Investire in tempo di inflazione
La recessione sembra vicina: ormai non ci si chiede più se ci colpirà, ma quanto durerà. Proviamo a dare indicazioni su come navigare i mercati finanziari in questi tempi difficili
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Sono bastati i dati di settembre sull'occupazione negli Stati Uniti, diffusi venerdì scorso, per mandare in tilt le Borse Usa. L'incremento dei posti di lavoro, anche se leggermente più basso rispetto alle attese, è stato valutato dai mercati come un'approvazione (non gradita) del rialzo dei tassi da parte della Fed. Il dato ha dunque provocato un calo di Dow Jones (-2,10%), Nasdaq (-3,80%) e S&P 500 (-2,80%), trascinando con sé anche le Borse asiatiche.
Europa più resistente
Attualmente, i mercati europei sembrano più resistenti rispetto a quelli americani: in settembre l'Euro Stoxx 50 ha perso il 4,6% contro il 9% dell’indice S&P americano. È pur vero che l'andamento delle economie Usa e Eu è molto divergente, dato che la prima subisce un rallentamento, la seconda è decisamente malata. Ma negli Stati Uniti l'inflazione tocca tutto: case, salari, prezzi al consumo. Quella europea è invece dipendente dalle materie prime, maggiori responsabili dell'inflazione galoppante. Il consiglio è sempre lo stesso: è ormai tardi per vendere, tutti gli indici mondiali perdono almeno il 25% da inizio anno e vale la pena di ricordare che, nella storia, dopo i ribassi, gli indici hanno sempre recuperato e conseguito nuovi massimi. Qui di seguito riportiamo un grafico esplicativo di quanto detto:

La logica ci porta dunque a dire che, con un po’ di cautela e con un orizzonte temporale di medio periodo, vale la pena cominciare a investire. È così che si comportano gli smart investor, a cominciare da Warren Buffet, che ha costruito parte della sua fortuna comprando azioni durante il crollo del mercato nel famoso “lunedì nero” del 1987. Oggi un investitore ha la possibilità di entrare in un mercato sofferente per poi approfittare dei futuri rialzi. I settori più consigliati sono il bancario e l'energetico. Attualmente, gli istituti di credito valgono il 40% del loro book value, e saranno probabilmente i primi a riprendersi, anche in virtù del rialzo dei tassi e del fatto che, una volta finita la recessione, saranno tra le prime società a beneficiare in termini di maggiori utili
Petrolio ancora su
I titoli energy potrebbero invece rivelarsi un buon affare soprattutto a causa dei nuovi rialzi del petrolio, spinto dal taglio della produzione del 2% (2 milioni di barili al giorno) da parte dell'Opec+. Una decisione caldeggiata soprattutto dall'Arabia Saudita, che ha convinto il presidente americano Joe Biden a cercare di correre ai ripari, per evitare aumenti alla pompa e conseguenti malumori dei cittadini, in vista delle imminenti elezioni di mid term. L'amministrazione Usa si è convinta ad intervenire sulle riserve strategiche americane, ma anche ad ammorbidire i rapporti con paesi da tempo considerati ostili, come l'Iran e il Venezuela di Nicolás Maduro. È la classica situazione di un paese che si scopre debole e che è obbligato a rimuovere le sanzioni a un paese quando le applica a un altro. L'Europa cerca invece di stabilire un tetto al prezzo del greggio, ma solo a quello russo, lasciando tutto il resto alla mercé della speculazione. La sanzione potrebbe venire applicata mediante una proibizione alle compagnie Ue di assicurare le petroliere se trasportano greggio russo venduto ad un prezzo più alto rispetto al cap. Questa norma sarebbe, tuttavia, facilmente aggirabile. Anche perché la Russia prosegue a vendere le sue materie prime ai molti Stati che non applicano le sanzioni, e non è escluso che questi le possano rivendere all'Europa a prezzi maggiori. Ricordiamolo: paesi importanti come Cina, India e Brasile non applicano le sanzioni contro la Russia, rafforzando il loro atteggiamento con un'astensione alle risoluzioni prese in sede Onu. Un atteggiamento di benevola neutralità che non è in discussione da nessuna parte. Neppure in Brasile, dato che l'unico punto di contatto tra Luiz Lula e Jair Bolsonaro, acerrimi avversari al ballottaggio presidenziale, è un atteggiamento critico nei confronti dell'amministrazione americana.
Il trionfo dell'inerzia
In una situazione così magmatica, prosegue l'azione confusa e inconcludente dei leader europei per affrontare l'emergenza gas. Un'urgenza che avrebbe dovuto essere risolta già a fine 2021. E invece ha subito rinvii su rinvii, per poi rimanere intatta dopo il vertice di Praga. Ancora una volta in Europa non è servito a niente il famoso motto latino: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Anzi, a peggiorare le cose, in un sovranismo che pervade, ogni Paese fa da sé (altro che Orban) e la Germania, come già detto la settimana scorsa, ha approvato sovvenzioni a famiglie e imprese per 200 miliardi di euro, un fatto gravissimo che metterà fuori gioco la filiera industriale italiana che sta affrontando una crisi devastante. Il timore è che nei mesi a venire le tensioni sociali esploderanno pressoché ovunque in un’Europa solidale a parole, ma individualista, totalmente egoista nei fatti e suicida nelle decisioni strategiche di politica economica. Anche perché i segnali negativi si moltiplicano. Ultimo allarme, il dato sulle vendite al dettaglio in Italia nel mese di agosto, calato dello 0,4%. Lo “zero virgola” che non deve ingannare, dato che nei mesi estivi è sempre prevista una forte crescita per il forte afflusso di turisti. Facile comprendere che gli italiani stanno già tagliando (e di molto) la spesa a causa del caro bollette.
Euro, la debolezza è temporanea
La crisi del gas sta anche affossando l'euro, che continua a far registrare minimi storici. Almeno in questo caso, tuttavia, la nostra moneta dovrebbe tornare in tempi non esageratamente lunghi sopra la parità con il dollaro: la forza attuale del biglietto verde non ha molta logica, in presenza di una bilancia dei pagamenti fortemente negativa negli Stati Uniti. La ragione della forza momentanea del dollaro è dovuta in gran parte alle tensioni geopolitiche in Europa e al forte divario che si registra oggi fra gli Stati Uniti - dove i tassi a breve hanno raggiunto ormai il 4% - e l’Europa che, giustamente, li mantiene appena sopra l’1%. Sul versante asiatico, visto che quest’anno non ci si fa mancare niente, è Pechino ora ad avere grossi problemi. L'economia cinese ha in corso una devastante crisi immobiliare seguita al fallimento di Evergrande (ma non solo), una crescita decisamente inferiore al previsto legata all’assurda politica di continui lockdown per contenere il coronavirus, una potenziale crisi di relazioni internazionali legate alle continue rivendicazioni su Taiwan e un accentramento di poteri su Xi Jinping. Poteri che, se confermati nell’ormai prossimo congresso del partito comunista, gli conferirebbero una carica a vita. Tutto questo ha da tempo spaventato gli investitori, principalmente americani, che da un lato stanno spostando gli insediamenti industriali di loro aziende dalla Cina all’India e al Vietnam, dall’altro hanno azzerato nuovi possibili investimenti su Pechino.
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L'immobilismo europeo e lo “strappo” tedesco
Il rialzo dei prezzi del gas fa paura da almeno un anno e dallo scorso marzo è fuori controllo. Tuttavia, le autorità comunitarie continuano a discutere e rinviare la ricerca di soluzioni sempre più urgenti. E Berlino decide di fare da sola, mettendo sul piatto 200 miliardi per salvare la sua economia. Intanto, i mercati archiviano i peggiori primi nove mesi dell'anno dal 1974
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Le prime “bollette pazze” stanno raggiungendo anche le famiglie, dopo aver già spaventato le aziende. Alcune delle quali hanno già chiuso: ultima vittima sono i Caroli Hotels, catena di alberghi che dal 1966 ospitano viaggiatori e vacanzieri a Gallipoli e Santa Maria di Leuca, nel Salento: il gruppo alberghiero ha annunciato che chiuderà a causa dell'insostenibilità dei costi energetici (500.000 euro), lasciando 275 lavoratori sulla strada. Il problema è esteso, a macchia di leopardo, a gran parte dell'Ue. Eppure, i decisori continuano a parlare, argomentare, procrastinare. Ultimo rinvio, quello del piano d'azione della Commissione Ue sull'energia, la cui discussione era prevista per lunedì 3 ottobre, nel corso della riunione dei commissari europei, e che invece è stata rimandata “almeno” dopo il vertice informale dei leader europei previsto a Praga.
Fermi da un anno
A furia di rinvii, è ormai da un anno che si parla di rincaro di gas ed energia, ed è dallo scorso marzo che il problema ha iniziato ad aggravarsi con progressione geometrica. Ma a livello istituzionale europeo siamo ancora al punto di partenza: chi dovrebbe risolvere i problemi, o almeno affrontarli, continua a creare appuntamenti, a cui seguono nuovi meeting che a loro volta rimandano a ulteriori riunioni. Uno scenario degno del Castello di Kafka. Già spuntano i primi interventi improntati alla rassegnazione – come quello di Bruno Le Maire, ministro delle Finanze francese. Con un laconico “non si torna indietro”, l'influente membro del governo di Parigi ha sostenuto la natura strutturale – e non provvisoria – del prezzo del gas, ma anche di quello del petrolio, messo sotto pressione dai possibili tagli alla produzione da parte dell'Opec+. Insomma: l'Europa latita o si arrende. Mentre le uniche operazioni per alleviare i guai causati dai rincari sono state introdotte dagli stati nazionali. Prima da Spagna e Portogallo, che hanno fissato autonomamente un tetto con il placet di Bruxelles. E ora, pochi giorni fa, dalla Germania che, pur in ritardo, ha capito che l'inerzia dimostrata dalla Commissione Europea in questi mesi può portare l'economia europea alla catastrofe: saltando a pié pari l'Ue, Berlino ha quindi messo sul piatto 200 miliardi di euro. La decisione – tra l'altro presa da un paese non certo collaborativo negli sforzi per una soluzione condivisa - ha fatto capire che l'Europa, vista come la vagheggiavamo, non esiste più. E forse non è mai esistita.
Scelta obbligata
A questo punto, il cancelliere Olaf Scholz non aveva scelta: o intervenire subito, o far saltare completamente il sistema industriale tedesco. Proprio come sta saltando il sistema industriale italiano. Importare alle nostre latitudini un'operazione simile a quella del governo tedesco sarebbe più difficile, data l'entità del debito pubblico e le enormi pressioni che può esercitare Bruxelles su di noi. Ma probabilmente, se l'Europa proseguisse nei rinvii ad libitum, potrebbe rivelarsi l'unica soluzione praticabile per evitare il peggio: se chiudono le aziende, chiude il Paese. E il “jolly europeo” ce lo siamo già giocato: nonostante la reputazione a livello internazionale del premier uscente Mario Draghi, in questi mesi non è stata trovata una misura in grado di contrastare le conseguenze reali dell’aumento del prezzo del gas, pertanto sarà compito del nuovo governo riuscire a trovare una soluzione. Ora le uniche, flebili speranze concrete di una soluzione condivisa risiedono nel parere favorevole espresso dalla Germania a una riforma della Borsa di Amsterdam, in cui viene determinato il prezzo del metano. Proposta, questa, avanzata dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, che punta ad ancorare il costo del metano alle tariffe internazionali, piuttosto che a quelle olandesi, molto più onerose. Paradossalmente, un aiuto (ma più a lungo termine) potrebbe arrivare anche dal referendum annunciato dal governo ungherese sulle sanzioni russe, se davvero si terrà. Ma si sospetta che la minaccia di una consultazione popolare possa essere utilizzata da Budapest come “merce di scambio” per evitare misure penalizzanti da parte dell'Ue nei confronti dell'Ungheria.
Truss e Kwarteng, parziale retromarcia
A fare una retromarcia molto decisa sono stati, invece, la premier britannica Liz Truss e il cancelliere dello scacchiere Kwasi Kwarteng. Pressati dal crollo della sterlina, dalle reazioni dei mercati, dall'inflazione alle stelle e dalle pressioni dello stesso Partito Conservatore - che i sondaggi danno al minimo storico come gradimento - il governo di Londra ha rinunciato al taglio dell'aliquota fiscale del 45%. È chiaro che la misura serve a calmare la burrasca che rischiava di portare la sterlina sotto il dollaro e l'euro. E che avrebbe avuto ripercussioni sull'esecutivo, dato che si parlava di un possibile ritorno di Boris Johnson al timone. È però altrettanto chiaro che la retromarcia è parziale. A essere archiviato è solo il taglio dell'aliquota del 45% - tutte le altre misure restano intatte, sul tappeto. E saranno introdotte, a meno di un nuovo tonfo della sterlina.
Rimbalzo delle Borse: sarà vera gloria?
Non dipende però dalla marcia indietro del governo inglese il rimbalzo delle Borse a cui abbiamo assistito a inizio ottobre. Semplicemente, è una normale reazione ai ribassi record fatti registrare nei primi nove mesi di quest'anno, i peggiori dallo stesso periodo del 1974. Anno in cui – casualità – si pagavano le conseguenze di un conflitto molto “impattante” sulle forniture di energia (la guerra del Kippur dell'ottobre 1973). Dopo aver accumulato un -25% (indice azionario globale) in nove mesi, i mercati non potevano che rimbalzare. E lunedì scorso hanno registrato il miglior primo giorno del trimestre dal 2002. Occorre, naturalmente, essere molto cauti per capire se si tratta di un avvenimento isolato oppure di un trend.
Usa: bolla immobiliare in vista?
Anche perché si moltiplicano, negli Stati Uniti, i timori di una nuova bolla immobiliare, che andrebbe ad aggiungersi a crisi energetica, guerra e inflazione come elemento negativo per i mercati. Le paure diffuse riguardano soprattutto New York e la California, che trainano il real estate dello Zio Sam. In particolare, nella Grande Mela, si è costruito tanto e troppo, con costi esorbitanti e deficit locali. Il rialzo dei prezzi (non solo immobiliari) ha colpito sia i residenti a New York, sia i pendolari che raggiungono la capitale finanziaria americana ogni giorno, spinti dalla crisi economica a scegliere (quando possibile) lo smart working. Una bolla immobiliare, oltre a ripercuotersi sulle economie di tutto il mondo, fermerebbe però anche la corsa del dollaro, che una temporanea sopravvalutazione ha reso una sorta di “gigante dai piedi d'argilla”.
Credit Suisse: non sarà una nuova Lehman
In Europa sono invece forti i timori sulla crisi del Credit Suisse, esplosa venerdì scorso. I primi rumours suggerivano forti difficoltà per una banca sistemica europea, e presto si è capito che si trattava del gruppo creditizio tigurino, i cui credit default swap a cinque anni erano saliti dai 55 punti base di inizio 2022 al massimo di 255 di lunedì (per poi attestarsi intorno ai 300 punti base). Aveva poi fugato ogni dubbio l'amministratore delegato Ulrich Körner, che ha riconosciuto le criticità attraversate dalla banca. Si ritiene che il Credit Suisse necessiti di un aumento di capitale da 4 miliardi di franchi e di cedere vari asset, nonché di un piano di ristrutturazioni molto profondo. Tutto questo mentre la capitalizzazione dell'istituto è scesa dai 30 miliardi del marzo 2021 ai quasi 10 attuali (l'Ubs, maggior competitor del Credit Suisse, ne vale 50). Tanto per fornire un paragone, Lehman Brothers, poco prima del fallimento, capitalizzava 7 miliardi di dollari. Tuttavia, il rischio che il colosso elvetico segua il percorso del gruppo americano è contenuto, al momento. Il “fatal 2008” ha insegnato che le grandi banche, nel bene e nel male, non possono fallire, perché in caso di default trascinerebbero con sé intere economie. E in questo periodo storico i guai sarebbero decisamente peggiori rispetto al caso-Lehman, dato che i dati di partenza – cioè la situazione attuale dei mercati e delle economie di tutto il mondo – è ben più disastrata rispetto al 2008. Per questo motivo, si troverà una soluzione. Nel caso in cui la situazione si aggravi, è plausibile un piano di nazionalizzazione, o almeno di intervento pubblico, con la Confederazione che andrebbe ad iniettare 60 miliardi di franchi. Per evitare che la banca presieduta da Axel P. Lehmann (nessuna correlazione, state tranquilli) trascini con sé l'economia europea.
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Elezioni, le reazioni dei mercati
La vittoria del centrodestra non ha influito negativamente sui mercati: dopo l'ufficializzazione dei risultati, la Borsa di Milano ha addirittura sovraperformato. Restano l'incognita-spread e i timori di un declassamento del debito
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Le elezioni politiche hanno restituito un risultato che rispecchia quasi perfettamente le previsioni: come rivelavano i sondaggi ha vinto il centrodestra, mentre i Cinque Stelle di Giuseppe Conte si sono rivelati protagonisti di una rimonta che li ha portati molto vicini al livello del Partito Democratico. Unica sorpresa, il calo della Lega sotto il 10% - che si spiega con gli spostamenti interni di consensi, fenomeno da sempre presente in questa coalizione.
Nessuno scossone
La reazione dei mercati ai risultati della consultazione è stata, tutto sommato, tranquilla: Milano ha addirittura conseguito una sovraperformance. I motivi sono essenzialmente tre. Prima di tutto, l'esito delle politiche era ormai dato per scontato e quindi la notizia ufficiale non ha creato scossoni, né sorprese. In secondo luogo, i mercati premiano quasi sempre le prospettive di stabilità politica. Infine, la scorsa settimana le Borse europee hanno chiuso una settimana molto negativa e Piazza Affari non ha certo fatto eccezione, con un calo trainato dalla flessione di energetici e settore bancario. Il mercato era sceso talmente tanto da rendere probabile un rimbalzo. Che infatti è avvenuto. Anche l'applicazione del programma economico del centrodestra non dovrebbe dare problemi ai listini. Perché i cambiamenti rispetto alle linee guida dei precedenti governi saranno quasi sicuramente minimi, dato che i margini di intervento sono molto stretti.
Rischio debito
Unica incognita, il rischio di interventi esterni e speculazioni, che sembra già in atto: dopo il risultato delle elezioni, lo spread è schizzato sopra quota 270 (per poi calare sui 240 circa). Preoccupa anche la valutazione di Moody's del debito pubblico italiano, previsto – se non interverrà un rinvio - per venerdì prossimo: si rischia un downgrade da Baa3 a junk. Il che costituirebbe una pressione molto ingombrante all'attività economica del prossimo esecutivo. Proprio mentre, con la recessione alle porte, è ancora più difficile rispettare i vincoli europei. Come è possibile, è lecito chiedersi, rifinanziare il debito pubblico e nello stesso tempo adeguarsi all'austerity imposta dall'Ue? E' la vecchia storia di Scilla e Cariddi, e dell'impossibilità di evitare l'uno o l'altro pericolo.
Tetto al prezzo del gas
Proprio il rischio di interferenze esterne potrebbe mettere i bastoni fra le ruote a una promessa elettorale del centrodestra: introdurre autonomamente un tetto al prezzo del gas se l'Ue non lo farà. Si teme, però, che occorrerà chiedere comunque l'autorizzazione a Bruxelles per gli scostamenti di bilancio, come avviene quando le economie sono in recessione. Spagna e Portogallo, che hanno inserito già da tempo un cap autonomo alla tariffa del metano, hanno avuto il via libera dell'Ue. Vedremo se l'avrà anche l'Italia.
Trimestre da incubo
Mancano comunque pochi giorni alla chiusura del terzo trimestre, che per la Borsa italiana sarà molto negativo. I valori si riporteranno, infatti, ai minimi di giugno, affossati da una doppia combinazione: timori di recessione dovuta al rincaro di gas ed elettricità e rialzo dei tassi. Tuttavia, l'azionario resta una soluzione migliore rispetto alle obbligazioni, che vedono il decennale italiano al -37% da inizio anno, e quello tedesco al -25%. Questo perché le Borse possono sempre recuperare, mentre per i bond una rimonta è molto più improbabile. Ma chi perde di più in Borsa in questo annus horribilis? Sicuramente gli americani che hanno investito in Europa, in un periodo contraddistinto dal deciso arretramento dell'euro: a cali del 20% hanno dovuto aggiungere ulteriori decrementi dovuti al deprezzamento delle valute. Di contro, gli europei che hanno scelto le Borse americane non hanno perso più di tanto, proprio perché il dollaro forte ha permesso loro di recuperare parte del calo del 20% registrato oltre oceano.
Sterlina, crollo verticale
Se l'euro crolla, la sterlina è in picchiata. Tanto che non solo è data come quasi certa e imminente la parità fra il pound e il dollaro, ma sembra possibile che persino l'euro superi la moneta di Sua Maestà, in un sorpasso in frenata degno di un gran premio di Formula 1. A sostenere questa possibilità è stato Larry Summers, ex capo economista della Banca Mondiale ed ex segretario al Tesoro americano. La Banca d'Inghilterra, da parte sua, è pronta a valutare un aumento urgente dei tassi, per sostenere la sterlina e portare al 2% l'inflazione. Nessun intervento previsto, invece, sul debito pubblico: su questo punto, i paesi anglosassoni hanno un'opinione diversa rispetto all'Unione Europea a trazione tedesca. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti l'idea dominante è che il debito non sia un male, a condizione che serva a far crescere il paese: se gestito bene, infatti, abbatte il tasso di disoccupazione, aumenta il pil (e le entrate al fisco) e, alla fine, crea più benessere. Per fare questo, naturalmente, è necessario un mercato interno molto forte, che l'Europa non ha. In ogni caso, l'extra debito prodotto dalla Gran Bretagna di Liz Truss è fortissimo: oltre al robusto taglio delle tasse previsto dalla nuova premier, c'è anche il problema dei costi per le bollette energetiche, che il governo dovrà risolvere. A cui si deve aggiungere anche il finanziamento del rialzo dei tassi. La situazione è quindi molto confusa. Talmente confusa che appare proibitivo prevedere se si creerà un nuovo ordine gerarchico per le valute o le cose ritorneranno, gradualmente, come prima. Certo è che il caos durerà ancora per un certo tempo – almeno fino a quando la guerra non finirà.
Su i tassi
La Banca d'Inghilterra non è l'unica che, in tutta probabilità, alzerà i tassi di interesse. Anche la Fed si prepara a dare l'ennesimo ritocco, anche se questa strategia non dovrebbe durare a lungo. Presto (forse addirittura prima di Natale) la banca centrale americana sarà costretta a fare precipitosamente marcia indietro e rientrare su valori più moderati. Anche la Bce è intenzionata a seguire l'esempio americano, replicando quanto fece Jean-Claude Trichet nel 2008. Ma, in questo caso, la strategia è del tutto contestabile. La crisi dell'euro non dipende da fattori interni, ma solo e unicamente dalla crisi energetica. Il rialzo dei tassi in Europa finirebbe di rendere ancora più drammatica una situazione già di per sé molto grave, senza risolvere il problema del caro-gas.
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Recessione alle porte
Secondo alcuni analisti finanziari, il 2023 potrebbe rivelarsi l'anno peggiore per l'economia dalla crisi del 2009. L'economista Nouriel Roubini calca la mano e prevede che la depressione sarà lunga e dolorosa per famiglie e aziende. Tuttavia, le Banche centrali non hanno cambiato strategia rispetto a 14 anni fa, limitandosi a uno scontato rialzo dei tassi
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La recessione mondiale sembra ormai alle porte. Per l'economia globale il 2023 rischia di essere l'anno peggiore dal 2009. E, tra i paesi occidentali, la Gran Bretagna sembra essere l'apripista verso questo scenario da incubo.
Nouriel Roubini, uno dei pochi economisti ad avere previsto la crisi del 2008, ha persino rincarato la dose: secondo il professore della New York University, la recessione che sta per arrivare sarà molto brutta, potrebbe durare anni e farà soffrire molto famiglie e imprese, mentre i governi non saranno nelle condizioni di introdurre adeguate facilitazioni fiscali per la mancanza di margini.
I dati sull'aumento delle spese confermano i primi segnali di tempesta. Un esempio su tutti: in Germania, i prezzi alla produzione di agosto sono saliti del 45,6% annuo, mentre il costo dell'energia ha registrato un aumento del 20,4% su base mensile e del 139% a livello tendenziale. Si tratta dei rincari più alti mai registrati dall'inizio dell'indagine statistica nel 1949.
Vecchi rimedi
La storia, si dice, è maestra di vita: per affrontare questa tempesta incombente dovremmo imparare da quanto è accaduto in passato, e possibilmente evitare gli errori commessi.
E invece no: le banche centrali si comportano come fecero nel biennio 2008-09. E cioè, si limitano ad alzare i tassi. Mentre le poche misure (comunitarie e nazionali) introdotte in Europa contro il caro-energia e i costi folli del gas si rivelano inefficaci e confuse – con l'eccezione del tetto introdotto autonomamente in Spagna e Portogallo.
In Spagna e Portogallo. Non in Italia, dove si è puntato sui crediti di imposta per aiutare le aziende a pagare le bollette. Va da sé che la misura è monca: aiuterà infatti alcune imprese e ne escluderà altre, dato che per godere di un credito di imposta occorre avere utili. Paradossalmente, saranno lasciate fuori le aziende con più necessità di sostegno, che dovranno fronteggiare senza alcun aiuto il pagamento di bollette aumentate di sei-sette volte.
Ma se Roma piange, Bruxelles non ride. La proposta del tetto al prezzo del gas è ferma su una scrivania perché non trova l'unanimità dei paesi membri, e neppure il disaccoppiamento tra le tariffe del gas e quelle dell'energia è scontato. Unica certezza è che il prossimo 30 settembre, data in cui i ministri dell'energia si troveranno di nuovo, saranno introdotti razionamenti e limitazioni per il cittadino. Per dirla con il cantautore milanese Walter Valdi, semper mì. Cioè: le situazioni scomode vengono scaricate regolarmente sul consumatore, che alla fine è costretto a pagare per errori altrui.
Aria di bonaccia
In questa calma innaturale, che sembra tanto la quiete prima della tempesta, una cosa è chiara: che la questione energetica e le sue variabili rendono la situazione attuale potenzialmente più grave rispetto a quella del 2008. Con conseguenze imprevedibili: solo una (probabile) contrazione del Pil pari al 2,5% equivale a mezzo milione di posti di lavoro in meno. Davvero una patata bollente per chiunque vinca le prossime elezioni.
Nel mentre, è passata praticamente sotto silenzio la violazione dei confini armeni da parte delle truppe azere. Avvenuta, fra l'altro, a poche ore di distanza dall'accordo di fornitura del gas fra Unione Europea e Azerbaigian.
Ciò conferma inequivocabilmente quanto si diceva all'inizio della crisi ucraina: misure come le sanzioni possono essere coerenti con un'idea di pace, democrazia e rispetto delle leggi internazionali solo se sono comminate a tutti i paesi che non rispettano i diritti umani. Indistintamente. Un'impresa impossibile, dato che la maggioranza di chi ci fornisce materie prime non brilla certo sotto questo aspetto. La non reazione dell'Ue alla crisi armeno-azera non fa che confermare, ancora una volta, questa incoerenza.
Federer, fine di un'era
Se la nuova crisi ci fa tornare indietro di 14 anni, l'annuncio di Roger Federer, che ha comunicato il suo ritiro dal tennis dopo la Laver Cup, ci riporta al 2001 - anno in cui il fuoriclasse basilese vinse il suo primo torneo Atp, a Milano.
L'inizio dell'era-Federer coincide con gli anni dell'euromania: nel 2002 la moneta unica fu accolta con entusiasmo ai quattro angoli d'Europa e nel 2003 - anno in cui il tennista renano conquistò il suo primo slam, sull'erba amica di Wimbledon - la nostra valuta cavalcava l'onda della grande rivalutazione sul dollaro. Mentre cresceva il boom dell'europeismo, favorito anche dai voli low cost e dal crescente scambio di esperienze tra cittadini dell'Unione (soprattutto giovani).
Oggi, l'euro è sotto la parità con il dollaro, e ancor più sotto nel rapporto con il franco svizzero, l'economia ha subito una serie di crisi devastanti e l'euroscetticismo è ai massimi. Il nostro continente ha abbandonato il suo ruolo di “gigante economico” e si è impoverito, mentre il resto del mondo si è arricchito.
Dove abbiamo sbagliato? È mancata del tutto la coesione. Pensavamo di entrare in una nuova era, ma purtroppo non abbiamo sviluppato quell'unione politica e fiscale che si sarebbe dimostrata necessaria per competere con Stati Uniti e Far East.
Il passo non è stato compiuto, e ciò ha reso impossibile la fase successiva, e cioè la progettazione di un debito pubblico comune, vero scudo contro ogni possibile attacco all'euro e alla nostra leadership economica.
Trent'anni dal “mercoledì nero”
Si parlava del primo torneo vinto da Federer da professionista, all'ombra del biscione visconteo di Milano. Alcuni anni prima, il tennista svizzero ancora bambino aveva dominato un altro torneo, questa volta da junior, sotto un altro biscione visconteo, quello di Bellinzona. Correva l'anno 1992. Quello del “mercoledì nero”, che vide affossare la lira e la sterlina sotto i colpi di un attacco speculativo, e il cui trentennale è stato ricordato alcuni giorni fa.
L'euro non c'era ancora e i paesi Ue avevano la possibilità di svalutare. Però, Italia e Gran Bretagna erano state costrette uscire dal sistema di cambi dello Sme, con gravi ripercussioni sull’economia.
Il “mercoledì nero” ha rappresentato la prima “scommessa” contro l'Italia da parte della finanza speculativa – libera, ora come allora, di mettere in ginocchio intere economie.
Sempre nel 1992, alcuni mesi prima, il governo italiano aveva inaugurato la stagione di privatizzazioni e di dismissione del patrimonio dello stato. Da allora, si è pian piano ridotta la classe media. Oggi, per la prima volta nella storia, i figli stanno peggio dei propri genitori, e i ragazzi non riescono più a farsi una famiglia, braccati da crisi, disoccupazione e dumping salariale, innescato anche dalla concorrenza della crescente manodopera straniera.
Petrolio, la grande incognita
C'è tranquillità, invece, sul fronte del petrolio, che si sta deprezzando. Il trend sta creando malumori nell'Opec+: i produttori, guidati dall'Arabia Saudita, sono intenzionati a fermare la discesa delle quotazioni.
Sembra che il decremento del greggio sia stato influenzato da un'operazione dell'amministrazione Biden, che in vista delle elezioni di mid term, sta ricorrendo alle riserve strategiche per evitare rincari della benzina. Per motivi essenzialmente elettoralistici.
Dopo il rinnovo delle camere – o comunque all'esaurimento delle riserve – gli Stati Uniti dovranno però ricostituire il magazzino. E in quel momento, è prevedibile che il prezzo del greggio torni a salire. Senza che sia necessario l'intervento dell'Opec+.
Scende, invece, l'oro. Il trend è l'ulteriore dimostrazione di quanto siano confusi oggi i mercati: il metallo giallo non protegge più dall'inflazione. Il dato potrebbe anche essere condizionato dalla vendita di oro da parte della Russia, per finanziare la guerra in Ucraina.
Le Borse, da parte loro, sono nervose e volatili per il nuovo, possibile rialzo dei tassi negli Stati Uniti, oltre che per la crisi incombente. Per questo, sono ancora consigliati i titoli difensivi, come le utility e i petroliferi. Disco rosso, invece, per le azioni industriali: su questo fronte è meglio aspettare di capire come sarà affrontata la tempesta-bollette.
Il merge di Ethereum
Soffrono i mercati e soffrono le criptovalute, influenzate anche dal nuovo decremento dei titoli tecnologici e del Nasdaq. A questa discesa non si sottrae neppure Ethereum, nonostante la grande operazione (il merge) che ha portato la moneta virtuale dall'inquinante ed energivoro proof of work al più sostenibile proof of stake.
Per ora, la scelta non ha premiato le quotazioni, mantenendo Ethereum in linea con le altre crypto. Un domani, però, questa divisa virtuale potrebbe invertire la tendenza generale, premiata da una scelta all'insegna della sostenibilità.
In futuro, la vendita di Bitcoin e il contestuale acquisto di Ethereum potrebbe rivelarsi una strategia tutt'altro che remota – perché si avveri, però, è necessario che qualche grande investitore rompa l'attesa e traini il mercato verso questa scelta. Una mossa che, naturalmente, al momento non può essere prevista.
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Bce, l'inutile rialzo dei tassi
La Banca Centrale Europea opta per un ritocco di 75 punti. La decisione, tuttavia, rischia di avere un impatto minimo sull'inflazione, innescata solo dal costo del gas. Per evitare il tracollo dell'economia servirebbero decisioni forti sul prezzo del metano. Ma per il momento in sede comunitaria sembra che si parli solo di sacrifici per i cittadini e razionamenti nelle ore di punta...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
E alla fine è successo: la Bce, nella riunione di giovedì scorso, ha scelto di aumentare i tassi di 75 punti base. Una decisione attesa, che ha dato un po' di fiato alle Borse. Specialmente a Piazza Affari, che ha chiuso la scorsa settimana come maglia rosa europea, ed è cresciuta fino a ieri – cioè fino a prima che fossero comunicati i dati (deludenti e preoccupanti) sull'inflazione americana.
Facile comprendere il motivo dell'exploit: nei listini di Milano è molto forte la presenza di titoli finanziari e il rialzo dei tassi dà alle banche un extra gettito automatico. Ogni giorno, gli istituti di credito spostano gli eccessi di liquidità alle Bce che, in epoca di tassi negativi, restituiva loro il capitale diminuito dello 0,5%. Ora, gli stessi capitali vengono remunerati dello 0,75%. Ciò significa che ogni banca riceve importi aggiuntivi senza dover fare nulla.
Facciamo l'esempio di Intesa Sanpaolo, principale banca di sistema, che da giugno a oggi ha evidenziato un delta positivo fra i 400 e i 500 milioni di euro proprio per l'aumento dei tassi.
Ancora presto, però, per consigliare un investimento alla cieca sul settore bancario: se infatti l'economia dovesse affrontare una recessione, le aziende di credito potrebbero essere chiamate a fronteggiare maggiori sofferenze, che metterebbero seriamente in difficoltà i loro bilanci. Senza dimenticare il caro-bollette e i suoi impatti su un'attività energivora come quella delle filiali.
L'inflazione dipende dal gas
Sul lato inflazione, il ritocco sui tassi sposta ben poco e contribuisce in misura ancora minore. Perché la crisi che stiamo vivendo dipende solo e unicamente dal costo del gas e dalle sue conseguenze. Le altre materie prime, infatti, sono scese a livelli più bassi rispetto ai costi del settembre di un anno fa – tutte, petrolio compreso.
Proprio per questo, l'aumento dei tassi è una mossa, che difficilmente potrà contenere l'inflazione o gestire i rincari. Come del resto ha dimostrato il vertice dei ministri Ue dell'energia, che si è svolta venerdì scorso. I partecipanti erano entrati, come spesso succede, divisi sul da farsi: la maggior parte puntava su un tetto generalizzato al prezzo del gas, qualcuno su un cap che coinvolgesse solo i rifornimenti russi, lasciando libertà di tariffazione a tutti gli altri, e un terzo gruppo era propenso a non intervenire.
Risultato? I ministri si sono aggiornati al 30 settembre per una nuova riunione, in cui hanno previsto di discutere ed eventualmente approvare l'unica operazione condivisa: i razionamenti energetici. Il che significa: nessun intervento per alleviare la situazione di famiglie e imprese e scongiurare fallimenti a catena, e ribaltamento del problema sul “solito” cittadino. A cui saranno imposti razionamenti nelle ore di punta – il periodo della giornata in cui, per inciso, le aziende lavorano maggiormente.
Quelle che ancora lavorano. Perché a causa del caro-bollette e dell'inerzia dei decisori, alcune imprese (soprattutto piccole) stanno già chiudendo, e altre falliranno, buttando sulla strada lavoratori e creando gravi difficoltà a famiglie. Esaminando le soluzioni proposte dai ministri Ue, che hanno l'aspetto di un topolino partorito da un elefante, è davvero lecito chiedersi se i nostri politici abbiano mai lavorato in azienda.
Gli errori dell'Ue
Da una parte, dunque, si scaricano responsabilità su consumatori e imprenditori, dall'altra si riconoscono gli errori di gestione (senza peraltro fare nulla per correggerli): fonti Ue iniziano a scusarsi per come è stata affrontata la crisi-bollette, che – ricordiamolo – ha fatto capolino mesi prima rispetto all'escalation militare in Ucraina.
Questi errori a catena lascerebbero il segno anche se il prezzo del gas tornasse sotto i 30 euro, o almeno a una ragionevole quota di 40 o 50: oggi, a causa del caro-bollette, aumentano alimentari, caffè, brioche, costo del parrucchiere, automobili. Se il metano tornasse a livelli accettabili, difficilmente i rincari innescati dalle bollette pazze diminuirebbero. No: sarebbero ormai acquisiti. E ne risentirebbe il potere d'acquisto dei cittadini.
Gli errori commessi dall'Ue sono molti. Tra questi, l'aver affidato al mercato (e quindi alle possibili speculazioni) un settore così strategico e delicato come quello energetico. Le tariffe dell'oro blu sono calcolate sul Ttf di Amsterdam, che però vale sì e no il 2% sul gas scambiato: i grandi fornitori stringono infatti accordi separati con i clienti, dopo una contrattazione privata, decidendo autonomamente i prezzi.
Nonostante questo, le quotazioni di Amsterdam - altamente manipolabili - dettano legge. E rimpolpano i forzieri dell'Olanda, che grazie al rincaro dell'oro blu potrebbe chiudere il 2022 con un maxiguadagno di 20 miliardi di euro. Solo questa informazione può spiegare perché, in un meccanismo decisionale che esige l'unanimità, il regno degli Orange blocca sistematicamente misure per limitare il caro-prezzi.
Altro errore sottolineato da molti (ma mai riconosciuto dagli ambienti Ue) è stato costruire un impianto sanzionatorio nei confronti della Russia senza prevedere il rischio di ritorsioni. A inizio invasione, il premier Mario Draghi assicurò che non ci sarebbe stata alcuna reazione da parte di Mosca, e che le forniture di gas non sarebbero diminuite. Come lui, evidentemente, la pensavano vari altri leader europei, la cui miopia ci ha portato a questo punto.
Se un simile corollario di errori fosse stato commesso da un amministratore delegato di un'azienda, questo manager avrebbe sicuramente perso il posto di lavoro. I politici possono invece incorrere in abbagli di ogni tipo mantenendo la loro poltrona.
Usa, l'inflazione sale ancora
La comunicazione sui dati relativi all'inflazione americana di agosto – che ha chiuso il mese con un 8,3%, dato superiore alle attese - ha fatto il resto: come anticipato, la comunicazione dei dati ha bloccato il buon momento delle maggiori Borse europee, oltre che naturalmente di Wall Street.
New York aveva chiuso per tre settimane in positivo e l'Europa si era buttata alle spalle un agosto difficile (con una piccola coda a settembre) per poi prodursi in incoraggianti rimbalzi. Il calo del prezzo del petrolio non è stato però sufficiente a rispettare le previsioni di un miglioramento: l'inflazione è scesa di soli 0,2 punti in un mese. Occorrerà ora attendere la reazione dei mercati a stelle e strisce dopo il probabile nuovo rialzo dei tassi di 75 punti base (ma qualcuno parla anche di 100 punti base), previsto per la prossima settimana.
Londra spende per ridurre i costi energetici
Previsioni non rispettate anche in una Gran Bretagna sotto choc per la scomparsa di Elisabetta II: Londra ha fatto registrare una crescita dell'economia minore del previsto, mentre l'inflazione rimane sopra il 10%. Bassa anche la quotazione della sterlina, che ha raggiunto i minimi nei confronti del dollaro – anche se si tratta di valori sfiorati più volte negli ultimi cinque anni, e quindi non preoccupanti per i sudditi di Sua Maestà.
Tanto più che il nuovo governo sta preparando una manovra da 180 miliardi di euro per limitare il costo energetico, che si aggiungeranno agli stanziamenti già approvati. Scontato fare impietosi paragoni con l'Italia, che con la scusa del debito pubblico non ha predisposto operazioni per proteggere i cittadini, rifiutandosi persino di fissare un tetto al prezzo del gas sull'esempio di Spagna e Portogallo.
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Fate presto
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'Unione Europea ha abbozzato la roadmap per fermare i prezzi pazzi del gas. In tre mosse: stabilire limiti alla tariffa del metano in Europa nei mercati all'ingrosso, introdurre un prezzo amministrato per l'energia elettrica e imporre un tetto al petrolio e al gas russo.
Quest'ultima proposta, avanzata da Ursula von der Leyen in persona, ha provocato una dura reazione di Mosca, che ha paventato il blocco totale (e definitivo) delle forniture che transitano dal Nordstream 1. Risultato: il prezzo del gas, che era sceso sotto quota 220€/MWh, è tornato a correre per poi stabilizzarsi sul livello di 235€/MWh, mentre le Borse europee hanno chiuso la settimana in flessione e l'euro ha raggiunto i minimi dal 2002.
Boomerang
Mentre le prime due proposte sono state mediamente condivise, la terza ha dunque suscitato molte perplessità. Primo perché, se si stabilisce un tetto sui prezzi, ciò deve valere per tutti, e non solamente per un fornitore. In secondo luogo perché - soprattutto in un momento come questo, dominato dal panico sul caro-bollette e sulla quantità di energia disponibile il prossimo inverno – un progetto simile non può che peggiorare la situazione. Come, puntualmente, è avvenuto.
In breve, una strategia discutibile, ma soprattutto una tempistica che lascia allibiti, considerato il periodo delicato e cruciale sul caro-energia. Sembra che, in una partita di scacchi figurata, l'Europa cerchi in tutti i modi di privare re e regina di difese. È come se una persona in crisi di sete entrasse in un bar pieno di clienti e provocasse il proprietario arrogante con cui in passato aveva già avuto contrasti. Che cosa farà, in questo caso, il barista? Andrà a servire le bevande agli altri clienti, lasciando a secco l'avventore litigioso.
C'è però una differenza. Nella storiella appena proposta, a rimanere con la sete è il cliente. Nella situazione reale, invece, i problemi non toccano minimamente i politici, riversandosi su famiglie e imprese.
Sale la paura
Non è un caso che siano i cittadini, e non i loro rappresentanti, ad avere più chiari i rischi incombenti. E a capire quanto le sanzioni non abbiano danneggiato minimamente la Russia (contribuendo, anzi, a finanziare la sua guerra, grazie ai profitti record su gas e petrolio), spingendo invece l'Europa sull'orlo del baratro. In un sondaggio di Termometro Politico, il 51,1% dei cittadini italiani si è espresso contro i pacchetti sanzionatori, contro i quali 70.000 cittadini hanno sfilato per le vie di Praga. Capitale di un paese che, per il suo passato, non può essere certo definito filo-russo.
I cittadini hanno ben capito che la profonda crisi dell'Ue è, purtroppo, un obiettivo che Mosca ha previsto e conseguito, servendosi di politici europei che sono caduti nella sua trappola – forse ancora più facilmente di quanto la Russia si aspettasse. Bruxelles avrebbe dovuto premere per la pace, cercando di salvaguardare l'indipendenza dell'Ucraina con trattative serrate e prese di posizione autorevoli, ma improntate all'unico obiettivo sensato: la fine del conflitto. Invece ha percorso la strada più autolesionista possibile. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
La domanda che famiglie e imprese si pongono è: davvero la Russia manterrà a zero le consegne? O questo è solo un bluff? Difficile rispondere; tuttavia, ci sono possibilità che i rubinetti restino aperti. È trapelata l'indiscrezione che Gazprom potrebbe incrementare le forniture attraverso l'Ucraina. E questo non è così impossibile. Anche la Russia ha interesse a tenere aperto il canale dell'Europa. In prospettive future. Ma soprattutto perché, per cambiare completamente direzione ai gasdotti e rifornire Cina e India al posto del nostro continente, ci vuole tempo. Nello stesso modo, ci vuole tempo all'Europa per rinunciare completamente al gas russo, impresa impossibile almeno fino alla fine dell'inverno 2025.
Le aziende chiudono
Come detto, le altre due proposte Ue (i limiti alle tariffe del gas in Europa e il prezzo amministrato per l'energia elettrica) sono parse sensate e percorribili. Ma in quanto tempo? In teoria, l'urgenza dell'operazione è stata sottolineata sia dalle autorità comunitarie, sia dai rappresentanti del G7, che hanno a loro volta approvato il price cap al gas. Ma le misure di emergenza, se approvate, potrebbero entrare in vigore solo fra alcune settimane, cioè ad autunno inoltrato. Mentre per la riforma strutturale del mercato energetico si parla di inizio 2023.
Se non che, le aziende rischiano di chiudere prima dell'autunno. In Germania iniziano già a saltare aziende di piastrelle e di vetro. Mentre l'industria di Murano sta lanciando l'allarme. A rischio anche il commercio al minuto – le gelaterie, per esempio – ma anche la grande distribuzione, uno dei pochi settori risparmiati dalla crisi-Covid, che ha costi energetici fortissimi. L'effetto domino andrebbe a riverberarsi sul prezzo del cibo, a rischio di forte aumento.
Ancora una volta, l'appello di chi lavora è “Fate presto”. Anche se è difficile essere ottimisti. In ogni caso, prima di esprimere giudizi è bene aspettare il vertice straordinario sull'energia, previsto a Bruxelles venerdì prossimo: si potrà capire se, almeno sull'urgenza delle misure, l'Europa accetterà di cambiare rotta.
Nuova inquilina a Downing Street
Da Bruxelles a Londra. E precisamente a Downing Street, dove si è insediata l'ex ministro degli Esteri Liz Truss. Dal punto di vista internazionale, la posizione della nuova premier è, se possibile, ancora più forte di quella di Boris Johnson, con un appoggio totale alle sanzioni e alle tensioni sul fronte russo.
Dal punto di vista economico, Liz Truss ha una posizione iperliberista, che ha tutti i numeri per portare a un'escalation le tensioni con i sindacati. Uno scenario aggravato dall'inflazione al 10%, che ha contribuito a lanciare il Partito Laburista in testa nei sondaggi. Mentre iniziano a sorgere alcune problematiche legate alla Brexit, soprattutto la difficoltà a trovare personale.
Anche negli Stati Uniti i posti di lavoro abbondano: l'ultimo rapporto ha evidenziato dati leggermente superiori alle attese. Il tasso complessivo di disoccupazione viaggia intorno al 3,5%. Galoppa invece l'inflazione: per calmierare i prezzi del petrolio, gli Usa stanno utilizzando le riserve strategiche, soprattutto per stemperare le tensioni in vista delle elezioni di mid term, previste a novembre.
Euro ai minimi
Sul fronte valutario, l'euro ha raggiunto i minimi dal 2002: questo potrebbe spingere la Bce, la cui riunione è prevista per giovedì 8 settembre, ad alzare ulteriormente i tassi a 50, forse a 75 punti. Anche lo yen ha raggiunto i minimi da 24 anni a questa parte. Ma, in questo caso, la Banca centrale proseguirà nella sua politica di tassi negativi, quasi una linea rossa da non superare neppure in presenza di un'inflazione forte e di un debito pubblico così corposo. La strategia di Tokyo è agevolata dall'atteggiamento benevolo delle società di rating. Il Giappone è il maggior alleato degli Stati Uniti nel Pacifico: per questo, le agenzie hanno scelto di confermare il rating AAA a Tokyo, anche se la sua Banca centrale detiene un terzo del debito pubblico. Una valutazione che, a parità di condizioni, le società di rating non applicherebbero certo a un paese europeo.
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Price cap: forse ci siamo?
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.
Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.
L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.
Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.
Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.
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La folle corsa del gas
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il prezzo del gas continua a salire vertiginosamente, inanellando record su record. Dopo il nuovo stop a Nord Stream, l'oro blu ha sfiorato quota 300 euro a megawattora, per poi attestarsi nell’intorno dei 270 euro.
Il rischio è ormai noto: se non si dovesse trovare una soluzione, l'economia europea potrebbe crollare, con scenari da incubo. Vale a dire: imprese che chiudono, forte aumento della disoccupazione e cittadini sull'orlo della povertà.
L’impatto delle sanzioni su Mosca
Per capire il trend è sufficiente esaminare la differenza tra le bollette di agosto 2021 e quelle attuali, che in alcuni casi arrivano a costare sei volte tanto. Finora, in Italia si è cercato di turare la falla con sconti sull'imposizione fiscale in bolletta, che sono costati circa 30 miliardi di euro, pari a 2 punti di Pil. E le nuove, inevitabili riduzioni per i prossimi mesi costeranno altrettanto.
La corsa del gas dimostra ancora una volta quanto i sei pacchetti di sanzioni introdotte dall'Ue contro la Russia abbiano avuto un impatto non del tutto atteso. Soprattutto in paesi come Germania e Italia, legati mani e piedi alle forniture di Mosca. Non è un caso che a Berlino l'asse pro-embargo inizi a incrinarsi; il liberale Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag, ha proposto senza mezzi termini l'apertura del Nord Stream 2, la cui inaugurazione è stata bloccata su pressioni americane, per poter salvare l'economia tedesca. Una posizione singolare per un dirigente di un partito particolarmente severo nei confronti della Russia e della sua aggressione all'Ucraina.
Se la Germania invertisse la rotta, respirerebbe un po' anche l'economia italiana, già duramente colpita dallo stop ai commerci con Mosca. Solo le mancate esportazioni costano al nostro paese un punto di pil – e l'impatto potrebbe essere persino maggiore se non ci fossero le “triangolazioni”, cioè la presenza di alcuni paesi che accettano di fare da intermediari tra l'Italia e la Russia, permettendo alle aziende di aggirare l'embargo.
Le sanzioni – lo avevamo previsto fin da febbraio – non riescono a generare l’impatto atteso sull’economia russa, che finora, è stata colpita solo marginalmente in alcuni ambiti, ma favorita in modo massiccio in altri. Con un saldo positivo. Un esempio su tutti: Gazprom ha chiuso il 2021 con un utile netto pari a poco meno di 28 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente – e prevede di raddoppiarlo con riferimento al 2022.
Non era questo l'obiettivo delle misure europee, ma un'eventualità simile era facilmente pronosticabile.
Il delisting cinese
La reazione occidentale ha anche compattato Russia e Cina, come ha ricordato in un'intervista Henry Kissinger. In particolare, l'ex segretario di stato americano – a suo tempo fautore della distensione con Mao - ha puntato il dito contro la politica miope dell'amministrazione a stelle e strisce, anche in relazione alle tensioni su Taiwan.
E proprio nel momento più critico delle relazioni tra Washington e Pechino arriva un annuncio: cinque colossi cinesi hanno deciso il delisting dal Nyse, che avverrà probabilmente il prossimo mese. La capitalizzazione di mercato di queste società è enorme: 370 miliardi di dollari, più della metà, ricordiamolo, di quella della Borsa di Milano.
Sullo sfondo c'è la proposta, avanzata lo scorso giugno, di una nuova moneta unica globale istituita dai Brics, che potrebbe essere istituita per rappresentare un'alternativa al dollaro statunitense negli scambi internazionali. Un'idea sul tappeto da molti anni, ma tornata alla ribalta con la crisi fra Stati Uniti, con l'occidente a ruota, e l'asse russo-cinese. Se le cinque potenze emergenti mettessero in atto questo proposito, in futuro gli stati occidentali vedrebbero ridimensionata l’efficacia di sanzioni come quelle inflitte all'economia russa.
Inflazione alle stelle
Mentre, è persino inutile ripeterlo, l’effetto boomerang di queste misure sta creando criticità sempre pià acute all'Europa, che grazie al caro-gas sta subendo impotente il galoppo dell'inflazione. A luglio 2022, il dato ha raggiunto l'9,8% per l'Ue (era 2,2% nello stesso periodo dell'anno precedente) e l’8,9% per l'eurozona. Percentuali che avrebbero potuto essere persino più elevate se il petrolio non avesse fermato la sua corsa, attestandosi su un più ragionevole prezzo di 90 dollari al barile.
Si prevede che l'inflazione continui a salire fino a gennaio, per poi stabilizzarsi. A meno che il caro-gas prosegua in questi termini, provocando la chiusura di molte aziende e la distruzione della florida economia europea.
Finora, a calmierare gli aumenti ci sono gli sconti decisi dal governo e le formule, offerte a suo tempo dai fornitori di energia, di gas bloccato per uno o più anni. A loro volta, queste società si coprono dai minori introiti con l'acquisto di contratti derivati sulla Borsa di Amsterdam, per assicurare il prezzo ai consumatori e alle aziende senza perdere profitto.
Borse, tornano le difficoltà
Il pessimismo sull'inflazione e il timore di un nuovo rialzo dei tassi hanno influito anche sui mercati. Le Borse hanno esaurito la loro spinta propulsiva che durava da luglio. Milano, in particolare, ha raggiunto i minimi del mese.
Lo stop è meno preoccupante per i mercati americani, che erano rimbalzati molto, portando l’indice S&P500 a dimezzare le perdite annue. Per gli indici made in Usa si tratta, finora, di una normale fase di trading range – in attesa, naturalmente, di capire le reazioni al delisting cinese.
Situazione diversa, invece, per l'Europa, il cui rimbalzo si era dimostrato di minore portata. Il nostro continente è sotto la doppia minaccia della recessione e dell'esplosione dei costi industriali, che hanno rallentato la fase positiva. Proprio lo scenario a tinte fosche per il prossimo inverno ha colpito, in particolare, i titoli industriali tedeschi, e ha messo sotto pressione quelli finanziari italiani.
Attenti allo spread
Le sfide del prossimo ottobre sembrano preoccupare tutti. Quasi tutti. Perché la campagna elettorale continua a concentrarsi su temi di vario tipo, senza però sfiorare quelli più importanti: la crisi del gas e l'inflazione galoppante.
Nessuno parla, perché tutti i politici in competizione hanno paura di aprire il sipario e mostrare agli elettori uno spettro che aleggia sul paese: l'ingresso della troika in Italia, che potrebbe ridimensionare la capacità di movimento dello schieramento vincitore alla prossima tornata elettorale.
Ora lo spread è salito a 230, e lo scudo europeo non è una protezione incondizionata. Lo ha ricordato anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, sottolineando che questo meccanismo non è automatico, che ci sono condizioni da rispettare. Il timore diffuso è che il prossimo governo, qualunque esso sia, non possa evitare di confrontarsi con i paletti posti nel suo cammino da regole europee e banchieri centrali. E di varare misure impopolari per aziende e famiglie italiane.
Certo è che, qualunque cosa accada, la finanziaria del prossimo esecutivo non potrà essere troppo diversa da quella varata dal governo uscente.
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Mercati, navigazione tranquilla
Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.
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Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.
È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.
Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.
Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.
Meglio l'Europa
Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.
In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.
Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.
La discesa del petrolio
In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.
D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.
Ma il gas va sempre più su...
Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).
Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.
Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.
Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.
C'è chi scende e c'è chi sale
Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.
Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.
L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.
Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.
Giappone, deludono i dati sul pil
Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.
Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.
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Rimbalzo estivo, sarà vera gloria?
Le maggiori Borse europee hanno chiuso il mese di luglio con aumenti importanti: Milano ha fatto registrare un +5% e Amsterdam un +10%. Fra non molto potremo comprendere se siamo di fronte a un'inversione di tendenza o a un fenomeno temporaneo, verificatosi come contraltare alla forte caduta avvenuta da gennaio in avanti.
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Luglio si è chiuso all'insegna del toro per le maggiori Borse europee. Piazza Affari ha archiviato il mese con un rimbalzo di oltre il 5%. E c'è anche chi ha fatto meglio (un esempio su tutti, Amsterdam, che ha raggiunto un brillante +10%).
La fase positiva dei listini era abbastanza attesa, anche se non necessariamente in queste tempistiche. Perché un rimbalzo, prima o poi, avrebbe dovuto verificarsi. Un rimbalzo forte, dato che di solito quanto più violenta è la caduta, tanto più dirompente è il contraccolpo successivo.
Ora il grande interrogativo riguarda la durata del recupero. In qualsiasi mercato ci sono rimbalzi che durano per un lasso temporale importante, altri che si affievoliscono a breve ed esauriscono presto la loro spinta propulsiva.
Nella situazione che stiamo vivendo, come avviene nella maggior parte dei casi, possono verificarsi entrambe le possibilità. Una cosa sembra molto probabile: anche se le Borse tornassero a calare, difficilmente si scenderà sotto i minimi di quest'anno.
Il tempo di comprare
Il rimbalzo lascia comunque ampi spazi per gli investitori: i valori dei titoli, pur in rialzo, sono ancora ottimi per chi vuole comprare. In altre parole, oggi come oggi si può acquistare tutto o quasi tutto.
I titoli top del mercato italiano che fanno il grosso dei nostri listini (a titolo d’esempio: Eni, Enel, Generali, Poste Italiane e Intesa Sanpaolo) chiuderanno con dividendi superiori al 7%; a questo occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto.
Anche ipotizzando lo scenario peggiore (utili in calo del 15%), le valutazioni di questi titoli hanno raggiunto un livello interessante in un’ottica di medio periodo.
Gli investimenti devono però essere consapevoli. Non bisogna cioè sottovalutare le spade di Damocle che pendono nuova crisi sui nostri giorni: Covid, guerra russo-ucraina, inflazione e caro-energia. Senza dimenticare che a queste ansie ormai cronicizzate si potrebbe presto affiancare una nuova crisi, questa volta tra Stati Uniti e Cina. Una tensione causata dalla visita di Nancy Pelosi a Taiwan, che tanto sta facendo infuriare Pechino e che potrebbe aggiungere incertezza a incertezza, vanificando la ripresa dei mercati.
La Fed alza l'asticella
Tra le variabili da considerare, anche il generalizzato rialzo dei tassi avvenuto pressoché in tutto il mondo (Giappone escluso). La Fed, che guida la corsa verso l'alto, ha introdotto un ritocco di 75 punti base - decisione che era comunque ampiamente prevista. La politica aggressiva della banca centrale Usa potrà proseguire con ulteriori ritocchi, ma abbastanza moderati: dovrà poi attendere i dati dei prossimi mesi per organizzare la sua strategia. Le aspettative americane sono su un tasso di inflazione dal 3% al 3,5%.
Gli Stati Uniti sono già in recessione tecnica: occorre aspettare il terzo e il quarto trimestre per vedere se proseguirà. Chi ha una visione ottimista prevede che già dai primi tre mesi del 2023 l'economia statunitense sia in grado di iniziare a riprendersi, ma senza spirale inflattiva.
In Gran Bretagna invece la stagione del rialzo dei tassi potrebbe essersi conclusa. Soprattutto se Liz Truss dovesse vincere la corsa alla successione di Boris Johnson alla testa del Partito Conservatore (e, di conseguenza, a Downing Street). L'attuale segretario di Stato per gli affari esteri è infatti contraria a ulteriori scostamenti verso l'alto del costo della sterlina. Per il resto, Truss segue una linea post-thatcheriana, all'insegna della deregulation e dello scarso intervento dello stato. In politica estera, la sua posizione sembra ancora più dura di quella espressa da Johnson, e questo è un elemento preoccupante sullo scacchiere internazionale.
Rimbalza anche Saipem
Tornando a Piazza Affari, è utile segnalare che i listini sono stati trainati dalle ottime trimestrali di Eni e Saipem. In quest'ultimo caso, la crescita era nella logica delle cose. Il titolo, negli scorsi mesi, era stato letteralmente massacrato, con valori ben al di sotto rispetto a quelli reali. Da queste colonne abbiamo insistito a più riprese sul carattere illogico di questo calo, perché l'aumento di capitale del gruppo restava fuori discussione. E così è stato: l'operazione si è regolarmente svolta, rasserenando l'orizzonte.
Ora Saipem si trova in una situazione molto favorevole, dato che, per sostituire il petrolio russo, riprenderanno le esplorazioni, di cui il gruppo sarà sicuramente protagonista.
La Russia cala l'asso
A guidare le esplorazioni petrolifere mondiali è, però, proprio la Federazione Russa. Le autorità di Mosca hanno avviato la costruzione del terminale estrattivo artico, che punta a diventare il numero uno al mondo. L'operazione si inserisce nell'ambito del progetto Vostok Oil, già in agenda, ma rallentato a causa dei ribassi del prezzo del petrolio del 2021. Ora l'oro nero corre, anche grazie alle sanzioni, e la Russia cala un asso di denari. Che potrebbe non essere raccolto dall'Europa, proprio per l'embargo nei confronti di Mosca, ma da vari altri paesi del mondo. Dall'Asia al Sudamerica.
Tutto questo avviene mentre, alle incertezze geopolitiche in giro per il mondo, si è aggiunto il nuovo caos libico. Per ora non possiamo ancora prevedere i rischi di questo fronte per gli approvvigionamenti petroliferi all'Italia e all'Europa. Certo è che Tripolitania e Cirenaica sono da tempo terreno di scontro di varie potenze, e la nuova crisi può acuire i problemi.
Sappiamo invece che la riunione dell'Opec+ di questa settimana non passerà alla storia. In questo momento, Brent e Wti viaggiano a cavallo di quota 100 (più sotto che sopra), senza raggiungere i picchi che spaventavano imprese e famiglie fino a poco tempo fa. La situazione è, quindi, all'insegna della stabilità (anche se i prezzi attuali sono comunque troppo alti) e il clima vacanziero non dà adito a particolari aspettative.
Anche per quanto riguarda le materie prime siamo generalmente in una fase di stabilità. All'orizzonte non appare nulla di particolare. Il tema vero è la grande incertezza delle aziende: se si verificassero quegli aumenti in bolletta annunciati un giorno sì e l'altro pure, molte imprese sarebbero costrette a ridimensionare la loro attività, o addirittura a chiudere. Con effetti devastanti sull'economia.
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