Evergrande, niente di nuovo sotto il sole

La mossa del gruppo immobiliare cinese, che ha presentato istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale di Manhattan, non rappresenta una grande novità, dato che la società era di fatto già fallita due anni fa. A preoccupare sono altri rischi, ben più inquietanti...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La tranquillità che solitamente si accompagna all'agosto del mondo finanziario è stata apparentemente scossa dal caso Evergrande. Proprio due giorni dopo Ferragosto, il promotore immobiliare cinese ha dichiarato bancarotta protetta negli Stati Uniti, depositando l'istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale fallimentare di Manhattan. Evergrande proverà a ristrutturare il debito offshore e sta già imbastendo trattative a Hong Kong con i molti creditori (per centinaia di miliardi di dollari).

Timori esagerati

I giornali hanno fatto di questa notizia un lancio da prima pagina, accanto alle solite news sul nuovo anticiclone caldo e le altrettanto usuali indiscrezioni politiche. A rimbalzare sul tam tam di giornali, radio, televisioni e testate web sono state due domande: “Siamo di fronte a una nuova Lehman?” “Il Chapter 15 di Evergrande porterà fallimenti a catena?”. Questi timori sono per lo meno esagerati. Perché Evergrande era già fallita due anni fa in Cina, quando non aveva rimborsato i suoi obbligazionisti. E la mossa del promotore immobiliare negli Stati Uniti è stata poco più che un colpo di coda di una situazione già giudicata drammatica nel 2021. In altri termini, probabilmente non si verificherà una nuova Lehman, anche se certamente si possono prevedere alcune conseguenze serie.

Zhongrong e le banche ombra

A destare preoccupazione sono invece intervenute altre situazioni problematiche, in una bolla più ampia che sembra aver decretato la fine del boom cinese. Tra queste, la crisi di Zhongrong Trust, che non ha rimborsato gli importi dovuti agli investitori e che, secondo le stime, sarebbe indebitata per circa 3mila miliardi di dollari – una somma forse troppo cospicua per sperare in un intervento pubblico. Il caso Zhongrong potrebbe nascondere una crisi più ampia delle banche ombra cinesi, con conseguenze molto critiche per il sistema economico di Pechino. Oltre a questo, fa paura la scelta, da parte delle autorità della seconda potenza mondiale, di non diffondere i dati sulla disoccupazione giovanile, evidentemente troppo alti e in grado di generare timori diffusi. Il rallentamento di Pechino, tuttavia, non dipende solo da dinamiche interne al mercato cinese, ma anche dalla strategia America First lanciata da Donald Trump e confermata da Joe Biden, che ha riportato in patria varie attività in precedenza delocalizzate in Cina. Una mossa che ha costretto Pechino a rinsaldare i rapporti, anche economici, con i Brics, rafforzando alleanze con paesi una volta rivali (India e Russia). Questi accordi, prevedibilmente, diventeranno ancora più stretti dopo le iniziative economiche e geopolitiche intraprese dagli Stati Uniti, come il recente vertice multilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud. Troppo enfatizzati, infine, l'effetto del taglio dei tassi deciso dalle autorità economiche di Pechino per spingere i cittadini ai consumi (in un trimestre sono passati dal 2,65% al 2,50% - quasi un'inezia) e il presunto “crollo” dello yuan, che in un anno ha perso poco più del 3% nei confronti del dollaro. Una percentuale certamente minore rispetto a quanto l'euro aveva lasciato sul terreno nei mesi successivi all'attacco russo in Ucraina.

Il crollo del rublo

Se per lo yuan non si può parlare di “crollo”, ma solo di calo – e non così pesante – la situazione del rublo è invece molto seria. La moneta russa ha infatti perso il 40% circa su euro e dollaro. Che cosa ha causato la picchiata della divisa di Mosca? La risposta non è automatica, dato che l'economia russa è piuttosto opaca e i suoi numeri sono difficili da leggere in modo esaustivo. Quasi certamente, però, a causare la crisi è stato soprattutto lo sforzo economico per sostenere la guerra, combinato con la natura del rublo che, in quanto moneta parzialmente liquida, è più volatile rispetto ad altre divise. Ha contribuito anche l'indebitamento maggiore del paese, che ha risentito del blocco di potenziali compratori di valuta da parte del mondo commerciale. D'altra parte, però, la Russia ha aperto fronti (politici, ma anche economici) in Africa, attirando nella sua sfera di influenza alcuni paesi ricchi di materie prime - ultimo tra i quali il Niger, che dopo il colpo di stato si è allontanato dall'atavico controllo francese post-coloniale per avvicinarsi a Mosca. Un allargamento a macchia d'olio dell'influenza russa (e cinese) in Africa potrebbe rivelarsi in grado di dirottare molte materie prime lontane dal mondo occidentale e di utilizzare forti ondate migratorie come arma di ricatto nei confronti del Vecchio Continente.

Rischio pantano per l'economia

Un'Europa che, intanto, dibatte ancora sui tassi. Perché non è detto che la stagione dei rialzi sia archiviata: è stato ipotizzato (anche se, per la verità, non è molto probabile) che, nonostante le ultime dichiarazioni abbastanza rassicuranti in casa Bce, i falchi finiscano per prevalere. E per imporre un nuovo ritocco verso l'alto. Prima che, finalmente, si possa dire la parola fine sulla stretta monetaria e iniziare a pianificare il ritorno “a valle”. Eppure, l'inflazione europea è in discesa: si può prevedere che a fine anno ci attesteremo fra il 3% e il 4%. Il campanello d'allarme ora è un altro: si è tirata troppo la corda e l'economia si sta impantanando un po' ovunque. E' possibile che nel 2024 la Bce sia costretta ad abbassare i tassi con una velocità maggiore rispetto alle previsioni, per scuotere un'economia in stallo ed evitare una recessione profonda e molto pericolosa. Un dato simbolico che fotografa questa situazione è rappresentato dalle presenze 2023 nelle nostre località di mare, che nonostante la voglia di vacanze dopo anni di restrizioni Covid ha comunque fatto registrare un preoccupante -20% anno su anno. Una tendenza al risparmio che si è vista anche nei supermercati, dove da un po' di mesi i prodotti vicini alla scadenza (e quindi molto scontati) sono molto più gettonati rispetto agli anni precedenti.

Rischi anche negli Stati Uniti

Nonostante la natura diversa dell'inflazione americana, che ha reso più giustificati (o meno ingiustificati, fate voi) gli aumenti dei tassi decisi dalla Fed, anche negli Stati Uniti la stretta monetaria sta presentando problemi. Forse ancora più preoccupanti. Uno dei campanelli d'allarme evidenzia il rischio dei tassi alti sull'immobiliare americano e sui rifinanziamenti dei private equity, che rischiano (ben più del crack Evergrande) di causare una nuova crisi globale. Anche la Fed potrebbe vedersi costretta, dal 2024 in avanti, a un tour de force in discesa, per evitare all'economia americana di fermarsi. E per cercare di disinnescare “bombe inesplose” disseminate sul terreno accidentato del real estate.

Piazza Affari, rimbalzano i bancari

Intanto, le Borse europee hanno chiuso la settimana un po' in flessione. Soprattutto Piazza Affari, che ha ancora risentito del calo degli onnipresenti titoli bancari, a causa della tassa sugli extra-profitti. Venerdì scorso, Milano ha chiuso a -0,42%, dopo essere scesa più volte sotto l'1%. La controtendenza, però, non si è fatta attendere: lunedì i bancari sono generalmente risaliti. Perché, molto probabilmente, si è rimarginato un timore che in fondo è soprattutto psicologico. Nella peggiore delle ipotesi, la tassa - ammesso che si riveli un prelievo una tantum – avrà un impatto del 10% sugli utili netti di quest'anno e le conseguenze si riveleranno così assolutamente gestibili. In questa situazione, per gli investitori, è bene tenere le posizioni. E aspettare le prime indicazioni relative all'apertura di settembre, che tradizionalmente chiude il classico “armistizio” estivo delle Borse.

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Banche, in Europa i timori si diradano

Le rigide norme Bce su patrimonio e liquidità hanno stroncato sul nascere i timori di una nuova crisi di sistema. Anche le Borse se ne sono accorte e Piazza Affari ha fatto registrare una serie di chiusure in rialzo. Intanto, l'inflazione si ridimensiona, ma tornano a salire i prezzi di gas e petrolio

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il rischio di una grande crisi bancaria europea sembra scongiurato. L'assalto degli speculatori agli “anelli deboli” del sistema creditizio del nostro continente si è – almeno per ora – infranto contro le protezioni patrimoniali costruite dalla Bce nel dopo-Lehman. E nulla hanno potuto i tentativi di affossare Deutsche Bank, che nonostante i molti problemi (da tempo evidenti) dispone di una liquidità capace di difenderne la sopravvivenza.

Banche, ottimo investimento

Come avevamo affermato di recente, dunque, i ribassi che si sono verificati dopo il crac di Silicon Valley Bank hanno offerto molte opportunità di investimento sia in bond, sia in azioni bancarie. E il periodo è ancora propizio per entrare in questo settore. Piazza Affari - listino in cui i titoli bancari sono tradizionalmente molto presenti - ha archiviato una settimana di rialzi ininterrotti, che hanno portato l'aumento da inizio anno al 33%. La dinamica italiana è ben diversa da quella americana, dove il trimestre è stato sì ottimo, ma guidato dai titoli tecnologici, che hanno fatto cassa anche con i licenziamenti di massa che hanno avuto luogo nelle aziende della Silicon Valley. Si è invece consolidata una situazione poco propizia nel rendimento delle obbligazioni di stato, in cui la curva si è invertita: i titoli decennali Usa rendono il 3,6%, quelli a un anno il 5%. Gli investitori sono probabilmente convinti che il rialzo dei tassi Usa sia ormai concluso, ma temono una recessione dopo l'estate.

Inflazione a un bivio?

Alt ai tassi probabile negli Stati Uniti, meno in Europa, almeno a quanto traspare dalle dichiarazioni dei vertici Bce. La presidente Christine Lagarde, nel corso di un incontro con 400 studenti, ha dichiarato che i rialzi "stanno appena cominciando a funzionare” e che in Italia l'inflazione core è ancora troppo alta (essendo passata dal 5,6% al 5,7%); per questo motivo, ha aggiunto, “c'è ancora lavoro da fare". Che tipo di lavoro Christine Lagarde abbia in mente traspare dalle parole di Robert Holzmann, governatore della banca centrale austriaca e membro del board Bce, che non ha escluso un nuovo ritocco verso l'alto. Il rialzo, ha detto, potrà verificarsi se la crisi bancaria non peggiorerà. Una posizione che ci fa sentire un po' sballottati tra Scilla e Cariddi: da una parte il rischio di nuovi problemi sul fronte bancario, dall'altra nuovi, affrettati rialzi dei tassi, che rischierebbero di mettere in ginocchio i paesi più indebitati. Preoccupa anche il nuovo rialzo delle materie prime: il petrolio - tornato sopra gli 80 dollari al barile, a causa del taglio della produzione da parte dell'Opec+ - e il gas, che si è spinto sopra quota 50. Un cambio di paradigma causato probabilmente da un colpo di coda della speculazione, che ha forse approfittato dell'eliminazione, annunciata dall'Ue, degli approvvigionamenti di gas dalla Russia entro 18 mesi. Poiché l'inflazione europea dipende principalmente dalle materie prime, questi trend dovranno essere particolarmente tenuti sotto controllo. E ci dimostrano che il vortice inflattivo non è ancora stato domato, anche se la situazione sembra comunque in via di normalizzazione: dal 10%-11% dell'ultimo anno ci stiamo avviando verso un più rassicurante 4%.

Ubs-Credit Suisse: non è tutto oro quello che luccica

Timori anche dalla roadmap che porterà alla nascita del grande “campione nazionale” svizzero Ubs-Credit Suisse. Nonostante la rapida risoluzione del merger, si temono conseguenze per le molte vertenze che gli obbligazionisti (ma anche gli azionisti) di CS stanno già annunciando. L'accordo di fusione potrebbe dunque essere rinegoziato, anche se non è a rischio. Come ha affermato Martin Schlegel, vicepresidente della Banca Nazionale Svizzera, al canale radiotelevisivo di lingua tedesca, se l'operazione non fosse stata effettuata nel corso di quel fine settimana, il Credit Suisse sarebbe saltato alla riapertura dei mercati, causando molto probabilmente “una crisi finanziaria in Svizzera e in tutto il mondo”. Tuttavia, una parte abbastanza consistente dei cittadini elvetici mostra di non gradire la soluzione, ritenendo che sarebbe stata più conveniente una nazionalizzazione della banca e una successiva vendita dell'asset “ripulito”. Preoccupazione anche dai sindacati per i licenziamenti attesi a causa della fusione, pari al 25% della forza lavoro. In tutta questa incertezza, si è comunque sicuri che – come ha detto Sergio Ermotti, ceo “di ritorno” di Ubs – la nuova banca non sarà un colosso. "Anche mettendo insieme Ubs e Credit Suisse”, ha affermato a un intervista al Sole 24 Ore, “non saremo in vetta alla classifica per dimensioni dei gruppi bancari internazionali". Ci sarà dunque una sovrapposizione, più che una crescita. Anche perché, lo ricordiamo, i clienti con il conto corrente in due istituti di credito protagonisti di un merger ne spostano solitamente uno altrove, per mantenere un approccio diversificato e salvaguardare la multibancarizzazione. Quindi, ha affermato Arturo Bris, docente di Finanza alla Imd di Losanna, le sinergie saranno “inesistenti” - a parte quelle che sorgeranno dal calo dei costi. Il modello del nuovo “campione nazionale”, ha comunque assicurato Ermotti, metterà al centro la gestione dei patrimoni, cercando di limitare il più possibile le attività di banca di investimento.

Brasile e Cina, fuga dal dollaro

A livello mondiale fa molto parlare l'accordo di scambio, per molti versi clamoroso, tra Brasile e Cina. Secondo l'intesa, definita in un documento congiunto, i due paesi Brics effettueranno le transizioni finanziarie tra di loro (circa 150 miliardi di dollari l'anno) direttamente in yuan e reais. Escludendo, cioè, il dollaro e il sistema Swift. L'operazione sarà effettuata mediante la fondazione di una clearing house per compensare debiti e crediti nelle due valute nazionali. Per la Cina, questo non è il primo accordo di questo tipo (ne ha già stretti con Russia, Iran, Pakistan e Arabia Saudita), ma l'ingresso del Brasile in questo sistema segna uno sbarco in forze di Pechino in quello che fu il “cortile di casa” degli americani. Oltre che un'indubbia perdita di influenza (economica e politica) degli Usa, la silente espansione cinese sta causando una perdita economica non indifferente a Washington, privata di sempre maggiori commissioni di cambio valuta

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Bce, l'inutile rialzo dei tassi

La Banca Centrale Europea opta per un ritocco di 75 punti. La decisione, tuttavia, rischia di avere un impatto minimo sull'inflazione, innescata solo dal costo del gas. Per evitare il tracollo dell'economia servirebbero decisioni forti sul prezzo del metano. Ma per il momento in sede comunitaria sembra che si parli solo di sacrifici per i cittadini e razionamenti nelle ore di punta...

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E alla fine è successo: la Bce, nella riunione di giovedì scorso, ha scelto di aumentare i tassi di 75 punti base. Una decisione attesa, che ha dato un po' di fiato alle Borse. Specialmente a Piazza Affari, che ha chiuso la scorsa settimana come maglia rosa europea, ed è cresciuta fino a ieri – cioè fino a prima che fossero comunicati i dati (deludenti e preoccupanti) sull'inflazione americana.

Facile comprendere il motivo dell'exploit: nei listini di Milano è molto forte la presenza di titoli finanziari e il rialzo dei tassi dà alle banche un extra gettito automatico. Ogni giorno, gli istituti di credito spostano gli eccessi di liquidità alle Bce che, in epoca di tassi negativi, restituiva loro il capitale diminuito dello 0,5%. Ora, gli stessi capitali vengono remunerati dello 0,75%. Ciò significa che ogni banca riceve importi aggiuntivi senza dover fare nulla.

Facciamo l'esempio di Intesa Sanpaolo, principale banca di sistema, che da giugno a oggi ha evidenziato un delta positivo fra i 400 e i 500 milioni di euro proprio per l'aumento dei tassi.

Ancora presto, però, per consigliare un investimento alla cieca sul settore bancario: se infatti l'economia dovesse affrontare una recessione, le aziende di credito potrebbero essere chiamate a fronteggiare maggiori sofferenze, che metterebbero seriamente in difficoltà i loro bilanci. Senza dimenticare il caro-bollette e i suoi impatti su un'attività energivora come quella delle filiali.

L'inflazione dipende dal gas

Sul lato inflazione, il ritocco sui tassi sposta ben poco e contribuisce in misura ancora minore. Perché la crisi che stiamo vivendo dipende solo e unicamente dal costo del gas e dalle sue conseguenze. Le altre materie prime, infatti, sono scese a livelli più bassi rispetto ai costi del settembre di un anno fa – tutte, petrolio compreso.

Proprio per questo, l'aumento dei tassi è una mossa, che difficilmente potrà contenere l'inflazione o gestire i rincari. Come del resto ha dimostrato il vertice dei ministri Ue dell'energia, che si è svolta venerdì scorso. I partecipanti erano entrati, come spesso succede, divisi sul da farsi: la maggior parte puntava su un tetto generalizzato al prezzo del gas, qualcuno su un cap che coinvolgesse solo i rifornimenti russi, lasciando libertà di tariffazione a tutti gli altri, e un terzo gruppo era propenso a non intervenire.

Risultato? I ministri si sono aggiornati al 30 settembre per una nuova riunione, in cui hanno previsto di discutere ed eventualmente approvare l'unica operazione condivisa: i razionamenti energetici. Il che significa: nessun intervento per alleviare la situazione di famiglie e imprese e scongiurare fallimenti a catena, e ribaltamento del problema sul “solito” cittadino. A cui saranno imposti razionamenti nelle ore di punta – il periodo della giornata in cui, per inciso, le aziende lavorano maggiormente.

Quelle che ancora lavorano. Perché a causa del caro-bollette e dell'inerzia dei decisori, alcune imprese (soprattutto piccole) stanno già chiudendo, e altre falliranno, buttando sulla strada lavoratori e creando gravi difficoltà a famiglie. Esaminando le soluzioni proposte dai ministri Ue, che hanno l'aspetto di un topolino partorito da un elefante, è davvero lecito chiedersi se i nostri politici abbiano mai lavorato in azienda.

Gli errori dell'Ue

Da una parte, dunque, si scaricano responsabilità su consumatori e imprenditori, dall'altra si riconoscono gli errori di gestione (senza peraltro fare nulla per correggerli): fonti Ue iniziano a scusarsi per come è stata affrontata la crisi-bollette, che – ricordiamolo – ha fatto capolino mesi prima rispetto all'escalation militare in Ucraina.

Questi errori a catena lascerebbero il segno anche se il prezzo del gas tornasse sotto i 30 euro, o almeno a una ragionevole quota di 40 o 50: oggi, a causa del caro-bollette, aumentano alimentari, caffè, brioche, costo del parrucchiere, automobili. Se il metano tornasse a livelli accettabili, difficilmente i rincari innescati dalle bollette pazze diminuirebbero. No: sarebbero ormai acquisiti. E ne risentirebbe il potere d'acquisto dei cittadini.

Gli errori commessi dall'Ue sono molti. Tra questi, l'aver affidato al mercato (e quindi alle possibili speculazioni) un settore così strategico e delicato come quello energetico. Le tariffe dell'oro blu sono calcolate sul Ttf di Amsterdam, che però vale sì e no il 2% sul gas scambiato: i grandi fornitori stringono infatti accordi separati con i clienti, dopo una contrattazione privata, decidendo autonomamente i prezzi.

Nonostante questo, le quotazioni di Amsterdam - altamente manipolabili - dettano legge. E rimpolpano i forzieri dell'Olanda, che grazie al rincaro dell'oro blu potrebbe chiudere il 2022 con un maxiguadagno di 20 miliardi di euro. Solo questa informazione può spiegare perché, in un meccanismo decisionale che esige l'unanimità, il regno degli Orange blocca sistematicamente misure per limitare il caro-prezzi.

Altro errore sottolineato da molti (ma mai riconosciuto dagli ambienti Ue) è stato costruire un impianto sanzionatorio nei confronti della Russia senza prevedere il rischio di ritorsioni. A inizio invasione, il premier Mario Draghi assicurò che non ci sarebbe stata alcuna reazione da parte di Mosca, e che le forniture di gas non sarebbero diminuite. Come lui, evidentemente, la pensavano vari altri leader europei, la cui miopia ci ha portato a questo punto.

Se un simile corollario di errori fosse stato commesso da un amministratore delegato di un'azienda, questo manager avrebbe sicuramente perso il posto di lavoro. I politici possono invece incorrere in abbagli di ogni tipo mantenendo la loro poltrona.

Usa, l'inflazione sale ancora

La comunicazione sui dati relativi all'inflazione americana di agosto – che ha chiuso il mese con un 8,3%, dato superiore alle attese - ha fatto il resto: come anticipato, la comunicazione dei dati ha bloccato il buon momento delle maggiori Borse europee, oltre che naturalmente di Wall Street.

New York aveva chiuso per tre settimane in positivo e l'Europa si era buttata alle spalle un agosto difficile (con una piccola coda a settembre) per poi prodursi in incoraggianti rimbalzi. Il calo del prezzo del petrolio non è stato però sufficiente a rispettare le previsioni di un miglioramento: l'inflazione è scesa di soli 0,2 punti in un mese. Occorrerà ora attendere la reazione dei mercati a stelle e strisce dopo il probabile nuovo rialzo dei tassi di 75 punti base (ma qualcuno parla anche di 100 punti base), previsto per la prossima settimana.

Londra spende per ridurre i costi energetici

Previsioni non rispettate anche in una Gran Bretagna sotto choc per la scomparsa di Elisabetta II: Londra ha fatto registrare una crescita dell'economia minore del previsto, mentre l'inflazione rimane sopra il 10%. Bassa anche la quotazione della sterlina, che ha raggiunto i minimi nei confronti del dollaro – anche se si tratta di valori sfiorati più volte negli ultimi cinque anni, e quindi non preoccupanti per i sudditi di Sua Maestà.

Tanto più che il nuovo governo sta preparando una manovra da 180 miliardi di euro per limitare il costo energetico, che si aggiungeranno agli stanziamenti già approvati. Scontato fare impietosi paragoni con l'Italia, che con la scusa del debito pubblico non ha predisposto operazioni per proteggere i cittadini, rifiutandosi persino di fissare un tetto al prezzo del gas sull'esempio di Spagna e Portogallo.

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La folle corsa del gas

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Il prezzo del gas continua a salire vertiginosamente, inanellando record su record. Dopo il nuovo stop a Nord Stream, l'oro blu ha sfiorato quota 300 euro a megawattora, per poi attestarsi nell’intorno dei 270 euro.
Il rischio è ormai noto: se non si dovesse trovare una soluzione, l'economia europea potrebbe crollare, con scenari da incubo. Vale a dire: imprese che chiudono, forte aumento della disoccupazione e cittadini sull'orlo della povertà.

L’impatto delle sanzioni su Mosca

Per capire il trend è sufficiente esaminare la differenza tra le bollette di agosto 2021 e quelle attuali, che in alcuni casi arrivano a costare sei volte tanto. Finora, in Italia si è cercato di turare la falla con sconti sull'imposizione fiscale in bolletta, che sono costati circa 30 miliardi di euro, pari a 2 punti di Pil. E le nuove, inevitabili riduzioni per i prossimi mesi costeranno altrettanto.
La corsa del gas dimostra ancora una volta quanto i sei pacchetti di sanzioni introdotte dall'Ue contro la Russia abbiano avuto un impatto non del tutto atteso. Soprattutto in paesi come Germania e Italia, legati mani e piedi alle forniture di Mosca. Non è un caso che a Berlino l'asse pro-embargo inizi a incrinarsi; il liberale Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag, ha proposto senza mezzi termini l'apertura del Nord Stream 2, la cui inaugurazione è stata bloccata su pressioni americane, per poter salvare l'economia tedesca. Una posizione singolare per un dirigente di un partito particolarmente severo nei confronti della Russia e della sua aggressione all'Ucraina.
Se la Germania invertisse la rotta, respirerebbe un po' anche l'economia italiana, già duramente colpita dallo stop ai commerci con Mosca. Solo le mancate esportazioni costano al nostro paese un punto di pil – e l'impatto potrebbe essere persino maggiore se non ci fossero le “triangolazioni”, cioè la presenza di alcuni paesi che accettano di fare da intermediari tra l'Italia e la Russia, permettendo alle aziende di aggirare l'embargo.
Le sanzioni – lo avevamo previsto fin da febbraio – non riescono a generare l’impatto atteso sull’economia russa, che finora, è stata colpita solo marginalmente in alcuni ambiti, ma favorita in modo massiccio in altri. Con un saldo positivo. Un esempio su tutti: Gazprom ha chiuso il 2021 con un utile netto pari a poco meno di 28 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente – e prevede di raddoppiarlo con riferimento al 2022.
Non era questo l'obiettivo delle misure europee, ma un'eventualità simile era facilmente pronosticabile.

Il delisting cinese
La reazione occidentale ha anche compattato Russia e Cina, come ha ricordato in un'intervista Henry Kissinger. In particolare, l'ex segretario di stato americano – a suo tempo fautore della distensione con Mao - ha puntato il dito contro la politica miope dell'amministrazione a stelle e strisce, anche in relazione alle tensioni su Taiwan.
E proprio nel momento più critico delle relazioni tra Washington e Pechino arriva un annuncio: cinque colossi cinesi hanno deciso il delisting dal Nyse, che avverrà probabilmente il prossimo mese. La capitalizzazione di mercato di queste società è enorme: 370 miliardi di dollari, più della metà, ricordiamolo, di quella della Borsa di Milano.
Sullo sfondo c'è la proposta, avanzata lo scorso giugno, di una nuova moneta unica globale istituita dai Brics, che potrebbe essere istituita per rappresentare un'alternativa al dollaro statunitense negli scambi internazionali. Un'idea sul tappeto da molti anni, ma tornata alla ribalta con la crisi fra Stati Uniti, con l'occidente a ruota, e l'asse russo-cinese. Se le cinque potenze emergenti mettessero in atto questo proposito, in futuro gli stati occidentali vedrebbero ridimensionata l’efficacia di sanzioni come quelle inflitte all'economia russa.

Inflazione alle stelle
Mentre, è persino inutile ripeterlo, l’effetto boomerang di queste misure sta creando criticità sempre pià acute all'Europa, che grazie al caro-gas sta subendo impotente il galoppo dell'inflazione. A luglio 2022, il dato ha raggiunto l'9,8% per l'Ue (era 2,2% nello stesso periodo dell'anno precedente) e l’8,9% per l'eurozona. Percentuali che avrebbero potuto essere persino più elevate se il petrolio non avesse fermato la sua corsa, attestandosi su un più ragionevole prezzo di 90 dollari al barile.
Si prevede che l'inflazione continui a salire fino a gennaio, per poi stabilizzarsi. A meno che il caro-gas prosegua in questi termini, provocando la chiusura di molte aziende e la distruzione della florida economia europea.
Finora, a calmierare gli aumenti ci sono gli sconti decisi dal governo e le formule, offerte a suo tempo dai fornitori di energia, di gas bloccato per uno o più anni. A loro volta, queste società si coprono dai minori introiti con l'acquisto di contratti derivati sulla Borsa di Amsterdam, per assicurare il prezzo ai consumatori e alle aziende senza perdere profitto.

Borse, tornano le difficoltà
Il pessimismo sull'inflazione e il timore di un nuovo rialzo dei tassi hanno influito anche sui mercati. Le Borse hanno esaurito la loro spinta propulsiva che durava da luglio. Milano, in particolare, ha raggiunto i minimi del mese.
Lo stop è meno preoccupante per i mercati americani, che erano rimbalzati molto, portando l’indice S&P500 a dimezzare le perdite annue. Per gli indici made in Usa si tratta, finora, di una normale fase di trading range – in attesa, naturalmente, di capire le reazioni al delisting cinese.
Situazione diversa, invece, per l'Europa, il cui rimbalzo si era dimostrato di minore portata. Il nostro continente è sotto la doppia minaccia della recessione e dell'esplosione dei costi industriali, che hanno rallentato la fase positiva. Proprio lo scenario a tinte fosche per il prossimo inverno ha colpito, in particolare, i titoli industriali tedeschi, e ha messo sotto pressione quelli finanziari italiani.

Attenti allo spread
Le sfide del prossimo ottobre sembrano preoccupare tutti. Quasi tutti. Perché la campagna elettorale continua a concentrarsi su temi di vario tipo, senza però sfiorare quelli più importanti: la crisi del gas e l'inflazione galoppante.
Nessuno parla, perché tutti i politici in competizione hanno paura di aprire il sipario e mostrare agli elettori uno spettro che aleggia sul paese: l'ingresso della troika in Italia, che potrebbe ridimensionare la capacità di movimento dello schieramento vincitore alla prossima tornata elettorale.
Ora lo spread è salito a 230, e lo scudo europeo non è una protezione incondizionata. Lo ha ricordato anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, sottolineando che questo meccanismo non è automatico, che ci sono condizioni da rispettare. Il timore diffuso è che il prossimo governo, qualunque esso sia, non possa evitare di confrontarsi con i paletti posti nel suo cammino da regole europee e banchieri centrali. E di varare misure impopolari per aziende e famiglie italiane.
Certo è che, qualunque cosa accada, la finanziaria del prossimo esecutivo non potrà essere troppo diversa da quella varata dal governo uscente.

 

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BCE, arriva un supporto per il debito italiano?

La riunione dell'Eurotower, prevista per il 9 giugno, dovrebbe dire in maniera più precisa cosa la Banca Centrale europea intenda fare sui tassi, in che tempi e in quali modalità. Possibili anche alcuni provvedimenti per sostenere l'economia dell'Eurozona e contenere gli spread

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È ormai imminente la riunione della Bce, che dovrebbe decidere il rialzo del tasso di riferimento dopo dieci anni e il sostegno all'economia dell'Eurozona. E (forse) al debito di alcuni paesi, tra cui l'Italia.
Questa indiscrezione, filtrata sul Financial Times, ha fatto rifiatare leggermente i Btp, in un contesto più ampio di sollievo dei mercati. Riteniamo necessario che la Banca Centrale faccia capire in modo chiaro ai mercati che non è disposta a tollerare ulteriori allargamenti degli spread. Altrimenti, il rischio che si ritorni a una situazione simile al 2011 potrebbe diventare una realtà concreta e la sopravvivenza dell’euro di nuovo messa a repentaglio. Vale la pena di ricordare che ci sono miliardi di dollari provenienti dal mondo anglosassone e americano pronti a forzare la mano per cercare di fare profitti enormi dal caos che ne seguirebbe. È inutile parlare di Europa e di coesione europea se il “problema dello spread” non viene affrontato e risolto una volta per tutte. Tuttavia, ci sembra ancora presto perché una simile presa di posizione trovi consenso e attuazione.
È quindi presto per prevedere un andamento positivo e di conseguenza i mercati continuano a rivelarsi nervosi e incerti.

“Scusate, mi sono sbagliata”

L'incognita maggiore resta, naturalmente, l'inflazione, che ultimamente è stata protagonista di prese di posizione pubbliche da parte delle massime autorità monetarie mondiali.
Dopo gli economisti della Bce, infatti, a scusarsi con i cittadini è stata Janet Yellen. Il segretario al Tesoro americano ed ex presidente Fed ha apertamente affermato di aver sbagliato previsioni sull’inflazione e di non aver compreso la natura apparentemente strutturale (e non provvisoria) del fenomeno.
Il tema, in realtà, è molto complesso. L'inflazione è stata incubata con il Covid, in un momento di strozzatura nell'offerta, quando il lockdown aveva creato problematiche relative alle consegne e ai consumi.
Poi è avvenuta la ripartenza, con un'accelerazione che ha spinto in alto il prezzo dei beni. La componente speculativa molto forte ha fatto il resto, soprattutto per quanto riguarda le materie prime.
Le banche centrali, da parte loro, hanno insistito a lungo sulla natura transitoria dell'inflazione. Una previsione non illogica se si osserva la situazione con un arco temporale di uno o due anni. Ma un'analisi assolutamente azzardata se si allarga l'orizzonte a cinque anni. Bce e Fed avrebbero dovuto perlomeno prendere in considerazione questa eventualità, soprattutto in una fase di incertezza (e di deglobalizzazione) come quella che stiamo vivendo.
I segnali che suggerivano la possibilità di una fase inflattiva più lunga del previsto erano chiari anche prima dello scoppio della guerra. Il conflitto e le sanzioni non hanno fatto che peggiorare una situazione già molto precaria.
Per questo, le scuse di Bce e Fed dovrebbero essere (molto cortesemente) rinviate ai rispettivi mittenti. Non tanto per non aver previsto l'inflazione a lungo termine, ma perché le due principali banche centrali del mondo continuano a non capire l'origine del problema.

“… e il petrolio si impenna”

Parlavamo del lockdown e della strozzatura di produzione e consumi. Il problema aveva coinvolto in modo eclatante anche il petrolio, crollato nell'aprile 2020 a 5 dollari al barile, con le trivelle ferme e lo stop alla domanda di carburante in varie parti del mondo.
Ora, a poco più di due anni, l'oro nero veleggia a quota 120 e non vuole dare segni di ritorno a una quota più accettabile.
A spingere il rialzo del greggio sono anche le decisioni politiche prese dalle autorità europee e i commenti che le accompagnano. Un esempio su tutti, il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia: arriva l'annuncio ufficiale... “e il petrolio si impenna”, come recitava un noto caratterista della televisione anni Novanta.
Il risultato: non sappiamo quanto il sesto pacchetto farà male alla Russia, ma ha già portato nuovo scompiglio in Europa. Il motivo è semplice: l'embargo non tocca le forniture via oleodotti, salvaguardando così gli interessi della Germania, che ha mandato l'Ungheria in avanscoperta per evitare l'estensione del provvedimento. La sanzione è limitata all'attività delle petroliere russe, che però già hanno trovato la soluzione: cedere i barili a navi neutrali, che poi le rivenderanno a terzi. Ovviamente a prezzi maggiorati.
È quindi l'Europa a uscirne con le ossa rotte, mentre la Russia manterrà quasi inalterata la vendita di petrolio. E potrà addirittura approfittare del rialzo del suo prezzo, a cui hanno contribuito anche l'approvazione dell'embargo e le comunicazioni decisamente dilettantesche da parte dell'Ue.
Neppure la decisione dell'Opec+ di aumentare la produzione (da 432.000 a 648.000 barili al giorno) è riuscita a fermare la crescita del greggio.
In questo caso, il vero dato da capire è se l'aumento dei prezzi sia legato a un eccesso di domanda, a una scarsità di offerta o a un'enorme speculazione. Sembra che la spiegazione più probabile sia la terza: un business senza freni, che continua a creare danni alla filiera produttiva. E alla gente comune.
Come se non bastasse, è arrivata la nota di Goldman Sachs che vede il petrolio a 140 dollari entro fine estate. Vale la pena di ricordare che nel 2008, sempre di questi periodi mentre già i mercati stavano incominciando a scontare la crisi dei subprime e appena prima del fallimento di Lehman, sempre Goldman Sachs aveva vaticinato un petrolio a 200 dollari, sostenendo in modo piuttosto ridicolo che tale prezzo non avrebbe creato problemi all’economia in generale. Quattro mesi dopo (a novembre), il petrolio precipitò sotti i 30 dollari.
Ogni tanto avere una memoria d’elefante ha i suoi pregi...

Emergenza dumping

Il rincaro del petrolio e, in generale, delle materie prime colpisce i consumatori di tutto il mondo. E quelli italiani ancora di più. Perché, oltre a soffrire di crisi Covid e guerra, il nostro paese è l'unico in Europa che ha visto diminuire gli stipendi dal 1990 a oggi. Impietosi i numeri Eurostat: il dato italiano fa registrare un -2,9%; la realtà più vicina è la Spagna, con un +6,2%, mentre Francia e Germania (e persino la Grecia) superano il +30%.
Sono molti i motivi di questa non invidiabile “maglia nera” italiana: il vortice di dumping salariale che non sembra arrestarsi; l'organizzazione poco lusinghiera dei fenomeni migratori, che ha contribuito ad abbassare il costo del lavoro; chi ha approfittato senza ritegno di una situazione in peggioramento.
Ma il fenomeno ha radici più antiche. Tutto inizia negli anni 2000, con la cattiva gestione del passaggio lira-euro. Il raddoppio dei prezzi che ha contraddistinto i primi anni della nuova moneta ha contribuito a impoverire la classe media, rendendo impraticabili spese (come la retta di una scuola privata) che una volta erano a portata di mano per chiunque,
L'onda lunga dell'esplosione dei costi è poi andata a unirsi, come in uno tsunami, alla crisi del 2008-2011. Il termine spread è diventato di uso comune e ha iniziato a spaventare famiglie e imprese: prima dell'introduzione dell'euro, i rendimenti più alti del BTP compensavano nel medio termine i rendimenti dei Bund tedeschi nonostante le ripetute svalutazioni della lira. Ovvero: in un arco temporale ragionevole i detentori di marchi tedeschi o lire italiane investiti in titoli decennali avevano alla fine gli stessi soldi. C’era quindi un equilibrio che ora si è perso e ha lasciato spazio all'incubo dei differenziali.
I dati sull’occupazione giovanile e sui livelli retributivi in Italia sono sconfortanti e lasciano poco spazio alla speranza, cosicché molti ragazzi sono costretti a emigrare all'estero.
Un esempio di segno contrario viene dagli Stati Uniti, dove nel solo mese di maggio sono stati creati 390.000 posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione fermo al 3,6%. La buona situazione americana riflette anche le politiche volte a favorire il rientro delle aziende statunitensi dalla delocalizzazione, che hanno creato in pochi anni molte opportunità. E che dovrebbero essere prese in considerazione anche alle nostre latitudini. La speranza è l’ultima a morire. Ma, visto il livello delle discussioni e dei provvedimenti presi negli ultimi anni dalla commissione europea e dal parlamento, c’è poco da stare allegri e sereni…


E' l'inflazione, bellezza

In Giappone, il costo di una porzione di sushi aumenterà per la prima volta dagli anni Ottanta. La notizia rappresenta il classico esempio di come l'aumento dei prezzi non risparmi davvero nessun paese del mondo. Abbattendo le comfort zone che ci eravamo costruiti negli anni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

In Giappone, per la prima volta dagli anni Ottanta, aumenterà il prezzo del sushi, tradizionalmente bloccato a 100 yen a porzione (poco più di 0,70 euro al cambio attuale). La notizia non deve essere archiviata come la classica nota di colore: al contrario, è un chiaro esempio di come l'inflazione stia abbattendo tutte le comfort zone che ci eravamo costruiti. Anche quelle che sembravano più inattaccabili.
Ogni economia, certamente, ha le sue dinamiche: il Giappone, per esempio, sconta – oltre alle conseguenze della guerra russo-ucraina – anche il calo dello yen e il boom di consumo di pesce in tutto il pianeta. Tuttavia, il refrain è comune per tutti, nessuno escluso.
Lo conferma un esempio più vicino a noi: da inizio anno, in vari bar del centro di Milano, la classica combinazione cappuccino-brioche è aumentata in media tre volte, facendo registrare impennate fino al 20%. Questi costi aggiuntivi, alla lunga, gravano in maniera pesante sui consumatori. O sugli esercizi commerciali, qualora i clienti preferiscano stringere i cordoni della borsa e consumare un po' di meno, per mantenere inalterati gli esborsi al bar o in negozio.

La Bce alza i tassi

Se i consumatori devono far quadrare i bilanci familiari, le banche centrali sono costantemente assillate dal “solito” dubbio amletico: alzare o non alzare i tassi? Alla fine, chi più chi meno, quasi tutte hanno deciso di introdurre ritocchi verso l'alto, anche se ben lontani dall'inflazione reale.
Ultima in ordine di tempo la Bce, che potrebbe aver trovato il compromesso tra i “falchi”, guidati dal governatore della Banca centrale olandese Klaas Knot, e le “colombe”. I primi puntavano a un aumento dello 0,50%, i secondi cercavano di limitarli allo 0,25%. Alla fine si dovrebbe arrivare sì al +0,50%, ma con due aumenti dello 0,25% in tempi diversi.
La decisione riceverà la sua investitura ufficiale nel corso della riunione Bce del 9 giugno. Ma possiamo già affermare che, in un contesto come quello attuale, sono limitati gli impatti fra un ritocco dello 0,25% e uno dello 0,50%: entrambi gli interventi rimarranno ben sotto i livelli reali di inflazione. A soffrire un po' di più saranno i richiedenti prestito che intendono sottoscrivere un mutuo a lungo termine; per il resto, l'intervento avrà portata limitata.
In ogni caso è difficile presumere che si possa fermare questo tipo di inflazione con un rialzo dei tassi. Soprattutto se la situazione è innescata da un rincaro delle materie prime, che sta erodendo il potere d'acquisto nei consumatori (americani, ma soprattutto europei) e rischia di trascinare l'intero pianeta in recessione.

Ancora sanzioni

In Europa, la situazione è aggravata dalle sanzioni crescenti nei confronti della Russia: il sesto pacchetto, se entrerà in vigore, ci priverà da fine anno anche del petrolio russo in arrivo via mare (non, quindi, quello che transita dagli oleodotti).
Se a fine anno l'accordo trovasse applicazione, per l’economia italiana potrebbe esserci un impatto molto rilevante. L'Ungheria ha infatti ottenuto la dispensa dall'embargo e la Germania ha chiesto una dilazione del provvedimento (mentre il nostro paese ha preferito non farlo).
Il compromesso che ne è derivato come prima conseguenza ha provocato l’aumento del prezzo del petrolio fino a 120 dollari al barile. Se il trend proseguisse, l'intervento italiano sulle accise, anche se ulteriormente prolungato, rischierebbe di non bastare più.
A soffrirne saranno – ça va sans dire – famiglie ed aziende: zero contributi sono giunti alle imprese colpite dalle sanzioni, oltre che zero aiuti ai paesi più in difficoltà a causa dei pacchetti finora approvati (e cioè Italia e Germania – quest'ultima alle prese con inediti problemi di finanza privata).
A questo si aggiunge la crisi del grano: se le parti non trovassero un accordo per lo sblocco delle materie prime agricole ucraine, varie aree del pianeta (prima tra tutti l'Africa del nord) rischierebbero non solo la crisi, ma addirittura la fame. Sarebbe opportuno che, prima di qualsiasi altro intervento, le diplomazie concedessero priorità alle trattative per un cessate il fuoco e a interventi urgenti per il transito del grano. Diversamente, si rischierebbe una vera e propria catastrofe umanitaria nei paesi più poveri.

Acquisto di attività: verso lo stop?

ICon il rialzo dei tassi, la Bce potrebbe anche fermare definitivamente il programma di acquisto di attività. Un'iniziativa che, se davvero attuata, si rivelerebbe molto rischiosa, soprattutto perché favorirebbe l'aumento incontrollato degli spread. Mettendo nuovamente in pericolo la moneta unica.
Ricordiamo che il compito della Bce è sì quello di contenere l'inflazione, ma ancor prima è quello di mantenere l'euro in sicurezza. E una delle condizioni necessarie per farlo è contenere i differenziali fra i vari titoli di stato. Se l'Eurotower fallisse in questo suo compito, si aprirebbero le porte per gli affaristi senza scrupoli, quelli in grado di guadagnare cifre enormi nel caso in cui l'euro saltasse. La globalizzazione della finanza permette a uno speculatore di mettere in ginocchio intere economie, e non da oggi. Correva il “lontano” 1992 quando un'operazione di George Soros e altri affaristi costrinse la sterlina inglese e la lira italiana a svalutare e abbandonare lo Sme, creando gravi perdite al tesoro di due stati sovrani.

Rimbalzo made in Usa

Intanto, mentre l'euro sta pian piano risalendo la china sul dollaro, le Borse americane hanno fermato la corsa verso il basso, che le aveva portate a stabilire vari record negativi. Il Nasdaq, in particolare, ha registrato un rimbalzo superiore al 5% nell’ultima settimana e questo era abbastanza prevedibile. Quando i mercati calano per così lungo tempo, un recupero – seppur temporaneo - è abbastanza probabile. Come recita la classica teoria della “pallina da tennis”: più alta è la velocità di caduta, più ampio sarà il primo rimbalzo.
L'inversione a U dipende essenzialmente da questa dinamica, più che da un presunto ottimismo per gli spiragli di trattativa che sono filtrati fra le parti in conflitto. Anche perché le posizioni russe e quelle ucraino-americane sono, finora, troppo distanti tra di loro per far sperare in un compromesso che fermi la guerra.

Stati Uniti, bolla immobiliare in vista?

Sempre dagli Stati Uniti giungono segnali di allarme sul boom del mercato immobiliare: tradizionalmente, il verificarsi di una dinamica di questo tipo ha spesso portato gli Usa alla recessione. Ma non sembra questo il caso, dato che si iniziano a registrare segni di frenata a New York e in California – due dei quattro stati che trainano il real estate americano.
La corsa prosegue solo in Texas e in Florida, principalmente per la bassa fiscalità di questi due stati, che hanno portato aziende e cittadini a eleggerli come zona di residenza.

La Russia ferma le banche italiane

A casa nostra si registrano le restrizioni decise dal governo russo nei confronti dei conti correnti Unicredit e Intesa Sanpaolo. Finora, la situazione è molto fluida e rende difficile avventurarsi in commenti e previsioni. Si può solo affermare che l'improvvisa misura di Mosca non dovrebbe peggiorare le valutazioni dei titoli delle due banche. Anche perché il settore creditizio sarà quasi sicuramente spinto in alto dal rialzo dei tassi, che dovrebbe compensare pienamente la forte esposizione delle due big italiane nei confronti della Russia.
È quindi bene seguire con attenzione i titoli bancari, proprio in previsione della crescita del costo del denaro. Più a breve termine, a rivelarsi abbastanza interessante per chi vuole entrare sul mercato è il settore petrolifero europeo, ancora indietro rispetto ai prezzi mondiali del greggio.
Oggi è comunque consigliabile una certa cautela: per chi vuole investire, il consiglio è di non mettere tutte le fiches sul tavolo, ma solo una parte: il mercato è infatti ancora volatile, e la prudenza è più che mai d'obbligo.

 

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