2023, la riscossa dei bond?

Dopo 11 anni di performance poco attraenti, le obbligazioni potrebbero tornare a spiccare il volo. Poche attese, invece, sull'azionario, pesantemente condizionato dalla recessione in arrivo. E le materie prime...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'anno che si è appena chiuso ha causato molti incubi agli investitori. A essere colpiti sono stati soprattutto gli obbligazionisti, che nel corso del 2022 hanno perso molto di più rispetto al rialzo, continuo e graduale, dei tassi di interesse.

Ora, sono molti i segnali che suggeriscono un'inversione di tendenza: il 2023 potrebbe configurarsi come il primo in 11 anni a offrire rendimenti interessanti per i bond. La storia ci insegna che, dopo una serie di chiusure al ribasso, le obbligazioni tornano a crescere, con performance tra cedola attesa e capital gain che potrebbero arrivare fino al 10%.

Obbligazionario vs azionario

Sembra quindi che il 2023 possa davvero essere l'anno buono. La remunerazione attesa è decisamente golosa: senza spingerci sulle previsioni più ottimistiche, possiamo comunque attenderci rendimenti fra il 5% e il 7%.

La possibile riscossa dell'obbligazionario è uno dei motivi per cui probabilmente il mercato azionario non offrirà grandi spunti. Tutte le economie europee stanno entrando in recessione, anche se non si riesce a prevedere quanto il fenomeno sarà profondo. Se la depressione dell'economia assumesse una forma moderata, non assisteremmo a particolari crolli e magari a fine anno i mercati chiuderebbero in positivo, seppure di poco; in caso contrario, possiamo aspettarci un nuovo anno in calo. Comunque vada, dovremo rapportarci con una forte volatilità.

La grossa incognita viene, ancora una volta, dalla geopolitica: se la guerra russo-ucraina, come purtroppo sembra, dovesse protrarsi, l'impatto sull'economia reale potrebbe confermarsi negativo e la recessione rischierebbe di manifestarsi in forma pesante. A peggiorare ulteriormente la situazione, la crisi tra Serbia e Kosovo, meno impattante dal punto di vista economico (i due paesi dell'ex Jugoslavia non dispongono di materie prime importanti), ma preoccupante per la posizione dell'area nel cuore dell'Europa e per i timori di una nuova, pericolosa “balcanizzazione” degli equilibri continentali.

Il mix di partenza

Per l'azionario è dunque lecito aspettarsi un primo trimestre non facile, con i mercati che potranno scendere ancora un po' per poi riprendere nel corso dell'anno, con la possibilità (recessione permettendo) di chiudere in positivo. Ma realisticamente non ci si può aspettare una media maggiore del 5-6%.

Per questo motivo, è saggio iniziare con un mix moderato: una componente azionaria prudente, aspettando di valutare un aumento del suo peso nel corso dell'anno, e un investimento molto più costruttivo e aggressivo sull'obbligazionario perché, come già specificato, abbiamo già assistito al grosso delle perdite nel corso di quest'anno.

Materie prime

Resta il nodo delle materie prime. Difficile prevedere le nuove evoluzioni del prezzo del gas: certo è che le aperture russe sulle forniture all'Europa potrebbero tenere il costo del metano sotto controllo. Nonostante dichiarazioni contrastanti, Mosca ha ancora bisogno dei soldi europei e le sue forniture ai paesi Ue dovrebbero crescere nel corso di questi mesi, assicurando un'erogazione ragionevole almeno per i restanti mesi invernali.

Per questo motivo, non dovrebbero esserci choc da offerta: si prevede che il prezzo del gas non superi quota 100 e rimanga ben distante dall'alto price cap introdotto dall'Unione Europea.

Il petrolio rappresenta un altro punto di domanda, ma la situazione attuale suggerisce che difficilmente si avvicinerà ai picchi raggiunti l'anno scorso. Il prezzo potrebbe, tuttavia, aumentare per la fine delle restrizioni in Cina e il superamento di questa importante ondata di Covid.

Tassi: nessuna schiarita in vista

E i tassi? Difficilmente si abbasseranno a giugno, come qualcuno prevedeva non prima dello scorso mese. Per ora, anzi, non ci sono segnali di stop ai rialzi che, come in un ping pong Washington-Francoforte, vengono decisi dalla Fed e dalla Bce.

Una volta raggiunto un livello considerato accettabile, o coerente con le politiche antinflazionistiche, le banche centrali stabilizzeranno poi gli interessi, come è d'uso fare. Ci vorrà un po' per considerare la possibilità di invertire la tendenza e puntare sui ribassi: forse i tassi resteranno alti per tutto il 2023.

L'anno successivo, negli Stati Uniti, le cose potrebbero cambiare. Non per motivi strettamente legati alla lotta all'inflazione, ma per ragioni essenzialmente politiche: il 2024 è infatti anno elettorale per gli Stati Uniti. Jerome Powell, nominato da Donald Trump e confermato da Joe Biden, è al suo secondo quadriennio come presidente Fed: dovrebbe, quindi, conservare una certa indipendenza. Ma, come si sa, le pressioni della politica possono comunque rivelarsi forti.

Nell'Ue, invece, molto dipenderà dai prezzi delle materie prime, a cui l'inflazione europea è legata a filo doppio. La Bundesbank – che de facto detta la linea della Bce – prevede la possibilità di un rialzo dei tassi fino al 4%: anche in questo caso, prima dell'anno prossimo sarà difficile un rientro, anche parziale.

Certo è che la spirale inflattiva non colpisce tutti i paesi europei allo stesso modo: secondo uno studio di Confartigianato, a novembre dello scorso anno i prezzi dei beni energetici sono cresciuti mediamente del 34,9% nell'area euro e del 68,1% in Italia. Praticamente il doppio. A spiegare questo fenomeno può essere la speculazione, soprattutto su gas ed elettricità: l'Italia ancor oggi paga costi energetici più alti rispetto al resto dell'Eurozona.

Occorre quindi intervenire al più presto, per evitare che il paese finisca in stagflazione. E che il 2023, per l'economia, si riveli ancora peggiore dell'anno appena concluso.

 Image by rawpixel.com


Si chiude un nuovo annus horribilis per i mercati finanziari

Le previsioni per il 2022 delineavano un periodo di ripresa, inflazione sotto controllo e buone prospettive per gli investimenti. Ma nessuna di queste congetture si è avverata: i mercati hanno dovuto fronteggiare incertezza, paura e perdite. Nell'azionario e, soprattutto, nell'obbligazionario. Al calo di quasi il 14% dell’indice Msci World (rappresentativo delle borse mondiali) misurato in euro e ai decrementi dei bond vanno aggiunti il deprezzamento dell’euro (del 7%) e la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione del 10%.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le previsioni per il 2022 dell'economia mondiale erano decisamente tranquillizzanti. Le graduali riaperture dopo la lunga stagione dei lockdown e delle restrizioni inducevano a sperare in una ripresa, mentre i rincari di gas ed elettricità (già in atto nel 2021) non preoccupavano più di tanto.
Se dunque andassimo a rileggere le aspettative che gli economisti mettevano nero su bianco a fine dicembre 2021, osserveremmo una certa unanimità di giudizio su un 2022 solido, con inflazione sotto controllo e buone prospettive per il mercato. A titolo d’esempio, le aspettative sui tassi americani prevedevano di avere i Fed funds all’1% a fine dicembre 2022; invece oggi siamo al 4,25% e abbiamo assistito da parte della Federal Reserve alla più veloce stretta monetaria della storia.

Ipotesi smentite
Tutte le ipotesi espresse nel 2021 sono dunque crollate come castelli di carta. I mercati azionari hanno incontrato una lunga fase di ribasso, recuperando poi con un rimbalzo di lunga durata, ma insufficiente, mentre l'obbligazionario ha archiviato la peggiore stagione da 50 anni a questa parte, pur con prospettive di recupero per il 2023. Risultato: per la quarta volta da sempre (le altre, nel 1931, 1941 e 2018), azioni e bond hanno chiuso l'anno in negativo.
Ancora più allarmante la situazione delle materie prime, con il gas che ha raggiunto livelli record nel corso dei primi mesi della guerra russo-ucraina, per poi tornare a prezzi più gestibili (ma comunque ancora troppo alti) e il petrolio, che è schizzato in alto prima di attestarsi in un territorio più neutrale.
Risultato di questo annus horribilis: crescita dell'inflazione attorno al 10% nel mondo occidentale ed economie che stanno per entrare in recessione.

Azionario
Che le previsioni di fine dicembre non fossero corrispondenti a realtà lo si era capito fin dall'inizio dell'anno. Dopo i primi tre giorni all'insegna della crescita, la prima settimana di gennaio si era infatti chiusa con forti cali dei mercati, sia azionari, sia obbligazionari.
Inizialmente, il fenomeno sembrava passeggero e poco preoccupante. Ma la crisi sul confine russo-ucraino, che avrebbe poi portato all'invasione da parte di Mosca e al conflitto tra i due più importanti stati ex sovietici ha buttato in acqua un altro cigno nero, a un paio d'anni di distanza dall'esplosione del Covid.
Il calo dei mercati azionari è proseguito fino a fine estate e il rimbalzo d'autunno – pur solido e rassicurante – ha offerto un recupero solo parziale delle perdite accumulate nel corso dell'anno. Nell'azionario, i mercati europei chiuderanno dunque a -10%, l'indice S&P a -20% circa e il Nasdaq a -33%. Pur meno coinvolte dalla guerra russo-ucraina, anche le Borse asiatiche archivieranno l'anno con un arretramento. In totale, l'indice Msci World, rappresentativo di tutte le Borse mondiali, chiuderà il 2022 con un calo di quasi il 14%.

Obbligazionario
Se l'azionario è calato, l'obbligazionario ha subito un vero e proprio crollo. I bond chiuderanno il 2022 con perdite ampiamente superiori al 10%, registrando l'anno peggiore degli ultimi 50.
Se esaminiamo solo i governativi dell'area euro, osserviamo che l'arretramento è stato di circa il 14%. L'anno scorso tutti i bond dei paesi che adottano la nostra moneta con scadenze fino a cinque anni davano rendimenti negativi (Grecia compresa), mentre oggi non ce n'è uno che non offra performance positive (Germania inclusa: il Bund decennale è salito da un -0,17% al 2,2%).
Discorso non troppo diverso per gli Stati Uniti, dove il Treasury era già in territorio positivo (1,5%) ed è balzato oltre il 3,5%.

Inflazione spinta dal gas
Nel 2022, molte materie prime hanno raggiunto picchi preoccupanti, per poi scendere e attestarsi su prezzi più sopportabili.
Il caso più clamoroso, che ha fatto tremare le economie di mezzo mondo, è rappresentato dal gas, la cui galoppata vorticosa ha rischiato di mandare a terra l'intera Europa. Il caro-bollette – fenomeno ancora in corso, nonostante il ritorno dell'oro blu a livelli prebellici – ha provocato la chiusura di varie aziende, soprattutto in Italia e Germania, mettendo a serio rischio l'esistenza di intere filiere produttive, oltre che la solvibilità delle famiglie.
Gli interventi di alcuni paesi per arginare salassi (Spagna e Portogallo prima, Germania poi) e il calo dei prezzi hanno mitigato eventuali conseguenze. Ma nulla ha potuto fermare l'inflazione, che in Europa è meno facile da combattere rispetto a quanto avviene nel resto del mondo, proprio perché legata al prezzo del gas e ai timori di non poterne ricevere a sufficienza.
Anche per questo motivo è difficile prevedere se il metano salirà di nuovo, resterà ai livelli attuali (comunque ancora molto, troppo alti rispetto a quelli storici) o diminuirà ancora, anche grazie al tempo eccezionalmente mite che sta contraddistinguendo il periodo natalizio. Certo, se i valori del gas dovessero rimanere sotto quota 100 ci si aspetta una decisa riduzione delle bollette dal prossimo mese, o al massimo da febbraio. Se ciò non avvenisse, sarebbe doveroso indagarne i motivi ed evitare che qualche fornitore sfrutti la situazione di incertezza per interessi personali.

Petrolio sulle montagne russe
Per un certo periodo, coincidente con i record dei prezzi del gas, anche il costo del petrolio era schizzato molto in alto. Il fenomeno aveva costretto il governo italiano a diminuire provvisoriamente le accise, che notoriamente pesano sul prezzo del pieno in misura maggiore rispetto allo stesso costo del carburante. Una decisione che ha provocato anche conseguenze imprevedibili – come la situazione che ha visto il “sorpasso” dei costi benzina alle pompe svizzere (storicamente meno care) rispetto a quelle italiane.
La recente diminuzione dello sconto fiscale sul carburante, deciso dal governo Meloni, non ha influito molto sui prezzi alla pompa, rimasti stabili a causa di un calo degli indici Brent e Wti.
Ma il futuro è incerto. A provocare un nuovo rialzo del petrolio potrebbero contribuire decisioni dell'Opec+, la ricostituzione delle riserve strategiche da parte degli Stati Uniti e la ripartenza della domanda di oro nero in Cina.

Image by rawpixel.com


Bce, le nuove dichiarazioni portano scompiglio in Borsa

Le esternazioni di Christine Lagarde e del suo vice Luis De Guindos hanno inciso negativamente sui mercati. A spaventare gli investitori i nuovi rialzi dei tassi, ma soprattutto la vendita dei titoli di stato, che da marzo saranno ceduti al ritmo di 15 miliardi di euro ogni mese

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Ancora una volta, le dichiarazioni di Christine Lagarde hanno portato sconquasso sui mercati. Nel corso di una conferenza stampa tenuta la scorsa settimana, la presidente della Bce ha annunciato nuovi aumenti dei tassi (che cresceranno “al ritmo di 50 basis point alla volta per un certo periodo”) e la vendita, dal prossimo marzo, dei titoli di stato in pancia all'istituto centrale, con una cadenza iniziale di 15 miliardi di euro ogni mese. Una posizione, questa, che ha decisamente portato la politica dell'Eurotower sulle posizioni dei falchi. E che rischia di catapultare l'Europa (e l'Italia) in un nuovo 2011.
L'aumento progressivo dei tassi (prossimo appuntamento a inizio 2023) non è certo una novità e le dichiarazioni di Christine Lagarde e del suo vice Luis De Guindos (“Ci saranno altri rialzi dei tassi di interesse, non so fino a quando. Sono assolutamente onesto: non lo so”) erano ampiamente previste. Meno scontato, invece, lo stop così ravvicinato al quantitative easing, che dei due annunci è quello che ha spaventato maggiormente gli investitori.

Problema di comunicazione
L'ennesima uscita infelice della presidente Bce ha buttato un enorme masso nello stagno delle economie europee, rendendo inquieti i mercati e innescando un nuovo incremento degli spread: le Borse hanno perso più del 3%, mentre i nostri Btp hanno lasciato sul terreno oltre l'8%.
Intendiamoci: la Bce (insieme alla Fed) ha spento un rimbalzo che stava già affievolendosi (la difficoltà dei tecnologici negli Stati Uniti, per esempio, ha fatto la sua parte). Tuttavia, la comunicazione in casa Bce è un problema decisamente spinoso, che deve essere affrontato il prima possibile. Le gaffe della presidente Bce assomigliano sempre di più al classico battito d'ali di una farfalla a Tokyo che causa un uragano a New York.
Se si volesse scherzare su questi avvenimenti, si potrebbe azzardare una nuova strategia di investimento: mettersi short ogni volta che Christine Lagarde annuncia una conferenza stampa, per evitare i disastri che puntualmente fanno seguito alle sue dichiarazioni.

Pressioni sul Mes
Oltre a dettare la nuova linea di Francoforte, con il brusco passaggio tra il whatever it takes e la vendita dei titoli di stato, la numero uno della Bce si è ritagliata uno spazio tutto dedicato all'Italia, augurandosi una rapida approvazione del Mes da parte del nostro parlamento. Un via libera che è necessario perché questo organismo possa partire: dopo l'ok della corte costituzionale tedesca, l'unico stato membro a non dare via libera al fondo salvastati è proprio l'Italia, dove l'argomento è poco popolare nell'attuale maggioranza, ma non solo.
I timori espressi da alcune forze politiche sono però comprensibili: a quanto previsto, il Mes sarebbe dotato di poteri troppo ampi, che sfiorerebbero l'autoreferenzialità.
Finora, le istituzioni italiane tengono la linea: la camera ha deciso di “non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del trattato istitutivo del Mes”, con 164 voti favorevoli e 138 contrari. Il veto, insomma, sembra resistere, anche se in futuro, obtorto collo, il parlamento dovrà probabilmente tornare sui suoi passi. Troppe le pressioni, pochi gli spazi di autonomia che i paesi membri hanno nell'ambito della Ue.

I rischi del cashless
Lo dimostra palesemente il “caso-Pos”. Nella manovra finanziaria (che, ricordiamolo, aveva ricevuto il placet in sede Ue) era indicato l'incremento della soglia sopra cui gli esercenti sono obbligati a permettere un pagamento con carta, che si sarebbe elevata da 30 a 60 euro.
L'innalzamento del tetto – effettivamente eccessivo – si concretizzava comunque come misura assolutamente marginale, nonostante i polveroni scatenati nel mondo politico (forse per distogliere l'attenzione da altri problemi) e in sede comunitaria. Alla fine, le critiche di Bruxelles sono state sufficienti per convincere il governo ad alzare bandiera bianca e mantenere invariato il limite.
Ci si chiede: se le pressioni europee sono in grado di favorire la cancellazione di una norma accessoria come i nuovi limiti ai pagamenti elettronici, quanto sarà possibile resistere sul Mes, argomento centrale per l'Ue?
Detto questo, gli scenari di un futuro cashless fanno davvero paura. La storia recente ci mostra già chiari esempi in proposito. I greci ricordano ancora i tempi in cui ai cittadini furono bloccati i prelievi bancomat. In Cina, i pagamenti elettronici sono la base del “credito sociale”, che blocca la possibilità di effettuare transazioni in caso di dissenso nei confronti dell'autorità. In Iran, questa leva è utilizzata per fermare la dissidenza, mentre il Canada ha congelato i conti correnti dei camionisti in protesta.
I precedenti ci fanno temere che una società senza contante potrebbe essere esposta ad abusi di potere e interventi oltre il limite del consentito. Trasformando la vita quotidiana dei consumatori in una corsa a ostacoli e intervenendo sui nostri risparmi con la stessa strategia con cui sono stati gestiti i ban sui social network.

Giappone, mossa a sorpresa
Ha sorpreso la decisione della Banca centrale del Giappone, che ha dato via libera all'oscillazione dei tassi sulle obbligazioni decennali pari a 50 basis point (in entrambe le direzioni). Il provvedimento, che si discosta dalle tradizionali strategie dell'istituto centrale nipponico, risponde all'esigenza di “migliorare il funzionamento del mercato e incoraggiare una formazione più fluida dell’intera curva dei rendimenti, mantenendo nel contempo condizioni finanziarie accomodanti”, si legge in una nota dell'istituto centrale.
La nuova strategia ha causato da un lato un tonfo alla Borsa di Tokyo, dall'altro un andamento a “montagne russe” dello yen, prima ai minimi su euro e dollaro, poi protagonista di un successivo recupero.

Petrolio, navigazione tranquilla
La bufera imperversa ovunque, ma il prezzo del petrolio è ancora sotto gli 80 dollari al barile, anche a causa degli aumenti dei tassi. Ci si chiede se la Casa Bianca inizierà a ricostituire le riserve strategiche, la cui vendita – manovra molto lungimirante in un periodo di apparente calma - ha fruttato a Washington circa 4 miliardi di dollari, portando però la Strategic Petroleum Reserve ai minimi storici.
La ricostituzione delle riserve, su cui l'amministrazione Biden non si è ancora espressa, potrebbe segnare una nuova svolta e provocare un rincaro del greggio.

Il nuovo price cap
Sul fronte del gas invece è stato trovato un nuovo accordo europeo, che ha abbassato il price cap da 275 a 180 euro a megawattora. Un limite ancora troppo alto, se si considera che oggi il prezzo del metano ad Amsterdam è di poco sopra quota 100 e che le bollette che stanno arrivando a famiglie e aziende sono comunque molto alte. In parole più semplici, se davvero il prezzo del gas dovesse raggiungere i 180 euro e mantenersi stabilmente a quel livello, molte aziende chiuderebbero. Il nuovo accordo, quindi, non sposta più di tanto gli equilibri, né evita rischi fortissimi per le economie dei paesi europei.

Argentina campione del mondo di calcio. E di inflazione
Tra i paesi fornitori di materie prime c'è anche il Qatar, che in questo mese è stato al centro dell'attenzione. Sia per i Mondiali di calcio, da poco conclusi, sia per i finanziamenti illeciti agli europarlamentari, oggetto di indagini da parte della magistratura belga.
A proposito di Mondiali, ci si chiede se e quanto la conquista della Coppa del Mondo da parte di Messi e compagni contribuirà a combattere le attuali difficoltà economiche dell'Argentina.
Difficile esprimersi in proposito. Le vittorie di Inter e Milan in Champions League, come l'Italia mondiale del 2006, contribuirono a piccoli rialzi del Pil del nostro paese. Ma l'Argentina, in questo momento, si sta avvicinando a un'inflazione-monstre del 99,6%, che potrebbe portare il paese all'ennesimo default sul debito estero.
Simili percentuali non agevolano certo un aumento di comidas in bar e ristoranti e di altri consumi dovuti ai festeggiamenti post-finale.
Certo è che molti supporter argentini, interpellati prima della finale, avevano affermato di preferire la Coppa del Mondo a un allentamento della spirale inflattiva. “Prima il Mondiale, poi si vedrà”, era il refrain delle interviste lungo un'affollatissima Avenida Pellegrini.
La Coppa è ora a Buenos Aires, fra il tripudio dei porteños. Ma la vera impresa, piuttosto che la vittoria ai rigori sulla Francia, è sistemare una situazione economica che per l'ennesima volta è ampiamente fuori controllo.

Image by rawpixel.com


Price cap, inutile fraseggio a centrocampo

L'accordo sul tetto al prezzo del gas è appena stato raggiunto, ma l'Ue cerca di apportare qualche miglioria al testo. Secondo le indiscrezioni, però, anche la nuova versione del protocollo si rivelerà poco incisiva contro la speculazione. Mentre, a quanto afferma il direttore dell'Aie, il 2023 potrebbe portarci una carenza di metano oltre i 27 miliardi di metri cubi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo l'accordo (o pseudo tale) sul tetto al prezzo del gas, l'Unione Europea ci prova ancora. È allo studio il price cap 2, che – almeno a parole – dovrebbe fissare limiti più stringenti alla speculazione e alla volatilità dell'oro blu.
Dalle prime avvisaglie, però, il nuovo protocollo sembra una fotocopia del primo: abbassa, è vero, il prezzo massimo, ma continua a mantenerlo su limiti altissimi.
Il problema è stato evidenziato anonimamente anche da un diplomatico dell'Unione Europea coinvolto nell'organizzazione dell'ennesimo consiglio sull'energia. L'intenzione di alcuni paesi Ue di giungere a un vero accordo, ha fatto ampiamente capire, “non è quella che ci aspettavamo”. L'indiscrezione, ovviamente, non sorprende. Perché è ormai chiaro che ogni paese sta facendo da sé: Spagna e Portogallo hanno fissato un tetto a misura di azienda (circa 65 euro a kilowattora contro i 130 ufficiali), la Germania ha messo a disposizione di famiglie e imprese un budget molto ampio e la Francia calmiera i prezzi.
Ma c'è chi può e chi non può. L'Italia, evidentemente, non può: lo scostamento di bilancio – ha fatto capire Ursula von der Leyen - è streng verboten.
Insomma: si balla ancora sfrenatamente negli sfarzosi saloni del Titanic, mentre la nave lentamente si inabissa. E nessuno è immune al rischio se, come ha detto Fatih Birol, direttore dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, nel 2023 l'Unione Europea rischia una carenza di metano pari a oltre 27 miliardi di metri cubi. Il che significherebbe cavarsela per questo inverno, ma non per il prossimo.
Le illusioni potrebbero dunque sciogliersi come neve al sole: la sostanziale tenuta di ottobre e novembre è dipesa sostanzialmente dalle temperature sotto la media fatte registrare in gran parte d'Europa. Ma ora, come era ampiamente prevedibile, è calato il freddo.

Scenari da incubo
Un 2023 all'insegna di ulteriori rincari energetici e razionamenti è stato previsto anche da uno studio realizzato da S&P Global Ratings. L'agenzia ha proposto uno scenario negativo (con probabilità pari a uno su tre) che potrebbe verificarsi nel caso in cui la guerra russo-ucraina si protraesse nel corso del prossimo anno.
Le previsioni, come anticipato, non si discostano dall'allarme del direttore Aie ed evidenziano rischi di ulteriori rincari e di contingentamenti. La nuova e più pesante crisi energetica si distribuirebbe un po' dappertutto, ma la Polonia sarebbe l'area più svantaggiata, anche a causa della vicinanza con il fronte di guerra.
Secondo S&P, lo scenario negativo vedrebbe anche una recessione più grave del previsto, soprattutto in Europa, con un Pil in calo dell'1,3% nel 2023 e la Germania come paese più colpito; tassi Usa ancora più alti; Bce costretta a seguire la Fed per evitare il deprezzamento dell'euro; rallentamento minore dell'area Asia-Pacifico, macroregione più orientata ai mercati interni.
Premesso che tutti gli esercizi e le previsioni restano tali, lo scenario sembra verosimile. I dati attuali mostrano che l'inizio del 2023, per l'Europa, sarà molto problematico, e potrà superare le stime più negative. Verosimile anche la previsione sulla Germania, mentre l'Italia ha le carte in regola per cavarsela meglio: il nostro paese è l'unico nell'Ue che vede un Pil superiore al periodo pre-Covid. Questo, probabilmente, perché a causa delle restrizioni e dei diktat di Bruxelles l'Italia si è attrezzata meglio a superare le crisi.

Ricette vetuste
Detto questo, lo scenario ucraino è sempre più preoccupante, un po' perché la guerra sta ampliando il suo raggio (Kiev inizia a colpire sistematicamente obiettivi in territorio russo), un po' perché i bombardamenti di Mosca stanno distruggendo le infrastrutture del paese, catapultandolo indietro di 50 anni.
L'inflazione resta, invece, un punto di domanda. Anche se, paradossalmente, quella americana sembra più facile da combattere con l'aumento dei tassi, perché colpisce tutta la scala del valore.
In Europa, lo abbiamo sottolineato molte volte, il problema è invece il rincaro energetico, che rende inutile la vecchia ricetta a base di rialzi. Questa strategia rischia dunque di non scalfire lo tsunami inflattivo, portando nel contempo l'Europa in recessione e contribuendo a distruggere la sua economia e a espellere dalla competizione varie aziende del nostro continente.

Auto elettriche, nuovi stop
Sul fronte dell'energia si segnalano altre due notizie curiose. La prima riguarda le auto elettriche: dopo le indiscrezioni su un possibile stop temporaneo di questi veicoli in Svizzera, ora è la volta di Germania e Svezia, che hanno sospeso gli ecobonus per l'acquisto delle e-cars. Le misure, che rischiano di creare un trend, potrebbero mettere in seria discussione lo stop alle vetture endotermiche già fissato dal parlamento europeo per il 2035. L'agenda elettrica sarebbe quindi bloccata non da riflessioni di carattere economico e di salvaguardia delle nostre aziende automotive, ma dalla crisi energetica che non accenna a placarsi.
La seconda notizia è invece il presunto caso di corruzione, da parte delle autorità del Qatar, della vicepresidente del parlamento europeo e di alcune figure di profilo medio-basso della politica continentale. La vicenda rende lecita alcune domande: questa inchiesta rivela un fenomeno casuale o è solo la punta dell'iceberg? I “piani alti” sono immuni? E: esiste una lobby legata alla transizione energetica che ha lavorato per imporre certe scelte (anche discutibili) in ambito comunitario?

Investimenti bilanciati
Sul fronte degli investimenti, il rimbalzo che ha permesso un parziale recupero dei mercati azionari è a un punto di svolta. Nel prossimo futuro, a rivelarsi determinanti per la sua sorte saranno gli utili, che nel terzo trimestre si sono rivelati positivi ma che non fanno sperare troppo per la prossima scadenza. Soprattutto nei titoli tecnologici, che sono in deciso calo.
Per contro, c'è ottimismo per il mercato obbligazionario, che dopo aver navigato in territorio negativo per parecchio tempo è pronto per restituire buoni rendimenti: se fino a poco tempo fa gli investitori spostavano capitali sulle azioni per mancanza di alternative, ora si può tornare a puntare sui bond, ancora sottopesati.
Una formula sensata potrebbe prevedere un investimento bilanciato, partendo con il 75% o l'80% in obbligazioni, mantenendo un po' di liquidità in entrata e riversandola in un secondo tempo sull'azionario, che andrebbe a crescere dal 20%-25% al 30%-35%. Una scelta simile potrebbe restituire rendimenti anche superiori al 5%.

Unicredit, cresce il pillar 2?
Oltre ai tecnologici, sono in discesa anche i titoli bancari. Alcuni rumours puntano il faro su Unicredit, che pur aveva registrato ottimi utili. Secondo indiscrezioni, la Bce potrebbe alzare i requisiti di pillar 2 della banca di Piazza Gae Aulenti dall'1,75% al 2% dei suoi risk weighted assets per potenziare la resistenza del gruppo dai rischi che derivano da guerra e recessione.
Finora non c'è nulla di ufficiale. Tuttavia, se davvero l'Eurotower si muovesse in questa direzione, la richiesta potrebbe suonare come un segnale inviato a un gruppo bancario ancora in affari con la Russia, che rappresenta il 15% delle attività di Unicredit. Attività che l'istituto milanese non ritiene opportuno dismettere.

Image by rawpixel.com


Tassi Usa, incertezza sui mercati

I dati positivi sui posti di lavoro negli Stati Uniti dimostrano la tenuta dell'economia americana di fronte ai ritocchi sui tassi d’interesse da parte della Fed. E questo, insieme all'inflazione, crea un certo nervosismo nelle Borse. In Italia, buona performance di Btp e obbligazioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana dei mercati è partita con qualche incertezza. A rendere gli indici nervosi sono soprattutto le notizie provenienti dagli Stati Uniti, dove l'inflazione si combina con i dati “troppo” positivi sul mercato del lavoro (a novembre, +263.000 nuovi posti contro i 200.000 previsti). Il motivo per cui questi numeri influenzano negativamente le Borse è chiaro: le cifre mostrano che gli Usa possono tollerare nuovi aumenti dei tassi di interesse senza contraccolpi per l'economia reale. Il fenomeno è visto come un via libera agli aumenti dei tassi, che ça va sans dire non piacciono ai mercati.
Le indecisioni dei mercati sono, dunque, un “discorso americano” e sono legati ai nuovi aumenti che saranno decisi dalla Fed: a dimostrarlo è il calo maggiore dei mercati Usa (-1,70%) rispetto a quelli europei (-0,50%), che evidentemente hanno tenuto nonostante i dati negativi sull'inflazione, diffusi venerdì scorso.

L'exploit dei Btp
In Europa prosegue invece il ritorno dell'obbligazionario: in particolare in Italia i bond hanno invertito la rotta, con i rendimenti adesso in discesa. I Btp hanno superato il 4% prima delle elezioni, per poi attestarsi sul 3,75%. È fin troppo chiaro che la dinamica dei buoni del tesoro, che ha portato gli spread sotto quota 190, non è né merito, né demerito del governo, ma è assolutamente indipendente dall'azione dell'esecutivo e dalla sua manovra finanziaria. Che – lo avevamo più volte anticipato – è in gran parte “blindata”, poiché deve destreggiarsi negli stretti margini di autonomia lasciati dall'Europa.

Il gas torna su
A preoccupare, invece, è l'aumento del prezzo del gas, a cui ha fatto da contraltare la nuova, bizzarra trovata delle autorità comunitarie. Secondo gli ultimi orientamenti, per fronteggiare il caro-bollette, l'Ue ammetterebbe aiuto di stato alle imprese, ma solo ai paesi che se lo possano permettere. Detto in parole povere, Germania e Francia sì, Italia no. Una misura che, se prendesse davvero corpo, sarebbe in palese contrasto con i principi europei di solidarietà.

E il petrolio...
Il petrolio, invece, resta abbastanza stabile: attualmente il prezzo si muove tra 75 e 85 dollari al barile. Sì è dunque rapidamente raffreddato il mini-picco del 5 dicembre, con il Brent a un passo da quota 90, aumento causato dalle notizie sull'allentamento delle restrizioni Covid in Cina, ma soprattutto dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.
Rispetto al mese scorso, in ogni caso, la situazione è più favorevole, perché il dollaro ha ripreso a calare (non solo sulla nostra moneta: il biglietto verde ha infatti raggiunto i minimi degli ultimi tre mesi rispetto allo yen). Un euro meno debole significa prezzi più favorevoli di gas e petrolio, che sono quotati in dollari.
L'indebolimento della valuta americana ha anche contribuito a rilanciare l'oro, tornato al valore più congruo di 1.800 dollari l'oncia. A influenzare il trend positivo anche un rimbalzo su tutti gli asset, comprese le criptovalute.

Blog Bce duro con i bitcoin
A proposito di criptovalute, ha fatto scalpore un articolo dal titolo emblematico (Bitcoin's last stand) apparso lo scorso 30 novembre sul blog della Bce. I due autori - Ulrich Bindseil, direttore generale della divisione Infrastruttura di mercato e pagamenti e Jürgen Schaaf, consulente) hanno bollato l'attuale rimbalzo dei bitcoin come “un ultimo sussulto” vissuto dalla moneta virtuale “prima di avviarsi all’irrilevanza”. Un giudizio molto netto che si discosta dai toni usuali del blog Bce, solitamente paludati.
Niente di nuovo sotto al sole, verrebbe da dire. Già tre o quattro anni fa, i banchieri centrali si esprimevano negativamente nei confronti delle crypto; in seguito si è verificato un improvviso innamoramento per questi asset, ma ora tutto è tornato come prima. Eppure, lo strumento è sempre stato opaco e ad alto rischio, e ora sta trascinando nelle sabbie mobili molti investitori e persino stati sovrani.
Parliamo di El Salvador, primo paese al mondo ad adottare il bitcoin come valuta nazionale (insieme al dollaro) e ora a un passo del default. Il presidente Nayib Bukele ha buttato acqua sul fuoco, garantendo che l'esperimento va avanti, e che lui stesso acquisterà un bitcoin al giorno; tuttavia, la catastrofica perdita di valore della più importante moneta virtuale ha un impatto devastante sulle casse di un paese con un ingente debito pubblico.
Debito che – a quanto sembra - sarà acquistato dalla Cina, nell'ambito di un accordo di libero scambio che presumibilmente porterà San Salvador nell'orbita di Pechino. Perché in economia (come in politica) nessuno fa niente per niente.

Auto elettriche, Svizzera verso lo stop?
Non sarà solo El Salvador a legarsi mani e piedi ai cinesi. Senza neppure la fatica di comprarsi i nostri debiti pubblici, Pechino aumenterà inevitabilmente la sua influenza sull'Europa dal momento in cui il nostro continente smetterà di produrre automobili endotermiche, virando su quelle elettriche. Se n'è accorta persino l'Ue, grande motore della transizione verso le e-cars, che ha dovuto ammettere l'assenza di tecnologia e di imprese europee specializzate in questo campo.
Nel mentre, dalla Svizzera arriva una notizia che ha del clamoroso: la Confederazione starebbe per annunciare l'alt alle auto elettriche in tutto il suo territorio. La misura sarebbe introdotta con un pacchetto di norme per limitare il consumo di energia da Basilea a Chiasso: con gli attuali costi, un pieno con l'auto elettrica inizia a costare persino di più che un rifornimento di benzina. Anche in un paese come la Svizzera che non ha ridotto le accise di un centesimo, con annessa crisi dei distributori di confine.
Il progetto, pur temporaneo, accende un faro sull'inconsistenza delle decisioni Ue (di cui la Svizzera non fa parte, pur essendone inevitabilmente influenzata): come abbiamo ripetuto più volte, la conversione all'elettrico che si completerà nel 2035 è una decisione miope. Piuttosto, occorrerebbe puntare sulle auto a idrogeno, finanziando la ricerca e gli investimenti in un settore veramente ecologico ed economico.

Torna lo Stato in economia
In Italia ha fatto scalpore l'intervista dell'HuffPost ad Alberto Clò. Il ministro dell'industria del governo Dini ha dichiarato che, dopo l'ubriacatura neoliberista, lo stato sta tornando nell'economia.
Se ciò fosse vero (e i segnali ci sono tutti – da Tim, a Priolo, alle autostrade) le dinamiche di intervento pubblico dovranno essere del tutto differenti di quelle che abbiamo sperimentato fino a metà degli anni Novanta. In quel periodo, le partecipazioni statali non erano altro che un modo illecito di finanziare i partiti e arricchire vari manager pubblici lottizzati. D'altra parte, anche le privatizzazioni a tappeto che hanno contraddistinto gli anni Novanta non hanno giovato al consumatore – a parte l'apertura al mercato della telefonia, unica operazione di questo tipo a rivelarsi conveniente per l'utenza. Per il resto, si è passati da monopoli pubblici a monopoli privati, spesso svenduti e ancora più spesso fonte di arricchimento da parte delle grandi imprese, anche a costo della stessa sicurezza dei cittadini.
Per questo motivo, è lecito vedere con favore il ritorno di alcune infrastrutture sotto il controllo dello Stato, soprattutto se queste sono strategiche per il paese. Se un'azienda pubblica è gestita bene, dà ottimi risultati: basti pensare che Eni ed Enel, in cui lo Stato detiene solo il 30% (con la golden share) macinano utili. Che si riversano anche nei forzieri delle casse pubbliche.

Image by rawpixel.com


Il non-accordo sul gas

Dopo oltre un anno di proposte, discussioni e confronti, l'Unione Europea ha messo nero su bianco l'intesa definitiva sul metano, partendo dal compromesso raggiunto lo scorso mese. Ma il documento è, in realtà, una mancata decisione, che fissa il price cap a un importo altissimo. E difficilmente raggiungibile.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Poco più di un mese fa, gran parte dei media aveva annunciato con una certa enfasi il raggiungimento di un compromesso sul gas in Europa, celebrando una vittoria del governo italiano. Un approccio positivo condiviso dall'ex premier Mario Draghi, che lasciando Palazzo Europa aveva commentato con un eloquente “È andata bene”. Unico nodo, si leggeva sui giornali dell'epoca, l'esatta quantificazione del price cap – questione non di poco conto, dato che le tariffe, insieme ad approvvigionamento e stoccaggio, sono i punti centrali del problema.
È passato un mese e l'accordo è stato messo nero su bianco. E la “vittoria italiana” si è ridimensionata al livello della prestazione della nazionale di calcio contro la Macedonia del Nord, che ha precluso agli azzurri la partecipazione al mondiale qatariota. Per l'Italia l'accordo non è, quindi, una vittoria, ma una sconfitta. Si è deciso di fissare un prezzo unico, sì, ma solo nel momento in cui la quotazione del gas dovesse oltrepassare l'importo-monstre di 275 euro al kilowattora. Un livello che è stato fugacemente superato solo nell'ultima parte di agosto, per poi rientrare rapidamente e stabilizzarsi intorno a quota 100. Un livello quasi impossibile da raggiungere nel futuro.
La disfatta italiana, che solleva molti interrogativi sugli ultimi sei mesi del governo Draghi e sull'effettiva capacità dell'ex premier, si sostanzia anche nell'impossibilità di interventi troppo incisivi del governo sull'abbattimento dei costi delle bollette. La Germania mette sul piatto 200 miliardi per calmierare i costi energetici, mentre la Spagna e il Portogallo hanno da tempo fissato un tetto autonomo al prezzo del gas, con il nulla osta di Bruxelles. L'Italia, questo, non lo può fare, per non correre il rischio di trovarsi la troika alle porte di casa.

Black Friday, non è tutto oro quel che luccica
I soldi spesi dalle famiglie per l'energia sono, naturalmente, risparmiati altrove. Anche per questo motivo in Italia il Black Friday ha avuto molto successo. Semplicemente, nella settimana degli sconti si sono acquistati in anticipo i regali di Natale a prezzo ridotto.
Una notizia che non è del tutto buona per l'economia reale: chi ha fatto shopping nel corso di questa settimana, infatti, non comprerà a dicembre, salvo doni last minute. Uniche eccezioni, l'abbigliamento invernale – con molti capi rimasti sugli scaffali a causa delle temperature insolitamente miti di questo autunno – e gli alimentari a breve scadenza, il cui prezzo pieno potrebbe però essere condizionato dalla shrinkflation (minore quantità allo stesso prezzo). Già ora, a Milano i panettoni da un chilo sono scesi a 750 grammi, mantenendo invariati i listini ma evidenziando un rincaro reale a due cifre.

L'inflazione torna a scendere?
Il Black Friday non ha condizionato i mercati finanziari, che hanno archiviato una settimana molto tranquilla (anche per la chiusura americana in occasione del Giorno del Ringraziamento).
Al momento, l'Europa sta comunque tenendo meglio rispetto al mercato Usa, condizionato dalle tensioni sui titoli tecnologici.
Ottime notizie sul fronte dei bond. La scorsa settimana è infatti avvenuto il primo rimbalzo importante della componente obbligazionaria, che genera molto ottimismo: i prezzi delle materie prime stanno tornando sotto controllo, spingendo l'inflazione europea e americana in un percorso che dovrebbe portarla a livelli normali (2%-3%).
Da questo punto di vista, i dati di oltre oceano sono incoraggianti e i primi numeri provenienti dai Länder tedeschi evidenziano il ritorno a un'inflazione negativa. A titolo di esempio, la Renania Settentrionale-Westfalia è andata sotto zero a fronte dell'1,5 mensile registrato finora.

Tassi, ancora rialzi all'orizzonte
L'outlook positivo sull'inflazione sta spingendo la Federal Reserve a una riflessione sul costo del denaro, anche se non a breve termine: il presidente Jay Powell ha infatti gelato le speranze degli americani, affermando che, prima di tornare in territori più neutrali, i tassi potrebbero crescere oltre il 5% previsto dai mercati.
Anche la Banca Centrale Europea sembra non volersi fermare: dopo la generica intenzione, espressa nelle sue minute, di adattare le scelte strategiche sul costo del denaro all'andamento dell'inflazione, Francoforte ha alla fine sposato le tesi dei “falchi”. A togliere ogni dubbio è stata proprio Christine Lagarde, in audizione al Parlamento europeo: la presidente Bce ha comunicato che l'istituto centrale è deciso a prendere le “misure necessarie” per far rientrare l'inflazione. Se non si fosse capito, le “misure necessarie” sono un ulteriore rialzo dei tassi.
I mercati sembrano però continuare a puntare su un rallentamento dei rialzi americani: lo si comprende dalla lenta risalita dell'euro sul dollaro, che si attesta fra l'1,05 e l'1,10. Sul fronte valutario si sta quindi tornando a dinamiche più aderenti alla realtà e al valore delle monete. Il dollaro sotto l'euro era un fenomeno bizzarro, considerati gli squilibri della bilancia commerciale Usa. Gli Stati Uniti hanno un debito enorme nei confronti di vari paesi del mondo: in questa situazione era illogico che la sua valuta potesse proseguire su posizioni di forza.

Petrolio sotto controllo
A far crescere l'inflazione italiana potrebbe invece contribuire il rialzo della benzina: da domani, lo sconto sulle accise passerà, per i privati cittadini, da 30,5 a 18,3 centesimi per litro (resta, però, il regime agevolato per gli autotrasportatori). In pratica, il costo di mille litri di rifornimento aumenta da 478,40 a 578,40 euro.
La decisione, che pone fine a una tassazione meno pesante sui carburanti, ha destato varie proteste, ma risponde alla logica di trovare denaro per finanziare i provvedimenti sulle bollette e il sostegno alla fascia più debole della popolazione. La coperta è corta: probabilmente, fra otto mesi occorreranno interventi straordinari di supporto per chi non ha un lavoro e per chi è in difficoltà economica. E per questo servirà denaro.
L'impatto della misura potrebbe essere attutito dall'attuale andamento del prezzo del petrolio, che attualmente veleggia fra i 78 e i 90 dollari al barile. Il livello attuale dell'oro nero risente anche dell'atteggiamento morbido degli Stati Uniti nei confronti del principe saudita Bin Salman e del suo presunto coinvolgimento nell'omicidio del giornalista Jamal Kasshoggi. Il presidente Joe Biden ha dichiarato che l'erede al trono dei Saud è in possesso dell'immunità, spegnendo sul nascere le aspettative su un eventuale processo contro il principe. Dopo l'intervento del presidente Usa, il prezzo del greggio ha iniziato magicamente a stabilizzarsi.
Ciò dimostra, se ce ne fosse bisogno, la mancanza di etica da parte degli stati, che ricorrono a sanzioni (peraltro inutili) solo quando i loro interessi politici ed economici non sono minacciati.

Image by rawpixel.com


Trimestrali positive, mercati felici

Gli ultimi dati di bilancio delle società quotate hanno fatto registrare performance migliori del previsto, rafforzando ulteriormente il rimbalzo. Bene le blue chip italiane, che stanno distribuendo cedole particolarmente ricche. Mentre le obbligazioni...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il momento favorevole dei mercati sembra poter continuare. Le trimestrali sono andate un po' meglio delle aspettative e hanno sostenuto il rimbalzo già in atto da ottobre. Occorrerà ora vedere che cosa succederà quando, prima di fine anno, sarà comunicato l'outlook sul 2023. Le previsioni per ora non sono incoraggianti, ma questo non significa che il circolo virtuoso si fermi. Ricordiamolo: i mercati anticipano i trend e quindi possono sconvolgere i piani. Non per niente, hanno iniziato a scendere quando le prospettive sembravano decisamente positive e sono tornati a salire nel mezzo di un periodo molto burrascoso. E continuano a crescere.

Bene le blue chip italiane
Continuano a crescere, nonostante eventi che avrebbero potuto fermare la ripresa delle quotazioni. Come il caso dei missili ucraini in Polonia. O come la dichiarazione poco lungimirante di Christine Lagarde, che ha ricordato quanto sia aumentato il rischio recessione (c'era bisogno di sottolinearlo?) e che la stretta monetaria continuerà.
I mercati, insomma, sembrano aver sviluppato un “sistema immunitario” abbastanza forte, in grado di proteggerli da eventi sfavorevoli.
Ora ad aver problemi sono gli investitori che sono rimasti fuori. Quelli che, dopo i minimi del 30 settembre e del 6 ottobre, hanno preferito aspettare. E che ora attendono uno storno per poter entrare in extremis nell'investimento, mentre le blue chip italiane stanno distribuendo rendimenti molto generosi (un esempio su tutti, Mediobanca, che ha staccato cedole di 75 centesimi, con un ritorno sul capitale pari all'8,5% circa).
Ciò che sembra abbastanza chiaro è che ormai è passato il momento per esporsi in modo forte sull'azionario. In ottobre, l'acquisto di titoli era caldamente consigliato. Oggi è preferibile non superare il 20% del paniere, magari concentrandosi sulle big italiane, che come abbiamo visto sono in ottima salute e sostengono la nostra economia.

È il turno delle obbligazioni?
Chi invece non è (ancora) rimbalzato è il mercato obbligazionario. Nel 2022, le strategie passive o statiche in obbligazioni hanno perso e chi ha investito in bond da “cassettista” si è visto sfuggire di mano fra il 10% e il 20% dei suoi capitali - somma che non sarà più possibile recuperare, a meno di cambiare strategie di investimento e andare verso strategie attive con un alto grado dinamicità nella gestione delle scadenze.
Particolarmente redditizio è il Btp, che attualmente è più interessante rispetto al Bund. Il buon momento dei titoli di stato ha scatenato una corsa alla sottoscrizione, spinta anche dalla sicurezza di questo strumento (il paese non è mai fallito), dalle agevolazioni fiscali (in primo luogo l'esenzione dalla tassa di successione) e la buona comunicazione che li accompagna.

Petrolio, navigazione tranquilla
Non è riuscita la manovra dell'Opec+ per aumentare il prezzo del petrolio. Il prezzo veleggia sugli 80 dollari, quotazione che poi rappresenta il valore reale del greggio. A rendere possibili questi livelli sono soprattutto due fattori: l'aumento dei casi Covid in Cina, affrontati con le usuali restrizioni che contraddistinguono la strategia di Pechino, e la situazione americana dopo le elezioni di mid term. I democratici, è vero, si sono salvati dalla cosiddetta “onda rossa” (cioè repubblicana) che sembrava inevitabile, ma hanno comunque perso il controllo della camera. Con il Congresso diviso è quindi più difficile ricostituire le riserve strategiche di petrolio – operazione che avrebbe inevitabilmente causato rincari.
I risultati split delle votazioni influiranno anche sulla spesa pubblica e sull'acquisto di armi per l'Ucraina: entrambe le voci di spesa saranno probabilmente ridotte.
Questo contribuirà a rafforzare il freno all'inflazione, che sta determinando i trend attuali dell'economia americana.

Londra, mancano 55 miliardi
Decisamente peggiore la situazione in Gran Bretagna, dove mancano 55 miliardi di sterline alle casse pubbliche. Ad attendere il cancelliere dello scacchiere Jeremy Hunt è un lavoro molto difficile e impopolare: sembrano scontati un taglio alla spesa pubblica e un aumento delle tasse, che porterà il carico fiscale dal 36,4% al 37,5% del prodotto interno lordo. In parole povere, il livello massimo dalla fine della seconda guerra mondiale.
Le conseguenze? Semplice: il tenore di vita dei cittadini britannici – almeno secondo le stime dell'Office for Budget Responsibilityscenderà del 7,1% nel prossimo biennio, facendo segnare la contrazione maggiore dai primi anni Sessanta. E con poche prospettive di un rovesciamento della situazione: nel 1962 l'economia inglese poté aggrapparsi a un vero e proprio jolly, costituito dall'affermazione dei Beatles e di tutte le band musicali della British Invasion, che risollevarono il fisco di Sua Maestà. Mentre attualmente non c'è nulla di lontanamente simile all'orizzonte. Oggi si intravedono un calo del Pil (-1,4% nel 2023, con un recupero dell'1,3% l'anno successivo) e un'inflazione record, attualmente oltre l'11% e al 7,4% nel 2023.
I dati mostrano quanto sarebbe stata utile, per la Gran Bretagna, la permanenza nell'Ue. Un'istituzione per certi aspetti criticabile e riformabile, ma decisamente imprescindibile. Almeno per una realtà come Londra.

La crisi di Twitter (e delle criptovalute)
A trascorrere un periodo particolarmente critico è anche Twitter, dopo le ultime mosse di Elon Musk. I tagli improvvisi al personale e le nuove, discutibili policy per i dipendenti, che hanno provocato esodi di massa (e tentativi frettolosi di riassunzione di vari lavoratori appena licenziati), hanno fatto temere una chiusura del social network entro lunedì scorso, per mancanza di risorse. Nulla di tutto questo è accaduto: la piattaforma è regolarmente on line e funzionante.
Per quanto alcune scelte di Musk siano criticabili, è pur vero che il patron di Tesla non gode di buona stampa. Un esempio su tutti: proprio come Twitter, anche Facebook e Amazon hanno comunicato licenziamenti in massa; Jeff Bezos ha addirittura fatto coincidere l'annuncio dei tagli di personale con il conferimento di metà del suo patrimonio in attività filantropiche. Tuttavia, l'opinione pubblica ha reagito con il classico “doppiopesismo”.
Forse non si perdona a Musk di essere vicino al partito repubblicano – che notoriamente non gode di troppe simpatie nell'establishment – mentre l'approccio è più morbido nei confronti di Zuckerberg e Bezos, che finanziano i democratici.
Proprio come faceva Sam Bankman-Fried, l'uomo al centro del crack Ftx che ha messo in ginocchio le criptovalute. Che fine faranno ora le monete virtuali? Gli osservatori sono divisi sulla possibilità di una ripresa o sulla chiusura definitiva di un progetto. Probabilmente, varie crypto finiranno per marginalizzarsi o sparire e rimarranno in campo le 20 più forti e affidabili.

Image by rawpixel.com


Usa, l'inflazione rallenta

I dati americani sono incoraggianti e incidono sui mercati ben più che le elezioni di mid term. Mentre il rimbalzo dell'azionario prosegue senza sosta. Soffre invece il mondo delle criptovalute, sconvolto dal crack della piattaforma Ftx

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, le elezioni americane di mid term hanno evidenziato un sostanziale pareggio: i repubblicani sono in maggioranza alla Camera, anche se in misura largamente inferiore alle attese e i democratici si sono assicurati il controllo del Senato senza attendere il ballottaggio in Georgia.
Per i Dem, la “non sconfitta” potrebbe preludere a una ricandidatura di Joe Biden: il presidente, il cui tasso di approvazione è ulteriormente sceso al 39%, sarebbe intenzionato a correre per il secondo mandato a 82 anni, con tutti i rischi e gli inconvenienti del caso. Una simile eventualità non darebbe certezze all'economia americana, rassicurata invece dal “pareggio” elettorale.

L'inflazione conta di più
Come abbiamo già osservato, i mercati azionari apprezzano che le due camere del Congresso americano non abbiano lo stesso colore, perché ciò limita cambiamenti bruschi. In ogni caso, a dettare la linea, più che la politica, sono le dinamiche interne dell'economia – in particolar modo l'inflazione e il rialzo dei tassi, veri protagonisti di questi ultimi mesi. Per questo motivo, la vera buona notizia proveniente da oltre oceano è che la spirale inflattiva sembra si stia allentando.
I problemi su questo fronte, ancora non del tutto superati, erano stati spinti da un clamoroso errore nella compilazione dei dati di settembre. In questo calcolo, i super esperti del ramo avevano dimenticato di inserire nel paniere il costo delle polizze assicurative, che nelle dinamiche americane hanno un peso non indifferente. Così, l'aumento delle polizze, pari al 25% circa, aveva rischiato di far saltare il banco.
Superato questo misunderstanding, e in virtù del calo delle materie prime e dalla stabilizzazione del prezzo del petrolio, è ragionevole pensare – almeno interpretando i dati positivi appena pubblicati - che l'inflazione americana si calmi, e che in tempi ragionevoli torni intorno il 3%.
Un trend che appare possibile anche in Europa, anche se meno agevole, dato che il problema di gas ed energia è ben lungi dall'essere risolto – almeno fino a quando durerà il conflitto russo-ucraino. Molto difficile che, in futuro, le tariffe per famiglie e aziende tornino ai livelli pre-bellici; tuttavia, un'ulteriore diminuzione dei prezzi potrebbe provocare nuovi cali e trascinare al ribasso anche i prezzi di altri sistemi di riscaldamento, che si sono incredibilmente gonfiati in questi mesi. Il pellet, per esempio, che da materiale più economico è passato a essere uno dei più cari. La responsabilità è delle sanzioni alla Russia sul legno, ma soprattutto delle “solite” speculazioni sulla pelle dei cittadini.

Stagflazione a Londra
La Gran Bretagna, intanto, è entrata ufficialmente in stagflazione. Questa, in realtà, è una non-notizia: in questi giorni, l'economia di Londra ha problemi serissimi: con un'inflazione al 10%, una situazione sul mercato del lavoro non certo esaltante e i problemi del post Brexit.
Un contesto simile potrebbe estendersi l'anno prossimo all'Unione Europea, specialmente a Italia e Germania, che rischiano un 2023 a crescita zero (o negativa) e un'inflazione arroccata al 5%-6%. Con un aggravante: l'atteggiamento del Fondo Monetario Internazionale, che ancora oggi cerca di imporci ricette all'insegna dell'austerity. Ricette che non hanno mai funzionato: la migliore strategia per ridurre il debito non è quella di abbatterlo a ogni costo, ma di puntare sulla crescita.

Il rimbalzo prosegue
Ancora ottime notizie sul fronte dei mercati azionari, che continuano il trend di recupero: dal -25% di inizio anno si sono ormai portati a -11%. Ma la sfida vera inizia adesso: la “parte sana” del rimbalzo è già avvenuta, e d'ora in avanti conteranno i dati economici.
In buona salute anche Piazza Affari, dove occorre segnalare l'ottima performance di Saipem, spinta dall'aumento di capitale, ma soprattutto dai cinque contratti di perforazione offshore (tre in Medio Oriente e due in Africa occidentale) per un totale di 800 milioni di dollari.
Meno brillante l'obbligazionario, che però fa sperare per il futuro: sembra tutto pronto per una ripartenza dell’asset class, in grado di offrire buoni risultati per l'anno prossimo.

La “Lehman” delle criptovalute
C'è anche chi soffre: è nuovamente crisi per il mondo delle criptovalute, travolto in un effetto-domino dal crack di Ftx. La piattaforma, che ha presentato istanza di fallimento cinque giorni fa, è saltata dopo che il suo fondatore, Sam Bankman-Fried, si è servito di miliardi di dollari degli investitori per sostenere operazioni ad alto rischio nella sua società di trading quantitativo Alameda Research.
Il caso Ftx ha trascinato dalle stelle alla polvere quello che era stato considerato l'enfant prodige della finanza mondiale, che in poco tempo era diventato uno degli uomini più ricchi del mondo. E ha rivelato anche l'ingenuità (per non dire di peggio) di chi l'ha finanziato: non parliamo di singoli investitori in buona fede, ma di importanti uomini e istituzioni della finanza internazionale. Che hanno concesso soldi a pioggia senza uno straccio di due diligence su piattaforme e persone. Per fare soldi, le banche hanno finanziato la piattaforma, mettendo i suoi token come collaterale. E ora moltissimi risparmiatori si troveranno senza soldi.
Il crack è già stato soprannominato “la cripto-Lehman”. Ma, rispetto ai noti eventi del 2008, c'è un'aggravante non da poco: il mondo delle valute virtuali non è regolamentato. Questo significa impossibilità di interventi per tutelare la stabilità dell'economia, denaro bloccato e rimborsi praticamente impossibili. Per questo motivo, è comprensibile l'atteggiamento dei trader, che in questo momento si stanno tenendo alla larga dal mercato crypto.

Mondiali senza l'Italia: è davvero un colpo all'economia?
Fra alcuni giorni, il centro del palcoscenico internazionale sarà occupato dai Mondiali di calcio a cui l'Italia, per la seconda volta consecutiva, non partecipa. La mancata qualificazione degli uomini di Mancini avrà, però, un impatto abbastanza limitato sull'economia. Potrebbero verificarsi mancati incassi di bar, ristoranti e settore food and entertainment in generale. Tuttavia, gli orari delle partite, che almeno nella prima fase vedono un solo match su quattro in orario serale, riducono sostanzialmente questa eventualità.
Inoltre, il mondiale qatariota (il più costoso di sempre) è boicottato da una parte della popolazione mondiale, soprattutto per le tante morti sospette tra i lavoratori che hanno contraddistinto la costruzione degli stadi che ospiteranno le partite.
Anche il consueto esodo di tifosi che contraddistingue i grandi eventi sportivi non ci sarà: si legge di immigrati (soprattutto indiani) “ingaggiati” dal Qatar per “recitare” il ruolo dei tifosi di una o dell'altra nazionale. Attori in erba grideranno alternativamente “Brasil”, “Come on England”, “¡Que viva México!” o “Hopp Schwiiz” all'interno di stadi che, a causa delle temperature elevate, pomperanno aria condizionata per l'intera partita. Alla faccia del Cop27 e della campagna per il clima.

Image by qatar2022.qa


Usa, le elezioni non fermano il rimbalzo

Negli Stati Uniti, le consultazioni di “mid term” sono ancora in bilico. Ma qualsiasi risultato non dovrebbe frenare la ripresa dei mercati, che è proseguito nonostante il rialzo dei tassi. Ottimi dati, invece, dall'economia italiana: il terzo trimestre vede una crescita, trainata dal turismo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le elezioni di mid term americane sono ancora in bilico. Mentre la Camera dei rappresentanti sembra procedere verso una maggioranza repubblicana – ma meno ampia del previsto – il Senato (che rinnova solo un terzo dei suoi membri) si sta giocando seggio per seggio. I risultati ufficiali potrebbero essere noti fra alcuni giorni: sono probabili ricorsi e richieste di riconteggi, soprattutto se i collegi incerti dovessero mostrare maggioranze sul filo di lana.

Due strade aperte
Ciò che è quindi impossibile è una vittoria netta di uno dei due partiti. Un'affermazione democratica era ritenuta molto difficile, mentre è ancora possibile la conquista, da parte dei repubblicani, di entrambe le camere (anche se, come visto, con una maggioranza risicata in Senato). In questo caso, l'agenda Biden perderebbe forza e il presidente – pur con diritto di veto - dovrebbe accettare compromessi, soprattutto sulla spesa pubblica “a pioggia” attivata per le conseguenze della pandemia. Più ardua, in caso di doppia vittoria repubblicana, la marcia forzata verso l'abbandono delle energie fossili, mentre sarebbero forti le pressioni nei confronti della Fed per un’inversione di tendenza sui tassi. Possibile anche un parziale disimpegno sulle armi all'Ucraina, o almeno una richiesta di rendiconto da parte di Kiev.
Se invece il Congresso risultasse diviso, i cambiamenti possibili sarebbero minori. La situazione potrebbe piacere al mondo del business, che di solito apprezza la soluzione split, foriera di minori trasformazioni dal punto di vista economico.

I tassi contano di più
Dal lato mercati, tuttavia, non cambierà moltissimo; chiunque sia il vincitore, il rimbalzo dovrebbe proseguire senza particolari problemi. Un po' perché, se si guarda agli Stati Uniti, le elezioni del Presidente hanno un impatto maggiore sull'economia piuttosto che il rinnovo delle camere. E un po' per le dinamiche fatte registrare dai mercati: il rimbalzo di ottobre è infatti proseguito persino in un contesto di continui aumenti dei tassi operati dalla Federal Reserve. Anche se, è bene ricordarlo, di solito gli effetti di queste operazioni sul costo del denaro non hanno conseguenze immediate, ma iniziano ad avere effetto dopo almeno uno o più trimestri.
Nessuno può prevedere in che condizioni sarà l'economia americana fra tre mesi. Ma fa ben sperare la dichiarazione di Jerome Powell, presidente della Fed, che ha annunciato un probabile stop ai rialzi dei tassi. Una decisione che avrà un ruolo molto importante nell'andamento dei listini.
Il mercato americano, dunque, guarda più alle decisioni della Federal Reserve che non ai risultati delle elezioni di medio termine. Piuttosto, il ricambio delle camere ha spesso confermato (o innescato) rialzi, indipendentemente dall'esito rivelato dalle urne. E questo è un ulteriore elemento che fa ben sperare.

La riscossa dell'obbligazionario
Sia però chiara una cosa: quando parliamo di “rimbalzo di ottobre”, ci riferiamo a una crescita dei mercati dal -25% al -16%. La strada, dunque, è ancora lunga, anche se – è bene ricordarlo – la ripresa ha creato nuove opportunità di investimento. Nell'azionario, ma anche nell'obbligazionario. Ora è possibile scegliere bond che rendono mediamente dal 5% al 7%, con punte ancora più alte. È il caso di alcuni titoli bancari (anche italiani) o di società d’oltre oceano attive sulle materie prime, che attualmente assicurano una performance dell'8%.

Il petrolio torna a salire...
Il prezzo del petrolio intanto è tornato a crescere. Dopo essere calato sotto l'asticella dei 90 dollari, ora sembra aver recuperato l’impeto rialzista. Le politiche improntate al calo della produzione caldeggiate dall'Arabia Saudita (e appoggiate anche dalla Russia) hanno dunque influito sul prezzo, nonostante l'utilizzo delle riserve strategiche americane da parte dell'amministrazione Biden, vero e proprio freno a mano ai prezzi utilizzato a fini essenzialmente elettorali.
Ora però, a urne chiuse, le riserve strategiche dovranno essere ricostituite, almeno in parte. Questa politica causerà quasi sicuramente un ulteriore rialzo del prezzo del greggio, che potrebbe superare nuovamente quota 100.

… e il gas scende
Sale il petrolio, scende il gas. Il prezzo del metano, pur più alto rispetto agli anni scorsi, è tornato a valori più sopportabili, nonostante l'inerzia da parte delle autorità europee. Ad abbattere la domanda (e le tariffe) sono state niente altro che dinamiche di mercato: il quasi completamento degli stoccaggi da parte dei paesi europei, le temperature autunnali molto clementi e, purtroppo, la chiusura di varie aziende, causata proprio dai rincari delle bollette precedenti.
Resta però aperto il nodo dello stop alla vendita di automobili a benzina che, per decisione dell'Unione Europea, partirà nel 2035. I problemi, già ampiamente sottolineati, riguardano la distruzione di un'industria europea particolarmente forte come quella dell'automotive e le incognite legate al prezzo dell'energia (meno controllabile, come abbiamo visto ultimamente, rispetto a quello del petrolio). A queste incognite se ne aggiunge una terza: in tutta probabilità, sarà solo l'Unione Europea ad applicare questa misura drastica. Tre subcontinenti come Stati Uniti, India e Cina andranno avanti con la vendita delle automobili endotermiche. Rendendo l'operazione inutile per l'ambiente e dannosa per la competizione fra le aziende europee e quelle del resto del mondo.

Il turismo traina la crescita
Sul fronte economico interno continuano le notizie positive: l'Italia ha archiviato dati provvisori molto buoni per il terzo trimestre. Rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, l'incremento si è attestato sulla percentuale del 2,6% e quello raggiunto nel corso dell'anno del 3,9%.
Un grande contributo a questi risultati, per molti versi inattesi, è stato fornito dal turismo, e non solo quello di prossimità: nel corso di quest'anno si sono registrati anche grandi flussi di vacanzieri da Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina, che hanno colmato le assenze forzate dei turisti russi.
Per questo motivo, la clamorosa scoperta di 24 statue etrusche e romane a San Casciano dei Bagni, oltre a rivelarsi un tesoro inestimabile dal punto di vista culturale, avrà conseguenze molto positive sull'economia italiana. Il nostro “petrolio” è costituito dalla storia e dal patrimonio artistico, monumentale e paesaggistico che ogni singola area geografica del paese può offrire: la sfida è riuscire a utilizzarlo anche come carburante per una nuova crescita economica.

Image by rawpixel.com


Privacy PolicyCookie PolicyTermini e Condizioni

CONTROVERSIEDISCLAIMERWHISTLEBLOWING

CHI SIAMONEWSPREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center