Mercati, avvertimento a Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’ultima settimana di luglio è stata caratterizzata dai “dazi a pioggia” annunciati da Donald Trump nei confronti di quei Paesi che non si sono adattati alle condizioni proposte dagli Stati Uniti, o che semplicemente hanno provato a chiarire o difendere le loro posizioni. Così, il presidente americano ha annunciato che da domani, 7 agosto, entreranno in vigore tariffe del 35% al vicino Canada – con cui le tensioni sono da tempo palpabili – e del 39% alla Svizzera; in quest’ultimo caso, Trump ha interrotto la telefonata con la sua omologa elvetica, Karin Keller-Sutter, su suggerimento in tempo reale del suo entourage. Tra i Paesi colpiti, anche Brasile e India, quest’ultima a causa dell’approvvigionamento massiccio di petrolio russo a basso costo a cui Delhi non intende rinunciare.
Questione di bilancia commerciale
La schematizzazione che muove Trump dipende, come è risaputo, dagli squilibri della bilancia commerciale. Il presidente americano parte dalla percentuale che evidenzia lo scarto fra le importazioni e l’export Usa: su questa ricava le tariffe che, secondo i suoi calcoli, riequilibrerebbero lo sbilanciamento. Ma il ragionamento ha vari punti deboli. In primo luogo, il tasso di import-export dipende dalle esigenze dei consumatori e dal libero mercato: come abbiamo ricordato più volte, i beni prodotti in Europa sono mediamente di maggior qualità rispetto a quelli americani e i cittadini, quando possono, li preferiscono. Gli Stati Uniti dominano il mercato della tecnologia e, ultimamente, hanno accresciuto la loro presenza nella vendita di petrolio e Gnl all’estero, ma per il resto esportano poco (Coca Cola a parte). Inoltre, lo squilibrio della bilancia commerciale Usa è influenzato dalla ricchezza del Paese e dall’alta propensione all’acquisto da parte dei suoi cittadini: non è un’iperbole affermare che gli americani consumano nella misura in cui il resto del mondo produce. Nel caso dell’India, l’atteggiamento di Trump è rinforzato dalla cooperazione dei Paesi di area Brics con la Russia e dalla rivalità con la Cina. Paese che, a differenza dell’Ue, non evidenzia segni di cedimento. D’altra parte, per l’Europa e il Canada, gli Stati Uniti sono un importatore massiccio di articoli, e rinunciare a un simile “cliente” avrebbe effetti distruttivi sull’economia.
Rischio inflazione
Acque calme, invece, nei rapporti Usa-Ue dopo l’accordo che ha aumentato alcune tariffe e ne ha diminuite altre, ma che ora deve essere messo nero su bianco e seguire l’iter istituzionale. Tutto questo mentre le autorità europee hanno sospeso per quattro mesi i controdazi, con l’intento di spingere la ratifica del documento. Nel caso dell’Europa, Trump ha ottenuto le condizioni più favorevoli possibile, e secondo vari osservatori il suo vero obiettivo è simile anche nel caso di altri Paesi. Il presidente e il suo staff sanno infatti che un’applicazione delle tasse doganali simile a quella annunciata lo scorso 2 aprile danneggerebbe anche l’economia americana, perché si porrebbe come ostacolo al consumo, con il rischio di creare un circolo vizioso. Se accantoniamo per un attimo lo stile di comunicazione fuori dagli schemi adottato da Trump, vediamo un tentativo di tirare la corda fino al limite per poi ottenere le condizioni migliori. Atteggiamento, questo, da uomo d’affari più che da politico.
Due posizioni in Fed
In questo caso, la “corda” è l’inflazione, che indubitabilmente sarebbe causata da un’applicazione pedissequa dei dazi. Anche se nella Fed ci sono due scuole diverse sulla natura di questo rischio. Jerome Powell, presidente della banca centrale americana, è chiaramente timoroso rispetto a questa evenienza e ha ultimamente dichiarato che non abbasserà i tassi fino a quando non sarà possibile controllare gli effetti dei dazi sull’inflazione. Posizione più sfumata, invece, da parte di due membri del Fomc, Christopher Waller e Michelle Bowman – che è anche vicepresidente per la vigilanza. I due criticano l’immobilismo di Powell sui tassi perché – ha dichiarato il primo – “le tariffe sono incrementi una tantum del livello dei prezzi e non aumentano l’inflazione se non temporaneamente”. Il rischio, secondo Waller, è che mantenendo il costo del denaro alto si finisca di deteriorare il mercato del lavoro. Che ha mostrato dati sotto le attese: nel mese di luglio sono stati creati 73.000 posti invece dei 100.000 attesi. Una doccia fredda (pur con i limiti costituiti dalla rilevazione su base mensile) che a fine settimana ha contribuito, insieme all’annuncio dei dazi, a deprimere le Borse, capaci però di recuperare alla riapertura.
Powell resta al suo posto
Il dilemma sui tassi Fed continuerà prevedibilmente a interrogare gli economisti nei prossimi mesi. Una cosa, però, è sicura: indipendentemente dalle prossime mosse sui tassi, Jerome Powell resterà al suo posto. Trump ha spiegato che rinuncerà a qualsiasi velleità di sostituire il rivale prima del termine, ammettendo candidamente di aver preso questa decisione dopo lo storno borsistico di venerdì scorso. “Lo rimuoverei in un batter d’occhio”, ha dichiarato in un’intervista a Newsmax, “ma dicono che questo disturberebbe il mercato”. Powell, ha proseguito Trump, “se ne andrà tra sette o otto mesi e io metterò qualcun altro”. Il presidente americano ha quindi ammesso di temere i mercati, che hanno lanciato forti segnali di avvertimento dopo l’annuncio del 2 aprile (con un crollo del 16%) e hanno replicato, pur in tono molto minore, alla fine della scorsa settimana.
L’alt delle Borse
Il segnale dei mercati non poteva essere ignorato né dal presidente, né dal suo staff: non per niente, Scott Bessent ha avvertito Trump che un’eventuale rimozione di Powell prima della scadenza naturale del suo mandato sarebbe stata letta come un attacco all’indipendenza della banca centrale, con le conseguenze che tutti possono immaginare. L’importanza dell’andamento delle Borse è forte in tutto il mondo, ma negli Stati Uniti ha un impatto ancora maggiore: in caso di storno si creano problemi per le pensioni, legate strettamente agli indici molto di più che in Europa. In ogni caso, dopo il “venerdì nero” che lasciava presagire un tentativo di correzione, le Borse, come già ricordato, hanno aperto in recupero: ancora una volta, i listini si sono rivelati forti e capaci di digerire molti avvenimenti avversi, sia di tipo economico, sia geopolitico. In un mese, ricordiamolo, che è solitamente caratterizzato dalla scarsa liquidità. Se il mercato si è dimostrato capace di far riflettere il presidente americano, i maggiori rischi provengono dal blocco della crescita: il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha calcolato che il tira e molla sulle tasse doganali avrà un impatto dello 0,5% sul Pil mondiale, legato al ritardo di alcuni investimenti bloccati nei primi sei mesi dell’anno.
Dollaro ancora debole
Resta in sospeso la questione del dollaro, che rimane debole. La quotazione del biglietto verde crea un dazio supplementare de facto che, come ha affermato il Consorzio Olio Toscano, preoccupa più delle tariffe doganali, perché capace di ridurre per i produttori margini di profitto già esigui. Per non parlare del possibile ingresso nella competizione di altre aree geografiche, magari punite in misura minore dalle tariffe americane. A questo proposito, molti ricordano il periodo storico in cui il dollaro si era spinto oltre 1,50 euro. La quotazione particolarmente bassa del biglietto verde non aveva provocato i guai innescati dalla forbice attuale, pur molto più ridotta. Questo ci fa comprendere quanto, in 15 anni l’economia mondiale sia diventata molto più connessa, e in che misura gli interscambi si siano rinforzati.
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Accordo dazi, vittoria schiacciante degli Usa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’accordo tra Stati Uniti e Unione Europea sui dazi è stato raggiunto con un margine di pochi giorni rispetto alla scadenza del 1 agosto. Come tutti sanno l’intesa, a cui si è pervenuti dopo un vertice nel resort di Donald Trump a Turnberry (Scozia), prevede una tariffa base al 15% per vari settori merceologici. In teoria, le tassazioni sono reciproche, ma in realtà la bilancia dei dazi pende nettamente in favore degli Usa, mentre per l’Ue il compromesso raggiunto suona quasi come una resa. Anche perché alcune aree produttive sono state escluse dal trattato (acciaio e alluminio sono ancora tassati al 50%, il che favorisce i produttori americani). E’ pur vero che ci sono alcuni beni, definiti “strategici”, con una tariffa dello 0% (aerei, compresa la componentistica, alcuni farmaci generici e prodotti agricoli e chimici, risorse naturali, materie prime essenziali e apparecchi a semiconduttori), ed è altresì positivo che anche l’automotive sia stato inserito nel gruppo del 15%, contro il precedente 27,50%; tuttavia, a pagare saranno solo gli importatori americani, mentre le imprese dello Zio Sam potranno vendere veicoli nell’Ue senza alcun aggravio (prima, l’Europa imponeva un dazio del 10%). Inoltre, l’Unione Europea investirà la cifra-monstre di 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti e inoltre acquisterà oltre oceano 750 miliardi in energia (250 l’anno, per tre anni). Un impegno che peraltro è difficile da rispettare, anche perché gli Usa non arrivano a questi volumi di produzione. Infine, non potevano mancare le “solite” armi, di cui – ça va sans dire – l’Ue ha promesso di approvvigionarsi in grandi quantità nei magazzini di Washington.
Piuttosto che niente…
Le aziende europee sono sicuramente in bilico tra un sospiro di sollievo – poiché poteva andare anche peggio – e preoccupazioni per le difficoltà che inevitabilmente sorgeranno, oltre che per la concorrenza asimmetrica che – carta canta – le aziende americane faranno a quelle europee. Per questo risultato, che sancisce la netta vittoria di Trump, Ursula von der Leyen è criticata da destra a sinistra; alcuni ravvisano nel suo atteggiamento un approccio “fantozziano”, anche nei piccoli particolari (come il luogo scelto per le trattative, cioè il resort di Trump). Persino l’opposizione italiana, che in passato caldeggiava il negoziato comune europeo rifiutando iniziative personali, ora sembra criticare il governo per non aver provato la trattativa diretta con il presidente americano. Una scelta che, a posteriori, avrebbe forse dato risultati migliori per molti Paesi, dato che altri Stati extra Ue che hanno trattato singolarmente (come la Gran Bretagna e persino San Marino) si sono trovati a ottenere condizioni migliori rispetto al “gigante dai piedi di argilla” rappresentato dall’Ue. Nell’ambito dell’Unione, il Paese che ne esce meglio è probabilmente la Germania, per il calo dei dazi sulle automobili – anche se i problemi del settore dipendono anche da altre ragioni, prima fra tutte il green deal.
Vittoria di Pirro?
Trump canta comprensibilmente vittoria. Ma fino a che punto sarà in grado di gestirla senza contraccolpi? La “curva di Laffer” – secondo cui una pressione fiscale eccessiva può contribuire al calo delle entrate, distruggendo gettito invece che crearlo – è applicabile anche ai dazi doganali. Che quasi sicuramente comporteranno un maggiore onere anche per il consumatore americano. Così, se i ricchi statunitensi continueranno a comprare prodotti di eccellenza europei, le classi meno abbienti dovranno necessariamente tagliare i loro acquisti. Mentre dal nostro lato dell’oceano la concorrenza asimmetrica delle aziende americane può anche far paura agli esportatori, ma difficilmente causerà un maggior interesse verso prodotti Usa che non siano quelli tecnologici.
Borse soddisfatte. Ma per quanto?
Nonostante i vari punti critici dell’accordo, i mercati hanno espresso un certo entusiasmo, premiando le certezze e lo scampato pericolo di maxi-tariffe. In fondo le Borse hanno evidenziato un comportamento da manuale: “compra le aspettative e vendi i fatti”. Occorre però capire quanto l’euforia (o pseudo tale) dei listini possa durare. Nel medio termine, le conseguenze dei dazi potrebbero causare un rallentamento della crescita globale, portando l’economia (e, di conseguenza, i listini) a fare i conti con la realtà. Milano, come spesso è accaduto, ha performato in modo eccellente, ribadendo la sua posizione nel gruppo di testa. Piazza Affari è naturalmente influenzata anche dal risiko bancario, data la forte presenza di titoli del settore nel suo paniere. Un risiko che attualmente diffonde messaggi “misti”, ma si mostra in continuo movimento. Nel dettaglio, Bper è riuscita ad acquisire la Popolare di Sondrio, mentre Unicredit si è ritirata da Banco Bpm. Difficile capire se lo stop sia definitivo o se Piazza Gae Aulenti abbia optato per una ritirata tattica, in attesa di sciogliere definitivamente il nodo dei golden power; non è escluso che, una volta appurato lo stop al veto governativo, il gruppo possa tornare alla carica con una nuova offerta di scambio. Intanto, la stessa Unicredit è tornata all’assalto di Commerzbank, con la probabile conversione in azioni dell’ultimo pacchetto di derivati (8%) entro l’anno. Andrea Orcel cerca anche la mediazione con il governo tedesco, che però gli ha intimato un raus inequivocabile. Nessun golden power, invece, per Mps – mossa scontata, dato l’appoggio del governo Meloni all’operazione.
Ciclismo, sport ricco
Si è concluso a Parigi il Tour de France, che ha visto il quarto successo di Tadej Pogačar. L’entusiasmo suscitato dallo sport delle due ruote è rimasto inalterato negli anni, ma ora le sue strade sono ancora più gremite. Lo si è visto sui Pirenei, sulle Alpi e anche nella tappa conclusiva, che per la prima volta ha portato i corridori ad affrontare lo strappo di Montmartre. Il ciclismo è ancora, e più che mai, uno sport di popolo, anche se da vari anni ha iniziato ad attrarre sponsor mondiali ben più ricchi di quelli che finanziavano le imprese di Fausto Coppi, Eddy Merckx e Bernard Hinault. Oggi come oggi, le più importanti squadre Pro Tour hanno budget che vanno fino ai 40-50 milioni di euro, e i campioni più importanti (ma anche i loro gregari top) intascano guadagni che li avvicinano a quelli delle star del calcio. Il fenomeno è legato all’assalto dei super ricchi allo sport, che porta anche a chiare distorsioni. L’assegnazione dei Giochi Asiatici invernali 2029 a Trojena (Arabia Saudita), per esempio, stupisce non poco, date le temperature del Paese. Ma i soldi fanno molto: sarà costruito un resort con montagne artificiali (e temperature indotte) per un costo pari a 500 miliardi di dollari. La rassegna asiatica è propedeutica a una candidatura di Riad ai Giochi Olimpici invernali che, se davvero diventasse realtà, mostrerebbe quanto ormai i maxi-investimenti possano dirigere le scelte delle istituzioni sportive mondiali anche contro ogni ostacolo climatico e geografico.
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#Fuoriluogo - 11° edizione del festival letterario di Biella
Dal 5 al 10 settembre Biella si aprirà ad accogliere l’undicesima edizione di #fuoriluogo, il festival letterario che ha fatto proprio il concetto di diffusione, “sparpagliando” per tutta la città eventi, salotti e rappresentazioni coinvolgendo luoghi differenti. Quest’anno, seguendo questa idea, il percorso di avvicinamento partirà il 2 settembre e interesserà il territorio circostante. Saranno in calendario 69 eventi e gli ospiti più di 100, tra cui spicca Brunello Cuccinelli. l’imprenditore famoso, oltre che per i pregiati capi di cachemire, per l’attenzione all’etica del mondo produttivo.
Anche Alicanto Capital SGR da diversi anni partecipa a #fuoriluogo (programma) e sostiene il progetto che è arricchito anche dalla sezione Kinds&Young (24/27 settembre)
Quest’anno saremo a fianco di Davide Longo nella nuova indagine con Bramard e Arcadipane. Lo scrittore, dialogando con Beppe Anderi, ci presenterà il nuovo giallo “La donna della mansarda”, alla ricerca di una celebre artista scomparsa.
Vi aspettiamo Sabato 6 settembre alle 11 all’Opificio dell’Arte (Via De Agostini,7)
Dazi, le trattative vanno a zig zag
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Proseguono le trattative sui dazi, mentre la data fatidica del 1 agosto si avvicina. Le delegazioni europea e cinese (ma non solo) si stanno confrontando con i rappresentanti americani per trovare un compromesso, mentre Donald Trump continua a fare dichiarazioni. Tra le nuove “trovate” dell’inquilino della Casa Bianca, la possibile introduzione di dazi minimi al 15%-20% nei confronti dell’Europa, con il 25% sulle auto. L’ennesima nuova formula del Tycoon rischia di mandare all’aria i negoziati, vanificando i risultati ottenuti nel corso dei colloqui.
Negoziati difficili
La mancanza di una linea coerente da parte del presidente Usa è uno degli elementi che rendono i negoziati difficili; l’altro è l’ego smisurato di Trump, che alla fine vuole terminare il confronto dichiarando vittoria sui “contendenti”. Questo rende difficile trattare. Ma complica le cose anche per lui e, in prospettiva, per gli Stati Uniti. Il presidente Usa si è infatti messo contro l’opinione pubblica mondiale, ma anche contro quella americana. Mutatis mutandis, la sua politica ricorda, in grande, la supertassazione dei porti italiani da parte del governo Monti, che aveva provocato un fuggi fuggi delle barche verso altri approdi europei. Insomma, quello che il fisco americano incamererà con i dazi finirà di perderlo in calo dei consumi e fuga delle aziende. Con in più un malcontento diffuso tra i cittadini, deleterio anche dal punto di vista elettorale.
Borse ancora caute. Ma…
Sul fronte borsistico, invece, non c’è nulla di nuovo. I mercati stanno gestendo l’avvicinarsi della “data x” con cautela e movimenti moderati. Un po’ su, un po’ giù, sempre vicino ai massimi, sempre in attesa. La sorprendente resilienza degli indici potrebbe, però, venire intaccata se il prossimo 1 agosto i dazi dovessero davvero entrare in vigore. Non è dato prevedere in quale misura; tuttavia, preoccupa la possibilità di una combinazione fra un nuovo storno simile a quello avvenuto lo scorso 2 aprile e la poca liquidità che tradizionalmente contraddistingue il mese di agosto.
Banca, ancora utili record
A soccorrere la Borsa di Milano potrebbero essere gli utili del mondo bancario, che nel 2024 hanno fatto registrare nuovi record. Il settore creditizio si è attestato su quota 46,5 miliardi di euro (+14%). Il risultato fa il paio con i numeri raggiunti dal comparto nel triennio 2022-24, quando i profitti del credito tricolore hanno superato la clamorosa cifra di 112 miliardi. Sembrano lontani (ma non lo sono) i 15 anni di mancati utili che hanno preceduto l’exploit. A spingere lo scatto del mondo bancario è stata soprattutto la stagione di tassi elevati, che hanno permesso agli istituti di fare profitto dagli interessi passivi più alti chiesti a richiedenti mutui e prestiti, e di tornare a spingere sui finanziamenti, che da molto tempo erano stati marginalizzati. Ora ci si domanda come chiuderanno i bilanci bancari dei prossimi cinque anni, in uno scenario contraddistinto dal progressivo taglio dei tassi da parte della Bce. Una tendenza che si prende una pausa a luglio, ma probabilmente riprenderà in settembre. Inflazione permettendo.
Tasse e bigtech
Da un’istituzione comunitaria a un’altra. Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea e commissaria per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, ha dichiarato in un’audizione a Montecitorio che le regole per l’intelligenza artificiale non dovrebbero essere ritirate: “noi”, ha detto, “vogliamo applicarle in modo molto amichevole nei confronti delle imprese”. Tutte. Anche quelle americane. Anche se la dichiarazione riguarda l’Ia, saranno forse fischiate le orecchie a chi, tra le bigtech e i loro sostenitori, spinge per avere regole speciali anche dal punto di vista fiscale. Proprio pochi giorni fa, secondo Reuters, Meta, Linkedin e X hanno presentato un ricorso sull’Iva relativa ai dati personali. Questo dopo gli avvisi di accertamento del fisco italiano concernenti il mancato versamento dell’imposta sull’accesso gratuito degli iscritti ai loro social. Più che una partita a scacchi, questa sembra una guerra di tutti contro tutti. In cui chiaramente sono gli Stati Uniti ad avere il coltello dalla parte del manico, dato che l’Europa esporta oltre oceano molto più di quanto importi.
Bilancio Ue 2028-34, percorso accidentato
Ursula von der Leyen ha intanto presentato il bilancio Ue 2028-34. Un piano-maxi che prevede un budget di quasi 2.000 miliardi. Il progetto – ambizioso, ma che non affronta del tutto il problema della crescita, né mette in discussione il green deal – è appena alle sue fasi iniziali: dovrà passare per Parlamento Europeo e Consiglio e ricevere l’avallo degli Stati membri. Tuttavia, il piano ha già scatenato polemiche. E la netta opposizione del governo tedesco. “Un aumento complessivo del bilancio Ue”, ha dichiarato senza mezzi termini Stefan Kornelius, portavoce dell’esecutivo di Berlino in un comunicato, “non è accettabile in un momento in cui tutti gli Stati membri stanno compiendo notevoli sforzi per consolidare i loro bilanci nazionali. Per questo, non potremo accettare la proposta della Commissione”, ha aggiunto. La posizione tedesca, che potrebbe mettere a rischio l’intero impianto del progetto di bilancio a lungo termine, è facilmente spiegabile: se salgono gli esborsi, i Paesi che contribuiscono maggiormente (Germania in testa) devono allargare i cordoni della borsa. Ciò significa che Berlino sarebbe costretta a trasferire più denaro all’Unione Europea, alzando le tasse proprio in un momento di crisi della sua economia. Per questo motivo, l’iter parte subito con un percorso accidentato.
Inchiesta Milano
Tornando alle nostre latitudini, l’inchiesta urbanistica a Milano ha scosso la politica e l’edilizia della città. Il problema, però, non è nuovo, ed era già emerso con il tentativo, poi non riuscito, di approvare una misura ad hoc, il discutibile condono Salva Milano. Ciò che è accaduto nella metropoli ambrosiana è semplice: utilizzando un buco normativo, i costruttori – con pareri tecnici in giunta – hanno abbattuto edifici di pochi piani per poi costruire immobili molto alti. Pagando un prezzo limitato per le aree da edificare (in alcuni casi facendo poco per il territorio contiguo) e ricavandone utili enormi. Oltre all’inchiesta, che ha messo nel mirino anche il sindaco di Milano, l’intervento della magistratura ha causato lo stop ai cantieri. Il che ha destato viva preoccupazione dei cittadini che avevano già acquistato la casa prima della sua costruzione, magari vendendo contestualmente la loro abitazione precedente. Il blocco dei cantieri, però, potrebbe finire in una bolla di sapone: si sta parlando di miliardi di euro di progetti che difficilmente possono essere fermati per molto tempo. E tanto meno annullati, con demolizioni molto problematiche. Forse saranno abbattuti pochi edifici, probabilmente i più compromessi, anche per dare un segnale. Per il resto, probabilmente, ci si accontenterà di un condono con il pagamento di un valore percentuale sul valore complessivo dell’intervento.
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Le Borse ignorano ancora le tariffe di Trump. Ma fino a quando?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il 1 agosto si avvicina e Donald Trump conferma i dazi del 30% per le merci provenienti dall’Unione Europea e dal Messico. Il presidente degli Stati Uniti, nello stesso tempo, minaccia nuove tariffe: il Congresso sta discutendo un disegno di legge che introdurrebbe dazi secondari fino al 500% contro chi acquista dalla Russia gas, petrolio e uranio; Trump ha annunciato l’appoggio alla misura, ma solo se gli sarà assicurata “flessibilità”. Il presidente, infatti, non vuole avere le “mani legate” nelle trattative con Mosca, mantenendo la “porta aperta” ai negoziati. Inoltre, ha minacciato l’inquilino della Casa Bianca, se la Russia non raggiungerà un accordo con l’Ucraina entro 50 giorni, chi commercia con Mosca sarà oggetto di dazi secondari al 100%. Le nuove misure colpirebbero molti Paesi, ma sarebbero rivolte soprattutto alla Cina e agli altri Brics. Trump, come detto, vuole però tenersi aperta una via di trattativa. Con la Russia. Ma, ça va sans dire, anche e soprattutto con Pechino, con cui Washington sta già trattando sul futuro dei dazi reciproci fra le due potenze, con colloqui a più livelli.
L’Europa protesta
E l’Europa? Esprime la sua delusione per il ritorno alla casella di partenza, lamentando che le trattative con gli Stati Uniti erano in atto e sembravano anche a buon punto. Maroš Šefčovič, commissario Ue per il Commercio, la Sicurezza economica, le Relazioni interistituzionali e la Trasparenza, ha detto chiaro e tondo che dopo cento ore di colloqui personali con gli americani e altre trattative a cui ha partecipato il suo team, le due delegazioni erano vicine a un accordo. Fino a quando Trump ha fatto saltare il banco. Per l’Ue, ha detto, Šefčovič, i dazi del 30% sono inaccettabili: se un accordo non sarà trovato, l’Unione sarà costretta a introdurre il suo bazooka, cioè misure di compensazione per circa 90 miliardi di euro. Si rischia una guerra commerciale, rinfocolata non solo dalle parole e dalle azioni aggressive di Trump, ma anche dai suoi toni, di molto sopra le righe. Il leader Usa sembra sottovalutare un rischio molto forte per l’economia americana, che in caso di dazi sarebbe colpita da impatti negativi, se non devastanti. A perderci sarebbero consumatori (leggi: elettori) e aziende statunitensi, con le facili conseguenze del caso.
Boe: “il protezionismo indebolisce il dollaro”
Non solo: come ha osservato il rapporto semestrale della Banca d’Inghilterra sulla stabilità del sistema finanziario, una conferma delle tariffe porterà il dollaro a indebolirsi ulteriormente. Trump, come si usa dire, sta tirando la corda, ma la sua amministrazione è sicuramente consapevole dei gravi rischi di questa politica per l’economia americana. Per questo motivo, si prevede che le “sparate” del presidente Usa rimarranno tali, e che il punto di caduta con l’Unione Europea sarà probabilmente al 10%, come nel caso dei rapporti commerciali Usa-Gran Bretagna. Se dovessimo arrivare a questo risultato, sarà sicuramente per una svolta di Trump – ormai compulsivo nell’annunciare una misura e smentirla a breve termine – più che per l’inesistente forza negoziale dell’Europa, che ha ceduto su tutta la linea agli americani sulla Digital tax, senza peraltro ottenere nulla in cambio. L’Ue, in altre parole, non cessa di dimostrare la sua inconsistenza: se il mercato unico funzionasse, i Paesi dell’Unione potrebbero anche scegliere di compattarsi e diminuire la loro presenza sul mercato americano, commerciando di più tra loro e aprendo nuovi canali con i Brics. Invece, ogni Stato membro va per la sua strada e i risultati si vedono.
Le Borse fanno ancora spallucce
Se molti investitori di tutto il mondo lasciano il dollaro perché non lo considerano sicuro come una volta, le Borse, soprattutto in Europa, rispondono alla nuova offensiva trumpiana con l’ormai usuale reazione: una moderata debolezza iniziale e un tranquillo recupero. La forza dei mercati è a suo modo sorprendente, come la scarsissima volatilità evidenziata dagli indici. Lo abbiamo ricordato più volte: dopo il tonfo dello scorso 2 aprile e il graduale recupero, le Borse hanno preso le misure e sembrano ignorare le devastanti sollecitazioni provenienti dall’amministrazione americana. Vedremo ora che cosa succederà il 1 agosto. Se un buon esito delle trattative eviterà una guerra commerciale – grazie a un ulteriore rinvio o al raggiungimento di accordi, anche provvisori – i listini non potranno che goderne. Nello sventurato caso in cui i dazi al 30% entrassero davvero in vigore, invece, i mercati rischierebbero due contraccolpi: uno diretto (a causa di uno stress degli indici dovuto alla definitiva introduzione delle misure tariffarie) e uno indiretto, proveniente dai primi effetti della telenovela-dazi sugli utili delle aziende quotate. Questo rischio è il più pericoloso: il calo degli indici, che le Borse “vaccinate” hanno tenuto a lungo fuori della porta, rischierebbe di rientrare dalla finestra, con la dinamica “i dazi abbassano gli utili; il calo degli utili provoca uno storno dei titoli in Borsa”. Trump afferma che gli Stati Uniti stanno guadagnando miliardi di dollari ogni giorno, ma che senso ha questo balzo in avanti se il denaro che entra viene poi perso per le contrazioni economiche causate dal protezionismo? Questi pericoli dovrebbero offrire ancora più motivazioni a Trump per fermare il giochino degli annunci e dei contro-annunci e iniziare ad affrontare in modo sistematico i vari nodi dell’economia americana e della politica interna ed estera statunitensi.
Il risiko tiene banco
Come detto, Piazza Affari, come gli altri mercati, ha praticamente ignorato il nuovo capitolo della soap opera dei dazi. Ma non si è mostrata indifferente alla settimana importante del risiko bancario. In primo luogo, il Tar del Lazio ha accolto le istanze di Unicredit, che considerava illegittimo il golden power sull’ops Banco Bpm. Tutto ciò mentre l’Ue ha espresso dubbi sulla luce rossa del governo italiano, che “potrebbe costituire una violazione” del diritto europeo. Poi, Crédit Agricole ha comunicato di aver chiesto il via libera alla Bce per salire oltre il 20% nell’azionariato Banco Bpm. La contendibilità di Piazza Meda è stata premiata con un rimbalzo del titolo dopo la sentenza del Tar. Ora Andrea Orcel dovrà decidere se riprendere l’attacco a Banco Bpm o lasciare un dossier su cui Unicredit rischia letteralmente di incartarsi. E’ invece riuscita l’offerta Biper sulla Popolare di Sondrio, anche se con circa il 58% delle adesioni e reazioni contrastanti, soprattutto in Valtellina. Continua infine l’opposizione di Mediobanca all’offerta Mps, che rende la complessa partita del risiko ancora imprevedibile.
Fondi di coesione, allarme per le regioni
Un nuovo allarme rosso scuote l’economia italiana. La Commissione Ue, fresca di voto di fiducia al Parlamento Europeo, sta pensando di riformare la gestione dei fondi di coesione, che sarebbero trasferiti non più alle regioni, ma direttamente allo Stato. L’operazione priverebbe la Lombardia di 4,4 miliardi di euro e costituirebbe un rischio per i benefici provenienti dalla gestione diretta delle risorse. La situazione rischia di peggiorare ulteriormente (e drammaticamente) per un’altra trovata dell’esecutivo di Ursula von der Leyen: tagliare gli stessi fondi di coesione del 30% per destinare questa percentuale al bilancio comunitario per la difesa. Se questa operazione andasse in porto, si rischierebbero conseguenze imprevedibili per l’intera gestione dei territori in Europa.
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