nostra, in cui le comunicazioni digitali, oltre che telefoniche, pervadono l'intera economia, rendendo la rete un asset delicatissimo. L'intervento di Cdp Equity sottintende proprio questa esigenza: di salvaguardare, con un controllo diretto della rete, la vita di famiglie e aziende. Proprio per questo, il fronte politico è abbastanza coeso e sembra che maggioranza e opposizioni marcino verso lo stesso obiettivo. Ciò che è importante è che lo stato torni in controllo della rete. Poi, il settore pubblico potrà decidere di tenere per sé anche la parte operativa oppure scorporarla, come è accaduto per Terna e Snam. Fra pochi giorni avremo tutti le idee più chiare.

Gas: per la Commissione Ue il suo prezzo è ancora “gonfiato”

Il petrolio resta ancora a livelli di guardia: il rimbalzo del prezzo del greggio sta iniziando ad assomigliare sempre più al Godot di Samuel Beckett. Il mancato rialzo, che fa sicuramente bene all'economia reale, potrebbe dipendere anche dal ritardato (o mancato, fate voi) impulso di ripresa cinese che era ampiamente atteso. Ottime notizie anche sul fronte gas, che sembra avviarsi verso la barriera dei 40 euro al megawattora. Non ancora sufficiente, però, per tornare a livelli più consoni. Non per niente Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione Ue, ha dichiarato "Il prezzo del gas è gonfiato, è superiore di sette volte a quello degli Usa". Ecco: magari non di sette volte, ma sicuramente di un valore compreso fra tre e cinque. E il motivo travalica la crisi post-Covid e la guerra russo-ucraina: gli Stati Uniti, in barba a protocolli ambientali, sono autosufficienti, diversamente dalla catena di approvvigionamenti europea. Oltre a quello, c'è la nota speculazione sulla Borsa di Amsterdam, dove si forma il prezzo del gas con criteri non completamente controllabili.

Auto elettrica, decisione rinviata

Nel mentre, il voto dei rappresentanti permanenti sullo stop alla vendita di nuove vetture endotermiche dal 2035 è stato rinviato. A manifestare posizioni contrarie o scettiche sull'addio a benzina e diesel sono stati quattro stati membri: Polonia, Bulgaria, Germania e Italia. A questa posizione, a quanto si dice, sarebbero pronti a unirsi altri stati, finora timidi o timorosi di esprimersi. I problemi che si potrebbero creare con uno stop così radicale sono ben noti: costi alti, colossi automotive europei in crisi e perdita di posti di lavoro, consegna di fatto del settore mobilità nelle mani della Cina, costi di ricariche e riparazioni, durata delle batterie, lunghezza dei rifornimenti, inadeguatezza delle reti elettriche, inquinamento molto alto per lo smaltimento delle batterie (di cui, tra l'altro, non parla nessuno). Inoltre, una situazione del genere costringerebbe i cittadini di un intero continente a cambiare auto in massa. Attualmente il paese con più auto elettriche è la Norvegia, dove circolano meno di 3 milioni di veicoli e le e-cars sono circa il 18%. Il rinvio del voto rimette in gioco una decisione che sembrava già acquisita. La riflessione potrebbe portare a fare un passo indietro e revocare i divieti, creando una sana competizione fra elettrico e combustibili tradizionali, che la ricerca potrebbe cercare di “ripulire” un po' dalla loro carica inquinante. Probabilmente, la discussione si trascinerà fino alla scadenza elettorale del 2024.

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Inflazione, Visco tranquillizza: “situazione diversa dagli anni Settanta”

Il governatore della Banca d'Italia ne è certo: i due periodi storici sono del tutto diversi e la crisi attuale è temporanea. Ma la fine della politica “zero Covid” in Cina, con la maggior richiesta di energia e petrolio, potrebbe alzare i costi delle materie prime. Intanto, i consumi italiani spingono al rialzo le stime del pil atteso. Luci e ombre dai cantieri olimpici

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'inflazione attuale non è assolutamente paragonabile a quella degli anni Settanta. Ad affermarlo è stato Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, lo scorso 11 febbraio nel corso di una lezione al Warwick Economics Summit di Londra. Secondo il governatore della Banca d'Italia, i due periodi sono differenti, sia per i miglioramenti della politica monetaria, sia per le trasformazioni strutturali che sono intervenute nelle nostre economie.

Nuovo rischio dal petrolio

L'analisi è sostanzialmente condivisibile, e – pur involontariamente – dimostra che il continuo rialzo dei tassi da parte della Bce non è una strada utile da percorrere. Abbiamo insistito molte volte sulla differenza fra l'inflazione americana (di tipo tradizionale) e quella europea, che dipende invece dal caro-gas, fenomeno a sua volta provocato dalla crisi russo-ucraina, dalla transizione energetica e dalla ripresa delle attività dopo il periodo delle restrizioni Covid. Cercare di schiacciare un'inflazione così atipica con strumenti tradizionali rischia di mandare le economie in recessione senza risolvere il problema: con la fine della politica zero Covid in Cina, il bisogno di energia (e soprattutto di petrolio) provocherà facilmente una stabilizzazione verso l'alto dei costi delle materie prime – anche perché Pechino ne assorbe circa il 50%. Per questo motivo, il prezzo del greggio, finora sotto controllo, rischia di tornare a salire, con una dinamica verso l'alto rinforzata dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.

La Cina è vicina

C'è però anche un rovescio della medaglia. La ripresa della Cina potrebbe infatti dare impulso all'economia europea, anche in presenza di un caro-petrolio. Se infatti Pechino riuscirà a invertire la rotta e innescare un periodo virtuoso sia sul fronte interno sia su quello delle esportazioni, si verificherà un effetto positivo su tutta la catena del valore. A cominciare dall'Europa. A trarre beneficio da questo trend in crescita, però, sarà anche la Russia: la crescita cinese obbligherà Pechino ad aumentare la fornitura di materie prime, che acquisterà soprattutto da Mosca. Le sanzioni europee, i cui pacchetti continuano a fiorire in quel di Bruxelles, saranno quindi ancor più vanificate. Insomma, le previsioni dell'ex premier Mario Draghi, che allo scoppio della guerra pronosticava una Russia in bancarotta entro due mesi, si sono rivelate del tutto errate.

Le obbligazioni spingono il pil

Sicuramente fanno bene all'Italia gli ultimi dati sul prodotto interno lordo, che la Commissione Europea ha stimato, per il 2023, a un +0,8%. Il dato rivede verso l'alto la previsione sul pil diffusa a novembre (+0,3%) e l'inflazione attesa, passata dal 6,6% al 6,1%. Il prossimo anno, sempre secondo questi dati, la situazione potrebbe essere ancora migliore: pil previsto a +1% e inflazione al 2,6%. Il buon risultato dipende anche dall'inversione di tendenza sui consumi, che a loro volta sono stati spinti dal rialzo dei rendimenti sulle obbligazioni. Gli italiani sono un popolo di risparmiatori, molto orientato ai bond: i rendimenti fra il 4% e il 6% sulle cedole generano dunque una ventata di serenità e ottimismo, allentando il freno allo shopping. Sorride anche l'azionario che, anche grazie a bilanci migliori delle aspettative, continua il suo trend favorevole. A contribuire è anche il buon momento dei titoli bancari, che hanno messo il turbo sia a causa dell'aumento dei tassi, sia per la loro alta capitalizzazione. È quindi consigliabile mantenere le proprie posizioni sull'azionario, almeno fino a quando il mercato dovesse iniziare a mostrare correzioni brusche e significative.

Inflazione Usa, dati non del tutto positivi

Notizie non del tutto positive dall'inflazione americana su base annuale, che a gennaio si è attestata sul 6,4%. Un dato sì in calo rispetto al 6,5% del mese precedente, ma oltre la previsione del mercato (6,2%). Sale invece dello 0,5% (invece che dello 0,4% che ci si attendeva) la percentuale mensile. Se invece escludiamo cibo ed energia, la crescita annuale è del 5,6%  e quella mensile dello 0,4% (entrambe lo 0,1% in più rispetto alle attese). Queste percentuali rendono praticamente certo un nuovo ritocco dei tassi da parte della Federal Reserve.

Londra, la crisi continua

Se il prodotto interno lordo italiano mostra ottime prospettive, i dati sul pil britannico non sono per nulla tranquillizzanti. Se Londra, a fine 2022, si è salvata dalla recessione per un soffio, a fine febbraio probabilmente non potrà più evitarla. L'inflazione è molto alta, causa impoverimento e soffia sul fuoco delle proteste sociali che si fanno più forti, con manifestazioni e scioperi di varie categorie professionali. In questa situazione, oltre alla congiuntura internazionale, entra in gioco anche la Brexit, che ha acuito un già forte squilibrio della bilancia commerciale. Nonostante l'indipendenza energetica che contraddistingue la Gran Bretagna, con le riserve di petrolio nel Mare del Nord, il problema strutturale di carenza di manodopera finisce per colpire gli approvvigionamenti e crea un'offerta ridotta, a fronte di una domanda molto alta. Si è parlato più volte di una riapertura delle trattative con l'Europa, per trasformare la Brexit “forte” in una formula più soft. Ora come ora, con i Conservatori al governo, rivedere i termini della collaborazione Londra-Bruxelles è impossibile. Per riaprire i giochi occorrerà forse attendere le elezioni e un probabile cambio di governo.

Milano-Cortina, spese più alte per il Villaggio Olimpico

Il conto alla rovescia per Milano Cortina 2026 è già ufficialmente iniziato. E i lavori per il villaggio olimpico, in costruzione alla ex stazione ferroviaria di Porta Romana, sono in anticipo di quattro mesi. Cattive notizie, però, sul fronte spese: il villaggio costerà infatti il 30% in più di quanto previsto, portando il conto a 150 milioni. Il rincaro dipende essenzialmente dai maggiori costi delle materie prime (evidentemente gli appalti non prevedevano prezzi bloccati), ma anche dall'aumento della superficie richiesto dal Comune (10.000 metri quadrati, che si aggiungeranno ai 70.000 iniziali). Questo anche in previsione della destinazione post olimpica dell'area, che diventerà una residenza universitaria con 1.700 letti a disposizione degli studenti fuori sede. Il vantaggio di Milano Cortina, in ogni caso, è la situazione degli impianti, in gran parte già pronti ancora prima dell'assegnazione. La partita più impegnativa si gioca sulle infrastrutture, dove non tutte le notizie sono positive. Sembra ormai certo che alcuni lavori previsti non saranno completati in tempo: tra queste, il prolungamento della tangenziale di Bormio, la bretella di Chiavenna, lunga appena 8 chilometri e forse anche la soppressione di alcuni passaggi a livello e il tram Forlanini-Rogoredo. In totale, delle 42 opere di viabilità previste, ne saranno sicuramente ultimate in tempo utile solo 11. Le altre sono in ritardo (e in forse). Nonostante questo, è molto probabile che il ritorno per le aree protagoniste dei Giochi sia, alla fine, molto positivo. Se Milano sta ancora volando sulle ali di Expo 2015, si può prevedere un analogo beneficio dopo la kermesse olimpica. Certamente l'occasione andrebbe sfruttata a pieno, ripensando completamente l'industria sciistica lombarda e alpina. La Torino post-olimpica ha fatto da apripista, lanciandosi come comprensorio sciistico di riferimento per inglesi e irlandesi, anche grazie all'apertura di rotte low cost invernali su Caselle. L'esempio potrebbe essere replicato in grande con i cinesi: se dopo i Giochi Olimpici si riuscisse a organizzare l'arrivo di aerei giornalieri da Pechino o Shanghai per Malpensa, Venezia e Torino, la ricaduta economica per tutte le aree montane interessate sarebbe clamorosa. E trasformerebbe la nostra neve nell'oro bianco italiano. Temperature permettendo.

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Italia finalmente in crescita

Il prodotto interno lordo del nostro paese si è incrementato più delle previsioni e il rapporto debito-pil chiuderà il 2022 in calo rispetto all'anno precedente. Mentre ottobre si è confermato il mese del rimbalzo, che non è stato scalfito (almeno per ora) dal boom del prezzo del grano

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Nel corso di ottobre, i mercati hanno registrato il rimbalzo che tutti auspicavamo. Certo, siamo ancora lontani da un recupero netto (l'azionario è ancora a -20%), ma la svolta ci autorizza a conservare timide speranze sulla prosecuzione del trend. Particolarmente positivo l'obbligazionario, che sembra finalmente in rialzo, almeno sulla parte lunga della curva, sia in Europa, sia negli Stati Uniti.

Pil, Italia in maglia rosa
A ciò si aggiunge una notizia positiva per l'Italia: il pil è cresciuto più delle previsioni, rendendo lo spread, sceso a 215, minore rispetto a molti altri differenziali. Inaspettatamente, il nostro paese farà registrare la crescita più solida all'interno dell'Ue: grazie anche all'inflazione, il rapporto debito-pil si rivelerà decisamente più basso rispetto all'anno scorso.
In cifre, si prevede che questo valore a dicembre scenda a quota 150, mentre la crescita – influenzata dal “combinato disposto” fra l'aumento del prodotto interno lordo e l'inflazione – dovrebbe superare l'11%.

Grano, nuovi problemi all'orizzonte
Se ottobre può essere archiviato come un mese positivo per i mercati, l'ultima seduta del mese ha però visto un'impennata del prezzo di grano e mais, causata dallo stop russo all'accordo. Finora, questo rialzo non ha avuto impatti sugli indici, influenzati positivamente dal calo del prezzo del gas, ma pone un'incognita sul futuro. Soprattutto perché è parte di un circolo vizioso di azioni e reazioni sul campo di battaglia russo-ucraino che rischia di coinvolgere l'Occidente in maniera più diretta.
Europa e Stati Uniti, dal canto loro, non hanno ancora compreso pienamente che le sanzioni non stanno più di tanto danneggiando la Russia: Mosca commercia tranquillamente con gli altri paesi non allineati e vende le proprie materie prime in Asia, continente da cui poi si approvvigiona.

Lula e il sogno della moneta unica sudamericana
Tra i paesi che commerciano senza restrizioni con la Russia c'è anche il Brasile, i cui scambi con Mosca sono aumentati di oltre il 100%. Il ritorno di Lula alla presidenza, sancito domenica scorsa dalle urne, non cambierà la situazione. Anzi: il suo mandato potrebbe ulteriormente raffreddare i rapporti con gli Stati Uniti. Soprattutto nel caso in cui il presidente brasiliano tornasse a parlare di un progetto che, se realizzato, rappresenterebbe un duro colpo a secoli di strategie politiche monroviane: la creazione di una moneta unica sudamericana. Dal punto di vista politico non ci sarebbero ostacoli, dato che per la prima volta nella storia tutti i paesi latini del Sudamerica sono governati da esponenti di sinistra o centro-sinistra.
Realizzare un “euro sudamericano” sarebbe però molto difficile dal punto di vista economico per la presenza di paesi molto instabili, come Venezuela e Argentina, che non rientrerebbero nei parametri di ammissione. Mentre non sarebbe scontata l'adesione dell'Ecuador “dollarizzato”.
Inoltre, non si sa quanto un simile piano possa giovare al Brasile, vera locomotiva del Sudamerica: per il paese sarebbe più conveniente guardare all'esempio europeo (il cui pieno progetto è ancora in fase di realizzazione) e tenersi stretto il real.
Per il resto, la sfida di Lula appare molto impegnativa. In primo luogo, dovrà gestire il potere in maniera diametralmente opposta rispetto ai mandati precedenti, impegnandosi in una lotta senza quartiere alla corruzione.
In secondo luogo, il presidente non potrà scontentare le parti produttive del paese, che hanno votato in gran parte per Bolsonaro, né il parlamento, ancora dominato da una maggioranza di destra. Anche per questo motivo, Lula ha scelto come vicepresidente Geraldo Alckmin, iscritto al Partito Socialista ma proveniente da un movimento centrista e decisamente pro-mercato.

Tassi, niente di nuovo a Francoforte e Washington
Qualsiasi risultato delle presidenziali non avrebbe comunque messo in discussione la crescita economica brasiliana, dovuta anche al rincaro delle materie prime di cui il paese è esportatore. Tutto questo mentre l'inflazione è scesa in misura tale da bloccare ulteriori aumenti dei tassi.
Aumenti ancora in agenda per Bce e Fed, che alternativamente ritoccano il livello verso l'alto (domani sarà il turno della Federal Reserve, con un probabile rialzo di 75 basis point). Allo stato attuale molti analisti prevedono che i tassi americani non siano destinati a superare il picco massimo del 5%; poi, inevitabilmente, si andrà verso una discesa.
Una certa influenza potranno averla le elezioni di mid term, previste per martedì prossimo: se i democratici dovessero perdere anche il senato, la situazione economica potrebbe avere riflessi positivi, generati da politiche di bilancio meno espansive e un approccio diverso sul fronte ucraino.

Il cinguettio di Elon Musk
Sempre oltre oceano, si conclude la telenovela-Twitter: dopo un tira e molla estenuante, Elon Musk ha infatti comprato il social network dei cinguettii.
Nel commentare questa operazione, i giornali si sono concentrati sul drastico cambio di linee guida che fonderanno il nuovo Twitter, più aperto a una molteplicità di opinioni e posizioni, sia dal punto di vista politico, sia etico, e meno tollerante nei confronti dei bot.
La vera sfida, però, risiede nella sostenibilità finanziaria dell'azienda: economicamente Twitter ha seri problemi ed è stato pagato troppo rispetto al suo valore corrente. Un problema che affligge anche Facebook, il cui sbarco sul metaverso si è rivelato poco fruttuoso, e che ha perso oltre il 70% della sua capitalizzazione da inizio anno. Musk sarà dunque chiamato a rendere redditizio Twitter in un periodo in cui il modello economico dei social network è entrato un po’ in crisi.
Se, comunque, il closing dell'operazione Twitter ha conquistato spazio sui giornali, anche per la popolarità della piattaforma, il vero “colpaccio” di Musk è un altro: l'acquisizione del 20% di Glencore, prima società al mondo per commercio di materie prime. L'operazione porta Tesla ad un miglior controllo della propria catena di approvvigionamento e, di conseguenza, a coprire la filiera a monte. Ricordiamolo: Tesla, nonostante la perdita del 43% da inizio anno, può vantare una capitalizzazione di 720 miliardi di dollari – cifra che è maggiore rispetto a tutti gli altri produttori di auto del mondo messi insieme.

Periodo buono per i bancari
Infine, un focus su Unicredit, il cui utile è salito a 4 miliardi (Russia esclusa), raggiungendo con due anni di anticipo il traguardo previsto dal suo piano strategico.
Il dato, in gran parte inatteso, dipende anche dai buoni risultati delle continue operazioni di buy back, oltre che dai conti solidi del gruppo e dall'aumento dei tassi, che favorisce l'intero sistema bancario.
Attendiamo ora gli utili di Intesa Sanpaolo, che si preannunciano, come quelli di Unicredit, superiori alle aspettative.

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Gas: quell'accordo che accordo non è

Il Consiglio Europeo ha finalmente messo nero su bianco i termini che dovrebbero portare a un tetto alle tariffe di metano e di energia elettrica. Ma il compromesso raggiunto dopo quasi 12 ore di riunione segna, in realtà, solo l'inizio di una roadmap, i cui termini devono essere ancora definiti

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo quasi 12 ore di riunione, il Consiglio Europeo ha finalmente partorito un accordo sul gas. O, almeno, quello che i media hanno definito tale. E che in realtà tale non è. Si tratta, invece, di un invito ai ministri dei paesi Ue e alla Commissione di avanzare con “urgenza” decisioni per fermare il caro-metano. In pratica, si dà mandato di studiare un possibile modello di tetto al gas usato per l'elettricità (sul modello spagnolo e portoghese), un nuovo benchmark complementare con l'obiettivo di “prevenire picchi di prezzo e manipolazioni”, e l'acquisto congiunto di metano.

Casella 58
Nessuna risoluzione, quindi, ma l'inizio di un percorso, l'apertura di una roadmap che dovrà portare a una decisione. Un traguardo salutato come epocale ricorda un po' la casella 58 del Gioco dell'oca – quella, cioè, che obbliga a tornare alla casella di partenza.
Tutto questo mentre, come al solito, ognuno pensa di aver portato a casa il risultato migliore per il proprio paese. Ancora una volta, l'Ue ha purtroppo evidenziato l'incapacità di abbracciare una strategia comune. Un'incapacità che poi alimenta il montante euroscetticismo che sta crescendo ai quattro angoli dell'Unione e che era un fenomeno del tutto marginale prima della crisi dei debiti sovrani.
Paradossale che, nel mentre, il gas stia calando autonomamente – non certo per le decisioni della classe politica europea, ma per normali (chiamiamole così) dinamiche legate ai mercati. Il costo del metano è sceso sotto quota 100 e ad Amsterdam, per qualche minuto, ha addirittura registrato un prezzo negativo (sulle consegne “next hour” durante le contrattazioni di lunedì pomeriggio). Queste dinamiche ci fanno comprendere quanto sia irresponsabile continuare a legare i prezzi dell'energia (e la vita di milioni di persone) a bizzarri schemi deregolamentati che agevolano la speculazione più estrema.

Europeisti? Sì, ma...
Velate critiche alla lentezza delle autorità comunitarie sulla risoluzione del caro-gas sono arrivate anche dalla nuova premier italiana Giorgia Meloni nel corso del suo discorso programmatico pronunciato ieri alla Camera.
La leader di Fratelli d'Italia ha rassicurato i deputati sulla prosecuzione di una linea europeista, dichiarando che il governo rispetterà le regole in vigore. Cercando però di contribuire alla riforma, nelle sedi opportune, di quelle che non hanno funzionato, come il patto di stabilità e crescita.
Nel contempo, Giorgia Meloni ha promesso un intervento nazionale per aiutare famiglie e aziende a fronteggiare il caro-bollette e carburante. Previsto anche un piano per la diversificazione delle fonti di energia che ha l'obiettivo di accelerare l'avvicinamento alle energie rinnovabili, sfruttando anche le condizioni climatiche favorevoli del Mezzogiorno.
Luce verde agli investimenti esteri (con un contrasto a “logiche predatorie”) e al Pnrr, che secondo la premier ha il compito di rimodernare il paese. Un corretto utilizzo di questo piano, ha puntualizzato, favorirebbe anche una svolta culturale che porti alla lotta contro le pastoie burocratiche, forte ostacolo alla crescita economica.

Downing Street: altro giro, altro premier
Se una donna si insedia alla testa di un governo, un'altra alza bandiera bianca. Si tratta di Liz Truss, che si è dimessa da premier britannica lasciando campo libero a Rishi Sunak, da lei recentemente sconfitto nella corsa a leader conservatore.
L'ennesimo avvicendamento a Downing Street sembra aver rassicurato i mercati, un po' per le posizioni meno radicali del nuovo premier dal punto di vista fiscale, un po' per l'esperienza pregressa del nuovo primo ministro come cancelliere dello scacchiere, un po' ancora per gli anni trascorsi nel mondo della finanza.
Sunak, johnsoniano di ferro e brexiteer della prima ora, avrà il compito proprio di arginare i problemi che stanno affliggendo Londra in seguito all'uscita dall'Unione Europea: la bilancia commerciale costantemente in passivo, l'impossibilità di attingere facilmente a lavoratori temporanei comunitari per soddisfare l'eccesso di domanda (come nel caso della carenza di rifornimenti, dovuta alla scarsità di camionisti) e l'arretratezza degli investimenti esteri, che stanno abbandonando il paese per l'Unione Europea, mercato che con i suoi 300 milioni di consumatori è decisamente più attraente.

Ltro: addio o arrivederci?
Cambiano i governi, non cambia la politica delle autorità monetarie sui tassi. Scontato un nuovo rialzo sia per la Fed (atteso un ritocco di 75 punti), sia della Bce. Le banche centrali, dunque, proseguono in una strategia anti-inflazione dalla dubbia utilità, mentre più di metà dell'Eurozona – Italia compresa - è già in recessione tecnica (l'aggettivo non inganni: si tratta di una recessione “vera” in tutto e per tutto).
I tassi alti potrebbero avere ripercussioni negative specialmente sul mercato immobiliare, la cui contrazione sembra inevitabile nel caso in cui diminuissero le richieste di mutuo casa. Un'eventualità probabile: basti pensare che in Italia il mutuo a tasso fisso a dieci anni era ancora al 1,10% il 10 gennaio, e ora naviga sul 4%.
Un rallentamento del real estate danneggerebbe molti settori dell'economia, di cui il comparto immobiliare è un vero e proprio volano: a ogni acquisto di abitazione fanno seguito le ristrutturazioni, che creano nuove occasioni di lavoro e mantengono fiorente l'indotto.
Oltre al rialzo dei tassi, l'agenda della Bce prevede anche la fine delle aste Ltro, che in tutta probabilità andranno a scemare gradualmente.
La decisione è però molto rischiosa, dato che già oggi i problemi di liquidità sono evidenti. Proprio per questo, non è escluso che lo stop alle aste possa essere seguito a breve termine da una loro riapertura, magari con un altro nome e caratteristiche leggermente diverse.

Transizione alle auto elettriche, urge un ripensamento
È invece calma piatta per il petrolio, il cui prezzo è tornato a calare, Per ora, il tentativo saudita di alzare il prezzo mediante un calo di produzione non ha sortito effetti, anche e a causa della riconferma di Xi Jinping alla testa del Partito Comunista cinese: il leader di Pechino è un sostenitore della politica “zero Covid”, che prevede frequenti lockdown e un conseguente calo di domanda di greggio e di investimenti occidentali. Tuttavia, si teme un nuovo rincaro dell'oro nero dopo le elezioni americane di mid term, se gli Stati Uniti scegliessero di formare nuovamente le loro riserve strategiche.
A lungo termine, invece, la domanda di petrolio potrebbe rivelarsi maggiore del previsto, dato che il caro energia rischia di far saltare la transizione elettrica nell'Ue entro il 2035. Secondo uno studio pubblicato due giorni fa da Facile.it, oggi ricaricare un'auto elettrica costa il 169% in più rispetto all'anno scorso. Mentre in alcuni casi la benzina e il diesel iniziano a essere più convenienti della scelta “non fossile”.
La crisi energetica persuaderà probabilmente la politica a fare un passo indietro e rivedere, almeno parzialmente, la sua scelta radicale di stop alla vendita di vetture tradizionali. Troppo rischioso dipendere da una variabile, come l'energia, che può provocare problemi ben maggiori rispetto al petrolio – non solo in termini di costo, ma anche di approvvigionamenti.
Oltre a questa problematica recente, restano in piedi gli altri dubbi legati a un cambio così repentino e netto: le incognite legate all'elettrosmog, decisamente sottovalutato; il rischio di distruzione di un'industria, come l'automotive, molto forte in Italia, Germania e Francia; la consegna della mobilità europea nelle mani delle industrie cinesi, molto presenti nel settore delle auto elettriche.
Problematica, quest'ultima, sollevata anche da Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, al Salone dell'auto di Parigi: alla presenza di Emmanuel Macron, il ceo della società olandese ha invocato il principio di reciprocità, assicurando che i produttori cinesi sono i benvenuti in Europa, a condizione che le industrie Ue possano godere delle stesse condizioni a Pechino. Il warning, che è un tentativo di moral suasion nei confronti delle autorità europee, potrebbe essere raccolto anche da altri dirigenti dell'automotive, e avere seguito in sede istituzionale.

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E' l'inflazione, bellezza

In Giappone, il costo di una porzione di sushi aumenterà per la prima volta dagli anni Ottanta. La notizia rappresenta il classico esempio di come l'aumento dei prezzi non risparmi davvero nessun paese del mondo. Abbattendo le comfort zone che ci eravamo costruiti negli anni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

In Giappone, per la prima volta dagli anni Ottanta, aumenterà il prezzo del sushi, tradizionalmente bloccato a 100 yen a porzione (poco più di 0,70 euro al cambio attuale). La notizia non deve essere archiviata come la classica nota di colore: al contrario, è un chiaro esempio di come l'inflazione stia abbattendo tutte le comfort zone che ci eravamo costruiti. Anche quelle che sembravano più inattaccabili.
Ogni economia, certamente, ha le sue dinamiche: il Giappone, per esempio, sconta – oltre alle conseguenze della guerra russo-ucraina – anche il calo dello yen e il boom di consumo di pesce in tutto il pianeta. Tuttavia, il refrain è comune per tutti, nessuno escluso.
Lo conferma un esempio più vicino a noi: da inizio anno, in vari bar del centro di Milano, la classica combinazione cappuccino-brioche è aumentata in media tre volte, facendo registrare impennate fino al 20%. Questi costi aggiuntivi, alla lunga, gravano in maniera pesante sui consumatori. O sugli esercizi commerciali, qualora i clienti preferiscano stringere i cordoni della borsa e consumare un po' di meno, per mantenere inalterati gli esborsi al bar o in negozio.

La Bce alza i tassi

Se i consumatori devono far quadrare i bilanci familiari, le banche centrali sono costantemente assillate dal “solito” dubbio amletico: alzare o non alzare i tassi? Alla fine, chi più chi meno, quasi tutte hanno deciso di introdurre ritocchi verso l'alto, anche se ben lontani dall'inflazione reale.
Ultima in ordine di tempo la Bce, che potrebbe aver trovato il compromesso tra i “falchi”, guidati dal governatore della Banca centrale olandese Klaas Knot, e le “colombe”. I primi puntavano a un aumento dello 0,50%, i secondi cercavano di limitarli allo 0,25%. Alla fine si dovrebbe arrivare sì al +0,50%, ma con due aumenti dello 0,25% in tempi diversi.
La decisione riceverà la sua investitura ufficiale nel corso della riunione Bce del 9 giugno. Ma possiamo già affermare che, in un contesto come quello attuale, sono limitati gli impatti fra un ritocco dello 0,25% e uno dello 0,50%: entrambi gli interventi rimarranno ben sotto i livelli reali di inflazione. A soffrire un po' di più saranno i richiedenti prestito che intendono sottoscrivere un mutuo a lungo termine; per il resto, l'intervento avrà portata limitata.
In ogni caso è difficile presumere che si possa fermare questo tipo di inflazione con un rialzo dei tassi. Soprattutto se la situazione è innescata da un rincaro delle materie prime, che sta erodendo il potere d'acquisto nei consumatori (americani, ma soprattutto europei) e rischia di trascinare l'intero pianeta in recessione.

Ancora sanzioni

In Europa, la situazione è aggravata dalle sanzioni crescenti nei confronti della Russia: il sesto pacchetto, se entrerà in vigore, ci priverà da fine anno anche del petrolio russo in arrivo via mare (non, quindi, quello che transita dagli oleodotti).
Se a fine anno l'accordo trovasse applicazione, per l’economia italiana potrebbe esserci un impatto molto rilevante. L'Ungheria ha infatti ottenuto la dispensa dall'embargo e la Germania ha chiesto una dilazione del provvedimento (mentre il nostro paese ha preferito non farlo).
Il compromesso che ne è derivato come prima conseguenza ha provocato l’aumento del prezzo del petrolio fino a 120 dollari al barile. Se il trend proseguisse, l'intervento italiano sulle accise, anche se ulteriormente prolungato, rischierebbe di non bastare più.
A soffrirne saranno – ça va sans dire – famiglie ed aziende: zero contributi sono giunti alle imprese colpite dalle sanzioni, oltre che zero aiuti ai paesi più in difficoltà a causa dei pacchetti finora approvati (e cioè Italia e Germania – quest'ultima alle prese con inediti problemi di finanza privata).
A questo si aggiunge la crisi del grano: se le parti non trovassero un accordo per lo sblocco delle materie prime agricole ucraine, varie aree del pianeta (prima tra tutti l'Africa del nord) rischierebbero non solo la crisi, ma addirittura la fame. Sarebbe opportuno che, prima di qualsiasi altro intervento, le diplomazie concedessero priorità alle trattative per un cessate il fuoco e a interventi urgenti per il transito del grano. Diversamente, si rischierebbe una vera e propria catastrofe umanitaria nei paesi più poveri.

Acquisto di attività: verso lo stop?

ICon il rialzo dei tassi, la Bce potrebbe anche fermare definitivamente il programma di acquisto di attività. Un'iniziativa che, se davvero attuata, si rivelerebbe molto rischiosa, soprattutto perché favorirebbe l'aumento incontrollato degli spread. Mettendo nuovamente in pericolo la moneta unica.
Ricordiamo che il compito della Bce è sì quello di contenere l'inflazione, ma ancor prima è quello di mantenere l'euro in sicurezza. E una delle condizioni necessarie per farlo è contenere i differenziali fra i vari titoli di stato. Se l'Eurotower fallisse in questo suo compito, si aprirebbero le porte per gli affaristi senza scrupoli, quelli in grado di guadagnare cifre enormi nel caso in cui l'euro saltasse. La globalizzazione della finanza permette a uno speculatore di mettere in ginocchio intere economie, e non da oggi. Correva il “lontano” 1992 quando un'operazione di George Soros e altri affaristi costrinse la sterlina inglese e la lira italiana a svalutare e abbandonare lo Sme, creando gravi perdite al tesoro di due stati sovrani.

Rimbalzo made in Usa

Intanto, mentre l'euro sta pian piano risalendo la china sul dollaro, le Borse americane hanno fermato la corsa verso il basso, che le aveva portate a stabilire vari record negativi. Il Nasdaq, in particolare, ha registrato un rimbalzo superiore al 5% nell’ultima settimana e questo era abbastanza prevedibile. Quando i mercati calano per così lungo tempo, un recupero – seppur temporaneo - è abbastanza probabile. Come recita la classica teoria della “pallina da tennis”: più alta è la velocità di caduta, più ampio sarà il primo rimbalzo.
L'inversione a U dipende essenzialmente da questa dinamica, più che da un presunto ottimismo per gli spiragli di trattativa che sono filtrati fra le parti in conflitto. Anche perché le posizioni russe e quelle ucraino-americane sono, finora, troppo distanti tra di loro per far sperare in un compromesso che fermi la guerra.

Stati Uniti, bolla immobiliare in vista?

Sempre dagli Stati Uniti giungono segnali di allarme sul boom del mercato immobiliare: tradizionalmente, il verificarsi di una dinamica di questo tipo ha spesso portato gli Usa alla recessione. Ma non sembra questo il caso, dato che si iniziano a registrare segni di frenata a New York e in California – due dei quattro stati che trainano il real estate americano.
La corsa prosegue solo in Texas e in Florida, principalmente per la bassa fiscalità di questi due stati, che hanno portato aziende e cittadini a eleggerli come zona di residenza.

La Russia ferma le banche italiane

A casa nostra si registrano le restrizioni decise dal governo russo nei confronti dei conti correnti Unicredit e Intesa Sanpaolo. Finora, la situazione è molto fluida e rende difficile avventurarsi in commenti e previsioni. Si può solo affermare che l'improvvisa misura di Mosca non dovrebbe peggiorare le valutazioni dei titoli delle due banche. Anche perché il settore creditizio sarà quasi sicuramente spinto in alto dal rialzo dei tassi, che dovrebbe compensare pienamente la forte esposizione delle due big italiane nei confronti della Russia.
È quindi bene seguire con attenzione i titoli bancari, proprio in previsione della crescita del costo del denaro. Più a breve termine, a rivelarsi abbastanza interessante per chi vuole entrare sul mercato è il settore petrolifero europeo, ancora indietro rispetto ai prezzi mondiali del greggio.
Oggi è comunque consigliabile una certa cautela: per chi vuole investire, il consiglio è di non mettere tutte le fiches sul tavolo, ma solo una parte: il mercato è infatti ancora volatile, e la prudenza è più che mai d'obbligo.

 

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