Le Borse tornano in forma

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Torna il sereno per le Borse europee, che hanno recuperato le scosse telluriche e la volatilità dello scorso mese, anche se Wall Street ha ottenuto una migliore performance. Milano ha stabilito nuovi massimi, per poi fermarsi in attesa dei dati macro Usa. Ad agevolare la ripresa (e i record), i dati annuali delle aziende, soprattutto quelle del settore finanziario, che hanno ancora una volta sorpreso tutti in positivo; unica eccezione rilevante Bff Bank, che ha subito un forte calo sia dell’utile 2025, sia delle previsioni relative a quest’anno, con il conseguente crollo in Borsa di oltre il 40%. Tuttavia l’istituto rappresenta solo una piccola spezzatura, che da sola non è in grado di influire sulla performance dei titoli finanziari.

Volo nipponico

Record anche per il Nikkei, che ha reagito positivamente alla netta vittoria elettorale della premier in carica Sanae Takaichi in Giappone. Con più di due terzi dei seggi alla Camera, la leader del partito liberaldemocratico ha i numeri per introdurre riforme costituzionali, ma anche cambiamenti alla gestione dell’economia, prevedendo tra le altre cose tagli alle imposte. E i mercati dimostrano di apprezzarlo.

Oro e argento si stabilizzano

Le materie prime hanno fermato il crollo, stabilizzandosi su valori comunque importanti: intorno ai 5.000 dollari l’oncia l’oro e a 80 circa l’argento. Difficile fare previsioni: a fine 2026 i prezzi dei due metalli potrebbero essere più alti rispetto a ora, ma non sono escluse correzioni violente nel corso dell’anno. Per questo, occorre tenere d’occhio le quotazioni, riservandosi di incrementare le posizioni in oro e argento in caso di calo del 10% o più, mentre è meglio rimanere fermi qualora si verificassero storni più contenuti.

La crisi di Stellantis

Oltre a Bff Bank, a calare sensibilmente a Piazza Affari è stata Stellantis (-25% circa) che ha pagato la svalutazione di oltre 22 miliardi (con la retromarcia sull’elettrico) e perdite totalmente inaspettate. A influire sul sell off massiccio in Borsa sono stati soprattutto la sospensione dei dividendi e la perdita netta attesa nel secondo semestre dello scorso anno. Condizioni, queste, che esigerebbero un aumento di capitale, che però non avverrà: Stellantis vuole ricorrere a un prestito ibrido di 5 miliardi di euro proprio per evitare questa eventualità. La “fuga” dall’elettrico dipende soprattutto dalla marca Chrisler, che ha quasi azzerato investimenti nelle e-cars dopo la decisione di Donald Trump di bloccare gran parte degli incentivi. Il brand aveva puntato moltissimo sull’elettrico americano ed è stato costretto a riconsiderare la sua piattaforma produttiva.

Il futuro delle auto europee

Il disimpegno dalle e-cars si è verificato anche in Europa, ma dipende essenzialmente dello scarso successo dell’elettrico tra gli acquirenti – mentre fra le cause è molto meno importante la timida inversione della Commissione Ue nella strategia green radicale. La decisione, di per sé, introduce una risposta più moderata al problema, sperando che non sia giunta troppo tardi.
Qualche osservatore afferma che l’automotive europeo (ma anche altri settori) potrebbe ricevere una spinta dall’accordo di libero scambio Ue-India, che coinvolge varie industry, puntando a raddoppiare l’export di Bruxelles verso Dehli entro il 2032. Tuttavia, ammesso e non concesso che le case automobilistiche dell’Unione sfondino davvero in questo mercato (impresa difficile, dati i numeri di Tata), ciò avverrà fra qualche anno. Fino ad allora, varie aziende automotive europee sono a rischio. Soprattutto le imprese italiane e tedesche (non per niente i due governi stanno procedendo all’unisono per affrontare gli ostacoli in sede comunitaria), ma anche quelle francesi.

Banca di Francia, le dimissioni del governatore

A proposito di Francia, hanno fatto scalpore le dimissioni del governatore della banca centrale, Villeroy de Galhau, che lascerà l’incarico il prossimo giugno, in anticipo rispetto alla scadenza naturale di fine 2027. Il banchiere, in una lettera ai dipendenti, ha puntualizzato che la sua scelta è stata del tutto autonoma, sottolineando di aver messo al corrente della decisione il presidente Emmanuel Macron, l’esecutivo transalpino e la numero uno della Bce Christine Lagarde. Secondo ciò che ha spiegato de Galhau, non c’è nessuno strappo, né alcun motivo straordinario: semplicemente, il governatore ha reputato di aver portato a termine l’incarico e di aver deciso di arrivare fino a giugno per concedere abbastanza tempo a Macron per scegliere il suo sostituto. Tutto ciò si verifica in una situazione molto complicata per la Francia, che non è riuscita ad approvare la nuova Finanziaria e ha dovuto ricorrere a una legge d’emergenza per consentire l’esercizio provvisorio nel 2026. Confermandosi ancora una volta il “malato d’Europa”.

Milano Cortina, pareggio a 1,7 miliardi

E’ stata fissata a 1,7 miliardi di euro la quota di pareggio per i Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina. Lo afferma il Sole 24 Ore. La somma serve per coprire le spese di organizzazione, che si sono alzate del 15%. Tutto ciò mentre i biglietti, i cui costi sono generalmente alti, sono lungi dall’esaurire la capienza degli impianti e di raggiungere la quota target (1,5 milioni di ingressi venduti). Qualsiasi cosa accada, occorre tenere in considerazione l’impatto positivo che le nuove infrastrutture avranno sui territori. Un impatto che non si vede subito, e non rientra nei documenti di “entrate e uscite”, ma che potrà essere valutato fra parecchi anni.

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Nuovo presidente per la Fed. Bene i mercati, i metalli crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il presidente americano Donald Trump ha nominato Kevin Warsh alla carica di nuovo presidente della Federal Reserve. Il banchiere centrale, che il prossimo maggio subentrerà a Jerome Powell, ha avuto la meglio su una ristretta rosa di candidati. Nel board della Fed dal 2006 al 2011, è stato anche consigliere economico dello stesso Trump; recentemente si è mostrato in linea con le critiche del presidente alla stessa Federal Reserve, sostenendo l’esigenza di tagliare i tassi – operazione che la scorsa settimana non è stata effettuata, nonostante le pressioni del presidente Usa.

Nessun approccio dogmatico

Da un primo giudizio, con l’era-Warsh sembra possibile un cambiamento della politica monetaria della Fed. Ma questo è tutto da dimostrare.
Primo, perché le decisioni non spettano a una sola persona, ma al board. Un organismo che (come in ogni direttivo di banca centrale, compresa la Bce) è solitamente composto da “falchi” e “colombe”. E in cui, a quanto pare, continuerà a sedere l’attuale governatore. Secondo, le linee guida di una banca centrale non dipendono tanto dall’impostazione o dall’approccio del suo presidente e del suo board (che pur, come visto, esistono), ma dalla situazione economica del Paese. In totale autonomia. Infatti la reazione positiva dei mercati (pur sorpresi dalla scelta di Trump) e il conseguente rafforzamento del dollaro suggeriscono che, secondo gli investitori, Warsh abbia le carte in regola per mantenere l’indipendenza totale della Fed dal potere politico. Come sempre accade, anche con il nuovo leader la Federal Reserve si muoverà guardando all’inflazione, che attualmente sta scendendo. Se la situazione economica si dimostrasse favorevole al mantenimento della stretta monetaria, Warsh potrebbe quindi essere indotto a rovesciare la sua impostazione favorevole ai tagli dei tassi, mantenendo immutato il costo del dollaro. O al massimo ad apportare solo una sforbiciata di 25 punti base, per poi restare fermo per vari turni. Nello stesso tempo, qualora si presentasse la necessità di comprare debito pubblico, Warsh sicuramente agirebbe di conseguenza, pur essendo ideologicamente contrario all’acquisto di bond governativi.

Terremoto metalli

Contemporaneamente all’annuncio della nuova era della Fed, si è verificato il crollo improvviso di oro, argento e altri metalli e materie prime. Un vero terremoto, che ha costretto investitori con posizioni allo scoperto a chiuderle in tutta fretta: alcuni certificati a leva cinque ora valgono zero (basta un -20% per svalutare totalmente il sottostante). La magnitudine del movimento “tellurico” ha mandato in fumo 7 trilioni di dollari solo per oro e argento, e ancora di più se consideriamo anche il resto delle materie prime, come l’alluminio. La corsa sfrenata dei due metalli era insostenibile e si è fermata improvvisamente, obbedendo a una sorta di legge fisica. Come accade per un proiettile che, dopo lo sparo, rallenta la salita e piomba dritto a terra. Molti osservatori hanno collegato la nomina di Warsh al crollo di oro e argento, indicandola come un fattore di sicurezza che renderebbe meno appetibili i beni rifugio. Ma questa sembra una scusa ex post: il mercato dei metalli mostrava volatilità già da tre o quattro giorni e preannunciava un assestamento. Che si è puntualmente verificato. E che ora sembra in esaurimento: le vendite massicce di oro e di argento (che comunque conserva un +10% rispetto a inizio anno) stanno rallentando, soprattutto a New York. I due metalli – la cui funzione di bene rifugio è più che mai in discussione – potrebbero quindi assestarsi su valori più consoni. Ha invece superato quota 1.09 euro il franco svizzero, che però non è immune da possibilità di cali anche improvvisi, soprattutto se la sua corsa si facesse travolgente.

La ripresa delle Borse

Come detto, il crollo di oro e argento si è rivelato positivo per le Borse, già spinte dagli utili, che insieme alla crescita restano elementi fondamentali per indirizzare i mercati azionari. Non per niente, i listini hanno dato un segnale incredibile di forza, chiudendo una buona settimana e aprendo ancora meglio quella nuova. Gli utili tra il 7% e il 9% raggiunti dalle società quotate (a eccezione del lusso, che paga il mutato atteggiamento nei confronti di capi molto costosi) evidenziano che non c’è motivo per cui i mercati debbano scendere, anche se la volatilità è decisamente maggiore rispetto allo scorso anno. A meno, ovviamente, che si non presenti il classico “cigno nero”: per esempio, un nuovo fattore geopolitico, o magari l’acclarato coinvolgimento di personaggi molto importanti nel caso-Epstein, i cui file stanno mostrando un marciume diffuso e rivelando storie terribili e degne dei peggiori film horror.

Bollette ancora su

Se i metalli scendono, il gas si assesta. Ma non è solo il prezzo del metano a determinare le tariffe che le famiglie e le aziende italiane devono sostenere: l’energia ha un impatto di solo il 60% sul totale – e se si rinunciasse a utilizzare l’indice Ttf di Amsterdam per stabilirne il prezzo, il suo peso sarebbe ancora minore. I cosiddetti “oneri di sistema”, per esempio, hanno aumentato il loro peso sul prezzo finale fino a sfiorare il 20% della bolletta. Lo denuncia il rapporto 2025 dell’Osservatorio Confcommercio Energia, che ha valutato la situazione dei costi (e degli aumenti) per le imprese del terziario. Aziende che, afferma lo studio, su questo fronte non se la passano per niente bene, dato che l’anno scorso hanno subito la crescita dei costi della luce del 28,8% sul 2019, ultimo dato pre-Covid, e di quelli del gas alla percentuale-monstre del 70,4%. Secondo Goldman Sachs, in una previsione che deve comunque essere presa con le pinze, entro due anni il prezzo del gas dovrebbe dimezzarsi. Sperando, naturalmente, che non sia troppo tardi per la sopravvivenza di molte imprese.

Milano-Cortina al cancelletto di partenza

Domani si svolgeranno le prime partite di hockey dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, che poi vedranno la cerimonia d’apertura venerdì sera a San Siro. Fino al 22 febbraio si alterneranno le gare su neve e ghiaccio, seguite in marzo dalle Paralimpiadi. E poi sarà tempo di bilanci. Naturalmente, già ora è possibile individuare le due facce della medaglia. Da una parte, per quanto riguarda le località di montagna, saranno utilizzate in gran parte piste già esistenti, che, eccezioni a parte, hanno avuto bisogno di interventi poco più che ordinari per essere pronte: soldi ben spesi, dato che si prevede che le infrastrutture rimangano poi sul territorio. D’altro canto, è andata in tutt’altra direzione la costruzione dell’impianto di Cortina per bob, slittino e skeleton, che ha drenato molte risorse, senza la certezza di un utilizzo continuativo dopo i Giochi. A Milano, l’intervento dei privati ha mitigato i finanziamenti pubblici per i luoghi di gara. Ma le infrastrutture viarie del territorio olimpico non sono state del tutto completate: l’esempio più eclatante è la tramvia che avrebbe dovuto collegare Rogoredo e il palazzetto di Santa Giulia, che sarà ultimata a Giochi ampiamente chiusi. La lista dei lavori non ultimati – o non effettuati – comprende anche opere fuori Milano, dai progetti viari in Valtellina alla telecabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina, che avrebbe permesso alle persone di raggiungere le piste da sci teatro delle gare olimpiche: in questo caso, la corsa contro il tempo è stata persa e i lavori saranno conclusi dopo i Giochi, offrendo comunque un’infrastruttura importante per vacanzieri e sciatori. La tavolozza è quindi in chiaroscuro. Resta la speranza che i Giochi siano un volano per Milano e per il turismo invernale sulle nostre montagne, con evidenti ritorni economici sui territori.

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Oro e argento: una corsa inarrestabile?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Continua il ping pong dei mercati, che evidentemente non hanno ancora deciso che direzione prendere. Dopo la correzione seguita alle dichiarazioni bellicose di Donald Trump su nuovi dazi nei confronti dei Paesi che sosterranno la Groenlandia, le Borse si sono rasserenate per il mezzo passo indietro del presidente Usa a Davos e hanno provato un timido recupero. A Milano, le banche hanno spinto un leggero rimbalzo, dimostrando ancora una volta che sta proseguendo il trend all’insegna della rotazione settoriale tipico di questi ultimi mesi. Ed evidenziando che, nella pianificazione di eventuali investimenti, è consigliabile una strategia prudente. Potrebbe dunque rivelarsi saggio mantenere le posizioni, senza incrementare, e sfruttare questa fase interlocutoria per studiare le prossime mosse esaminando problemi geopolitici, utili e outlook delle aziende. Puntando comunque sull’azionario, che promette senz’altro performance maggiori rispetto a un obbligazionario ormai normalizzato dall’assestamento dei tassi verso il basso.

Silvermania

Se le Borse navigano a vista, è sempre più clamorosa la corsa dell’oro e soprattutto dell’argento, che ha sbriciolato il muro dei 100 dollari l’oncia. Un traguardo che era previsto per fine 2026 e che invece è stato superato nel primo mese dell’anno. Le crisi geopolitiche (Ucraina, Venezuela e Iran in primo luogo) e la conseguente ricerca di beni rifugio sono sicuramente cause importanti di questo fenomeno ma – ora che le dimensioni dell’avanzata sono impressionanti – non bastano più da sole a spiegarlo. Anche perché gli altri metalli non seguono lo stesso trend, rendendo i due beni rifugio ancora più saldi in questa posizione. E allora? Allora, è molto probabile che dietro ai movimenti folli dell’argento ci sia una componente speculativa, che innesca un rischio-bolla. Molti si ricordano del Silver Thursday, che scosse i mercati giovedì 27 marzo 1980; in quel giorno, un crollo della quotazione dell’argento creò il panico tra gli investitori. A seguito del crack, i fratelli Hunt – petrolieri texani che si erano accaparrati una parte enorme di argento, causando così una reazione che avrebbe portato al crack – persero oltre un miliardo di dollari. Pur salvandosi inizialmente dal default, i fratelli videro progressivamente diminuire il loro patrimonio; anni dopo arrivò il colpo finale: i due furono dichiarati responsabili in sede civile per le loro operazioni tendenti al monopolio. Non ci è dato di sapere se in questo caso si verificherà un calo molto rilevante o una semplice correzione; è però probabile che prima di un eventuale arretramento possa proseguire per un po’ la fase rialzista.

Troppo caro per l’industria

Si è rimarcato più volte che l’argento, a differenza dell’oro, ha anche un’applicazione industriale. Una freccia in più al suo arco, si potrebbe dire. Tuttavia, questa caratteristica inizia a essere messa a rischio dall’impennata del suo valore. Nei moduli fotovoltaici, per esempio, il costo dell’argento ha ormai raggiunto il 30% del totale. In Cina si inizia già la caccia a metalli alternativi, nello specifico il rame, per gli usi industriali. Un argento improvvisamente super-valutato (un anno fa si aggirava sui 30 dollari, ora supera i 100) mette in difficoltà anche i venditori di gioielli: quotazioni simili tagliano fuori la classe media dagli acquisti, spingendola verso la bigiotteria o altre soluzioni più economiche. Questi aumenti sono, in ogni caso, più sentiti negli Stati Uniti che in Europa, dato che la valutazione ufficiale di oro e argento è espressa in dollari e il biglietto verde sta ancora cedendo e avvicinandosi a quota 1.20 sulla moneta unica. Non corre come i metalli preziosi ma sale gradualmente il prezzo del gas, che ha già prodotto una sortita oltre quota 40 euro a mwh. Ancora in fase soft, invece, il petrolio, che veleggia tra i 60 e i 70 dollari al barile.

Faro sulla Fed

Oltre a crisi geopolitiche, utili e outlook delle società, gli investitori sono in attesa della prossima decisione della Fed sui tassi, prevista fra poche ore. Importante anche capire la strategia della banca centrale americana per i prossimi mesi. Il quadro vede gli Stati Uniti superare i 33mila miliardi di dollari di debito pubblico (105.000 dollari per cittadino americano), con un deficit annuale pari al 6%. Ciò significa che nel 2026 gli Usa emetteranno il 50% circa del nuovo debito mondiale.

Il dopo-Powell

Intanto è corsa alla successione di Jerome Powell. Dopo che Trump ha raffreddato la candidatura di Kevin Hassett, capo del National Economic Council dallo scorso anno (“mi piacerebbe” mantenerlo “dov’è”, ha detto), spunta l’alternativa Rick Rieder, esponente di Blackrock: le previsioni del sito specializzato Polymarket, citato del Sole 24 Ore, hanno visto le possibilità del manager balzare dal 6% al 47% in una settimana lavorativa. La scelta di Rieder rifletterebbe la tendenza di scegliere un personaggio vicino a Wall Street, Ciò, però, non deve preoccupare, perchè solitamente, in un istituto centrale e nei suoi rapporti con il potere politico e la finanza, il sistema di pesi e contrappesi funziona. Come hanno dimostrato Powell con l’autonomia sui tassi e Mario Draghi ai tempi del salvataggio dell’euro, un banchiere centrale e il suo board, pur nominati dalla politica, possono lavorare conservando la loro indipendenza.

Nuovi stress test

E’ invece stabile la politica dei tassi Bce, che sembra non aver più intenzione di muovere le percentuali di riferimento – a meno che si verifichi un ritorno dell’inflazione. Risultato: oggi un Btp a due anni rende oltre il 2%, con la curva un po’ inclinata. Se appare ferma nella politica monetaria, l’Eurotower è molto attiva negli stress test nei confronti delle banche sulla tenuta rispetto a rischi geopolitici (in un quadro contraddistinto da minori aiuti pubblici) e attacchi informatici o malfunzionamenti dei sistemi. Dal punto di vista economico, senz’altro le banche sono messe bene, dato che la loro patrimonializzazione – richiesta proprio dall’Europa dopo il disastro Lehman – è eccellente. La medaglia, però, ha il suo rovescio: le normative hanno di molto diminuito l’attività tradizionale di erogazione del credito a famiglie e aziende, che storicamente contraddistinguono la vita delle banche.

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Borse in fase di turbolenza. In attesa della Corte Suprema americana

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana delle Borse si è aperta con un momento difficile. A scatenarlo, le nuove dichiarazioni aggressive di Donald Trump nei confronti della Groenlandia, la sua lettera al premier norvegese Jonas Gahr Støre (“non mi avete dato il Nobel? E io non mi sento più in dovere di pensare solo alla pace”) e le tariffe aggiuntive minacciate a chi ostacolerà le sue mire su Nuuk, subito controbattute dal bazooka di controdazi minacciati da Emmanuel Macron. Un’arma che però non tutta l’Europa è disposta a utilizzare, e che comunque – data la farraginosità dei meccanismi decisionali Ue – entrerebbe in vigore dopo almeno sette mesi di iter. Nelle minacce di dazi incrociati, almeno finora, non c’è comunque nulla di concreto, ma solo parole: per quanto riguarda Trump, abbiamo imparato a interpretare le sue dichiarazioni roboanti, con cui spesso l’inquilino della Casa Bianca “spara alto”, costruendosi una piattaforma di partenza per avviare i negoziati.

Borse in ripiegamento

Questa volta, si diceva, le Borse hanno barcollato, prendendo probabilmente il pretesto delle nuove esternazioni di Trump per rifiatare dopo un lungo cammino virtuoso.
Lunedì scorso i listini europei hanno lasciato sul terreno chi l’1% o giù di lì, chi lo zero virgola. La discesa è poi proseguita, ma a occhio sembra meno impattante rispetto al maxi-storno del 2 aprile scorso, che ha evidenziato una discesa più rapida e traumatica. Ad attutire un po’ la turbolenza potrebbero essere i dati annuali delle società quotate: i primi bilanci sono positivi, ma le imprese sembrano restie a comunicare le aspettative a fine anno. E anche questo è un freno, dovuto all’incertezza globale.

Il nodo della Corte Suprema

La fase di indecisione durerà probabilmente fino al pronunciamento della Corte Suprema americana, che dovrebbe mettere la parola fine sulla liceità o meno dell’utilizzo dell’International Emergency Economic Powers Act per applicare tariffe doganali. Si tratta di uno snodo importante, che potrebbe rivelarsi indolore solo se i giurati fermassero i dazi, ma “sanando” ciò che è avvenuto finora. Un’eventualità certamente non facile, né probabile, perché occorrerebbe giustificarlo in termini di legge. Se però i magistrati riuscissero a trovare la “quadra”, come si usa dire, eviterebbero il rischio di contraccolpi per l’economia americana (e mondiale) praticamente certi se la sentenza fosse netta, da una parte o dall’altra. Nel caso in cui venisse riconosciuta la liceità dell’intervento di Trump, il presidente americano avrebbe via libera per imporre nuove tasse agli altri Paesi, creando scompensi nelle economie e in Borsa (come abbiamo visto, da aprile a oggi le tariffe sono l’unico fattore in grado di deprimere i mercati). Se invece la Corte Suprema decidesse di respingere in toto i dazi trumpiani, il fisco americano sarebbe costretto a restituire alle aziende coinvolte una somma enorme, con ricadute molto forti sull’economia americana e il probabile calo del dollaro. A meno che la maggior parte delle aziende, per non urtare il presidente, rinunci alle cause in tribunale per riavere il denaro. Uno stop da parte dei giudici americani rallenterebbe anche il risiko che Stati Uniti e Cina stanno giocando sullo scacchiere mondiale, e che ultimamente ha visto le due superpotenze impegnate nell’emisfero di pertinenza dell’avversario: all’annuncio di nuovi investimenti statunitensi a Taiwan in cambio di tariffe al 15% è subito arrivato l’invito alla cooperazione che Xi Jinping ha recapitato al Canada.

Siglato il Mercosur. Ma non è detta l’ultima parola

Ci spostiamo da un estremo all’altro, e cioè dal rischio di nuovi dazi all’accordo-Mercosur, siglato dai rispettivi leader europei e sudamericani. I due pericoli sono, per utilizzare un’espressione usata e abusata, un po’ come Scilla e Cariddi: restrizioni al commercio da una parte, rischi di concorrenza sleale dall’altra. Gli agricoltori fremono, temendo che l’intesa inneschi una crisi esistenziale per il settore e paventando rischi legati alla qualità di frutta, verdura e cereali (ma anche di carne) provenienti dal Sudamerica a prezzi mediamente più bassi. Per non parlare delle norme ambientali e sanitarie meno stringenti che sono in vigore oltre oceano. C’è anche il nodo del Parlamento europeo, che dovrà ratificare l’accordo. Un’eventualità non del tutto scontata, come ha anche ricordato Emmanuel Macron, leader del fronte del “no”.

Sale il gas

Mentre oro e argento continuano a correre, favoriti dalla situazione internazionale caotica e incerta, il prezzo del gas è salito di circa il 30%. Anche in questo caso, le tensioni geopolitiche influiscono; occorre tuttavia ricordare che nell’ultimo periodo si era verificato un calo del prezzo del metano, e che il suo recente aumento non rappresenta ancora un elemento preoccupante. Anche il petrolio è salito, pur rimanendo in una fascia di sicurezza. Certo è che queste impennate, moderate o forti, non fanno che danneggiare la vita quotidiana degli europei, per cui il caro-bolletta è diventato ormai una costante.

Porsche in retromarcia

Ha subito una forte flessione la quotazione di Porsche. L’azienda automobilistica ha risentito in Borsa del calo delle consegne registrato nel 2025, pari al 10%. La società ha buttato acqua sul fuoco, dichiarando, per bocca di Matthias Becker, membro del cda per le vendite e il marketing, che la retromarcia si verifica “dopo vari anni record”: il risultato, prosegue l’esponente di Porsche, è comunque in linea con le aspettative e la diminuzione dipende dalle “carenze di materiali per i modelli 718 e Macan con motore a combustione interna, alla domanda ancora debole di prodotti esclusivi in Cina e alla nostra gestione delle forniture orientata al valore”. Non per niente, l’arretramento nel mercato cinese ha raggiunto il 26%, contro il 13% dell’Europa (Germania a parte). Da questi dati, aggiungiamo noi, emerge una crisi dell’auto di lusso, confermata da Porsche dopo i numeri già comunicati da Ferrari, oltre a un più generalizzato calo di interesse per l’auto tedesca in Cina, Paese con enormi siti produttivi automobilistici dentro ai suoi confini. Byd, per esempio, può disporre di uno stabilimento di 175.000 chilometri quadrati – più esteso della città di Napoli – da cui aggredire i mercati: i cinesi hanno studiato i modelli europei e su di essi si sono ispirati per le loro automobili, che ora vendono in varie parti del mondo, a prezzi più bassi. Certo è che, oltre ad avere una capacità produttiva molto ampia, le aziende cinesi non devono sottostare alle regole europee, un po’ perché sono finanziate da soldi pubblici, un po’ perché la disciplina dei lavoratori contempla una protezione minore – per non parlare della scarsa presenza di vincoli ambientali. Per questo motivo, la Cina, più che partner, è un concorrente aggressivo per i mercati europei.

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Lo scontro su Powell non scalfisce i mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse europee proseguono il loro andamento all’insegna del trading range, che ormai ne caratterizza le dinamiche dallo scorso ottobre. Si è osservata una maggiore instabilità, anche se la situazione è tornata rapidamente sotto controllo; a innescare una pur effimera volatilità non sono stati tanto i venti di guerra in Venezuela, le proteste in Iran o le rinnovate minacce di Donald Trump alla Groenlandia, quanto l’escalation del contrasto fra l’inquilino della Casa Bianca e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, destinatario di un’indagine penale da parte del dipartimento di Giustizia americano. Ancora una volta i mercati si sono concentrati su crescita e utili: se una delle due componenti viene a indebolirsi, uno storno forte è possibile. Ma attualmente non ci sono avvisaglie di questo tipo: per ora, dunque, si osservano calma piatta, volatilità compressa e mercato costruttivo, in attesa di ciò che davvero conta per i listini. Il pronto recupero delle Borse europee e ancor di più di quelle americane, con record per Dow Jones e S&P 500, ha mostrato che i mercati sono ormai vaccinati anche nei confronti degli scontri istituzionali americani. Mentre in Giappone si registra il record del Nikkei, influenzato dalle possibili elezioni anticipate a breve termine.

Lo scontro su Powell

Sul caso-Powell non si è verificato, almeno per ora, lo scenario temuto da Scott Bessent: il segretario al Tesoro Usa, nel consigliare Trump di raffreddare lo scontro, temeva una ripercussione negativa sui mercati (il che, come abbiamo visto, non è avvenuto), ma anche un effetto contrario sull’opinione pubblica, con una crescente solidarietà nei confronti di Powell e il sorgere di più difficoltà nella sostituzione del numero uno Fed prima di fine mandato. Il banchiere centrale (che, ricordiamolo, era stato nominato proprio da Trump) ha affermato che si sta giocando una partita cruciale per mantenere l’indipendenza della Federal Reserve e la sua possibilità di decidere i tassi di interesse senza pressioni di tipo politico. Il che, formalmente, è corretto, anche se la realtà è un po’ differente. Perché la legge americana tutela certamente l’autonomia della banca centrale, ma il capo della Fed è comunque nominato dal presidente e, volente o nolente, deve fare da sempre i conti con i desiderata del partito al potere. Il motivo della strategia di Trump e dell’intensificazione dello scontro con un capo Fed in scadenza (con il suo successore già identificato) potrebbe sostanziarsi nell’andamento lento dell’economia americana (tecnologia a parte) e il bisogno di identificare un responsabile a dieci mesi dalle elezioni di mid term, che, secondo i sondaggi attuali, sarebbero favorevoli al Democratici.

Dazi sì, dazi no…

Un impatto potenzialmente più ampio potrebbe presentarsi se la Corte suprema americana decidesse di smontare, in tutto o in parte, l’architettura dei dazi trumpiani, con il rischio per il fisco Usa di dover restituire, secondo Trump, “molte centinaia di miliardi di dollari”. Insomma: se la Corte annulla le tariffe, ha proseguito il presidente, “siamo spacciati” (in realtà Trump ha utilizzato un’espressione più… colorita). La vertenza, partita da alcuni imprenditori americani e da 12 Stati e arrivata all’ultimo, inappellabile grado di giudizio, è incentrata sull’utilizzo, da parte del presidente, dell’International Emergency Economic Powers Act del 1977, legge che consente all’amministrazione in carica di introdurre leggi in caso di emergenza. Secondo i ricorrenti, le tariffe doganali di Trump non giustificavano un intervento di eccezione come lo Ieepa, e quindi il ricorso a questa misura non sarebbe legittimo; Trump sostiene invece che il fortissimo deficit commerciale americano può essere incluso nei casi che giustificano la proclamazione, da parte del presidente, dell’emergenza nazionale. Se la Corte desse ragione al tycoon, tutto resterebbe come adesso, e Trump avrebbe mano libera per imporre nuove tasse doganali (come quella del 25% appena annunciata nei confronti di “qualsiasi Paese che intrattenga relazioni commerciali” con l’Iran). Se invece i giudici propendessero per l’annullamento, si prevede un flusso di massa di denaro dal fisco alle aziende che hanno pagato dazi. Si parla anche di una terza opzione: lo stop da parte della Corte Suprema, ma con una sorta di “condono” per quanto è accaduto finora. Una sorta di cosa fatta capo ha in versione stelle e strisce. Questa soluzione intermedia eviterebbe rischi per l’economia, ma occorre capire se ha fondamenti legali. Difficile fare previsioni. C’è chi ricorda che la maggioranza dei giurati della Corte è stata nominata da presidenti repubblicani; tuttavia, i componenti del tribunale supremo sono indipendenti, e non devono rendere conto a nessuno, essendo in carica a vita: non per niente i magistrati hanno già smentito Trump nel corso del suo secondo mandato.

Il nodo Mercosur

C’è chi i dazi li vuole mantenere e chi li vuole togliere. L’Unione Europea ha infatti approvato l’accordo di libero scambio con il Mercosur (aggregazione economica sudamericana composta da Uruguay, Argentina, Brasile e Paraguay), non senza un dibattito convulso al suo interno. L’intesa – la cui firma è prevista il 17 gennaio ad Asunción – è stata infatti bocciata da Francia, Irlanda, Austria, Ungheria e Polonia, con l’astensione del Belgio, e ha provocato particolari tensioni a Parigi e rischi per la sopravvivenza del governo Lecornu, oltre alla protesta degli agricoltori. Protesta comprensibile: tra Europa e Sudamerica c’è un disavanzo commerciale fortissimo, e con questo accordo rischiamo di sacrificare la nostra agricoltura senza controllare i protocolli di produzione e salvaguardare gli stipendi dei dipendenti. Come è avvenuto tempo addietro con l’apertura alla Cina, mosse miopi e affrettate rischiano di danneggiare molti business e posti di lavoro.

Lavori in corso

E’ stato inaugurato con i final four di campionato e Coppa Italia di hockey il nuovo palazzetto olimpico di Santa Giulia, nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo. Inaugurato, abbiamo detto, ma non finito: vari spettatori accorsi per assistere alle partite, da una parte sono stati piacevolmente impressionati dall’impianto, dall’altra hanno sottolineato che, a meno di un mese dall’inizio dei Giochi, il palazzo non è ancora finito: cavi e tubi a vista e spogliatoi non pronti hanno dato un’idea di provvisorietà e di lavori in corso. Non bastasse questo, durante la partita d’esordio fra Varese e Caldaro è stato rilevato un buco nel ghiaccio, che ha costretto l’arbitro a interrompere il match per circa cinque minuti. Sicuramente, come di solito accade in questi casi, la corsa contro il tempo sarà ultimata prima dell’inizio della kermesse olimpica. A differenza di quanto accadrà per i lavori viari, soprattutto in Valtellina, ma anche a Milano, che non saranno terminati in tempo. Un’occasione persa, e dovuta anche alle procedure d’appalto lunghe e onerose tipiche della burocrazia italiana, che allungano i tempi in maniera smisurata e impediscono il rispetto delle scadenze predefinite.

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2026, la grande incognita dei tecnologici

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse hanno iniziato il 2026 proseguendo il trend positivo di San Silvestro, e non sono state toccate neppure dell’attacco americano in Venezuela, confermando il segno più alla riapertura. Il fenomeno mostra ancora una volta che – come abbiamo spesso ripetuto – i listini hanno sviluppato anticorpi molto forti contro le pesanti incertezze causate da turbolenze, geopolitiche e non. Il periodo di crisi causato prima dal Covid e poi dalla guerra russo-ucraina ha dunque contribuito a “vaccinare” le Borse, che sono così riuscite a passare indenni altri momenti molto sfavorevoli; anche lo scivolone post-dazi di aprile, che inizialmente sembrava aver messo alla prova la resilienza dei mercati, è stato recuperato in un paio di mesi. Ciò, ovviamente, non significa che non si debba rimanere in guardia dai rischi di nuove crisi sullo scacchiere mondiale; al contrario, i mercati dovranno sempre tenere antenne puntate e prestare la massima attenzione. Tuttavia, i listini sanno difendersi molto di più rispetto a quattro anni fa: da ottobre 2022 le Borse ignorano maggiormente i segnali geopolitici e guardano solo alla crescita e agli utili, spostando il loro orizzonte sul lungo periodo.

Cambio di leader

Per ora, dunque, si può prevedere un mercato 2026 costruttivo e positivo – magari non come l’anno scorso, a causa della maggior volatilità, ma comunque in crescita. Una grande differenza fra il 2025 e l’anno appena iniziato sembrerebbe l’affermarsi di una tendenza alla maggior omogeneità fra i vari comparti: mentre il 2025 è stato spesso caratterizzato da periodi di marcata rotazione settoriale, ora sembra più probabile che gli indici borsistici si muovano un po’ più all’unisono. Probabile anche un cambio di “maglia gialla” al vertice del gruppo: il 2025 ha visto una prevalenza dei mercati europei, mentre quest’anno a trainare la crescita potrebbero essere le Borse americane; ci si aspetta comunque una correlazione stretta fra i due poli, che dovrebbero fare entrambi bene. Come anche il Nikkei, che ha le potenzialità per reagire positivamente alla politica di moderato rialzo dei tassi decisa dalla banca centrale. La strategia valutaria vedrà invece gli Stati Uniti impegnati ad ammorbidire nuovamente la stretta monetaria, mentre ci si aspetta immobilismo da parte della Bce. Un’incognita prevista è quella legata al ciclo elettorale americano, specialmente se, come sembra, il Congresso rafforzerà una maggioranza di segno opposto a quella dell’amministrazione in carica.

Intelligenza artificiale: nuovi record o bolla?

Incerto il futuro borsistico delle aziende tecnologiche – soprattutto quelle che si occupano di intelligenza artificiale. In questo settore, da molto tempo in grande spolvero, sono stati convogliati centinaia di miliardi di dollari in investimenti, rendendo indispensabile un ritorno economico adeguato. In presenza di utili in grado di giustificare l’ingente impegno finanziario, questi titoli facilmente saliranno ancora. Altrimenti il valore in Borsa calerà. Insomma: il quadro sembra aperto anche alle soluzioni più divergenti, dalla possibilità di nuovi massimi al rischio bolla. Una piccola spia rossa è già comparsa a fine 2025 e ha riguardato Oracle: è bastato che, proprio a causa degli investimenti sull’intelligenza artificiale, i ricavi si attestassero al di sotto delle previsioni per causare un arretramento significativo delle azioni. Se dunque si verificasse un rallentamento generalizzato degli investimenti delle grandi bigtech sull’intelligenza artificiale, il settore potrebbe rallentare, frenando a sua volta la crescita economica.

Finanziari, preziosi e automotive

Un’altra incognita è rappresentata dai titoli finanziari, che l’anno scorso hanno spinto le Borse di Milano e di Madrid sul tetto d’Europa. Il 2026 di queste azioni potrebbe rivelarsi più tranquillo, riservando magari qualche soddisfazione a chi investirà su selezionati titoli bancari. Hanno invece tutte le potenzialità per crescere ancora i titoli collegati ai metalli preziosi: attualmente c’è molta volatilità sull’argento, con fluttuazioni fra il 3% e il 4%, ma alla fine sembra quasi scontato un grafico in forte crescita, capace di raggiungere i 90 dollari fra 12 mesi. E’ molto probabile che l’argento continui a correre più dell’oro, in grado comunque di arrivare il prossimo dicembre ai massimi, forse oltre i 5.000 dollari l’oncia. Per questo, sembra corretto mantenere i titoli dei metalli preziosi. Iniziando magari a investire anche sul settore automobilistico europeo, penalizzato dal green deal negli ultimi tre anni e ora, con il dietrofront della Commissione Ue, protagonista di un ritorno al centro del palcoscenico. A proposito di automotive, ha fatto parlare il sorpasso “in frenata” di Byd nei confronti di Tesla. Il gruppo di Elon Musk ha infatti chiuso il 2025 con 1,64 milioni di veicoli consegnati, a -8,3% rispetto all’anno precedente, mentre Byd ha archiviato l’esercizio con 2,25 milioni di auto vendute. A causare il cambio al vertice, i prezzi decisamente più abbordabili dei veicoli prodotti dalla casa cinese, che può anche sfruttare un maggior coinvolgimento del mercato europeo sulle auto elettriche, in rallentamento negli Stati Uniti.

Obbligazionario

Infine, uno sguardo all’obbligazionario. I Treasury americani, di cui è attesa un’emissione 2026 di 1,7 milioni di dollari (quasi pari al pil italiano), sembrano mantenere rendimenti interessanti (i decennali sono ancora oltre il 4%), ma risentono di un rischio di cambio molto forte. Attualmente, il rapporto euro-dollaro è posizionato oltre 1,16; difficile capire se scenderà intorno a quota 1,15 o si spingerà sopra 1,20; quest’ultima opzione sembra comunque più probabile. Per questo motivo, i bond a stelle e strisce non sono remunerativi come sembrano, dato che rischiano di guadagnare per interessi e perdere nel cambio. L’obbligazionario offre da parte sua poco spazio, soprattutto il governativo: con un rendimento del 2%, che poi al netto dell’inflazione ne restituisce poco più della metà, il settore garantisce sicurezza, ma non performance. Le obbligazioni corporate, invece, promettono performance inizialmente superiori a quelle dei titoli di Stato.

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Le Borse archiviano un 2025 molto positivo

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse si avvicinano a San Silvestro con un andamento cauto, che chiude all’insegna della calma un anno di grandi soddisfazioni per i mercati. D’altra parte, le contrattazioni piatte di fine anno sono abbastanza una costante: nel periodo natalizio sono pochissimi gli operatori che si dedicano alla compravendita di titoli, e questo dicembre è stato un mese piuttosto tranquillo e senza grandi sbalzi. Compatibilmente con i diversi calendari delle festività (più nutriti in Italia, Francia e Germania), la prima seduta sostanziosa del 2026 si terrà il 5 gennaio, ponte permettendo.

Brinda l’Europa

Si chiude dunque un 2025 in forte salita, che ha premiato i listini di varie parti del mondo, con particolari avanzamenti per i titoli dell’intelligenza artificiale e del settore difesa (che ha risentito dei maxi-progetti di riarmo), oltre alle “solite” banche e ai metalli preziosi. A soffrire, invece, il comparto automobilistico europeo, penalizzato dalla tendenza green radicale di Ursula von der Leyen e protagonista di un tentativo di rimbalzo solo dopo la parziale retromarcia di dicembre. Per il resto, alcuni settori più di altri hanno risentito negativamente dei dazi, che però – se eccettuiamo il tonfo di aprile, poi recuperato in scioltezza – non hanno avuto forza sufficiente per invertire il trend positivo dei listini. In particolare, i mercati europei hanno stappato lo spumante, con una crescita media di circa il 20%; il quadro positivo è stato favorito dagli utili, ancora succosi, e dal taglio dei tassi, ma anche dal quadro valutario e dalla volatilità abbastanza contenuta, a parte il severo storno di aprile e quello, più attutito, di ottobre. Chiude benissimo Milano, che in un anno ha aumentato il suo valore del 30%.

Il grande interrogativo di Wall Street

Nella crescita di Wall Street, il gruppo è stato invece tirato dai tecnologici, trainati dall’intelligenza artificiale. Una spada di Damocle grava però su un settore giovane, innovativo e in crescita verticale: i dubbi sulla possibilità di una bolla, che spesso vengono sollevati da esperti, analisti e giornali specializzati. La percezione diffusa fa leva sulle similitudini tra la situazione attuale del settore IA e le condizioni del Nasdaq a inizio 2000. Qualsiasi cosa accada, è bene enfatizzare che la Borsa guarda soprattutto gli utili: proprio per questo, una volta definita meglio la situazione, avverrà una scrematura fisiologica dei player IA, con pochi vincitori e molti perdenti. Proprio ciò che è accaduto nella bolla dotcom di inizio millennio. Per evitare brutte sorprese, il settore dell’intelligenza artificiale riflette sull’opportunità di proseguire i mega-investimenti che ne hanno contraddistinto le strategie: alcune case iniziano a rimandarli o a spalmarli su un periodo di tempo più lungo per salvaguardare la sostenibilità economica. Emblematico è il caso di Oracle, che proprio a causa dei forti investimenti IA ha raggiunto ricavi al di sotto delle previsioni, con il successivo crollo del titolo. A spingere le Borse, lo ripetiamo, sono soprattutto gli utili. Ciò significa che una società come Nvidia, che è valutata una volta e mezza il pil italiano, dovrà raggiungere ricavi stratosferici per giustificare questi numeri.

Chi è rimasto indietro

Visti i risultati 2025, era davvero difficile chiudere l’anno da perdenti. Ma, come sempre accade, c’è chi è rimasto indietro, portando a casa un guadagno minore, o addirittura le briciole. L’esposizione su titoli governativi in euro, per esempio, nel 2025 si è rivelata poco performante. Chi ha in portafoglio solo obbligazioni internazionali chiuderà l’anno con rendite vicine allo zero, o addirittura in negativo; di poco migliori, ma comunque mediocri, i portafogli bilanciati internazionali in euro. Penalizzanti anche gli investimenti in dollari: l’anno è stato infatti molto positivo per chi ha deciso, in totale controtendenza, di limitarli. Ad approfittare meno della situazione sono state le grandi case internazionali, che gestendo molti asset sono fisiologicamente più lente nello spostare investimenti da un comparto all’altro. Una caratteristica che, in presenza di una forte rotazione settoriale, ha giocato un ruolo importante nell’affermazione delle piccole boutique, che quando si muovono sul mercato non influenzano i prezzi e si possono permettere più libertà nell’operare. Il quadro 2025 ha dunque premiato la tempestività delle decisioni e la diversificazione degli investimenti.

Sempre più in alto

Fra i trionfatori del 2025 ci sono i metalli, specialmente oro e argento, che non accennano a fermare una corsa a pieni polmoni. Se per il “re” giallo era possibile prevedere una progressione geometrica, è stato un po’ più sorprendente il balzo dell’argento, che aveva iniziato l’anno sotto i 30 dollari e lo chiuderà sopra i 75. I segnali per l’inizio del 2026 sembrano positivi, ma è difficile prevedere se e quando un avanzamento così poderoso si fermerà e se lo storno sarà moderato oppure forte. Sono molti gli scenari possibili: nuovi record, uno stop temporaneo, un ritracciamento o una discesa verticale e improvvisa, anche del 20%. Certo è che, prima o poi, i due metalli dovranno prendersi una pausa. In questa situazione, potrebbe rivelarsi utile cedere una parte di questi asset e mantenerne un po’ come copertura.

Pazzo bitcoin

Discorso diverso per i bitcoin, che a meno di sprint clamorosi dell’ultimo momento chiuderanno a un valore inferiore rispetto a 12 mesi fa. Nel corso dell’anno, la principale criptovaluta aveva sfondato il muro dei 100.000 dollari, spinta dall’endorsment del presidente americano Donald Trump, da poco eletto, e dall’inclusione della moneta virtuale negli Etf. Il bitcoin si era poi stabilizzato fino al crollo di novembre, dovuto principalmente ai realizzi dei primi detentori di questo asset. Le previsioni 2026 dividono gli analisti: chi pensa che l’inclusione negli Etf possa sostenere la divisa virtuale scommette su un trend rialzista; viceversa, le tensioni geopolitiche e il conseguente desiderio di certezze (che non favoriscono investimenti ad alto rischio) sembrano suggerire una dinamica opposta. Tanto più che le analisi sulle criptovalute sono difficili anche per la volatilità intrinseca che le contraddistingue.

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La calma dopo i fuochi d'artificio

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse si stanno avvicinando alle festività in una situazione di cautela e stabilità. Dopo una settimana molto brillante, l’apertura di ieri ha evidenziato qualche timido e strutturale passo indietro; anche se la chiusura prenatalizia evidenziasse qualche arretramento, il fenomeno sarebbe comunque limitato, e non andrebbe neppure a sfiorare il bilancio altamente positivo di quest’anno. E questo nonostante i lunghi periodi di trading range e i due scivoloni che si sono verificati nel corso del 2025 (il maxistorno di aprile e il calo, più limitato, di ottobre), tra l’altro ampiamente recuperati.

Rischi geopolitici

Unico rischio all’orizzonte, i “soliti” pericoli di carattere geopolitico: quelli nuovi – come il riacutizzarsi delle tensioni fra Israele e Iran e i contrasti fra Stati Uniti e Venezuela – e quelli vecchi, sia in Medio Oriente (Gaza e Libano), sia sul fronte russo-ucraino. Le Borse hanno, però, da tempo sviluppato solidi e rassicuranti anticorpi: due o tre anni fa, la situazione sullo scacchiere mondiale avrebbe causato grandi preoccupazioni per i mercati; oggi – dopo le dimostrazioni di stabilità e “resilienza” a cui ci hanno abituati i listini – le forti inquietudini per l’instabilità geopolitica sono derubricate a timori legittimi, ma sotto controllo. Anche perché è stato scongiurato un rischio che avrebbe potuto mettere alla prova la “vaccinazione” delle Borse contro eventi avversi, e cioè l’utilizzo degli asset russi congelati per sostenere l’Ucraina. L’opzione è stata scartata e sostituita con un prestito comune per Kiev. Ad avere un ruolo importante, se non determinante, nella decisione dell’Ue è stato il Belgio, che detiene la maggior parte degli asset russi attualmente congelati. Due i timori del premier Bart De Wewer. In primo luogo, la possibilità di un ricorso di Mosca alla corte internazionale. Un eventuale esito negativo si sarebbe riversato proprio sul Paese nel cui territorio si trovano gli asset russi congelati, che sarebbe stato costretto a pagare una somma molto maggiore rispetto al denaro sequestrato. Questa situazione avrebbe rischiato anche di convincere gli investitori a vendere bond Ue, innescando rischi sistemici e penalizzando l’euro. Oltre a questo, in caso di utilizzo delle risorse congelate, la Russia avrebbe potuto sequestrare 17 miliardi di asset europei per ritorsione, convincendo anche vari paesi amici a fare altrettanto. Come già detto, la posizione belga ha prevalso, e l’Ue ha optato per un prestito a Kiev, senza attingere a fondi russi.

Spumante in fresco

A meno di sorprese, gli investitori possono rilassarsi e concentrarsi su panettone e spumante, già in fresco: il mercato è infatti virtualmente chiuso, e in attesa del Natale si può iniziare la pianificazione dei prossimi investimenti, identificando i settori più interessanti. A cominciare da quello finanziario, per cui sembra esserci un po’ di spazio, per proseguire con le utility, con l’obiettivo di munirsi di azioni difensive. E’ molto in crescita il settore automobilistico: occorre capire se ci sia ancora margine per puntare anche su questo comparto.

Oro e argento

Per il resto, a presidiare il palco dei vincitori c’è ancora l’oro, che ha superato i 4.400 dollari l’oncia, stabilendo un nuovo record. E’ passato meno di un anno da quando si riteneva difficile lo sfondamento di quota 3.000, e ora i 4.500 dollari sembrano a portata di mano. Crisi geopolitiche, tassi, politica monetaria, desiderio di tranquillità e sicurezza spingono il più tradizionale dei beni rifugio verso una corsa dal futuro imprevedibile. Ma continua a correre anche l’argento, salito più del 20%, e il cui trend potrebbe proseguire persino più a lungo rispetto al “parente nobile”. Perché questo metallo ha anche applicazioni industriali, in grado di accendere il turbo. Anche per questo motivo, l’argento sta entrando a pieno titolo nel novero dei beni rifugio, e sembra particolarmente promettente per l’anno prossimo.

Exor, il disimpegno dall’Italia

Sotto l’albero è molto attiva Exor, che con la sua controllata Lingotto Innovation è entrata nel capitale di Trade Republic, banca digitale tedesca. La cassaforte della famiglia Agnelli sembra insistere nella strategia di acquisizioni all’estero e disimpegno dall’Italia, dove ha ceduto le partecipazioni in Iveco e sta ultimando la cessione di Gedi, restando (almeno per ora) l’azionista di controllo della Ferrari e il principale controllante della Juventus. In quest’ultimo caso, gli Elkann hanno respinto al mittente il miliardo offerto da Tether e, secondo le ultime indiscrezioni, anche i 2 che avrebbero messo sul piatto i sauditi. Visto il trend di abbandono dell’Italia, però, una cessione del club bianconero non è ancora del tutto da escludere. Per il resto, Exor da inizio anno ha perso parecchio per il calo in Borsa delle sue controllate (prima fra tutte, la Ferrari). Tuttavia, la holding di partecipazioni fa ancor molti utili e può godere di una liquidità rassicurante.

Il Mercosur non piace agli agricoltori (e neanche a Italia e Francia)

A fine anno, invece, non stapperanno lo spumante i sostenitori dell’accordo di libero scambio fra Unione Europea e Mercosur, che è stato ancora prorogato – questa volta di un mese – da Ursula von der Leyen. Il rinvio si è rivelato necessario soprattutto per i disaccordi fra la Commissione Europea e l’alleanza tattica tra Francia e Italia: Emmanuel Macron è ostile all’intesa, chiedendo per la sua approvazione una maggioranza qualificata; Giorgia Meloni punta invece a una versione migliorativa del documento, con la reciprocità degli standard di qualità (soprattutto nel commercio di carne) e la salvaguardia della filiera produttiva, per evitare che i prodotti sudamericani possano innescare una concorrenza sleale nei confronti di quelli europei. Meno influenti, invece, sono state le pur ripetute proteste degli agricoltori a Bruxelles, che hanno avuto una copertura mediatica abbastanza marginale. Le bocce non sono ancora ferme, dunque, ma il rinvio – ha detto Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro – potrebbe rivelarsi un “palliativo” se non sarà istituito un tavolo di confronto con le associazioni di rappresentanza delle associazioni agricole. Insomma: il rinvio di Natale potrebbe anticiparne altri, e allungare i tempi di un accordo in discussione da inizio millennio.

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Calo dei tassi: la Fed inizia a organizzarsi

Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha prefigurato una possibile diminuzione, nel corso del 2024, di 75 punti base. E i mercati si aspettano un decremento quasi doppio. Nessun segnale dalla Banca Centrale Europea. Anche se...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Quest'anno, come è stato detto più volte in questi giorni, il Babbo Natale dei mercati ha assunto le sembianze di Jerome Powell. Annunciando che nel 2024, negli Stati Uniti, sarà possibile una riduzione dei tassi di interesse pari a 75 punti, il presidente della Federal Reserve ha contribuito a innescare un'atmosfera di ottimismo, che ha ingenerato grandi aspettative. Non per niente, dopo l'esternazione del numero uno della Fed, i mercati si sono spinti ben più in là, arrivando a prevedere un calo dei tassi fino a 145-150 punti.

Strategie divergenti

L'annuncio di Powell ha portato benefici soprattutto ai listini americani, che la scorsa settimana hanno ottenuto una performance superiore rispetto a quelli europei. Anche per l'atteggiamento dell'Eurotower. Christine Lagarde, presidente della Bce, ha infatti affermato che a Francoforte non si è parlato di tagli. Dov'è la sorpresa? - verrebbe da dire. Le strategie della Banca Centrale Europea – almeno dalla fine dell'era Draghi – si sono rivelate discutibili. In prima battuta non è stata prevista l'inflazione, con un ritardo nel rialzo dei tassi; poi si è scelta la strada di un riaggiustamento troppo incalzante e decisamente esagerato. Ora si insiste sui livelli di inflazione, che sarebbero ancora troppo alti, mentre la situazione è in via di miglioramento e l'obiettivo del 2% è a portata di mano. All'Eurotower ci sono fior di analisti, che conoscono la situazione: non si comprende quindi questa resistenza a oltranza, che impedisce di “ascoltare” i cambiamenti. I mercati, che solitamente anticipano i tempi, hanno invece un atteggiamento diverso: non credono all'attendismo espresso da Christine Lagarde e puntano sul calo dei tassi anche in Eurolandia. Lo dimostra l'asta dei Btp annuali, che ha decretato un valore del 3,75%, con uno spread sotto 170 punti base. Ciò, appunto, evidenzia l'ottimismo diffuso su un taglio del costo del denaro. Magari non a marzo (mese in cui i mercati si aspettano i primi movimenti verso il basso da parte della Fed), ma comunque a stretto giro.

2024, prime indicazioni

Queste aspettative influenzano, e non di poco, le previsioni sul 2024 dei mercati. A iniziare dalle obbligazioni. Per sei mesi abbiamo consigliato di rimanere lunghi di duration: ora la discesa del Btp sotto il 4% conferma la nostra visione. Una volta che il costo del denaro inizierà a scendere, il lungo termine si confermerà sempre più la strategia obbligazionaria migliore. Chi si posizionerà con duration lunga potrà assicurarsi per cinque anni rendimenti intorno al 5%, dotandosi di un hedging contro eventuali storni dei mercati azionari. Chi invece insisterà a rimanere corto (o non potrà fare altrimenti) rischierà di scendere sotto il 2%. L'azionario, invece, dovrebbe veleggiare abbastanza tranquillo, o con lievi perdite o con guadagni moderati. Le economie, come ricordato, sono in rallentamento e i rendimenti in doppia cifra di quest'anno si riveleranno irrealizzabili. Il 2023 ha restituito performance eccezionali: chi è rimasto fuori, ha perso un'opportunità molto forte. Se ci sarà una crescita, presumibilmente sarà moderata. Stesso discorso si può fare per eventuali flessioni: a meno di un “cigno nero”, o comunque di un evento esterno molto problematico, non è ipotizzabile una discesa dei mercati oltre il 5%.

India batte Cina

Sull'inflazione, come detto, c'è ottimismo. E questo nonostante la ripresa dell'alluminio e di altre materie prime dopo 20 mesi di calo. Una risalita di questi asset non è sufficiente a mettere a rischio i prezzi (più pericolosa potrebbe invece rivelarsi una lettura integrale dell'Agenda 2030, soprattutto sul versante dell'elettrico). Più che l'inflazione, a preoccupare è il rallentamento dell'economia europea (con la crisi industriale tedesca che fa tremare l'intero continente) e americana. E soprattutto cinese. Pechino mostra una situazione davvero preoccupante: le aziende lavorano ormai un solo turno, mentre molta gente inizia a tornare nelle campagne, provocando uno svuotamento delle case in città e uno squilibrio sul fronte immobiliare. Mentre a crescere è l'economia indiana. Nuova Delhi ha avviato investimenti molto forti, soprattutto su infrastrutture, e aprirà 30 centrali a carbone per supportare l'industrializzazione – scelta che ha fatto storcere il naso a molti Paesi partecipanti alla recente Cop28. Il mercato azionario indiano, da parte sua, viaggia già a multipli molto elevati. Mentre la popolazione del Paese ha superato quella cinese.

Giappone, ancora immobilismo sui tassi. Per ora

Se la Bce, almeno ufficialmente, non parla ancora di taglio dei tassi, si allineano a questo approccio anche Banca d'Inghilterra e Banca Nazionale Svizzera (quest'ultima, però, con percentuali decisamente più basse). La Banca del Giappone, da parte sua, ha confermato che per ora i tassi restano in territorio negativo. Nel 2024, tuttavia, Tokyo potrebbe decidere una piccola sortita in controtendenza, con un rialzo contenuto che avrebbe l'obiettivo di rafforzare lo yen. Se questa evenienza si realizzasse, si potrebbe concretizzare una situazione paradossale, con le banche centrali europee e americana intente ad allentare la stretta e quella giapponese, tradizionalmente refrattaria ad aumenti del costo del denaro, impegnata ad abbandonare il territorio negativo e ad alzare i tassi. Una simile mossa – che, se decisa, sarebbe comunque sporadica e probabilmente limitata nel tempo – costringerebbe gli investitori che hanno scelto posizioni lunghe yen contro euro (o dollaro) a smontarle frettolosamente. Restituendo una certa forza alla valuta nipponica.

Il turismo salva l'economia italiana

Banca d'Italia ha ridotto a +0,6% le stime del Pil nazionale 2024. Il fenomeno, che dipende soprattutto dalla politica monetaria, i cui effetti si fanno sentire sempre a scoppio ritardato, non deve comunque preoccupare più di tanto, dato che discutiamo di pochi decimali. Se l'economia italiana sta comunque a galla, si legge invece sui dati Confindustria, grande merito deve essere attribuito al turismo internazionale. Effettivamente, i numeri da record registrati nel 2023 (a settembre +11,8% sullo stesso periodo dell'anno precedente, a prezzi correnti) hanno portato più benefici che problemi (l'inflazione sui prezzi degli alberghi). Si potrebbe fare ancora di più? Sì e no. Perché il turismo è un settore che può crescere, ma non in maniera esponenziale, dato che i posti disponibili non si possono aumentare di molto. Detto questo, a penalizzarci sono l'insufficienza delle infrastrutture e la burocrazia farraginosa, che rende difficili gli investimenti. Al pari, naturalmente, dei limiti di spesa imposti dall'Unione Europea.

Foto di Naveed Ahmed su Unsplash

 

 

 

 


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