Aumento dei tassi: non siamo ancora al picco

La Bce prosegue nella stretta monetaria, anche se rallenta il ritmo dei rialzi: probabili nuovi ritocchi entro l'estate. Negli Usa, nuove banche evidenziano serie difficoltà, mentre in Italia il settore va a gonfie vele. E alcune aziende di credito alzano addirittura i target

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Non c'erano molti dubbi: la Bce ha seguito la Fed, aumentando i tassi di 25 punti base. Siamo di fronte all'ultimo rialzo? Oppure ne seguiranno di nuovi? E ancora: il rallentamento (25 basis point invece di 50) segna il picco della politica restrittiva di Francoforte? A quest'ultima domanda ha indirettamente risposto Klaas Knot, presidente della banca centrale olandese e membro del direttivo Bce. L'Eurotower, ha detto, dovrà proseguire negli aumenti dei tassi, almeno “fino a quando l'inflazione sottostante non sarà stata arginata”. L'orientamento è stato confermato (e non avevamo alcun dubbio) anche dalla presidente Bce Christine Lagarde: dovremo perciò attenderci nuovi aggiustamenti di 25 punti base in giugno, luglio e forse oltre. Per rispondere quindi all'interrogativo: no, non siamo al picco – al limite stiamo raggiungendo il plateau. Passata l'estate, forse, potremo respirare, in attesa che il costo del denaro (non prima del 2024) possa tornare a scendere.

Prevalgono i “falchi”

Il nuovo aumento segna ancora una volta la prevalenza dei “falchi” sulle “colombe” - gruppi che portano istanze completamente opposte. I primi sono convinti che sia necessario alzare i tassi, perché questa strategia è in grado di bloccare l'inflazione e tutelare i consumatori dagli aumenti e dal deprezzamento del denaro e del potere d'acquisto. I secondi, invece, ritengono che con i tassi bassi il consumatore abbia sì meno soldi, ma che si possa tutelare facendo provvisoriamente scelte meno dispendiose. Mentre non ha alternative percorribili se è indebitato, in un contesto in cui il denaro costa sempre di più. In questo caso, il danno ad aziende e famiglie esce – come si usa dire - dalla porta e rientra dalla finestra. Questa ultima lettura si può estendere anche ai sistemi-paese: in tempo di tassi alti, uno stato indebitato (come lo è l'Italia) è costretto a tagliare i servizi o aumentare le tasse; in entrambi i casi, sono poi i cittadini a perderci. E il grande timore è che i cittadini ci perderanno davvero. La situazione dei tassi potrebbe avere un effetto pesante sull'economia già da fine estate, sia in Europa, sia negli Stati Uniti. Sull'industria si profilano già dati preoccupanti, anche se le prime trimestrali sono molto solide.

Dubbio amletico

Certo è che la Fed, a differenza della Bce, sembra timidamente più orientata almeno a riconsiderare le strategie da applicare nei prossimi mesi, non scartando a priori la possibilità di discutere uno stop alla politica di aumenti. Anche se gli ultimi dati sui posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbero convincere la banca centrale statunitense a proseguire con i rialzi almeno per un po'. I numeri forniti dall'US Bureau of Labor Statistics evidenziano che lo scorso aprile l'occupazione americana è salita, nei settori non agricoli, di 253.000 posti, contro i 180.000 previsti, attestando il tasso di disoccupazione al 3,4% (quello atteso era del 3,6%). Il dato potrebbe quindi incidere sulle scelte della Fed: ogni volta che sale l'occupazione, si ritiene che il rialzo dei tassi sia stato “digerito” dall'economia, e questo è interpretato come un via libera a nuovi rialzi. La Federal Reserve dovrà quindi trovare la quadra fra l'intenzione di ammorbidire la politica restrittiva e la tentazione di introdurre un nuovo ritocco di 25 punti base.

Crisi bancaria, nuovo capitolo o colpo di coda?

Per la Fed, comunque, le maggiori preoccupazioni non risiedono nelle future decisioni sui tassi ma nelle nuove difficoltà evidenziate da alcune banche regionali. La crisi del settore, pur essendo uscita dalla sua fase di allarme rosso, continua a disseminare pericoli sulla strada del settore creditizio. La scorsa settimana – non molto tempo dopo le rassicurazioni della Fed sulla solidità del sistema americano, si sono evidenziati problemi per tre nuovi istituti: PacWest, FirstHorizon e Western Alliance. In particolare, la prima ha subito un crollo in Borsa dopo aver comunicato di essere in cerca di un compratore; successivamente, l'azzeramento del dividendo (allocato a riserva), le dichiarazioni dell'amministratore delegato Paul Taylor, che ha garantito sulla solidità della banca, e un rimbalzo di oltre l'80% a Wall Street hanno rassicurato i mercati, senza però diradare completamente le paure. In generale, le banche americane che hanno mostrato debolezza sono – come detto - regionali, e non sistemiche. Tuttavia, la crisi non può permettersi di espandersi a macchia d'olio: First Republic è stata acquistata da JPMorgan ed eventuali nuove aziende di credito che dovessero fallire saranno, forse, rilevate da qualcun altro. I grandi gruppi, qualora se ne presenti la necessità, si dimostreranno in grado di assorbire una parte delle eventuali banche in crisi. Ma non di tutte. Non è assolutamente realistico stabilire un “piano B” che preveda semplicemente un M&A generalizzato e automatico: prima o poi, la lista dei compratori si esaurirà. Meglio sarebbe riformare il sistema e introdurre ufficialmente una garanzia pubblica sui depositi, per prevenire il panico e la corsa agli sportelli, spesso cause dirette del fallimento delle banche. Questo intervento, a conti fatti, inciderebbe sulle casse dello stato in misura molto minore rispetto a un salvataggio successivo. Una nuova minaccia per i piccoli istituti di credito potrebbe, invece concretizzarsi nell'irruzione a gamba tesa delle bigtech nell'operatività bancaria. Come è accaduto nell'operazione lanciata a metà aprile da Apple in collaborazione con Goldman Sachs, che ha riscosso un successo clamoroso. Lo strumento, attivabile dal proprio wallet, rende fino al 4,15% annuo, e nei primi quattro giorni ha raccolto quasi un miliardo di dollari, totalizzando l'apertura di 240.000 conti in una settimana. L'iniziativa, che sembra un aggiramento delle regole bancarie, offre un rendimento di dieci volte superiore alla media americana, più alto persino rispetto a quello della stessa Goldman Sachs. Ma dimostra pure che le bigtech sono in grado di raccogliere denaro rapidamente, anche per la loro reputazione, soprattutto nella fascia di clientela più giovane.

Banche italiane, che colpo

L'Italia, da parte sua, mostra un settore del credito in ottima salute. Istituti come Intesa Sanpaolo e Banco Bpm hanno addirittura alzato i target price, preannunciando dividendi a due cifre. L'ottimo momento delle banche fa bene, naturalmente, anche a Piazza Affari, listino in cui il settore è particolarmente presente. E le prospettive si preannunciano buone: nonostante il balzo in avanti di questi mesi, il comparto è ancora sottodimensionato; attualmente, le banche italiane valgono sei volte gli utili con cui hanno archiviato il 2022. Se le cose dovessero andare bene anche alla fine di questo esercizio, le banche conserverebbero comunque grandi potenzialità di crescita. Per questo motivo, un investimento nei loro titoli è ancora praticabile, e ha tutte le probabilità di preannunciarsi molto redditizio. Per il resto, in un mercato che continua a procedere tranquillo e senza particolari scossoni, l'attesa delle trimestrali (soprattutto - ça va sans dire - del settore bancario) fa sperare in un nuovo ciclo positivo. Fino ad allora, sembra consigliabile confermare una posizione difensiva e di mantenimento. Nella consapevolezza che l'attuale situazione di “calma piatta” ci regala un affresco ben diverso rispetto alla situazione che contraddistingueva i mercati solo un anno fa.

Foto di Gabriel Tovar su Unsplash


Salvataggio First Republic: si spengono i rischi sistemici?

L'istituto di credito, in forte difficoltà, è stato ceduto in tempi brevi a JPMorgan. L'operazione rende possibile un certo ottimismo sulla fine della crisi bancaria “made in Usa”. Ora l'attenzione dei mercati può tornare a inflazione, tassi e trimestrali

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Risoluzione sprint per il caso First Republic Bank. L'istituto di credito americano, in forte difficoltà a causa della crisi bancaria Usa, sarà infatti rilevato da JPMorgan Chase. Regista dell'operazione, la Federal Deposit Insurance Corporation, che lunedì scorso ne ha preso il controllo e ha organizzato il salvataggio con un blitz à la Credit Suisse. JPMorgan, che negli Stati Uniti è banca di sistema. assumerà tutti i depositi di First Republic, inclusi quelli non assicurati (per un totale di 103,9 miliardi di dollari) e acquisterà la maggior parte dei suoi 229,1 miliardi di attività.

Incendio spento?

L'operazione First Republic-JPMorgan potrebbe davvero scrivere la parola fine sulla crisi bancaria americana esplosa dopo il fallimento di Silicon Valley Bank. Anche se, visti i precedenti del 2008, il condizionale è sempre d'obbligo. Certo è che l'acquisizione contribuisce a spegnere sul nascere gli attacchi short sferrati venerdì scorso contro il settore bancario europeo. Il tentativo speculativo aveva sfruttato i timori che le aziende di credito potessero tornare in difficoltà a cause dei crediti deteriorati. Le chiusure negative di venerdì scorso (-4% in Europa, con Milano particolarmente sofferente) sono state riassorbite e probabilmente sarebbero svanite in ogni caso, dimostrandosi una correzione più che un tentativo di attacco di sistema. È quindi possibile guardare avanti e concedersi un certo ottimismo: gli istituti di credito Usa colpiti dalla crisi sono gruppi regionali, pur con un posizionamento importante. In Europa, la crisi bancaria era già archiviata, e i rischi per i listini del nostro continente avrebbero potuto presentarsi solo su notizie provenienti dagli Stati Uniti. Ora, come detto, anche oltre oceano si può tirare (cautamente) un respiro di sollievo. Potremo dunque concentrarci sull'economia reale, e – ci si consenta un gioco di parole – sui problemi sistematici, più che su quelli sistemici.

In attesa

Il venerdì di sofferenza non ha comunque cambiato il trend che da quasi un mese guida l'andamento dei mercati, stagnanti in attesa dei dati trimestrali europei (quelli americani stanno già arrivando). Certo è che stiamo entrando nel semestre (statisticamente rilevante) del "Sell in May and go away"; per questo motivo, per l'investitore è consigliabile un approccio vigilante e prudente. La discesa dei mercati del 2 maggio, apparentemente senza spiegazioni se non nel probabile nuovo e ingiustificato aumento dei tassi che Fed e Bce si apprestano a fare questa settimana ci inducono alla cautela.  In questa ottica, potrebbe avere senso ridurre leggermente l’esposizione sul portafoglio azionario per rientrare più avanti. D’altronde sono due mesi che il mercato viaggia in un trading range strettissimo e le probabilità che la prossima mossa sia verso il basso sembra la più convincente a nostro parere. Sono troppe le incertezze sul tavolo: la stagionalità negativa, come già detto, il continuo rialzo dei tassi, una recessione chiamata a più voci e che prima o poi si manifesterà, le tensioni geopolitiche su Ucraina e Taiwan, il problema delle banche.  Insomma, chi vuole togliere soldi dal tavolo o scommettere su un ribasso, ha buone munizioni.

Patto di stabilità

Intanto, a Bruxelles si discute sulla riforma del patto di stabilità e crescita, con una proposta messa nero su bianco dalla Commissione Europea, che dovrà poi essere approvata dai paesi membri. La nuova bozza, che rende meno rigido il piano di rientro per i paesi con debiti superiori al 60% del prodotto interno lordo, prevede però aggiustamenti di bilancio annuali obbligatori (dello 0,5% minimo) per chi ha un rapporto deficit-pil oltre il 3%. Il testo formalizzato a Bruxelles contempla anche la possibilità di aprire procedure per debiti eccessivi e non esclude dal calcolo gli investimenti in ambiti inclusi nel Pnrr. Le posizioni dei paesi membri sono molto eterogenee (la Germania considera il testo troppo debole, l'Italia troppo rigido) e lo sono anche quelle degli economisti. Ma non mancano le perplessità sui meccanismi: secondo l'ex ministro dell'Economia e delle Finanze Giovanni Tria, per esempio, con il nuovo patto di stabilità l'Italia perderebbe controllo, e troppo potere sarebbe accentrato nelle mani di Bruxelles. Sicuramente, il provvedimento potrebbe mettere a rischio la riforma delle pensioni e quella del fisco nel nostro paese. Ma non andrebbe a colpire solo i paesi più in difficoltà a rispettarne i parametri. La proposta, così come è stata concepita dalla Commissione Europea, impone regole rigide che nessuno stato membro è in grado di rispettare. E ne rende difficile l'applicazione, proprio come è accaduto finora. Non è infatti un mistero che i rigidi paletti previsti dalla misura originaria - specialmente il rientro per i paesi con un rapporto debito-pil superiore al 60% - non siano stati quasi mai rispettati. Più che altro, il patto di stabilità è stato utilizzato per vietare deficit eccessivo ai paesi membri e, in alcuni casi, anche per fare pressioni contro governi ritenuti ostili alle politiche di austerity.

Braccio di ferro sul Mes

L'Italia, in ogni caso, cercherà di trattare, forte anche delle buone notizie sul fronte del pil: per il terzo anno di fila, l'indicatore cresce, e cresce più rispetto a quelli registrati da Francia e Germania. Il trend positivo dipende anche dalla capacità delle aziende di adattarsi alla crisi di sistema del paese, che si era manifestata già prima del Covid. La reazione a problemi reali ha reso le imprese italiane più reattive rispetto a quelle di altri paesi europei, che avevano vissuto tranquille per molti anni ed erano meno abituate a fronteggiare le difficoltà, esplose poi con la pandemia. Le trattative non saranno, però, semplici. Anche perché non riguarderanno solo il patto di stabilità. L'Italia è sotto i riflettori perché (unico paese nell'Unione Europea) non ha approvato il Mes. Mentre le istituzioni comunitarie fanno pressioni continue, dato che il meccanismo europeo di stabilità, per entrare in vigore, non può rinunciare all'unanimità degli stati membri. Come si risolverà il braccio di ferro Roma-Bruxelles? Molto probabilmente con un compromesso: da una parte l'Italia non può entrare in rotta di collisione con l'Europa; dall'altro, però, l'esecutivo cercherà di trattare per ottenere qualcosa in cambio su altri dossier aperti. In ogni caso, se (come probabile) il Mes dovesse entrare in vigore, qualsiasi paese membro dovrà sperare di non averne bisogno, per non rischiare la sorte della Grecia. Il tema vero è, come al solito, quello della speculazione sui debiti pubblici, contro cui la Bce (come più volte ha confermato Christine Lagarde) non può o non vuole fare nulla. Eppure, se vogliamo vederlo, questo è uno dei maggiori problemi, se non “il” problema. Lo ha evidenziato anche il Financial Times, secondo cui i grandi fondi speculativi hanno smesso di scommettere contro i titoli di stato italiani. Riconoscendo, implicitamente, che in passato sono state piazzate “scommesse” contro stati sovrani. Il che, è persino inutile dirlo, significa giocare alla roulette sulle spalle delle persone, e soprattutto delle fasce più deboli delle popolazioni.

Image by rawpixel.com


+100% di performance dal lancio per il fondo Alpi Hedge!

Partito nel settembre 2011 (in piena crisi del debito sovrano) con una quota di 500.000 euro, il 27 aprile 2023 Alpi Hedge ha raggiunto il traguardo di raddoppiare il valore della sua quota: 1.000.131,484 euro.
Sul percorso abbiamo trovato ostacoli importanti: il crash sui mercati finanziari nel 2015, le conseguenze della politica restrittiva della FED nel 2018, la pandemia nel 2020, l’invasione della Russia in Ucraina e l’aumento dell’inflazione, ma passo a passo abbiamo continuato a produrre instancabilmente valore per i nostri investitori.
Un ottimo risultato, ma non siamo certo appagati; giorno dopo giorno continueremo a cogliere tutte le opportunità che il mercato ci offrirà.
Ai nostri investitori - a quelli che hanno creduto in noi sin dal primo giorno, a coloro che hanno deciso di unirsi in corsa ed a coloro che stanno iniziando ad apprezzarlo alla luce della straordinaria performance degli ultimi mesi – va il nostro GRAZIE.

 

Per chi è adatto l’investimento in questo fondo:
La nostra strategia Relative Value su Fixed Income è absolute return, mira a raggiungere una gamma di rendimenti superiori all'inflazione ed a preservare il capitale indipendentemente dalle fluttuazioni del mercato. Il nostro obiettivo di rendimento è quello di un’obbligazione decennale con la volatilità di un’obbligazione con scadenza 2 anni.
È particolarmente adatta per i clienti che apprezzano:
• La crescita del capitale a lungo termine.
• La capacità di superare l'inflazione.
• La protezione al ribasso e che definiscono il rischio come la perdita di capitale.
• Esiti più certi sotto forma di rendimenti meno volatili e più consistenti.

È una strategia interessante per i fondi pensione perché:
• Cercano una crescita del capitale a lungo termine e una protezione al ribasso del capitale.
• Desiderano rendimenti costanti superiori all'inflazione indipendentemente dal ciclo economico.
• Hanno bisogno di un blocco di costruzione più "stabile" o "conservativo" accanto a un portafoglio più aggressivo - per ridurre la volatilità dei rendimenti.
• Desiderano gestire l'incertezza con la nostra comprovata capacità di preservare in modo proattivo il capitale.

È una strategia importante per casse di previdenza, fondi integrativi ed altre entità che hanno bisogno di:
• Far crescere il capitale con un rischio al ribasso limitato.
• Gestire i requisiti di liquidità a medio termine.
• Superare un obiettivo di inflazione definito.
• Proteggere il capitale e "bloccare" le prestazioni quando i mercati sono volatili.

Contattaci per avere informazioni sul processo di investimento e scoprire perché si tratta di un investimento sempre al passo con le dinamiche di mercato ed in grado di rappresentare un’ottima opportunità sul breve, medio e lungo periodo, anche in rapporto ad un investimento in titoli di stato.


Inflazione, verso il punto di svolta?

Il ciclo di rialzi dei tassi sembra giunto alla sua fase finale, anche se la Bce si fermerà probabilmente dopo la Fed. Intanto, sui mercati regna ancora la tranquillità, mentre le ricche cedole elargite dalle trimestrali rendono legittimo un certo ottimismo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Terza settimana di calma per le Borse. I mercati continuano a procedere sotto traccia, con la volatilità al lumicino e le antenne orientate verso le prime trimestrali. Che almeno finora, come da previsione, stanno offrendo cedole molto generose, rendendo legittimo un certo ottimismo. Nel clima di marcia tranquilla che contraddistingue questo mese di aprile, venerdì scorso i mercati europei hanno chiuso comunque in positivo, con l'eccezione di Milano: Piazza Affari ha infatti archiviato una lieve flessione (-0,50%), essenzialmente per le prestazioni negative di Tim e Stellantis. Le chiusure negative di martedì 25 aprile, legate soprattutto a rinnovati timori sulla tenuta di alcune aziende di credito (su tutte First Republic Bank), invitano comunque a essere cauti per capire se maggio si confermerà il mese del sell in May and go away.  Di qui in avanti un po’ di cautela non guasta, visto che anche da un punto di vista di analisi tecnica i mercati sembrano essere vicini a livelli dai quali ci si può aspettare una correzione.

Due titoli sotto la lente

Ma torniamo all'Italia, e ai due titoli che abbiamo messo sotto la lente. A iniziare da Tim, che è ancora un'azienda indebitata: la società, negli anni recenti, si è contraddistinta per una redditività bassa. E i suoi problemi sono ancora aperti. L'opa sulla società era stata fissata a un valore di 42 centesimi, poi il valore è sceso. Tuttavia, occorre non dimenticarsi che la telefonia è un'infrastruttura strategica e che già in gennaio si parlava di un valore della rete unica maggiore del 40% rispetto a quello fissato per l'opa. Stellantis, da parte sua, ha deluso un po' rispetto alle previsioni, ma il suo valore attuale è ancora del 10% circa superiore rispetto a quello di inizio anno. È anche vero che ultimamente la società ha subito un calo, e ciò che ha impressionato è la velocità di discesa. La casa automobilistica sta scontando qualche problema sui dati di bilancio, ma la situazione si dovrebbe normalizzare, dato che ora il suo titolo è tornato a salire, anche per i recenti test effettuati sui carburanti sintetici.

Enel, il nuovo AD piace al mercato

A rimbalzare in modo deciso è il titolo di Enel, che quest'anno si sta riprendendo dai cali del 2022 ed è tornato a 6 euro circa. Non per niente, i fondi esteri stanno cercando posti in consiglio di amministrazione per pesare di più. Dopo la prima giornata post-nomine, il titolo ha recuperato redditività: il mercato è sembrato gradire la scelta, per il ruolo di amministratore delegato, di Flavio Cattaneo, un manager che ha fatto bene dovunque abbia lavorato. Secondo i rumours riportati da Il Sole24Ore, la sua strategia per Enel sarebbe in piena continuità con il piano del suo predecessore Francesco Starace e punterebbe da una parte alla riduzione del debito, dall'altra a cedole garantite.

Ita-Lufthansa, si va ai tempi supplementari

Se Enel ride, Ita è ancora in attesa della definizione del contratto che la dovrebbe portare in Lufthansa: la trattativa fra il ministero del Tesoro e il gruppo tedesco si sta dilatando, ma non sembra a rischio. I 60 giorni lavorativi previsti dal memorandum di intesa per chiudere l'accordo sono scaduti il 24 aprile, ma alcuni dettagli economici sono ancora da stabilire, e si prevede che la firma del contratto slitti a maggio. Poco male, se davvero sarà così. Qualunque cifra sia stabilita, sembra abbastanza certo che, per entrare prima al 40% e poi acquistare il resto, il gruppo tedesco pagherà una cifra molto bassa, anche se Ita è un asset molto fragile. Se gestito bene, tuttavia, il business aereo italiano ha molte potenzialità, soprattutto in un'epoca in cui si assiste a una decisa ripresa dei voli a livello mondiale. Uno dei punti di forza della nostra compagnia di bandiera sono gli slot, quelli che mancavano a Lufthansa Italia. Un progetto, lanciato alcuni anni fa, che senza i migliori orari di viaggio dovette chiudere, anche a causa della concorrenza delle compagnie low cost. Interessante, nella compagnia italiana, anche la gestione delle classi business negli aeromobili, soprattutto per i voli verso l'America del Nord. L'organizzazione di una Ita in ambito Lufthansa ne farà una compagnia regionale simile a Swiss e Austrian Arlines, con un'organizzazione multihub imperniata su Francoforte, Monaco, Zurigo, Vienna e Milano Malpensa come new entry. Ciò che è più importante, però, non è tanto la “gerarchia” tra i veri carrier, ma il fatto che la compagnia porti traffico aereo in Italia. Se gestita in maniera manageriale, dunque, la nostra compagnia aerea potrà finalmente contribuire alla crescita dell'economia. Molto probabilmente sarà ridotto il personale tramite l'ultimo giro di prepensionamenti, così da tagliare una delle due maggiori voci di spesa (l'altra, e cioè il costo carburante, non dipende chiaramente dalle scelte delle compagnie aeree).

Tassi, ultimi rialzi in vista

Negli Stati Uniti l'inflazione sta rallentando: i segnali inducono alla calma e sicuramente influenzeranno le scelte della Federal Reserve. In altri termini sembra abbastanza probabile che, tra giugno e luglio, avverrà negli Usa un ultimo rialzo dei tassi pari a non più un quarto di punto. Poi, finalmente, si raggiungerà il livello massimo. La situazione è un po' differente in Europa, dove l'inflazione è – a detta della Bce – ancora troppo alta: Francoforte potrebbe dunque proseguire il ciclo di “rialzini” almeno fino alla fine dell'estate; secondo Pierre Wunsch, governatore della Banca centrale belga e consigliere Bce, “stiamo aspettando che la crescita dei salari e dell'inflazione core rallenti prima di essere in grado di arrivare al punto in cui possiamo fermare" i rialzi: "non sarei sorpreso”, ha aggiunto, “se a un certo punto dovessimo passare al 4%”. Dopo aver raggiunto il picco, i tassi dovrebbero rimanere stabili almeno fino al 2024, per poi iniziare a scendere. Una situazione ideale, questa, per puntare sulla stabilità del mercato obbligazionario, che rende particolarmente vantaggioso l'acquisto di bond “lunghi”.

Italia, il rating non cambia

Non cambiano le valutazioni di Standard&Poor's per l'Italia: il nostro paese ha ancora un rating BBB con outlook stabile. Nessun rischio, insomma, per lo status tranquillizzante di investment grade, la cui conferma era ampiamente attesa. Un rating al ribasso sarebbe stato infatti discutibile, se non scandaloso: l'Italia è il paese che ha registrato una maggior crescita del Pil, nonostante una chiara penalizzazione in chiave debito proveniente dal rialzo dei tassi. L'aumento del costo del denaro, per l'Italia, è una vera corsa a handicap, e ci obbliga a crescere più della media per evitare un aumento delle tasse o un taglio dei servizi. E per allontanare lo spettro del patto di stabilità, di cui si sta parlando in sede Ue in questi giorni: meglio sarebbe abbandonarlo del tutto.

Credit Suisse, partono le cause

Sul fronte Credit Suisse, le turbolenze sul fronte cocos (tra l'altro ampiamente previste) si sono puntualmente avverate: gli obbligazionisti senior hanno deciso di fare causa. Difficile prevederne la conclusione: a quanto pare, i contratti di sottoscrizione contenevano una postilla che lascerebbe (il condizionale è d'obbligo) mano libera alla Banca Nazionale Svizzera in caso di situazione straordinaria. Se così fosse, non sarebbe possibile attaccare il rovesciamento delle garanzie, che ha penalizzato i cocos salvando gli azionisti (anche se a fronte di perdite molto forti). Si prevede, però, che alla fine si arriverà un accordo, in grado di rivedere un po' le clausole e rimborsare almeno in parte i sottoscrittori di obbligazioni senior. Al momento c'è una sola certezza: l'unica parte in causa a fare un grande affare è stata Ubs, che si trova ora a operare come unico colosso bancario in Svizzera.

Image by rawpixel.com


Mercati, calma piatta in attesa delle trimestrali

Ancora tranquillità per le Borse, che attendono i dati del primo quarter per riprendere la corsa o fermarsi. Superata la crisi bancaria, almeno in Europa, restano ben presenti i timori per l'inflazione e i nuovi rialzi dei tassi. Lo yuan e la “guerra” delle valute

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Per la seconda settimana di fila, i mercati procedono tranquilli e senza particolari spunti: gli scambi sono pochi e il clima è di attesa. Superata, almeno in Europa, la grande paura di una nuova crisi bancaria, i timori delle Borse sono legati all'inflazione, ancora più alta del previsto, e al probabile, nuovo ritocco dei tassi verso l'alto da parte delle principali banche centrali. Mentre la volatilità si sta calmando, anche sul versante obbligazionario. E questo, naturalmente, è un buon segnale.

In attesa delle trimestrali

Il lungo rimbalzo sembra comunque esaurito, o almeno in pausa; siamo vicini ai punti di massimo, gli scambi sono pochi e i mercati non hanno una direzione né un'intonazione precisa. È con questo approccio “neutro” che ci si appresta ad attraversare il periodo delle trimestrali – già aperto dai dati delle prime aziende finanziarie Usa e che in Italia inizieranno a svelarsi nel corso di maggio. I primi risultati dell'anno, soprattutto nei titoli bancari, si riveleranno quasi sicuramente in grado di indirizzare l'andamento dei listini nei prossimi mesi.

Tassi, nuovi rialzi in vista

Sul lato tassi, l'onda lunga dell'inflazione non favorisce un cambiamento di prospettiva da parte delle banche centrali. Fed e Bce continueranno per un po' con l'inesorabile rialzo dei tassi. Lo rivelano le dichiarazioni di esponenti delle due banche centrali, che confermano la persistenza di una strategia poco lungimirante, soprattutto in Europa. Sul versante americano, è stato James Bullard, presidente della Federal Reserve di St Louis, ad affermare che gli Usa dovrebbero proseguire a ritoccare i tassi, a causa dell'inflazione persistente e della crescita dell'economia, su cui i rialzi non hanno avuto un impatto negativo troppo forte. Nell'area euro, d'altra parte, Christine Lagarde non si è sbottonata troppo, limitandosi ad affermare che nel corso della prossima riunione Bce (3-4 maggio) sarà presa una decisione sulla base dei dati macroeconomici. Tuttavia Martin Kazaks, governatore della banca centrale lettone e membro del direttivo Bce, ha parlato di un possibile ritocco di 25 punti base a maggio (non escludendo, peraltro, il “solito” rialzo di 50), dimostrandosi fiducioso sulla capacità di Eurolandia di evitare la recessione. Secondo gli osservatori sono probabili tre mesi di rialzi a 25 punti base. Poi si vedrà. Ancora una volta finirebbero dunque di prevalere i falchi, anche se in maniera meno netta rispetto ai mesi precedenti. La speranza è che almeno dopo l'estate l'Eurotower inizi a invertire la tendenza. Sempre che l'energia non torni a servirci sul piatto nuove brutte sorprese. Già, l'energia, principale motivo dell'inflazione europea, che ha colpito il continente su due diverse direttrici. Oltre alla guerra russo-ucraina, anche la dinamica con cui si è organizzata la transazione energetica, che ha causato costi spropositati e timori di vario tipo – anche occupazionali. E che, per l'inflazione di casa nostra, ha assunto un ruolo ancora più determinante di quanto non abbia fatto il conflitto.

Usa: rischio default tecnico?

Negli Stati Uniti attualmente c'è un altro problema: lo scorso gennaio, infatti, Washington ha raggiunto il limite autorizzato del debito pubblico, a 31.381 miliardi di dollari. Secondo un'analisi di Schroders, firmata dall'economista George Brown, il Tesoro americano ha utilizzato alcuni espedienti contabili per far fronte ai suoi obblighi, ma non potrà farlo all'infinito. Per gli Stati Uniti, dunque, l'alternativa è una sola: o modificare il tetto del debito (operazione effettuata oltre cento volte nel dopoguerra), oppure andare in default tecnico. Come finirà? Molto probabilmente, con un “tampone”: il tetto sarà alzato per tempo, magari con un compromesso dell'ultimo momento tra i due partiti. Una soluzione diversa causerebbe il blocco dei fondi federali e sospensioni dal lavoro, o addirittura licenziamenti dall'oggi al domani, dei dipendenti: un rischio - foriero, tra l'altro, di volatilità sui mercati - che a un passo dalla campagna elettorale presidenziale nessuno può permettersi di correre. Facile, dunque, che si trovi l'accordo. Ma prima di allora avverrà il solito braccio di ferro fra i democratici – che punteranno a recuperare denaro alzando le tasse – e i repubblicani – che invece si prodigheranno per ottenere tagli di spesa. Si intravede quindi la via, già sperimentata, del compromesso, capace di attenuare (anche per motivi elettoralistici) la politica di forte spesa pubblica condotta da Joe Biden. Una politica capace di rivelarsi, negli Usa, la terza causa scatenante dell'inflazione, insieme alle due (meno influenti oltre oceano) che l'hanno fatta lievitare in Europa.

Euro, lento recupero sul dollaro

Sul versante monetario, è in corso l'assestamento del rapporto euro-dollaro nella fascia di oscillazione 1,08-1,12. Dopo un breve periodo all'insegna della parità, dunque, la nostra moneta si è gradualmente rimessa in quadro: ora siamo nel bel mezzo di una fase laterale, all'insegna dei piccoli aggiustamenti. Il nuovo equilibrio fra le due monete, naturalmente, fa bene all'Europa, che sterilizza i rialzi delle materie prime, i cui costi sono espressi in dollari. E contribuisce a minare l'inflazione. In un prossimo futuro potremmo assistere a una svalutazione del biglietto verde, come avviene ogni volta che gli Stati Uniti attraversano una crisi che richiede un cedimento sulle quotazioni della moneta nazionale.

Lo yuan avanza

Una svalutazione del dollaro potrebbe avvenire se il suo ruolo uscisse ridimensionato dalle spinte “autonomiste” dei Brics. I cinque paesi, guidati dall'intraprendenza cinese, stanno infatti sperimentando scambi con monete diverse dal dollaro, con lo yuan nel ruolo di jolly e di possibile antagonista delle banconote americane. È presto per azzardare previsioni sulla persistenza di questo fenomeno; certo è che agli accordi fra Cina e Brasile, che utilizzeranno yuan e reais per le loro transazioni bilaterali, potrebbero seguirne altri, che segnerebbero un arretramento della valuta americana. Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica rappresentano circa il 40% della popolazione mondiale: se lo yuan si imponesse come la moneta di riferimento per queste economie (e magari per paesi vicini, come per esempio l'Argentina), gli Stati Uniti potrebbero rischiare gravi squilibri delle bilance commerciali. Se un ruolo più centrale dello yuan non è da escludere, è invece molto difficile pensare a una moneta unica dei Brics, di cui si è parlato e riparlato a intermittenza. Una valuta comune per paesi così distanti tra loro (e non soltanto geograficamente) sarebbe di ben più difficile realizzazione rispetto all'euro, la cui fondazione non è stata propriamente una passeggiata. E che ancora adesso è esposto a problemi strutturali, a cominciare dai sempre incombenti ampliamenti degli spread.

Oro, fine della corsa

Infine, la situazione dell'oro, che sembra ben lungi dal battere nuovi record. Per ora, il limite dei 2.000 dollari l'oncia sembra aver stabilito uno spartiacque. Il metallo giallo è ora in una fase di assestamento, che è tale solo per l'attuale debolezza del dollaro. Se le quotazioni fossero definite in euro, il re dei preziosi avrebbe già imboccato la via dell'arretramento. Difficile stabilire se si verificherà una nuova forza propulsiva. La crisi bancaria europea sembra superata, ma non quella americana: se avvenissero novità negative sul fronte degli istituti di credito a stelle e strisce, non è escluso un nuovo volo dell'oro. In caso contrario, l'inflazione e i tassi alti potrebbero tarpargli le ali.

Foto di Arno Senoner su Unsplash


Privacy PolicyCookie PolicyTermini e Condizioni

CONTROVERSIEDISCLAIMERWHISTLEBLOWING

CHI SIAMONEWSPREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center