I dazi deprimono le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I dazi del 25% annunciati dall’amministrazione Trump contro Canada e Messico sono stati temporaneamente sospesi poco prima che entrassero in vigore. Tuttavia, la pur effimera notizia dell’imminente guerra commerciale contro i due “vicini di casa” degli Stati Uniti ha fatto a tempo a scuotere le Borse, che poi hanno recuperato, ma solo parzialmente. La paura dei mercati è stata rinforzata dall’annuncio di dazi Usa del 10% per le merci cinesi (con la pronta ritorsione di Pechino: 15% su carbone e Gnl e 15% su petrolio, auto di lusso, macchine agricole e altri beni) e, soprattutto, dall’indiscrezione del Telegraph su un possibile balzello doganale americano del 10% all’Ue, che vanta un surplus commerciale favorevole di 157 miliardi di euro sugli Usa.

Bullismo o tattiche negoziali?

La reazione allarmata dei mercati dimostra che serpeggia una certa paura che Donald Trump faccia sul serio, soprattutto nei confronti dell’Unione Europea. Però è egualmente probabile che le sparate da “bullo” del presidente americano siano in realtà classici bluff per spingere le controparti a trattare su argomenti importanti per il presidente americano. Questa seconda versione sarebbe suffragata dalla sospensione delle misure prima nei confronti del Messico, poi del Canada. Nel primo caso, dopo un colloquio con la sua omologa Claudia Sheinbaum, il presidente americano ha congelato i balzelli per un mese, promettendo l’appoggio ai vicini meridionali nella lotta contro i trust della droga e ottenendo lo spiegamento di 10.000 soldati messicani al confine statunitense, incaricati di bloccare l’immigrazione illegale e il fentanyl. Il contrasto al traffico di “persiano bianco” è stato al centro anche della chiacchierata fra Trump e il premier canadese Justin Trudeau, che ha assicurato all’inquilino della Casabianca l’appoggio nella lotta contro i flussi del farmaco incriminato, concedendo anche l’ok a una forza congiunta contro criminalità organizzata e riciclaggio di denaro.

La Cina non è vicina

Finora non sono stati congelati i dazi annunciati contro la Cina (che, come abbiamo visto, hanno causato una rapida ritorsione), ma il negoziato è in corso. Sicuramente quest’ultimo dossier è il più delicato, perché si inserisce nel braccio di ferro tra Washington e Pechino per il ruolo di prima potenza mondiale. Inoltre, il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è enorme, molto maggiore rispetto a quello detenuto con altri Paesi. Detto questo, in caso di tensioni commerciali con Pechino, un’economia americana in ottima salute rischierebbe di rallentare a causa di spinte inflattive impreviste. La Cina, da parte sua, non è nel suo miglior momento: prima la crisi immobiliare, poi il ritorno di molte famiglie dalle città alle campagne hanno evidenziato la fatica che ancor oggi penalizza l’economia del “gigante asiatico”. E che peggiorerebbe in caso di dazi incrociati.

Europa debole

Se Messico e Canada hanno accettato la trattativa e la Cina sta negoziando su posizioni di parità, l’Europa si sta dividendo tra falchi e colombe. I primi sono fautori della proposta di ritorsioni su settori agroalimentare, superalcolici e alcuni veicoli a motore (Harley Davidson, suv e pick up). I secondi sembrano offrire sul piatto, in cambio della rinuncia al dazio del 10%, l’impegno ad acquistare più armi e ad approvvigionarsi di Gnl dallo Zio Sam, spendendo quattro volte tanto rispetto a ora. L’Europa sembra anche propensa a chiedere all’Italia un impegno di mediazione con gli Usa, grazie anche ai buoni rapporti fra il presidente americano e la coppia Giorgia Meloni-Antonio Tajani, investito ufficiosamente del ruolo di mediatore tra le parti.

Euro debole

Sicuramente, la trattativa conviene a tutti. Come ha ricordato Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, “le guerre commerciali non giovano a nessuno e la nostra priorità è quella di evitarne una”. A titolo di esempio, è interessante citare uno studio Prometeia, secondo cui, in caso di nuovi dazi, solo le imprese italiane potrebbero perdere da 2 a 9 miliardi di dollari, in funzione dei settori coinvolti. Alcuni dei quali, ricordiamoci, sono stati già colpiti da misure protezionistiche della presidenza Trump 1 – misure curiosamente non revocate dall’amministrazione Biden. Già dalle reazioni dei mercati si comprende quanto nuovi balzelli doganali sarebbero distruttivi: i soli rumours – lo abbiamo detto – sono stati capaci di creare panico in Borsa, ma anche di indebolire l’euro, che per un tempo pur limitato ha raggiunto i minimi sul dollaro da due anni a questa parte. Un risultato, questo, che non piace né all’Ue, né a Trump, sostenitore di un biglietto verde debole. Ai massimi storici sulla moneta è invece arrivato il franco svizzero, che poi ha ritracciato. Il timore di una guerra commerciale ha infatti rinforzato i classici beni rifugio; non per niente, anche l’oro ha raggiunto livelli record.

Bank of America: “investite in Europa”

In un contesto di tensioni commerciali fra Stati Uniti ed Europa, i “consigli per gli acquisti” di Bank of America sembrano premiare il Vecchio Continente. Secondo il gruppo di Charlotte, le aziende tecnologiche Usa sono (come noi sosteniamo da tempo) decisamente ipervalutate; per questo motivo, la banca consiglia di investire nelle Borse europee. Soprattutto nel settore finanziario, in forza degli utili e dei dividendi ancora previsti per le prossime scadenze trimestrali.
Con la discesa dei tassi Bce, aggiungiamo, può convenire un acquisto di utility, mentre le azioni petrolifere dovrebbero risentire positivamente dell’approccio pro-oil di Trump.

La Bce ritocca i tassi, la Fed no

Se la Banca Centrale Europea ha tagliato i tassi di 25 punti base, la Federal Reserve è rimasta ferma. Nessuna sorpresa, dunque. Dal board dell’Eurotower, guidato da Christine Lagarde, ci si può aspettare altre due riduzioni piuttosto veloci, per poi ragionare sulle conseguenze delle elezioni tedesche. Le imminenti consultazioni in Germania potrebbero rivelarsi il momento principale del 2025 per il futuro dell’Ue: i risultati definiranno l’economia dell’Unione, ma anche l’umore dei mercati e l’intonazione delle Borse. E, forse, un nuovo approccio per l‘automotive.

Commerzbank alza gli scudi

Fra le vicende che saranno influenzate dal voto tedesco, anche il dossier Unicredit-Commerzbank. Il gruppo di Francoforte ha cercato di giocare d’anticipo e alzare gli scudi, mediante l’annuncio di un nuovo riacquisto di titoli pari a 400 milioni di euro. In forza degli utili record ottenuti, la banca ha anche annunciato il raddoppio delle cedole. Come reagirà Unicredit? Le ultime mosse di Piazza Gae Aulenti – e cioè la crescita al 4,1% nell’azionariato di Generali – sembrerebbero rivelare che Andrea Orcel potrebbe cambiare le carte in tavola. E cioè lanciare una contro-opa su Mediobanca (con il Leone di Trieste come obiettivo finale), mossa spregiudicata che avrebbe molto più senso rispetto all’offerta di Montepaschi. Se ciò si avverasse, Unicredit potrebbe decidere di lasciar perdere Commerzbank o Banco Bpm, o addirittura entrambe. Certo è che l’approccio vivace di Orcel trasforma il risiko bancario in una partita di poker su più tavoli.

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Stellantis: en attendant Renault?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Che Carlos Tavares non sarebbe rimasto al timone di Stellantis fino a inizio 2026 era voce comune: ci si aspettava una separazione consensuale più o meno a metà 2025. Tuttavia, le sue dimissioni improvvise (e con decorrenza immediata) dalla carica di amministratore delegato hanno destato un certo clamore. Tanto più che il cda ha preso la palla al balzo, ratificando l’addio all’unanimità.
Si parla, a questo proposito, di pressioni sul top manager portoghese in un momento di forte difficoltà per la casa automobilistica, che deve fronteggiare un netto decremento di vendite e di profitti.
Senza, tra l’altro, aver approfittato dei 6 miliardi di garanzie statali ottenute in era Covid – mentre gli azionisti hanno poi incassato 2,6 milioni di dividendi.

Errori strategici
Oltre a tutto questo, spiccano gli errori strategici della gestione Tavares. Come l’assenza di nuovi prodotti, ma soprattutto il grande balzo in avanti sull’auto elettrica, che ha differenziato Stellantis dagli altri costruttori europei. Anche da questo lato, la ex Fiat ha provato a sostentarsi con i soldi pubblici: proprio l’amministratore delegato dimissionario, in una recente audizione in Parlamento, aveva battuto nuovamente cassa con modi arroganti, ricevendo giudizi negativi – cosa più unica che rara – sia dalla maggioranza, sia dalle opposizioni.
Ora, mentre l’azienda è in difficoltà, il suo timoniere la lascia con una liquidazione da 100 milioni di euro. Per carità: tutto precedentemente messo nero su bianco, tutto lecito, tutto legale: come si usa dire, pacta sunt servanda.
Però, è davvero singolare che la remunerazione dei ceo sia indipendente dai risultati. Un amministratore delegato non è uno dei tanti dipendenti, ma un dirigente che guadagna molti soldi e ha l’obiettivo di far crescere l’azienda. Non sembra quindi giusto, in fase di firma del contratto, attribuirgli una retribuzione-maxi anche nel caso in cui gli obiettivi vengano mancati in maniera così clamorosa. E invece questa è prassi comune. E’ la deriva malata del capitalismo, che alla lunga rischia di fare implodere l’intero sistema.

Le chance di una fusione

Le dimissioni di Tavares hanno naturalmente avuto un effetto devastante sulle azioni Stellantis, che hanno subito un crollo. Il mercato ha penalizzato il titolo perché teme un immobilismo sulla scelta del nuovo amministratore delegato. Attualmente il presidente del cda John Elkann ha assunto la guida ad interim, ma non è un manager e non ha grandi competenze in politica industriale: il suo mestiere è un altro.
E’ quindi importante evitare che il board ci metta troppo tempo a trovare il nuovo amministratore delegato del gruppo, affinché vengano tracciate il prima possibile le nuove linee guida dell’azienda. Sempre più osservatori scommettono sulla fusione con Renault, di cui le voci parlano da molto tempo e che sposterebbe in Francia le leve del potere e gli equilibri dell’azienda.
Che il nuovo merger si faccia o no, è possibile che Stellantis diminuisca l’impegno sull’elettrico (pur rispettando le quote minime del 20% di produzione sul totale definite dall’Ue e obbligatorie dall’anno prossimo) o fermi la spinta verso la delocalizzazione, salvando il poco rimasto della produzione italiana di veicoli. In una situazione in cui l’auto italiana è ormai virtualmente distrutta, con una responsabilità che in gran parte è nelle mani proprio della Fiat. La casa di Mirafiori, negli anni, ha acquistato tutte le marche italiane, diventando praticamente monopolista e poi privando, con fusioni e delocalizzazione, l’Italia di un brand e di forza lavoro.

Le Borse vanno per la loro strada

Nonostante il forte calo delle azioni Stellantis, Piazza Affari ha cominciato la settimana con un tono positivo, trainata dal settore bancario. E questo benchè novembre abbia visto la Borsa di Milano perdere il 3,3%, abbastanza in linea con i listini europei e americano: ancora una volta, i mercati si sono dimostrati forti e resistenti alle varie difficoltà economiche e geopolitiche.

Auto sotto i riflettori

Ora, comunque, in Europa e in Italia l’automotive è il sorvegliato speciale. Potrebbe essere la carta su cui puntare, ma non ora: meglio attendere un po’ di tempo e capire se i titoli del settore caleranno ulteriormente, o se (magari in seguito a un cambio di rotta di Ursula von der Leyen nella sua versione 2.0) potranno riprendersi o stabilizzarsi.
Al momento è il comparto bancario a offrire occasioni, soprattutto dopo i recenti cali dei titoli e il lancio dell’ops di Unicredit su Banco Bpm.
Un’operazione che, come già anticipato, è molto accidentata, parte con la contrarietà del governo (e il rischio golden share) e la consapevolezza che l’offerta proposta da Piazza Gae Aulenti è bassa. A questo proposito, Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm, ha proprio puntato sulla discutibile convenienza di questo scambio carta contro carta, paventando anche il rischio di esuberi – l’ad di Piazza Meda ne ha quantificati 6.000.
L’argomento è stato subito smentito da Unicredit, che ha definito “pura congettura” il numero indicato da Castagna. Tuttavia, insistere in modo così perentorio sul numero significa che, in teoria, alcuni esuberi potrebbero verificarsi, anche se meno rispetto a quelli temuti dalla guida operativa di Banco Bpm.

Ita-Lufthansa, ok dall’Europa

Se il dossier Unicredit-Bpm sembra più accidentato di una finale olimpica dei 110 ostacoli, il matrimonio fra Ita e Lufthansa è ormai in dirittura d’arrivo. Lo ha deciso in “zona Cesarini” la Commissione Europea uscente, prima di passare la mano alla von der Leyen 2.
Il piano, presentato dalla compagnia tedesca con i correttivi richiesti da Bruxelles, ha passato le ultime valutazioni della potente commissaria alla Concorrenza Margarethe Vestager, alla sua ultima fatica nell’esecutivo Ue.
Ora, l’ultimo passo è il closing: a meno di clamorose sorprese, all’inizio del prossimo anno l’operazione-maxi da 829 milioni andrà finalmente in porto (anzi: in aeroporto).
Onestamente, se l’acquisizione fosse saltata sarebbe stata davvero una grande sorpresa: troppe aspettative e troppi interessi nazionali in ballo. Ora vedremo se Lufthansa riuscirà finalmente a chiudere i conti dell’ex Alitalia almeno in pareggio.

Torna l’inflazione. E i tassi…

Intanto, c’è il ritorno di un ospite inatteso sulle tavole natalizie degli italiani: l’inflazione, il cui ritorno è stato certificato dall’Istat e dai dati relativi al fatturato di commercio e industria.
I numeri evidenziano una virata verso l’alto dei prezzi al consumo, mentre il giro d’affari delle aziende torna ai minimi da più di due anni. In particolare, a novembre, l’inflazione su base annua sale da 0,9% a 1,4%, mentre i prezzi di alimenti e articoli per la cura della persona e della casa crescono ancora di più (dal 2% al 2,6%). Cifre, queste, che rischiano di impoverire i regali accumulati sotto l’albero e di riverberarsi, in un pericoloso effetto domino, sui fatturati delle aziende.
E non suscita certo il “mezzo gaudio”, popolarmente associato al “mal comune”, sapere che in Europa c’è anche chi sta peggio di noi. Perché o ci si risolleva insieme, o si affonda insieme, come hanno dimostrato molti avvenimenti che hanno riguardato l’Ue.
Nonostante il ritorno dell’inflazione, la Bce non può più permettersi di sospendere il taglio dei tassi, a causa della situazione disastrata in cui versa l’economia europea (affossata anche dall’automotive). Il trend in discesa, dunque, continuerà, mentre non è detto che la stessa strategia sia seguita dalla Fed. Gli Stati Uniti, trainati dall’effetto-Trump, possono infatti permettersi un ventaglio più ampio di scelte. Se mantenessero alto il costo del denaro, ne risentirebbe ancora di più il rapporto euro-dollaro.

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Unicredit, l'ops su Banco Bpm scompagina le carte

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’offerta pubblica di scambio volontaria di Unicredit sulla totalità dei titoli Banco Bpm ha conquistato la ribalta come un fulmine a ciel sereno. L’operazione – che, nel caso in cui tutti gli azionisti di Piazza Meda aderissero, avrebbe un controvalore pari a 10.086.832.606 euro – ha però sollevato interrogativi e una certa dose di scetticismo, sia nei commentatori, sia nella politica.

Offerta troppo bassa

Per comprendere le ragioni che hanno mosso Unicredit occorre fare supposizioni, dato che è difficile comprendere le motivazioni reali del suo amministratore delegato Andrea Orcel. Certo è che l’offerta “carta contro carta” – 0,175 azioni Unicredit per ogni titolo del Banco – non è per nulla congrua, né conveniente. A questi valori, per gli azionisti Bpm, non ha nessun senso aderire alla proposta. Quindi, o Orcel alza la posta (ma un simile comportamento non è nel suo stile), o probabilmente non si raggiungerà la quota di adesione necessaria per condurre in porto l’operazione.

Operazione difensiva?

Queste difficoltà, naturalmente, sono note al top management di Unicredit. Perciò è abbastanza diffuso il sospetto che si tratti di un’azione difensiva, lanciata sia per evitare un assalto del Crédit Agricole su Piazza Meda, sia (soprattutto) per congelare la fusione Banco Bpm-Montepaschi ed evitare che si formi il terzo polo bancario di sistema. Questo rischio ha creato nervosismi nel governo, e ha portato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a considerare l’utilizzo del golden power per fermare il progetto l’operazione. L’esecutivo vuole evitare lo stop al piano che mira a creare tre-quattro banche di sistema in Italia. Nella valutazione di Orcel potrebbe anche aver influito l’aspetto assicurativo: proprio l’interesse a formare un polo di bancassurance con Unipol spingerebbe Unicredit a inglobare il Banco e di lì muovere per un accordo con la compagnia bolognese.

La pista tedesca

L’ops di Unicredit appare dunque un tentativo di difficile riuscita e di dubbia convenienza. Meno ardua è la pista Commerzbank, pur avversata dal governo tedesco attualmente in carica (e probabilmente anche dagli esponenti di quello che sarà il prossimo esecutivo di Berlino). Meno ardua da condurre in porto, abbiamo detto, ma più impegnativa dal punto di vista economico. Perché Banco Bpm è un’azienda di credito virtuosa, mentre Commerzbank ha la necessità di essere risanata. In ogni caso, una pista non esclude l’altra: Unicredit ha i mezzi per esperire entrambi i tentativi, ammesso che lo voglia davvero. E che i due governi (italiano e tedesco) non si mettano di traverso.

La reazione della Borsa

Quando vengono proposte operazioni carta contro carta, entrano solitamente in campo gli arbitraggisti, che vendono azioni del potenziale acquirente e acquistano titoli della “preda”. Così è avvenuto anche in questo caso, con Unicredit che ha perso il 4,7% circa in due giorni e Banco Bpm che è salito del 5,5%. Per Piazza Gae Aulenti il calo, abbastanza normale in queste situazioni, si inserisce in un trend già negativo, che ha portato i valori delle sue azioni dai 43 euro di inizio novembre ai 35 odierni. Attenzione, però: la flessione non riguarda solo Unicredit, ma l’intero settore bancario italiano, che settimana scorsa ha subito cali abbastanza pronunciati. Il ripiegamento, che non ha impedito una buona chiusura per Piazza Affari, sembra suggerire un cambio di tono per il settore creditizio. E questo dipende da varie ragioni. Prima di tutto, dall‘irreversibilità del taglio dei tassi relativi all’euro. I mercati scommettono su una diminuzione, da parte della Bce, di 50 punti base il prossimo dicembre. E il trend presumibilmente proseguirà il prossimo anno, nel disperato (e difficile) tentativo di favorire la ripartenza di un’economia europea disastrata. Per questo motivo l’apprezzamento per gli ottimi bilanci bancari 2024 non è sufficiente per mantenere alte le azioni. Perché ci si chiede se i numeri eccellenti di quest’anno saranno sostenibili anche nel 2025. Domanda retorica: in presenza di tassi in costante ridimensionamento, difficilmente le banche potranno nuovamente raggiungere questi livelli. I mercati lo sanno e, anticipando come da tradizione le tendenze delle Borse, stanno già scontando le scommesse al ribasso. Alla settimana negativa del settore bancario hanno contribuito anche la tassa sugli extraprofitti introdotta in Spagna, che ha penalizzato particolarmente Bbva e Banco Santander, e il timore dei dazi che potrebbero essere applicati da Donald Trump all’Europa – una paura che ha però l’aspetto di una scusa per spiegare i motivi delle sottoperformance.

Gli energetici promettono bene

In questa situazione come dovrebbe reagire l’investitore? Molto difficile rispondere: attualmente, la situazione è difficilmente decifrabile e occorre – come si usa dire – andare con i piedi di piombo. Se proprio si dovesse scegliere un settore su cui puntare oggi, si potrebbe optare per l’energetico-elettrico, che trarrà beneficio dal ribasso del costo del denaro. In ogni caso, meglio attendere la prossima settimana, dato che domani ricorrerà negli Usa il giorno del Ringraziamento, e venerdì le Borse saranno probabilmente catatoniche.

L’effetto Bessent prolunga il “Trump trade”

Negli Stati Uniti, la nomina di Scott Bessent a segretario al Tesoro americano ha spinto in alto i listini Usa, permettendo al Dow Jones di stabilire un nuovo primato intraday. Queste reazioni sono perfettamente spiegabili: Bessent, gestore di hedge ed ex partner di Soros Fund Management, è uno che di mercato ne capisce molto, e la sua nomina è stata interpretata come un segnale pro Wall Street. Per il resto, le Borse (americane ed europee) non hanno reagito più di tanto all’escalation della guerra russo-ucraina, con il coinvolgimento sempre maggiore degli anglo-americani e le minacce francesi. Probabilmente, i mercati aspettano l’insediamento di Trump per valutare se le promesse di impegnarsi per la pace saranno mantenute.

Polemiche sul decreto “Salva Milano”

La Camera ha approvato con un ampio accordo trasversale il decreto “Salva Milano”, che sana alcune incertezze normative in seguito ad autorizzazioni edilizie concesse dal Comune e risolve varie situazioni che avevano, in certi casi, indotto la magistratura a intervenire. La legge punta a dare un’interpretazione certa in tema di edilizia e urbanistica e non si applica soltanto alla capitale lombarda, ma a tutto il territorio italiano. La misura, nonostante ciò che si dice, ha tutto l’aspetto di una sanatoria e nasconde un pericolo: quello di dare il via libera alla cementificazione selvaggia. Si rischia, cioè, di interpretare come “ristrutturazione” l’abbattimento di una casa pericolante di tre piani e la costruzione di un edificio di 30. Un esempio su tutti: in zona San Siro è comparso un grattacielo persino più alto dello stadio e in questa situazione si è parlato di errata interpretazione della norma. Se non che, prima un palazzo così alto non c’era. Davvero vogliamo lo sviluppo verticale delle città, con un consumo di suolo e il cambiamento radicale dello skyline? Oltretutto, ciò avviene a costo zero, mentre, ricordiamolo, se un cittadino vuole aprire una finestra in più a casa propria, o effettuare lavori, viene assalito dalla burocrazia e, comunque, deve pagare somme non trascurabili. Anche in questo caso sembra imporsi la legge dei doppi standard, a detrimento dei cittadini comuni e della vivibilità nei contesti urbani.

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Wall Street e Hang Seng preoccupano le Borse europee

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per le Borse europee, la prima settimana di ottobre è stata leggermente negativa. Piazza Affari ha poi chiuso in parziale recupero, vestendo la maglia rosa europea, e ha continuato ad avanzare lentamente alla riapertura sulla scia dei “soliti” titoli bancari. La situazione è ora all’insegna di un trading range, in attesa di conoscere gli impatti delle notizie provenienti da New York e Hong Kong. I listini americani hanno infatti aperto la settimana in evidente difficoltà (proprio quando i rendimenti del Tesoro hanno raggiunto i massimi dall’estate e il petrolio torna a salire), mentre lo Hang Seng ha finora perso oltre il 9%. Le performance negative dei due indici potrebbero avere un impatto anche sull’Europa causando uno storno, mentre le gravi crisi geopolitiche finora non stanno influenzando troppo i listini del nostro continente. Comunque vada, un inizio d’autunno in calo era ampiamente previsto: per le Borse, ottobre è storicamente il peggior mese dell’anno.

Dazi, servono davvero?

Prosegue invece la crisi dell’auto, schiacciata dall’agenda green. Che qualcuno ha rinominato yellow deal, per sottolineare quanto siano reali i rischi di vedere l’Europa a quattro ruote nelle mani della Cina. Per controbattere l’egemonia elettrica di Pechino, l’Unione Europea sta valutando l’introduzione di dazi, che però molti osservatori bollano come la risposta sbagliata a problemi reali. Prima di tutto perché le aziende cinesi stanno già reagendo a questa possibilità, progettando di investire in industrie di batterie e apparecchiature elettriche in altri Paesi del mondo, aggirando, così, eventuali balzelli doganali. In secondo luogo, si teme che Pechino possa a sua volta imporre contro-dazi all’automotive europeo, provocando molti disagi a un settore già colpito duramente dall’agenda 2035. Questo è uno dei motivi per cui l’industria automobilistica tedesca si sta opponendo all’inserimento di barriere doganali, in una situazione che, inoltre, vede i costruttori della Germania esternalizzare una parte della componentistica proprio in Cina.

Fronte anti-green deal

In un quadro così caotico iniziano a levarsi le voci contrarie alla politica energetica di Bruxelles. Ha fatto molto rumore la dichiarazione di Claudio Descalzi a margine dell’Italian Energy Summit 2024. “Non voglio essere anti-europeo”, ha tuonato, senza mezzi termini, l’amministratore delegato di Eni, “ma anche la stupidità uccide e ci sta uccidendo perché dobbiamo subirla sulla base di ideologie ridicole che ci vengono dettate da una minoranza dell’Europa, non una maggioranza, e noi dobbiamo continuare a digerirle e chinare il capo morendo lentamente”. L’esternazione di Descalzi si unisce alle richieste delle case automobilistiche tedesche di rivedere il piano 2035, anche alla luce del fatto che l’Europa sarebbe l’unica macroarea del mondo ad attuare un piano “elettrico” così pronunciato (soprattutto in caso di vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane). Hanno alzato la voce anche i concessionari di Stellantis, che si sono allineati alle posizioni dell’Associazione dei costruttori europei di automobili, chiedendo alla prossima Commissione di rinviare al 2027 l’entrata in vigore delle limitazioni sulle emissioni delle auto. Le e-cars non si riescono a vendere, hanno aggiunto chiaro e tondo i player che hanno più di ogni altro il polso della situazione: i clienti non le vogliono acquistare per problemi di “prezzo, autonomia e accessibilità”, hanno scritto in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.”Ciò”, hanno affermato, “ci pone in una posizione contraria a quella del produttore che rappresentiamo, che rimane ottimista circa il rispetto di queste severe normative Ue”. Le parole dei concessionari evidenziano che Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, è rimasto solo nel sostegno al green deal. Forse costretto a mantenere la posizione perché il gruppo ha investito molto nell’elettrico e non può permettersi di revocare la scelta.

Fusioni sì, fusioni no…

La parabola di Tavares sembra comunque giunta al termine: si vocifera su imminenti dimissioni del 66enne dirigente portoghese. Proprio mentre si torna a parlare di una possibile fusione fra Stellantis e Renault, ipotesi bollata dallo stesso Tavares come “pura speculazione”. Nessun merger, almeno per ora, neppure fra Unicredit e Commerzbank. Dopo lo scetticismo del governo Scholz – che però va contro la dottrina della presidente Bce Christine Lagarde, contraria all’ingerenza dei governi nelle fusioni multinazionali – ecco presentarsi il nein di Bettina Orlopp, amministratore delegato della banca tedesca. “Soltanto perché una fusione sembra buona sulla carta”, ha detto, “ciò non vuol dire che sarà eseguita bene e che alla fine potrà avere successo e creare valore per i nostri azionisti”. Bettina Orlopp ha evidenziato anche la difficoltà di unire i sistemi informatici e soprattutto il rischio di perdere clienti. Il recente incontro con Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, non è stato altro che un incontro con gli investitori – ha poi aggiunto Orlopp, cercando di quietare i crescenti rumours. Per ora, dunque, l’idea sembra non fattibile. Anche da parte Unicredit, che dovrebbe riflettere molto su una simile operazione in Germania, viste le difficoltà riscontrate dopo l’acquisto di Hypovereinsbank. A proposito di fusioni, un patto parasociale anti-scalata è stato siglato da Lvmh e Double R su Moncler, dopo l’entrata, con il 10%, del gruppo guidato da Bernard Arnault nell’azienda (e primo socio dell’azienda di piumini) di Remo Ruffini. Questo accordo, con cui si fermano eventuali appetiti di altre grandi case, fa di Lvmh il probabile, futuro leader del lusso mondiale: Arnault dovrà stare fermo per sei anni, ma avrà la priorità su un’eventuale vendita di partecipazioni in Moncler da parte di Double R.

Il punto sui Btp

Dopo il taglio di 50 punti base, la Fed si accinge a ridurre ancora i tassi: probabilmente, gli aggiustamenti saranno della stessa entità, ma divisi in due tranche da 25 bp l’uno. Anche la Bce interverrà, ma difficilmente abbasserà il costo del denaro di mezzo punto prima di fine anno, nonostante l’inflazione sia ormai sotto il 2%. In questo contesto, i Btp a 24 mesi sono scivolati a 2,60% per poi avere un moderato ritracciamento. I decennali sono invece compresi nella forbice fra 3,50% e 3,60%. C’è dunque ancora un po’ di spazio, in attesa che la banca centrale, con i suoi tempi, porti il costo del denaro sotto il 2%. Investire nei Btp decennali ha ancora la sua convenienza. Ma attualmente la scelta migliore è l’adesione al collocamento del 14% del capitale di Poste Italiane che, compreso il dividendo, potrebbe rendere il doppio rispetto a un buono del tesoro decennale. L’unico problema di questo strumento è la quantità limitata delle azioni a disposizione per ogni piccolo risparmiatore: il 65% del collocamento è dedicato agli investitori istituzionali e solo il 35% al mercato retail. Si prevede che ogni risparmiatore non potrà impegnare più di 1.000 euro, a causa della fortissima richiesta per questo strumento.

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La crisi del settore auto penalizza le Borse

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Dopo una settimana positiva, le Borse europee hanno subito un arretramento, anche se il trend resta moderatamente rialzista. A penalizzare i listini del nostro continente è soprattutto la crisi del settore automobilistico. Nelle ultime quattro settimane è stata lanciata una serie progressiva di profit warning da varie case europee: dapprima le tedesche (Volkswagen, Bmw e Mercedes), poi Aston Martin e Stellantis. Con un impatto negativo sui mercati.

Inchiodata per l’automotive

A causare il passo indietro di Piazza Affari è stato il gruppo olandese, che dopo aver rivisto le stime di profitto per l’anno in corso ha perso oltre il 14% in un giorno. Una crisi che non è certo imprevista: negli ultimi mesi, il gruppo ha quasi dimezzato la sua capitalizzazione, da poco meno di 70 miliardi a circa 35. Tutto questo mentre, come abbiamo già ripetuto in precedenza, Bruxelles sembra fare orecchie da mercante, incurante delle migliaia di posti di lavoro che rischiano di andare in fumo. Come abbiamo ricordato la scorsa settimana, il passaggio all’elettrico non piace agli automobilisti (anzi: il 30% di chi ha comprato una e-car non ripeterebbe la scelta), mentre per timore di nuove restrizioni all’endotermico c’è freddezza anche rispetto all’acquisto di auto tradizionali. Auto che, tra l’altro, Stati Uniti, Cina e India continueranno a produrre, vanificando lo sforzo europeo. Per questi motivi è lecito sperare che Germania e Francia si uniscano all’Italia nel chiedere alle istituzioni comunitarie un rinvio delle misure che obbligano lo stop alla produzione di auto endotermiche nel 2035. Perché Bruxelles, senza stimoli esterni, non ha nessuna intenzione di frenare, come dimostra anche la normativa (tra l’altro molto arruffata e confusionaria) sullo stop alle caldaie a gas. In questo caso, a indebolire la posizione dell’Europa è la scelta autonoma della Germania, che è stata spinta a cambiare registro dalla crisi economica e dall’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione. Oltre che, naturalmente, dai recenti risultati elettorali di tre Länder, che hanno visto il voto di protesta incanalarsi in direzione dell’ultradestra e della sinistra radicale, mentre i verdi sono letteralmente crollati.

Non va di lusso

Oltre ai risultati choc del settore automobilistico europeo c’è un altro comparto che non se la passa troppo bene: quello del lusso. Il downgrade da neutral a sell di Bank of America e Goldman Sachs nei confronti di Kering (soprattutto a causa della sottoperformance del suo marchio Gucci) ha contribuito a spingere l’haute couture nei bassifondi delle Borse. E’ stata quindi vanificata l’ottima performance ottenuta dal settore la scorsa settimana, causata dagli interventi del governo cinese per stimolare l’economia locale e dall’operazione che ha coinvolto Lvmh e Double R. Operazione con cui Moët Hennessy Louis Vuitton acquisterà il 10% della seconda società, che controlla il 15,8% di Moncler (e arriverà a un massimo di 18,5% in circa 18 mesi, mentre Lvmh salirà a non oltre il 22% della stessa Double R). L’operazione aveva dato fiato al settore, che ora però è tornato in difficoltà. Un gigante dai piedi d’argilla, si potrebbe dire, perché pur rimanendo a multipli elevati è penalizzato dal timore di un rallentamento economico e quindi anche dei consumi. Sempre meno persone possono permettersi gli abiti esposti in via Montenapoleone o in via della Spiga: si potrebbe dire che i prezzi sono attualmente inaccessibili a oltre il 99% della popolazione. Sembra quindi che una parte importante della speranza di sopravvivenza del comparto arrivi da Paesi extraeuropei, soprattutto dalla Cina.

Investire, ma con prudenza

Investire sul lusso dopo una simile correzione verso il basso può rappresentare una scelta praticabile, anche se occorre comunque muoversi con i piedi di piombo: la chiave di tutto è l’Asia, da cui dipende buona parte delle quotazioni delle aziende del settore. Sempre con molta cautela è possibile anche guardarsi in giro nei titoli automotive. Magari aspettando ancora un po’ a entrare: le azioni di questo comparto potrebbero perdere ancora, fino al 30%.

Juventus, bilancio in rosso

Non se la passa bene neppure la Juventus che, pur stazionando nelle parti alte della classifica di serie A, ha comunicato una perdita di 199,2 milioni che emerge dal progetto di bilancio approvato dalla società bianconera. A pesare sull’esercizio, in rosso per la settima volta di fila, è soprattutto la mancata partecipazione alle competizioni europee, decisa dall’Uefa a causa delle note irregolarità contabili. I dati in perdita erano ampiamente prevedibili. Ora vedremo che cosa succederà in ambito internazionale. Perché la Juventus ha sottoscritto un accordo con l’Uefa, che la impegna a non superare, nel triennio che si chiuderà nella stagione 2025/26, un deficit aggregato pari a 60 milioni, con la possibilità, a certe condizioni, di aumentarlo fino a 10 milioni l’anno. Se la società calcistica non raggiungerà i numeri target potrà subire la limitazione del numero di giocatori nelle liste Uefa (da 25 a 23), l’impossibilità di inserirvi nuovi calciatori oppure l’esclusione dalle coppe europee dell’anno seguente. Per questo motivo, è pressoché scontato che si verifichi un aumento di capitale da parte di Exor, cassaforte della famiglia Agnelli e azionista di maggioranza della Juve. Vedremo poi se le autorità sportive si sposteranno su una situazione di maggior intransigenza sul fronte del fair play finanziario, in un periodo in cui sotto i riflettori c’è anche il Manchester City, processato in patria per motivi legati ai bilanci. La squadra allenata da Pep Guardiola potrebbe rischiare una penalizzazione in campionato (come già avvenuto per Everton e Tottenham) o addirittura la retrocessione, con conseguente addio alle coppe europee per un minimo di due anni.

Unicredit cresce in Germania

Sul fronte bancario, Unicredit ha rilevato una partecipazione del 21% in Commerzbank e sta provando a ottenere il nulla osta per salire ulteriormente (al 29,9%, limite oltre il quale scatterebbe l’obbligo di opa). L’operazione accresce la presenza della banca milanese in Germania, a quasi 20 anni dall’acquisizione di Hypovereinsbank. La strategia tedesca, su cui il gruppo bancario di Piazza Gae Aulenti ha puntato per l’evidente impossibilità di crescere per linee esterne in Italia, ha suscitato reazioni divergenti in Germania: mentre dal ministero delle Finanze si è levata una voce favorevole, il cancelliere Olaf Scholz ha espresso il timore di scalate ostili, mentre dall’interno della banca si teme che, nel caso in cui avvenga un’acquisizione, si verifichi una riduzione del personale. Favorevole invece Christine Lagarde: la presidente della Banca Centrale Europea, pur non citando il caso singolo, ha giudicato positivamente le fusioni transnazionali, per creare giganti europei in grado di competere con le banche del resto del mondo.

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Intesa e Unicredit rilanciano le Borse

Dopo una settimana anonima, gli utili delle due maggiori banche italiane hanno messo il turbo a Piazza Affari. Ora il mercato sembra tornare verso i valori registrati a marzo. Retromarcia Fed: sempre meno probabili i tagli dei tassi Usa

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il tandem Intesa-Unicredit fa ancora il botto. Le due banche hanno raggiunto ottimi risultati: 2,3 miliardi di utile netto per il gruppo guidato da Carlo Messina (in linea con il target di 8 miliardi previsto a fine anno) e 2,6 per quello capitanato da Andrea Orcel, con gli obiettivi rivisti al rialzo (le stime trimestrali erano di 2,1). Entrambi gli istituti hanno ricevuto elogi dagli analisti e, naturalmente, sono stati premiati in Borsa all'apertura di questa settimana. Così Piazza Affari, trainata ancora una volta dai titoli bancari, ha ripreso a marciare dopo le incertezze della scorsa settimana. E' tornato il sereno e il mercato si sta dirigendo verso i massimi toccati a marzo.

Trading range al rialzo

L'andamento della Borsa, però, non cambia: siamo ancora in regime di trading range al rialzo. Non solo in Italia e in Europa, ma anche (e soprattutto) negli Stati Uniti, dove gli ottimi risultati di Wall Street si devono soprattutto ai titoli tecnologici. Un piccolo intoppo si è registrato in Francia, che risente del calo dell'utile nel primo trimestre 2024 archiviato da Société Générale. Anche se l'indicatore è calato meno rispetto alle attese.

Retromarcia Fed

Mentre Wall Street brinda, appare sempre più improbabile un taglio dei tassi in tempi brevi da parte della Federal Reserve. Nell'ultima riunione, la banca centrale americana ha lasciato il costo del denaro tra il 5,25% e il 5,50%, motivando la scelta con l'inflazione ancora alta. Che a maggio non ci fosse spazio per una sforbiciata era ampiamente prevedibile. Ma ad allarmare la comunità finanziaria è il mood uscito dalla riunione Fed, che è stato interpretato come una possibile retromarcia sull'avvio di un trend di riduzione del costo del denaro. "Non ci aspettiamo", recita a proposito un comunicato della banca centrale statunitense, "che sia appropriato ridurre i tassi quando avremo più fiducia sulla traiettoria dell'inflazione verso l'obiettivo del 2%". Il che può significare tutto e niente. Si è quindi diffuso il timore che i tassi restino invariati fino a fine anno, o che addirittura aumentino. Un'eventualità, quest'ultima, che è stata respinta dalla stessa Fed: le attuali restrizioni, ha detto il suo presidente Jerome Powell, sono sufficienti per raggiungere il 2% di inflazione, rendendo "improbabile" un rialzo dei tassi. Ricordiamoci poi che il 2024 è un anno elettorale: più facile, quindi, che si verifichi un piccolo taglio, magari dello 0,25%, piuttosto che un ulteriore aggravamento. Ma non ci si può attendere molto di più: con un'economia solida e un'inflazione più alta del previsto non ci sono i presupposti per un calo importante del costo del denaro. Certo è che gli Stati Uniti potrebbero chiudere l'anno con un deficit di bilancio compreso tra l'8% e il 9%. Una situazione che Washington si può permettere perché stampa moneta: se gli Usa fossero parte dell'Ue, e si dovessero quindi attenere ai parametri di Maastricht o al fiscal compact, con questi dati sarebbero sicuramente espulsi dall'Eurozona.

Valute e materie prime

Proprio lo squilibrio della bilancia commerciale americana sta spingendo l'euro verso lo 1,08 rispetto al dollaro. Molto lentamente, però, dato che il rapporto tra le due valute è stabile, con una volatilità infinitesimale. Il petrolio si è invece riassestato in una fascia più neutrale, anche se il mancato cessate il fuoco a Gaza ha invertito la tendenza e ha fatto registrare un nuovo trend al rialzo del Brent. Più tranquille le materie prime: dopo essersi spinte in alto per motivi geopolitici e per la crescita, pur moderata, della domanda cinese, le loro quotazioni hanno fermato la corsa. Anche l'oro, che aveva guadagnato molto, ora ha un po' rallentato.

Btp Valore 4, il solito successo

E' partito il collocamento del Btp Valore 4, che solo nella prima mezz'ora di contrattazioni ha totalizzato ordini per 370 milioni di euro. Il successo di questi strumenti dipende naturalmente dal permanere dei tassi a livelli alti, e la quarta emissione viene vista come la probabile ultima occasione per investire in titoli di stato prima dei tagli. A influire sulla grande popolarità dei Btp Valore sono stati anche gli ottimi rendimenti - che hanno attirato non solo risparmiatori retail, ma anche investitori wealth - e la campagna di marketing che ha accompagnato le quattro emissioni. Ne è dimostrazione la crescita della percentuale di debito pubblico detenuta dai privati, passata dal 5% del 2023 al 10% attuale.

Dalla hard alla soft Brexit?

Con la risoluzione 22 dello scorso 2 maggio, l'Agenzia delle Entrate ha fatto chiarezza sui dettagli dell'accordo fiscale retroattivo che stabilisce la reciprocità fra Italia e Gran Bretagna sui rimborsi Iva. In futuro, fra Londra e l'Unione Europea potrebbero essere firmati altri protocolli di vario tipo oltre a quelli già in vigore con Bruxelles e con i singoli Stati, portando a un lento allentamento delle rigide maglie tessute dalla Brexit. Anche se, naturalmente, un ritorno di Londra nell'Ue è assolutamente impensabile. Il processo di riavvicinamento tra Gran Bretagna e Ue sarà sicuramente favorito dalla quasi scontata vittoria del partito laburista alle prossime elezioni generali. L'avanzata dei Labour è stata anticipata dalle consultazioni amministrative di alcuni giorni fa, le peggiori in 40 anni per i Conservatori, capaci di perdere circa la metà dei seggi locali nel 2021. La legge concede al premier Rishi Sunak la decisione sulla data delle prossime elezioni: non è escluso che l'inquilino di Downing Street attenda ancora qualche mese prima di comunicare quando sarà rinnovata la Camera dei Comuni, nella speranza che un calo dell'inflazione (già in corso) possa favorire un parziale recupero dei Conservatori.

Bob, che pasticcio

Fra meno di due anni si svolgeranno i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, ma non si sa ancora dove si terranno le gare di bob, slittino e skeleton. Tutto questo perché i lavori relativi alla pista del capoluogo ampezzano hanno preso il via con un fortissimo ritardo e il tempo stringe. E stringe davvero. Anche perché il Comitato Olimpico Internazionale ha respinto ogni soluzione dell'ultimo minuto: o il luogo di gara sarà realizzato entro marzo 2025, oppure le medaglie delle tre discipline sportive saranno assegnate altrove. La deadline è molto difficile da rispettare, dato che "mai prima d'ora una pista è stata costruita in così poco tempo", ha detto ai microfoni della Radio Svizzera di lingua italiana il direttore esecutivo dei Giochi Christophe Dubi. "Se la pista sarà omologata nel marzo 2025, sarà sicuramente utilizzata per i Giochi Olimpici", ha sottolineato Dubi. Altrimenti, "non ci saranno più deroghe". In caso di ritardi nei lavori“, ha proseguito, "si dovrebbe decidere di sospenderli e di non procedere all’omologazione. Quindi, ovviamente, ci troveremmo in una situazione assolutamente terribile perché i lavori sarebbero iniziati, ma non potremmo utilizzare la pista. Questo è lo scenario peggiore ". La logica dice che sarebbe saggio rinunciare subito. Perché il rischio di costruire una pista che non sarà utilizzata porterebbe a un enorme spreco di denaro. Ma, anche se l'impianto dovesse farcela per il rotto della cuffia, rischerebbe poi di trasformarsi in una cattedrale nel deserto. L'esempio di Cesana, la pista di Torino 2006 inservibile non molto tempo dopo la chiusura dei Giochi, parla da sé. Meglio quindi optare per St Moritz, che ha un circuito perfettamente funzionante e che necessiterebbe solo di qualche lavoro di illuminazione notturna, nel caso in cui le gare fossero previste oltre il tramonto. La vicinanza della località grigionese a Milano e a Bormio è un ulteriore elemento a favore della sua candidatura. In questo caso, l'investimento per la costruzione tardiva della pista di Cortina, attualmente previsto di oltre 80 milioni di euro, potrebbe essere dirottato per usi più urgenti e utili. La lista è lunga, molto lunga.

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Federal Reserve: improbabile un taglio dei tassi a marzo

Jerome Powell ha messo le cose in chiaro: a meno di clamorose sorprese, la prossima riunione della Fed lascerà invariato il costo del denaro. L'annuncio ha contribuito all'apertura di una settimana fiacca per le Borse europee. Con l'eccezione di Milano, che ha approfittato dei risultati eccellenti di Unicredit per chiudere in rialzo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Continua la telenovela sul taglio dei tassi. Ora è la volta della Federal Reserve: il suo presidente Jerome Powell, confermando le indicazioni del Fomc, ha definito improbabile un calo delle percentuali già alla prossima riunione di marzo. L'inflazione sta scendendo, ha ricordato, ma occorre evitare il rischio di agire troppo presto (o troppo tardi, ha aggiunto). Per avviare l'allentamento delle condizioni monetarie il calo dell'inflazione dovrà dunque essere duraturo. In parole povere, negli Usa il taglio dei tassi può attendere.

Unicredit allunga

Le parole di Powell hanno influito sulle Borse europee, che hanno aperto questa settimana con ritmi molto fiacchi. Unica eccezione, Piazza Affari, che ha chiuso un lunedì brillante, a +1%. Tuttavia, il merito è quasi esclusivamente di Unicredit, schizzato a +8,2%. Il gruppo creditizio ha trainato il settore bancario e l'intero listino: senza Piazza Gae Aulenti, anche Milano si sarebbe allineata all'andamento degli altri listini europei. Il balzo in avanti di Unicredit dipende dai dati di bilancio, in special modo dall'utile raggiunto (decisamente superiore alle aspettative) e dai dividendi succulenti offerti agli azionisti. Nessuna novità, invece, sul fronte del risiko bancario: il ceo Andrea Orcel ha per ora escluso nuove acquisizioni. Il rally di Unicredit dà ragione a chi ha avuto la forza di tenere il suo titolo in portafoglio, nonostante le forti progressioni dell'ultimo anno e più. Chi ha acquistato le azioni della banca quando valevano 15 euro e le ha mantenute ha davvero fatto un grande affare. Che potrebbe rivelarsi ancora più proficuo in caso di un'ulteriore crescita – possibilissima, dato che i margini ci sono ancora.

Ferrari in pole position

La forza del settore bancario in un'epoca di tassi alti è strutturale e ampiamente spiegabile. Diversamente dalle “fiammate” contingenti, come lo sprint della Ferrari, salita del 10% dopo l'ingaggio a sorpresa di Lewis Hamilton. Un colpo che ha influito sulla Borsa più per l'approdo di sponsor e di attenzione sul Cavallino piuttosto che per ragioni più strettamente sportive, data anche l'età avanzata del fuoriclasse inglese. Non per niente, dopo l'allungo iniziale, i titoli della Rossa di Maranello hanno subito un riposizionamento.

Il punto sul petrolio

Tra i protagonisti di questi ultimi giorni il petrolio, che ha subito un calo sia nell'indice Brent, sia nel Wti, ma sempre all'interno della forbice tra i 70 e gli 80 dollari al barile. Tra i motivi dell'arretramento, il cauto ottimismo sulla crisi del Mar Rosso e le incertezze sul settore dei servizi in Cina. Cina che intanto ha registrato un cambio di gerarchia tra i suoi fornitori top: ora la leadership è stata conquistata dalla Russia, che con 107,02 milioni di tonnellate (+24%) ha superato l'Arabia Saudita. Mentre in India il greggio di Mosca è passato, dal 2021 a oggi, da quote trascurabili al 40% del petrolio importato, e in Brasile il gasolio russo ha superato quello americano. Petrolio e gas di Mosca sono stati dunque semplicemente dirottati dal mondo occidentale ad altri mercati, attutendo l'effetto delle sanzioni e creando problemi in una sola area geografica: l'Europa, che sta ancora arrancando a causa della ridotta fornitura a basso costo di gas russo. Unica eccezione, la Norvegia, Paese ricco di petrolio e gas naturale, che non aderisce né all'Unione Europea, né all'Opec ed è l'unico Stato europeo che, proprio per il greggio, ha i conti in attivo. Grazie anche alle massicce esportazioni di petrolio, Oslo ha visto il suo fondo sovrano battere tutti i record. Una strada che in futuro potrebbe essere percorsa anche dal Canada. Ottawa ha raddoppiato il Trans Mountain Pipeline, infrastruttura forse in grado di lanciare la Foglia d'Acero come Paese esportatore di petrolio. Potrebbe invece cavalcare la diversificazione energetica ed economica l'Arabia Saudita che, secondo rumours insistenti, starebbe esaminando la possibilità di vendere azioni di Aramco (la società petrolifera nazionale, maggiore esportatrice al mondo e quotata alla Borsa di Riad) per 10 miliardi di dollari. Un'operazione che comunque non intaccherebbe il controllo dell'azienda da parte dello stato (che ora, direttamente o indirettamente, si attesta sul 98%) e libererebbe una somma molto grande per i progetti sauditi, dal tentativo di conquistarsi uno spazio in ambito sportivo alla nuova città in progetto sul Mar Rosso.

La liquidazione Evergrande

In Cina è l'ora della liquidazione di Evergrande, sancita dall'alta corte di Hong Kong, che ha ufficializzato il fallimento gigantesco del colosso immobiliare. In realtà, però, il gruppo è in bancarotta da tre anni: nessuna sorpresa, dunque, nonostante le proteste dell'organizzazione di Shenzen, che ha conquistato il non invidiabile primato di gruppo real estate più indebitato al mondo, con un passivo-monstre di 350 miliardi di dollari. Di questi, 150 sono obbligazioni, contratte in giro per il mondo e ormai carta straccia. Piuttosto, la domanda d'obbligo è: lo stato si farà carico di completare i lavori edili già iniziati dalla società? Oppure sorgeranno “cattedrali nel deserto” e cantieri lasciati a metà e abbandonati? Difficile rispondere, anche perché a causa della crisi, molti cinesi inurbati in tempi recenti stanno tornando nelle campagne.

La protesta degli agricoltori

Prosegue la protesta degli agricoltori europei, spinti da una serie di motivazioni che, in alcuni casi, differiscono da Paese a Paese. In Francia, gli assembramenti di trattori hanno ottenuto un primo punto a favore, con il pronunciamento, da parte dell'intera classe politica, contro l'accordo di libero scambio Ue-Mercosur. In Italia, la protesta si concentra soprattutto sul contrasto alla diminuzione dei sussidi. Ma anche alla sostituzione di terreni agricoli con impianti fotovoltaici e al calo obbligatorio di aree coltivabili, sostenuti dalla commissione europea. Eventualità che, se davvero applicate, rischierebbero di far naufragare un settore di eccellenza come l'agricoltura del nostro continente, aprendo massicciamente i mercati a Paesi che non offrono la stessa qualità, né la stessa sicurezza su ogm, diserbanti e altre sostanze proibite in Europa. Ci perderebbero, dunque, sia gli imprenditori del settore (molti dei quali hanno aree dalle dimensioni non superiori a due ettari), sia i consumatori. A vantaggio delle grandi multinazionali. Proprio per la specificità dei prodotti della terra e la loro centralità nelle tavole delle persone, il settore agricolo dovrebbe essere l'unico da sussidiare in maniera continua e organica. A differenza del comparto automotive, che in Italia è stato aiutato in maniera massiccia nel corso degli anni. Non per niente, il diktat di Carlos Tavares – che ha affermato chiaro e tondo la possibile chiusura della produzione Stellantis in Italia in assenza di aiuti – ha suscitato reazioni irritate da governo, opposizioni e sindacati, mai così uniti come in questo frangente. Piuttosto, se si dovessero destinare sussidi all'industria, sarebbe preferibile dirottarli su Taranto, considerata l'attività strategica dell'Ilva. Mentre un aiuto alla ricerca sull'elettrico rischierebbe di creare un buco nell'acqua, dato che i consumatori italiani (e non solo) sono molto freddi nei confronti di queste vetture.

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Tecnologici in grande spolvero

Tornano a galoppare i titoli legati all'innovazione, che sostengono i listini americani con un rally robusto, forse eccessivo. Piazza Affari, invece, è stata tenuta a galla dai bancari ma ha subito il calo degli energetici. Il rischio geopolitico fa paura, ma finora la situazione resta ampiamente sotto controllo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Wall Street sta assistendo a un ritorno di fiamma dei titoli tecnologici, che stanno letteralmente sostenendo la Borsa americana. Questo rally, che ha contraddistinto l'inizio del 2024, è forte, e forse un po' eccessivo. Ma alla fine i mercati vanno a rotazione, e questo è il momento in cui a brillare sono i tecnologici. Il trend proseguirà o rallenterà in funzione degli utili, che via via vengono comunicati.

Un annuncio sbagliato

Mentre Wall Street è “tirato” dalla tecnologia, Piazza Affari ha assistito all'ennesima performance dei titoli bancari, ma anche al rallentamento degli energetici. Per spiegare quest'ultimo fenomeno, non basta la crisi del Mar Rosso che, anzi, per ora non ha un impatto forte come ci si aspetterebbe sui titoli energy. Ci sono, dunque, anche dinamiche interne. Come nel caso di Eni, il cui titolo è stato penalizzato dalla dichiarazione di Giorgetti: nel fine settimana, il ministro ha annunciato il collocamento sul mercato di 2 miliardi di euro di azioni Eni. Un errore clamoroso: solitamente, certe operazioni prima le si fa, poi le si annuncia. Altrimenti, nessuno compra più quei titoli fino al collocamento.

Sotto i 30.000 punti

Ieri, comunque, Piazza Affari ha fatto una breve puntata sotto la soglia psicologica del 30.000 punti. Nulla di drammatico: solamente scostamenti abbastanza gestibili per un indice che gira circa a nove-dieci volte gli utili attesi. La Borsa di Milano sta rifiatando, ma non ci si potrebbe stupire più di tanto se, una volta digerito il boom dello scorso anno, tornasse a sfruttare uno spazio di salita che è nelle sue potenzialità. Fino ad allora, mantenere le posizioni è sempre la strategia più consigliabile: il momento di comprare in maniera importante potrebbe arrivare se il ribasso si portasse oltre il 5%. Cosa peraltro non ancora avvenuta. Sui bond, invece, la soluzione migliore sembra quella di rimanere lunghi di duration.

Pop Sondrio, compratore in vista?

Tornando alle aziende di credito, sono ricorrenti le voci su Banca Popolare di Sondrio. L'istituto retico è stato l'ultima Popolare a diventare spa, dopo aver lottato per sei anni contro la trasformazione forzata decisa nel 2015 dal governo Renzi. Ma ora la banca, diventata contendibile dopo il cambiamento obtorto collo della ragione sociale, è molto interessante anche perché risulta tuttora l'istituto di credito meglio gestito degli ultimi 20 anni. Alcuni rumours hanno indicato Unicredit come possibile interessato a rilevare Pop Sondrio, ma il ceo Andrea Orcel ha negato in modo chiaro l'acquisto di azioni dell'istituto valtellinese. Certo è che Piazza Gae Aulenti, prima di fine anno, comprerà quasi sicuramente qualcosa. Difficile, però, intuire le possibili mire del colosso milanese.

Tassi: la luce in fondo al tunnel?

Dal lato tassi, finalmente si parla di un piano di arretramento. Dopo un balletto di dichiarazioni contrastanti da parte dei vari leader delle banche centrali, Christine Lagarde ha provato a dettare la linea, aprendo all'allentamento della stretta monetaria. Ovviamente, con molta prudenza. Per la presidente della Bce il calo del costo del denaro, su cui scommettono i mercati, è ora “probabile”, anche se “non posso sbilanciarmi", ha detto a Bloomberg Tv. "A meno che si verifichi un altro grave shock, abbiamo raggiunto il picco", ha comunque assicurato. Tuttavia, “dobbiamo restare restrittivi per tutto il tempo necessario". La strategia di Christine Lagarde – non abbiamo mancato di ricordarlo più volte – è stata a più riprese criticabile (lo ha affermato persino più di metà dei dipendenti Bce, che in un sondaggio del sindacato Ipso ha giudicato la sua presidenza “scadente” o “molto scadente”). Tuttavia, almeno in questa situazione, la sua indecisione è comprensibile. A causa della crisi del Mar Rosso, come abbiamo avuto modo di ricordare, un ritorno di fiamma dell'inflazione non è un'ipotesi così campata per aria, mentre l'economia europea (soprattutto quella tedesca) è in crisi. Una nuova situazione da “Scilla e Cariddi” difficile da sbrogliare: sarebbe imbarazzante per le banche centrali abbassare i tassi a causa della crisi economica proprio mentre l'inflazione torna a salire per la crisi di Suez. C'è solo da augurarsi che ogni decisione sia presa in modo rapido e reattivo e non - come è avvenuto quando è stata avviata la stretta monetaria - dopo settimane di tentennamenti, paure e ripensamenti.

Mercato unico dei capitali

Christine Lagarde ha anche insistito su un suo vecchio pallino: il mercato unico dei capitali, che aveva già caldeggiato due mesi fa al Congresso Bancario Europeo. Questo obiettivo, ha affermato la presidente Bce, non significa “eliminare le sedi di mercato rappresentate da Francoforte, Parigi, Milano o Dublino”, ma “portarle sotto un unico meccanismo, un unico insieme di regole e una sola autorità, come abbiamo fatto con la vigilanza bancaria”. Ma il vero punto è un altro: anche un mercato unico dei capitali sarebbe insufficiente. Perché o l'Europa è davvero una federazione e agisce come un Paese, con un bilancio federale approvato a Bruxelles e una vera unione fiscale, oppure rimarrà un'idea incompiuta.

L'esternazione di Dombrovskis

L'insistenza sul mercato unico dei capitali potrebbe essere anche una riaffermazione della volontà, da parte della banca centrale, di spingere per il Mes, ancora bloccato dall'Italia. Un argomento, quello del meccanismo di stabilità, che è stato affrontato apertamente da Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Europea e commissario al commercio, nella sua dichiarazione “a gamba tesa” contro la manovra finanziaria italiana. L'intervento di Dombrovskis, piuttosto irrituale, è stato smorzato da un portavoce della Commissione, che ha parlato di “errore di traduzione”, assicurando che la posizione dell'esecutivo europeo sulla legge di bilancio italiana non è cambiata dallo scorso novembre. Sarà. Ma non è così campato per aria pensare che la “bacchettata” di Dombrovskis sia il classico discorso “a nuora perché suocera intenda”: criticare, cioè, la manovra per spingere l'approvazione del Mes.

Panetta: “rimpatriare le aziende delocalizzate”

Ha fatto molto parlare l'intervento del governatore di Bankitalia Fabio Panetta al comitato esecutivo dell'Abi. Il numero uno di Via Nazionale ha affermato che l'economia italiana sarà praticamente ferma per il prossimo triennio. “Prevediamo che il 2023 si sia chiuso con una crescita del Pil dell'Italia intorno allo 0,6%-0,7% e che la crescita sia al di sotto dell'1% per il 2024 e intorno all'1% per il 2025”. Occhio al Mar Rosso: se ora non ci sono impatti, ha detto, “non si possono escludere in futuro.” Per contribuire al miglioramento della nostra economia, ha aggiunto, converrebbe un piano di rimpatrio in Italia (o almeno all'interno dell'Ue) delle aziende che hanno delocalizzato. “Abbiamo un terzo del Paese con un costo del lavoro più basso, una domanda non soddisfatta”, ha detto il governatore. L'appello di Panetta è assolutamente condivisibile. Se un Paese non dispone di aziende che lavorano sul proprio territorio, non ha il controllo della filiera produttiva e, nello stesso tempo, non crea posti di lavoro, impoverendo i cittadini e indebolendo la domanda. Sicuramente, per facilitare il reshoring, occorrerebbe intervenire finalmente sui lacci e lacciuoli burocratici, che non rendono attrattiva il ritorno delle imprese in territorio nazionale. E, magari, l'arrivo di altre aziende extra-europee.

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Le previsioni per il nuovo anno

Dopo il grande rally avviato lo scorso novembre, il 2024 delle Borse offre ancora buone occasioni di investimento. Soprattutto nel settore bancario, che sembra conservare ampi margini di crescita. Ma, in generale, dai listini ci si attendono rendimenti più moderati, ben lontani da quelli raggiunti negli ultimi mesi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 2023 si è chiuso un po' in sordina, complice il ritorno dell'influenza, che ha costretto a letto più di un milione di cittadini italiani. Grandi numeri, certo, ma dopo il Covid anche un’epidemia stagionale “tradizionale” può essere letta come un primo passo verso il ritorno alla normalità.

Questo pazzo, pazzo 2023

Dal punto di vista dell'economia, il 2023 appena concluso è stato tutto tranne che un anno normale. La cavalcata dei tassi ha visto, per molti mesi, le banche centrali europea, americana e inglese rincorrersi a ritmi serrati sul terreno della stretta monetaria, sviluppando scenari inediti. L'economia, anche grazie al costo del denaro sempre più alto, ha subito drammatici rallentamenti, i cui effetti sono però stati temporaneamente mitigati dall'ottimo andamento dei primi sei mesi. L'inflazione è stata fermata - anche se, come abbiamo visto, a caro prezzo. Le Borse, da parte loro, hanno offerto rendimenti inaspettati: dopo aver proseguito sull'onda del grande rimbalzo di ottobre 2022, i mercati hanno alternato lunghi momenti di tranquillità all'insegna del trading range a periodi di crescita, capaci di coinvolgere, a vario titolo, la maggior parte delle asset class. Dall'inizio dello scorso novembre, poi, si è verificato l'ormai “mitico” rally (sia azionario, sia obbligazionario), con performance che non si vedevano da fine anni Novanta. Gli investitori capaci di mantenere le posizioni e di rimanere con una duration lunga hanno potuto monetizzare molto bene e recuperare le perdite del 2022, o addirittura guadagnarci. Soprattutto chi, in Italia, ha puntato sul settore bancario e finanziario, re indiscusso delle asset class 2023, che (anche grazie alla presenza massiccia nel listino di Piazza Affari) ha portato l'azionario italiano fra i leader mondiali. Meno redditizi, invece, il settore farmaceutico e quello alimentare, classici titoli difensivi che offrono performance quando i mercati sono in difficoltà.

Tassi, presto la discesa

E ora? Che cosa si prevede per il 2024? Iniziamo con la politica monetaria delle banche centrali, elemento decisivo per determinare l'andamento dell'economia mondiale. Da questo punto di vista, gran parte delle case di investimento si aspetta (in generale) tagli dei tassi compresi tra i 75 e i 150 punti. L'inflazione, come già detto, è invece sotto controllo e non è così lontana dal 2%. Tutto, insomma, sembra preannunciare una lunga e morbida transizione verso la normalità che, a meno di eventi geopolitici estremi (non così improbabili, purtroppo), dovrebbe assicurare un anno abbastanza tranquillo. Anche se, quasi sicuramente, il mercato azionario non offrirà risultati eccezionali come lo scorso anno. Se l'economia darà cenni di ripresa, potremo dunque aspettarci andamenti di mercato buoni e rendimenti fra il 5% e il 10% tra flusso dividendi attesi e crescita.

Banche, il rally non è concluso

Ancora una volta, potrebbe essere premiato un atteggiamento all'insegna del sovrappeso di titoli bancari e finanziari italiani, che – nonostante il boom dell'ultimo anno – hanno ancora ampi margini di crescita. Lo ha fatto capire, senza troppi giri di parole, anche Andrea Orcel: l'amministratore delegato di Unicredit ha quantificato il valore reale della sua banca a 45 euro, quasi il doppio rispetto alle quotazioni attuali. L'osservazione, mutatis mutandis, vale per l'intero sistema, soprattutto se si verificheranno ulteriori consolidamenti (in pole position, Mps e Banco Popolare). Il prosieguo della crescita del settore è supportato dai numeri: ci si attendono utili di esercizio 2023 a oltre 43 miliardi (contro i 2 del 2020). Tuttavia, nonostante la progressione dei profitti e la corsa dell'asset class, i mercati internazionali non credono fino in fondo nelle potenzialità di questo settore. Perché all'estero ci sono ancora pregiudizi sulle banche italiane. E perché – Unicredit e Intesa Sanpaolo a parte – i titoli dei nostri istituti di credito sono relativamente piccoli, e i grandi operatori li guardano con occhi distratti. Mentre non dovrebbero farlo. Anche perché, più in generale, nel corso dell'anno appena iniziato le small e mid cap potrebbero ritagliarsi un ruolo da protagoniste, dopo che nel 2023 sono rimaste indietro rispetto alle large sia in Europa, sia negli Stati Uniti.

Obbligazioni, rendimenti in calo

Nell'obbligazionario, i rendimenti sono destinati a scendere.  Per i Btp siamo già rapidamente passati dal 5% del 31 ottobre scorso a percentuali sotto il 3,5%, con cui si è aperto l'anno. Spesso i mercati precorrono i tempi e lo stanno dimostrando anche in questo caso. Quasi sicuramente, nel corso del 2024, i buoni del tesoro si porteranno al 2,5%, forse addirittura al 2%. Un po' più alta la performance che ci si attende dai corporate bond, e ancora maggiore quella delle obbligazioni con subordinati bancari, con rischio più elevato. Entrambe le categorie dovrebbero essere presenti in forza nel mix di investimento, insieme ai buoni del tesoro italiani e degli altri paesi periferici. Il rendimento atteso, tuttavia, si inserisce tra il 4% e il 5%: difficile ottenere ulteriore capital gain sulla componente obbligazionaria.

Le incognite geopolitiche

Tradizionalmente, l'andamento delle valute è imprevedibile, perché il forte potere di indirizzo delle banche centrali ne condiziona in modo forte l'andamento. Dati economici alla mano, avevamo previsto l'indebolimento del dollaro, tornato a un livello di 1,10: con tutti i condizionali del caso, si può ipotizzare, per il 2024, un ulteriore calo del biglietto verde fino a 1,15 e oltre, per i problemi di disavanzo e decrescita dell'economia americanaL'anno in corso potrebbe invece segnare il recupero dello yen: un leggero aumento dei tassi (ancora negativi) in Giappone proprio mentre ci si aspetta il calo del costo del denaro nel resto del mondo obbligherebbe gli investitori che hanno scelto il carry trade con debito nella valuta nipponica e investimenti in euro o dollari a smontare rapidamente le posizioni. E ciò rafforzerebbe lo yen. A livello di macroaree proseguirà la forte crescita indiana, a fronte di un rallentamento della Cina, tra crisi immobiliare e problemi di domanda interna. L'Europa, affossata dalla guerra russo-ucraina e dalla crisi tedesca, rischia di confermarsi fanalino di coda. A fare il resto saranno le incognite geopolitiche e i grandi appuntamenti elettorali del mondo occidentale: le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane, che al momento sembrano le più incerte. Dai risultati delle urne potrebbero uscire indirizzi importanti sia sulla prosecuzione o meno delle guerre in atto, sia sull'economia mondiale. In particolare, i prossimi leader del mondo occidentale decideranno definitivamente se la transizione alla mobilità elettrica sarà radicale (come dettato dall'indirizzo attuale) oppure soft e più aperta alle scelte individuali.

Foto di Mark König su Unsplash


Golpe in Niger: nuove incertezze sulle materie prime

La presa del potere dei militari nel paese saheliano lancia l'allarme energia in Francia, e a cascata nell'intera Unione Europea. Per Parigi, Niamey è infatti un fornitore importante di uranio, fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari. E, sul fronte gas...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana delle Borse ha evidenziato un calo tutto sommato contenuto di Piazza Affari, che ha però chiuso come fanalino di coda dei listini europei. Niente di cui preoccuparsi, comunque. Un po' perché la diminuzione è comunque di decimali, in un contesto di leggeri rialzi e ribassi, un po' perché da inizio anno la Borsa di Milano ha registrato un avanzamento di quasi il 25%.

Banche, stress test ok

Un grande merito è, naturalmente, del settore bancario, che ha premiato gli investitori in modo sostanzioso, con dividendi in alcuni casi impensabili. E che ha letteralmente tirato – come un ciclista nella classica “trenata” a dieci chilometri dall'arrivo – il “gruppone” dell'indice milanese. La natura “bancocentrica” del Mib sembrerebbe essere una garanzia anche per il futuro, e assicurare una protezione della Borsa anche se dovesse verificarsi una più che probabile correzione. A meno che la recessione si riveli più profonda di quanto i mercati stiano prevedendo. Le nostre banche hanno anche aggiunto una freccia al loro arco: i risultati degli stress test condotti dall'Eba, che le hanno premiate, elevandole in una posizione migliore di quelle francesi e tedesche. Una notizia per nulla inattesa, almeno per chi segue l'andamento dei mercati e controlla periodicamente la situazione di “salute” del settore creditizio nei vari paesi d'Europa. In pole position si è piazzata Unicredit, che ha diffuso la migliore semestrale della sua storia. Per il gruppo milanese, ha precisato una nota, il “punto di arrivo del livello di capitale al 2025 è il più alto rispetto alle banche comparabili, grazie alla sua robusta capitalizzazione”. Ottima (e, per certi aspetti, sorprendente) anche la valutazione di Montepaschi: la banca senese ha archiviato i migliori stress test di sempre. Il risultato eccellente, che ha premiato anche gli istituti italiani valutati solo dalla Bce (e quindi non dall'Eba), contrasta con i pessimi voti delle aziende di credito tedesche, che annaspano nelle retrovie: in particolare, ben tre banche del paese motore dell'economia europea languono nelle ultime posizioni della classifica.

Tassi: sempre più malumori

Quello bancario è uno dei pochissimi settori dell'economia europea ad aver tratto giovamento dall'aumento dei tassi, che è proseguito anche a luglio con il previsto rialzo della Bce. La buona notizia è che, a quanto pare, l'ennesima stretta sarà l'ultima; poi - prevedibilmente - le percentuali resteranno ferme in un lungo plateau prima di tornare a scendere. Con calma, se prestiamo orecchio alle strategie di Christine Lagarde. L'ulteriore rialzo ha comunque scatenato i malumori di una parte crescente dell'economia e del mondo politico, trasformando i brusii di disapprovazione in aperte proteste. Tra le critiche  pronunciate nei confronti della Bce, anche quella del vicepremier italiano Antonio Tajani, secondo cui la soluzione per combattere l'inflazione non è aumentare il costo del denaro" e rischiare così il blocco dell'economia, mettendo a rischio il pagamento delle rate dei mutui e la richiesta di prestiti da parte di famiglie e aziende. Una situazione che, aggiungiamo, acuisce la divaricazione fra i cittadini più abbienti e quelli in difficoltà economiche, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Giappone batte Occidente

L'esternazione del vicepremier sembra essere confermata dal confronto fra i dati di inflazione europei (e, at large, occidentali) e quelli giapponesi, che si stanno comportando esattamente allo stesso modo. Pur in presenza di una politica opposta da parte degli istituti centrali, con la Banca del Giappone che, in controtendenza, non ha toccato i tassi, proseguendo sulla strada tracciata dal compianto ex premier Shinzō Abe. Nella sua critica aperta alla Bce e ai suoi falchi, Tajani ha anche insistito sulla differenza tra l'inflazione americana - causata dai dati sui posti di lavoro e, in generale dalla crescita economica - e quella italiana - che dipende dall'ormai atavico problema delle materie prime.

Il Niger minaccia le bollette francesi. E non solo

Come se non bastasse, si è abbattuto un fulmine a cielo già nuvoloso sui consumatori europei: il colpo di stato in Niger, con cui una giunta militare ha destituito il presidente Mohamed Bazoum. Una notizia che preoccupa, e per varie ragioni. In primo luogo, perché – a quanto si vocifera – al cambio di regime non sarebbero estranee la Russia e, forse, la Cina, che potrebbero mettere pressione all'Europa con l'invio di un milione di migranti, facendo definitivamente collassare l'economia Ue. E poi perché il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio. Se il nuovo regime di Niamey si consolidasse, a rischiare molto sarebbe l'economia francese e, di riflesso, quella Ue. Un po' perché Parigi è la potenza neocoloniale in quell'area dell'Africa, pur insidiata sempre di più dalla presenza della Russia. Un po' (anzi: soprattutto) perché l'uranio è l'elemento chimico fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari, su cui si basa ben oltre la metà del rifornimento energetico transalpino. Detto ancora più chiaramente, la Francia importa un terzo del suo uranio dal Niger ed è presente sul territorio del paese saheliano, oltre che con un contingente militare, anche con un'azienda di estrazione: se i nuovi vertici del paese (spinti magari dai nuovi alleati russi) dovessero cambiare strategia economica e boicottare l'ex potenza coloniale, sarebbero guai seri per i consumatori francesi e, a cascata, per l'Unione Europea. In prospettiva, sorgerebbero parecchi problemi anche sul fronte del grande gasdotto sahariano, attualmente in costruzione, che dovrebbe collegare la Nigeria e il Maghreb, transitando anche nel sottosuolo nigerino: se il progetto si bloccasse, sarebbe vanificato il tentativo di azzerare le importazioni del gas russo in Europa. Come reagirà la Francia? Sono diffusi i timori di un intervento militare, che però rischierebbe - soprattutto agli occhi dei paesi esterni al mondo occidentale - di sbalzare Parigi alla stregua di Mosca come potenza occupante di uno stato indipendente. La soluzione al problema dovrebbe essere cercata più a monte. E cioè rimediando all'assenza di una politica energetica per l'Africa. Un'operazione che andrebbe a riverberarsi anche in un rapporto diverso tra le ex potenze coloniali e un continente pieno di materie prime, rovesciando l'annosa strategia di sfruttamento paternalista e sostituendola con una collaborazione paritaria, capace anche di portare un pacifico sviluppo democratico dei paesi africani. Certamente, l'Unione Europea (con l'Occidente in generale) è chiamata a cambiare prospettiva, dato che finora ha fatto orecchie da mercante, considerando l'Africa un enorme deposito da cui attingere liberamente, senza curarsi di chi il territorio lo abita. Se sviluppato bene, il nuovo piano Mattei lanciato dall'Italia potrebbe rivelarsi un primo passo per favorire questo cambio di prospettiva.

Petrolio su, gas giù

Il colpo di stato in Niger si verifica in un periodo tutto sommato tranquillo sul fronte delle materie prime. Il gas continua a scendere, in un periodo in cui il caldo ha spaccato l'Italia: temperature elevate al centro-sud, estate più fresca degli ultimi 15 anni al nord. Il clima tutto sommato moderato a settentrione (al netto dei temporali e delle trombe d'aria) ha comunque la meglio sul consumo di energia, anche per la maggior concentrazione di uffici (e il conseguente minor ricorso all'aria condizionata) nelle metropoli del nord. Un po' peggiori, ma non drammatiche, le notizie sul fronte petrolio, che ha sì abbandonato la fascia di sicurezza che aveva presidiato per mesi, ma non ha “sfondato”. La politica saudita dei tagli alla produzione ha causato l'abbandono della fascia 70-80, su cui il greggio si era impantanato per vari mesi, e la marcia verso quota 85. Ancora presto per abbozzare un nuovo trend: occorrerà aspettare un po' di tempo per scoprire se i prezzi del greggio si attesteranno su un limite superiore. Intanto Alessandro Ortis, presidente dell'authority per l'Energia, ha denunciato l'eccessiva volatilità dei prezzi della benzina, identificando una “speculazione” e proponendo l'istituzione di una Borsa europea del petrolio, in grado di bloccare il passaggio tra “barili veri e barili di carta”. La possibile indagine su un eventuale cartello del petrolio avrebbe il compito di scoprire se sono stati compiuti abusi, soprattutto nel periodo di riduzione delle accise (oggi la situazione sembra più sotto controllo) ed evitare rincari ingiustificati, dovuti a logiche speculatorie.

Foto di Frédéric Paulussen su Unsplash


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