2026, la grande incognita dei tecnologici

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse hanno iniziato il 2026 proseguendo il trend positivo di San Silvestro, e non sono state toccate neppure dell’attacco americano in Venezuela, confermando il segno più alla riapertura. Il fenomeno mostra ancora una volta che – come abbiamo spesso ripetuto – i listini hanno sviluppato anticorpi molto forti contro le pesanti incertezze causate da turbolenze, geopolitiche e non. Il periodo di crisi causato prima dal Covid e poi dalla guerra russo-ucraina ha dunque contribuito a “vaccinare” le Borse, che sono così riuscite a passare indenni altri momenti molto sfavorevoli; anche lo scivolone post-dazi di aprile, che inizialmente sembrava aver messo alla prova la resilienza dei mercati, è stato recuperato in un paio di mesi. Ciò, ovviamente, non significa che non si debba rimanere in guardia dai rischi di nuove crisi sullo scacchiere mondiale; al contrario, i mercati dovranno sempre tenere antenne puntate e prestare la massima attenzione. Tuttavia, i listini sanno difendersi molto di più rispetto a quattro anni fa: da ottobre 2022 le Borse ignorano maggiormente i segnali geopolitici e guardano solo alla crescita e agli utili, spostando il loro orizzonte sul lungo periodo.

Cambio di leader

Per ora, dunque, si può prevedere un mercato 2026 costruttivo e positivo – magari non come l’anno scorso, a causa della maggior volatilità, ma comunque in crescita. Una grande differenza fra il 2025 e l’anno appena iniziato sembrerebbe l’affermarsi di una tendenza alla maggior omogeneità fra i vari comparti: mentre il 2025 è stato spesso caratterizzato da periodi di marcata rotazione settoriale, ora sembra più probabile che gli indici borsistici si muovano un po’ più all’unisono. Probabile anche un cambio di “maglia gialla” al vertice del gruppo: il 2025 ha visto una prevalenza dei mercati europei, mentre quest’anno a trainare la crescita potrebbero essere le Borse americane; ci si aspetta comunque una correlazione stretta fra i due poli, che dovrebbero fare entrambi bene. Come anche il Nikkei, che ha le potenzialità per reagire positivamente alla politica di moderato rialzo dei tassi decisa dalla banca centrale. La strategia valutaria vedrà invece gli Stati Uniti impegnati ad ammorbidire nuovamente la stretta monetaria, mentre ci si aspetta immobilismo da parte della Bce. Un’incognita prevista è quella legata al ciclo elettorale americano, specialmente se, come sembra, il Congresso rafforzerà una maggioranza di segno opposto a quella dell’amministrazione in carica.

Intelligenza artificiale: nuovi record o bolla?

Incerto il futuro borsistico delle aziende tecnologiche – soprattutto quelle che si occupano di intelligenza artificiale. In questo settore, da molto tempo in grande spolvero, sono stati convogliati centinaia di miliardi di dollari in investimenti, rendendo indispensabile un ritorno economico adeguato. In presenza di utili in grado di giustificare l’ingente impegno finanziario, questi titoli facilmente saliranno ancora. Altrimenti il valore in Borsa calerà. Insomma: il quadro sembra aperto anche alle soluzioni più divergenti, dalla possibilità di nuovi massimi al rischio bolla. Una piccola spia rossa è già comparsa a fine 2025 e ha riguardato Oracle: è bastato che, proprio a causa degli investimenti sull’intelligenza artificiale, i ricavi si attestassero al di sotto delle previsioni per causare un arretramento significativo delle azioni. Se dunque si verificasse un rallentamento generalizzato degli investimenti delle grandi bigtech sull’intelligenza artificiale, il settore potrebbe rallentare, frenando a sua volta la crescita economica.

Finanziari, preziosi e automotive

Un’altra incognita è rappresentata dai titoli finanziari, che l’anno scorso hanno spinto le Borse di Milano e di Madrid sul tetto d’Europa. Il 2026 di queste azioni potrebbe rivelarsi più tranquillo, riservando magari qualche soddisfazione a chi investirà su selezionati titoli bancari. Hanno invece tutte le potenzialità per crescere ancora i titoli collegati ai metalli preziosi: attualmente c’è molta volatilità sull’argento, con fluttuazioni fra il 3% e il 4%, ma alla fine sembra quasi scontato un grafico in forte crescita, capace di raggiungere i 90 dollari fra 12 mesi. E’ molto probabile che l’argento continui a correre più dell’oro, in grado comunque di arrivare il prossimo dicembre ai massimi, forse oltre i 5.000 dollari l’oncia. Per questo, sembra corretto mantenere i titoli dei metalli preziosi. Iniziando magari a investire anche sul settore automobilistico europeo, penalizzato dal green deal negli ultimi tre anni e ora, con il dietrofront della Commissione Ue, protagonista di un ritorno al centro del palcoscenico. A proposito di automotive, ha fatto parlare il sorpasso “in frenata” di Byd nei confronti di Tesla. Il gruppo di Elon Musk ha infatti chiuso il 2025 con 1,64 milioni di veicoli consegnati, a -8,3% rispetto all’anno precedente, mentre Byd ha archiviato l’esercizio con 2,25 milioni di auto vendute. A causare il cambio al vertice, i prezzi decisamente più abbordabili dei veicoli prodotti dalla casa cinese, che può anche sfruttare un maggior coinvolgimento del mercato europeo sulle auto elettriche, in rallentamento negli Stati Uniti.

Obbligazionario

Infine, uno sguardo all’obbligazionario. I Treasury americani, di cui è attesa un’emissione 2026 di 1,7 milioni di dollari (quasi pari al pil italiano), sembrano mantenere rendimenti interessanti (i decennali sono ancora oltre il 4%), ma risentono di un rischio di cambio molto forte. Attualmente, il rapporto euro-dollaro è posizionato oltre 1,16; difficile capire se scenderà intorno a quota 1,15 o si spingerà sopra 1,20; quest’ultima opzione sembra comunque più probabile. Per questo motivo, i bond a stelle e strisce non sono remunerativi come sembrano, dato che rischiano di guadagnare per interessi e perdere nel cambio. L’obbligazionario offre da parte sua poco spazio, soprattutto il governativo: con un rendimento del 2%, che poi al netto dell’inflazione ne restituisce poco più della metà, il settore garantisce sicurezza, ma non performance. Le obbligazioni corporate, invece, promettono performance inizialmente superiori a quelle dei titoli di Stato.

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Mercati, ancora trading range. Mentre i bitcoin crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il dicembre delle Borse si è aperto con un trading range al ribasso, già constatato alla fine del mese precedente. Un lieve movimento, ma meno preoccupante di quanto molti temano: di fatto, il 2025 è ormai praticamente finito (i giorni di apertura delle Borse sono rimasti una ventina) e i mercati fanno piccole manovre per assestarsi, prima arretrando e poi provando cauti rimbalzi. Difficile che questa fase di stanca sia qualcosa di più preoccupante di un normale su e giù: le Borse hanno dimostrato di saper recuperare quei cali ciclici del 2%-3% che si sono verificati di tanto in tanto. Siamo, lo ripetiamo, a fine anno: chi ha approfittato degli utili può aver pensato di portare a casa qualcosa. Hanno influito sulla leggera incertezza anche le crisi geopolitiche, l’attesa dei dati americani del post-shutdown e delle decisioni della Federal Reserve sui tassi. Il mercato ha già scontato il taglio di 25 punti base: una retromarcia della Fed sarebbe dunque una sorpresa negativa. Improbabile, ma non impossibile, dato che l’inflazione Usa è ancora sopra il 2,5%.

Le preoccupazioni Bce

Ha avuto invece un influsso quasi nullo il monito della Banca Centrale Europea, che nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria ha paventato un rischio di correzione dei mercati azionario e obbligazionario. Tuttavia, dalle parole di Luis De Guindos, vicepresidente della Bce, sembrerebbe che il momento molto favorevole che ha contraddistinto i mercati fino a non molto tempo fa possa nascondere un’insidia “dietro l’angolo”. Tre i rischi evidenziati dal rapporto. Primo, le valutazioni molto alte dei titoli, soprattutto di quelli dell’intelligenza artificiale: il timore di restare fuori da parte degli investitori hanno causato un forte rialzo dei titoli, ma prima o poi, afferma la Bce, potrebbe verificarsi un improvviso aggiustamento (anche se – precisa la banca centrale – non si ravvisano similitudini con la bolla di inizio millennio). Secondo punto critico, i rischi legati ad alcuni bilanci di Paesi europei. Terzo, i dazi, di cui si parla meno, ma i cui effetti possono ancora colpire le aziende e, di riflesso, il settore bancario, a causa del rischio di credito nei confronti delle imprese esposte alle tariffe doganali di Donald Trump. Come detto, le Borse europee non si sono fatte influenzare da questo rapporto, che rimane un’opinione come un’altra. Sono almeno tre mesi che le banche centrali lanciano avvertimenti pessimistici, ma finora non è accaduto nulla di drammatico, né al mercato obbligazionario, né tanto meno a quello azionario. Intendiamoci: l’effetto dei dazi e dei debiti pubblici sull’economia è reale e sulla tecnologia ci sono valutazioni molto forti e “tirate”, che dovranno essere confermate da crescita di fatturato e di utili; se ciò non avvenisse, i rischi potrebbero rivelarsi reali. Ma sul mercato, in generale, attualmente non ci sono valutazioni da bolla. E’ quindi lecito essere ottimisti sul 2026, che nonostante la volatilità alta potrebbe assestarsi su una crescita annuale fino all’8%. Poco in confronto agli ultimi anni, ma tutto sommato niente male. Dicembre è solitamente un mese di attesa, in cui i più staranno fermi. Eccezione può rivelarsi il titolo Mps, che ai livelli attuali può promettere guadagni: è infatti facile che il tonfo assurdo seguito all’inchiesta per aggiotaggio possa essere recuperato del tutto in tempi brevi.

La (parziale) retromarcia di Trump

I dazi, come si è visto, fanno ancora paura, ma un po’ meno di prima. Trump ha infatti deciso di fare alcuni passi indietro; l’ultimo è lo stop alle tariffe su circa 200 alimenti, in gran parte prodotti solo fuori dagli Stati Uniti, fra cui tè, caffè, cacao, arance, pomodori, succhi e frutta tropicale. Il presidente americano ha motivato la decisione come conseguenza di accordi siglati con alcuni Paesi dell’America Latina, ma è chiaro che sulla marcia indietro ha pesato il vortice dell’inflazione alimentare: l’aumento dei prezzi (a due cifre per beni come carne bovina e caffè in polvere) ha creato tensioni tra i cittadini statunitensi: quando la merce rincara, difficilmente poi torna indietro, anche se le tasse doganali vengono eliminate. Il malcontento degli americani si è già osservato in alcune elezioni locali e potrebbe amplificarsi alle votazioni di mid term. Un vero incubo per il presidente degli Stati Uniti. L’Italia, finora, non è stata toccata dal “colpo di spugna” trumpiano, ma ogni passo verso l’attenuazione delle tariffe rende lecita qualche timida speranza. In ogni caso, non sono i dazi sul cibo a preoccupare l’Italia, ma quelli – al 50% – su acciaio e alluminio.

Bitcoin in rotta

Prosegue il trend ribassista dei bitcoin, con ripetuti tentativi di rimbalzo. Il realizzo degli early adopter ha contribuito a innescare una forte correzione. La crisi sembra assumere il carattere di una vera e propria fuga, che ora pare coinvolgere anche gli Etf. Il calo della “regina delle criptovalute” può impressionare per le sue dimensioni, ma non stupire più di tanto. Perché il bitcoin non è altro che un asset ad alto rischio, e non può entrare nella maniera più assoluta nella categoria dei beni rifugio, già presidiata da oro, argento e franco svizzero. A posteriori, anche l’ok della Fed agli Etf in criptovaluta è stato un azzardo, per l’opacità dello strumento. Una caratteristica che li rende fragili ogni volta che si manifesta un’avversione al rischio.

Il caso Airbus

Nei giorni scorsi Airbus ha richiamato circa 6.000 aerei A320 a causa di una vulnerabilità del software alle radiazioni solari. Il difetto è stato riscontrato in un programma fornito da Thales (ma, a quanto ha affermato Airbus, il problema non è di responsabilità di questa azienda). Il gruppo francese non ha fatto a tempo ad aggiornare con procedura d’urgenza gran parte degli aeromobili che si è presentato un altro problema, questa volta legato ai pannelli della fusoliera (in questo caso, la responsabilità sarebbe di un subfornitore). La notizia ha spinto i titoli Airbus a -11%, poi solo parzialmente recuperati. Occorre precisare che le temute cancellazioni massicce di voli non si sono fortunatamente verificate. E’ però vero che oggi siamo completamente nelle mani della tecnologia, e dobbiamo fidarci, sperando che non ci abbandoni o non ci mostri la sua fragilità.

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Borse, ancora su e giù. Ma i mercati non crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per due volte nel giro di pochi giorni, le Borse hanno fatto quanto si suol dire tutto e il contrario di tutto. E questo è particolarmente vero per il Nasdaq. Un mercato che sembrava tonico ha inaspettatamente corretto in maniera brusca, per poi tornare in alto sulle ali dei titoli tecnologici americani.
A brillare particolarmente è stata Nvidia, che ha archiviato il terzo trimestre con un fatturato pari a 57 miliardi di dollari e un utile di 31,91, pari a 1,30 dollari ogni azione. I numeri, ben superiori alle aspettative, sembrano mitigare le paure di bolla per l’intelligenza artificiale che – con una certa dose di esagerazione – si erano diffuse nelle scorse settimane. Piuttosto, il settore Ia è molto magmatico, come si conviene alle discipline che stanno spiccando i primi passi (anche se da gigante): voci di alleanze tra colossi e di ulteriori innovazioni si rincorrono, evitando qualsiasi rischio di rilassamento o di noia tra gli osservatori. Per esempio: le recentissime indiscrezioni sulle trattative fra Meta e Alphabet, con il gruppo di Facebook che sarebbe intenzionato a utilizzare i chip IA di Google dal 2027 in avanti, hanno causato un crollo delle azioni Nvidia, con un successivo recupero, ma solo parziale. C’è da scommettere che le indiscrezioni sull’intelligenza artificiale continueranno a proliferare, e non mancheranno le maxi-operazioni nel comparto.

Come uno stress test

Da questa situazione caotica emerge paradossalmente una buona notizia: nonostante i ripetuti ed eterogenei allarmi, il mercato non crolla; la volatilità è particolarmente alta, ma gli investitori sembrano mantenere la calma e mostrare nervi saldi. In altri termini, non ci sono le premesse per un tonfo a due cifre. Le condizioni attuali assomigliano quasi a una situazione di stress test, con cui si cerca di sondare le possibili reazioni dei mercati retail a sollecitazioni forti. Come quelle geopolitiche, particolarmente articolate. Ma anche l’incertezza sul taglio dei tassi Fed a dicembre, operazione che fino a pochi giorni fa sembrava improbabile e ora appare tutto a un tratto possibile.

Fed, in evidenza il partito pro-tagli

Il cambio di approccio nei confronti dei tagli a dicembre ha potuto verificarsi grazie alle dichiarazioni di tre esponenti della Federal Reserve, che hanno aperto alla possibilità di effettuare questa operazione: il membro del board Christopher Waller (secondo cui la mossa sarebbe giustificata dalla debolezza del mercato del lavoro), la presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, e il suo omologo di New York, John Williams. Le tre esternazioni hanno catturato l’attenzione delle Borse: quelle europee, in particolare, procedono caute, cercando di fare fine tuning sulle reali intenzioni di Jerome Powell. Che proceda o no a dicembre (e, a questo punto, sembra probabile che lo faccia), la Fed probabilmente opterà per due tagli di 25 punti base ciascuno entro fine giugno 2026. La Bce, invece, potrebbe mantenersi stabile per almeno sei mesi, a meno che l’economia non mostri improvvisi segnali di crisi. L’Europa ha ormai centrato l’obiettivo di inflazione, mentre gli Stati Uniti sono ancora un po’ sopra target.

La pace piace

Piazza Affari, a questo giro, ha evidenziato un calo, raggiungendo una performance inferiore alla media delle Borse europee. La responsabilità risiede nello stacco delle cedole, che ha fisiologicamente favorito la fase orso. Ma a tenere banco sono stati i due piani di pace per l’Ucraina, presentati rispettivamente da Stati Uniti e Commissione Europea per l’Ucraina. Piani che, a quanto pare, sono graditi ai mercati occidentali, anche se in Europa si segnala un calo del settore difesa. Il gas, da parte sua, scende dopo molto tempo sotto i 30 euro al megawattora e il petrolio arretra (il Brent è di poco sopra i 60 dollari al barile, il Wti addirittura sotto). Al momento non si può prevedere se, in caso di pace, i commerci tra Europa e Russia torneranno alla normalità; tuttavia, sembra che il mercato prenda in considerazione questa eventualità. Oro e argento continuano il loro ballo sulle montagne russe, ma ad apparire particolarmente interessanti sono le azioni legate ai due comparti, che rendono più promettente un investimento in titoli del settore (per esempio, quelli legati alle miniere d’argento) che non ai due metalli “fisici”. Nelle cripto, continuano le vendite da parte dei primissimi compratori, che stanno realizzando l’enorme plusvalenza accumulata in questi anni. E il valore di bitcoin e compagnia ne risente in negativo. Di lì a teorizzare che il settore non sia in salute, però, ce ne passa. Anche perché a un venditore corrisponde sempre un compratore. E dove c’è un compratore, c’è un investimento, soprattutto se l’acquisto avviene a prezzi comunque stratosferici, anche se inferiori a un po’ di tempo fa.

Qualcuno volò sul nido delle bigtech

Intanto, da New York, giunge una notizia inattesa: la big pharma americana Eli Lilly ha superato la capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari. E’ la prima società del settore farmaceutico (e la seconda non tecnologica, dopo la Berkshire Hathaway di Warren Buffett) a sfondare questa soglia psicologica. Più in generale, sarebbe utile seguire il comparto pharma, che ha trascorso un paio danni di sottoperformance e ora potrebbe spiccare il salto. Con l’aumentare del reddito e della crescita si apre più spazio per la spesa sanitaria e i medicinali, soprattutto quelli per malattie e disturbi legati al benessere: non per niente, Eli Lilly è specializzata in farmaci contro l’obesità e le sue conseguenze e il diabete di tipo 2. Proprio il settore farmaceutico, insieme ai titoli argentiferi, è tra i candidati a una buona performance per il 2026, che – qualora l’anno in corso si chiudesse a questi livelli – evidenzierebbe ottimi margini di crescita.

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Borse senza una direzione precisa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo i voti favorevoli del Congresso e la firma del presidente Donald Trump, lo shutdown più lungo della storia americana si è ufficialmente concluso. Ora, gradualmente, si rimetterà in moto la gigantesca macchina organizzativa federale, con la riassunzione dei dipendenti provvisoriamente licenziati e la pubblicazione dei dati macroeconomici bloccati dal lungo stop. Primi tra tutti quelli sull’occupazione, fermi alle comunicazioni relative ad agosto, e il cui aggiornamento su settembre è previsto a breve.

Su e giù

La fine dello shutdown ha dato slancio alle Borse, ma per poco. I mercati hanno infatti archiviato presto la vicenda, tornando a concentrarsi su tre nodi: le crisi geopolitiche, i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale e le preoccupazioni sulle prossime mosse della Fed che, anche a causa del blackout sui dati economici pubblici derivanti dallo shutdown, potrebbe rinunciare ai tagli dei tassi previsti a dicembre. La decisione cambierebbe i piani dei mercati, che avevano già previsto un intervento, ma sarebbe anche sintomo di un’economia in ripresa, senza la quale è onestamente difficile mantenere la stretta monetaria. In ogni caso, le montagne russe sono proseguite fino a fine settimana, con un recupero del Nasdaq che ha spinto anche Piazza Affari a una parziale rimonta dopo ore di forte calo. Tuttavia, lunedì mattina è giunto il contrordine: Wall Street è crollata. Né per l’onda lunga dello shutdown, né per i problemi geopolitici: a causare la picchiata è stata soprattutto la strategia di Peter Thiel, il cui hedge fund ha sorprendentemente venduto le sue partecipazioni in Nvidia per 100 milioni di dollari, senza aspettare gli imminenti risultati del gigante dei semiconduttori. L’operazione ha rinfocolato il nervosismo e i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, affossando le Borse americane. Il risultato lo abbiamo già anticipato: il crollo di Wall Street. E questo nonostante l’investimento da 5 miliardi di dollari che Berkshire Hathaway ha effettuato in Alphabet. Un’operazione che, in condizioni normali, avrebbe spinto le Borse americane, più per motivi psicologici che per altro; il titolo del gruppo che controlla Google capitalizza 3.000 miliardi, e l’investimento della società – che ha ancora 340 miliardi sul suo conto corrente – è percentualmente molto basso, anche se enorme agli occhi del cittadino comune. Occorre anche ricordare che il gruppo presieduto da Warren Buffett aveva ridotto di molto la posizione sia in Apple, sia in altre aziende, e da qualche gruppo è anche uscita completamente. Il crollo di Wall Street ha influenzato il calo (non così drammatico, però) delle Borse europee.

Bolla Ia: sì o no?

Il nervosismo per il sell off di Nvidia è pienamente giustificato (se Thiel lo ha fatto ci sarà un motivo), ma i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale sembrano per lo meno esagerati: almeno per ora, infatti, queste paure non hanno un fondamento logico, se non i soliti condizionamenti psicologici. A oggi, sembra di non riscontrare numeri “da bolla”: occorrerà, ovviamente, osservare l’andamento dei titoli e gli utili delle big per poi rifasarsi. E’ certo che il monitoraggio dei tecnologici dovrà essere effettuato con molta attenzione: oggi il mercato americano vale due volte il Pil, contro il 78% dell’Europa e il 38% dell’Italia. Ecco: nel 2005, gli Stati Uniti evidenziavano una percentuale dell’80% – simile, cioè, a quella attuale del nostro continente. I protagonisti del balzo, è persino inutile ricordarlo, sono i titoli tecnologici, cresciuti enormemente. E la cui forza è iperconcentrata; su 27mila miliardi di dollari, 9.000 sono in mano a tre persone – il che fa emergere una crescita disorganica.

Saltano gli schemi

Probabilmente, dovremo farci l’abitudine: sembrano saltati tutti i parametri, e il rischio più grande è l’imprevedibilità dei mercati. Persino i bitcoin, per cui qualcuno prevedeva un lungo futuro di magnifiche sorti progressive, sono rovinosamente franati sotto i 90.000 dollari, per poi attestarsi di poco sopra a questa soglia. Anche in questo caso, il fenomeno è stato causato, o almeno favorito, da una campagna di sell off: per la prima volta dalla sua creazione, il bitcoin è stato infatti oggetto di vendite massicce da parte di alcuni early adopter, che avevano accumulato fortune incredibili e si trovavano in mano una ricchezza non ancora monetizzata in valuta reale. L’oro, da parte sua, è sceso per poi abbozzare un tentativo di recupero appena sopra quota 4.000 dollari l’oncia. L’unico bene rifugio che continua a macinare record è il franco svizzero, che sale sia sull’euro, sia sul dollaro; il rapporto tra la moneta unica e il biglietto verde si mantiene invece all’insegna della stabilità, intorno a quota 1,16.

Il nodo Taiwan

Mentre le crisi geopolitiche dominano la scena, si manifesta un altro allarme in Estremo Oriente. La crisi diplomatica tra Cina e Giappone su Taiwan ha raggiunto picchi pericolosi dopo le dichiarazioni della premier nipponica, Sanae Takaichi, che ha fatto filtrare la possibilità di un intervento militare di Tokyo nel caso in cui Pechino decidesse di attaccare Taipei. La Cina ha quindi inviato la guardia costiera a pattugliare un gruppo di isole amministrate dal Giappone, ma rivendicate sia dalla Cina, sia da Taiwan (il loro nome è Senkaku per i primi, Diaoyu per i secondi e Tiaoutay per i terzi). Nel mentre, Pechino ha sconsigliato ai suoi cittadini di visitare il Giappone – privando il Sol Levante di un numero di turisti vicino al 25% del totale – e ha persino posticipato l’uscita di due film giapponesi. La schermaglia tra i due paesi ha depresso il Nikkei, che in precedenza era salito proprio per le grandi aspettative riposte nella nuova premier, in economia molto vicina a Shinzō Abe – ma in politica estera, come si è visto, ben più aggressiva. Se la crisi non dovesse rientrare potrebbe aprirsi un nuovo, deleterio capitolo in grado di acuire ulteriormente i nodi geopolitici che affliggono il mondo. Un capitolo che sembra già mettere alla prova le Borse di tutto il mondo, espandendo i suoi effetti dal Nikkei agli altri mercati, occidentali e non.

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Il mondo è sottosopra. Ma le Borse non si scompongono

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Stiamo davvero attraversando un periodo molto complesso dal punto di vista internazionale. A partire dalla fulminea avanzata delle milizie jihadiste in Siria, che hanno conquistato Damasco a pochi giorni dall’inizio del loro attacco. Per proseguire con l’imbarazzante annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali in Romania, con cui la corte costituzionale, sulla base di semplici sospetti relativi ad attività su TikTok, ha dato un colpo di spugna sul processo democratico. Preoccupa anche la crisi di governo in Francia, con la caduta del governo Barnier, che ha aperto una crisi inedita a Parigi, peggiorata ulteriormente dalla precaria situazione economica e dall’impossibilità di convocare le elezioni fino a luglio 2025.

I mercati non reagiscono

Il cocktail tra situazione geopolitica e crisi economica avrebbe le potenzialità per mettere in ginocchio un toro. Ma le Borse sembrano avere gli anticorpi per superare indenni queste gravi difficoltà. Anzi: i mercati crescono. Un esempio su tutti, decisamente paradossale, è quello del Dax: nonostante la recessione e la crisi politica in Germania, il più importante indice azionario tedesco evidenzia un andamento da record, spinto da titoli tecnologici, finanziari e industriali. Non hanno fermato la corsa del Dax verso i massimi neppure i cali dei titoli automobilistici, da tempo nella tempesta. Anche Milano è andata per la sua strada: pur non raggiungendo i massimi, Piazza Affari ha infatti recuperato, soprattutto grazie alle buone prestazioni dei finanziari.

Auto: osservata speciale

Senza le prestazioni negative del settore auto, probabilmente le Borse correrebbero ancora di più. Ma anche qui occorre fare alcuni distinguo. Se le chiusure degli stabilimenti in Germania influiscono in maniera devastante sui titoli, non si può dire altrettanto di Stellantis in Italia. Perché, dopo il tonfo seguito alle dimissioni di Carlos Tavares, il titolo della casa olandese ha pian piano recuperato, riassestandosi a Piazza Affari quasi sui livelli precedenti all’addio dell’ex amministratore delegato. Il valore dei titoli del comparto è comunque ridimensionato: proprio per questo, le azioni automotive potrebbero rivelarsi il cavallo su cui puntare per i prossimi investimenti. Alcuni rumours, oltretutto, rivelano che la spinta verso l’elettrico potrebbe esaurirsi già nel 2025. Secondo queste voci, il primo semestre dell’anno sarà molto duro per il settore, ma poi inizieranno le marce indietro dei governi di tutto il mondo. Europa compresa, dove ci si attendono da una parte il ritorno degli sgravi e dei nuovi contributi per chi acquista auto, dall’altro il ritorno all’endotermico e all’ibrido, accompagnato da studi per sfruttare combustibili alternativi e dal basso impatto ambientale. Con l’esclusione, come detto, dell’elettrico (che oltretutto ecologico non è): un po’ il ruolo devastante che il green deal nella sua versione radicale ha ricoperto nella crisi industriale tedesca ed europea, un po’ l‘impossibilità di trovare l’energia necessaria per alimentare un numero così forte di auto elettriche potrebbero infatti convincere anche la Commissione Ue a un passo indietro. Persino la Cina, che dalle e-cars ha da guadagnare parecchio, sta ridefinendo le sue strategie di mobilità, proprio per la difficoltà di alimentare tutte le vetture elettriche circolanti nel Paese.

Il riposizionamento degli spread

Novità dagli spread, unico ambito che ha risentito in maniera particolare del momento negativo che sta passando la Francia. E’ infatti cresciuto il differenziale tra i titoli di stato transalpini e quelli tedeschi, toccando quota 90 prima di ripiegare su numeri meno preoccupanti, mentre è sceso sotto quota 110 il rapporto Btp-Bund. Per un certo periodo, i due valori si sono avvicinati molto, dando l’impressione di potersi agganciare: sembra che gli investitori che hanno alleggerito la loro posizione su Parigi si siano approvvigionati dei nostri bond per rimpiazzare quelli francesi. E’ anche inutile dirlo: se il differenziale tra Italia e Germania fosse salito così rapidamente come quello transalpino, a Francoforte sarebbero scattati tutti gli allarmi rossi presenti nell’Eurotower. Intendiamoci: la difesa della posizione francese è più che mai corretta, ma ci si sarebbe aspettato un eguale zelo anche quando nella stessa posizione c’era l’Italia. Perché quando si difende un Paese membro – un qualsiasi Paese membro – si difende prima di tutto l’Europa.

Il record dei bitcoin

Ha suscitato scalpore il record stabilito dai bitcoin, che a 16 anni dalla loro comparsa, hanno raggiunto picchi difficilmente pronosticabili. A titolo di esempio, poco più di due anni fa, sul blog della Bce era comparsa una previsione fosca per la criptovaluta: secondo gli autori dell’articolo, i bitcoin avrebbero conosciuto “un ultimo sussulto indotto in modo artificiale prima di avviarsi all’irrilevanza”. Erano i tempi del crac Ftx, che ora sembrano un’altra epoca della storia. E’ però utile ricordare i due “motori” che hanno messo il turbo alle criptovalute: in primo luogo il successo degli Etf sui bitcoin, che hanno rappresentato il 50% di raccolta netta per un gigante come Blackrock; dall’altra, le dichiarazioni entusiastiche di Donald Trump, che ha anche cooptato il cripto-esperto David Sacks nel suo governo. A fare scalpore è stato il cambiamento di prospettiva del presidente eletto degli Stati Uniti: nel corso del suo primo mandato, il tycoon si era schierato in maniera inequivocabilmente contraria al mondo “cripto”, in difesa della centralità del dollaro. A contribuire all’ottimo momento dei bitcoin – per cui ora si profilano persino investimenti statali – è anche l’effetto-moda. Che occulta una domanda più che legittima: che cosa sono davvero le criptovalute? La risposta non è ancora pervenuta, ma i loro picchi positivi e negativi ci suggeriscono che, in realtà, non si tratti d’altro che di investimenti ad alto rischio. Se e quando si trasformeranno da asset digitali ad attività fungibili, forse il loro ruolo sarà più chiaro.

Foto di Elena Mozhvilo su Unsplash


Intesa e Unicredit rilanciano le Borse

Dopo una settimana anonima, gli utili delle due maggiori banche italiane hanno messo il turbo a Piazza Affari. Ora il mercato sembra tornare verso i valori registrati a marzo. Retromarcia Fed: sempre meno probabili i tagli dei tassi Usa

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il tandem Intesa-Unicredit fa ancora il botto. Le due banche hanno raggiunto ottimi risultati: 2,3 miliardi di utile netto per il gruppo guidato da Carlo Messina (in linea con il target di 8 miliardi previsto a fine anno) e 2,6 per quello capitanato da Andrea Orcel, con gli obiettivi rivisti al rialzo (le stime trimestrali erano di 2,1). Entrambi gli istituti hanno ricevuto elogi dagli analisti e, naturalmente, sono stati premiati in Borsa all'apertura di questa settimana. Così Piazza Affari, trainata ancora una volta dai titoli bancari, ha ripreso a marciare dopo le incertezze della scorsa settimana. E' tornato il sereno e il mercato si sta dirigendo verso i massimi toccati a marzo.

Trading range al rialzo

L'andamento della Borsa, però, non cambia: siamo ancora in regime di trading range al rialzo. Non solo in Italia e in Europa, ma anche (e soprattutto) negli Stati Uniti, dove gli ottimi risultati di Wall Street si devono soprattutto ai titoli tecnologici. Un piccolo intoppo si è registrato in Francia, che risente del calo dell'utile nel primo trimestre 2024 archiviato da Société Générale. Anche se l'indicatore è calato meno rispetto alle attese.

Retromarcia Fed

Mentre Wall Street brinda, appare sempre più improbabile un taglio dei tassi in tempi brevi da parte della Federal Reserve. Nell'ultima riunione, la banca centrale americana ha lasciato il costo del denaro tra il 5,25% e il 5,50%, motivando la scelta con l'inflazione ancora alta. Che a maggio non ci fosse spazio per una sforbiciata era ampiamente prevedibile. Ma ad allarmare la comunità finanziaria è il mood uscito dalla riunione Fed, che è stato interpretato come una possibile retromarcia sull'avvio di un trend di riduzione del costo del denaro. "Non ci aspettiamo", recita a proposito un comunicato della banca centrale statunitense, "che sia appropriato ridurre i tassi quando avremo più fiducia sulla traiettoria dell'inflazione verso l'obiettivo del 2%". Il che può significare tutto e niente. Si è quindi diffuso il timore che i tassi restino invariati fino a fine anno, o che addirittura aumentino. Un'eventualità, quest'ultima, che è stata respinta dalla stessa Fed: le attuali restrizioni, ha detto il suo presidente Jerome Powell, sono sufficienti per raggiungere il 2% di inflazione, rendendo "improbabile" un rialzo dei tassi. Ricordiamoci poi che il 2024 è un anno elettorale: più facile, quindi, che si verifichi un piccolo taglio, magari dello 0,25%, piuttosto che un ulteriore aggravamento. Ma non ci si può attendere molto di più: con un'economia solida e un'inflazione più alta del previsto non ci sono i presupposti per un calo importante del costo del denaro. Certo è che gli Stati Uniti potrebbero chiudere l'anno con un deficit di bilancio compreso tra l'8% e il 9%. Una situazione che Washington si può permettere perché stampa moneta: se gli Usa fossero parte dell'Ue, e si dovessero quindi attenere ai parametri di Maastricht o al fiscal compact, con questi dati sarebbero sicuramente espulsi dall'Eurozona.

Valute e materie prime

Proprio lo squilibrio della bilancia commerciale americana sta spingendo l'euro verso lo 1,08 rispetto al dollaro. Molto lentamente, però, dato che il rapporto tra le due valute è stabile, con una volatilità infinitesimale. Il petrolio si è invece riassestato in una fascia più neutrale, anche se il mancato cessate il fuoco a Gaza ha invertito la tendenza e ha fatto registrare un nuovo trend al rialzo del Brent. Più tranquille le materie prime: dopo essersi spinte in alto per motivi geopolitici e per la crescita, pur moderata, della domanda cinese, le loro quotazioni hanno fermato la corsa. Anche l'oro, che aveva guadagnato molto, ora ha un po' rallentato.

Btp Valore 4, il solito successo

E' partito il collocamento del Btp Valore 4, che solo nella prima mezz'ora di contrattazioni ha totalizzato ordini per 370 milioni di euro. Il successo di questi strumenti dipende naturalmente dal permanere dei tassi a livelli alti, e la quarta emissione viene vista come la probabile ultima occasione per investire in titoli di stato prima dei tagli. A influire sulla grande popolarità dei Btp Valore sono stati anche gli ottimi rendimenti - che hanno attirato non solo risparmiatori retail, ma anche investitori wealth - e la campagna di marketing che ha accompagnato le quattro emissioni. Ne è dimostrazione la crescita della percentuale di debito pubblico detenuta dai privati, passata dal 5% del 2023 al 10% attuale.

Dalla hard alla soft Brexit?

Con la risoluzione 22 dello scorso 2 maggio, l'Agenzia delle Entrate ha fatto chiarezza sui dettagli dell'accordo fiscale retroattivo che stabilisce la reciprocità fra Italia e Gran Bretagna sui rimborsi Iva. In futuro, fra Londra e l'Unione Europea potrebbero essere firmati altri protocolli di vario tipo oltre a quelli già in vigore con Bruxelles e con i singoli Stati, portando a un lento allentamento delle rigide maglie tessute dalla Brexit. Anche se, naturalmente, un ritorno di Londra nell'Ue è assolutamente impensabile. Il processo di riavvicinamento tra Gran Bretagna e Ue sarà sicuramente favorito dalla quasi scontata vittoria del partito laburista alle prossime elezioni generali. L'avanzata dei Labour è stata anticipata dalle consultazioni amministrative di alcuni giorni fa, le peggiori in 40 anni per i Conservatori, capaci di perdere circa la metà dei seggi locali nel 2021. La legge concede al premier Rishi Sunak la decisione sulla data delle prossime elezioni: non è escluso che l'inquilino di Downing Street attenda ancora qualche mese prima di comunicare quando sarà rinnovata la Camera dei Comuni, nella speranza che un calo dell'inflazione (già in corso) possa favorire un parziale recupero dei Conservatori.

Bob, che pasticcio

Fra meno di due anni si svolgeranno i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, ma non si sa ancora dove si terranno le gare di bob, slittino e skeleton. Tutto questo perché i lavori relativi alla pista del capoluogo ampezzano hanno preso il via con un fortissimo ritardo e il tempo stringe. E stringe davvero. Anche perché il Comitato Olimpico Internazionale ha respinto ogni soluzione dell'ultimo minuto: o il luogo di gara sarà realizzato entro marzo 2025, oppure le medaglie delle tre discipline sportive saranno assegnate altrove. La deadline è molto difficile da rispettare, dato che "mai prima d'ora una pista è stata costruita in così poco tempo", ha detto ai microfoni della Radio Svizzera di lingua italiana il direttore esecutivo dei Giochi Christophe Dubi. "Se la pista sarà omologata nel marzo 2025, sarà sicuramente utilizzata per i Giochi Olimpici", ha sottolineato Dubi. Altrimenti, "non ci saranno più deroghe". In caso di ritardi nei lavori“, ha proseguito, "si dovrebbe decidere di sospenderli e di non procedere all’omologazione. Quindi, ovviamente, ci troveremmo in una situazione assolutamente terribile perché i lavori sarebbero iniziati, ma non potremmo utilizzare la pista. Questo è lo scenario peggiore ". La logica dice che sarebbe saggio rinunciare subito. Perché il rischio di costruire una pista che non sarà utilizzata porterebbe a un enorme spreco di denaro. Ma, anche se l'impianto dovesse farcela per il rotto della cuffia, rischerebbe poi di trasformarsi in una cattedrale nel deserto. L'esempio di Cesana, la pista di Torino 2006 inservibile non molto tempo dopo la chiusura dei Giochi, parla da sé. Meglio quindi optare per St Moritz, che ha un circuito perfettamente funzionante e che necessiterebbe solo di qualche lavoro di illuminazione notturna, nel caso in cui le gare fossero previste oltre il tramonto. La vicinanza della località grigionese a Milano e a Bormio è un ulteriore elemento a favore della sua candidatura. In questo caso, l'investimento per la costruzione tardiva della pista di Cortina, attualmente previsto di oltre 80 milioni di euro, potrebbe essere dirottato per usi più urgenti e utili. La lista è lunga, molto lunga.

Foto di Mathieu Stern su Unsplash


Tecnologici in grande spolvero

Tornano a galoppare i titoli legati all'innovazione, che sostengono i listini americani con un rally robusto, forse eccessivo. Piazza Affari, invece, è stata tenuta a galla dai bancari ma ha subito il calo degli energetici. Il rischio geopolitico fa paura, ma finora la situazione resta ampiamente sotto controllo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Wall Street sta assistendo a un ritorno di fiamma dei titoli tecnologici, che stanno letteralmente sostenendo la Borsa americana. Questo rally, che ha contraddistinto l'inizio del 2024, è forte, e forse un po' eccessivo. Ma alla fine i mercati vanno a rotazione, e questo è il momento in cui a brillare sono i tecnologici. Il trend proseguirà o rallenterà in funzione degli utili, che via via vengono comunicati.

Un annuncio sbagliato

Mentre Wall Street è “tirato” dalla tecnologia, Piazza Affari ha assistito all'ennesima performance dei titoli bancari, ma anche al rallentamento degli energetici. Per spiegare quest'ultimo fenomeno, non basta la crisi del Mar Rosso che, anzi, per ora non ha un impatto forte come ci si aspetterebbe sui titoli energy. Ci sono, dunque, anche dinamiche interne. Come nel caso di Eni, il cui titolo è stato penalizzato dalla dichiarazione di Giorgetti: nel fine settimana, il ministro ha annunciato il collocamento sul mercato di 2 miliardi di euro di azioni Eni. Un errore clamoroso: solitamente, certe operazioni prima le si fa, poi le si annuncia. Altrimenti, nessuno compra più quei titoli fino al collocamento.

Sotto i 30.000 punti

Ieri, comunque, Piazza Affari ha fatto una breve puntata sotto la soglia psicologica del 30.000 punti. Nulla di drammatico: solamente scostamenti abbastanza gestibili per un indice che gira circa a nove-dieci volte gli utili attesi. La Borsa di Milano sta rifiatando, ma non ci si potrebbe stupire più di tanto se, una volta digerito il boom dello scorso anno, tornasse a sfruttare uno spazio di salita che è nelle sue potenzialità. Fino ad allora, mantenere le posizioni è sempre la strategia più consigliabile: il momento di comprare in maniera importante potrebbe arrivare se il ribasso si portasse oltre il 5%. Cosa peraltro non ancora avvenuta. Sui bond, invece, la soluzione migliore sembra quella di rimanere lunghi di duration.

Pop Sondrio, compratore in vista?

Tornando alle aziende di credito, sono ricorrenti le voci su Banca Popolare di Sondrio. L'istituto retico è stato l'ultima Popolare a diventare spa, dopo aver lottato per sei anni contro la trasformazione forzata decisa nel 2015 dal governo Renzi. Ma ora la banca, diventata contendibile dopo il cambiamento obtorto collo della ragione sociale, è molto interessante anche perché risulta tuttora l'istituto di credito meglio gestito degli ultimi 20 anni. Alcuni rumours hanno indicato Unicredit come possibile interessato a rilevare Pop Sondrio, ma il ceo Andrea Orcel ha negato in modo chiaro l'acquisto di azioni dell'istituto valtellinese. Certo è che Piazza Gae Aulenti, prima di fine anno, comprerà quasi sicuramente qualcosa. Difficile, però, intuire le possibili mire del colosso milanese.

Tassi: la luce in fondo al tunnel?

Dal lato tassi, finalmente si parla di un piano di arretramento. Dopo un balletto di dichiarazioni contrastanti da parte dei vari leader delle banche centrali, Christine Lagarde ha provato a dettare la linea, aprendo all'allentamento della stretta monetaria. Ovviamente, con molta prudenza. Per la presidente della Bce il calo del costo del denaro, su cui scommettono i mercati, è ora “probabile”, anche se “non posso sbilanciarmi", ha detto a Bloomberg Tv. "A meno che si verifichi un altro grave shock, abbiamo raggiunto il picco", ha comunque assicurato. Tuttavia, “dobbiamo restare restrittivi per tutto il tempo necessario". La strategia di Christine Lagarde – non abbiamo mancato di ricordarlo più volte – è stata a più riprese criticabile (lo ha affermato persino più di metà dei dipendenti Bce, che in un sondaggio del sindacato Ipso ha giudicato la sua presidenza “scadente” o “molto scadente”). Tuttavia, almeno in questa situazione, la sua indecisione è comprensibile. A causa della crisi del Mar Rosso, come abbiamo avuto modo di ricordare, un ritorno di fiamma dell'inflazione non è un'ipotesi così campata per aria, mentre l'economia europea (soprattutto quella tedesca) è in crisi. Una nuova situazione da “Scilla e Cariddi” difficile da sbrogliare: sarebbe imbarazzante per le banche centrali abbassare i tassi a causa della crisi economica proprio mentre l'inflazione torna a salire per la crisi di Suez. C'è solo da augurarsi che ogni decisione sia presa in modo rapido e reattivo e non - come è avvenuto quando è stata avviata la stretta monetaria - dopo settimane di tentennamenti, paure e ripensamenti.

Mercato unico dei capitali

Christine Lagarde ha anche insistito su un suo vecchio pallino: il mercato unico dei capitali, che aveva già caldeggiato due mesi fa al Congresso Bancario Europeo. Questo obiettivo, ha affermato la presidente Bce, non significa “eliminare le sedi di mercato rappresentate da Francoforte, Parigi, Milano o Dublino”, ma “portarle sotto un unico meccanismo, un unico insieme di regole e una sola autorità, come abbiamo fatto con la vigilanza bancaria”. Ma il vero punto è un altro: anche un mercato unico dei capitali sarebbe insufficiente. Perché o l'Europa è davvero una federazione e agisce come un Paese, con un bilancio federale approvato a Bruxelles e una vera unione fiscale, oppure rimarrà un'idea incompiuta.

L'esternazione di Dombrovskis

L'insistenza sul mercato unico dei capitali potrebbe essere anche una riaffermazione della volontà, da parte della banca centrale, di spingere per il Mes, ancora bloccato dall'Italia. Un argomento, quello del meccanismo di stabilità, che è stato affrontato apertamente da Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Europea e commissario al commercio, nella sua dichiarazione “a gamba tesa” contro la manovra finanziaria italiana. L'intervento di Dombrovskis, piuttosto irrituale, è stato smorzato da un portavoce della Commissione, che ha parlato di “errore di traduzione”, assicurando che la posizione dell'esecutivo europeo sulla legge di bilancio italiana non è cambiata dallo scorso novembre. Sarà. Ma non è così campato per aria pensare che la “bacchettata” di Dombrovskis sia il classico discorso “a nuora perché suocera intenda”: criticare, cioè, la manovra per spingere l'approvazione del Mes.

Panetta: “rimpatriare le aziende delocalizzate”

Ha fatto molto parlare l'intervento del governatore di Bankitalia Fabio Panetta al comitato esecutivo dell'Abi. Il numero uno di Via Nazionale ha affermato che l'economia italiana sarà praticamente ferma per il prossimo triennio. “Prevediamo che il 2023 si sia chiuso con una crescita del Pil dell'Italia intorno allo 0,6%-0,7% e che la crescita sia al di sotto dell'1% per il 2024 e intorno all'1% per il 2025”. Occhio al Mar Rosso: se ora non ci sono impatti, ha detto, “non si possono escludere in futuro.” Per contribuire al miglioramento della nostra economia, ha aggiunto, converrebbe un piano di rimpatrio in Italia (o almeno all'interno dell'Ue) delle aziende che hanno delocalizzato. “Abbiamo un terzo del Paese con un costo del lavoro più basso, una domanda non soddisfatta”, ha detto il governatore. L'appello di Panetta è assolutamente condivisibile. Se un Paese non dispone di aziende che lavorano sul proprio territorio, non ha il controllo della filiera produttiva e, nello stesso tempo, non crea posti di lavoro, impoverendo i cittadini e indebolendo la domanda. Sicuramente, per facilitare il reshoring, occorrerebbe intervenire finalmente sui lacci e lacciuoli burocratici, che non rendono attrattiva il ritorno delle imprese in territorio nazionale. E, magari, l'arrivo di altre aziende extra-europee.

Foto di James Yarema su Unsplash


Primo semestre, Piazza Affari leader europea

La Borsa di Milano ha smentito con disinvoltura le previsioni negative, tagliando il traguardo di metà anno con una crescita del 19,6%. Merito delle performance dei titoli bancari, ampiamente presenti a Palazzo Mezzanotte. Ma anche…

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Ottima performance per Piazza Affari nel primo semestre 2023. Milano si è infatti imposta come leader europea dei listini, con una crescita del 19% - una prestazione che non si vedeva dal settembre del 2008. Palazzo Mezzanotte si lascia dietro le Borse di Madrid (+16,6%), Francoforte (+16%), Parigi (+14,3%) e Amsterdam (+12,3%).

Pronostici smentiti

La crescita della Borsa di Milano smentisce le previsioni dei sedicenti esperti finanziari, che avevano previsto risultati al ribasso e che hanno ampiamente dimostrato di non saper leggere i dati. A spingere la performance sono essenzialmente tre fattori. Il più importante è la forte presenza, nel listino milanese, di titoli finanziari e bancari, che in epoca di tassi di interesse alti hanno guadagnato moltissimo. Negli anni in cui l’inflazione era bassa, gli istituti di credito depositavano la liquidità presente sui conti correnti dei clienti in Banca Centrale Europea, con tassi negativi al -0,50%; ora ottengono risultati importanti, anche perché – nonostante la stretta creditizia - hanno lasciato i conti correnti dei poveri investitori con rendimento zero. C’è però chi si è ricordato del personale: è Intesa Sanpaolo, che ha alzato i bonus per i dipendenti, con l’obiettivo di condividere con loro gli ottimi risultati ottenuti in questi mesi. La seconda causa della prestazione positiva di Piazza Affari è il prodotto interno lordo italiano, che si è piazzato fra i migliori d’Europa, a differenza di quelli francese e tedesco. Infine, ha dato il suo contributo anche la corretta impostazione del governo in tema di programmazione economica. Oltre all’ottimo semestre dei listini, poi, occorre anche evidenziare la buona situazione dei titoli di stato: lo spread naviga fra quota 170 e 175, contro i 205 punti base di inizio anno.

Il recupero dei tecnologici

Nel mondo, però, c’è anche chi ha fatto meglio di noi. Si tratta del Nasdaq, che ha addirittura incrementato il suo valore del 30%, segnando il miglior primo semestre dal 1983. Quando, cioè, Ronald Reagan era alle prese con il suo primo mandato presidenziale. A una prima occhiata, l’affermazione del Nasdaq assume i contorni di un risultato eccezionale. Ma l’impennata dell’indice è ampiamente spiegabile. L’anno scorso, i risultati borsistici americani erano stati trainati al ribasso dalla crisi dei tecnologici. Ora, il listino sta semplicemente recuperando il terreno perduto, sulla scia delle buone prestazioni registrate dalle bigtech e dell’impennata dell’intelligenza artificiale – che però sembra troppo veloce e improvvisa per non farci temere una bolla. A questo bisogna aggiungere la tradizione degli anni pre-elettorali, che solitamente spingono in alto tutte le Borse americane, anche in un periodo, come questo, che ha visto i tassi Usa passare in 18 mesi dal territorio negativo al 5%.

Le prospettive

Tagliato il “traguardo volante” di metà anno, quali sono le prospettive delle Borse per i prossimi mesi? Difficile da prevedere, dato che i mercati, dopo un lungo periodo di trading range, sono improvvisamente tornate a salire. Molto probabilmente, agosto e inizio settembre saranno periodi tranquilli, con una fase stagnante di letargo. Con l’arrivo dell’autunno, invece, potremo intravedere meglio una tendenza possibile per la parte rimanente dell’anno. Per ora, sembra più saggia una strategia di mantenimento del portafoglio. Tra i settori a maggiore possibilità di crescita ci sono i petroliferi europei (con aziende come Eni, la cui valutazione è ancora molto sottodimensionata rispetto al suo valore reale) e ancora vari bancari e assicurativi (primi fra tutti, Intesa Sanpaolo e Generali).

Inflazione in discesa

In Europa, l’inflazione continua a scendere, anche se alcuni settori, come l’alimentare o il turistico, non accennano a fermare i rincari. Soprattutto nel secondo caso, è in atto una speculazione che sfrutta il desiderio di viaggiare degli europei, deflagrato una volta archiviate le restrizioni Covid: è difficilmente spiegabile – se non, appunto, con un effetto speculativo – che in alcuni casi costi di più volare da Milano a Cagliari che non a New York. In ogni caso, c’è un paese in controtendenza: è la Germania, dove – anche a causa dello stop al bonus trasporti – l’inflazione ha raggiunto il 6,4%, crescendo di un decimo rispetto alla rilevazione precedente. Il dato non può che preoccupare: Berlino è il volano d’Europa e insieme all’Italia traina l’industria del continente. Non dimentichiamo poi che l’economia tedesca è messa sotto scacco da due importanti fattori di crisi: le scelte molto discutibili introdotte dall’Europa in materia di mobilità elettrica, che rischia di distruggere l’automotive tedesco (e italiano) e il proseguimento della guerra russo-ucraina, i cui effetti sull’economia colpiscono la Germania più di ogni altro paese europeo. E, a proposito di conflitti, è molto preoccupante la situazione in Francia, che vede da alcuni giorni scontri per le strade delle principali città, violenze diffuse e saccheggi indiscriminati. Oltre al grave problema di ordine pubblico e al timore di “contagi” in altri paesi europei, ne risentirà sicuramente anche l’economia: meno consumi, devastazioni su larga scala e soprattutto stop al turismo, che per la Francia è una voce molto importante. Il tutto si inserisce in un periodo che, come già detto, vede Parigi in difficoltà sul fronte del prodotto interno lordo.

De-risking

Sul fronte internazionale, continua a far parlare l’opportunità di procedere sulla strada del de-risking nei confronti della Cina. Cioè la riduzione della dipendenza europea da Pechino, che è attualmente il primo fornitore mondiale dell’Ue e il suo terzo mercato di distribuzione merci. L’iniziativa, annunciata da Ursula von der Leyen lo scorso marzo, ha fatto passi avanti in questi giorni, e punta a mantenere la Cina nel ruolo di partner importante del commercio con l’Ue, riducendo però la sua presenza nelle aree in cui è coinvolta la sicurezza stessa dell’Unione e dei singoli paesi membri. Sul de-risking si discute proprio in un periodo di contrasti acuti fra Usa e Cina, con l’amministrazione Biden che, secondo i rumours, starebbe pensando di limitare l’accesso al cloud alle aziende cinesi. È davvero possibile una reale azione in grado di limitare la presenza dominante di Pechino nel commercio europeo? E, se sì, in quale misura? Premesso che Cina, Europa e Stati Uniti sono necessari gli uni agli altri, potrebbe rivelarsi utile riportare nell’Ue alcune industrie protagoniste della massiccia delocalizzazione, vera e propria follia che ha pervaso il commercio fra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Per un’economia florida, un paese sovrano ha bisogno anche di imprese di produzione all’interno dei suoi confini. Avere solo imprese di servizi rende vulnerabili nei confronti di eventuali choc endogeni o esogeni

 Linate. Fermata Linate

Infine, una notizia di ieri: a Milano è stata finalmente completata la tratta della metropolitana 4 che collegherà Piazza San Babila con Linate, permettendo ai viaggiatori di raggiungere il centro di Milano dal suo city airport in appena 11 minuti. L’inaugurazione del nuovo tronco della metropolitana dimostra anche quanto fosse miope l’idea – sviluppata in contemporanea all’inaugurazione del terminal 2 di Malpensa – di ridimensionare o addirittura chiudere Linate. Che invece si dimostra uno scalo molto comodo e vicino alla città come pochi altri nel mondo. La metropolitana 4 ha anche provocato, a cascata, un rialzo dei prezzi delle abitazioni lungo il tracciato della nuova linea, che si era già avvertito a inizio lavori e che ora si inserisce in una forbice tra il 7% e il 12%.

Foto di Simon Karemann su Unsplash


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