Cade Bayrou: Borse in attesa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il governo di François Bayrou è caduto. Come ampiamente previsto, l’Assemblea Nazionale francese ha sfiduciato l’esecutivo a soli nove mesi dal suo insediamento. La bocciatura assume contorni inequivocabili: solo 194 i voti a favore del governo, 364 i contrari. Con la caduta di Bayrou tramonta anche la riforma “lacrime e sangue” che l’ormai ex primo ministro aveva proposto per salvare la Francia. Per ottenere il taglio previsto di 44 miliardi di euro, il piano prevedeva l’applicazione di misure draconiane, che avrebbero impattato pesantemente su spesa sociale, pensioni, servizi pubblici e persino giorni di festività, aumentando contemporaneamente le tasse, in un quadro di forte inflazione. La palla avvelenata passa dunque al prossimo governo, che dovrà inventarsi una nuova ricetta per contrastare un deficit al 5,8% e un debito pubblico ormai oltre il 110% del Pil.
Tra Scilla e Cariddi
Il compito (improbo) del prossimo esecutivo sarà identificare le riforme da mettere in atto. In Europa esiste già un esempio: quello del governo Monti, che ha arginato la deriva dei conti pubblici, innescando però parecchi interrogativi sulle prospettive per i cittadini. Manovre correttive troppo radicali, infatti, hanno spesso un effetto depressivo su economia e Pil e favoriscono recessione e calo dei consumi. La Francia sembra dunque navigare tra Scilla e Cariddi: senza riforme incisive si rischia il default; con manovre troppo penalizzanti si crea povertà, con annessi e connessi. E con la sicurezza matematica di un riacutizzarsi delle dure proteste che Oltralpe si verificano ogni qual volta si toccano conquiste sociali e diritti acquisiti. Una “terza via” ci sarebbe, ma occorrerebbe tracciarla a livello europeo. Si tratta del cambiamento di prospettiva sul debito, per discostarsi dalla rigida via seguita finora – fatta di austerità e di rigidità sui conti – e avvicinarsi un po’ di più alle prassi espansive tradizionalmente seguite dagli americani.
Una roadmap, se vogliamo, c’è già: l’ha tracciata Mario Draghi quando ha proposto un mega-piano investimento di 1.000 miliardi l’anno con un debito comune. Per facilitare una “rivoluzione copernicana” di questo tipo sarebbe però necessario annacquare il piano green radicale che ha depresso la manifattura, spingendo le autorità europee a cercare un recupero con giganteschi piani di investimento sul riarmo, oltretutto difficili da mettere in atto. Un’economia ricca vive necessariamente di produzione; i soli servizi non bastano per mantenere gli standard elevati che hanno contraddistinto l’Europa degli ultimi decenni.
Non solo Francia
La caduta di Bayrou ha favorito nuovi record per l’oro, che si conferma nel ruolo tradizionale di bene rifugio; tuttavia, a beneficiare del rialzo sono soprattutto gli investitori americani, data la debolezza del dollaro sull’euro. Le Borse, invece, hanno reagito alla sfiducia senza particolari scossoni. I mercati anticipano, e già sapevano che cosa sarebbe successo. Non per niente, la scorsa settimana si è verificato un calo, anche se tutto sommato gestibile e ben diverso dallo storno dello scorso aprile. Si è trattato, dunque, di una discesa controllata, utile per ripartire, che, oltretutto, non è dipesa solo dalla crisi di governo in Francia. A contribuire, anche altre componenti: la caratteristica de mese di settembre, tradizionalmente un periodo in cui i mercati arretrano e riflettono; il bisogno di rifiatare delle Borse, che hanno corso moltissimo e hanno bisogno di fermarsi per un po’; l’incertezza sul taglio dei tassi, che potrebbe vedere una rotazione strategica, con la Bce probabilmente ferma per un giro e la Fed propensa a diminuire di 25 o addirittura di 50 punti. Una scelta, quest’ultima, che gli investitori potrebbero prendere male, interpretandola come spia di un mercato del lavoro americano persino peggiore di quello (già critico) attuale. Sullo sfondo, l’attesa della Corte Suprema americana sui dazi, con una paura crescente (esplicitata apertamente da esponenti dell’amministrazione Trump) che una bocciatura delle tariffe possa innescare una girandola ingestibile di rimborsi. A meno che i giudici decidano di annullare le tasse doganali dal momento della sentenza in poi, evitando così il caos.
En attendant Macron
Le Borse sembrano, comunque, aver già scontato la situazione sfavorevole: lunedì scorso, hanno infatti chiuso moderatamente in positivo nonostante le difficoltà e l’attuale fase senza spunti.
Sembra quindi che gli investitori siano in attesa. Delle decisioni politiche di Emmanuel Macron e del destino del prossimo governo francese. Ma anche delle evoluzioni dello spread transalpino, finora a livelli gestibili: se il differenziale dovesse allargarsi, la Bce potrebbe essere costretta a intervenire. Sta di fatto che i problemi della Francia sono strutturali: da tempo si sa che Parigi è un grande malato, che ha potuto reggere soprattutto per l’aiuto ricevuto da una Germania ora in difficoltà.
Google, una multa da 2,95 miliardi
Intanto, la Commissione Europea ha comminato una contravvenzione di 2,95 miliardi di euro a Google per aver distorto la concorrenza nelle tecnologie di tipo pubblicitario. L’ufficializzazione della multa – a cui sarebbe stato contrario il commissario al commercio Maroš Šefčovič, sostenitore di una sospensione – è stata accompagnata dall’obbligo, per il colosso di Mountain View, di rimuovere i conflitti di interesse riguardanti le adtech. L’ammenda a Google, per cui Donald Trump ha minacciato una ritorsione a suon di dazi, è corretta, ma è stata comminata in ritardo di almeno dieci anni. Oggi, l’intelligenza artificiale mette a rischio la stressa Google e la sua posizione dominante nelle tecnologie pubblicitarie, oltre che la sua leadership nella ricerca di informazioni sul web.
Unicredit-Commerzbank: la mossa di Morgan Stanley
Sul fronte del risiko, nuovo capitolo nel dossier Unicredit-Commerzbank: Morgan Stanley (probabile alleata di Piazza Gae Aulenti) ha quasi raddoppiato la sua quota nella banca tedesca, arrivando a detenere il 5,19% e diventando il quinto maggior azionista. La mossa a sorpresa della banca d’affari americana segue di pochi giorni il nein di Bettina Orlopp: lo scorso 3 settembre, la ceo di Commerzbank aveva ricordato che “ovviamente” Unicredit non conquisterà la banca: “a decidere saranno i nostri azionisti, è a loro che spetta la decisione”. Ora, la mossa di Morgan Stanley potrebbe scompaginare le carte, governo tedesco permettendo.
Foto di Olivier Darbonville su Unsplash
Il mistero di Davide Longo
Sabato 6 settembre alle 11 all'Opificio dell'Arte Davide Longo ha presentato il suo ultimo giallo "La donna della mansarda".
Nonostante l'argomento "truculento" (l'incipit è il ritrovamento di pezzi cadaveri di donna) il tono è stato lieve e ilare. Chi conosce lo scrittore sa che questo è il suo stile: disinvolto, scanzonato, autoironico.
Ma guai a scambiare la leggerezza per superficialità! Le risposte alle domande, proposte da Beppe Anderi, ci hanno condotti nel complesso meccanismo alla base della caratterizzazione dei personaggi - dai principali ai minori - e alla costruzione della trama.
L'autore affonda le mani nella vita reale e fantastica, nella cultura erudita e in quella "popolare" del Piemonte in un intreccio coinvolgente, spinto dalla propria personale ossessione (d'altronde chi non ne ha?).
Anche se quella di Davide Longo è rimasta... un mistero.
#Fuoriluogo - Appuntamento con Davide Longo e Alicanto Capital
Alicanto Capital SGR è lieta di invitarvi alla presentazione dell'ultimo giallo di Davide Longo
"La donna della mansarda"
Lo scrittore, accompagnato da Beppe Anderi, ci guiderà con i suoi famosi personaggi Bramard e Arcadipane alla ricerca di una celebre artista scomparsa.
Vi aspettiamo Sabato 6 settembre alle 11 all'Opificio dell'Arte (Via De Agostini,7 - Biella)
Borse, faro su debito francese e dazi
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il debito pubblico francese e i dazi americani sono ancora protagonisti nella cronaca economica di questi giorni e influenzano l’andamento delle Borse. Proprio mentre Russia, Cina e India, al vertice di Tianjin tra i leader dello Sco, rinsaldano la loro alleanza economica, che mina le certezze dell’Occidente sulla propria centralità nel contesto mondiale e lancia un modello multipolare.
Bayrou in bilico
A Parigi è partito il conto alla rovescia per il voto di fiducia, che il prossimo 8 settembre deciderà le sorti del governo Bayrou. Se l’esecutivo dovesse incassare la fiducia – al momento molto difficile, data la posizione dei socialisti – sarebbe introdotta una manovra finanziaria da 44mila miliardi, con un aumento delle tasse e tagli a spesa pubblica e pensioni. Una riforma difficile da digerire per i cittadini e foriera di possibili proteste di piazza. Che sono già in calendario, dato che il 10 dicembre il collettivo popolare Bloquons tout ha proclamato uno sciopero generale, con l’obiettivo di fermare il Paese. Nel caso in cui invece il governo dovesse cadere, tornerà tutto nelle mani del presidente Emmanuel Macron, ormai inviso alla maggior parte dei francesi. La caduta di Bayrou implicherebbe la mancata approvazione delle riforme: in questo caso, il rischio di vedere la troika a Parigi non sarebbe così eccessivo come è apparso finora.
La posizione di Christine Lagarde
Sui pericoli corsi dalla Francia, Christine Lagarde ha buttato acqua sul fuoco. Il sistema bancario transalpino, ha detto la presidente della Bce, “non è una fonte di rischio; è in una situazione migliore di quella in cui si trovava nella crisi del 2008. Stiamo tenendo sotto controllo con attenzione lo spread dei titoli francesi con quelli del resto d’Europa”. In quanto alla possibile bocciatura del governo Bayrou, Christine Lagarde ha affermato che “tutti i rischi di caduta di governo in tutti i Paesi della zona euro sono preoccupanti”. Tuttavia, ha proseguito, “la Francia non è attualmente in una situazione che richiede l’intervento del Fondo monetario internazionale, ma la disciplina fiscale deve essere imperativa”.
La “scommessa” di Macron
Resta però ben chiaro che oggi Parigi non è in grado di ripagare il proprio debito pubblico, che oggi ha raggiunto il 114% del pil. Una situazione che rischia di trasformarsi in un bubbone in grado di travolgere l’Ue e l’euro. E che, nel caso peggiore, potrebbe essere affrontata solo con un whatever it takes di draghiana memoria, per scongiurare un effetto domino. Se la crisi politica dipende in gran parte dalla “scommessa” dell’Eliseo – che ha proclamato le elezioni anticipate del 2024, innescando una prevedibile instabilità – la situazione economica ha radici molto più lontane. I problemi del debito d’Oltralpe erano noti da anni, ma per molto tempo sono stati nascosti sotto il tappeto. Oggi, lo spread fra i buoni del tesoro italiani e francesi è ormai abbastanza simile, anche se ancora molto contenuto. I Btp hanno comunque compiuto un passo da gigante, dal 7% del 2011 a meno dell’1%. I valori ormai simili mostrano che il debito pubblico francese è considerato come quello italiano. In un quadro, però, in cui Parigi è in continuo peggioramento, come evidenziato anche dagli allarmi di Bayrou. La Borsa di Parigi è, da parte sua, la più zoppicante d’Europa: da inizio anno rende tra il 17% e il 20% in meno degli indici tedesco e italiano.
Tariffe doganali a rischio
Le Borse seguono con molta attenzione anche la telenovela-dazi, che si è arricchita di un nuovo capitolo. Una corte d’appello federale ha infatti sentenziato che gran parte delle tariffe doganali imposte da Donald Trump sono illegali. In effetti, il presidente americano ha esautorato il Congresso, avvalendosi di una legge speciale che, però, è riservata alle emergenze (ed è difficile, evidentemente, spacciare normali dinamiche commerciali per un allarme rosso). Il tribunale d’appello ha comunque deciso che la sua sentenza sarà valida dal 14 ottobre, per consentire alla Corte Suprema di pronunciarsi e mettere finalmente una parola definitiva sull’intera questione. Vari commentatori scommettono che la Scotus dia ragione a Trump, per la presenza al suo interno di una maggioranza conservatrice. Ma questo non è detto. Un po’ perché una convinzione di questo tipo getterebbe ombra sull’indipendenza dei giudici. E un po’ perché i membri della Corte Suprema hanno già contraddetto Trump su questioni di tipo economico. Se i giurati dovessero confermare lo stop ai dazi, si innescherebbe però un rischio di ricorsi delle varie aziende penalizzate in questi mesi dalle tariffe. A meno che riescano a trovare la formula per resettare tutto e tornare alla situazione pre-2 aprile a decorrere dal momento della sentenza.
I Brics sfidano l’Occidente
Le scadenze di questi due mesi rendono interlocutorio il periodo delle Borse, in un mese, come settembre, che di solito è difficile per gli indici. Una crisi del governo Bayrou potrebbe aggiungere tensione, ma un eventuale annullamento dei dazi avrebbe la possibilità di dare un po’ di fiato ai listini, anche se finirebbe di creare incertezza politica.
Per la verità, Trump dovrebbe comunque preoccuparsi maggiormente dei nuovi legami tra Russia, Cina e India piuttosto che di una sentenza sfavorevole della Corte Suprema. Paesi che una volta erano nemici tra di loro stanno rinsaldando un’alleanza economica, che rende meno impattanti le sanzioni e la centralità dell’Occidente, degli Usa e del dollaro. La strada verso i negoziati bilaterali Putin-Zelensky e la pace sul fronte russo-ucraino – che era vista dall’inquilino della Casabianca come una leva per sottrarre Mosca dall’abbraccio con Pechino – si è fatta ardua e piena di ostacoli. Mentre, d’altro canto, le storiche inimicizie tra India e Cina sembrano sparire. In particolare, i dazi non hanno bloccato Delhi che, come ha riconosciuto lo stesso Trump, “acquista la maggior parte del suo petrolio e dei suoi prodotti militari dalla Russia, molto poco dagli Stati Uniti”.
Piazza Affari e il risiko
La Borsa di Milano potrebbe dimostrare più resistenza rispetto ad altri listini europei, anche per il rilancio di Mps su Mediobanca: Siena ha alzato il premio per gli aderenti alla sua offerta, aggiungendo una componente cash di 0,90 euro ad azione. Per il resto, non ci sono grossi spunti da segnalare. Il mercato ha la possibilità di rimanere tonico almeno fino a metà ottobre. Ciò suggerisce una strategia di mantenimento; nel caso in cui affiorassero segnali di cedimento, sarebbe però utile alleggerire il portafoglio e portare a casa gli utili prima che sopraggiunga uno storno importante.
Foto di Marcel Strauß su Unsplash
Mediobanca, ora Montepaschi è più vicina
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la netta bocciatura dell’ops su Banca Generali da parte dell’assemblea di Mediobanca, Alberto Nagel cerca di organizzare le ultime, difficili difese dall’offerta Montepaschi. Mentre sui media sono comparse pubblicità che invitano i soci a non aderire all’offerta Mps, l’amministratore delegato di Piazzetta Cuccia fa la conta dei nomi che potrebbero appoggiarlo. Una lista che però si assottiglia: sembra che vari azionisti cerchino di disimpegnarsi per non prendere posizione. Il vecchio patto di consultazione, che a inizio 2025 era vicino al 12%, è sceso sotto il 7,5% del capitale, con il disimpegno di azionisti come Gavio, Lucchini e Ferrero dal “salotto finanziario” milanese. Mentre, di contro, salgono nel capitale gli hedge fund, che ragionano su basi non ideologiche, ma di pura convenienza finanziaria.
Obiettivo: Generali?
Queste mosse rischiano di diminuire il già esiguo drappello che aveva approvato l’ops su Banca Generali (cioè il 35% del capitale). Sono quindi poche le possibilità che gli aderenti non superino il 50%; l’unico vero ostacolo all’operazione potrebbe dipendere da un alt da parte della Bce o dall’inchiesta della procura sulle quote Delfin e Caltagirone. Se gli “attaccanti” avranno la meglio, sono scontate le dimissioni di Nagel, sulla cui successione impazza già un “toto-nomi”. Ma soprattutto si aprirà la partita sul controllo di Generali e sulla sua governance, oltre che sulle scelte commerciali (come l’accordo di partnership con Natixis, che potrebbe saltare). Il Leone sembra il vero target dell’operazione, e anche uno dei motivi per cui il governo ha messo il cappello sull’ops Montepaschi-Mediobanca: lo Stato ha infatti interesse a controllare Generali per il nodo cruciale della sottoscrizione di titoli di Stato.
Il “piccolo pizzicotto” di Giorgetti
Mentre il risiko sta entrando nella sua fase decisiva, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha esortato le banche a essere più attive nel sostegno alle famiglie (un “piccolo pizzicotto”, lo ha definito lo stesso titolare del Mef). Gli istituti di credito, ha affermato il ministro durante un intervento al Meeting di Rimini, traggono beneficio dai rating dell’Italia e dall’ottima stagione degli spread: ora possono finanziarsi a “condizioni più favorevoli” e per questo devono offrire “benefici concreti in favore delle famiglie”. Tutto vero. Se non che, le attuali regole non incentivano le banche ad aprire i cordoni della borsa. I vari sistemi normativi transnazionali su requisiti patrimoniali e rischiosità dei prestiti sono stati introdotti a difesa del sistema bancario, ma rendono più difficili i finanziamenti, burocratizzandone gli iter. Le banche dovranno certamente offrire sostegno a famiglie e aziende, ma sono tenute a soggiacere a una serie di controlli che 30 anni fa non c’erano. Quindi, gli istituti di credito potranno sicuramente fare qualcosa in più, ma è escluso un ritorno alla situazione pre-Basilea, cioè ai tempi in cui all’imprenditore era sufficiente entrare in filiale per ottenere un sostegno economico.
L’allarme di Bayrou
Le Borse europee hanno evidenziato un ribasso, affossate dalle difficoltà del listino di Parigi. I mercati hanno reagito a una dichiarazione molto forte del premier francese François Bayrou sul debito pubblico. “Il nostro Paese è in pericolo perché siamo sull’orlo del sovraindebitamento e dobbiamo agire senza alcun ritardo”, ha detto il primo ministro. Negli ultimi 20 anni “il nostro debito è aumentato di 12 milioni di euro all’ora”. Quest’anno, ha proseguito, la spesa per il debito diventerà “la voce di bilancio più importante del Paese. Le rate che dobbiamo rimborsare saranno più pesanti del bilancio dell’istruzione nazionale e di quello delle forze armate”. In cifre, i 60 miliardi dell’anno scorso diventeranno 66, e nel 2026 (“nel caso migliore”) 75. “Se la strada che scegliamo è fare finta che il problema non esista”, ha ammonito il premier, “non ne usciremo”. Bayrou ha quindi annunciato un voto di fiducia sul suo governo: l’Assemblea Nazionale si riunirà in sessione straordinaria il prossimo 8 settembre sul “controllo delle nostre finanze”, ha detto il primo ministro.
Debito francese? Peggio dei dazi
Sembra, dalle prime avvisaglie, che il rischio di sovraindebitamento francese abbia influito sugli indici in maniera maggiore rispetto a quanto ha fatto per i dazi di Trump. Le spiegazioni possono essere di vario tipo. In primo luogo, dopo lo storno del 2 aprile, i mercati hanno iniziato a prendere le misure al presidente americano e a “vaccinarsi” contro le sue uscite estemporanee; il debito di un Paese importante come la Francia – aggravato dalla crisi istituzionale e dalla difficoltà di dare al Paese un governo stabile – è invece un problema strutturale, che non può che generare preoccupazioni per l’Ue, sulla tenuta dell’euro e sull’economia mondiale.. Inoltre, le Borse attendevano un motivo per rifiatare: da tre anni i grafici salgono, e prima o poi è fisiologico che si fermino. Ora gli investitori non devono lasciarsi prendere dai “soliti” timori e consolidare la loro presenza sui mercati, almeno finché le difficoltà non dovessero diventare problemi di lungo termine. Warren Buffett ha insegnato che per interfacciarsi con le Borse occorre guardare soprattutto agli utili delle aziende. Non tutti, però, mettono in pratica questa indicazione. E i risultati si vedono.
Fed, è arrivato il momento di tagliare i tassi?
Il dollaro, intanto, continua la sua fase di debolezza, che probabilmente non si fermerà molto presto. Secondo gli analisti di Bank of America, il biglietto verde calerà ancora in rapporto con l’euro se la Federal Reserve taglierà i tassi entro fine anno con l’inflazione in aumento. Da parte sua, nel corso del simposio di Jackson Hole, il presidente della Fed Jerome Powell ha aperto alla possibilità di ammorbidire la stretta monetaria con una sforbiciata che – a quanto si prevede – non dovrebbe comunque superare i 25 punti base. Il tutto in un contesto tutt’altro che facile: il debito pubblico americano è comunque molto forte, i tassi a lungo termine rimangono alti e c’è un segnale di rallentamento sui dati occupazionali. Questa situazione è un campanello d’allarme in vista dell’andamento che le Borse potrebbero registrare il prossimo anno.
Foto di Element5 Digital su Unsplash
I negoziati di pace piacciono alle Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Procedono serrati i colloqui sulla pace in Ucraina, entrati nel vivo con il summit di Anchorage fra Donald Trump e Vladimir Putin e proseguiti lunedì a Washington con l’incontro fra lo stesso presidente americano e Volodymyr Zelensky. Dopo essere stato protagonista del lungo tira e molla sui dazi – che non è ancora finito: vari dossier sono ancora aperti, soprattutto quello che coinvolge la Cina – l’inquilino della Casa Bianca si è buttato a capofitto sulle trattative di pace, provando in ogni modo a fermare la guerra e a intestarsene il merito. Ma soprattutto a evitare che la Russia e la sua economia si consegnino mani e piedi alla Cina. Nell’accordo quadro si parlerà sicuramente anche di sanzioni: molto probabile l’alleggerimento americano, mentre un punto di domanda sorge sull’atteggiamento che sarà scelto dall’Europa, finora ferma sulle posizioni tenute dal 2022 a oggi. Si attende ora il possibile vertice Putin-Zelensky, che dovrebbe essere seguito da un trilaterale, con la presenza di Trump.
Mercati fra trattative e Jackson Hole
I colloqui di pace e la prospettiva di un incontro fra i due presidenti in conflitto piacciono agli investitori. Le Borse hanno rimbalzato dopo una fase di cautela, che aveva però seguito un rally abbastanza importante e significativo.
Oltre che sull’Ucraina, i mercati sono sintonizzati sul tradizionale simposio annuale Fed di Jackson Hole, che si aprirà domani; il convegno detterà la linea della Federal Reserve e sarà uno snodo per l’economia mondiale nei prossimi mesi. Tra gli argomenti in discussione, ci saranno sicuramente i dazi e i loro effetti, ma anche il futuro dei tassi di interesse Fed. Da parte loro, i mercati stanno già scontando un ammorbidimento della stretta monetaria: l’inflazione americana dello scorso luglio, più bassa del previsto, potrebbe convincere Jerome Powell a decidere un taglio di 25 punti base a settembre. Ma questo, visti i precedenti, non può essere dato per scontato. Sullo sfondo, l’indebolimento del dollaro, che piace a Trump, ma che unito ai dazi è una minaccia per l’economia e i consumi: se il ceto medio statunitense può cercare (con molta fatica) di assorbire uno solo di questi due fenomeni, si trova in difficolta nell’affrontarli insieme e finisce di acquistare con parsimonia, deprimendo i consumi.
Bank of America prevede uno storno in Europa
Il mercato azionario del nostro continente cresce ancora ed è in ottima salute, ma Bank of America, in un’analisi, ne sconsiglia gli investimenti, prevedendo un calo entro la fine di quest’anno. Effettivamente, le Borse europee hanno progredito moltissimo e vari investitori potrebbero pensare che, visti i prezzi, sia arrivata l’ora di passare all’incasso, rimanendo poi in attesa degli eventi. Ma non è detto che sia così. Premesso che, naturalmente, i mercati non possono salire sempre, non è così improbabile che gli investitori ritengano invece di tenere le posizioni, puntando su ulteriori rimbalzi, anche sulla scorta di un possibile accordo di pace fra Russia e Ucraina. Il futuro potrebbe quindi dare ragione a chi scommette su un’ulteriore crescita degli indici europei, almeno fino ai primi segnali di un eventuale peggioramento del clima generale. Una strategia di ripiegamento potrebbe infatti scattare se il mercato, a un certo punto, decidesse di rifiatare, perdendo l’1% o il 2%: in questo caso sarebbe sicuramente consigliabile un alleggerimento.
I T-bond e il dollaro debole
Dal lato obbligazionario, si segnala un interesse rinnovato per i Treasury, che nella loro versione trentennale rendono oltre il 5%; tuttavia, chi punta sui T-bond deve tenere in conto il rischio-dollaro, in grado di erodere le alte percentuali legate a questi strumenti. Questo fattore non può essere ignorato, dato che un rafforzamento del biglietto verde sembra, a queste condizioni, assai improbabile. A casa nostra, invece, si segnala un avvicinamento sostanzioso dei Btp ai buoni del Tesoro francesi, mai così vicini dal 2005. I mercati stanno premiando la tenuta dei conti pubblici, la cui asticella è stata tenuta ferma dal governo, oltre alla stabilità politica. Una situazione che, invece, non si registra oltralpe, con le preoccupazioni per il debito pubblico e l’incertezza istituzionale, non apprezzata dagli investitori.
Giorni cruciali per il risiko
L’estate del risiko bancario si conferma caldissima. La Banca Centrale Europea ha dato luce verde a Mediobanca per l’acquisizione del controllo diretto di Banca Generali. Ok anche da Banca d’Italia al controllo indiretto di Generfid, Intermonte Partners sim e Intermonte sim, oltre alla partecipazione qualificata indiretta in Bg Saxo sim, Nextam Partners sim, 8a+ Investimenti sgr e Tosetti Value sim.
Piazzetta Cuccia dovrà presentare alla Bce un progetto di integrazione di Banca Generali entro sei mesi dall’operazione.
Sempre ammesso che parta. Perché in Mediobanca la partita vera si giocherà domani, 21 agosto, con il voto decisivo da parte dell’assemblea. Saranno infatti i soci a stabilire se l’offerta su Banca Generali lanciata lo scorso aprile effettivamente partirà. In caso di nulla osta da parte dei soci, l’amministratore delegato Alberto Nagel potrà dire di aver fortificato le mura della fortezza per respingere l’ops di Montepaschi. Chi vincerà? Difficile dirlo: è come scegliere il rosso o il nero alla roulette. Nagel punta sul numero dei partecipanti: più soci saranno presenti all’assemblea, più possibilità avrà l’amministratore delegato di ottenere un via libera all’operazione Banca Generali, con il contemporaneo alt a Siena. Più bassa sarà la partecipazione, invece, più possibilità di vincere la partita avrà la cordata favorevole a Mps, guidata da Francesco Gaetano Caltagirone e la Delfin della famiglia Del Vecchio: il raggruppamento da loro guidato ha un peso stimato fra il 35% e il 40%. A un passo, cioè, dal no a Banca Generali e dal sì di fatto all’operazione Mps, che tra le altre cose ha già incassato i favori del governo. Unicredit, da parte sua, non molla il colpo su Commerzbank, cercando di ammorbidire la posizione difensiva del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Sul fronte milanese, Andrea Orcel potrebbe invece attendere settembre per ripresentare l’ops su Banco Popolare o rinunciare definitivamente al dossier.
Foto di George Pagan III su Unsplash
Dazi, l'oro è fuori dai giochi
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il sistema trumpiano dei dazi è entrato in vigore. Secondo calcoli Wto e Fmi, le tariffe medie americane sono del 20,10%, ai massimi dal 1910, ma il trattamento riservato alle diverse economie è variegato. L’Unione Europea, come noto, se l’è “cavata” con il 15%, con l’impegno però di effettuare investimenti monstre negli Stati Uniti. Una promessa che difficilmente sarà mantenuta, dato che alla fine saranno i vari Paesi a dover decidere. Inoltre, alcuni impegni sono, almeno al momento, impossibili da onorare: per esempio, non ci sono compratori a sufficienza per i 750 miliardi di dollari in gas che l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare negli Stati Uniti. In ogni caso, Donald Trump ha minacciato l’Ue: se gli investimenti nell’economia americana non dovessero essere effettuati, è in programma un aumento delle tasse doganali.
Nessun margine per la Svizzera
Chi invece non ha avuto spazio di contrattazione è stata la Svizzera, che si è vista confermati i dazi al 39%; nonostante un incontro urgente definito “positivo” fra la presidente federale Karin Keller-Sutter e il segretario di Stato americano Marco Rubio, la misura è stata confermata da Trump. Pessima notizia per le imprese della Confederazione, per cui gli Stati Uniti sono il primo Paese importatore. Soprattutto per quelle minori. Se i grandi gruppi possono turare molte falle perché già producono in larga parte negli Usa (e nell’Ue, che gode di condizioni migliori), a perderci davvero saranno infatti le piccole e medie aziende che si erano attrezzate con molti investimenti per l’export, e che ora rischiano di vedere vanificati tutti gli sforzi. Oltretutto, alle tariffe di quasi un terzo si aggiunge il “dazio supplementare di fatto” causato dalla forza del franco e dal dollaro debole.
Oro esente
Scongiurati invece i dazi sull’oro. Lo ha annunciato lo stesso Trump sulla piattaforma social Truth, dopo alcuni giorni di incertezza causata da un documento delle autorità doganali statunitensi. La dichiarazione del presidente americano evita un rischio ulteriore per la Confederazione, specialmente per il Canton Ticino, che è una delle aree più importanti al mondo per la raffinazione del metallo giallo.
L’annuncio su Truth ha causato un ribasso del prezzo dell’oro, che aveva raggiunto un livello record dopo la decisione, poi revocata, delle dogane americane.
Brics, trattamento asimmetrico
Sono state confermate le tariffe al 50% per Brasile e India, che hanno causato le proteste di Lula e Narendra Modi: queste percentuali creeranno sicuramente problemi per i due Paesi Brics, sebbene i loro interscambi con gli Stati Uniti siano ancora marginali rispetto a quelli Usa-Cina. Non per niente, l’inquilino della Casa Bianca ha siglato un ordine esecutivo che rimanda di ulteriori 90 giorni l’entrata in vigore di tariffe nei confronti di Pechino. Almeno per ora, quindi, gli Usa non aumenteranno (dal 30% al 64%) i dazi sui prodotti del gigante asiatico, anche in vista di un vertice fra Trump e Xi Jinping: la tregua commerciale, insomma, serve per trattare. Sul fronte estremo-orientale si registra solo la decisione di Nvidia e Amd di riconoscere agli Usa il 15% sulle vendite in Cina dei loro chip avanzati per l’intelligenza artificiale. Sempre in ambito Brics, si attende il summit ferragostano di Anchorage tra il presidente americano e Vladimir Putin sull’Ucraina. Anche se, prevedibilmente, si parlerà di molti argomenti: prezzo del petrolio, rotte artiche, rapporti economici, terre rare. Non per niente, fonti russe hanno sottolineato i molteplici dossier sul tavolo e hanno affermato (esagerando) che i colloqui per la pace in Ucraina saranno l’ultimo dei problemi dibattuti in Alaska. I dazi minacciati da Trump a Mosca restano sullo sfondo, come arma negoziale sul tavolo delle trattative.
Effetto boomerang
Secondo Trump, il nuovo sistema dei dazi porterà molto denaro liquido nelle casse del fisco americano. Sicuramente sarà così, ma a costo di contraccolpi molto forti nei confronti dell’intera economia mondiale. Inclusa quella statunitense. L’impressione è che il grosso dei dazi finirà di pagarlo il consumatore americano, che rischia di perderci ancora di più rispetto alle aziende importatrici. L’impatto su famiglie e imprese rischia di cancellare i benefici previsti per l’erario Usa, causando inflazione, crisi dei consumi e (dal punto di vista politico) disaffezione per Trump e per i repubblicani. La democratica Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan, in un incontro privato con Trump allo Studio Ovale ha argomentato – armata di slide – l’effetto disastroso delle tariffe sull’automotive, settore che, paradossalmente, lo stesso presidente aveva promesso di salvare. La posizione della governatrice riflette anche la situazione dello Stato che presiede: il Michigan ospita vari stabilimenti di imprese motor, la cui buona salute dipende molto dal commercio internazionale. I dazi nei confronti di Canada e Messico, in particolare, potrebbero favorire le auto giapponesi ed europee, gettando un’insperata ancora a un settore – quello automobilistico Ue – in ginocchio per il green deal firmato Ursula von der Leyen.
Borse ancora impermeabili
Chi invece ha imparato a convivere con le boutade di Trump sono le Borse europee che la scorsa settimana, anche abbastanza a sorpresa, hanno chiuso cinque sedute in positivo (il trend che sta generalmente proseguendo, anche grazie ai dati positivi sull’inflazione Usa). I mercati sanno che non ci si può permettere di correre dietro alle bizze del presidente americano e, dopo il grande calo dello scorso 2 aprile, hanno preso le misure e corrono sul loro binario. Ottime le prestazioni del Nikkei, che lunedì ha raggiunto i massimi sull’onda dello yen debole. Resta il problema del dollaro debole, che però a Trump – come è ben noto – non dispiace.
Nuova nomina (ad interim) al board della Fed
I problemi valutari sono al centro della lunga contesa che ha opposto Trump al presidente della Fed Jerome Powell, stemperata con la rinuncia dell’inquilino della Casa Bianca a licenziare il “governatore” prima del tempo. Il Tycoon ha però approfittato delle dimissioni di Adriana D. Kugler dal board della Fed per sostituirla ad interim con un suo fedelissimo: Stephen Miran, chair del Council of Economic Advisors, soprannominato “l’ideologo dei dazi”. Il nuovo membro del consiglio resterà in carica fino al prossimo gennaio; qualcuno pensa però che Trump potrebbe pensare a un suo futuro più stabile alla Federal Reserve. Tanto più che la sua visione (oltre all’approccio favorevole ai dazi, anche il sostegno al dollaro debole e le idee su una riforma radicale della Fed) coincide con quella del presidente americano. Miran aveva dichiarato, tra le altre cose, che la Federal Reserve è già integrata con la politica – facendo intuire una sua posizione eterodossa nei confronti dell’indipendenza della banca centrale. D’altra parte, la Fed dipende comunque da un input del presidente degli Stati Uniti, che ne nomina il presidente e i membri del board. Di certo c’è che Powell sarà sostituito con qualcuno accondiscendente con Trump sui dazi e sui tassi di interesse.








