Cocktail di eventi negativi: le Borse europee tornano in flessione

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana scorsa, le Borse europee erano tornate a viaggiare tranquille, sovraperformando quelle statunitensi, in calo del 5% circa. Tuttavia, l’apertura di ieri si è svolta all’insegna di una vera e propria doccia fredda, con un arretramento importante un po’ in tutto il continente.

Devastazioni nelle città europee

La nuova correzione, che ha generalmente superato l’1%, dipende da un cocktail micidiale di fattori, alcuni già presenti, altri nuovi. Tra questi ultimi, le devastazioni di cui sono stati vittime Parigi, altre città francesi e non solo (non sono sfuggite al caos dello scorso week end Milano e altri comuni italiani). A colpire i mercati sono soprattutto i fatti di Francia, per un motivo ben semplice: Parigi ha la spesa pubblica più alta del mondo occidentale, pari al 57% del Pil. Una spesa che è praticamente incomprimibile, anche se la situazione critica del debito transalpino richiederebbe tagli importanti al bilancio. Così si è creato il classico stallo tipo “Scilla e Cariddi”: se una spesa ormai esplosa non si tocca, il debito avanza ulteriormente, con le annesse preoccupazioni per le ripercussioni sull’area euro; se invece si procede a tagli, si crea un rischio forte di massicce dimostrazioni di piazza, che a loro volta potrebbero creare le condizioni per l’infiltrazione di teppisti, vandali e saccheggiatori, la cui violenza distruttiva si è già dimostrata in grado di mettere in scacco le città. Proprio per questo motivo, sono le violenze in Francia a deprimere maggiormente le Borse: in Italia la spesa pubblica è infatti limitata da parecchi anni, per le note restrizioni europee, e i cittadini sono ormai meno reattivi nei confronti di una politica di bilancio restrittiva.

Giù le banche

Un altro fattore che potrebbe aver causato l’apertura in calo delle Borse europee è l’arretramento delle azioni finanziarie. Arretramento che dipende da due cause: da un lato, la tendenza degli investitori extraeuropei, soprattutto americani, a riportare in patria il loro denaro allocato nei nostri mercati; dall’altra i timori delle aziende di investire in questo periodo contrassegnato da inflazione, crisi del debito francese, caro-energia e problemi geopolitici che deprimono le Borse e l’economia. In Italia si aggiunge un terzo elemento capace di penalizzare i titoli finanziari e di condizionare maggiormente la chiusura di ieri sera (-1,50% circa, ai minimi dallo scorso maggio) e la tendenza al ribasso di oggi: il tentativo governativo di inserire nella manovra una extratassa sulle banche. Un contributo che, ha affermato il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, vuole essere “sostenibile”. Il titolare del Mef ha parlato di un importo di 5 miliardi di euro nella legge di Bilancio 2027. A questa eventualità, le banche hanno risposto per le rime: secondo le parole del presidente Abi Antonio Patuelli, la costituzione non prevede che alcuni (cioè gli istituti di credito) debbano essere “mazzolati”. Il suo vice Gianfranco Torriero ha rincarato la dose, affermando che questa misura non è stata concordata con le banche, a differenza di quanto è accaduto nell’ultimo biennio. Alla dichiarazione di Patuelli ha risposto a sua volta il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che ha elencato i maxi utili delle aziende di credito tra il 2022 e il 2025 e la chiusura di sportelli e gli esuberi dello stesso periodo. Salvini ha anche affermato che il tax rate del mondo del credito, del 19,2% nel 2025, è stato inferiore a quello di altre aziende. Sembra dunque essersi creato un nuovo braccio di ferro fra banche e governo – anzi, una parte dell’esecutivo, dato che l’altro vicepremier Antonio Tajani ha cercato di buttare acqua sul fuoco, puntando sulla ricerca di un accordo con gli istituti di credito in grado di non spaventare gli investitori. Ed è ciò che, probabilmente, accadrà: non è infatti improbabile che le due parti si trovino a metà strada, raggiungendo un compromesso accettabile.

Crisi energetica

Anche la crisi energetica contribuisce alle tensioni che pervadono le Borse europee. Il Brent ha superato i 110 dollari al barile, mentre la quotazione del gas ad Amsterdam è pericolosamente vicina a quota 90. Oltre che avere un impatto sugli indici, il caro-energia (con annesso aumento del prezzo dei carburanti) inizia a provocare proteste, come quella degli autotrasportatori nel Mezzogiorno. Le dimostrazioni, con blocchi di strade, svincoli e porti, sono pacifiche, ma al sud hanno già sguarnito gli scaffali dei supermercati come non si vedeva dai tempi del Covid. Il prezzo alla pompa, ancora molto alto, rivela che in Europa non sono giunti gli echi della distensione energetica fra Stati Uniti e Russia, né la possibilità di colloqui fra Mosca, Washington e Pechino al prossimo vertice Apec in Cina per negoziare una via d’uscita alla guerra in Ucraina. Un avvenimento che, comunque la si pensi, potrebbe contribuire a calmierare i prezzi di energia e carburante. E’ probabile che, ora come ora, i prezzi siano ancora alti perché i Paesi europei hanno l’esigenza di ricostituire le riserve strategiche, intaccate nel corso di questi mesi difficili. Prossimamente, se non interverranno nuovi elementi di crisi, ci si può aspettare un calo della quotazione del greggio.

In attesa delle trimestrali

Petrolio meno caro significa possibili benefici per le Borse. Ma – va da sé – a giocare un ruolo importante saranno le imminenti trimestrali, la cui attesa tiene i mercati con il fiato sospeso. In caso di risultati positivi, l’effetto-bilanci potrebbe favorire il tradizionale ciclo rialzista che spesso si verifica a novembre. Anche se, naturalmente, non è detto che ciò succeda. Attualmente le Borse sono ancora nel mezzo di una correzione normale e non allarmante. Solo alcuni settori hanno evidenziato criticità, come i semiconduttori, che hanno perso il 20% in meno di dieci sedute. Tuttavia, i tecnologici possono scontare in ogni momento storni di assestamento, anche importanti, che sembrano fisiologici dopo i balzi in avanti così poderosi del passato. In generale ci troviamo in una situazione delicata, che lascia i mercati in un’area un po’ neutrale; oggi il modo migliore per avere protezione sull’azionario è comprare titoli lunghi, come le obbligazioni a 10 e 15 anni in titoli di stato italiani e tedeschi.

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Il debito francese preoccupa i mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La scorsa settimana, la corsa dei bond governativi ha portato i decennali americani a un massimo di 5,35%, quelli francesi intorno al 5% e gli italiani al 4,75%, mentre lo spread Btp-Bund si è spinto fino a 125, per poi ripiegare intorno a 110. Le Borse, che fino a poco tempo prima avevano cercato di arginare in ogni modo la situazione, hanno ceduto complessivamente circa il 4%, con un picco negativo intorno al -2% raggiunto mercoledì scorso. La correzione risente anche dell’incertezza geopolitica e dei timori legati all’inflazione, che dipendono dai costi dell’energia (Brent oltre i 100 dollari e gas sopra gli 80 euro): il mercato ha scontato la minor crescita e ha venduto un po’ di valuta europea, favorendo il recupero del dollaro, per la prima volta da molto tempo sotto 1,12. Non per niente, Wall Street ha evidenziato un andamento migliore rispetto alle Borse europee.

Le banche arretrano

Lo storno è stato particolarmente pronunciato per Piazza Affari, in virtù della presenza massiccia di titoli bancari nell’indice. La ragione della correzione violenta di cui sono state protagoniste le azioni finanziarie per tre giorni è chiara: gli istituti di credito sono pieni di titoli di Stato, e se questi salgono di rendimento, impattano sul valore dei titoli.

Prove tecniche di rimbalzo

Prima del week end e in apertura di settimana, le Borse europee hanno poi tentato un cauto rimbalzo, aiutate anche dalle previsioni Fmi di un incremento del Pil mondiale pari al 3,1% per quest’anno. Wall Street, come accennato, ha invece performato meglio delle Borse europee, ma il Nasdaq vede grigio, soprattutto alla luce della perdita del 6% della Borsa coreana, registrata lunedì. Un dato che dipende dai titoli tecnologici e ovviamente fa temere un effetto domino, sulle Borse più esposte all’IA e sulla filiera. Uno dei punti critici che venerdì scorso si è dimostrato in grado di scatenare reazioni a catena è stato un rapporto del Financial Times, secondo cui a fine settembre i ricavi annualizzati di OpenAi erano vicino a 50 miliardi di dollari invece che i 70 indicati dalla stima dell’azienda. Sebbene ci sia il dubbio che la discrepanza dipenda da metodi diversi di calcolo, la comunicazione ha dato uno scossone ai titoli della filiera, a cominciare da Oracle, grande partner del gruppo di ChatGpt.

Francia, il debito preoccupa

La correzione della scorsa settimana è stata anticipata da alcuni segnali. Uno di questi riguarda una statistica relativa al S&P lo scorso settembre: nel mese, i 500 maggiori titoli equipesati avrebbero perso il 4,98%. Sempre a settembre si è verificato il rialzo dei tassi, accompagnato da dichiarazioni inequivocabili su nuove operazioni simili. E i buoni del tesoro hanno preso il volo, mentre si sono amplificate preoccupazioni già presenti da tempo sul debito pubblico francese e sulla sua sostenibilità. Una simulazione mostra che se, in una situazione di rialzo dei tassi e di bilanci pubblici uguali a ora, il debito francese e quello americano fossero rinnovati, aumenterebbero del 20% nel 2030. A Parigi, la questione si interseca con la campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno. Marine Le Pen, data per favorita dai sondaggi, ha dichiarato che non esiterà a utilizzare la leva fiscale per sistemare i conti pubblici. Da parte sua Jean-Luc Mélenchon, che le previsioni danno come possibile contendente al ballottaggio, ha proposto di non rimborsare 600 miliardi di debito pubblico verso la Bce, per poi cercare nuovi finanziamenti sul mercato. Operazione che, però, sarebbe davvero difficile, perché la sottoscrizione del debito dipende anche dall’affidabilità di un Paese nell’apparire in grado di rimborsare le pendenze. Abbiamo usato il termine “apparire” perché, in realtà, facciamo finta di credere che il debito pubblico sovrano, un giorno o l’altro, sia rimborsato. Mentre realisticamente non è così. Ciò che occorre evitare è la situazione estrema, e cioè il default, che però nella storia si è verificato più volte, specialmente in Francia e Spagna. In questa situazione, chi sta meno peggio tra i Paesi del G7 è proprio l’Italia, che ha un avanzo primario del 3%.

Arrivano le trimestrali (e le elezioni di mid term)

A breve si attendono nuove carte sul tavolo, in grado di condizionare l’andamento dei mercati: le trimestrali dell’economia reale e dei gruppi di credito. La diffusione dei dati partirà, come da tradizione, dagli Stati Uniti, per poi diffondersi in tutto il mondo. I numeri delle società quotate potrebbero dimostrarsi in grado di dettare la linea, in un senso o nell’altro, indirizzando le Borse verso una nuova fase. Sicuramente faranno la loro parte anche le mid term americane, che sono sempre più vicine, e il cui risultato potrebbe condizionare le scelte future di Donald Trump. Per ora, uno degli obiettivi dell’amministrazione repubblicana è di evitare scossoni, in vista proprio della consultazione elettorale. Tutto questo mentre a Hormuz la situazione è ancora tesa, e gli attacchi incrociati fra gli Houthi e l’Arabia Saudita rischiano di aggiungere nuovi problemi al mercato petrolifero. In questo quadro caotico si osserva la ricerca di alternative, tra cui il cambiamento delle rotte di navigazione. Il passaggio dallo Stretto di Magellano, per esempio, è cresciuto del 70%, sia a causa della situazione mediorientale, sia per la siccità a Panama. Allungare la navigazione, però, costa parecchio: l’esplosione delle spese, che fa il paio con l’aumento a dismisura dei premi assicurativi, non può che riverberarsi sul prezzo della merce. L’India, invece, guarda al lungo termine con il progetto “Nicobar”, ambizioso piano di infrastrutture che dovrebbe avere il compito di prevenire eventuali nuovi problemi agli stretti, primo tra tutti quello di Malacca. Il limite del progetto sono i tempi, dato che si prevede di ultimarlo nel 2047.

Extraprofitti

Il governo italiano è tornato a discutere su una maggiore tassazione delle banche e delle società energetiche. Si è però tornati a utilizzare il termine “extraprofitti”, che è assolutamente impreciso: in economia ci sono ricavi e perdite, non altre voci. Quindi, se aumento fiscale ci sarà, dovrà essere presentato come tale. Il governo, se intenzionato a proseguire su questa strada, sarà chiamato ad avere il coraggio di alzare il carico fiscale dei due settori di un punto in più, piuttosto che inventare formule che non hanno spazio nei bilanci di qualsiasi società. Una maggiore tassazione di banche e società energetiche presenta anche i suoi rischi in Borsa: primo fra tutti, il possibile calo dei dividendi legati ai titoli finanziari. Sicuramente possono essere provate strade alternative, come la tregua sui prezzi alla pompa raggiunta con le compagnie petrolifere. Una scelta di questo genere ha il merito di agire con effetto immediato sulle tasche dei cittadini, oltre che restituire ai gruppi un grande ritorno d’immagine.

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L'incubo degli spread spaventa i mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il mercato obbligazionario non accenna a fermarsi. La scorsa settimana, il decennale americano è arrivato al 5,35%, percentuale che non si vedeva dal 2003; solo i dati sul lavoro Usa, che essendo peggiori del previsto hanno allontanato la possibilità di un imminente rialzo dei tassi, hanno favorito un leggero ripiegamento da questa percentuale. I decennali inglesi hanno, da parte loro sfiorato il 5,50%, mentre gli Oat francesi hanno toccato il 5% e lo spread è salito a 150, per poi arretrare un po’. Il trend ha contagiato anche l’Italia: i buoni del Tesoro sono saliti al 4,70% (per poi ridiscendere un po’), con un differenziale che è balzato nei dintorni di quota 120. Il motivo del “contagio” è di ordine tecnico: l’unico future a disposizione è sul Btp; chi voleva puntare contro la Francia ha perciò messo le sue fiches contro l’Italia, andando short sul nostro mercato e avviando la speculazione sui bond governativi tricolori. Della situazione ha beneficiato la Germania, considerato tuttora un porto sicuro, sebbene la solidità di Berlino non sia più un punto fermo come una volta.

Tempesta perfetta

La “tempesta perfetta” tra andamento anomalo dei bond governativi, inflazione, debito francese e crisi geopolitiche ha impattato sulle Borse europee, che la scorsa settimana hanno raggiunto i minimi da tre mesi a questa parte, lasciando sul terreno il 3% circa. I listini americani hanno invece evidenziato un andamento del tutto diverso. A trainare Wall Street sono stati i titoli tecnologici, che hanno spesso una reazione in controtendenza alle crisi borsistiche internazionali: quando gli indici europei subiscono una correzione importante, molti americani che avevano allocato denaro sui titoli del nostro continente decidono di riportare in patria gli investimenti, e spesso preferiscono puntare sull’innovazione. E’ così spiegato il rally del dollaro, che è sceso sotto gli 1,13 sull’euro per la prima volta dal maggio del 2025 e si è rafforzato anche sulla sterlina, raggiungendo un rapporto di 1,32. Mentre il leggero calo del franco svizzero sulle altre valute dipende probabilmente dal rialzo dei tassi in Giappone, che ha ridimensionato il ruolo di Tokyo come protagonista del carry trade. Questa dinamica ha spostato le attenzioni proprio su Berna, in virtù del tasso di riferimento allo 0%, che la Bns mantiene da giugno 2025.

Il peso del debito

Da molto tempo evidenziamo la capacità di resistenza che le Borse hanno sviluppato dopo la crisi causata dalla guerra russo-ucraina, ma anche la quasi ineluttabilità di una correzione. La domanda è quindi d’obbligo: il calo della scorsa settimana potrebbe rivelarsi l’esordio del “grande storno” che molti si attendono? E’ ancora presto per fornire una risposta, anche perché è in atto un generale recupero. Molto si giocherà sul terreno dei debiti sovrani: se lo spread fra titoli francesi e Bund tedeschi dovesse superare quota 150, e soprattutto se si verificasse l’effetto-contagio, si potrebbe temere una crisi borsistica di proporzioni serie. Per ora, come detto, i mercati stanno provando un rilancio, mentre lo spread francese cerca di allontanarsi dalla zona più pericolosa. Anche se si riuscisse a evitare l’esplosione del differenziale transalpino, sarebbe comunque molto arduo risolvere la questione del debito di Parigi che, per inciso, non rispetta il target del 3% dal post Covid. Oltretutto, sarebbe difficile applicare una ricetta condivisa per affrontare questo nodo: sia il taglio delle spese, sia l’aumento delle tasse rischierebbero di provocare proteste di piazza, che – di qualsiasi colore siano – in Francia si rivelano sempre molto problematiche.

Scadenze elettorali

Per decidere le sorti delle Borse nei prossimi mesi avrà un peso importante (se non determinante) anche la girandola di appuntamenti elettorali già aperta dalle presidenziali brasiliane, che proseguirà a novembre con le mid term americane e le elezioni anticipate spagnole, fissate per il 29 del mese dal premier dimissionario Pedro Sánchez, e culminerà il prossimo anno con le presidenziali francesi e le “politiche” italiane. Se Donald Trump prova mosse disperate per rovesciare un verdetto negativo già scritto, arrivando a promettere 5.000 dollari a ogni cittadino americano in caso di vittoria repubblicana, Sánchez cavalcherà quasi sicuramente la penuria di alloggi in Spagna, cercando di incanalare le proteste oceaniche di questi giorni per evitare una probabile sconfitta. Il tema della casa, in realtà, non è confinato alla Spagna, ma potrebbe esplodere come un bubbone in tutta Europa, dove da 50 anni non si affronta un piano strutturale di edilizia popolare.

Il petrolio non si schioda

Sul fronte petrolifero, la situazione sembra meno conflittuale rispetto alla scorsa settimana: da un lato pare che a Hormuz riesca ormai a transitare l’80% circa delle imbarcazioni; dall’altra, il blitz delle truppe governative yemenite ha allontanato gli Houthi da Bab el Mandeb, aprendo nuove possibilità al transito delle imbarcazioni attraverso il Mar Rosso. Nonostante ciò, l’atteso arretramento del prezzo del petrolio non è avvenuto, se non superficialmente; forse, il valore ancora alto del greggio (soprattutto del Brent) dipende dall’esigenza di smaltire il pregresso prima che avvenga l’adeguamento delle quotazioni. O forse siamo di fronte all’ennesimo caso di speculazione.

Btp: chi compra le scadenze lunghe copre l’inflazione

A queste condizioni, gli investimenti in obbligazioni governative rappresentano un’occasione che è consigliabile non farsi scappare. I Btp a due anni, per esempio, rendono il 3,5%; la performance è di poco al di sotto dell’inflazione, il cui tasso potrebbe però scendere nel corso del biennio. Da parte loro, i buoni del Tesoro decennali rappresentano, oggi come oggi, un’ottima scelta per due ragioni: la prima perché, con il loro 4,70%, offrono prestazioni superiori all’inflazione; in secondo luogo, con una simile performance e la sicurezza insita nelle obbligazioni governative, questi strumenti rivestono un ruolo di copertura nel caso in cui le Borse scendessero in maniera significativa.

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Niente in ordine, tutto a posto

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Prosegue lo scenario che dura quasi ininterrottamente da alcune settimane. All’aggravarsi dei problemi geopolitici e alle loro conseguenze (prima tra tutte il caro-energia) si affianca il progressivo incremento del rendimento dei titoli di Stato, favorito dai tassi alti: il decennale americano ha ormai superato il 5,20%, il Bund rende più di 3,60% e i Btp quasi il 4,60%. Tuttavia – e anche questo è invariato – le Borse europee continuano a reggere, e quelle americane cedono qualcosa, ma comunque tengono. Il tono dei mercati li mostra davvero temprati alle crescenti difficoltà, testando la loro resistenza e i loro limiti. Con qualche eccezione legata ad alcuni titoli, come quelli difensivi, penalizzati dal volo dei bond. Le condizioni particolari del mercato rendono più attraente, per gli investitori, il mantenimento delle posizioni; al massimo, chi alla fine del terzo trimestre avrà ottenuto buone performance, potrebbe pensare di portare a casa qualcosa.

Caro-energia negli Stati Uniti…

La prossima sfida saranno le mid term americane, che però potrebbero essere già state scontate dai mercati. Una sonora sconfitta di Donald Trump, ampiamente annunciata e difficile da evitare, potrebbe portare i repubblicani a perdere non solo la Camera (il che è praticamente assodato), ma anche il Senato, dove traballano anche collegi fino a poco fa considerati “blindati”. Tra le cause del possibile crollo repubblicano, il costo dell’energia, che la guerra in Iran ha portato alle stelle. Finora il Wti resta nella fascia 90/100 dollari al barile, che ormai si è imposta come “terra di nessuno” tra il rischio di una pericolosissima avanzata dei prezzi a 120 o 150 e il ritorno nella “forbice di sicurezza” 70/80 se le armi nel Golfo dovessero tacere.

… e in Europa

Il problema dell’energia è ben più grave in Europa che non negli Stati Uniti, dato che a differenza degli Usa, l’Ue non può disporre di materie prime proprie, se non marginalmente. Inoltre, l’Europa soffre particolarmente per la compresenza, nello scacchiere mondiale, di due guerre – quella nel Golfo e quella in Ucraina, con le loro conseguenze sul prezzo del gas: attualmente, ad Amsterdam, il metano è sempre nella fascia 70/80 euro, ben oltre il livello di sicurezza.

Arabia Saudita: sale l’export. Ma non per noi

Dai giacimenti del Golfo, invece, arriva una notizia che a prima vista sembrerebbe positiva, ma in realtà non influisce sulla nostra situazione: nonostante gli attacchi all’Arabia, le esportazioni del petrolio saudita hanno raggiunto volumi che non si vedevano da tempo. Tuttavia, paradossalmente, i commerci con l’Europa trovano difficoltà, perché una parte importante del greggio destinato ai nostri lidi transitava proprio da quell’oleodotto sul Mar Rosso che ha subito l’attacco. I tentativi di contenere il prezzo alla pompa registrano un passo importante da parte delle compagnie petrolifere italiane: prima Eni, poi Ip hanno fissato un tetto per le tariffe della benzina. Ci si augura, naturalmente, che questa iniziativa scateni una virtuosa corsa al ribasso da parte dei gruppi energetici internazionali.

Il vertice Trump-Xi

La scorsa settimana, un altro evento ha tenuto il mondo in attesa: il vertice fra Donald Trump e Xi Jinping. Sebbene inizialmente le Borse avessero reagito positivamente ai preparativi per l’incontro, l’entusiasmo è pian piano scemato, e gli indici si sono concentrati sui temi ormai diventati usuali. La freddezza dei listini per gli esiti del vertice sta forse nel fatto che di risultati concreti ne sono stati prodotti pochi: tra questi, il prolungamento, da parte di Stati Uniti e Cina, della tregua commerciale, che durerà due mesi in più. Più precisamente, l’entrata in vigore delle pesanti tariffe reciproche, inizialmente prevista per il prossimo novembre, slitta al 10 gennaio. Poi si vedrà. Oltre a prendere tempo sulla “guerra dei dazi”, che lo scorso anno aveva visto l’annuncio di Trump e la reazione cinese, i due leader non hanno raggiunto altri obiettivi. A parte la messa in opera di una sorta di “telefono rosso” per la “super IA” (la cui abbreviazione sarà SI”), che eviti conseguenze potenzialmente distruttive nel caso in cui qualcosa non vada per il verso giusto. Per il resto, Trump ha dichiarato di non essere per nulla preoccupato che l’IA sfugga al controllo umano, ritenendosi soddisfatto delle norme attuali e schierandosi apertamente contro un’ulteriore regolamentazione del settore; Xi Jinping si è invece mostrato più propenso a un maggiore controllo, per garantire che l’IA (pardon, la SI) non sfugga alle decisioni umane. Sul dossier “freddo” di Taiwan e quello “caldo” dell’Iran, invece, le posizioni restano molto distanti.

Tim, ok per l’opas di Poste italiane

L’opas di Poste Italiane su Tim ha ampiamente superato il tetto minimo delle adesioni. Si è però fermato all’85,82%, di poco sotto a quel 90% che avrebbe permesso al “gigante giallo” di rivendicare il diritto di squeeze out, cioè l’acquisto automatico delle azioni restanti. Il risultato consentirà in ogni caso alle Poste di procedere alla fusione e al delisting di Tim dalla Borsa. Un esito ampiamente atteso, perché è molto forte l’esigenza di vedere un’infrastruttura strategica così importante tornare, seppur parzialmente, sotto il controllo pubblico.

Arrivano i “Btp gemelli”

Se l’offerta di scambio è stata un buon investimento per gli azionisti Tim, ora parte il conto alla rovescia per uno strumento aperto a tutti: la nuova emissione di Btp Valore. Anzi, “le nuove emissioni”, dato che saranno due i titoli di Stato a tutela crescente che verranno messi a disposizione dei risparmiatori. Il lancio contemporaneo (dal 19 e 23 ottobre) ha guadagnato loro il soprannome di “Btp gemelli”. La sovrabbondanza di richieste dimostra ancora una volta che, soprattutto in tempo di tassi alti, i titoli di Stato piacciono molto e, come ricordavamo in apertura, si impongono come veri concorrenti del mercato azionario.

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Le Borse non preoccupano, ma il mercato è selettivo

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo la forte volatilità della scorsa settimana, rinfocolata anche dall’arrivo del cosiddetto “Giorno delle quattro streghe”, le Borse hanno mostrato nella giornata di lunedì chiari segni di ripresa. E questo nonostante l’ennesimo alzo dei rendimenti sulla curva obbligazionaria, che vede il decennale italiano intorno al 4,35%, quello francese un po’ più in alto e l’americano oltre il 5%. E’ esemplificativo il volo del bond a cent’anni emesso dalla Repubblica austriaca, che attualmente vale il 27% circa e soverchia, per rendimento, molti titoli azionari.

Chi va bene e chi va male

E’ il caso di ribadirlo: i mercati sono tonici e hanno armi ormai collaudate per fronteggiare le crisi geopolitiche e monetarie, con gli annessi e connessi. Detto questo, lo stato di salute degli indici è selettivo. Cioè: alcuni settori vanno particolarmente bene, altri indiscutibilmente male. I titoli finanziari, per esempio, subiscono l’influsso positivo dell’aumento dei tassi, di cui traggono beneficio soprattutto i listini contraddistinti da una presenza massiccia di azioni bancarie, come Milano. Ottima anche la performance dei tecnologici, mentre il settore auto appare in crisi, con l’uscita di Volkswagen dall’Eurostoxx 50 (il colosso tedesco ha perso il 30% circa da inizio anno). Anche il lusso fa molta fatica: dallo scorso 1 gennaio la flessione è del 35%.

Dove va il petrolio

Discorso a parte per energetici e petroliferi, che sono chiaramente influenzati dalla quotazione delle materie prime: in apertura di settimana il Brent è sceso sotto quota 100, deprimendo le azioni legate al greggio; poi, la quotazione è tornata sopra l’asticella, mentre il Wti staziona nella fascia bassa dei 90/100 dollari al barile. A creare tensione sul petrolio sono soprattutto le preoccupazioni per Hormuz e per l’escalation nel conflitto fra Houthi e Arabia Saudita, che mette in pericolo il passaggio delle navi dal Mar Rosso e, di conseguenza, dal Canale di Suez. La situazione è aggravata dai bombardamenti ucraini di raffinerie di gasolio in Russia, che hanno spinto il suo prezzo alla pompa a livelli molto alti, infliggendo alla benzina distacchi “alla Pogačar”. In ogni caso, un Brent capace di mantenersi a lungo sul valore di 100 dollari, o oltre, sarebbe distruttivo per l’economia mondiale. Così come i prezzi del gas impauriscono l’economia europea, anche se – e questa è una buona notizia – le aspettative sui negoziati fra Stati Uniti e Iran (e su un possibile incontro al vertice fra i due presidenti) hanno permesso al metano di lasciare la scomoda quota 80, per assestarsi nella fascia precedente.

Il vertice Stati Uniti-Cina

Sicuramente, a dare una mano al tentativo di resistenza dei listini sono le aspettative collegate al vertice Usa-Cina, in programma giovedì 24 settembre a Washington. Molto vasto il ventaglio di argomenti che potrebbero essere trattati da Donald Trump e Xi Jinping nel corso dell’incontro: tra questi, le limitazioni cinesi all’esportazione di terre rare, scese in questi ultimi tre mesi del 28% rispetto al 2025; i dazi e il commercio; la tecnologia e l’intelligenza artificiale. E, non ultimi, i problemi geopolitici: la Cina è tra i finanziatori e alleati dell’Iran, che a sua volta sostiene gli Houthi, impegnati in un tentativo di blocco selettivo del Mar Rosso potenzialmente distruttivo per l’economia mondiale.

Tassi, chi li alza e chi no

E’ chiaro che la crisi energetica è un po’ come il prezzemolo: spunta ovunque, e non potrebbe essere altrimenti. Le banche centrali non fanno eccezione: i timori di inflazione causati dalle incertezze legate al transito dagli stretti hanno costretto Federal Reserve e Banca del Giappone ad alzare i tassi di interesse. La Fed ha approvato un rialzo di 25 punti base, ricalcando la scelta della Banca Centrale Europea. La stretta monetaria, la cui possibilità era stata anticipata dal presidente Fed Kevin Warsh al simposio di Jackson Hole, è stata decisa all’unanimità dal comitato di politica monetaria. A influenzare la decisione, il dato di agosto sui prezzi al consumo, che ha evidenziato un aumento del 3,4% sull’anno. La stretta monetaria ha fatto inalberare Donald Trump, notoriamente contrario agli innalzamenti dei tassi. La decisione di Warsh, scelto dall’inquilino della Casa Bianca con aspettative del tutto opposte, dimostra comunque che negli Stati Uniti esiste ancora quel sistema di pesi e contrappesi che limita i poteri, molto ampi, del presidente. Lo dimostrano anche le sentenze della Corte Suprema (pur di orientamento conservatore) che hanno imboccato una direzione contraria rispetto a quella di Trump. La Banca del Giappone ha aumentato il tasso di un quarto di punto, portandolo all’1,25%, ai massimi dal 1995. Una decisione sicuramente non facile per una realtà, come quella nipponica, abituata a un costo del denaro in territorio negativo. Oltre al caro-petrolio e alle sue conseguenze su un Paese senza materie prime, a spingere questo provvedimento è stato anche l’arretramento dello yen. A risentire della nuova situazione a Tokyo potrebbero essere anche gli Stati Uniti: i giapponesi sono grandi compratori di titoli di Stato americani, ma con l’incremento dei rendimenti dei bond domestici potrebbero decidere di allocare i loro investimenti in patria, diminuendo il finanziamento del debito pubblico Usa. Infine, la Banca d’Inghilterra, che ha scelto una strada diversa: nessun ritocco alle percentuali di riferimento. La posizione del governatore Andrew Bailey risente però del livello attuale dei tassi di Sua Maestà, che sono più alti rispetto alla media europea.

Canada, Europa?

Ha fatto scalpore la possibilità, apertamente annunciata da Ursula von der Leyen, di ammettere il Canada come “membro associato” dell’Unione Europea. Una posizione che attualmente non è prevista dai trattati e che andrebbe introdotta ad hoc. Il premier canadese Mark Carney, che già aveva caldeggiato una maggiore cooperazione tra Bruxelles e Ottawa, è sulla stessa lunghezza d’onda. Chiaramente, l’avvicinamento della Foglia d’Acero all’Ue è causato dalla guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno scatenato contro entrambe: tuttavia, l’ammissione del Canada come “membro associato” è molto difficile. Prima di tutto perché, come anticipato, occorrerebbe cambiare l’architettura dei trattati europei – un’impresa non da poco. Anche i motivi geografici hanno la loro importanza, e a essi si aggiunge la concreta possibilità che vari Paesi membri (e vaste frange di elettori) non siano proprio entusiasti dell’idea. Oltre dieci anni fa, Unione Europea e Canada hanno siglato un trattato commerciale di libero scambio (il Ceta). Che però non è ancora stato ratificato da tutti i membri Ue – tra gli Stati che non l’hanno firmato, anche l’Italia e Francia, probabilmente per riserve legate all’agricoltura. Più che un’adesione, dunque, è più facile raggiungere una maggior cooperazione in settori come intelligenza artificiale, materie prime ed energia, difesa e pagamenti.

Foto di paul zoetemeijer su Unsplash


Pressioni a 360 gradi: i mercati provano a resistere

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le sollecitazioni geopolitiche ed economiche sulle Borse sono sempre più forti, ma i mercati cercano di limitare i danni. La nuova crisi petrolifera, la stretta sui tassi aperta dalla Bce e il dibattito su inquietanti scenari legati all’intelligenza artificiale hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà gli indici. Che stanno arretrando, è vero, ma ordinatamente. Senza panico, evidenziando che (almeno per ora) la situazione resta sotto controllo. La resistenza dei mercati a un insieme di circostanze molto negative dimostra ancora una volta la ormai acquisita forza di reazione delle Borse, in grado di predisporre una difesa e di evitare crolli.

Petrolio a tutto gas

Sul fronte mediorientale, alla guerra in Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz si è aggiunto il nodo del Mar Rosso, provocato dall’offensiva degli Houthi in Yemen. Le milizie sciite hanno attaccato l’oleodotto Abqaiq–Yanbu, infrastruttura che trasporta il petrolio dalla parte orientale a quella occidentale della penisola arabica, assicurando il passaggio di circa il 4% del greggio venduto in tutto il mondo. Inoltre, gli Houthi si sono resi protagonisti di un’operazione di terra che in 48 ore li ha visti prendere il controllo dell’intera costa del Mar Rosso. Compreso l’imbocco dello stretto di Bab el-Mandeb, che, come Hormuz, è un collo di bottiglia per il transito di greggio e merci in generale. Il portavoce degli Houthi ha affermato che la navigazione nello stretto è “sicura” per tutte le navi, eccettuato quelle saudite. Ma quest’ultimo nodo, da solo, genera pericoli per il commercio del petrolio e per l’economia mondiale, considerato che il suo prezzo è già schizzato vicino a quota 110. Sullo sfondo, gli attacchi incrociati di russi e ucraini ai rispettivi obiettivi energetici: Donald Trump, preoccupato per il diesel al valore record di 6 dollari, ha rivelato l’esistenza di un accordo fra i due belligeranti sullo stop a queste operazioni (anche se l’adesione di Mosca non è sicura). Il complesso quadro internazionale ha portato il greggio, come detto, nella fascia 100-110, con il solito scarto fra Brent e Wti, mentre la quotazione del gas sul mercato di Amsterdam ha superato gli 80 euro. Il che non è certamente il picco-monstre del 2022, ma neppure i 20 euro circa che pagavamo prima del Covid. Preoccupa, tuttavia, la situazione delle scorte in Europa. Tornando al petrolio, i problemi si estendono anche alla lavorazione: secondo Wood MacKenzie, i volumi di greggio raffinati potrebbero diminuire di 1,4 milioni di barili al giorno se le armi in Medio Oriente non dovessero tacere entro fine anno. Lo tsunami provocato dal caro-energia ha le carte in regola per colpire anche l’agricoltura, che utilizza massicciamente il diesel, e la produzione, rischiando di impattare sulle aziende.

Tassi in rampa di lancio

Il terremoto su petrolio e gas e i conseguenti timori di inflazione hanno influenzato anche le banche centrali, avviando una possibile spirale di aumento dei tassi di interesse. Una mossa rischiosa e potenzialmente inutile, perché il vortice inflattivo dipende dal crollo della domanda. A muovere le acque è stata la Banca Centrale Europea, con la crescita di 25 punti base, che secondo le previsioni potrebbe precedere altri quattro interventi restrittivi in 12 mesi: ora si attendono le decisioni della Federal Reserve, prevista per oggi, e della Banca d’Inghilterra. Difficile prevedere le mosse della Fed, che potrebbe cedere al trend rialzista oppure scegliere di mantenere invariato il costo del dollaro, fidandosi di un’economia – quella americana – che resta forte. La Boe, secondo le previsioni, dovrebbe invece mantenere i livelli attuali: lo aveva assicurato il governatore Andrew Bailey, riservandosi un cambio di rotta solo se la quotazione del petrolio dovesse causare aumenti stabili di prezzi. Il risultato di questa pressione sui tassi ha causato, come è noto, un aumento delle performance per le obbligazioni governative: il Btp rende ora il 4,40% e potrebbe non essere finita qui, mentre il decennale americano continua a salire. Anche questa congiuntura contribuisce a deprimere le Borse, colpite dalla concorrenza del reddito fisso. A essere particolarmente penalizzate sono le utility, titoli difensivi utilizzati quasi come strumenti sostitutivi dei bond e che soffrono la competizione creata dalle super performance dei governativi.

Intelligenza artificiale, rischi per la specie umana?

A creare ulteriore scompiglio in una fase già difficile, il dibattito sul futuro dell’intelligenza artificiale, alimentato dalle dimissioni del ricercatore Jacob Coxon da Anthropic. Il punto evidenziato dall’esperto informatico è la capacità di autoapprendimento dell’intelligenza artificiale che, secondo la sua analisi, potrebbe spingersi fuori controllo, mettendosi nella posizione persino di minacciare la sopravvivenza della specie umana. L’esternazione di Coxon ha riscosso vari consensi, tanto da far scaturire uno scambio di idee a cui si sono uniti tre big della tecnologia: Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di Open Ai ed Elon Musk, concordi nell’esigenza di “rallentare” i modelli più avanzati di IA. Vari i pericoli evidenziati dal dibattito, dallo studio di un virus letale al controllo quasi totale di internet, fino a falsi allarmi (talmente sofisticati da essere creduti veri) di un attacco nucleare. I meno giovani ricordano il film di fantascienza War Games, risalente al 1983, che descriveva appunto un futuribile disastro bellico causato da una tecnologia fuori controllo. In controtendenza Donald Trump, che ha bollato come “bufala” la preoccupazione dei big della tecnologia. La resistenza a un ripensamento del modello ha motivi facilmente intuibili: la corsa all’intelligenza artificiale è un duello principalmente fra Stati Uniti e Cina; se rallentano i primi, la seconda potrebbe approfittarne (o viceversa). Chen Yixin, responsabile dell’intelligence cinese, ha evidenziato i pericoli che potrebbero essere creati dall’IA (tra questi, la sicurezza, anche ideologica, del partito comunista), precisando però che l’intelligenza artificiale deve essere controllata e non, quindi, rallentata. Il dibattito ha contribuito al periodo difficile delle Borse: specialmente in Asia, dove le reazioni negative si sono riverberate sul settore, molto importante, dei semiconduttori. Meno pregnante la reazione del Nasdaq, che dopo un contraccolpo al ribasso ha recuperato gran parte delle perdite.

I settori su cui puntare

Gli indici stanno cedendo terreno, ma non quanto ci si sarebbe potuti aspettare da un contesto simile. Anche se il quadro attuale obbliga gli investitori alla prudenza e a una maggiore attenzione per l’obbligazionario. Ovviamente, in Italia è consigliabile anche osservare le evoluzioni del risiko: le prossime, possibili mosse di Unicredit sul mercato interno, ma soprattutto il duello fra Intesa Sanpaolo e Mps – la prima intenzionata ad assorbire la banca senese, la seconda in cerca di una via di fuga dall’operazione mediante acquisizioni che rendano il merger impossibile. Nella battaglia senza esclusione di colpi Carlo Messina ha ancora un vantaggio molto forte; tuttavia, in presenza di sponde importanti da Generali e (forse) dalla politica – di maggioranza e di opposizione – Luigi Lovaglio può giocarsi le sue carte. Oltre alle azioni del settore bancario, gli investitori potrebbero iniziare a tenere sotto controllo i titoli del comparto edile, criticato con poca logica e ora in rampa di lancio per le eventuali ricostruzioni post-belliche, dall’Ucraina al Golfo.

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Colloqui Usa-Iran, la reazione dei mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La seconda parte della scorsa settimana ha riservato sorprese e colpi di scena sul fronte della crisi del Golfo. Ad alternarsi, a ritmo frenetico, tensioni e disgelo: dopo la firma digitale dell’accordo tra Washington e Teheran, i contendenti si sono riuniti al resort Bürgenstock (Svizzera) per i colloqui di pace; tuttavia, la nuova chiusura iraniana di Hormuz, causata dal proseguimento della guerra tra Israele e Hezbollah, ha rischiato di mandare tutto all’aria.

Se non che, le parti hanno ripreso a parlarsi. E le dichiarazioni ottimistiche da parte della delegazione iraniana, rilanciate dai negoziatori pakistani e qatarini, hanno fatto il resto: lunedì mattina il mondo si è svegliato mediamente positivo, con il petrolio tornato sotto quota 80. Tuttavia le Borse europee – che il venerdì precedente erano salite – sono apparse caute e prudenti.

Alla fine, i colloqui si sono chiusi ieri: l’Iran ha accettato le ispezioni Aiea sugli armamenti per assicurare la trasparenza sul nucleare, mentre gli Stati Uniti bloccheranno le sanzioni per due mesi.

Le parti hanno anche deciso di formare quattro gruppi di lavoro, dedicati a revoca delle sanzioni, nucleare, ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran.

Dai risultati dei colloqui e dalla situazione dello Stretto di Hormuz (che non è ancora completamente aperto, diversamente dalla situazione pre-bellica) sembra che Donald Trump sia il grande sconfitto di questa operazione. E che ora stia cercando di tornare a concentrarsi sulla situazione interna, dato che fra pochi mesi il Partito Repubblicano sarà impegnato nelle elezioni di metà mandato, che vedono il Grand Old Party nettamente sfavorito.

Calo strutturale

Come detto, gli spiragli di pace della scorsa settimana hanno spinto le Borse europee in alto. Ma così non è accaduto lunedì, e tanto meno ieri: i listini del nostro continente sono calati già in apertura, con storni tra lo zero virgola e oltre l’1%. Stamattina il trend al ribasso sembra confermarsi, con aperture deboli.

II motivo è semplice: come si usa dire, si comprano le notizie e si vendono i fatti. Ora i mercati giudicheranno secondo ciò che accadrà davvero e non più sui documenti, che già in passato sono stati siglati e poi disattesi o superati dai nuovi avvenimenti.

A rispondere alle molte incognite saranno anche il futuro di Hormuz e la velocità di normalizzazione delle consegne di petrolio, gas, fertilizzanti e materie prime, che non sarà immediata (si prevede un’attesa da sei mesi a un anno). Tutto questo mentre i Paesi del Golfo puntano alla costruzione di infrastrutture che agevolino un passaggio alternativo allo Stretto, nel caso in cui il futuro ci riservi altre chiusure.

Consolidamento dei rialzi

La discesa è anche figlia del bisogno di consolidare i rialzi degli ultimi tempi: per questo motivo, le perdite di questa settimana non sorprendono.

Il periodo di assestamento potrebbe durare fino alla pubblicazione delle semestrali, su cui le Borse hanno già puntato i fari: se i bilanci si rivelassero molto soddisfacenti, ci sarebbe spazio per un nuovo rilancio. Che sarebbe ancora più probabile in caso di ritorno del petrolio sotto quota 60, anche se il traguardo potrebbe concretizzarsi non prima di sei mesi-un anno.

Il calo delle Borse europee dipende anche dal sell off dei tecnologici negli Stati Uniti. Il Nasdaq è stato protagonista di un calo considerevole, che era prevedibile dopo l’euforia per la quotazione di SpaceX. Azienda che, dopo la super-valutazione e l’ingresso nel Nasdaq 100, ha essa stessa ripiegato, arrivando a perdere il 16% in un solo giorno.

Sono film già visti, come si usa dire: anche le prime bigtech, dopo la quotazione, non erano state esenti da perdite, anche dal 25% al 50%, recuperate poi in un secondo tempo con la corsa verso nuovi massimi.

Federal Reserve, tassi fermi

Chi credeva che con l’insediamento di Kevin Warsh la politica della Federal Reserve cambiasse radicalmente è rimasto deluso. Nella prima scadenza sui tassi, infatti, la banca centrale americana ha lasciato il costo del dollaro invariato. E c’è di più. Nove consiglieri su 18 del Fomc, comitato Fed che gestisce la politica monetaria americana, hanno previsto un possibile intervento al rialzo entro fine anno.

Questo anche perché l‘inflazione prevista è, per quest’anno, al 3,6%, molto oltre la percentuale “classica” del 2% – tutto questo in presenza di un mercato del lavoro sano e di un’economia ancora in ottime condizioni.

La reazione di Donald Trump è stata tutto sommato tranquilla: il presidente Usa, ancora concentrato sulla situazione internazionale, ha accettato di buon grado la scelta di stabilità, aggiungendo una critica molto temperata nei confronti di un’eventuale, successivo aumento, esprimendo comunque fiducia in Warsh.

Le dimissioni di Starmer

Turbini, invece, in Gran Bretagna: Keir Starmer, dopo la perdita di consensi anche nel suo partito, ha deciso di dimettersi da leader laburista e – di conseguenza – da primo ministro. Starmer ha affermato che starà al suo posto finché non sarà nominato un nuovo leader nei Lab: la corsa partirà con il giro delle candidature, previste dal 9 al 16 luglio.

Finora l’unico successore credibile è Andy Burham, ex sindaco di Manchester, fresco di vittoria alle elezioni suppletive a Makerfield nonostante il calo di consensi dei laburisti nei sondaggi su scala nazionale. Il che ha fatto della sua elezione un successo personale, ottenuto nonostante il partito. Il trionfo ha contribuito a minare le ultime sicurezze di Starmer, accelerando le sue dimissioni.

Burham, visto come probabile nuovo premier, ha un programma economico improntato sulla devolution e l‘aumento della spesa pubblica; quest’ultima voce, però, aprirà facilmente all’introduzione di nuove tasse, di cui la Gran Bretagna già provata dal post Brexit non ha certamente bisogno.

Il nuovo premier dovrà anche affrontare le difficili sfide legate all’immigrazione.

Risiko: le grandi manovre

Il risiko bancario è in pieno svolgimento e Unicredit sta giocando su più fronti. Commerzbank, prima di tutto: le adesioni all’offerta, che si è chiusa lo scorso 16 giugno, hanno raggiunto il 12,51%, portando Piazza Gae Aulenti al 39,28% del capitale della banca tedesca.

Una percentuale che, aggiunti derivato e strumenti regolati per cassa, porterebbe teoricamente il gruppo guidato da Andrea Orcel al 55,7%.

Il governo tedesco, però, mantiene il 12%, e non lo vuole cedere: si preannuncia così una convivenza difficile con le istituzioni di Berlino, che mal digeriscono l’operazione voluta da Orcel.

Oltre alla pista tedesca, Unicredit potrebbe tornare su quella milanese, rilanciando le proprie mire su Banco Bpm. Che, a sua volta, sta provando la strada della fusione con Mps – in competizione con Intesa Sanpaolo, anch’essa interessata a un merger con Siena, in alleanza con Bper e Unipol.

Un tutti contro tutti, sembra di capire, a cui non è estranea la possibilità di acquisire una succosa quota di Generali, che Montepaschi ha incamerato dopo l’operazione Mediobanca.

Alla corsa per il Leone di Trieste non sarebbe estranea neppure Unicredit che, secondo Il Sole 24 Ore, avrebbe contattato Delfin, proponendo uno scambio azionario. Con l’operazione, Piazza Gae Aulenti acquisirebbe il 10% di Generali, portandosi – soglie permettendo – al 19,2%. L’operazione, che è ancora a livello di rumour e non è quindi stata confermata ufficialmente, conferirebbe alla holding dei Del Vecchio una posizione importante fra i soci Unicredit.

Delfin, a opinione del quotidiano economico, non sarebbe però convinta dell’operazione. Certo è che, sul fronte risiko, i prossimi mesi potrebbero portarci manovre e operazioni clamorose, su molti fronti. Con strascichi imprevedibili sulla Borsa di Milano.

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I venti di Pace spingono le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, la guerra fra Stati Uniti e Iran sembrerebbe incamminarsi verso la conclusione – o meglio, verso un arresto dei combattimenti. Anche se il condizionale è d’obbligo, dati i precedenti e la precarietà strutturale della situazione.

L’ottimismo è comunque giustificato, perché l’accordo fra i due Paesi sembra ormai raggiunto: la sua firma è in calendario all’hotel Bürgenstock, in Svizzera, il prossimo 19 giugno.

La notizia ha causato il crollo del prezzo del petrolio, che è ora sotto gli 80 dollari al barile. A contribuire al fenomeno, le speranze di una rapida riapertura completa di Hormuz anche se – almeno secondo il governo iraniano – Teheran manterrà la possibilità di regolare il traffico nello Stretto, insieme all’Oman. Se ciò si dimostrasse vero, parrebbe molto probabile un pedaggio per le navi in transito, anche se il vicepresidente Usa JD Vance ha escluso la possibilità.

 

Ai massimi

I venti di pace e il calo del petrolio si sono rapidamente riverberati sulle Borse, che hanno accolto il nuovo scenario con una dinamica espansiva: il rally, a cui ha contribuito anche l’ingresso in Borsa di SpaceX, ha portato vari indici ai massimi. Da questa dinamica non è stata esclusa Piazza Affari, a livelli da record.

La performance dei listini internazionali rende lecita un’osservazione: allo scoppio della guerra era davvero difficile immaginare che i mercati, tre mesi e mezzo dopo e con quotazioni del petrolio anche oltre i 100 dollari al barile, avrebbero raggiunto i massimi.

Dal 2022 la geopolitica è entrata pesantemente negli investimenti, ma – come ricordato più volte – i mercati hanno sviluppato anticorpi capaci di resistere a  prove davvero impegnative. Anche per questo, chi ha mantenuto le sue esposizioni in portafoglio – in tutto o in larga parte – ha scelto una strategia vincente.

Se le cose andranno come tutti sperano, le Borse torneranno presto a orientarsi su fondamentali, tassi e inflazione, ristabilendo la normalità.

 

Valutazione record

Come già accennato, Space X ha fatto il suo ingresso ufficiale in Borsa, con una valutazione di 2.000 miliardi di dollari. L’importo supera la quotazione finora più alta, quella di Saudi Aramco nel 2019, e spinge il Nasdaq.

L’ingresso in Borsa del gruppo conferma la genialità di Elon Musk, che sembra aver messo in pratica le trame dei film di fantascienza degli anni Settanta: non ci stupiremmo se il magnate  riuscisse a realizzare i suoi progetti di viaggi nel cosmo, fin dove nessuno si è mai spinto.

Certo, portare l’uomo su Marte – che è uno degli obiettivi dichiarati del trilionario sudafricano-americano – è ancora un obiettivo fantascientifico. Ma, se si dovesse scommettere su chi ha le maggiori possibilità di conquistare il pianeta rosso, sarebbe bene puntare proprio su Musk, che sicuramente dispone di più fondi a disposizione rispetto alla Nasa – per non parlare dell’Agenzia Spaziale Europea.

Intanto, al magnate è bastato sbarcare in Borsa per rendere milionari i suoi dipendenti – e questa è comunque una grande impresa.

La quotazione, occorre però sottolinearlo, ha un punto debole: il fatturato di SpaceX è di soli 18,6 miliardi di dollari. Se in quattro anni il dato dovesse spingersi a 450 miliardi, la quotazione avrebbe un senso. Altrimenti, rischierebbe di crollare.

 

Trump ferma Anthropic

Se SpaceX vola, Anthropic ha una battuta d’arresto. Non sul lato finanziario, ma dal punto di vista operativo. Adeguandosi alla volontà di Donald Trump, il gruppo di Claude ha infatti bloccato i modelli Mythos 5 e Fable 5.

La Casa Bianca ha ritenuto che gli algoritmi fossero talmente sviluppati da poter rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale americana; lo stop di Trump, relativo all’utilizzo dei due modelli nei Paesi esteri, è stato esteso temporaneamente anche agli utenti americani.

Le proteste Ue non si sono fatte attendere: un conto – ha osservato la Commissione – sarebbe stato introdurre un provvedimento restrittivo per Russia e Cina, un conto è colpire Paesi alleati.

Il blocco dei due modelli più avanzati di Claude, però, potrebbe rivelarsi il classico tentativo di fermare il mare con uno scoglio: se si rallenta Anthropic è possibile che a certi risultati ci arrivi qualcun altro, magari proprio aziende dei Paesi di cui l’amministrazione Trump ha più timore.

 

 

Giappone, tassi all’1%

Nessuna sorpresa sul fronte della stretta monetaria: la Bce, come da previsioni, ha alzato i tassi di 25 punti base. La decisione cambia ben poco, ma ha un valore simbolico molto forte e manda un segnale di economia asfittica e di inflazione legata alla scarsità dell’offerta. Un nuovo irrigidimento sul fronte valutario piacerebbe solo ai Bot people, che come nel 2022 avrebbero la possibilità di accumulare rendimenti senza sforzo, incamerando un reddito aggiuntivo e mettendo in circolo nuovo denaro nell’economia reale.

Ad alzare i tassi è stata anche la Banca Centrale giapponese, che li ha portati all’1%. Il livello, intendiamoci, è ancora basso. Tuttavia, allo stesso tempo, la percentuale è un record per una strategia monetaria – quella nipponica – abituata a percentuali basse, nulle o addirittura negative. Non per niente, a Tokyo i tassi non erano così elevati dal 1995.

La mossa dell’istituto centrale ha fermato la corsa del Nikkei, che aveva superato da poco l’asticella dei 70.000 punti e che è poi arretrata, anche se non di molto. Chiari i motivi della reazione: se i titoli decennali salgono, l’investimento in azioni diventa meno attrattivo. I mercati hanno dunque reagito a un possibile previsione di trend al rialzo.

 

 

Ricavi, i Mondiali surclassano le Olimpiadi

Il campionato del mondo di calcio è ormai in pieno svolgimento, ma si conosce già il nome di un vincitore. No, non stiamo parlando della nazionale che porterà a casa la Coppa del Mondo, ma della Fifa, che nel quadriennio che termina nel 2026 ha registrato ricavi per 14 miliardi di dollari, di cui 11,5 dalla massima rassegna per nazionali, 2 per la quella per club dello scorso anno e quasi 600 milioni per il mondiale femminile.

Una cifra enorme, soprattutto se paragonata con l’altro grande evento quadriennale: i Giochi Olimpici. Fra il 2021 e il 2024, il Cio ha incassato 7,6 miliardi di dollari, di cui poco meno di 4,5 per la rassegna a cinque cerchi di Parigi.

Il divario è molto forte, se si pensa che solo poco tempo fa Fifa e Cio se la giocavano con cifre abbastanza simili.

Il calcio è lo sport più popolare del mondo, ma ciò non basta a spiegare la performance dell’ultimo quadriennio. Sicuramente, a far volare i conti della Fifa hanno contribuito i maxi-investimenti dei Paesi petroliferi.

Il rischio è, tuttavia, che il gioco più amato al mondo diventi uno sport elitario, con biglietti di ingresso sempre più cari. Ci si augura che non si affermi il modello americano, che vede, per esempio, il costo dei tagliandi spingersi oltre i 50.000 dollari per i posti migliori delle finali Nba. Una strategia del genere allontanerebbe gran parte della popolazione dalla possibilità di assistere dal vivo alle partite rischiando, a medio termine, un calo dell’entusiasmo popolare e un boomerang economico per il movimento.

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L'improvviso ritorno del risiko

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I dati sui posti di lavoro americani, diffusi la scorsa settimana, hanno rinfocolato i timori di un rialzo dei tassi Fed, rallentando le Borse mondiali.
A soffrire più di tutti è stato il Nasdaq, in caduta libera – ciò a significare che i numeri sull’occupazione statunitense hanno fornito una scusa ai tecnologici per arretrare dopo 15 giorni di crescita decisa. Intelligenza artificiale e simili hanno trascinato con sé le criptovalute, con i bitcoin sotto i 60.000 dollari come non accadeva da ottobre 2024. Ciò fa temere un rischio esistenziale per le monete virtuali, che dopo l’elezione di Donald Trump sembravano inarrestabili.

Lo tsunami bancario

A Piazza Affari, il ribasso è stato rovesciato dalla nuova ondata di risiko partito nel fine settimana: alla riapertura, il monopoli bancario ha rilanciato Milano. Lunedì, la Borsa italiana ha dunque chiuso in positivo, contrariamente ad altri indici, vicini alla parità. A dimostrazione che sui titoli value e finanziari c’è ancora da guadagnare. Più nel dettaglio, domenica scorsa Banco Bpm ha inviato una proposta di fusione a Montepaschi. L’assalto ha provocato un contrattacco di Intesa Sanpaolo, che ha lanciato un’opas in collaborazione con Bper e Unipol. In pratica, il colosso guidato da Carlo Messina si prenderebbe Mediobanca, con il suo 13% di Generali, lasciando alla banca dell’Emilia-Romagna le oltre 600 filiali di Mps. Ora siamo ancora all’inizio dei giochi ed è difficile fare un pronostico. Tra le due contendenti sembra però favorito il polo guidato da Intesa Sanpaolo, perché per il tentativo di Banco Bpm sembrano mancare i numeri. Una cosa è certa: la vera preda non è Mps in sé, ma Generali – non solo come assicuratore, ma anche come polo di sistema, con i suoi circa 800 miliardi di euro in risparmio gestito e 40 di Btp. Nel caso in cui a spuntarla fosse Bpm, a goderne sarebbe il Crédit Agricole, in grado di salire nell’azionariato di Piazza Meda fino al limite del 30%, come da autorizzazione Bce. Questo darebbe ai francesi un peso ingombrante anche nella gestione del risparmio privato italiano. Per questo motivo, l’intervento di Intesa e Bper non è nient’altro che una mossa di sistema per tenere i francesi il più possibile fuori da poteri decisionali nel Leone: nel caso in cui la spuntasse questa proposta, si creerebbe però una convergenza fra il primo gruppo bancario e la prima assicurazione d’Italia, che in tutta probabilità dovrebbe passare da un ok da parte delle autorità di vigilanza.

Unicredit più vicino a Commerzbank

Intanto, Unicredit ha già superato il 30% di Commerzbank, obiettivo dell’offerta pubblica di scambio lanciata dal gruppo milanese su quello tedesco, in scadenza il 3 luglio; considerando anche l’apporto dei derivati, il controllo supererebbe il 50%. Percentuale che però può essere davvero utilizzata solo dopo il via libera delle authority. E proprio su questo fronte si è già aperta una partita. Almeno secondo Commerzbank, una parte rilevante dei derivati potrebbe provenire da player che sono anche banche controparti di piazza Gae Aulenti. Per questo motivo, la banca di Francoforte si è appellata alla Bafin, l’autorità di vigilanza tedesca. Se da una parte Commerzbank gioca le carte rimanenti per ostacolare l’operazione, dall’altra prova ad adattarsi alla possibile nuova situazione: Bettina Orlopp, amministratore delegato di Commerzbank, ha escluso un rilancio, aprendo alla trattativa. Naturalmente a certe condizioni. “Non siamo una banca da ristrutturare”, ha puntualizzato la top manager, che ha fissato due linee rosse, una su governance e modello di business, l’altra sull’assegnazione di un premio “significativo” per gli azionisti. La novità è, comunque, l’abbandono della strategia muro contro muro, favorita dall’esito dell’opas.

Arrivano le Ipo

Mentre la Borsa Italiana corre con il risiko, e – come gli altri listini – scommette sull’avvicinarsi di una pace fra Stati Uniti e Iran, Wall Street fa il conto alla rovescia per la mega-Ipo di SpaceX. I numeri sono enormi: la valutazione è di 1.780 miliardi di dollari, mentre si verificherà un aumento di capitale pari a 75 miliardi; il giro d’affari previsto per il 2026 è di oltre 15 miliardi (con una perdita netta di 4,9), e nel 2030 il fatturato atteso è intorno ai 450 miliardi. Vale la pena domandarsi come si sarebbe potuta valutare una società con potenziale enorme, ma con una perdita così forte, senza il maxi-aumento capitale previsto. A guadagnarci saranno certamente le banche collocatrici che si stima incasseranno almeno 500 milioni dall’operazione. Se la fase cruciale della corsa di SpaceX inizierà venerdì prossimo, ha appena preso il via l’iter di OpenAI, che ha da poco consegnato alla Sec il suo prospetto in via riservata. Per ora, però, la società di ChatGpt non ha ancora deciso i tempi per iniziare l’eventuale operazione. A breve vedremo dunque se il gioco delle Ipo darà nuovi slanci alle Borse americane e, di rimando, a quelle di tutto il mondo. La spinta del percorso verso le quotazioni punta a controbilanciare i problemi provenienti dal Golfo, dove lo Stretto di Hormuz funziona ancora a singhiozzo e, anche in caso di riapertura, non sarà in grado di restituire immediatamente all’economia reale le condizioni pre-belliche. Per tornare alla normalità ci vorranno, infatti, da otto mesi a un anno. E le Borse potrebbero risentirne.

Mondiali senza l’Italia, quanto perde l’economia?

Con l’incontro inaugurale fra Messico e Sudafrica si aprono domani i Campionati Mondiali di calcio, ospitati da tre differenti Paesi (Stati Uniti, Messico e Canada). Per la terza volta consecutiva l’Italia non si è qualificata, nonostante il numero alto delle squadre che parteciperanno, passato da 32 a 48. Con l’eliminazione degli azzurri si è tornati a evidenziare la perdita economica prevista per molte attività commerciali, soprattutto bar, trattorie, pizzerie o ristoranti con maxi-schermi televisivi, oppure negozi di alimentari, che traggono beneficio dalle riunioni tra amici per assistere alle partite tra le mura di casa. Tutti ricordano gli Europei 2020 (giocati nel 2021), quando la vittoria dell’Italia spinse le persone ad aggregazioni spontanee – vero e proprio ossigeno per gli esercenti, appena usciti dalle forti restrizioni dovute al Covid. Rispetto alle precedenti edizioni dei Mondiali senza l’Italia, però, la perdita per le attività commerciali sembra, a occhio, potenzialmente minore, a causa degli orari non sempre comodi per gli spettatori. Se per il gruppo preliminare la Bosnia-Erzegovina (che ha eliminato l’Italia) giocherà sempre alle 21, non è dato di sapere a che ora (italiana) sarebbero scesi in campo gli azzurri in caso di qualificazione alle gare a eliminazione diretta. Già due partite in notturna avrebbero potuto diminuire, e di molto, gli incassi degli esercenti. Ai commercianti non resta che sperare nei Mondiali 2030, che si svolgeranno prevalentemente in Spagna, Portogallo e Marocco (con soltanto poche sfide inaugurali in Argentina, Uruguay e Paraguay). Per questa edizione, la Fifa sta studiando un’edizione titanica a 64 squadre, che – se non altro per il numero dei partecipanti – agevolerebbe un ritorno degli azzurri sui campi della Coppa del Mondo.

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Listini ancora su e giù, ma con una buona intonazione

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I negoziati fra Stati Uniti e Iran proseguono, in bilico fra fasi ottimistiche e irrigidimenti: a volte sembra di essere a un passo dal sospirato accordo, poco tempo dopo ci si ritrova in una versione geopolitica del Gioco dell’Oca, con le pedine costrette a ripartire dal via. E le Borse si adeguano, sempre con una buona intonazione: i listini seguono le notizie positive con balzi in avanti e cedono terreno nella situazione opposta, ma mostrandosi comunque in grado di tenere tutto sotto controllo. La scorsa settimana, per esempio, gli indici hanno chiuso bene. Grazie al contributo delle aziende specializzate in intelligenza artificiale, Wall Street ha addirittura archiviato in positivo la quarta settimana consecutiva – fatto decisamente raro. Più di recente, i su e giù sono diventati più frequenti: ogni notizia, positiva o negativa, ha inciso sui trend borsistici, che ieri hanno accolto bene la tregua in Libano. La scorsa notte si sono sono poi verificati scontri intensi nel Golfo e le Borse europee sono puntualmente tornate a flettere. A dirigere i movimenti degli indici anche il prezzo del petrolio che è sceso di un “gradone” e ora è nella fascia alta della forbice 90-100 dollari al barile. La valutazione del greggio ispira ottimismo, dato che la curva a sei mesi lo quota 70 dollari al barile. Mostrando una chiara e indubitabile fiducia da parte dei mercati.

Fase interlocutoria

A quanto sembra di capire dai movimenti borsistici, siamo in una fase interlocutoria, con i listini in buono stato, capaci ancora una volta di mostrarsi solidi anche nei momenti più critici. A tenere su i mercati è anche l’entusiasmo per l’imminente quotazione di SpaceX, che si prepara a marcare il territorio con una gigantesca Ipo, forse la maggiore di sempre: per l’azienda di Elon Musk, la raccolta punta a 75 miliardi di dollari e la valutazione intorno a 1.750 miliardi – meno dei 2.000 fissati in precedenza, ma pur sempre una cifra maxi. Le Borse preannunciano dunque un boom, spinte dal salvagente scacciacrisi di Musk: le sue conseguenze positive si potrebbero vedere molto presto, con l’inizio dei roadshow per gli investitori istituzionali. La forza dei mercati si riverbera anche in dati economici inattesi; l’Ocse ha previsto che il Pil italiano dovrebbe chiudere il 2026 con un +0,5%, e il 2027 con un +0,6%.

Deglobalizzazione

La crisi del Golfo ci tiene ancorati a terra e SpaceX cerca di offrirci un carburante per volare oltre l’atmosfera, si potrebbe dire. Ma la situazione di Hormuz rappresenta un monito per l’economia mondiale. Una lezione che ci indica quanto la globalizzazione si sia spinta troppo oltre, fino a rendersi capace di costringere intere economie a dipendere da luoghi lontani e talvolta insicuri. Se per alcune materie prime c’è poca alternativa, per altre forniture, componentistiche e produzioni fondamentali sarebbe possibile, se solo lo si volesse, rimpatriare almeno parte di materiali, approvvigionamenti e aziende. Gli Stati Uniti, già dal primo mandato di Donald Trump, hanno scelto la via della reindustrializzazione, che non è stata abbandonata nel corso del quadriennio di Joe Biden. La stessa via dovrebbe essere percorsa dall’Europa, ma questa speranza sembra poco più che una chimera. In natura, a sopravvivere non è il più forte o il più veloce, ma chi è capace di adattarsi alle situazioni e cambiare rapidamente strategia. E l’Ue è l’esatto contrario di questa figura: si muove come un pachiderma e insiste su percorsi che si rivelano disastrosi. Per esempio, il dibattito energetico: mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso la sostituzione di parte del fossile con il gas, che hanno a disposizione a un prezzo irrisorio, l’Europa insiste sull’auto elettrica, che si è dimostrata una scelta velleitaria, snobbata dalla maggioranza della popolazione. Se governata in questo modo, l’Europa – distante dalle utopie del secolo scorso – ha ben poco futuro. Non per niente, tornano di moda le decisioni autonome dei Paesi membri: la Germania, per esempio, cerca di ovviare alla crisi dell’automotive trasformando quell’industria in produzione di armamenti.

Tassi, l’apertura di Panetta

C’è uno spazio per il cambiamento? Sì, secondo Fabio Panetta: il governatore di Bankitalia, nelle sue tradizionali considerazioni finali, ha apertamente evocato un cambio di passo, in grado di dotare l’Ue dell’agilità necessaria e di una maggiore unità di intenti. L’Europa, ha detto Panetta, “deve ora mostrare rapidità di azione, trasformando quegli obiettivi e quelle priorità in decisioni, investimenti e risultati”. Anche trovando “in una maggiore unità la condizione della propria forza”. Il governatore ha espresso ottimismo, affermando che l’Ue ha “finalmente iniziato a reagire”. Panetta ha anche parlato della possibilità di una “ricalibrazione dell’orientamento della politica monetaria, per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti”. In una situazione che vede le imprese già intente “a prospettare aumenti dei listini”, mentre “sono in rialzo le aspettative di inflazione dei consumatori, soprattutto nel breve termine”. Il governatore di Bankitalia, si potrebbe dire, sembra proporsi come “pontiere” tra falchi e colombe in Bce, in attesa della riunione di giugno sui tassi. Che la sua posizione moderata possa favorire una sua futura candidatura a leader dell’Eurotower?

Offerta per EasyJet

Un detto millennial recitava che Ryanair e EasyJet hanno fatto di più per unire gli europei che non politici, economisti e aziende. Perché le due compagnie low cost hanno permesso a molti giovani di viaggiare a prezzi contenuti e conoscere le altre realtà del continente, incontrando anche persone nuove e scambiando idee ed esperienze. Ora, nel pieno della crisi del Golfo e delle minacce ai viaggi a basso costo provocate dall’aumento del carburante, EasyJet potrebbe passare di mano. Nello scorso week end Castlelake, fondo americano con specializzazione in compagnie aeree, ha espresso interesse nell’acquisizione del vettore, provocando il rialzo delle sue azioni del 13%. Qual è stata la reazione dell’azienda inglese? Molto favorevole: il carrier ha definito l’offerta “altamente opportunistica”, dato che il prezzo dei titoli risente della crisi del Golfo e del caro-petrolio. La proposta di Castlelake dovrà essere concretizzata entro il 26 giugno. Ma non è sicuro che sia messa nero su bianco: il fondo ha avvertito che la fase di valutazione potrebbe portare a un’offerta o a una rinuncia all’acquisizione.

Foto di Vika Strawberrika su Unsplash


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