I dividendi fanno rifiatare Piazza Affari

Lo stacco delle cedole ha causato un calo in Borsa. Ma il decremento è stato tutto sommato contenuto. Intanto, Wall Street corre più dell'Europa. Il ritorno degli affitti e l'addio obbligato di Steven Zhang alla "sua" Inter

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Lunedì scorso, la Borsa di Milano ha lasciato sul campo l'1,62%, evidenziando per una volta una prestazione peggiore rispetto agli altri listini europei. Nessuna preoccupazione, però: il calo dipende dallo stacco cedole di 68 aziende quotate, di cui 21 nell'indice più importante. I dividendi, lauti e premianti per gli azionisti, hanno pesato molto sul decremento; senza questo appuntamento, Piazza Affari avrebbe chiuso il primo giorno della settimana a -0,20%, più o meno in linea con l'andamento stagnante della settimana scorsa che ha invece visto Wall Street su posizioni da record. I dividendi potrebbero presto tornare a dare soddisfazioni agli azionisti, se è vero che molte case di investimento stanno rialzando i target, abbondantemente superati. A trainare gli utili, le società tecnologiche negli Stati Uniti e quelle finanziarie in Europa.

Tassi, previsti pochi scostamenti

Certo è che i mercati dovranno fare i conti con il rientro nei ranghi dell'inflazione (prima in Europa che negli Stati Uniti) e con l'incertezza legata al taglio dei tassi. Nell'Eurozona è praticamente certa solo la prima sforbiciata di 25 punti, la cui comunicazione è prevista in occasione della riunione del board Bce di giugno. Forse (ma non è detto) l'operazione sarà replicata a settembre, ma non ci si può aspettare nulla di più. Altrettanto probabile è l'immobilismo della Fed, che a quanto ci si aspetta non modificherà le percentuali di riferimento né a giugno, né a settembre. Lo affermano anche i trader, che ora sono molto più scettici su un allentamento della stretta monetaria nel corso dell'ultimo mese estivo: a formare questa convinzione, la maggiore crescita rispetto alle attese dei prezzi all'ingrosso ad aprile, con i suoi effetti sull'inflazione, e le condizioni dell'economia e delle Borse, che vanno bene nonostante l'alto costo del denaro. Solo tre mesi fa, l'aspettativa sui tassi era nettamente diversa: la maggioranza degli economisti interpellati da Reuters aveva espresso fiducia in due tagli Fed nel corso di quest'anno, con un primo intervento a settembre. La strategia attuale delle banche centrali sembra insomma voler rendere inoffensiva l'inflazione e, nello stesso tempo, permettere alle aziende finanziarie di fare utili. Cigni neri a parte, l'unico elemento che potrebbe rompere le uova nel paniere, e far tornare l'inflazione, è una nuova impennata delle materie prime. Soprattutto del rame, di cui attualmente c'è molto bisogno per il suo ruolo centrale nell'intelligenza artificiale, il cui mantenimento è super energivoro, anche se molti teorici del green deal sembrano apparentemente ignorarlo.

Il ritorno degli affitti

A schizzare in alto sono anche i costi degli appartamenti, che a causa dell'inflazione stanno diventando una chimera per molti cittadini. Con un risultato: il ritorno di fiamma degli affitti. Anche i canoni, è vero, sono rincarati (a Milano, negli ultimi anni sono cresciuti del 50% circa), ma esiste pur sempre un livello oltre il quale non si possono spingere. Secondo uno studio Crif, il 42% degli abitanti preferisce una casa in affitto "perché la propria condizione economica attuale rappresenta un ostacolo all’acquisto di un’abitazione. Condizione che risulta ancora più rilevante in particolare per le famiglie monogenitoriali e individui con presunto reddito contenuto o inesistente". Soprattutto per imprenditori, dirigenti e impiegati invece, la soluzione è temporanea; poco più di un quarto dei locatari considera provvisoria questa formula. Nel vasto mondo degli affitti, come del resto nella ricerca degli alberghi, la tecnologia viene però in aiuto: on line è possibile confrontare prezzi per risparmiare anche in maniera sensibile. O almeno per limitare i danni.

Inter, il debito di Zhang

Poco dopo la conquista della seconda stella, l'Inter passa di mano. Non per volere del suo presidente, Steven Zhang, ma per l'indebitamento contratto dalla Grand Tower (società lussemburghese del gruppo Suning che controlla i neocampioni d'Italia) nei confronti del fondo californiano Oaktree Capital Management. Il prestito, contratto per la cifra di 275 milioni con un interesse del 12% e arrivato alla scadenza del 20 maggio 2024 per un importo di 375 milioni circa, non è stato restituito. Il fondo sarà quindi ripagato con le azioni dell'Inter. Nell'ambito di questo contratto sarà effettuata una valutazione della società nerazzurra: se il suo valore al netto dei debiti superasse l'importo dovuto, la famiglia Zhang sarà rimborsata della parte eccedente. In denaro contante, oppure in quote della societa – in quest'ultimo caso, Suning manterrebbe un piede dentro l'azionariato. Sulla comunicazione di questo avvenimento è stata comunque fatta molta confusione: il debito che la famiglia Zhang ha sottoscritto non è dell'Inter ma della Grand Tower. Questo macigno ha però impedito al presidente uscente di effettuare un rifinanziamento. La Champions League e il prossimo Mondiale per club sono comunque alleati della compagine nerazzurra per raggiungere il pareggio di bilancio. Il nuovo proprietario – che in quanto fondo di investimento dovrà sviluppare il più possibile i suoi asset per poi rivenderli – non potrà dunque trascurare il lato sportivo: non è sfoltendo la rosa e svendendo giocatori che si acquisisce valore. Certamente, eventuali acquisti dovranno essere finanziati da cessioni equipollenti – ma questo è già scritto nelle regole del fair play finanziario.

India, le sfide del nuovo premier

Saranno annunciati il prossimo 4 giugno i risultati delle elezioni in India, che coinvolgono 1,4 miliardi di persone (il 10% circa della popolazione mondiale) per un milione di cabine elettorali sparse per tutto il Paese. La consultazione, divisa in varie tornate (dal 19 aprile al 4 giugno), vede come grande favorito il premier uscente Narendra  Modi che, se riconfermato, dovrà gestire varie sfide: prima tra tutte la disoccupazione, che ha accompagnato dieci anni di crescita e di incremento del pil, ma senza la creazione di nuovi posti di lavoro. Sebbene l'India sia radicalmente diversa da quella - poverissima - in cui prestava la sua opera di carità Santa Teresa di Calcutta, esistono ancora sacche di indigenza, anche se lontane dalla estrema gravità di soli 20 anni fa. Il Paese ora è protagonista nel Brics e ha ricchezze stratosferiche, ma non ha ancora del tutto risolto il problema della forbice fra i supermilionari e i più poveri.

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Borse, navigazione tranquilla. In attesa del sell in May

Lo storno si fa ancora attendere: il trading range delle Borse, con tendenza al rialzo, prosegue il suo andamento. Milano guida ancora i listini europei, spinta dai titoli bancari ringalluzziti dalle aspettative ridotte sul taglio dei tassi. L'incognita è ora rappresentata dall'arrivo di maggio, mese tradizionalmente improntato alle vendite

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati non ne vogliono sapere di scendere. Alla fine della scorsa settimana, le Borse hanno chiuso in guadagno, recuperando quello che avevano lasciato per strada in precedenza e confermando un andamento all'insegna del trading range al rialzo. Mentre tutti i target rivisti sono stati mediamente raggiunti.

Piazza Affari detta (ancora) la linea

Maglia rosa europea è stata, ancora una volta, Piazza Affari, trainata dai titoli finanziari. Il fenomeno, a cui ultimamente abbiamo fatto l'abitudine, dipende dalle aspettative ridotte sui tagli dei tassi, che favoriscono le azioni bancarie massicciamente presenti nell'indice milanese. Ci si chiede ora se il mese di maggio sarà improntato alle vendite, come molto spesso accade. Difficile fare previsioni, anche perché gli utili brillano e le valutazioni non sono care. In un simile contesto, la tradizione del sell in May potrebbe anche non essere rispettata (il condizionale è d'obbligo)Finora, in ogni caso, le azioni sono ancora più convenienti delle obbligazioni che, soprattutto a livello internazionale, stanno offrendo rendimenti mediocri.

Strategia di transizione

In uno scenario di così difficile interpretazione, l'approccio all'azionario non cambia. In questo periodo di transizione non sembra conveniente acquistare i titoli finanziari, che potrebbero essere abbastanza vicini al picco; chi li ha potrebbe però mantenerli, scommettendo magari su nuovi balzi fino al definitivo avvio del taglio dei tassi. Chi vuole acquistare, potrebbe puntare qualche fiche sugli energetici, che attualmente hanno valutazioni più basse del loro valore ma offrono un buon flusso di dividendi, e forse sull'automotive. Per il resto, meglio una strategia di mantenimento o alleggerimento moderato.

Verso le elezioni europee

A proposito di auto, sembra che la transizione energetica e l'agenda "verde" – che insieme all'intelligenza artificiale sono tra i temi centrali del G7 italiano – stiano rallentando. Perché ciò che ispira questa operazione è senza dubbio un obiettivo nobile, ma la sua applicazione è difficile: le tempistiche reali sono più lunghe di quanto si dice e i progetti realizzativi hanno bisogno di molti investimenti. Mentre gli Stati membri di soldi non ne hanno, soprattutto in un periodo di crisi come quello attuale, che ha intaccato persino la proverbiale solidità dell'economia tedesca. Anche per questo motivo, l'attuale ritmo imposto alla transizione energetica non potrà che rallentare, anche nel caso in cui Ursula von der Leyen in Europa e Joe Biden negli Stati Uniti fossero confermati dal voto popolare. Se poi dalle scadenze elettorali uscissero una nuova leadership a Palazzo Berlaymont e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l'elettrico subirebbe un ulteriore calo di ritmo sulle due sponde dell'Atlantico.

Unione del mercato dei capitali: la ricetta Lagarde

Messo in stand by (per ora) l'argomento tassi, con la mezza promessa di iniziare la discesa a giugno, Christine Lagarde parla d'altro. Più precisamente di un suo vecchio pallino: l'unione del mercato dei capitali, obiettivo per cui ha invocato un cambio di marcia. E di prospettiva. Più nel dettaglio, la presidente Bce ha affermato che per raggiungere l'intento occorre abbandonare l'approccio "dal basso"per passare a quello "dall'alto". Finora, ha affermato Christine Lagarde, si è puntato sui mercati locali e regionali per lasciarsi dietro le spalle le limitazioni tipiche dei contesti nazionali. Ma questa politica "dal basso" ha lasciato settori scoperti a macchia di leopardo e non ha creato l'armonizzazione necessaria nei comparti decisivi – come per esempio la classificazione dei crediti o l’avvio delle procedure di insolvenza, per cui manca una normativa comune. La ricetta Lagarde non è, però, del tutto convincente. Perché spesso gli interventi "dall'alto" hanno dimostrato di non funzionare. Oggi ci troviamo di fronte un'Europa di burocrati – in parte non eletti - che decidono le regole proprio in modalità top down, con un processo di accentramento dei poteri a Bruxelles su cui gli organi democratici degli Stati membri hanno poco da dire. Quanto al mercato unico dei capitali, è fondato il timore è che vada a convogliare il risparmio dei Paesi membri su arene internazionali.

Acquisizione Ita, Lufthansa prova a sbloccare il dossier

Nuovo capitolo nel percorso di acquisizione di Ita Airways da parte di Lufthansa, messo in pausa dalle richieste dell'Antitrust europea. A quanto rivelato dal Corriere della Sera, che si riferisce a fonti Ue, per sbloccare il dossier e ricevere l'agognato via libera dall'autorità di vigilanza la compagnia di bandiera tedesca si dice disposta a cedere 11 coppie di slot da Milano Linate. Una mossa che verrebbe incontro a una delle tre richieste da parte dell'Antitrust europea, che ha puntato il faro proprio sul city airport milanese (oltre che sui voli brevi e su quelli intercontinentali – operazione, quest'ultima, che coinvolgerebbe anche United Airlines e altri partner di Star Alliance).

Evidentemente, Lufthansa e Ita Airways ritengono che la rinuncia ai 22 voli dall'aeroporto Forlanini possa rappresentare un buon compromesso per trovare un punto di incontro con l'authority. E decisamente sembra davvero esserlo. Dopo l'avvio della linea metropolitana 4, che ora lo collega in pochi minuti al centro di Milano, Linate è diventato l'aeroporto più gettonato d'Europa, proprio per la vicinanza alla città. Per questo motivo, la proposta è un grande sacrificio accettato dalle due compagnie di bandiera pur di riavviare il percorso verso l'aggregazione ed evitare la bocciatura del progetto. Il match tra la compagnia tedesca e l'Antitrust europeo dà comunque l'impressione di doversi concludere senza vincitori. Il piano di fusione non può essere fermato: per questo motivo, le due parti finiranno di trovare un compromesso. Se ne saprà di più il prossimo 13 giugno, data in cui è stata rinviata la decisione delle autorità europee, curiosamente poco dopo la scadenza elettorale.

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Borse, un “pareggio” che vale una vittoria

Il gennaio dei listini europei sta trascorrendo all'insegna di una fase laterale, che potrebbe sembrare poco interessante. Tuttavia, in presenza di una situazione geopolitica molto difficile, questo andamento è sinonimo di ottima tenuta per i mercati. Anche in virtù del fatto che, dopo un anno di grandi prestazioni, non si è registrato il normale calo fisiologico che segue i rally prolungati. Settimana record a Wall Street. Anche se...

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Le Borse europee stanno ancora attraversando una fase interlocutoria che dura più o meno da inizio anno. La chiusura moderatamente positiva registrata martedì scorso, seguita dal leggero calo di lunedì, è comunque parte del momento un po' laterale che è attualmente protagonista degli scambi. Unico acuto, per l'Italia, l'ulteriore abbassamento dello spread, ormai vicino a quota 150.

Ottima tenuta

Fase di stanca, si è detto, che però non è da sottovalutare. Perché, in presenza di una situazione internazionale così precaria ed esplosiva, anche un periodo all'insegna del trading range può essere definito molto positivo. Dimostra infatti che le Borse tengono, e tengono molto bene, anche in virtù del fatto che i mercati non hanno ancora “digerito” un 2023 molto brillante e un bimestre novembre-dicembre davvero eccezionale. Ora si attendono i dati di bilancio che saranno diffusi dalle aziende di casa nostra. Dati indispensabili per capire quale sarà la direzione delle Borse nel corso dei prossimi mesi.

Roba da grandi

Se i mercati europei (compresa Piazza Affari) tengono, Dow Jones e S&P 500 hanno archiviato una settimana da record, spinti dai dati positivi sul Pil made in Usa. Ma attenzione: non è tutto oro quel che luccica. Perché se scorporiamo i dati, possiamo vedere che a spingere i grafici in alto sono i grandi gruppi, soprattutto del settore tech. Se dunque togliessimo i big dall'indice, scopriremmo che la performance ottenute a New York non sono tanto differenti da quelle, calme e placide, delle Borse europee. Guardando l'evoluzione dei titoli tecnologici, che risentono della grande rivoluzione portata dall'intelligenza artificiale, occorrerà esaminare l'impatto a medio e lungo termine di questa disciplina.

Le banche centrali temporeggiano

Intanto, sempre negli Stati Uniti, si registra una crescita del 3,3% annualizzato, mentre cala l'inflazione (pur in presenza di un aumento dei prezzi). Questo doppio trend positivo sembrerebbe mostrare che, nonostante i tassi alti, le cose di oltre oceano vanno comunque bene. Bene al punto da instillare nei responsabili Fed l'idea di un rinvio dell'operazione per portare il costo del denaro a livelli più bassi? Difficile rispondere: le previsioni su questo argomento sono state spesso smentite, mentre, più in generale, è praticamente impossibile comprendere i ragionamenti delle banche centrali. Per fare un esempio, abbiamo visto la posizione di Christine Lagarde, presidente della Bce, che ha definito “prematuro” il taglio dei tassi il che rende arduo prevedere se davvero quest'estate sarà avviata l'operazione in Europa. Sicuramente, prima di decidere, gli istituti centrali esamineranno i dati complessivi del primo trimestre di quest'anno, che non si preannunciano particolarmente brillanti.

L'auto elettrica non piace

Un freno allo sviluppo potrebbe provenire dall'interpretazione radicale delle politiche per il clima, che rischiano di trasformare un'esigenza corretta in una serie di gabbie per l'economia e i suoi operatori. E che già registra rinunce importanti. Prendiamo la transizione all'elettrico: è di non molti giorni fa la notizia sul passo indietro della Ford, che ha dimezzato la produzione del pick up F-150 Lightning, dopo quattro mesi di invenduto. Hertz, da parte sua, ha messo sul mercato 20.000 auto elettriche - settore su cui sembrava aver puntato parecchio - e sembra intenzionata a orientarsi nuovamente sui veicoli a benzina. Inutile girarci intorno: il sistema, così come è stato predisposto, non funziona ed è costosissimo sia per l’acquisto dell’auto, sia per i rifornimenti. C'è una sorta di presa di coscienza del consumatore che potrebbe cambiare le cose. In aggiunta a tutto questo, sembra che chi ha già deciso una via di fuga obbligata dall'alimentazione tradizionale a benzina o diesel (leggi: Unione Europea) abbia individuato una soluzione (la transizione obbligata all'elettrico) senza pensare alle evoluzioni prossime venture della ricerca. Non è infatti escluso che entro il 2035 emergano nuove alternative praticabili. Come le auto a idrogeno, che oggi sembrano avere controindicazioni non ancora risolte, ma che un domani potrebbero rivelarsi pronte all'utilizzo. E' similmente legata alla transizione ecologica la protesta degli agricoltori, che è partita in Olanda e in Germania e si è rapidamente diffusa in gran parte d'Europa, Italia compresa. I coltivatori stanno bloccando sempre più nodi di traffico e autostrade per protesta contro l'obbligo di ridurre le emissioni (del 55% entro il 2030 e del 100% nel 2050) e altre decisioni prese dal parlamento europeo (o da governi nazionali) senza un dialogo con la categoria.

Gnl, stop dagli Usa?

La versione radicale delle strategie “verdi” potrebbe rivelarsi anche causa di nuovi problemi legati al gas: il presidente americano Joe Biden ha messo in pausa il rafforzamento degli impianti legati all'export del Gnl. Una vera doccia fredda per l'Europa, che già ha ridotto notevolmente l'afflusso di gas russo e che rischia di trovarsi nuovamente in carenza di rifornimenti. Varie organizzazioni industriali europee, giapponesi e persino americane hanno scritto a Biden, invitandolo a riconsiderare questa disposizione. Tuttavia, non è facile che l'inquilino della Casa Bianca si smentisca: siamo in piena campagna elettorale e il tema green è uno dei pochi argomenti su cui il leader democratico può trovare consenso per sperare in una rielezione.

Euribor manipolato

Ha fatto molto discutere la sentenza della Cassazione sulla manipolazione dell'Euribor da parte di alcune banche europee. La nuova situazione potrebbe offrire la possibilità di ottenere rimborsi ai clienti che hanno acceso un mutuo variabile fra il 29 marzo 2005 e il 30 maggio 2008. Insorgeranno, per gli istituti di credito, problemi tali da compromettere l'ottimo andamento del settore? Assolutamente no. A poter chiedere il risarcimento saranno poche persone, e non è detto che tutti gli aventi diritto si imbarchino in una causa che potrebbe durare anni. Sono, tra le altre cose, esclusi dalla possibilità di ricorrere i clienti il cui contratto è ormai in prescrizione e quelli che riceverebbero un importo modesto. La sentenza dovrebbe dunque pesare sulle banche qualche decimale di punto: il suo valore è poco più che simbolico. Il tema vero non è rappresentato tanto dal ricalcolo delle commissioni, quanto dalle eventuali sanzioni civili per le aziende di credito che si sono rese protagoniste di questa operazione e quelle penali per i dirigenti. Un aspetto, questo, su cui però l'intervento dei tribunali sembra, almeno per ora, piuttosto carente.

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Tassi di interesse, mercati con il fiato sospeso

Dopo i dati sul lavoro americano, sembra più difficile che la Federal Reserve insista con la stretta monetaria. Più incertezza invece in casa Bce, dove Christine Lagarde, oggetto di aspre critiche da parte dell'Economist, non fa trapelare alcuna previsione

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dati contrastanti dal dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti sull'occupazione nel mese di agosto. Da una parte, infatti, le imprese dello Zio Sam hanno creato più posti rispetto alle attese (187.000 contro i 170.000 attesi). Dall'altra, però, il tasso di disoccupazione è salito dal 3,5% al 3,8%, facendo segnare il record dal mese di febbraio 2022.

Aspettando il 14 settembre

Con questi dati, diventa meno probabile il rialzo dei tassi Usa, che pur era stato presentato come ipotesi plausibile dalla Fed al summit di Jackson Hole. Il rallentamento dell'economia è ormai sotto gli occhi di tutti, e trova un'ulteriore dimostrazione dai dati macro e micro di Usa, Cina ed Eurozona. Già, l'Eurozona, i cui mercati attendono con trepidazione la riunione del prossimo 14 settembre, che dovrà stabilire se alzare ulteriormente i tassi o fermare la stretta monetaria e sancirne il picco (o, molto più probabilmente, il plateau). Se dovessimo dar retta ai numeri, occorrerebbe fermare l'innalzamento dei tassi. L'inflazione, è vero, ad agosto è tornata a crescere (5,3%, oltre le previsioni); tuttavia, occorre esaminare i trend, in discesa da qualche mese – a parte la recente fiammata del petrolio, che ha poi innescato la nuova campagna speculativa sulla benzina. Nel mentre, è avvenuta una contrazione del prodotto interno lordo tedesco, e anche di quello italiano (-0,4%), e le previsioni sono di un pil negativo in tutta Europa. Proprio mentre si parla della reintroduzione, dal prossimo 1 gennaio, del tasso di stabilità – decisione che aggraverebbe ulteriormente la situazione.

I siluri dell'Economist

Questi trend sconsigliano un rafforzamento della stretta monetaria. Non per niente – nel mezzo di una battaglia che in casa Bce sta contrapponendo falchi e colombe – persino Christine Lagarde non si sbottona, invocando invece apertamente più umiltà e (bontà sua) una migliore comunicazione. E' lecito chiedersi se queste esternazioni siano state influenzate dalle dure critiche dell'Economist alla presidente Bce. Il periodico inglese ha evidenziato il rischio stagflazione, che turberebbe i sonni dei politici europei, ma non della banca centrale, per cui sarebbe preferibile una “sofferenza economica, piuttosto che non riuscire a ridurre la crescita dei prezzi”. L'Economist ha sottolineato l'indebolimento dell'economia europea, mentre il raggiungimento del target del 2% non è cosa del tutto certa. I politici, ha aggiunto il periodico, dovrebbero tenere i tassi fermi, per organizzare una reazione in caso di scenari catastrofici.

La crisi cinese

L'attesa frenetica del 14 settembre ha reso un po' inquiete le Borse, anche se tutto sommato il livello di nervosismo è ancora accettabile. Tradizionalmente, infatti, settembre e ottobre sono mesi non troppo favorevoli, e per di più una flessione può rivelarsi fisiologica in una situazione che ha visto i listini in ottima salute per dieci mesi. Tuttavia pesa come una spada di Damocle la crisi della Cina, che risente di un problema strutturale: la sua crescita è stata molto impetuosa e, proprio per questo motivo, difficile da gestire. Pechino ha anche sofferto il disimpegno degli investimenti americani, iniziato sotto il mandato presidenziale di Donald Trump e proseguito da Joe Biden. La Repubblica Popolare deve inoltre relazionarsi con una mancanza strutturale di materie prime, che la costringe a legarsi mani e piedi alla Russia e a cercare di espandere la sua sfera di influenza in Africa, oltre a proseguire con convinzione nel progetto dei Brics. C'è poi il problema del debito. Oltre a registrare quello “ufficiale” (4.700 miliardi di euro, che addizionando famiglie e aziende raggiunge il 282% del pil), la Cina dovrà fare i conti con prestiti e bond allocati dagli enti locali. Con cui rischia di raggiungere un importo-monstre stimato di circa 8.350 miliardi di euro.

Materie prime

A proposito di materie prime, non è solo il caro-petrolio a preoccupare mercati, aziende e famiglie. I consueti rumours, infatti, prevedono un nuovo, imminente rialzo dei prezzi dell'energia. Qualcuno si preoccupa anche di avvenimenti lontani, come la minaccia di sciopero da parte dei lavoratori australiani della Chevron Lng: i lavoratori degli impianti naturali di gas potrebbero incrociare le braccia dal 14 settembre per 15 giorni. “L’Offshore Alliance sta intensificando le azioni sindacali protette per dimostrare che i nostri negoziati sul contratto sono tutt’altro che intrattabili'”, hanno dichiarato i rappresentanti dei lavoratori. Un'azione così circoscritta e legata a un'area del mondo così sganciata dall'Europa non dovrebbe, di per sé, rappresentare un problema sul prezzo del gas nel nostro continente: a preoccupare maggiormente sono gli scioperi in atto in Gran Bretagna, soprattutto nei servizi e nei trasporti. Ma, come abbiamo imparato da alcuni anni a questa parte, qualsiasi intoppo in ogni parte del mondo può dare inizio a una speculazione su scala globale.

Africa inquieta

Nel mentre, un nuovo colpo di stato cambia i vertici in un altro paese africano. Questa volta, al centro dell'attenzione è il Gabon, dove il generale Brice Clotaire Oligui Nguema ha posto fine al lungo governo del presidente Ali Bongo Ondimba, che nel 2009 si era insediato succedendo al padre Omar, a sua volta in sella dal 1967. Un nuovo colpo alla Francia, che rischia di vedersi sottratta, come in una versione 2.0 di Risiko (o di Pacman, fate voi) un’altra colonna della sua sfera d'influenza politica ed economica nel continente, non per nulla soprannominata “Françafrique”. Una colonna portante, se è vero che Libreville è paese esportatore di petrolio (membro dell'Opec dal 1975) e, ancora di più, di manganese e di legno pregiato. Oltre a questo, Parigi rischia un'erosione della propria dotazione neocoloniale, senza che il fenomeno sia adeguatamente considerato dai paesi del nord Europa, poco interessati alle vicende africane. La stagione dei colpi di stato nella parte dell'ampia zona di influenza francese, così ravvicinati tra di loro, rischia anche di indebolire il franco cfa, che insieme all'euro è l'unica moneta transnazionale su grande scala esistente al mondo.

Vigilante attesa

In questa situazione, la scelta più saggia per gli investitori è mantenersi in vigilante attesa, con antenne puntate sui mercati asiatici, le materie prime e le manovre elettorali negli Stati Uniti. Ma soprattutto - come ampiamente ricordato - sulla riunione Bce del 14 settembre, che potrebbe sancire (come molti si augurano) la fine della stretta monetaria o prolungarla ulteriormente. Con forti rischi di recessione e ancora di più di storni dei mercati.

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Usa, le elezioni non fermano il rimbalzo

Negli Stati Uniti, le consultazioni di “mid term” sono ancora in bilico. Ma qualsiasi risultato non dovrebbe frenare la ripresa dei mercati, che è proseguito nonostante il rialzo dei tassi. Ottimi dati, invece, dall'economia italiana: il terzo trimestre vede una crescita, trainata dal turismo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le elezioni di mid term americane sono ancora in bilico. Mentre la Camera dei rappresentanti sembra procedere verso una maggioranza repubblicana – ma meno ampia del previsto – il Senato (che rinnova solo un terzo dei suoi membri) si sta giocando seggio per seggio. I risultati ufficiali potrebbero essere noti fra alcuni giorni: sono probabili ricorsi e richieste di riconteggi, soprattutto se i collegi incerti dovessero mostrare maggioranze sul filo di lana.

Due strade aperte
Ciò che è quindi impossibile è una vittoria netta di uno dei due partiti. Un'affermazione democratica era ritenuta molto difficile, mentre è ancora possibile la conquista, da parte dei repubblicani, di entrambe le camere (anche se, come visto, con una maggioranza risicata in Senato). In questo caso, l'agenda Biden perderebbe forza e il presidente – pur con diritto di veto - dovrebbe accettare compromessi, soprattutto sulla spesa pubblica “a pioggia” attivata per le conseguenze della pandemia. Più ardua, in caso di doppia vittoria repubblicana, la marcia forzata verso l'abbandono delle energie fossili, mentre sarebbero forti le pressioni nei confronti della Fed per un’inversione di tendenza sui tassi. Possibile anche un parziale disimpegno sulle armi all'Ucraina, o almeno una richiesta di rendiconto da parte di Kiev.
Se invece il Congresso risultasse diviso, i cambiamenti possibili sarebbero minori. La situazione potrebbe piacere al mondo del business, che di solito apprezza la soluzione split, foriera di minori trasformazioni dal punto di vista economico.

I tassi contano di più
Dal lato mercati, tuttavia, non cambierà moltissimo; chiunque sia il vincitore, il rimbalzo dovrebbe proseguire senza particolari problemi. Un po' perché, se si guarda agli Stati Uniti, le elezioni del Presidente hanno un impatto maggiore sull'economia piuttosto che il rinnovo delle camere. E un po' per le dinamiche fatte registrare dai mercati: il rimbalzo di ottobre è infatti proseguito persino in un contesto di continui aumenti dei tassi operati dalla Federal Reserve. Anche se, è bene ricordarlo, di solito gli effetti di queste operazioni sul costo del denaro non hanno conseguenze immediate, ma iniziano ad avere effetto dopo almeno uno o più trimestri.
Nessuno può prevedere in che condizioni sarà l'economia americana fra tre mesi. Ma fa ben sperare la dichiarazione di Jerome Powell, presidente della Fed, che ha annunciato un probabile stop ai rialzi dei tassi. Una decisione che avrà un ruolo molto importante nell'andamento dei listini.
Il mercato americano, dunque, guarda più alle decisioni della Federal Reserve che non ai risultati delle elezioni di medio termine. Piuttosto, il ricambio delle camere ha spesso confermato (o innescato) rialzi, indipendentemente dall'esito rivelato dalle urne. E questo è un ulteriore elemento che fa ben sperare.

La riscossa dell'obbligazionario
Sia però chiara una cosa: quando parliamo di “rimbalzo di ottobre”, ci riferiamo a una crescita dei mercati dal -25% al -16%. La strada, dunque, è ancora lunga, anche se – è bene ricordarlo – la ripresa ha creato nuove opportunità di investimento. Nell'azionario, ma anche nell'obbligazionario. Ora è possibile scegliere bond che rendono mediamente dal 5% al 7%, con punte ancora più alte. È il caso di alcuni titoli bancari (anche italiani) o di società d’oltre oceano attive sulle materie prime, che attualmente assicurano una performance dell'8%.

Il petrolio torna a salire...
Il prezzo del petrolio intanto è tornato a crescere. Dopo essere calato sotto l'asticella dei 90 dollari, ora sembra aver recuperato l’impeto rialzista. Le politiche improntate al calo della produzione caldeggiate dall'Arabia Saudita (e appoggiate anche dalla Russia) hanno dunque influito sul prezzo, nonostante l'utilizzo delle riserve strategiche americane da parte dell'amministrazione Biden, vero e proprio freno a mano ai prezzi utilizzato a fini essenzialmente elettorali.
Ora però, a urne chiuse, le riserve strategiche dovranno essere ricostituite, almeno in parte. Questa politica causerà quasi sicuramente un ulteriore rialzo del prezzo del greggio, che potrebbe superare nuovamente quota 100.

… e il gas scende
Sale il petrolio, scende il gas. Il prezzo del metano, pur più alto rispetto agli anni scorsi, è tornato a valori più sopportabili, nonostante l'inerzia da parte delle autorità europee. Ad abbattere la domanda (e le tariffe) sono state niente altro che dinamiche di mercato: il quasi completamento degli stoccaggi da parte dei paesi europei, le temperature autunnali molto clementi e, purtroppo, la chiusura di varie aziende, causata proprio dai rincari delle bollette precedenti.
Resta però aperto il nodo dello stop alla vendita di automobili a benzina che, per decisione dell'Unione Europea, partirà nel 2035. I problemi, già ampiamente sottolineati, riguardano la distruzione di un'industria europea particolarmente forte come quella dell'automotive e le incognite legate al prezzo dell'energia (meno controllabile, come abbiamo visto ultimamente, rispetto a quello del petrolio). A queste incognite se ne aggiunge una terza: in tutta probabilità, sarà solo l'Unione Europea ad applicare questa misura drastica. Tre subcontinenti come Stati Uniti, India e Cina andranno avanti con la vendita delle automobili endotermiche. Rendendo l'operazione inutile per l'ambiente e dannosa per la competizione fra le aziende europee e quelle del resto del mondo.

Il turismo traina la crescita
Sul fronte economico interno continuano le notizie positive: l'Italia ha archiviato dati provvisori molto buoni per il terzo trimestre. Rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, l'incremento si è attestato sulla percentuale del 2,6% e quello raggiunto nel corso dell'anno del 3,9%.
Un grande contributo a questi risultati, per molti versi inattesi, è stato fornito dal turismo, e non solo quello di prossimità: nel corso di quest'anno si sono registrati anche grandi flussi di vacanzieri da Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina, che hanno colmato le assenze forzate dei turisti russi.
Per questo motivo, la clamorosa scoperta di 24 statue etrusche e romane a San Casciano dei Bagni, oltre a rivelarsi un tesoro inestimabile dal punto di vista culturale, avrà conseguenze molto positive sull'economia italiana. Il nostro “petrolio” è costituito dalla storia e dal patrimonio artistico, monumentale e paesaggistico che ogni singola area geografica del paese può offrire: la sfida è riuscire a utilizzarlo anche come carburante per una nuova crescita economica.

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Investire in tempo di inflazione

La recessione sembra vicina: ormai non ci si chiede più se ci colpirà, ma quanto durerà. Proviamo a dare indicazioni su come navigare i mercati finanziari in questi tempi difficili

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Sono bastati i dati di settembre sull'occupazione negli Stati Uniti, diffusi venerdì scorso, per mandare in tilt le Borse Usa. L'incremento dei posti di lavoro, anche se leggermente più basso rispetto alle attese, è stato valutato dai mercati come un'approvazione (non gradita) del rialzo dei tassi da parte della Fed. Il dato ha dunque provocato un calo di Dow Jones (-2,10%), Nasdaq (-3,80%) e S&P 500 (-2,80%), trascinando con sé anche le Borse asiatiche.

Europa più resistente

Attualmente, i mercati europei sembrano più resistenti rispetto a quelli americani: in settembre l'Euro Stoxx 50 ha perso il 4,6% contro il 9% dell’indice S&P americano. È pur vero che l'andamento delle economie Usa e Eu è molto divergente, dato che la prima subisce un rallentamento, la seconda è decisamente malata. Ma negli Stati Uniti l'inflazione tocca tutto: case, salari, prezzi al consumo. Quella europea è invece dipendente dalle materie prime, maggiori responsabili dell'inflazione galoppante. Il consiglio è sempre lo stesso: è ormai tardi per vendere, tutti gli indici mondiali perdono almeno il 25% da inizio anno e vale la pena di ricordare che, nella storia, dopo i ribassi, gli indici hanno sempre recuperato e conseguito nuovi massimi. Qui di seguito riportiamo un grafico esplicativo di quanto detto:

La logica ci porta dunque a dire che, con un po’ di cautela e con un orizzonte temporale di medio periodo, vale la pena cominciare a investire. È così che si comportano gli smart investor, a cominciare da Warren Buffet, che ha costruito parte della sua fortuna comprando azioni durante il crollo del mercato nel famoso “lunedì nero” del 1987. Oggi un investitore ha la possibilità di entrare in un mercato sofferente per poi approfittare dei futuri rialzi. I settori più consigliati sono il bancario e l'energetico. Attualmente, gli istituti di credito valgono il 40% del loro book value, e saranno probabilmente i primi a riprendersi, anche in virtù del rialzo dei tassi e del fatto che, una volta finita la recessione, saranno tra le prime società a beneficiare in termini di maggiori utili

Petrolio ancora su

I titoli energy potrebbero invece rivelarsi un buon affare soprattutto a causa dei nuovi rialzi del petrolio, spinto dal taglio della produzione del 2% (2 milioni di barili al giorno) da parte dell'Opec+. Una decisione caldeggiata soprattutto dall'Arabia Saudita, che ha convinto il presidente americano Joe Biden a cercare di correre ai ripari, per evitare aumenti alla pompa e conseguenti malumori dei cittadini, in vista delle imminenti elezioni di mid term. L'amministrazione Usa si è convinta ad intervenire sulle riserve strategiche americane, ma anche ad ammorbidire i rapporti con paesi da tempo considerati ostili, come l'Iran e il Venezuela di Nicolás Maduro. È la classica situazione di un paese che si scopre debole e che è obbligato a rimuovere le sanzioni a un paese quando le applica a un altro. L'Europa cerca invece di stabilire un tetto al prezzo del greggio, ma solo a quello russo, lasciando tutto il resto alla mercé della speculazione. La sanzione potrebbe venire applicata mediante una proibizione alle compagnie Ue di assicurare le petroliere se trasportano greggio russo venduto ad un prezzo più alto rispetto al cap. Questa norma sarebbe, tuttavia, facilmente aggirabile. Anche perché la Russia prosegue a vendere le sue materie prime ai molti Stati che non applicano le sanzioni, e non è escluso che questi le possano rivendere all'Europa a prezzi maggiori. Ricordiamolo: paesi importanti come Cina, India e Brasile non applicano le sanzioni contro la Russia, rafforzando il loro atteggiamento con un'astensione alle risoluzioni prese in sede Onu. Un atteggiamento di benevola neutralità che non è in discussione da nessuna parte. Neppure in Brasile, dato che l'unico punto di contatto tra Luiz Lula e Jair Bolsonaro, acerrimi avversari al ballottaggio presidenziale, è un atteggiamento critico nei confronti dell'amministrazione americana.

Il trionfo dell'inerzia

In una situazione così magmatica, prosegue l'azione confusa e inconcludente dei leader europei per affrontare l'emergenza gas. Un'urgenza che avrebbe dovuto essere risolta già a fine 2021. E invece ha subito rinvii su rinvii, per poi rimanere intatta dopo il vertice di Praga. Ancora una volta in Europa non è servito a niente il famoso motto latino: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Anzi, a peggiorare le cose, in un sovranismo che pervade, ogni Paese fa da sé (altro che Orban) e la Germania, come già detto la settimana scorsa, ha approvato sovvenzioni a famiglie e imprese per 200 miliardi di euro, un fatto gravissimo che metterà fuori gioco la filiera industriale italiana che sta affrontando una crisi devastante. Il timore è che nei mesi a venire le tensioni sociali esploderanno pressoché ovunque in un’Europa solidale a parole, ma individualista, totalmente egoista nei fatti e suicida nelle decisioni strategiche di politica economica. Anche perché i segnali negativi si moltiplicano. Ultimo allarme, il dato sulle vendite al dettaglio in Italia nel mese di agosto, calato dello 0,4%. Lo “zero virgola” che non deve ingannare, dato che nei mesi estivi è sempre prevista una forte crescita per il forte afflusso di turisti. Facile comprendere che gli italiani stanno già tagliando (e di molto) la spesa a causa del caro bollette.

Euro, la debolezza è temporanea

La crisi del gas sta anche affossando l'euro, che continua a far registrare minimi storici. Almeno in questo caso, tuttavia, la nostra moneta dovrebbe tornare in tempi non esageratamente lunghi sopra la parità con il dollaro: la forza attuale del biglietto verde non ha molta logica, in presenza di una bilancia dei pagamenti fortemente negativa negli Stati Uniti. La ragione della forza momentanea del dollaro è dovuta in gran parte alle tensioni geopolitiche in Europa e al forte divario che si registra oggi fra gli Stati Uniti - dove i tassi a breve hanno raggiunto ormai il 4% - e l’Europa che, giustamente, li mantiene appena sopra l’1%. Sul versante asiatico, visto che quest’anno non ci si fa mancare niente, è Pechino ora ad avere grossi problemi. L'economia cinese ha in corso una devastante crisi immobiliare seguita al fallimento di Evergrande (ma non solo), una crescita decisamente inferiore al previsto legata all’assurda politica di continui lockdown per contenere il coronavirus, una potenziale crisi di relazioni internazionali legate alle continue rivendicazioni su Taiwan e un accentramento di poteri su Xi Jinping. Poteri che, se confermati nell’ormai prossimo congresso del partito comunista, gli conferirebbero una carica a vita. Tutto questo ha da tempo spaventato gli investitori, principalmente americani, che da un lato stanno spostando gli insediamenti industriali di loro aziende dalla Cina all’India e al Vietnam, dall’altro hanno azzerato nuovi possibili investimenti su Pechino.

 

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La folle corsa del gas

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il prezzo del gas continua a salire vertiginosamente, inanellando record su record. Dopo il nuovo stop a Nord Stream, l'oro blu ha sfiorato quota 300 euro a megawattora, per poi attestarsi nell’intorno dei 270 euro.
Il rischio è ormai noto: se non si dovesse trovare una soluzione, l'economia europea potrebbe crollare, con scenari da incubo. Vale a dire: imprese che chiudono, forte aumento della disoccupazione e cittadini sull'orlo della povertà.

L’impatto delle sanzioni su Mosca

Per capire il trend è sufficiente esaminare la differenza tra le bollette di agosto 2021 e quelle attuali, che in alcuni casi arrivano a costare sei volte tanto. Finora, in Italia si è cercato di turare la falla con sconti sull'imposizione fiscale in bolletta, che sono costati circa 30 miliardi di euro, pari a 2 punti di Pil. E le nuove, inevitabili riduzioni per i prossimi mesi costeranno altrettanto.
La corsa del gas dimostra ancora una volta quanto i sei pacchetti di sanzioni introdotte dall'Ue contro la Russia abbiano avuto un impatto non del tutto atteso. Soprattutto in paesi come Germania e Italia, legati mani e piedi alle forniture di Mosca. Non è un caso che a Berlino l'asse pro-embargo inizi a incrinarsi; il liberale Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag, ha proposto senza mezzi termini l'apertura del Nord Stream 2, la cui inaugurazione è stata bloccata su pressioni americane, per poter salvare l'economia tedesca. Una posizione singolare per un dirigente di un partito particolarmente severo nei confronti della Russia e della sua aggressione all'Ucraina.
Se la Germania invertisse la rotta, respirerebbe un po' anche l'economia italiana, già duramente colpita dallo stop ai commerci con Mosca. Solo le mancate esportazioni costano al nostro paese un punto di pil – e l'impatto potrebbe essere persino maggiore se non ci fossero le “triangolazioni”, cioè la presenza di alcuni paesi che accettano di fare da intermediari tra l'Italia e la Russia, permettendo alle aziende di aggirare l'embargo.
Le sanzioni – lo avevamo previsto fin da febbraio – non riescono a generare l’impatto atteso sull’economia russa, che finora, è stata colpita solo marginalmente in alcuni ambiti, ma favorita in modo massiccio in altri. Con un saldo positivo. Un esempio su tutti: Gazprom ha chiuso il 2021 con un utile netto pari a poco meno di 28 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente – e prevede di raddoppiarlo con riferimento al 2022.
Non era questo l'obiettivo delle misure europee, ma un'eventualità simile era facilmente pronosticabile.

Il delisting cinese
La reazione occidentale ha anche compattato Russia e Cina, come ha ricordato in un'intervista Henry Kissinger. In particolare, l'ex segretario di stato americano – a suo tempo fautore della distensione con Mao - ha puntato il dito contro la politica miope dell'amministrazione a stelle e strisce, anche in relazione alle tensioni su Taiwan.
E proprio nel momento più critico delle relazioni tra Washington e Pechino arriva un annuncio: cinque colossi cinesi hanno deciso il delisting dal Nyse, che avverrà probabilmente il prossimo mese. La capitalizzazione di mercato di queste società è enorme: 370 miliardi di dollari, più della metà, ricordiamolo, di quella della Borsa di Milano.
Sullo sfondo c'è la proposta, avanzata lo scorso giugno, di una nuova moneta unica globale istituita dai Brics, che potrebbe essere istituita per rappresentare un'alternativa al dollaro statunitense negli scambi internazionali. Un'idea sul tappeto da molti anni, ma tornata alla ribalta con la crisi fra Stati Uniti, con l'occidente a ruota, e l'asse russo-cinese. Se le cinque potenze emergenti mettessero in atto questo proposito, in futuro gli stati occidentali vedrebbero ridimensionata l’efficacia di sanzioni come quelle inflitte all'economia russa.

Inflazione alle stelle
Mentre, è persino inutile ripeterlo, l’effetto boomerang di queste misure sta creando criticità sempre pià acute all'Europa, che grazie al caro-gas sta subendo impotente il galoppo dell'inflazione. A luglio 2022, il dato ha raggiunto l'9,8% per l'Ue (era 2,2% nello stesso periodo dell'anno precedente) e l’8,9% per l'eurozona. Percentuali che avrebbero potuto essere persino più elevate se il petrolio non avesse fermato la sua corsa, attestandosi su un più ragionevole prezzo di 90 dollari al barile.
Si prevede che l'inflazione continui a salire fino a gennaio, per poi stabilizzarsi. A meno che il caro-gas prosegua in questi termini, provocando la chiusura di molte aziende e la distruzione della florida economia europea.
Finora, a calmierare gli aumenti ci sono gli sconti decisi dal governo e le formule, offerte a suo tempo dai fornitori di energia, di gas bloccato per uno o più anni. A loro volta, queste società si coprono dai minori introiti con l'acquisto di contratti derivati sulla Borsa di Amsterdam, per assicurare il prezzo ai consumatori e alle aziende senza perdere profitto.

Borse, tornano le difficoltà
Il pessimismo sull'inflazione e il timore di un nuovo rialzo dei tassi hanno influito anche sui mercati. Le Borse hanno esaurito la loro spinta propulsiva che durava da luglio. Milano, in particolare, ha raggiunto i minimi del mese.
Lo stop è meno preoccupante per i mercati americani, che erano rimbalzati molto, portando l’indice S&P500 a dimezzare le perdite annue. Per gli indici made in Usa si tratta, finora, di una normale fase di trading range – in attesa, naturalmente, di capire le reazioni al delisting cinese.
Situazione diversa, invece, per l'Europa, il cui rimbalzo si era dimostrato di minore portata. Il nostro continente è sotto la doppia minaccia della recessione e dell'esplosione dei costi industriali, che hanno rallentato la fase positiva. Proprio lo scenario a tinte fosche per il prossimo inverno ha colpito, in particolare, i titoli industriali tedeschi, e ha messo sotto pressione quelli finanziari italiani.

Attenti allo spread
Le sfide del prossimo ottobre sembrano preoccupare tutti. Quasi tutti. Perché la campagna elettorale continua a concentrarsi su temi di vario tipo, senza però sfiorare quelli più importanti: la crisi del gas e l'inflazione galoppante.
Nessuno parla, perché tutti i politici in competizione hanno paura di aprire il sipario e mostrare agli elettori uno spettro che aleggia sul paese: l'ingresso della troika in Italia, che potrebbe ridimensionare la capacità di movimento dello schieramento vincitore alla prossima tornata elettorale.
Ora lo spread è salito a 230, e lo scudo europeo non è una protezione incondizionata. Lo ha ricordato anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, sottolineando che questo meccanismo non è automatico, che ci sono condizioni da rispettare. Il timore diffuso è che il prossimo governo, qualunque esso sia, non possa evitare di confrontarsi con i paletti posti nel suo cammino da regole europee e banchieri centrali. E di varare misure impopolari per aziende e famiglie italiane.
Certo è che, qualunque cosa accada, la finanziaria del prossimo esecutivo non potrà essere troppo diversa da quella varata dal governo uscente.

 

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La crisi di governo aumenta l'incertezza. Ma...

Le dimissioni di Mario Draghi da premier stanno creando preoccupazioni presso tutte le istituzioni continentali, visti gli scenari recessivi in atto e l’onere di dover approvare una legge di bilancio in autunno.

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La crisi di governo è stata descritta da vari media in maniera catastrofica, come se un'eventuale caduta dell'esecutivo avesse la forza per spingere l'Italia nel baratro. Una reazione che, oggettivamente, sembra un po' esagerata.
Intendiamoci: sarebbe stato sicuramente meglio evitare questa crisi, dato che l'assegnazione della nostra quota di PNRR non è ancora completa, la guerra continua a infuriare, la siccità morde e la legge di Bilancio non è poi tanto lontana. Però il cambio di un governo, o il voto anticipato, rientrano nella logica di un paese democratico. La congiuntura negativa non è un affare che si può risolvere in pochi giorni: anche se le dimissioni di Mario Draghi dovessero rientrare, i problemi si ripresenteranno puntuali fra alcuni mesi, quando si arriverà alla fine naturale della legislatura. E si dovrà per forza tornare alle urne.
Sembra comunque probabile e ragionevole che non si andrà a elezioni anticipate. E questo indipendentemente da quanto deciderà Draghi. In primis perché il presidente Mattarella è contrario a sciogliere le camere in questo momento; in secondo luogo, perché molti parlamentari – soprattutto quelli che molto probabilmente non saranno riconfermati – sono refrattari a tornare a casa e a perdere vari mesi di stipendio.

La Borsa non apprezza
Le Borse in genere detestano i periodi di incertezza: è per questo che la scorsa settimana il nostro listino è stato contraddistinto da vendite indiscriminate su tutti i settori e ha raggiunto livelli che non si vedevano da maggio 2020. A nostro parere, i livelli raggiunti rappresentano nel medio periodo buone opportunità di acquisto. Le società continuano, pur in uno scenario mondiale complesso, a fare utili e a distribuire lauti dividendi e non si capisce per quale motivo i nostri titoli debbano trattare a sconto anche del 30% rispetto a società simili degli altri listini europei. Verso la fine della settimana è tornata un po’ più di calma e ieri, finalmente, abbiamo visto il primo corposo rimbalzo da tre mesi a questa parte. Forse è un inizio di inversione del trend ribassista dei primi 6 mesi dell’anno. Anche lo spread, che, in seguito alle dimissioni di Draghi, aveva toccato i 240 punti base, è rientrato ad un livello inferiore ai 220 e, se il governo continuasse la sua azione, con ogni probabilità sarà sotto i 200 entro fine estate.

The final countdown
Mentre va avanti questo imbarazzante balletto da Prima Repubblica, i dati sul costo dell’elettricità sono terrificanti: a fronte di un costo di 79 euro a kilowatt ora del 2021 siamo arrivati ai 500 euro odierni, un dato che rischia di far collassare intere filiere produttive. Ma i giornali non ne parlano…. Meglio pensare alle vacanze, poi a ottobre chi vivrà vedrà. Per fortuna, è stata già confermata la proroga del taglio alle accise, un'operazione inevitabile in considerazione del prezzo del petrolio. Finora, l'oro nero si è leggermente indebolito, e veleggia a cavallo di quota 100: ancora troppo poco per riportare i prezzi alla normalità.
Il problema principale, però, è ancora legato al gas. Questa settimana scade il periodo di manutenzione del Nordstream: in un impietoso conto alla rovescia, i secondi ci stanno portando al momento della verità, in cui verremo a sapere se i rifornimenti dalla Russia torneranno ad affluire in Europa oppure se i “lavori in corso” si trasformeranno in uno stop di più lunga portata.
A nostro avviso, è probabile che la Russia riprenda la fornitura, ma in quantitativi ridotti. Mosca ha ormai rimpiazzato l'Europa come partner principale, deviando una parte importante del gas a vari paesi asiatici, soprattutto alla Cina, che ha segnato il record di importazione di “oro blu”. All'Europa rimane una piccola fetta di torta, meno della metà rispetto a quanto riceveva nel 2021.
Una percentuale ridotta che permette comunque alla Russia di incassare di più rispetto all'anno scorso. Le sanzioni hanno infatti spinto in alto il prezzo del gas e favorito la speculazione, permettendo così a Mosca di moltiplicare i guadagni e di finanziare la guerra.
Come era ampiamente prevedibile, dunque, le sanzioni si sono rivelate preziose alleate dell'economia russa. E ancora di più di quella cinese, la cui merce ha rimpiazzato molti beni che non possono più arrivare dall'Europa. Un esempio ci è dato dalle automobili: le vendite di Volkswagen sul mercato russo sono calate del 69%, proprio mentre la cinese Haval ha spiccato un balzo a tre cifre (+635%).
L'Italia ha provato a metterci una pezza, con l'accordo da 30 miliardi di metri cubi l'anno stretto pochi giorni fa con l'Algeria, che fa del paese nordafricano il nostro primo fornitore di gas.

Stati Uniti, l'inflazione vola
Si è parlato più volte dell'Europa come prima vittima delle sanzioni. Ma, se Atene piange, Sparta non ride di certo. In un mondo occidentale interconnesso, anche gli Stati Uniti iniziano a soffrire di più di quanto prevedessero: la benzina è aumentata sensibilmente, e questo rialzo si sente molto in un Paese dove utilizzare l'auto per andare al lavoro è quasi una scelta obbligata. Soprattutto tra i pendolari di fascia medio-bassa.
In generale, l'inflazione a stelle e strisce è decollata, spaventando i mercati: i dati definitivi di giugno mostrano un 9,1% contro l'8,8% atteso. Sembra inevitabile un rialzo dei tassi di 75 punti, se non di più. I cittadini sono inferociti e impauriti, proprio mentre si avvicinano le elezioni di mid term, che dovrebbero bocciare sonoramente l'operato dell'attuale amministrazione democratica. Ci si attende infatti che il picco e la successiva discesa non avvengano prima del prossimo gennaio, due mesi dopo il rinnovo del parlamento.
In questa situazione, c'è stato un “rimbalzino” dell'euro sul dollaro: nonostante le difficoltà su entrambi i lati dell'oceano, l'attesa delle decisioni Bce sul rialzo dei tassi ha dato una pur moderata iniezione di fiducia alla nostra moneta.

Gli investimenti promettenti
In questa situazione, in che modo è possibile entrare nel mercato? Considerato il segno più a Piazza Affari, potrebbero rivelarsi interessanti i titoli bancari e finanziari italiani, ma anche quelli energetici, considerato il basso livello raggiunto.
Invitanti anche gli investimenti assicurativi: il settore continua a rivelarsi in salute, e – secondo un rapporto di Swiss Re – a fine 2022 la raccolta premi sfonderà, a livello mondiale, il muro dei 7.000 miliardi di dollari, per la prima volta nella storia.

Sotto osservazione invece l'oro, che ultimamente ha subito importanti ribassi, confermando di aver perso, forse definitivamente, lo status di bene rifugio.

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