Salgono i rendimenti dei bond. E le Borse frenano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finan ziari.
Dopo alcuni giorni di tranquillità, ieri le Borse hanno rallentato un po’ dappertutto. Varie le cause della frenata. La principale, a nostro giudizio, è il rialzo dei rendimenti sulla curva titoli governativi, che ha risentito dei problemi di deficit e di finanza pubblica. Il decennale italiano rende ora intorno al 4,05% e quello francese persino di più (4,10%), mentre il Bund tedesco è a quota 3,20% – un livello incredibile, dato che il 1 gennaio 2022 era ancora a -0,30%. In questo modo, le performance delle obbligazioni governative si impongono come serie alternative agli investimenti in Borsa e rendono meno attraenti i listini. Inoltre, i già citati problemi di finanza pubblica causano maggiori oneri finanziari e il rischio di un aumento della tassazione, che giocoforza abbasserebbe gli utili delle società e, di conseguenza, inciderebbe sugli investimenti nei mercati finanziari.
Preoccupazioni dal Golfo
Oltre al rialzo dei rendimenti dei bond, a far rallentare le Borse ci sono altre due cause strutturali. La prima è la scadenza dei 60 giorni di tregua (non rispettata né, finora, rinnovata) fra Stati Uniti e Iran e la complicazione crescente delle trattative riguardanti la crisi del Golfo. A complicare le cose, gli annunci e i controannunci (come la minaccia, proferita da Donald Trump, di bombardare l’Oman dopo l’accordo di Mascate con Teheran) che hanno alimentato la percezione di una fine non imminente delle ostilità. Con logiche conseguenze sui costi delle materie prime: il Brent ha superato quota 90 e il prezzo del gas sulla piazza di Amsterdam è attualmente a più di 60 euro al mwh.
Bolla IA, nuovi timori
Al segno rosso in Borsa hanno contribuito anche i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, rinfocolati da un documento Bce, firmato da cinque economisti dell’Eurotower (Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola). Secondo lo studio, pubblicato sul blog della banca centrale. gli entusiasmi borsistici per l’intelligenza artificiale (negli Usa, ma anche in Europa) rendono molto probabile un futuro storno, che potrebbe riverberarsi negativamente anche sui mercati dell’Eurozona. Al momento, sotto i riflettori dell’IA c’è la quotazione di Anthropic al Nasdaq: l’operazione, prevista per il prossimo autunno, potrebbe superare persino quella (gigantesca) di SpaceX e diventare la maggiore offerta pubblica iniziale di tutti i tempi. Per ora, a parlare sono i dati dell’azienda di Claude, che ha raggiunto, nel secondo trimestre di quest’anno, ricavi preliminari oltre 11,5 miliardi di dollari, contro i 787 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. I numeri, pur impressionanti, non giustificano tuttavia la maxi-valutazione dell’azienda.
Dollaro debole
In questo quadro si inserisce l’indebolimento del dollaro, che veleggia su quota 1,16. Due le ragioni che hanno depresso il biglietto verde: da un lato il deficit americano, che rimane alto per finanziare le guerre; dall’altro la politica dei tassi, che ora sono fermi ma nel prossimo futuro potrebbero alzarsi, e il rialzo dei rendimenti dei bond governativi. Per ora, la moneta americana rimane in area neutrale. Tuttavia, se l’economia Usa dovesse mostrare difficoltà e la guerra proseguisse, non è escluso un approdo verso area 1,20 in tempi medi: tradizionalmente, gli americani reagiscono alle crisi economiche svalutando il dollaro.
Settimana interlocutoria
Agosto, in ogni caso, è ancora nel pieno del suo svolgimento, con il calo strutturale di liquidità e la rarefazione degli scambi. Salvo eventi clamorosi, dunque, dovremmo aspettarci un’altra settimana interlocutoria; poi potremmo iniziare a scorgere i primi segnali relativi ai futuri trend. Forse già prima di fine mese è possibile qualche scricchiolio, che si comincia già a intravedere. I mercati stanno pagando bene da ottobre 2022: prima o poi lo storno dovrà verificarsi. Anche se è impossibile prevederne dimensione e velocità. Ci aspetta un 2027 pieno di ostacoli e di sfide: guerre apparentemente senza fine, geopolitica, banche centrali, elezioni di mid term negli Stati Uniti, crisi migratorie, possibili dimissioni di Christine Lagarde, anticipate per consentire a Emmanuel Macron di svolgere il ruolo di pivot nella scelta del successore prima di fine mandato. Magari proprio le scadenze e le problematiche sempre più all’orizzonte convinceranno vari investitori a portare a casa le performance accumulate, accelerando la correzione delle Borse.
Risiko: il fortino di Lovaglio…
L’estate calda del risiko continua a dettare l’agenda di agosto. A rivelarsi protagonista di questa fase è Montepaschi, nel mirino di Intesa Sanpaolo. Se l’operazione andasse in porto, però, sarebbe alto il rischio di uno smembramento del colosso creditizio senese: una parte (compresa Mediobanca) sarebbe destinata al gruppo guidato da Carlo Messina, un’altra (635 filiali) inclusa nell’operazione gestita da Unipol, che vedrebbe l’integrazione con Bper. A quest’ultima tranche spetterebbe la conservazione della denominazione storica. Lo “spezzatino” non piace a Siena, ma neppure al governo: la premier Giorgia Meloni, in un’intervista a MilanoFinanza, ha auspicato che Mps non venga smembrata (soluzione auspicata anche da Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, che ha però sottolineato l’assoluta autonomia del mercato nella decisione). La moral suasion di Giorgia Meloni è stata particolarmente apprezzata da Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps, che ha insistito sul valore dell’integrità dell’istituto. L’amministratore delegato della banca senese ha proposto l’esempio di una centrale elettrica: “se tu la separi in due“, ha detto, ”non necessariamente le due parti danno lo stesso contributo in termini di energia. E poi il Monte è una cosa particolare: ha un’anima e le anime non si possono separare”. Se Lovaglio cerca di opporsi in tutti i modi all’operazione che vede come preda Mps, il governo tedesco cerca un’onorevole via d’uscita nel dossier Unicredit-Commerzbank. Berlino ha infatti mostrato un’apertura alla cessione del 12,7% in suo possesso, naturalmente a certe condizioni. Tra queste, l’esecutivo tedesco mette la conferma del ruolo rivestito dalla banca nell’economia tedesca, il mantenimento della sede operativa in patria e la conferma del livello occupazionale, importantissimo in una fase in cui sembra messa in discussione la solidità del sistema-Germania.
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Le trimestrali spingono i tecnologici
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le trimestrali, che con pochissime eccezioni hanno premiato le società tecnologiche, spingono in alto le Borse più orientate ai titoli dell’innovazione. Il rimbalzo prima del Nasdaq, poi del Nikkei e del Kospi, tornato in “verde” dopo aver perso circa il 40% in un mese, sono state mosse dalle aspettative dei dati e hanno quindi anticipato la diffusione delle trimestrali. Lo avevamo ricordato più volte: prima di tracciare un quadro completo della situazione si sarebbero dovuti attendere i risultati a giugno 2026: con ottimi dati, anche i listini avrebbero risposto. E così è stato.
Scenario incerto
Ciò, naturalmente, non significa che le Borse d’ora in poi saliranno senza intoppi. Le trimestrali hanno infatti attenuato trend al ribasso che prima o poi potrebbero riemergere con correzioni violente. Nello stesso modo, non è detto che il tanto temuto rischio-bolla sia del tutto scampato. Il primo rimbalzo è solitamente quello più sano, ma potrebbe essere messaggero di buone notizie come di cattive. Perché le bolle si presentano con un andamento a zig zag: prima lo storno, poi il primo rimbalzo particolarmente forte, poi ancora le due forze alternate e sempre più attenuate, con salite meno convincenti che anticipano il crollo. Per ottenere indicazioni più precise, questi due mesi potrebbero rivelarsi molto importanti. Agosto sembra avere un’intonazione ragionevolmente discreta; da settembre rientreranno tutti gli operatori sul mercato e sarà possibile tracciare una previsione più completa. Intanto, chi ha fatto trading sulle correzioni dei titoli tecnologici potrebbe trovare utile vendere metà della posizione, mentre chi ha costruito un portafoglio più strutturale farebbe meglio a mantenere le sue azioni.
Nuove trattative in vista?
Oltre che sui tecnologici, le Borse sono sintonizzate sull’ennesimo tentativo di trattative nel Golfo e sulle nuove speranze di pace. Il nodo è Hormuz: l’obiettivo di Donald Trump è di tornare alla situazione precedente al conflitto, quando lo stretto era liberamente navigabile, senza cioè pedaggi o restrizioni. Il che non è scontato: anzi, fa molta paura la possibilità che ai balzelli a Hormuz si possano aggiungere disagi (o addirittura chiusure) a Bab el Mandeb, lo stretto che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden, controllato dagli Houthi (con le rotte minacciate anche dai pirati somali). Tra le due situazioni ci sono però importanti differenze: l’Iran ha un esercito molto ben armato, su cui la Cina ha investito 400 miliardi in infrastrutture e armamenti; gli Houthi sono un gruppo che dipende mani e piedi da Teheran e che sarebbe più semplice arginare. A far paura è anche il rischio di emulazione: se altri Paesi che controllano strozzature marittime dovessero imitare queste operazioni, il mondo si troverebbe catapultato in un insostenibile sistema di balzelli di tipo medievale. Con una ricaduta insostenibile sui costi di materie prime e fertilizzanti.
Fed, nulla di fatto
Anche la Federal Reserve, come la Banca Centrale Europea, ha scelto la via della stabilità sui tassi: il consiglio ha deciso a maggioranza di non elevare le percentuali, mantenendo la forbice su 3,50%-3,75% (tre su 12 hanno però votato per un rialzo). E’ probabilmente soddisfatto “a metà” Donald Trump, che ha sempre sostenuto un disgelo monetario ma che, visti gli aumenti di prezzi provocati dalla guerra in Iran, può incassare il contentino di veder evitato un rialzo del costo del dollaro. Il mantenimento dei tassi era abbastanza scontato, anche se negli ultimi giorni di luglio il trentennale Usa aveva raggiunto il rendimento più alto dai tempi dei mutui subprime, e la Fed era stata costretta a intervenire.
Che cosa succederà a dicembre? Nonostante i disaccordi interni, è improbabile che la banca centrale alzi i tassi. Lo si percepisce anche dall’indebolimento del dollaro che si è spinto sopra 1,15: quando il mercato avverte un rischio di stretta monetaria, reagisce spesso sulla valuta con un altolà, rendendo più difficile l’aumento delle percentuali.
Risiko, rombano i motori
Si riaccende alla grande il risiko bancario (e assicurativo). Unicredit è salito a poco più del 50% in Commerzbank, e ora l’atteggiamento dei tedeschi è giocoforza cambiato, trasformandosi da inflessibile nein a tentativi di porre almeno qualche paletto. Bettina Orlopp ha invitato il gruppo di Andrea Orcel a dialogare e collaborare, cercando nello stesso tempo di garantire l’autonomia della banca. L’ad dell’istituto di credito tedesco ha parlato di “dialogo costruttivo” e cercherà di evitare il rischio che Piazza Gae Aulenti tratti direttamente con il governo tedesco e i sindacati “saltando” il board. Unicredit potrebbe tornare impegnata su due fronti: la rinuncia di Banco Bpm al tentativo di fusione paritaria con Mps apre a Orcel l’opportunità di riprovarci con Piazza Meda. Mentre, sul fronte senese, si apre un’autostrada per il tentativo di acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo. A meno che riesca la manovra di Luigi Lovaglio, che sta cercando di tornare sull’unione con Banco Bpm, non più come fusione paritaria ma come acquisizione da parte del Montepaschi. Molto dipenderà dalle decisioni di Crédit Agricole, maggior azionista di Piazza Meda. Inutile dire che su Siena resta favoritissimo il gruppo Intesa Sanpaolo. Se la banca guidata da Carlo Messina e Unicredit riuscissero a piantare due nuove bandierine, crescerebbero nell’azionariato di Generali, che sembra il principale obiettivo del grande risiko (tutto questo mentre Thomas Buberl, amministratore delegato di Axa, ha smentito ogni interesse per l’acquisto di quote del Leone).
Baruffe in Fifa
Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha rinunciato al piano annunciato non molti giorni fa, che prevedeva di costituire una società a fini di lucro per gestire la Coppa del Mondo e, soprattutto, di vendere una quota del 20% circa di questa organizzazione a investitori privati. L’opposizione di Uefa (che ha minacciato di boicottare i Mondiali) e Concacaf e il successivo allineamento della confederazione asiatica ai dissenzienti, oltre alle clamorose dimissioni di Carlos Cordeiro, consigliere di punta di Infantino, lo hanno convinto di non avere i numeri. E ora, il capo del calcio mondiale rischia persino il posto, dato che l’anno prossimo si svolgeranno le nuove elezioni, a meno che almeno 43 federazioni chiedano un’assemblea anticipata, in cui proporre un voto di sfiducia. Oltre al tentativo di privatizzare i Mondiali, a Infantino vengono rimproverate le decisioni solitarie e gli accordi segreti intessuti senza coinvolgere le federazioni. La sua è stata una mossa maldestra per fare entrare i privati nello sport più popolare al mondo. Il contrasto che ne è seguito si è inserito nelle frizioni già esistenti tra Fifa e Uefa, molte delle quali hanno riguardato la spartizione dei proventi e l’organizzazione degli eventi. Il modello seguito da Infantino sembrava ispirarsi al gigantismo degli sport americani, con partite sempre più frequenti e interesse concentrato sulle ultime fasi, con tutto il resto relegato a puro spettacolo con poco agonismo. Mentre i prezzi hanno già raggiunto valori esorbitanti, con buona pace degli sportivi.
La nostra rubrica settimanale sull’economia e le Borse si ferma per una settimana. Torneremo on line il 19 agosto. A tutti voi un augurio di Buon Ferragosto!
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Nuovo crollo delle Borse asiatiche
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Calano nuovamente a picco le Borse asiatiche, trascinate dal crollo dei titoli tecnologici legati ai semiconduttori. In particolare, tra le azioni in rosso al Kospi c’è ancora Samsung Electronics. A pagare dazio è probabilmente il rientro brusco dagli eccessi legati alla catena di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale.
Il caso coreano
È particolarmente significativo il caso della Corea del Sud. L’indice Kospi aveva toccato il proprio massimo il 22 giugno, registrando un’impressionante performance di circa il 130% rispetto ai minimi precedenti. La successiva correzione, che nell’ulrimo mese ha riportato le quotazioni indietro di circa il 33%, è stata tanto rapida quanto violenta. Analogamente, Samsung, pur avendo perso una parte consistente dei guadagni, mantiene ancora una performance di circa il 71% dall’inizio dell’anno. Naturalmente, un movimento di questa portata non può essere sottovalutato. La successione di ribassi sta diventando sempre più marcata e rappresenta un segnale che merita attenzione. Tuttavia, se la fase ribassista dovesse arrestarsi agli attuali livelli, il bilancio complessivo rimarrebbe comunque eccezionale, con rendimenti ancora ben superiori alla media storica. Ciò che desta maggiore preoccupazione è soprattutto l’intensità dell’ultima correzione: dopo una salita tanto ripida, anche le prese di profitto tendono a essere proporzionalmente più violente. Nonostante ciò, allo stato attuale appare poco probabile che il Kospi e Samsung possano cancellare integralmente i consistenti progressi realizzati nella prima parte dell’anno.
Sette contro tutti
Il Nasdaq, da parte sua, è in recupero rispetto al mese scorso, ma ancora leggermente sotto i livelli di inizio anno. L’indice tecnologico sta ancora scontando la correzione dovuta alla salita troppo vorticosa dei sette titoli più capitalizzati. Tra questi e il resto delle azioni si è verificata una dicotomia che mostra grafici del tutto differenti: il recupero è da attribuire ai medio-piccoli, mentre i big frenano.
Europa tranquilla
In questa situazione, l’Europa continua ad apparire immune: i tecnologici sembrano influenzare ben poco la dinamica finanziaria del Vecchio Continente, i cui listini contengono in gran parte titoli dell’economia tradizionale. Le Borse europee hanno ben altre arene in cui dimostrare ancora una volta la loro resilienza. In particolare, la crisi del Golfo, con i suoi effetti sulle materie prime: dopo l’escalation, che pur per un tempo limitato aveva sbalzato il petrolio anche oltre quota 100, è ora la volta della nuova sospensione dei raid Usa all’Iran, che ha subito riportato il greggio nella fascia 80/90. E che ha riacceso le speranze che questa guerra finisca. Le Borse, insomma, scommettono su una soluzione della crisi, e su un pur lento ritorno alla normalità. Ricordando sempre che, in condizioni di questo tipo, con i prezzi ci è andata ancora bene: Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, ha puntualizzato che non dobbiamo strapparci i capelli per la benzina a 2 euro, ma ritenerci fortunati che il carburante non sia arrivato a 3, come avrebbe tranquillamente potuto fare.
Il peggio deve ancora venire?
Attenzione però: lo shock petrolifero non è finito. Anzi, potrebbe non essere ancora giunto nella sua fase più problematica. Lo afferma persino la Banca Centrale Europea, che in una nota fa scattare il preallarme: l’incertezza, afferma l’Eurotower, rimane alta, e l’impatto inflazionistico dello shock energetico deve ancora manifestarsi pienamente. In altri termini, sulla crisi di Hormuz e i suoi effetti su Borse ed economia reale potremmo non avere ancora visto il peggio. La banca centrale si pone in osservazione, riservandosi di valutare le conseguenze del vortice energetico. Non limitandosi ai problemi derivanti dal petrolio: il faro della squadra incaricata di tenere sotto controllo i prezzi sarà infatti puntato anche sulle tariffe del gas, ancora molto alte. Soprattutto, aggiungiamo noi, in un quadro che vede la scarsità di scorte per il prossimo inverno, e l’imminente chiusura definitiva degli approvvigionamenti dalla Russia.
Bce ferma
Il monitoraggio Bce riguarda le conseguenze del caro-energia sull’inflazione. Che però, lo ricordiamo ancora, è legata all’offerta: in queste condizioni, una nuova stretta monetaria rischierebbe di creare le condizioni per una fase recessiva. Finora, comunque, l’Eurotower non ha mosso le acque, e nella riunione di luglio ha mantenuto i tassi al 2,25% con una decisione unanime. Non si è dunque ripetuta la mossa al rialzo dello scorso giugno. Si è rivelata errata, almeno finora, la previsione dei mercati, che scommettevano su tre rialzi a breve: solo una nuova impennata duratura del petrolio (e del gas) potrebbe rovesciare questo approccio.
Dazio che viene, dazio che va
Intanto, Donald Trump introduce nuovi dazi in varie parti del mondo (a cominciare da Brasile, Giappone e Australia), questa volta per un presunto scarso impegno contro le importazioni di prodotti realizzati tramite lavoro forzato. Un’accusa respinta al mittente in maniera particolarmente vigorosa dal Brasile, che ha ricordato di essere stato più volte riconosciuto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro per il suo impegno in prima linea contro questa piaga. I tentativi di Trump di trovare nuovi sbocchi per applicare tariffe potrebbero essere gli ultimi: oltre alla sentenza della Corte Suprema americana, si stanno verificando manifestazioni di insofferenza nel Congresso e le elezioni di mid term sono sempre più vicine. Nel mentre, le aziende iniziano a recuperare le tariffe definite illegali dalla Corte Suprema americana. E lo fanno senza particolari ostacoli. Lo ha affermato Jean-Philippe Kohl, vicedirettore dell’associazione delle imprese tecnologiche elvetiche Swissmem, che in una dichiarazione alla Sonntags Zeitung si è detto “sorpreso” di quanto le operazioni di recupero si stiano rivelando relativamente “facili” e “senza intoppi”. Questo non significa che il tira e molla sui dazi non abbia provocato molti problemi ad aziende e Paesi di tutto il mondo. Tra chi è uscito malconcio non c’è, però, l’Italia: per la nostra economia è diminuito il commercio transoceanico di vino, ma, prendendo in esame tutti i settori produttivi, nel complesso sono addirittura aumentate le esportazioni. Il saldo positivo dimostra la forza della nostra industria.
Pogačar rende più ricco il Tour
Il Tour de France appena concluso ha avuto due vincitori: il “marziano” Tadej Pogačar, che ha letteralmente dominato la corsa ponendo il quinto sigillo sulla Grande Boucle, e le casse di Aso, organizzatore della gara. Oggi, la “corsa gialla” vale 150 milioni circa di euro in ricavi fra diritti televisivi, sponsorizzazioni e contributo economico versato dalle località sede della partenza o dell’arrivo di una tappa. Tra gli appassionati sorge però un dubbio: le vittorie di Pogačar e lo spettacolo che questo fuoriclasse sa offrire quasi ogni giorno fanno bene alle casse del Tour e del ciclismo? Oppure il dominio assoluto dello sloveno, che rende molto spesso scontati i risultati delle gare a cui partecipa, finirà per far perdere interesse, e ulteriori guadagni? Propendiamo per il primo scenario. Un fuoriclasse che riesce a emozionare gli spettatori con le sue imprese non può che avvicinare televisioni e sponsor. E suscitare interesse. Lo dimostrano le masse di persone che si accalcano a bordo strada, anche nei giorni lavorativi, mettendo qualche volta in difficoltà (e a rischio) i corridori intenti a scalare una grande montagna. Inoltre, in un periodo in cui, tra Giochi Olimpici e Mondiali di calcio, l’accesso dei tifosi è sempre più caro ed esclusivo, il ciclismo offre nella maggior parte dei casi spettacolo gratuito agli appassionati, dimostrandosi ancora una volta lo sport della gente.
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Mercati cauti, tra escalation e timori di bolla IA
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La nuova escalation nel Golfo ha destato attenzione nelle Borse europee, già concentrate sul futuro dei titoli tecnologici e IA. Tuttavia, l’andamento degli indici resta cauto e prudente, senza particolari scossoni, nonostante l’alta volatilità che contraddistingue i mercati mondiali. A evitare storni importanti, oltre che l’ormai atavica resilienza dei listini, anche le speranze di un nuovo stop ai rombi di guerra, suffragate dalla possibilità di una nuova tregua di dieci giorni.
Dubbi sui tecnologici
La dinamica che guida i mercati sembra insomma simile al classico passo avanti e passo indietro, mentre i Paesi belligeranti hanno palesi difficoltà a uscire dal cul-de-sac in cui sono bloccati. Parallelamente alla tenuta degli indici, prosegue la rotazione settoriale, con comparti (come quello dei semiconduttori) intenti a leccarsi le ferite per le correzioni pesanti che hanno dovuto subire, mentre sembra esserci ancora un po’ di spazio sui finanziari. Vari titoli tecnologici in tutto il mondo hanno lasciato per strada percentuali a due cifre; Samsung, per esempio, è crollato del 30% in un mese nella Borsa coreana, anche se il titolo è ancora a quasi +90% in un anno. Discorso simile per Micron Technology, quotato al Nasdaq, in perdita di oltre il 25% in un mese, ma a fronte di una crescita di oltre 180% in un anno. A proposito di Nasdaq, questo indice è stato protagonista di un rimbalzo, per poi assestarsi. Tuttavia, gli entusiasmi potrebbero presto raffreddarsi: se si osserva l’analisi tecnica, l’indice non sembra impostato bene e ci si potrebbe attendere a breve una correzione al ribasso. Per capire se sarà bolla IA o no, comunque, dovremo attendere almeno sei mesi, se non di più. In teoria siamo in presenza di valutazioni sì alte, ma non folli come nel 2000. Il rischio-bolla potrebbe farsi più pressante solo se in un prossimo futuro i margini dovessero assottigliarsi.
Il gas fa paura
La quotazione del petrolio ha subito l’influenza della nuova escalation e si è alzata, anche se non troppo: il Brent resta nella fascia alta della forbice 80/90 dollari al barile e il Wti in quella bassa. Entrambe si trovano nella classica “terra di nessuno” che non preoccupa (ancora) più di tanto mercati, aziende e famiglie. E’ più inquietante invece il picco del gas al Ttf di Amsterdam, che è pericolosamente vicino ai 60 euro, con il rischio di causare parecchie difficoltà all’economia reale. Certamente, a risolvere il ciclico ripresentarsi dei rincari di petrolio e metano non saranno le ultime indicazioni europee, che sanno di grida manzoniane e che mirano ad accrescere i consumi di elettricità (a scapito, appunto, di fossili e gas) dal 23,4% al 32,3% nel 2030 e al 40% circa dieci anni dopo. Questo obiettivo dimentica che l’elettricità è un vettore e non una fonte di energia. Oro e argento, dopo la correzione forte, navigano invece su prezzi da cui sembra faticoso rimbalzare. Il dollaro si sta infine mantenendo fra quota 1,13/1,15 euro, con andamento piatto da un mese e mezzo, in una fase di equilibrio senza particolari dinamiche.
Poste-Tim, parte l’opas
Dopo la luce verde della Consob è partita il 20 luglio l’opas volontaria e totalitaria di Poste Italiane su Tim. I termini dell’offerta, che si concluderà l’11 settembre 2026, vedono il “gigante giallo” mettere sul piatto, per ogni titolo dell’azienda telefonica, una parte in denaro, che ammonta a 1,67 euro, e un’altra in titoli, pari a 0,218 azioni ordinarie Poste Italiane di nuova emissione. In pratica, saranno corrisposti 835 euro e 109 azioni Poste per ogni pacchetto di 500 titoli Tim. Per avere successo l’opas dovrà raggiungere l’adesione del 66,67% degli azionisti della telco. Altrimenti, ha detto Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, a Radio 24, “si dovrà pronunciare il consiglio”. In ogni caso, il cda Tim ha ritenuto congrua l’offerta. L’approvazione all’unanimità dell’operazione da parte del board, ha scritto a questo proposito Pietro Labriola, ceo della società telefonica, ai dipendenti, si verifica “in coerenza con il percorso di trasformazione intrapreso dal nostro gruppo”. Dal punto di vista industriale, l’operazione ha un suo significato: alla fine è bene che determinati asset rimangano nelle mani di determinati Paesi piuttosto che essere ceduti a fondi di private equity. Tanto più che Poste Italiane è ancora a maggioranza statale, e un’eventuale riuscita dell’opas riporterebbe di fatto la ex Telecom Italia in mani pubbliche.
Mondiali di calcio, ricavi record
Si sono chiusi con la vittoria della Spagna i Mondiali di calcio 2026, la prima kermesse iridata pallonara a 48 squadre, che si è rivelata un affare per la Fifa. Grazie all’allargamento del numero delle partecipanti, il governo del football guidato da Gianni Infantino ha infatti registrato ricavi per circa 13 miliardi di dollari, di cui 8,9 quest’anno. Una cifra ben più alta rispetto alle più rosee previsioni, che ha fatto del torneo nordamericano la Coppa del Mondo più ricca di tutti i tempi. Per avere una pietra di paragone, i Giochi Olimpici 2024 di Parigi hanno reso meno della metà, e cioè 5,2 miliardi. Importo, quest’ultimo, che è di poco superiore ai soli diritti tv di Usa-Canada-Messico 2026, pari a 4,3 miliardi nel quadriennio. Una cifra superiore a 3 miliardi, invece, hanno fruttato i biglietti, oltre 2 in più rispetto alla Coppa del Mondo 2022 in Qatar. Una medaglia che ha anche un suo rovescio: gli stadi, è vero, erano spesso esauriti, ma con un prezzo dei tagliandi molto elevato, e accessibile solo a spettatori molto ricchi. Ora, spinta dai ricavi record che le hanno conferito un potere economico clamoroso, la Fifa potrebbe allargare il prossimo Mondiale a 64 squadre, con più partite, più incassi e più ricavi.
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Le Borse ignorano il bluff di Donald Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Mentre tornano le ostilità nel Golfo, Donald Trump minaccia di applicare alle navi una tassa del 20% del valore economico della merce trasportata, in cambio della protezione Usa per il transito per lo Stretto di Hormuz. La nuova trovata del presidente americano è stata tuttavia accolta dalle Borse come una boutade: gli indici l’hanno praticamente ignorata, classificandola come il “solito” bluff.
Nuovo tonfo a Seul
Intanto si è verificato un nuovo tonfo a Seul, che però (almeno per ora) ha avuto pochi effetti sui mercati. Nonostante le possibili avvisaglie sui titoli tecnologici, il Kospi è ancora sotto controllo, dato il poderoso avanzamento registrato nel 2026. Tuttavia, se il trend continuasse le Borse di tutto il mondo potrebbero iniziare a raddrizzare le antenne, soprattutto se un eventuale grafico in picchiata dovesse toccare soprattutto i titoli Ict e intelligenza artificiale.
Rotazione settoriale
Per il resto prosegue la rotazione settoriale, che rende incerti gli investimenti più focalizzati: i listini europei veleggiano tranquilli e in alcuni casi esprimono prestazioni brillanti, ma ciò dipende dai settori trainanti (ultimamente quello industriale), che compensano quelli in forte calo (come, di questi tempi, il riarmo). In altri termini, se si indovina l’area di investimento è possibile portare a casa buoni margini, ma se la si sbaglia si rischia di perdere il 10% in un attimo. Anche per questo motivo, in questa fase è consigliabile puntare sugli indici e mantenere il mix di portafoglio. In attesa delle semestrali.
“Nulla è più come prima”
Con la nuova impennata, causata dalla nuova fase di instabilità nel Golfo, il greggio ha lasciato la comfort zone della forbice 70-80 dollari al barile per raggiungere la fascia 80-90. Ma a preoccupare maggiormente i consumatori non è il petrolio ma il gas, il cui prezzo è tornato a 50 euro al kilowattora. In un quadro che vede stoccaggi molto bassi e conseguenti rischi su costi pere aziende e famiglie. In generale sembra quindi condivisibile la dichiarazione di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, secondo cui nulla è come prima e la situazione ci obbliga a scelte nuove per il dopo-Hormuz. Tutto vero. Se non che, l’urgenza di una nuova politica per l’energia era chiara anche quattro anni fa: nonostante i rincari in bolletta, le aziende e le famiglie hanno fatto i salti mortali per quadrare i bilanci, e ogni intervento correttivo di qui in avanti, pur doveroso, sarà comunque tardivo.
Intelligenza artificiale energivora
A proposito di consumi, uno studio Surfshark rivela che l’energia utilizzata ogni giorno dalle richieste a ChatGpt basterebbe per climatizzare Bologna, Firenze o Bari. Secondo il rapporto, con il numero globale di richieste che ogni giorno vengono inviate alla sola ChatGpt (2,5 miliardi circa) si potrebbero alimentare circa 200.000 condizionatori per 24 ore. Climatizzando per un giorno una città di medie dimensioni. “Ogni richiesta a ChatGpt produce una quantità stimata di 4,32 grammi di Co2”, ha detto Tomas Ivanaitis, head of data Ai di Surfshark. “L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale rappresenta la parte più rilevante del problema, perché richiede la capacità di un numero enorme di server che consumano elettricità 24 ore su 24, sette giorni su sette”. Che “devono essere raffreddati, e questo processo consuma milioni di litri d’acqua. L’intelligenza artificiale contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra ed è quindi necessaria una maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti nel suo sviluppo e utilizzo. Anche usare l’IA in modo sostenibile nella vita di tutti i giorni è importante”. Il che non significa rinunciare a questa nuova tecnologia, ma utilizzarla con più criterio. Sembra però che questa tematica non sia troppo popolare: quando si tratta di intervenire sul settore automobilistico i fari sono tutti puntati, ma in altri ambiti (intelligenza artificiale, appunto, ma anche criptovalute e voli privati) l’attenzione magicamente svanisce.
‘”Effetto Maradona”
Intanto, si parla ancora di tassi, specialmente alla luce del rischio inflazione causato, ancora una volta, dal caro energia. Se molte previsioni vanno in direzione di una stretta monetaria, a esprimere un parere controcorrente è Jp Morgan, secondo cui la corsa verso il rialzo dei tassi è una sorta di illusione. Per spiegare questo strano fenomeno, la banca d’affari ha offerto un’immagine suggestiva: “Maradona”, ha detto Jp Morgan, “faceva credere di andare da una parte, poi segnava gol dall’altra. Nello stesso modo, le banche centrali affermano che alzeranno i tassi, ma non lo faranno”. L’effetto Maradona, appunto. Lo scenario potrebbe rivelarsi realistico, ma l’analisi serve soprattutto a suscitare attenzione e dibattito. E per farlo utilizza un’immagine forte – quella, appunto, del Pibe de Oro, proprio mentre si avvicina la riedizione di Argentina-Inghilterra ai Mondiali – in grado di incuriosire il lettore.
Italiani, sale il tesoretto familiare
Chi sembra passarsela bene, nonostante tutto, sono le famiglie italiane, la cui ricchezza è cresciuta, dal 2020 a oggi, di 1.600 miliardi di euro, raggiungendo un patrimonio totale di quasi 6.500 miliardi. A svelare questo dato uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), sindacato di categoria dei dipendenti degli istituti di credito. A stupire ancora di più è la natura diversificata dell’allocazione del denaro: soldi sul conto ce ne sono ancora molti, ma si osserva chiaramente la crescita della componente finanziaria (pari a 1.103,3 miliardi in più, +113%). A farsi notare sono anche i fondi comuni e le polizze assicurative. Gli italiani, da tempo risparmiatori, stanno diventando un popolo di investitori? La risposta è no. E’ indubitabile che una parte maggiore del denaro allocato è stata destinata alle Borse, ma è pur vero che la causa sono i rendimenti bassi delle obbligazioni, che giocoforza spostano l’attenzione sull’azionario. Ne è dimostrazione il successo delle aste dei Btp: quando l’investimento sicuro restituisce ancora una certa performance, gli italiani corrono a sottoscriverlo. Non siamo un paese finanziariamente maturo: spesso si spostano capitali sulle Borse senza sapere bene che cosa sia davvero un investimento azionario.
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Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.
Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità
Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.
La volatilità delle materie prime
Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.
Barra dritta
In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.
Siamo alla frutta?
La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.
Google, confermata la sanzione Ue
Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.
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Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.
Dispersione di rendimenti
Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.
Azioni o obbligazioni?
Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.
Petrolio in picchiata, benzina stabile
Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.
Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti
Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.
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Oro e argento: una corsa inarrestabile?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Continua il ping pong dei mercati, che evidentemente non hanno ancora deciso che direzione prendere. Dopo la correzione seguita alle dichiarazioni bellicose di Donald Trump su nuovi dazi nei confronti dei Paesi che sosterranno la Groenlandia, le Borse si sono rasserenate per il mezzo passo indietro del presidente Usa a Davos e hanno provato un timido recupero. A Milano, le banche hanno spinto un leggero rimbalzo, dimostrando ancora una volta che sta proseguendo il trend all’insegna della rotazione settoriale tipico di questi ultimi mesi. Ed evidenziando che, nella pianificazione di eventuali investimenti, è consigliabile una strategia prudente. Potrebbe dunque rivelarsi saggio mantenere le posizioni, senza incrementare, e sfruttare questa fase interlocutoria per studiare le prossime mosse esaminando problemi geopolitici, utili e outlook delle aziende. Puntando comunque sull’azionario, che promette senz’altro performance maggiori rispetto a un obbligazionario ormai normalizzato dall’assestamento dei tassi verso il basso.
Silvermania
Se le Borse navigano a vista, è sempre più clamorosa la corsa dell’oro e soprattutto dell’argento, che ha sbriciolato il muro dei 100 dollari l’oncia. Un traguardo che era previsto per fine 2026 e che invece è stato superato nel primo mese dell’anno. Le crisi geopolitiche (Ucraina, Venezuela e Iran in primo luogo) e la conseguente ricerca di beni rifugio sono sicuramente cause importanti di questo fenomeno ma – ora che le dimensioni dell’avanzata sono impressionanti – non bastano più da sole a spiegarlo. Anche perché gli altri metalli non seguono lo stesso trend, rendendo i due beni rifugio ancora più saldi in questa posizione. E allora? Allora, è molto probabile che dietro ai movimenti folli dell’argento ci sia una componente speculativa, che innesca un rischio-bolla. Molti si ricordano del Silver Thursday, che scosse i mercati giovedì 27 marzo 1980; in quel giorno, un crollo della quotazione dell’argento creò il panico tra gli investitori. A seguito del crack, i fratelli Hunt – petrolieri texani che si erano accaparrati una parte enorme di argento, causando così una reazione che avrebbe portato al crack – persero oltre un miliardo di dollari. Pur salvandosi inizialmente dal default, i fratelli videro progressivamente diminuire il loro patrimonio; anni dopo arrivò il colpo finale: i due furono dichiarati responsabili in sede civile per le loro operazioni tendenti al monopolio. Non ci è dato di sapere se in questo caso si verificherà un calo molto rilevante o una semplice correzione; è però probabile che prima di un eventuale arretramento possa proseguire per un po’ la fase rialzista.
Troppo caro per l’industria
Si è rimarcato più volte che l’argento, a differenza dell’oro, ha anche un’applicazione industriale. Una freccia in più al suo arco, si potrebbe dire. Tuttavia, questa caratteristica inizia a essere messa a rischio dall’impennata del suo valore. Nei moduli fotovoltaici, per esempio, il costo dell’argento ha ormai raggiunto il 30% del totale. In Cina si inizia già la caccia a metalli alternativi, nello specifico il rame, per gli usi industriali. Un argento improvvisamente super-valutato (un anno fa si aggirava sui 30 dollari, ora supera i 100) mette in difficoltà anche i venditori di gioielli: quotazioni simili tagliano fuori la classe media dagli acquisti, spingendola verso la bigiotteria o altre soluzioni più economiche. Questi aumenti sono, in ogni caso, più sentiti negli Stati Uniti che in Europa, dato che la valutazione ufficiale di oro e argento è espressa in dollari e il biglietto verde sta ancora cedendo e avvicinandosi a quota 1.20 sulla moneta unica. Non corre come i metalli preziosi ma sale gradualmente il prezzo del gas, che ha già prodotto una sortita oltre quota 40 euro a mwh. Ancora in fase soft, invece, il petrolio, che veleggia tra i 60 e i 70 dollari al barile.
Faro sulla Fed
Oltre a crisi geopolitiche, utili e outlook delle società, gli investitori sono in attesa della prossima decisione della Fed sui tassi, prevista fra poche ore. Importante anche capire la strategia della banca centrale americana per i prossimi mesi. Il quadro vede gli Stati Uniti superare i 33mila miliardi di dollari di debito pubblico (105.000 dollari per cittadino americano), con un deficit annuale pari al 6%. Ciò significa che nel 2026 gli Usa emetteranno il 50% circa del nuovo debito mondiale.
Il dopo-Powell
Intanto è corsa alla successione di Jerome Powell. Dopo che Trump ha raffreddato la candidatura di Kevin Hassett, capo del National Economic Council dallo scorso anno (“mi piacerebbe” mantenerlo “dov’è”, ha detto), spunta l’alternativa Rick Rieder, esponente di Blackrock: le previsioni del sito specializzato Polymarket, citato del Sole 24 Ore, hanno visto le possibilità del manager balzare dal 6% al 47% in una settimana lavorativa. La scelta di Rieder rifletterebbe la tendenza di scegliere un personaggio vicino a Wall Street, Ciò, però, non deve preoccupare, perchè solitamente, in un istituto centrale e nei suoi rapporti con il potere politico e la finanza, il sistema di pesi e contrappesi funziona. Come hanno dimostrato Powell con l’autonomia sui tassi e Mario Draghi ai tempi del salvataggio dell’euro, un banchiere centrale e il suo board, pur nominati dalla politica, possono lavorare conservando la loro indipendenza.
Nuovi stress test
E’ invece stabile la politica dei tassi Bce, che sembra non aver più intenzione di muovere le percentuali di riferimento – a meno che si verifichi un ritorno dell’inflazione. Risultato: oggi un Btp a due anni rende oltre il 2%, con la curva un po’ inclinata. Se appare ferma nella politica monetaria, l’Eurotower è molto attiva negli stress test nei confronti delle banche sulla tenuta rispetto a rischi geopolitici (in un quadro contraddistinto da minori aiuti pubblici) e attacchi informatici o malfunzionamenti dei sistemi. Dal punto di vista economico, senz’altro le banche sono messe bene, dato che la loro patrimonializzazione – richiesta proprio dall’Europa dopo il disastro Lehman – è eccellente. La medaglia, però, ha il suo rovescio: le normative hanno di molto diminuito l’attività tradizionale di erogazione del credito a famiglie e aziende, che storicamente contraddistinguono la vita delle banche.
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Borse in fase di turbolenza. In attesa della Corte Suprema americana
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse si è aperta con un momento difficile. A scatenarlo, le nuove dichiarazioni aggressive di Donald Trump nei confronti della Groenlandia, la sua lettera al premier norvegese Jonas Gahr Støre (“non mi avete dato il Nobel? E io non mi sento più in dovere di pensare solo alla pace”) e le tariffe aggiuntive minacciate a chi ostacolerà le sue mire su Nuuk, subito controbattute dal bazooka di controdazi minacciati da Emmanuel Macron. Un’arma che però non tutta l’Europa è disposta a utilizzare, e che comunque – data la farraginosità dei meccanismi decisionali Ue – entrerebbe in vigore dopo almeno sette mesi di iter. Nelle minacce di dazi incrociati, almeno finora, non c’è comunque nulla di concreto, ma solo parole: per quanto riguarda Trump, abbiamo imparato a interpretare le sue dichiarazioni roboanti, con cui spesso l’inquilino della Casa Bianca “spara alto”, costruendosi una piattaforma di partenza per avviare i negoziati.
Borse in ripiegamento
Questa volta, si diceva, le Borse hanno barcollato, prendendo probabilmente il pretesto delle nuove esternazioni di Trump per rifiatare dopo un lungo cammino virtuoso.
Lunedì scorso i listini europei hanno lasciato sul terreno chi l’1% o giù di lì, chi lo zero virgola. La discesa è poi proseguita, ma a occhio sembra meno impattante rispetto al maxi-storno del 2 aprile scorso, che ha evidenziato una discesa più rapida e traumatica. Ad attutire un po’ la turbolenza potrebbero essere i dati annuali delle società quotate: i primi bilanci sono positivi, ma le imprese sembrano restie a comunicare le aspettative a fine anno. E anche questo è un freno, dovuto all’incertezza globale.
Il nodo della Corte Suprema
La fase di indecisione durerà probabilmente fino al pronunciamento della Corte Suprema americana, che dovrebbe mettere la parola fine sulla liceità o meno dell’utilizzo dell’International Emergency Economic Powers Act per applicare tariffe doganali. Si tratta di uno snodo importante, che potrebbe rivelarsi indolore solo se i giurati fermassero i dazi, ma “sanando” ciò che è avvenuto finora. Un’eventualità certamente non facile, né probabile, perché occorrerebbe giustificarlo in termini di legge. Se però i magistrati riuscissero a trovare la “quadra”, come si usa dire, eviterebbero il rischio di contraccolpi per l’economia americana (e mondiale) praticamente certi se la sentenza fosse netta, da una parte o dall’altra. Nel caso in cui venisse riconosciuta la liceità dell’intervento di Trump, il presidente americano avrebbe via libera per imporre nuove tasse agli altri Paesi, creando scompensi nelle economie e in Borsa (come abbiamo visto, da aprile a oggi le tariffe sono l’unico fattore in grado di deprimere i mercati). Se invece la Corte Suprema decidesse di respingere in toto i dazi trumpiani, il fisco americano sarebbe costretto a restituire alle aziende coinvolte una somma enorme, con ricadute molto forti sull’economia americana e il probabile calo del dollaro. A meno che la maggior parte delle aziende, per non urtare il presidente, rinunci alle cause in tribunale per riavere il denaro. Uno stop da parte dei giudici americani rallenterebbe anche il risiko che Stati Uniti e Cina stanno giocando sullo scacchiere mondiale, e che ultimamente ha visto le due superpotenze impegnate nell’emisfero di pertinenza dell’avversario: all’annuncio di nuovi investimenti statunitensi a Taiwan in cambio di tariffe al 15% è subito arrivato l’invito alla cooperazione che Xi Jinping ha recapitato al Canada.
Siglato il Mercosur. Ma non è detta l’ultima parola
Ci spostiamo da un estremo all’altro, e cioè dal rischio di nuovi dazi all’accordo-Mercosur, siglato dai rispettivi leader europei e sudamericani. I due pericoli sono, per utilizzare un’espressione usata e abusata, un po’ come Scilla e Cariddi: restrizioni al commercio da una parte, rischi di concorrenza sleale dall’altra. Gli agricoltori fremono, temendo che l’intesa inneschi una crisi esistenziale per il settore e paventando rischi legati alla qualità di frutta, verdura e cereali (ma anche di carne) provenienti dal Sudamerica a prezzi mediamente più bassi. Per non parlare delle norme ambientali e sanitarie meno stringenti che sono in vigore oltre oceano. C’è anche il nodo del Parlamento europeo, che dovrà ratificare l’accordo. Un’eventualità non del tutto scontata, come ha anche ricordato Emmanuel Macron, leader del fronte del “no”.
Sale il gas
Mentre oro e argento continuano a correre, favoriti dalla situazione internazionale caotica e incerta, il prezzo del gas è salito di circa il 30%. Anche in questo caso, le tensioni geopolitiche influiscono; occorre tuttavia ricordare che nell’ultimo periodo si era verificato un calo del prezzo del metano, e che il suo recente aumento non rappresenta ancora un elemento preoccupante. Anche il petrolio è salito, pur rimanendo in una fascia di sicurezza. Certo è che queste impennate, moderate o forti, non fanno che danneggiare la vita quotidiana degli europei, per cui il caro-bolletta è diventato ormai una costante.
Porsche in retromarcia
Ha subito una forte flessione la quotazione di Porsche. L’azienda automobilistica ha risentito in Borsa del calo delle consegne registrato nel 2025, pari al 10%. La società ha buttato acqua sul fuoco, dichiarando, per bocca di Matthias Becker, membro del cda per le vendite e il marketing, che la retromarcia si verifica “dopo vari anni record”: il risultato, prosegue l’esponente di Porsche, è comunque in linea con le aspettative e la diminuzione dipende dalle “carenze di materiali per i modelli 718 e Macan con motore a combustione interna, alla domanda ancora debole di prodotti esclusivi in Cina e alla nostra gestione delle forniture orientata al valore”. Non per niente, l’arretramento nel mercato cinese ha raggiunto il 26%, contro il 13% dell’Europa (Germania a parte). Da questi dati, aggiungiamo noi, emerge una crisi dell’auto di lusso, confermata da Porsche dopo i numeri già comunicati da Ferrari, oltre a un più generalizzato calo di interesse per l’auto tedesca in Cina, Paese con enormi siti produttivi automobilistici dentro ai suoi confini. Byd, per esempio, può disporre di uno stabilimento di 175.000 chilometri quadrati – più esteso della città di Napoli – da cui aggredire i mercati: i cinesi hanno studiato i modelli europei e su di essi si sono ispirati per le loro automobili, che ora vendono in varie parti del mondo, a prezzi più bassi. Certo è che, oltre ad avere una capacità produttiva molto ampia, le aziende cinesi non devono sottostare alle regole europee, un po’ perché sono finanziate da soldi pubblici, un po’ perché la disciplina dei lavoratori contempla una protezione minore – per non parlare della scarsa presenza di vincoli ambientali. Per questo motivo, la Cina, più che partner, è un concorrente aggressivo per i mercati europei.
Lo scontro su Powell non scalfisce i mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee proseguono il loro andamento all’insegna del trading range, che ormai ne caratterizza le dinamiche dallo scorso ottobre. Si è osservata una maggiore instabilità, anche se la situazione è tornata rapidamente sotto controllo; a innescare una pur effimera volatilità non sono stati tanto i venti di guerra in Venezuela, le proteste in Iran o le rinnovate minacce di Donald Trump alla Groenlandia, quanto l’escalation del contrasto fra l’inquilino della Casa Bianca e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, destinatario di un’indagine penale da parte del dipartimento di Giustizia americano. Ancora una volta i mercati si sono concentrati su crescita e utili: se una delle due componenti viene a indebolirsi, uno storno forte è possibile. Ma attualmente non ci sono avvisaglie di questo tipo: per ora, dunque, si osservano calma piatta, volatilità compressa e mercato costruttivo, in attesa di ciò che davvero conta per i listini. Il pronto recupero delle Borse europee e ancor di più di quelle americane, con record per Dow Jones e S&P 500, ha mostrato che i mercati sono ormai vaccinati anche nei confronti degli scontri istituzionali americani. Mentre in Giappone si registra il record del Nikkei, influenzato dalle possibili elezioni anticipate a breve termine.
Lo scontro su Powell
Sul caso-Powell non si è verificato, almeno per ora, lo scenario temuto da Scott Bessent: il segretario al Tesoro Usa, nel consigliare Trump di raffreddare lo scontro, temeva una ripercussione negativa sui mercati (il che, come abbiamo visto, non è avvenuto), ma anche un effetto contrario sull’opinione pubblica, con una crescente solidarietà nei confronti di Powell e il sorgere di più difficoltà nella sostituzione del numero uno Fed prima di fine mandato. Il banchiere centrale (che, ricordiamolo, era stato nominato proprio da Trump) ha affermato che si sta giocando una partita cruciale per mantenere l’indipendenza della Federal Reserve e la sua possibilità di decidere i tassi di interesse senza pressioni di tipo politico. Il che, formalmente, è corretto, anche se la realtà è un po’ differente. Perché la legge americana tutela certamente l’autonomia della banca centrale, ma il capo della Fed è comunque nominato dal presidente e, volente o nolente, deve fare da sempre i conti con i desiderata del partito al potere. Il motivo della strategia di Trump e dell’intensificazione dello scontro con un capo Fed in scadenza (con il suo successore già identificato) potrebbe sostanziarsi nell’andamento lento dell’economia americana (tecnologia a parte) e il bisogno di identificare un responsabile a dieci mesi dalle elezioni di mid term, che, secondo i sondaggi attuali, sarebbero favorevoli al Democratici.
Dazi sì, dazi no…
Un impatto potenzialmente più ampio potrebbe presentarsi se la Corte suprema americana decidesse di smontare, in tutto o in parte, l’architettura dei dazi trumpiani, con il rischio per il fisco Usa di dover restituire, secondo Trump, “molte centinaia di miliardi di dollari”. Insomma: se la Corte annulla le tariffe, ha proseguito il presidente, “siamo spacciati” (in realtà Trump ha utilizzato un’espressione più… colorita). La vertenza, partita da alcuni imprenditori americani e da 12 Stati e arrivata all’ultimo, inappellabile grado di giudizio, è incentrata sull’utilizzo, da parte del presidente, dell’International Emergency Economic Powers Act del 1977, legge che consente all’amministrazione in carica di introdurre leggi in caso di emergenza. Secondo i ricorrenti, le tariffe doganali di Trump non giustificavano un intervento di eccezione come lo Ieepa, e quindi il ricorso a questa misura non sarebbe legittimo; Trump sostiene invece che il fortissimo deficit commerciale americano può essere incluso nei casi che giustificano la proclamazione, da parte del presidente, dell’emergenza nazionale. Se la Corte desse ragione al tycoon, tutto resterebbe come adesso, e Trump avrebbe mano libera per imporre nuove tasse doganali (come quella del 25% appena annunciata nei confronti di “qualsiasi Paese che intrattenga relazioni commerciali” con l’Iran). Se invece i giudici propendessero per l’annullamento, si prevede un flusso di massa di denaro dal fisco alle aziende che hanno pagato dazi. Si parla anche di una terza opzione: lo stop da parte della Corte Suprema, ma con una sorta di “condono” per quanto è accaduto finora. Una sorta di cosa fatta capo ha in versione stelle e strisce. Questa soluzione intermedia eviterebbe rischi per l’economia, ma occorre capire se ha fondamenti legali. Difficile fare previsioni. C’è chi ricorda che la maggioranza dei giurati della Corte è stata nominata da presidenti repubblicani; tuttavia, i componenti del tribunale supremo sono indipendenti, e non devono rendere conto a nessuno, essendo in carica a vita: non per niente i magistrati hanno già smentito Trump nel corso del suo secondo mandato.
Il nodo Mercosur
C’è chi i dazi li vuole mantenere e chi li vuole togliere. L’Unione Europea ha infatti approvato l’accordo di libero scambio con il Mercosur (aggregazione economica sudamericana composta da Uruguay, Argentina, Brasile e Paraguay), non senza un dibattito convulso al suo interno. L’intesa – la cui firma è prevista il 17 gennaio ad Asunción – è stata infatti bocciata da Francia, Irlanda, Austria, Ungheria e Polonia, con l’astensione del Belgio, e ha provocato particolari tensioni a Parigi e rischi per la sopravvivenza del governo Lecornu, oltre alla protesta degli agricoltori. Protesta comprensibile: tra Europa e Sudamerica c’è un disavanzo commerciale fortissimo, e con questo accordo rischiamo di sacrificare la nostra agricoltura senza controllare i protocolli di produzione e salvaguardare gli stipendi dei dipendenti. Come è avvenuto tempo addietro con l’apertura alla Cina, mosse miopi e affrettate rischiano di danneggiare molti business e posti di lavoro.
Lavori in corso
E’ stato inaugurato con i final four di campionato e Coppa Italia di hockey il nuovo palazzetto olimpico di Santa Giulia, nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo. Inaugurato, abbiamo detto, ma non finito: vari spettatori accorsi per assistere alle partite, da una parte sono stati piacevolmente impressionati dall’impianto, dall’altra hanno sottolineato che, a meno di un mese dall’inizio dei Giochi, il palazzo non è ancora finito: cavi e tubi a vista e spogliatoi non pronti hanno dato un’idea di provvisorietà e di lavori in corso. Non bastasse questo, durante la partita d’esordio fra Varese e Caldaro è stato rilevato un buco nel ghiaccio, che ha costretto l’arbitro a interrompere il match per circa cinque minuti. Sicuramente, come di solito accade in questi casi, la corsa contro il tempo sarà ultimata prima dell’inizio della kermesse olimpica. A differenza di quanto accadrà per i lavori viari, soprattutto in Valtellina, ma anche a Milano, che non saranno terminati in tempo. Un’occasione persa, e dovuta anche alle procedure d’appalto lunghe e onerose tipiche della burocrazia italiana, che allungano i tempi in maniera smisurata e impediscono il rispetto delle scadenze predefinite.









