Listini ancora su e giù, ma con una buona intonazione
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I negoziati fra Stati Uniti e Iran proseguono, in bilico fra fasi ottimistiche e irrigidimenti: a volte sembra di essere a un passo dal sospirato accordo, poco tempo dopo ci si ritrova in una versione geopolitica del Gioco dell’Oca, con le pedine costrette a ripartire dal via. E le Borse si adeguano, sempre con una buona intonazione: i listini seguono le notizie positive con balzi in avanti e cedono terreno nella situazione opposta, ma mostrandosi comunque in grado di tenere tutto sotto controllo. La scorsa settimana, per esempio, gli indici hanno chiuso bene. Grazie al contributo delle aziende specializzate in intelligenza artificiale, Wall Street ha addirittura archiviato in positivo la quarta settimana consecutiva – fatto decisamente raro. Più di recente, i su e giù sono diventati più frequenti: ogni notizia, positiva o negativa, ha inciso sui trend borsistici, che ieri hanno accolto bene la tregua in Libano. La scorsa notte si sono sono poi verificati scontri intensi nel Golfo e le Borse europee sono puntualmente tornate a flettere. A dirigere i movimenti degli indici anche il prezzo del petrolio che è sceso di un “gradone” e ora è nella fascia alta della forbice 90-100 dollari al barile. La valutazione del greggio ispira ottimismo, dato che la curva a sei mesi lo quota 70 dollari al barile. Mostrando una chiara e indubitabile fiducia da parte dei mercati.
Fase interlocutoria
A quanto sembra di capire dai movimenti borsistici, siamo in una fase interlocutoria, con i listini in buono stato, capaci ancora una volta di mostrarsi solidi anche nei momenti più critici. A tenere su i mercati è anche l’entusiasmo per l’imminente quotazione di SpaceX, che si prepara a marcare il territorio con una gigantesca Ipo, forse la maggiore di sempre: per l’azienda di Elon Musk, la raccolta punta a 75 miliardi di dollari e la valutazione intorno a 1.750 miliardi – meno dei 2.000 fissati in precedenza, ma pur sempre una cifra maxi. Le Borse preannunciano dunque un boom, spinte dal salvagente scacciacrisi di Musk: le sue conseguenze positive si potrebbero vedere molto presto, con l’inizio dei roadshow per gli investitori istituzionali. La forza dei mercati si riverbera anche in dati economici inattesi; l’Ocse ha previsto che il Pil italiano dovrebbe chiudere il 2026 con un +0,5%, e il 2027 con un +0,6%.
Deglobalizzazione
La crisi del Golfo ci tiene ancorati a terra e SpaceX cerca di offrirci un carburante per volare oltre l’atmosfera, si potrebbe dire. Ma la situazione di Hormuz rappresenta un monito per l’economia mondiale. Una lezione che ci indica quanto la globalizzazione si sia spinta troppo oltre, fino a rendersi capace di costringere intere economie a dipendere da luoghi lontani e talvolta insicuri. Se per alcune materie prime c’è poca alternativa, per altre forniture, componentistiche e produzioni fondamentali sarebbe possibile, se solo lo si volesse, rimpatriare almeno parte di materiali, approvvigionamenti e aziende. Gli Stati Uniti, già dal primo mandato di Donald Trump, hanno scelto la via della reindustrializzazione, che non è stata abbandonata nel corso del quadriennio di Joe Biden. La stessa via dovrebbe essere percorsa dall’Europa, ma questa speranza sembra poco più che una chimera. In natura, a sopravvivere non è il più forte o il più veloce, ma chi è capace di adattarsi alle situazioni e cambiare rapidamente strategia. E l’Ue è l’esatto contrario di questa figura: si muove come un pachiderma e insiste su percorsi che si rivelano disastrosi. Per esempio, il dibattito energetico: mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso la sostituzione di parte del fossile con il gas, che hanno a disposizione a un prezzo irrisorio, l’Europa insiste sull’auto elettrica, che si è dimostrata una scelta velleitaria, snobbata dalla maggioranza della popolazione. Se governata in questo modo, l’Europa – distante dalle utopie del secolo scorso – ha ben poco futuro. Non per niente, tornano di moda le decisioni autonome dei Paesi membri: la Germania, per esempio, cerca di ovviare alla crisi dell’automotive trasformando quell’industria in produzione di armamenti.
Tassi, l’apertura di Panetta
C’è uno spazio per il cambiamento? Sì, secondo Fabio Panetta: il governatore di Bankitalia, nelle sue tradizionali considerazioni finali, ha apertamente evocato un cambio di passo, in grado di dotare l’Ue dell’agilità necessaria e di una maggiore unità di intenti. L’Europa, ha detto Panetta, “deve ora mostrare rapidità di azione, trasformando quegli obiettivi e quelle priorità in decisioni, investimenti e risultati”. Anche trovando “in una maggiore unità la condizione della propria forza”. Il governatore ha espresso ottimismo, affermando che l’Ue ha “finalmente iniziato a reagire”. Panetta ha anche parlato della possibilità di una “ricalibrazione dell’orientamento della politica monetaria, per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti”. In una situazione che vede le imprese già intente “a prospettare aumenti dei listini”, mentre “sono in rialzo le aspettative di inflazione dei consumatori, soprattutto nel breve termine”. Il governatore di Bankitalia, si potrebbe dire, sembra proporsi come “pontiere” tra falchi e colombe in Bce, in attesa della riunione di giugno sui tassi. Che la sua posizione moderata possa favorire una sua futura candidatura a leader dell’Eurotower?
Offerta per EasyJet
Un detto millennial recitava che Ryanair e EasyJet hanno fatto di più per unire gli europei che non politici, economisti e aziende. Perché le due compagnie low cost hanno permesso a molti giovani di viaggiare a prezzi contenuti e conoscere le altre realtà del continente, incontrando anche persone nuove e scambiando idee ed esperienze. Ora, nel pieno della crisi del Golfo e delle minacce ai viaggi a basso costo provocate dall’aumento del carburante, EasyJet potrebbe passare di mano. Nello scorso week end Castlelake, fondo americano con specializzazione in compagnie aeree, ha espresso interesse nell’acquisizione del vettore, provocando il rialzo delle sue azioni del 13%. Qual è stata la reazione dell’azienda inglese? Molto favorevole: il carrier ha definito l’offerta “altamente opportunistica”, dato che il prezzo dei titoli risente della crisi del Golfo e del caro-petrolio. La proposta di Castlelake dovrà essere concretizzata entro il 26 giugno. Ma non è sicuro che sia messa nero su bianco: il fondo ha avvertito che la fase di valutazione potrebbe portare a un’offerta o a una rinuncia all’acquisizione.
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I mercati restano tonici. Ma preoccupa la tenuta dell'economia reale
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo essere state protagoniste di rialzi molto forti nella giornata di lunedì, le Borse europee hanno aperto la sessione di ieri con un ritracciamento, seguito da una ripresa stamattina. Il trigger è sempre lo stesso: la crisi del Golfo, che ha “tirato” il gruppo quando l’accordo sembrava vicino e lo ha rallentato con la serie di bombardamenti americani sul sud dell’Iran nella notte fra lunedì e martedì. Occorre però ricordare che le quotazioni deboli di ieri hanno risentito anche di un rilassamento fisiologico dopo il boom di inizio settimana.
Economia reale
In ogni caso, più si avvicina l’ipotesi dello sblocco di Hormuz, meglio procede la finanza. I listini sono riusciti a tenere la barra dritta, rispondendo in maniera inattesa anche agli stimoli più impegnativi. Milano ha raggiunto i 50.000 punti, dimostrando che nel corso dei periodi critici la scelta di mantenere il portafoglio o scendere di percentuali fra il 10% e il 20% si è rivelata corretta. Certamente si è verificato uno scenario basato sulla rotazione settoriale, che ha evidenziato la debolezza dei titoli automotive europei (per i problemi endemici legati alla deindustrializzazione e all’elettrificazione) e di quelli della difesa, che però avevano ottenuto performance importanti con la corsa al riarmo; bene invece le utility, sempre toniche quando c’è bisogno di titoli difensivi. Ma le sfide non sono ancora finite. Perché, se finora la finanza va per la sua strada, i rischi per l’economia reale sono molto forti. E il peggio potrebbe non essere ancora arrivato. Anche in caso di sblocco dello Stretto, i problemi legati a questi mesi anomali si abbatteranno a cascata sull’economia, con la possibilità concreta che le conseguenze della crisi si facciano sentire fino a fine anno. Ciò avrebbe sicuramente ripercussione sulle quotazioni internazionali dei titoli e degli indici.
L’allarme degli imprenditori
Il rialzo delle materie prime è infatti un rischio, evidenziato tra gli altri dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che ha ricordato quanto il caro-bollette stia minacciando l’industria italiana. Anche Pier Paolo Rossetti, direttore generale di Conserve Italia – gruppo che ha fra i propri brand Valfrutta, Cirio, Yoga, Derby Blue, St Mamet e Jolly Colombani – ha sottolineato i problemi che l’aumento del carburante sta causando alla filiera (“in tutte le sue fasi”, ha specificato). Per questo motivo, ha aggiunto, “nel futuro dei nostri prodotti ci saranno aumenti inevitabili”, anche se non uniformi. Rossetti ha evidenziato gli aumenti del gasolio – che alimenta le pompe di irrigazione, il cui ruolo è centrale nell’attività agricola – e del gas, che si riverberano sui costi dell’attività industriale. Come detto, dal rincaro delle materie prime ci perdono tutti: i consumatori, che subiscono l’aumento dei prezzi, ma anche gli altri anelli della catena. Soprattutto i produttori, che non possono scaricare l’intero importo dei rincari sui clienti finali, per non rischiare di causare un calo dei consumi. E che quindi devono forzatamente assumersi parte dei costi, con evidenti ricadute sugli utili. Quelli che nelle società quotate contribuiscono in maniera determinante all’andamento dei singoli titoli e, di lì, degli indici.
Tassi in rampa di lancio
Il ritorno dell’inflazione porterà problemi a cascata. Tra questi, l’aumento dei tassi Bce, che già era considerato molto probabile negli scorsi giorni e ora sembra inevitabile. A caldeggiare un ritocco verso l’alto a giugno è stata Isabel Schnabel, membro del board dell’Eurotower, che nel corso di un’intervista con la Reuters ha giustificato la proposta come difesa contro l’inflazione causata dalla crisi del Golfo. Questa strategia, però, sembra un modo vecchio di affrontare le crisi, che ha già mostrato i suoi limiti in altre occasioni. Certo: se la banca centrale effettuasse un solo rilancio, di per sé cambierebbe poco; tuttavia, l’Eurotower manderebbe un segnale negativo, il cui ruolo simbolico sarebbe in grado di provocare più danni rispetto alla portata del provvedimento. Oltre a questo, un passo verso l’alto aprirebbe la strada ad altri rialzi, che rischierebbero di portare l’economia europea in recessione.
Il nuovo Btp
Tra i pochi a godere di una nuova stretta monetaria sarebbero i risparmiatori che puntano sui bond governativi: motivo in più per seguire con attenzione il lancio del nuovo Btp Italia Sì, in collocamento dal 15 giugno al 19 giugno e riservato agli investitori individuali. La nuova emissione, che sarà indicizzata all’inflazione italiana, replicherà quasi sicuramente il successo di quelle precedenti, la cui affermazione è stata frutto di remunerazioni alte dovute ai tassi e dall’ottimo lavoro del ministero dell’Economia nel rendere appetibili questi strumenti. I Btp sembrano, al momento, un investimento più redditizio rispetto all’oro: il metallo giallo, dopo una corsa sfrenata, ha raggiunto una fase di consolidamento che ne stabilizza la quotazione e ne azzera i rendimenti. Al momento, sembra più consigliabile scegliere un bond che assicura una performance definita – e senza rischi – rispetto all’oro, che è fermo sui livelli acquisiti.
Milan e Juventus senza Champions
Si è concluso il campionato di calcio, che ha portato agli ultimi verdetti. Tra questi, l’ingresso in Champions League di Roma e Como, che raggiungono Inter e Napoli, e l’esclusione di Milan e Juventus, relegate nella meno prestigiosa (e soprattutto meno redditizia) Europa League. Se anni fa gli insuccessi rappresentavano un fatto quasi esclusivamente sportivo, oggi sono un vero problema economico. Per una squadra che mira alla massima competizione europea, il mancato ingresso nel torneo rappresenta un mancato introito di una maxi-cifra, che parte da 60 milioni di euro circa e aumenta in base ai risultati e al numero di partite disputate. Inoltre, l’esclusione dalla Coppa dei Campioni porta a non accumulare punti nel ranking che stabilisce la qualificazione ai Mondiali per club quadriennali. Manifestazione che, a sua volta, inietta molto denaro nelle casse dei club partecipanti. Questi importi sono risorse vitali per fare investimenti e innescare un circolo virtuoso tra successi sportivi e introiti economici. Tra le due squadre non qualificate la Juventus sta peggio, perché ha maggiori problemi di bilancio, e l’esclusione dalla Champions rende più difficile il raggiungimento del breakeven previsto dal piano strategico. La società bianconera potrebbe essere costretta a grandi sacrifici sul piano sportivo, oppure a un nuovo aumento di capitale. Sempre che non intervengano restrizioni legate al fair play finanziario. Il Milan può invece economicamente reggere meglio una situazione che, dal punto di vista sportivo, è altrettanto negativa. Sorridono, come anticipato, gli azionisti americani della Roma, che hanno sfiorato la qualificazione al massimo torneo europeo l’anno scorso e l’hanno ottenuta quest’anno. Mentre il Como, quarto in campionato e semifinalista in Coppa Italia, si è distinto come simbolo di gestione virtuosa e lungimirante: pur avendo la proprietà più ricca della serie A, gli indonesiani che controllano la squadra lariana hanno puntato soprattutto sui giovani, rifiutando la logica della “pesca a strascico” di giocatori top che si era rivelata inutile nel Psg di Messi, Mbappé e Neymar. A bordo lago si sono invece privilegiati investimenti meno appariscenti, ma ad alta potenzialità.
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Utili e spiragli di pace aiutano le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’incontro fra Xi Jinping e Donald Trump si è concluso tutto sommato positivamente, anche se non ha prodotto risultati tangibili. Il clima generale del vertice è parso rilassato e non ostile e questo è bastato ai mercati per sorridere. Anche la questione di Taiwan sembra incanalata verso un lento confronto costruttivo: il presidente americano si è espresso contro l’indipendenza formale dell’isola, mostrandosi favorevole alla prosecuzione di questa situazione di stallo, che perdura dal 1949, ed evitando di rinfocolare la voglia di indipendenza, sgradita alla Repubblica Popolare. D’altra parte, appare improbabile che Pechino voglia premere troppo l’acceleratore su un’azione militare: la Cina vuole la riunificazione per motivi legati al nazionalismo, certo, ma anche (e, forse, soprattutto) per appropriarsi delle imprese produttrici di chip, di cui Taipei è ben fornita. Se, però, la Repubblica Popolare dovesse attaccare, i taiwanesi potrebbero decidere di distruggere le industrie, lasciando terra bruciata. Per la Cina sembra, dunque, un’opzione migliore rifornirsi di chip dagli Stati Uniti, che sembrano propensi ad assecondarli su questo punto. In poche parole, meglio un accordo (anche se risultasse pessimo) che una guerra. Incredibile, a questo proposito, che prosegua il conflitto tra Russia e Ucraina, il cui stallo risente però anche della posizione intransigente dell’Europa.
Buone le trimestrali, Borse ok
L’atmosfera positiva del vertice di Pechino, si diceva, è piaciuta ai mercati. Ma a sostenere i listini sono state soprattutto le notizie sulla crisi del Golfo. Ogni volta che si prospetta un accordo, o almeno si allontana il rischio di un’escalation, i mercati reagiscono bene. E ora dimostrano di credere nella possibilità di un accordo, traendo beneficio anche dal pur leggero calo del petrolio e da altre buone notizie: il rallentamento del sell off obbligazionario e – last but not least – le ottime trimestrali delle società quotate. Finora, la situazione dello Stretto di Hormuz non sembra dunque aver impaurito i listini, che hanno recuperato le perdite di inizio guerra e si sono rilanciate, pur rimanendo sintonizzate sulle notizie dal Golfo. Sembra proprio di doverlo dire: gli investitori che hanno avuto il coraggio di restare fermi, o di alleggerire solo parzialmente il portafoglio, sono (almeno per ora) i veri vincitori di questa crisi. Tuttavia, si profilano all’orizzonte nuovi rischi. Perché Hormuz è ben lungi dal ritorno alla normalità, e un protrarsi di blocchi e controblocchi rischia di spingere ancora più in alto il prezzo del petrolio e di provocare maggiori difficoltà di approvvigionamento – energetico e non. Con evidenti ricadute anche sui prossimi bilanci. Forse l’annuncio di Trump sul blocco della ripresa degli attacchi sull’Iran punta ad allontanare questi timori.
Sell off obbligazionario
Abbiamo accennato all’ondata di sell off obbligazionario, che dipende soprattutto dall’aumento dei rendimenti dei bond. Un fenomeno che ha portato i Treasury decennali americani, ma anche le obbligazioni inglesi e giapponesi, a livelli da primato. E che, se prolungato, potrebbe costituire un ostacolo alla salita delle Borse, perché visto come una fonte di buoni rendimenti, più sicuri e conseguiti con il minimo rischio. Oggi, per esempio, il decennale Usa è oltre 4,60% e il trentennale oltre il 5%, nonostante l’imminente taglio dei tassi a breve. I Btp della stessa durata sono, da parte loro, di poco sotto il 4%, mentre i Bund viaggiano intorno al 3,15%. Il che suona clamoroso, se si guarda al livello delle obbligazioni governative tedesche solo pochi anni fa: nel 2022 il tasso era infatti di -0,25%, e chi in quell’epoca ha investito in bond non ha ancora recuperato le perdite. Nei rendimenti delle obbligazioni avrà un ruolo importante anche la posizione delle banche centrali, impegnate a mantenere un difficile equilibrio tra i rischi di inflazione e di recessione.
Tra inflazione e recessione
E proprio le scelte delle banche centrali avranno un ruolo cruciale nello sviluppo di strategie per affrontare i problemi derivanti dai blocchi di Hormuz. Mentre c’è molta curiosità sulle prossime mosse di Kevin Warsh, che giurerà venerdì prossimo come presidente della Federal Reserve, in casa Bce il percorso sembra già tracciato. Il mantra della Banca Centrale Europea è bloccare l’inflazione, che ad aprile l’Istat ha stimato al +2,7% su base annua. L’aumento dei prezzi ha riguardato soprattutto l’energia e i prodotti agricoli e alimentari, a causa della scarsità di fertilizzanti e dell’aumento nel costo dei trasporti.
Per agire sull’inflazione, Francoforte sembra voler utilizzare la “solita” ricetta: alzare i tassi, anche se a questo giro il fenomeno degli aumenti dipende dalla scarsità di offerta. La narrazione dell’Eurotower, che ha fatto filtrare l’intenzione di effettuare tre ritocchi verso l’alto dei tassi a breve entro fine anno, è già stata scontata dal mercato: secondo una statistica dell’Abi relativa al mese di aprile, il tasso medio dei nuovi mutui ha raggiunto il 3,43%, sei centesimi in più rispetto al mese precedente. Ed entro fine anno il costo dell’opzione variabile potrebbe raggiungere quella fissa.
Il nuovo virus
Come se ce ne fosse bisogno, all’effetto domino della crisi del Golfo si è aggiunto il rischio di trasmissione dell‘hantavirus, “sbarcato” da una nave da crociera in una variante che per la prima volta prevederebbe il contagio da uomo a uomo. Se questa nuova malattia infettiva si scoprisse dannosa come il Covid, farebbe sicuramente crollare le Borse, come è accaduto nel 2020. Ma il rischio che si verifichi una nuova pandemia sembra davvero molto basso. E assolutamente non paragonabile a quelli associati al Covid: pur più letale, l’hantavirus sembra infatti ben difficile da trasmettere e decisamente più agevole da isolare, mentre il numero di pazienti positivi è molto basso. Le Borse possono dunque concentrarsi sulle sfide di questo periodo difficile, che sono già molte e impegnative.
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Mercati, antenne puntate sul Golfo e sul vertice Xi-Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse si sta avviando verso un trend discendente, dopo un periodo che, almeno fino a giovedì scorso, era apparso decisamente positivo, al punto da spingersi sui massimi. A guidare l’andamento delle Borse sono le notizie, spesso contrastanti, sulla crisi del Golfo: quando si intravedono schiarite o timide speranze di pace, i listini corrono, quando prevale il timore di una ripresa delle ostilità, o si teme un lungo stallo a Hormuz, gli indici ripiegano. Ma, almeno per ora, riescono almeno a frenare la discesa.
I settori trainanti
Finora, dunque, la capacità di resilienza delle Borse ha limitato i danni nei periodi peggiori, e i balzi in avanti sono stati maggiori che non i passi indietro. I mercati, lo si è detto più volte, sono “vaccinati”; tuttavia, se la situazione tornasse a peggiorare in modo pesante, difficilmente potrebbero tenere la barra dritta. Gli investimenti seguono sempre gli utili: se l’economia va in recessione si verifica una discesa e non c’è resilienza in grado di tenere. Per il momento, c’è la percezione che la stagione degli utili prosegua. Per questo i listini reggono, limitando le perdite nei giorni negativi. La scorsa settimana, a dare soddisfazioni agli investitori erano stati soprattutto i finanziari (non per niente, Piazza Affari ha sovraperformato rispetto al resto d’Europa) e la tecnologia americana, guidata da nuovi record. E’ però bastato un aumento del petrolio, dovuto ai timori di una ripresa dei bombardamenti americani, per deprimere ieri i titoli del settore bancario a Milano (e nelle altre piazze europee). E ciò ha causato l’arretramento degli indici. Stamattina, invece, il rialzo delle Borse europee, in attesa del vertice fra Xi Jinping e Donald Trump.
Vertice a Pechino
L’incontro di Pechino promette di tracciare una strada su cui incanalare il futuro della crisi, e avrà una portata molto ampia. Dopo i convenevoli di oggi, domani i due leader si confronteranno infatti sul Golfo, ma anche su temi come la tregua molto fragile sui dazi, Taiwan, i chip e l’intelligenza artificiale. Il vertice cercherà dunque di mettere a confronto le due potenze su alcune fra le incertezze attuali – anche se è difficile prevedere se l’esito sarà positivo o negativo.
Piano B
La crisi di Hormuz ha comunque impartito una lezione: quando possibile, occorre sempre avere un “piano B”, da utilizzare in casi estremi. E ora i Paesi del Golfo stanno cercando di rimediare in fretta e furia ai blocchi e ai controblocchi, attuali e futuri: è in progetto l’organizzazione di un sistema di trasporti alternativo di petrolio e gas e, dove possibile, di fertilizzanti, metalli e altre merci che solitamente passano dallo Stretto. Il piano prevede un nuovo sbocco terrestre mediante oleodotti, treni e carovane di camion in grado di bypassare almeno in parte la strozzatura marittima. Si tratterebbe quindi di investimenti infrastrutturali con il compito, molto ambizioso, di mantenere l’economia su livelli discreti. E, ipso facto, di rilanciare i mercati.
Europa spettatrice
La visita di Trump è la prima di un presidente americano in Cina dal 2017. Da allora, le regole della diplomazia sembrano cambiate, e i vecchi rapporti con il guanto di velluto sembrano essere stati improvvisamente messi nel cassetto (se non nel dimenticatoio). Vittima principale di questi cambiamenti è l’Europa, lenta, poco reattiva al cambiamento e, per questi motivi, incapace di difendersi, sia dal punto di vista politico, sia economico. La burocratizzazione delle procedure comunitarie e l’incapacità di cambiare in corsa incidono in modo pericoloso sull’economia del continente, che rischia la deindustrializzazione. Se nel 2009 il Pil americano e quello europeo erano identici e oggi quello Usa sopravanza il nostro di 7.000 miliardi, qualche errore è stato fatto. Politici e burocrati Ue hanno la loro parte di responsabilità nello sviluppo di questo scenario, che vede Stati Uniti e resto del mondo all’assalto e l’Europa sempre più impoverita. E spettatrice di incontri e decisioni che, per logica, dovrebbero vederla protagonista. Abbiamo perso 20 anni per le regole che ci siamo autoimposti, e ora ogni crisi – geopolitica o economica – fa tremare la stabilità delle nostre imprese. E favorisce la conquista delle industrie locali da parte di colossi di altri continenti.
Acciaio, la via (obbligata) inglese
Una via per difendere le economie europee (non solo Ue) da questa dinamica può giungere dalla nazionalizzazione di British Steel, decisa dal governo inglese di Keir Starmer. Con questa mossa, l’esecutivo di Sua Maestà dimostra che Londra non può rinunciare all’azienda siderurgica che utilizza gli ultimi altiforni funzionanti del paese. La sua sopravvivenza, secondo il governo, è un fatto di sicurezza nazionale: l’acquisizione è perciò l’unica strada percorribile, sebbene British Steel perda 700.000 sterline al giorno.
La Nba si espande in Europa
E’ ormai certo: la Nba vuole espandersi in Europa, ed è pronta a investire 3 miliardi di dollari per trasformare il campionato nordamericano in un torneo intercontinentale. Il progetto nascerebbe in partnership, e non in contrapposizione, con l’Eurolega, e dovrebbe funzionare come la “casamadre” americana, cioè con il sistema delle franchigie. Anche se è prevista una variazione allo schema originale: il torneo sarà parzialmente aperto, cioè una parte delle squadre accederà per merito. In questo modo, il nuovo campionato salvaguarderà almeno in parte i valori europei, abbinandoli al sistema americano “chiuso”. Se Nba Europe partisse, prevederebbe due franchigie in Italia: Milano e Roma. Ma c’è ancora incertezza sulle squadre da coinvolgere, se quelle “storiche” o se team nuovi, con la possibilità che siano legati ai club calcistici. Roma ha appena acquisito il titolo sportivo di Cremona (classica operazione “all’americana”), ma nella capitale potrebbe insediarsi anche una seconda società, legata a Trieste. Per la franchigia di Milano si profila invece una scelta fra due squadre di lunga e consolidata tradizione: l’Olimpia e Varese, patrocinate da Oaktree (azionista dell’Inter) e Redbird (proprietaria del Milan). Nulla è ancora definito, a parte due osservazioni. Primo, i prezzi dei biglietti saranno senza alcun dubbio molto alti, escludendo la passione popolare dai palazzetti. Secondo, il potere economico degli Stati Uniti inizia anche a riflettersi sullo sport europeo. E le aziende made in Usa, come si accennava prima, sono alla conquista delle imprese del nostro continente, approfittando della sua crisi industriale.
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Le Borse resistono ancora. Ma fino a quando?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Alla riapertura di ieri, le Borse europee avevano chiuso sui minimi: per farle ripiegare, dopo una partenza già debole, era stato sufficiente che l’Iran avesse colpito una nave da guerra americana, con i rischi di una ripresa dei bombardamenti Usa. Stamattina, martedì 5 maggio, ci si aspettava una nuova apertura debole, ma i mercati del nostro continente hanno ancora una volta stupito tutti, con un avvio in fase toro. A influenzare l’inaspettata crescita, il leggero calo del petrolio dopo l’impennata della scorsa settimana, che aveva portato il Brent a 114 dollari al barile. Dinamica opposta per il Dow Jones, che dopo aver rallentato in maniera molto moderata si è resa protagonista di un calo, forse dovuto alle dichiarazioni sulla possibile ripresa della guerra.
Legati a un filo
In generale, comunque, la tenuta dei mercati è ancora una volta sorprendente. Ma fino a quando la resilienza riuscirà a mettere al sicuro gli investimenti? Perché il rischio di rottura del filo sottile che mantiene i mercati in pista incombe come una spada di Damocle. Da un momento all’altro il giocattolo si potrebbe rompere, causando la perdita brutale del 10% o anche più. Lasciando in difficoltà chi ha investito, che non riuscirebbe a liberarsi di titoli improvvisamente deprezzati. Certo è che il consiglio di alleggerire in modo lineare dal 10% al 20% del portafoglio è ancora valido: questa politica permetterebbe agli investitori di tutelarsi meglio nel caso in cui lo storno a due cifre si verificasse davvero. Un’operazione slegata dalla tradizione del Sell in May and go away. Piuttosto, una sorta di “polizza di assicurazione” per garantirsi un impatto più morbido in caso di severa correzione.
Primi verdetti
Intanto, in attesa di capire che cosa accadrà, sembra che i primi verdetti siano stati emessi. Dall’impasse su Hormuz pare che i grandi sconfitti di questa guerra siano l’Europa e l’Asia, mentre gli Stati Uniti, almeno finora, stanno limitando i danni. Le stime di inflazione Usa, ha ricordato John Williams, presidente della Federal Reserve di New York, saranno probabilmente del 3% fino a fine anno, con un aumento dei prezzi legato essenzialmente all’energia. L’Iran sembra invece in preda all’iperinflazione, con annessa svalutazione del riyal. Per Teheran il rischio maggiore sono i possibili danni ai pozzi petroliferi dovuti alla mancata estrazione, perché, a causa delle infiltrazioni d’acqua, si deteriorerebbe la qualità del greggio. A lungo termine, un brusco calo dell’esportazione potrebbe portare a problemi di ordine pubblico causati da costi sociali.
Gli Emirati lasciano l’Opec
Proprio in un momento così delicato della crisi petrolifera è giunta una clamorosa notizia: dopo quasi 60 anni, gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’Opec, e lo hanno fatto in fretta e furia (cioè con decorrenza lo scorso 1 maggio). La decisione non passa certo in secondo piano: la produzione totale degli Eau era del 12% circa dell’intero cartello. La scelta emiratina è stata sicuramente accelerata dalla guerra e dallo shock petrolifero in atto e mira a minimizzare gli impatti della crisi dello Stretto sul mercato; tuttavia, l’uscita dall’organizzazione (e dall’Opec+) non è un fulmine a ciel sereno. Abu Dhabi era infatti già da tempo insofferente rispetto alla rigida politica delle quote, sulla cui formazione ha un’influenza determinante la posizione dell’Arabia Saudita. Proprio Riad si è incaricata di dare una risposta forte e rapida all’abbandono improvviso degli Emirati: su sua proposta, infatti, l’Opec, ridotto ora a 11 membri, aumenterà la produzione di petrolio dal prossimo giugno. Petrolio di cui Europa e Asia hanno disperatamente bisogno, e a cui si potrebbe sommare – situazione dello Stretto permettendo – la sovrapproduzione degli Emirati, liberi da vincoli.
Tassi fermi. Per ora
Nulla di nuovo, invece, sul fronte dei tassi. La Banca Centrale Europea ha mantenuto all’unanimità la percentuale sui depositi al 2% (ferma dallo scorso giugno), sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15% e sui prestiti marginali al 2,40%. Tuttavia, la presidente Christine Lagarde ha parlato della possibilità di “cambiamenti enormi”, e ha affermato che il board seguirà con attenzione la crisi energetica e l’eventuale vortice inflattivo da esso causato. “Le decisioni sui tassi di interesse”, ha affermato, “saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi”. In altri termini, la Bce non esclude nuovi rialzi, probabilmente tre. Stabili anche (con voto 8 a 1) la politica monetaria della Banca d’Inghilterra, che però ha livelli più alti (3,75%), e quella della Federal Reserve, ferma tra il 3,50% e il 3,75%. Nel caso americano, però, il voto ha evidenziato un dissenso molto articolato: otto favorevoli e quattro contrari (una spaccatura di questa entità non accadeva dal 1992). Anche nella – chiamiamola così – “opposizione” non c’è stata unanimità: un membro del board ha optato per il “no”, sostenendo un taglio di 25 punti base, mentre gli altri tre si sono detti favorevoli alla stabilità delle percentuali, ma contrari a indicare un esplicito riferimento a un futuro ammorbidimento della politica monetaria. Insomma: uno contrario perché colomba, tre perché hawkish. Quello europeo e quello americano sono comunque due scenari diversi, e non solo per questione dell’unanimità. L’inflazione Usa è, per ora, più marginale. Di contro, il rischio di recessione in Europa è molto più che aleatorio: per questo, porsi come unico obiettivo lo stop all’inflazione senza considerare le ricadute economiche su famiglie e aziende sembra una scelta miope, come avvenne nel 2007. A unire, invece, le due banche centrali è la progressiva politicizzazione degli organismi. Negli Usa Jerome Powell, presidente uscente della Fed (che resterà nel board), ha parlato apertamente di “indipendenza a rischio”. Anche in Francia, la tendenza sembra già in atto: per sostituire François Villeroy de Galhau, il presidente Macron ha scelto l’ex Mediobanca Emmanuel Moulin, la cui figura sembra meno tecnica e più “politica“. La scelta – se approvata dal Parlamento – potrebbe fare da apripista a una nuova tendenza per la selezione dei governatori delle banche centrali nazionali. E, in prospettiva, anche per la nomina dei presidenti della stessa Bce.
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Mercati, la quiete prima della tempesta?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Settimana interlocutoria per le Borse, che si mantengono a buoni livelli, soggette a oscillazioni in alto e in basso, ma senza particolari scossoni. Questo sebbene il petrolio sia ancora in fascia alta (intorno ai 105 dollari al barile il Brent e di poco sotto quota 100 il Wti). Chiaramente, i mercati stanno attendendo i risultati dei colloqui e tifano per la pace e per la stabilizzazione dell’area (e dello Stretto di Hormuz). Ma al momento fare previsioni è molto difficile. Per questo motivo, la sostanziale tranquillità dei listini potrebbe assumere le sembianze della “quiete prima della tempesta” (che colpirà l’economia mondiale se la situazione non verrà sbloccata entro fine maggio) o, in alternativa, dell’anticipazione di un timido ritorno alla normalità.
Trattative in stallo
Su Hormuz, però, non ci sono novità, e le trattative sono in stallo. Sembra che la sede dei negoziati sia destinata a cambiare: è infatti probabile che le parti abbandonino Islamabad per poi organizzare un secondo round di colloqui a Ginevra. Ma non da subito. Per questo, sembra insorgere un certo pessimismo su una risoluzione veloce delle ostilità, che invece appare indispensabile per l’economia mondiale. Oltre a questo, si è aggiunto un ulteriore problema: sembra che i radar di varie imbarcazioni commerciali abbiano subito azioni di hackeraggio, che hanno interrotto la tracciatura informatica degli scafi coinvolti. Una bella grana per gli armatori, impossibilitati a monitorare la posizione delle navi: l’ennesimo disagio che si aggiunge alle molte difficoltà causate dalla guerra nel Golfo – anche se non è dato di sapere se l’azione di pirateria informatica sia in qualche modo collegata con il conflitto.
Nubi scure si addensano
L’attesa è comunque snervante e i tempi lunghi nelle trattative preoccupano le imprese. Come già anticipato, si teme che una mancata risoluzione della crisi entro fine maggio possa causare un disastro per l’economia mondiale, con un potente effetto domino in grado di coinvolgere tutti. Compresi gli Stati Uniti, che pur evitando il caro-gas (il metano Usa è ancora a livelli accettabili) non potranno reggere a lungo le quotazioni alte del petrolio, considerato che l’americano medio utilizza l’automobile in maniera intensiva. In caso di mancata risoluzione della crisi, le Borse rischiano un tonfo considerevole: la volatilità, che al momento è stranamente compressa, andrebbe a dilatarsi, buttando i mercati nel caos.
Giappone, tassi invariati
Con la possibilità che l’inflazione torni a mordere, è pressoché sicuro il rinfocolarsi del dibattito sui tassi. Si prevede che nelle banche centrali la partita fra “falchi” e “colombe” possa tornare aspra, e che le decisioni sul costo del denaro vengano prese dopo duelli interni senza esclusioni di colpi. La spaccatura è già emersa a Tokyo. La Banca del Giappone ha sì mantenuto i tassi allo 0,75%, ma ben lontana dalla decisione unanime: la consultazione interna ha espresso sei consensi e tre voti contrari – questi ultimi orientati a un rialzo di 25 punti. Un passo, comunque, che avrebbe assunto un rilievo marginale, date le percentuali attuali. E’ comunque curioso che fra i tre “falchi” si conti un consigliere finora noto per la posizione dovish. Il mantenimento del tasso neutrale, che ha rafforzato lo yen, non ha evitato una previsione relativa all’inflazione, che secondo la banca centrale giapponese supererà quest’anno il target del 2%.
In attesa della Fed
Se Tokyo ha preso la sua decisione (sofferta, come abbiamo visto), ora è la volta della Federal Reserve, che fra poche ore deciderà se seguire l’esempio giapponese o ritoccare le percentuali. La riunione del board – l’ultimo sotto la presidenza di Jerome Powell – sarà probabilmente deludente per le aspettative di Donald Trump, che da tempo preme per una politica all’insegna dei ribassi: gli analisti prevedono infatti tassi invariati in aprile, e ritengono difficile un ammorbidimento della stretta monetaria nel corso di quest’anno. Poco potrà influire, nei prossimi mesi, la posizione più dovish di Kevin Warsh, il cui insediamento come nuovo presidente Fed sarà ufficializzato a brevissimo, salvo clamorose sorprese dell’ultimo momento. Warsh è stato da più parti definito “il pupillo di Trump”; tuttavia, il ruolo di numero uno Fed richiede indipendenza dalla politica, e le recenti dichiarazioni del prossimo governatore puntano a evitare polemiche più che a indicare una direzione precisa. Che, c’è da scommetterlo, sarà influenzata in modo decisivo da inflazione e situazione internazionale.
La Bce segue a ruota
Dopo la Fed sarà la volta della Bce, che il 30 aprile si riunirà per decidere se ritoccare i tassi di interesse oppure lasciarli invariati. Assisteremo anche in questo caso a un confronto serrato tra “falchi” e “colombe”? Forse sì, anche se – a quanto prevedono molti osservatori – sembra probabile un nulla di fatto. Almeno per ora. Perché, se la crisi proseguisse ancora a lungo, l’Eurotower sarebbe tentata di inasprire la politica monetaria nel corso del 2026 per fermare l’inflazione: un dato su tutti, secondo Confindustria il rincaro delle bollette costerà alle aziende italiane un aggravio compreso tra i 7 e i 12 miliardi di euro. Con le logiche conseguenze a cascata sui prezzi al dettaglio e sui bilanci delle famiglie. Tuttavia – lo abbiamo già detto – una politica hawkish non è una risposta efficace per un rischio di inflazione provocato da una carenza temporanea di rifornimenti – petroliferi, energetici, ma anche di fertilizzanti, metalli e varie merci.
Alleggerimento
In questa situazione quale strategia si può impostare per i propri investimenti? Potrebbe rivelarsi utile alleggerire tra il 10% e il 15% della propria posizione, in previsione di una possibile discesa del mercato, conseguente allo stallo nello Stretto di Hormuz. Se si decide di seguire questa linea, è consigliato vendere in maniera lineare, coinvolgendo tutti i titoli in portafoglio, per mantenere le proporzioni tra i vari settori. In attesa che il petrolio torni a scendere e le minacce geopolitiche si ammorbidiscano, innescando una tranquillità sui mercati.
Le Borse scommettono sulla ripartenza
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Una delle tante vignette che girano per internet mostra due animali preistorici intenti a osservare un meteorite in rapido avvicinamento. I timori del primo (un dinosauro) vengono raffreddati dall’osservazione del suo interlocutore, sicuro che i mercati abbiano già scontato l’impatto, ancora prima che esso sia materialmente avvenuto. Un modo buffo, ma brillante, per canzonare un po’ l’attitudine dei mercati, che tendono a “digerire” le sollecitazioni negative in largo anticipo, arrivando persino a precorrere i tempi. Questo trend non è, ovviamente, immune dall’effetto-annuncio, ma dota le Borse di un armamentario difensivo tale da assorbire eventuali dichiarazioni, o operazioni, dell’amministrazione americana. La dinamica prevede un’alternanza fra fase difensiva (rallentamento degli storni) e offensiva (rimbalzo).
La lezione dei dazi
Gli indici hanno acquisito gli anticorpi giusto un anno fa, nell’aprile 2025, con l’entrata in vigore dei dazi a pioggia di Donald Trump e il mega-storno borsistico mondiale, poi prontamente recuperato. A 12 mesi di distanza, i listini hanno imparato a relazionarsi con un presidente che è capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di una stessa giornata: nella primavera dell’anno scorso si erano verificate vendite allo scoperto che avevano poi lasciato gli investitori senza paracadute; oggi, l’esperienza ha consigliato maggior cautela. Non per niente, la discesa dei mercati è stata composta, per poi dimostrarsi capace di un violento rimbalzo, nella speranza di un accordo imminente. Le “due fasi”, come si diceva. E così, ora le Borse hanno recuperato le perdite accumulate in marzo, mese – ricordiamolo – che si rivela spesso difficile anche nei periodi di normalità.
Guardare lontano
La dinamica delle montagne russe si è ripetuta la scorsa settimana: è bastata la riapertura iraniana dello Stretto di Hormuz per abbattere il prezzo del petrolio. Il che ha dato vento alle Borse, che ha portato i listini a recuperare tutte le perdite di questi due mesi. La successiva dichiarazione di Donald Trump, che ha deciso di non rimuovere il blocco navale, ha poi causato un nuovo rincaro del petrolio; tuttavia, il conseguente arretramento borsistico si è mostrato tutto sommato gestibile, ed è stato seguito da un tentativo di recupero.
Questo perché – come si diceva – le Borse hanno già scontato la guerra e stanno scommettendo su un accordo definitivo fra le parti. Non per niente, il prezzo del greggio a un anno è stato fissato a meno di 70 dollari. Nonostante l’incertezza, dunque, i mercati guardano già avanti: danno per scontato che nel secondo trimestre proseguiranno le difficoltà legate alla situazione dello Stretto, e cioè il mancato passaggio di petrolio e approvvigionamenti, ma che nei tre mesi successivi avverrà una ripartenza. L’ottimismo è anche spinto dall’esigenza sempre più pressante degli Stati Uniti di non rallentare la corsa di tecnologia e intelligenza artificiale, che sono settori energivori e hanno bisogno di tutto tranne che della penuria di petrolio e gas. Gli Usa hanno interesse che il prezzo del greggio scenda, perché gli investimenti pianificati possano avvenire.
Finanziari alle stelle
L’ottimismo ha spinto verso l’alto i titoli finanziari, che la scorsa settimana si sono resi protagonisti di un’ottima rimonta. Il recupero è stato di tipo strutturale, dato che il settore era stato troppo penalizzato in precedenza: ora, il comparto rappresenta un ottimo cavallo su cui puntare, in una situazione in cui non è consigliato acquistare energetici, mentre sugli industriali sembra più saggio attendere le evoluzioni del quadro internazionale. La tecnologia rappresenta invece un’incognita per la sua dipendenza dall’energia, ma offre comunque ottime prospettive sul lungo termine. In contemporanea con la riaffermazione dei titoli finanziari si è verificata la grande rivincita di Luigi Lovaglio, che torna amministratore delegato di Mps. Ciò è potuto accadere grazie all’inaspettata sconfitta, in assemblea, della lista sostenuta dalla famiglia Caltagirone, che rappresentava il cda uscente (ferma al 38,79%), e dalla vittoria del raggruppamento legato a Delfin e Banco Bpm (49,95%), che appunto sosteneva l’ex ad. Il risultato evidenzia che i soci hanno voluto evitare i giochi politici e restituire fiducia a un manager capace di risanare la banca, ma emarginato dal consiglio di amministrazione uscente, oltre che licenziato per giusta causa. La votazione ha dato forza al titolo Mps, che era stato uno dei peggiori del Mib e in due settimane ha registrato una performance del 20%, arrivando ai massimi storici. Continua anche l’operazione Unicredit-Commerzbank; in questo caso, l’esito è più che mai incerto, soprattutto in virtù delle barricate costruite dal governo tedesco in difesa del gruppo bancario di Francoforte.
Nessun piano B
Naturalmente, la ripresa in cui credono i mercati è una scommessa, non una certezza assoluta. In altri termini, occorrerebbe avere un “piano B” molto valido per attraversare la turbolenza, qualora si rivelasse più lunga del previsto. Cosa che l’Europa ha evitato di elaborare: l’Ue si è limitata a ventilare la possibilità di un lockdown energetico (estremamente impopolare), mentre la Bce è orientata verso un controproducente ritorno dei tassi alti. Tutto questo in presenza dei primi, inquietanti problemi di carenza di petrolio negli scali aeroportuali (la scorsa settimana è stata la volta di Venezia, Brindisi e Catania, in cui il carburante è mancato per alcune ore). A denunciare l’assenza di un “piano B” è stato anche Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. “Mi meraviglio che l’Europa non stia vedendo questa cosa e non abbia pronte misure, che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico. Ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1,16, questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”. Parole forti, che si uniscono ai molti appelli a cambiare rotta sul patto di stabilità e sullo stop al gas russo, che rischierebbe, in questa situazione, di provocare rischi di carenze e di nuovi aumenti, a loro volta in grado di mettere in ginocchio le famiglie più deboli e le aziende. Proprio il presidente di Confindustria ha ricordato che “prima del conflitto Russia-Ucraina noi pagavamo l’energia 28 euro a megawattora oggi siamo a 160 euro. Credo che su questo serva fare una riflessione. Oggi noi abbiamo bisogno di fare tutto ciò che è possibile per salvaguardare le nostre imprese, che in questo momento sono veramente fuori dalla competizione globale”. Secondo Orsini, a questo proposito “bisogna fare dei ragionamenti, anche perché mi risulta che stiamo ancora comprando gas naturale liquefatto dalla Russia”. Senza il quale, sembra di capire, le nostre bollette sarebbero ancora più care.
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Golfo, trattative in stallo. Ma i mercati credono nella pace
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Prima, a chiudere (parzialmente) Hormuz, erano stati gli iraniani. Ora, dopo il fallimento della prima tornata di colloqui a Islamabad, si è aggiunto il contro-blocco americano nei confronti delle imbarcazioni che hanno accettato di pagare un pedaggio al governo degli Ayatollah.
La decisione di Donald Trump ha inizialmente spinto oltre quota 100 le quotazioni petrolifere, rinfocolando i timori sulla carenza degli approvvigionamenti.
Tuttavia, Brent e Wti sono tornati sotto le tre cifre, regalando una boccata d’aria alle Borse, specialmente a quelle asiatiche.
I motivi dell’inversione di tendenza
L’inversione di tendenza dipende dalla scommessa, da parte dei mercati, di un accordo fra i belligeranti, che potrebbe rivelarsi in grado di innescare una lenta ripresa del traffico normale. Tutto questo mentre l’Opec+ punta su una maggiore produzione di greggio, e l’Arabia Saudita sta lavorando per costruire vie di passaggio alternative per il suo petrolio. La cessazione definitiva delle ostilità potrebbe arrivare anche da vie traverse: secondo questa interpretazione, se le parti non trovassero un’agenda condivisa, la contromossa americana sul blocco navale e il conseguente braccio di ferro sarebbero in grado di portare a una situazione in cui la pace è l’unica via per evitare un disastro economico mondiale. Una sorta di “tiro alla fune”, in cui una delle due parti cede: il blocco di Hormuz è un rischio per gli Stati Uniti, il consumatore americano e, di qui, per il Partito Repubblicano alle prese con le elezioni di mid term; il contro-blocco Usa, se portato avanti, è un rischio ancora più grande per la tenuta stessa dell’economia iraniana. Il ritorno al dialogo sarebbe spinto soprattutto (ma non solo) dalla Cina, i cui approvvigionamenti di petrolio dipendono in gran parte dai pozzi del Medio Oriente. Sia come sia, i mercati scontano già una pace che, attualmente, non sembra a portata di mano. E resistono con tutte le loro forze.
Non solo petrolio
Già. Perché, se le previsioni sul futuro possono essere cautamente ottimistiche, il presente è allarmante. A pesare non è tanto il prezzo del petrolio, ma la quantità delle scorte in grado di raggiungere l’Europa e l’Estremo Oriente. A rischio gli approvvigionamenti per aerei e i traghetti, che fra meno di un mese potrebbero raggiungere una situazione critica. Non per niente, l’associazione di categoria degli scali europei (Airport Council International) ha inviato una lettera alla Commissione Ue, lanciando un allarme rosso: se Hormuz non dovesse riaprire entro i primi giorni di maggio, nel nostro continente subentrerebbe una carenza sistemica di carburante per i voli aerei. Meno allarmante, invece, la situazione della benzina per le automobili: è pur vero che lo scorso fine settimana 600 distributori Eni sono rimasti senza gasolio; ma ciò è legato alla politica dei prezzi più bassi che l’azienda petrolifera deve seguire, essendo partecipata dallo Stato. Politica che ha scatenato la corsa dei consumatori a fare il pieno. Il problema, come abbiamo già evidenziato in passato, non coinvolge solo il greggio. Già ora inizia a esserci scarsità di approvvigionamenti per alcune filiere produttive. La Fao rileva che mancano fertilizzanti, il che rappresenterebbe un vero dramma per l’Africa. Anche il prezzo dell’alluminio sta salendo, mentre per riavviare gli stabilimenti attualmente bloccati e raggiungere la piena produzione ci vorrà almeno un anno. E l’inflazione torna a fare paura, come suscita timore una sua possibile conseguenza: l’intenzione della Banca Centrale Europea di tornare ad alzare i tassi. Un’opzione discutibile, considerato che il caro petrolio non è dovuto a un eccesso di domanda ma a una scarsità di offerta.
Scenario moderato…
Se la guerra dovesse finire a breve, le Borse potrebbero soffrire per un trimestre per le conseguenze del conflitto sul traffico marittimo e sul danneggiamento degli impianti nel Golfo, e poi (forse) tornare alla normalità nel quarter successivo. Certo è che, per ora, si osserva una certa compiacenza dei mercati e dei governi, proprio come era avvenuto all’inizio del Covid; molti esecutivi, compreso quello di Giuseppe Conte, avevano inizialmente sottovalutato gli effetti della pandemia sul Pil, che poi si sono rivelati molto più pesanti. Per ora, di certo, sappiamo ciò che ha affermato l’Ocse, secondo cui il Pil italiano nel 2006 aumenterà solo dello 0,4%, fanalino di coda delle economie del G20.
… o rischioso
Occorre anche prendere in considerazione eventuali scenari più negativi, che potrebbero obbligare i governi a scelte radicali e sofferte. In un quadro che vede Paesi come Italia e Germania particolarmente penalizzati dalle sanzioni a Mosca, a differenza di quanto avviene per altri Stati membri Ue, trova un suo spazio la proposta di Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, che ha invitato l’Unione Europea a “sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di gas naturale liquefatto che vengono dalla Russia”. Certo è che la sconfitta di Viktor Orbán a opera del suo ex delfino Péter Magyar non cambierà certamente la posizione ungherese sul gas russo, da cui Budapest dipende strettamente: il premier in pectore cambierà probabilmente solo la politica dei veti nei confronti degli aiuti militari all’Ucraina, che era stata una delle posizioni distintive del leader di Fidesz.
L’oro si riassesta
Se in Borsa oggi è meglio mantenere gli investimenti quanto possibile, attendendo la normalizzazione, è più difficile intravedere come si comporterà l’oro. Se osserviamo il comportamento del metallo giallo in questi ultimi mesi, notiamo un riassestamento verso il basso avvenuto dopo il raggiungimento dei massimi.
Ma se esaminiamo un orizzonte temporale più ampio, dal 2018-19, vediamo che ha triplicato il suo prezzo; il trend è divenuto più marcato nel 2022 con il blocco degli asset russi, decisione che ha convinto vari paesi, primo fra tutti la Cina, a cercare un investimento alternativo e al riparo da eventuali embarghi americani ed europei. L’oro si è dimostrato volatile, ma redditizio: anche se scendesse di un ulteriore 10%, chi ha tenuto i suoi asset aurei ci ha sicuramente guadagnato, trasformando il “re dei metalli” in una sorta di polizza assicurativa contro le crisi economiche.
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Tregua tra Usa e Iran: Borse in rally, petrolio in calo. Ma l’inflazione resta un’incognita
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La tregua annunciata nella notte tra Stati Uniti e Iran segna una svolta importante in uno scenario geopolitico che, nelle ultime settimane, aveva fortemente condizionato i mercati finanziari globali. Dopo una fase di elevata tensione, che ieri aveva spinto il prezzo del petrolio a 115 dollari e innescato vendite diffuse sui listini azionari nel corso del mese di marzo, i mercati reagiscono oggi con un deciso rimbalzo delle Borse europee.
De-escalation
L’accordo, pur temporaneo, rappresenta un segnale di de-escalation che gli investitori attendevano, soprattutto per il rischio legato a possibili interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo stretto di Hormuz. La prospettiva di una stabilizzazione dell’area si è immediatamente manifestata sul prezzo del greggio, con il petrolio in forte discesa fino a quota 94 dollari al barile. Nelle scorse settimane, infatti, il protrarsi delle tensioni aveva fatto emergere timori concreti sulla continuità delle forniture energetiche e di materie prime essenziali, con il rischio che intere filiere produttive potessero andare incontro a rallentamenti o addirittura a uno stop entro la fine di aprile. Uno scenario che avrebbe potuto tradursi in una pesante frenata dell’attività economica globale e quindi portare a una forte recessione. Alla luce degli ultimi sviluppi, questo rischio appare oggi significativamente ridimensionato, contribuendo a migliorare il sentiment degli operatori e a sostenere le aspettative di crescita nel breve periodo.
Mercati pronti al recupero
Sul fronte azionario, i futures europei indicano un’apertura in rialzo fino al 5%, in un contesto di ritrovata propensione al rischio. I mercati – che in ogni caso erano sì scesi, ma in maniera abbastanza composta, proprio perché ritenevano che il conflitto sarebbe stato di breve durata – sembrano pronti a recuperare parte delle perdite accumulate nel mese di marzo, quando l’incertezza geopolitica aveva portato a un significativo aumento della volatilità. Il rimbalzo dei mercati riflette non solo il venir meno del rischio immediato, ma anche la possibilità che le pressioni inflazionistiche legate all’energia possano attenuarsi nel breve periodo.
Le incertezze
Resta tuttavia elevato il grado di incertezza: la tregua ha una durata limitata e molto dipenderà dalla capacità delle parti di trasformarla in un accordo più stabile. In questo contesto, gli investitori continueranno a muoversi con cautela, pronti a reagire rapidamente a eventuali nuovi sviluppi. Dopo settimane dominate dalla paura, i mercati tornano dunque a scommettere sulla diplomazia, consapevoli però che l’equilibrio resta fragile. Anche se è bene ricordare che molti danni alle infrastrutture sono già stati arrecati, e ripararli chiederà parecchio tempo. Risultato: c’è e ci sarà carenza di materie prime. E non solo di petrolio e gas. E’ interessante l’esempio dell’alluminio, che ha visto fermarsi gli impianti in Qatar e in Bahrein, con la previsione di almeno un anno per riparare gli ingenti danni causati dagli attacchi iraniani effettuati sia con i missili, sia con i droni. Si prevede, in questo caso, uno scenario da incubo per il settore, con l’arrivo del più grande deficit globale di sempre per l’alluminio primario.
Colpi di coda nella logistica
Inoltre, sotto il profilo logistico, gli effetti delle tensioni non si esauriranno nell’immediato. Anche nel contesto più favorevole, le prime navi con nuove forniture sono attese non prima di due settimane, con il conseguente protrarsi di alcune criticità operative lungo le filiere. I disagi risultano già evidenti in diversi settori, tra cui il trasporto aereo e gli aeroporti, e che potrebbero perdurare ancora per qualche tempo.
Inflazione
Nonostante la notizia più che positiva della tregua raggiunta, le tensioni recenti lasciano in eredità alcune fragilità: il rischio inflazionistico rimane elevato, pur in attenuazione, a causa delle difficoltà nelle catene di approvvigionamento e della persistente scarsità di alcune materie prime. Un aiuto in proposito potrebbe giungere dalla decisione dell’Opec+, che ieri (quindi prima della tregua) aveva scelto di aumentare la produzione di 206.000 barili al giorno dal prossimo maggio. A medio termine, in caso di ritorno dell’inflazione, potrebbe rivelarsi auspicabile uno stimolo all’economia con denaro pubblico. Come è avvenuto nel 2020, quando i governi sono stati costretti a misure straordinarie, che hanno spinto i consumi e il rimbalzo delle Borse.
Calcio, il grande malato
Nonostante gli allarmi provenienti dal Golfo, ha comunque suscitato un grande scalpore la mancata qualificazione della nazionale italiana di calcio per la prossima Coppa del Mondo. Una cosa è certa: non si tratta di una casualità, dato che ci troviamo di fronte alla terza eliminazione consecutiva. Il risultato di Bosnia-Italia ha confermato quello che, in fondo, si sapeva già: il calcio italiano è diventato un grande malato. Molti sono i motivi di questa decadenza. Tra questi, le scelte dei procuratori e il loro costo, che impediscono a una parte delle giovani promesse di proseguire nella carriera. Ma anche l’abitudine, da parte di alcuni genitori, di versare contributi alla società in cambio di una tacita assicurazione di un posto in squadra per il figlio. Il che ostacola le scelte basate sul merito. In alcune situazioni, invece che puntare sullo scouting di talenti, spesso si preferisce “l’uovo di oggi”, precludendo la formazione a potenziali campioni di domani. Vedendosi ostacolati nella loro crescita, molti ragazzi abbandonano il pallone e si dedicano ad altri sport: questo potrebbe aver contribuito al tramonto del calcio giovanile e al contemporaneo boom di altre discipline, con i conseguenti brillanti risultati olimpici delle ultime edizioni. Cambiare si può, rendendo trasparenti i criteri di accesso alla formazione calcistica e puntando maggiormente sulla crescita dei singoli atleti. In questo modo si potrebbe sfruttare l’onda dei ragazzi di seconda generazione già arrivata da tempo in Inghilterra, Francia, Germania e, più recentemente, in Spagna. Sta, naturalmente, al sistema calcio saper riconoscere i nuovi Dembelé, Musiala e Yamal in erba, e seguire passo passo la loro crescita sportiva e umana.
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I mercati navigano a vista
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati sembrano potersi rilanciare dopo la fase più dura, che da inizio anno ha portato lo S&P a -7% e le Borse europee a -10%. Impossibile prevedere i prossimi movimenti; finora è possibile affermare che la correzione c’è stata, ma non si è rivelata così violenta come la situazione attuale avrebbe potuto far credere. Ancora una volta, gli indici europei si sono dimostrati resilienti. Ed è bastata la dichiarazione di Donald Trump sulla durata della guerra (che, ha detto, non si protrarrà oltre due o tre settimane) per favorire un calo del petrolio e, di lì, la fiammata delle Borse. Anche di quelle asiatiche, perché il Far East è la zona del mondo che dipende maggiormente da petrolio e gas di importazione: in particolare, dopo una discesa rilevante, il Nikkei ha chiuso l’ultima seduta a oltre +5%.
Percezione di provvisorietà
Gli indici cercano quindi di captare qualsiasi segnale positivo (o anche vagamente interpretabile come tale) per provare a uscire dal pantano e abbozzare tentativi di rimbalzo. La precedente dichiarazione di Trump su una possibile fine delle ostilità entro il prossimo 6 aprile aveva permesso alle Borse di recuperare le perdite; passato l’effetto-annuncio erano tornati i ribassi, rovesciati a sua volta da una sorprendente inversione a U (sempre originata da un discorso del presidente americano, come abbiamo ricordato). E la tendenza positiva sembra poter proseguire. Ma, come è facile capire, siamo in una fase di estrema provvisorietà, e la forza che le Borse hanno dimostrato più volte non è sempre in grado di evitare rovesci e arretramenti. In altri termini, si naviga a vista, cercando di limitare i danni e di sfruttare ogni minima occasione per riguadagnare terreno. L’imperativo è, dunque, quello di vivere alla giornata. E, una volta finita la guerra, di dimostrarsi pronti a cogliere le opportunità e a sfruttare il probabile rimbalzo poderoso che ci si attende a fine conflitto. L’esempio più vicino in ordine di tempo è quello del Covid, che ha depresso le Borse, per poi lasciar spazio a un violento balzo in avanti. Dopo le crisi viene spesso il sereno, che porta con sé le opportunità per rimpinguare il portafoglio. Quando le Borse scendono di una percentuale vicina al 10%, è spesso consigliabile aggiungere qualche investimento, per poi rivenderlo quando il mercato sale.
Il nodo di Hormuz
La vera preoccupazione non è tanto la possibilità che si verifichino nuovi ribassi fisiologici delle Borse, quanto il rischio di inflazione dovuto alle restrizioni di transito a Hormuz. Il blocco (parziale) dello stretto contribuisce in senso decisivo al continuo innalzamento del prezzo del petrolio, oltre al rincaro della quotazione del gas.
Ma non è solo una questione di greggio e di metano. Da quel braccio di mare sono infatti solite transitare anche altre materie prime, oltre a elementi che servono sia per l’industria agroalimentare (fertilizzanti su tutti), sia per quella chimica. Alla lunga, impedire alle navi di trasportare questa merce potrebbe portare a problemi gravissimi. Per il mondo occidentale, con un’ondata di inflazione difficilmente controllabile. Ma ancora di più per l’Africa: un blocco delle navi che trasportano materie prime alimentari rischierebbe di rallentare l’approvvigionamento alle industrie e la produzione agricola, proprio all’inizio della stagione di semina. Con i rischi di penuria, se non di carestia, per le popolazioni locali, e i possibili sconvolgimenti provocati dalle conseguenti migrazioni di massa. Ma il maggiore rischio di inflazione potrebbe avverarsi se, dopo un lungo periodo di restrizioni al passaggio marittimo, Hormuz tornasse rapidamente in piena efficienza: in questo caso, infatti, si verificherebbe una corsa per accaparrarsi le scorte, che provocherebbe una crescita incontrollata dei prezzi. Con i relativi guai per i cittadini: a goderne sarebbero solo i Paesi indebitati, per cui l’inflazione è spesso un toccasana.
Bond o azioni?
Per l’Italia, Moody’s ha alzato le previsioni di inflazione dall’1,8% al 2,1%, mentre la crescita 2026 sarà, sempre secondo l’agenzia di rating, dello 0,7% (-0,1% rispetto alle previsioni precedenti). Per proteggersi dai rischi in un simile quadro, i bond possono non rappresentare la scelta migliore. Le obbligazioni sono un parcheggio temporaneo di liquidità, ma non offrono più rendimenti allettanti. I bond governativi hanno perso un po’ dall’inizio della guerra, ma già prima le loro performance erano abbastanza basse; le obbligazioni societarie, da parte loro, soffrono invece gli spread governativi ristretti. In questo quadro il posizionamento sul comparto obbligazionario è pertanto consigliabile solo se accompagnato da un’attenta gestione attiva dell’investimento. Piuttosto che accaparrarsi i bond, è quindi più consigliabile puntare sull’azionario, aspettando il tempo propizio per investire sui settori attualmente penalizzati. Come il settore finanziario, che è sceso più dell’indice e ha sofferto parecchio, ma già ora sta provando una risalita, forse anche in previsione di dati trimestrali positivi. A fine guerra, il settore potrebbe tornare a correre, regalando molte soddisfazioni agli investitori. Ottime anche le prospettive del settore infrastrutture petrolifere, già in spolvero, e che nei prossimi anni sarà premiato per i ricavi provenienti dalle riparazioni degli impianti danneggiati e dalla costruzione di nuovi oleodotti.
Oro, in vista un assestamento?
Oro e argento, da parte loro, tentano di rimbalzare, anche se i massimi storici sono molto lontani, e difficilmente raggiungibili, almeno a breve termine. I due metalli sono stati oggetto prima di “realizzo” da parte dei risparmiatori, forse spinti dal bisogno di affrontare la crisi con denaro contante, poi dai Paesi arabi, che hanno ceduto una parte delle loro riserve per finanziare questa crisi. Oro e argento, dunque, potrebbero aver raggiunto una quotazione abbastanza stabile. Un po’ come il franco svizzero che, dopo essere salito a quota 1,11 sull’euro, ha invece fatto qualche passo indietro, fino a 1,08, per poi risalire leggermente a 1.09. La moneta elvetica è comunque sempre vicina ai massimi e ha evitato un ritracciamento simile a quello dell’oro, anche per le dimensioni ridotte del suo impiego.









