Borse, buone sensazioni per il nuovo anno
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il 2025 delle Borse è partito con i listini americani in rialzo (soprattutto per i “soliti” tecnologici) e quelli europei in difficoltà. La riapertura settimanale ha visto, invece, una netta inversione di tendenza da parte dei mercati Ue. Il colpo d’ala, che si è rivelato importante, è stato attribuito alla dichiarazione di Donald Trump (poi smentita) su un presunto atteggiamento meno aggressivo sui dazi con l’Europa nei settori tradizionali – mentre in alcune aree strategiche (come difesa, componentistica e terre rare) potrebbero essere messi dazi pesanti. In realtà, la “non-dichiarazione” si è rivelata poco più che un pretesto utilizzato dai mercati per rimbalzare.
Occhiali rosa per il 2025
Secondo le statistiche, se New York apre bene l’anno nuovo, è probabile che chiuda l’anno in positivo. L’ottimo andamento dell’indice S&P nel 2024 è stato guidato quasi esclusivamente dalle mega cap (il cui andamento è stato stellare): perciò ci si aspetta che nel 2025 sia il resto del listino a guidare il possibile rialzo, aiutato in questo dalle politiche dell’amministrazione Trump, da sempre favorevole alla crescita dell’economia americana (con il famoso motto MAGA). Anche l’Europa ha la potenzialità per crescere: le aspettative sono per indici azionari positivi, ma con performance che dipenderanno in parte dalla correzione da parte della Commissione Europea di alcune politiche sulla cosiddetta transizione energetica. Politiche guidate molto dall’ideologia, che stanno creando danni enormi a molte aziende europee incapaci di poter competere a livello mondiale con altre imprese che non sono sottoposte ai vincoli imposti obtorto collo da Bruxelles.
I settori più promettenti
Ma quali comparti potrebbero crescere? Con il taglio dei tassi, che sarà pronunciato più in Europa che non negli Stati Uniti, le utility hanno in mano buone carte per ottenere ritorni positivi, anche se non eccezionali. Ci si aspetta, inoltre, una possibile ripresa del settore auto, almeno a partire dal secondo semestre dell’anno. Anche il settore energetico rimane attrattivo grazie a un livello medio dei prezzi del greggio che dovrebbe mantenersi sopra i 70 dollari al barile. I maggiori dubbi riguardano i titoli bancari, che dopo la corsa al rialzo degli ultimi due anni, difficilmente potranno conseguire nel 2025 utili superiori a quelli già molto buoni del 2024. Probabilmente il taglio dei tassi diminuirà i profitti delle banche, con eventuali ricadute sul valore delle loro azioni. A far crescere le quotazioni, o almeno a frenare il calo, potrebbe invece essere il giro di fusioni in programma. Ma sembra scontato che eventuali performance possano toccare titoli di singoli gruppi e non l’intero settore. A pagare il prezzo del progressivo taglio dei tassi, soprattutto in Europa, sarà inevitabilmente l’obbligazionario, i cui rendimenti diminuiranno rispetto agli anni passati; ci si aspetta comunque una prestazione ancora accettabile, intorno al 3%.
Cripto, valute e…
L’onda lunga delle elezioni americane influirà anche sulle criptovalute, la cui possibile salita dipenderà anche dalla carenza dell’offerta, combinata con un eccesso di domanda. Sulle cripto raccomandiamo però molta cautela: a nostro avviso siamo in una fase di bolla speculativa che prima o poi si dovrà arrestare. Quindi, chi volesse scommettere su ulteriori rialzi, è bene che lo faccia con percentuali basse del proprio patrimonio per evitare di rimanere scottato, qualora il trend di mercato si invertisse. Più incerto il futuro del rally di cui è protagonista il dollaro: come già più volte anticipato, le ottime prestazioni del biglietto verde, che sembrerebbero indirizzarlo sulla strada della parità, incontreranno ostacoli posti dall’amministrazione Trump, che non vuole un dollaro troppo forte. Nei primi sei mesi del 2025, la valuta americana dovrebbe oscillare fra quota 1,02 e 1,07 rispetto all’euro. Poi si vedrà. A non fermarsi è il franco: l’anno nuovo nasconderà insidie per la Banca Nazionale Svizzera, che potrebbe portare i tassi a zero come extrema ratio per fermare la corsa della sua valuta. Sempre rimanendo in tema di beni rifugio, sembra invece in assestamento il valore dell’oro: difficilmente il “re dei metalli” supererà i massimi raggiunti nel 2024; improbabile però anche un arretramento sotto i 2.400 dollari l’oncia.
Le incognite del gas
Se il petrolio è ancora in fascia neutrale, preoccupa invece il prezzo del gas, che ha superato i 50 euro per poi scendere, ma di pochi punti. A causare la quotazione e i relativi rincari, con il rischio annesso di spese aggiuntive di 1,6 milioni di euro per le Pmi italiane, l’inverno rigido in varie parti d’Europa, il mancato rinnovo dell’accordo di transito del gas tra Russia e Ucraina e anche una forte componente speculativa da parte di alcuni spregiudicati operatori di mercato (hedge funds in primis). All’inattività dell’Ue, incapace di farsi sentire su un problema così importante per cittadini e aziende, fa comunque da contraltare la promessa di Trump di lavorare per la pace e per la distensione fra Mosca e Kiev.
Un presidente pro-mercato
L’amministrazione Trump sarà comunque impegnata a realizzare i punti principali del suo programma entro due anni, scadenza naturale di un Congresso attualmente sotto il controllo dei Repubblicani. Se il nuovo governo americano, dal punto di vista internazionale, punta a fermare la guerra russo-ucraina e minaccia dazi agli altri Paesi, nel programma interno è decisamente pro-mercato e favorevole alle aziende. Ciò significa politica fiscale ammorbidita e strategia monetaria ben disposta nei confronti del mondo della produzione, in un contesto definito dal taglio cauto dei tassi e dalla possibilità di una leggera crescita dell’inflazione. Praticamente certo l’approccio morbido al deficit, che probabilmente non diminuirà.
Rimescolamento politico nel mondo occidentale
L’insediamento del nuovo presidente americano arriva in un periodo caotico per la politica occidentale, con i movimenti di destra populista in forte crescita e altri assetti in pieno rimescolamento (come il Canada dopo le dimissioni di Justin Trudeau). Il tycoon non ha fatto che dare l’ultima spallata a una situazione che si era già incanalata verso un voto di protesta e un cambiamento di prospettiva da parte dei partiti di centro moderato, che – pur riluttanti – stanno spostando il loro baricentro a destra per non perdere consensi. In questa direzione sta andando l’Austria: il “cordone sanitario” che Popolari, Socialisti e Liberali avevano cercato di costruire per escludere il partito di destra radicale Fpö è fallito, dopo un lungo periodo di infruttuosi colloqui fra le parti. Il presidente Alexander van der Bellen si è visto dunque costretto a incaricare Herbert Kickl, leader della stessa Fpö, vincitrice delle elezioni. Probabile, a questo punto, una coalizione fra questo movimento e i democristiani austriaci. Un déjà-vu, dato che queste forze si sono già alleate in passato, anche se mai con un esponente Fpö come premier. La situazione austriaca rimanda alle imminenti elezioni tedesche, in programma fra circa un mese e mezzo. Le previsioni sottolineano un’avanzata della destra e della sinistra radicale – rispettivamente di Afd e Bsw, il partito di Sahra Wagenknecht. Due movimenti incompatibili tra di loro, che hanno però in comune due punti fermi: le critiche alle posizioni tedesche e occidentali sulla guerra russo-ucraina (con annesse ricadute economiche) e una forte carica anti-sistema. Una simile polarizzazione destra-sinistra è attesa anche in Francia, dove probabilmente si tornerà al voto la prossima estate.
Bce, il dopo-Lagarde
Altra carica in scadenza, ma questa volta in un’istituzione monetaria, la presidenza di Christine Lagarde alla Banca Centrale Europea. In questo caso, però, non ci si aspetta un clamoroso rivolgimento: la maggioranza del board Bce è di tendenza hawkish, ma nello stesso tempo il taglio dei tassi non può essere fermato, nonostante qualche dubbio sul fronte dell’inflazione: l’avvicendamento al vertice dell’Eurotower, dunque, cambierà ben poco. La partita si giocherà invece sulle strategie per rilanciare l’economia europea, che necessitano di una certa dose di coraggio e di ripensamento degli approcci fin ora utilizzati. Anche se la conferma di Ursula von der Leyen alla Commissione non lascia presagire troppi cambiamenti.
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2024, ecco i vincitori e gli sconfitti
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee hanno chiuso positivamente l’ultima settimana piena del 2024, recuperando quello che avevano perso nei sette giorni precedenti. Piazza Affari, come è accaduto più volte nel corso dell’anno, ha primeggiato in Europa: il buon andamento dipende essenzialmente dal recupero dei titoli che erano stati penalizzati il 17 e 18 dicembre. Lineare l’andamento di Wall Street, che galleggia grazie al buon andamento dei tecnologici, e soprattutto dell’intelligenza artificiale: per la Borsa Usa, gli ultimi 15 giorni sono stati abbastanza lineari, senza movimenti anomali, anche se con un po’ di volatilità. Il dicembre di New York si chiude, comunque, in positivo.
Il crollo del won
In Estremo Oriente, si segnala il recupero di Tokyo, sulla scia di Toyota. Un rimbalzo messo però a rischio da un’apertura fiacca di questa settimana. I listini cinesi stanno invece soffrendo l’imminente insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo un bel rimbalzo che aveva seguito un periodo di volatilità, la Cina sta quindi archiviando un dicembre borsistico sfavorevole. In Estremo Oriente spicca la situazione eccezionale che si sta verificando in Corea del Sud, in particolare il crollo del won. Il movimento anomalo della valuta di Seul si è verificato in seguito alla grave crisi politica dovuta all’inspiegabile proclamazione della legge marziale da parte del presidente Yoon Suk-Yeol, poi revocata, e seguita dalla sospensione dalla carica di capo di Stato e da un mandato d’arresto. La crisi politica ha avuto impatti seri sulla Borsa coreana: gli investitori internazionali vogliono stabilità, e quando intravedono problemi istituzionali scappano a gambe levate. In altri termini, chi ha i soldi li toglie. Il “caso Yoon” ha quindi provocato sfiducia, che si è tradotta nel crollo della valuta locale, oltre che in una forte volatilità sulla Borsa di Pusan. La situazione coreana mostra in modo emblematico quanto un anno trascorso tutto sommato in una situazione di normalità possa essere compromesso da una decisione politica irresponsabile e difficilmente comprensibile.
Chi brinda a Capodanno
C’è invece chi chiude il 2024 lontano da preoccupazioni, e che ha già messo in fresco lo spumante per essersi conquistato un posto fra i vincitori dell’anno che si sta chiudendo. In questo gruppo hanno sicuramente trovato posto le sette grandi bigtech americane, i cui titoli pesano il 33% dell’indice: queste aziende hanno trascinato il Nasdaq a un +28% annuale. Curiosamente, le “sette sorelle” hanno raggiunto da sole gli stessi numeri registrati dai listini europei, che pure stanno chiudendo l’anno in positivo, con l’Eurostoxx 50 a +10% e il 600 a un più modesto +6%.
Corona di alloro anche per le criptovalute, che hanno ottenuto prestazioni incredibili per due ragioni fondamentali. La prima di ordine tecnico: l’introduzione di vari Etf sui bitcoin, che ha creato un effetto domanda legato alla scarsità dell’offerta. Un mero effetto speculativo che, proprio per le sue caratteristiche, potrebbe provocare ulteriori impennate di questo strumento. Il secondo motivo è legato alla politica americana, e più precisamente alla inaspettata dichiarazione pro-cripto di Donald Trump nelle ultime fasi della sua campagna elettorale. Un’esternazione che ha spinto le monete virtuali in alto dopo l’elezione del tycoon: basti dire che prima delle elezioni, i bitcoin veleggiavano intorno ai 60.000 dollari, mentre dopo la vittoria del candidato repubblicano sono balzati oltre i 105.000, per poi riassestarsi sopra i 90.000.
L’elezione di Trump ha anche favorito il rialzo di Tesla, collegato al sostegno di Elon Musk al presidente eletto e al suo ingresso nella nuova amministrazione americana. I livelli raggiunti dal titolo non si spiegano altrimenti, considerata la crisi delle auto elettriche. Chiude l’anno con i botti anche l’oro, in uno scenario in cui sono salite le commodity agricole, mentre quelle industriali hanno chiuso neutrali.
Ride anche il dollaro, che si trova in una posizione di forza. Tuttavia, gli entusiasmi potrebbero presto svanire, data la contrarietà di Trump alla ipervalutazione della valuta americana.
Una chiusura a due facce
Fra i trionfatori del 2024 c’è anche, naturalmente, il franco svizzero, che ha trascorso un anno senza mai scendere alla parità con l’euro, sfiorandola soltanto in occasione dei minimi dell’anno, verso fine maggio. La galoppata del franco è, però, la classica vittoria di Pirro. Perché a goderne in pieno sono solo poche categorie di persone – tra cui i viaggiatori frequenti e i frontalieri italiani che varcano ogni giorno il confine per lavorare all’ombra della bandiera rossocrociata. In generale, il franco troppo forte danneggia l’economia svizzera, in particolar modo le esportazioni e il turismo, voci importanti per i bilanci della Confederazione. Si prevede, però, che i trend non cambieranno di molto, almeno se la situazione geopolitica mondiale resterà così caotica, e fino a quando l’economia Ue si mostrerà incerta, aumentando la domanda di beni rifugio. I bond hanno registrato buone prestazioni dovute all’onda lunga della stretta monetarie. Ma ora le banche centrali (più la Bce della Fed) stanno iniziando a tagliare, aprendo una stagione di contrazione sui tassi delle obbligazioni. E i mercati stanno già scontando i prossimi interventi.
Chi ha perso
Il grande sconfitto dell’anno che sta volgendo al termine è invece il sistema economico europeo, in particolare l‘industria automobilistica e il suo indotto, guidato dalla componentistica. Il green deal – o meglio, l’approccio radicale con cui è condotta – è tra i responsabili di un disastro annunciato. La transizione “verde” nel suo complesso potrebbe avere ricadute molto pesanti sull’occupazione: secondo una stima 2023 della Commissione Europea, infatti, questa politica rischia di causare 78 milioni di posti di lavoro persi entro il 2030, di cui 24 milioni non ricollocabili. Lo stesso studio, è vero, aggiunge che, alla fine, si verificherà un saldo attivo di 24 milioni. Però urge ricordare che il primo dato è praticamente certo, il secondo no. Inoltre, che ne sarà dei lavoratori non ricollocabili? Infine, un cenno alla tecnologia, che vince in Borsa ma arretra sul terreno della fiducia da parte dei cittadini. Nel corso dell’anno si sono verificate due severe panne informatiche – una mondiale (che ha bloccato Borse, operazioni bancarie, pagamenti elettronici, persino treni e aerei) e una italiana (limitata alle transazioni elettroniche). A queste si è aggiunto, poco dopo Natale, l’attacco hacker a un fornitore terzo di Infocert (azienda specializzata nelle identità digitali Spid), che si è risolto in un furto di indirizzi e-mail (2,5 milioni) e numeri telefonici (1,1) di clienti. La società si è affrettata a puntualizzare che “nessuna credenziale di accesso ai servizi“ è stata compromessa; tuttavia, l’operazione fraudolenta degli hacker, che hanno pubblicato alcuni dati nel dark web, ha contribuito a minare la fiducia nella digitalizzazione spinta, e a togliere serenità agli utenti finali. La sicurezza informatica, in un mondo in cui la tecnologia (a torto o a ragione) è vista come una nuova frontiera, sarà un problema sempre più grande, anche in relazione all’espansione dell’intelligenza artificiale e dei suoi ambiti di applicazione.
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Borse già orientate alle sfide del 2025
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
In Borsa gli scambi iniziano a rallentare, come di solito succede a metà dicembre. Gli investitori stanno cercando di prevedere le linee guida del 2025, anno che si preannuncia molto particolare e che sarà sicuramente influenzato dall’ingresso in carica dell’amministrazione Trump. Occhi puntati soprattutto sulla guerra russo-ucraina: se il presidente americano eletto riuscisse nell’intento di favorire la pace, o almeno una tregua fra i due Paesi, a beneficiarne sarebbe l’Europa, la cui economia, attualmente in grave difficoltà, potrebbe trovare un certo sollievo. La strategia di Trump è abbastanza chiara: concentrarsi sulla Cina e cercare, mediante un cambiamento di rapporti tra Stati Uniti e Russia, di allentare i rapporti tra Mosca e Pechino, che si sono riavvicinati dopo decenni di gelo a causa delle sanzioni occidentali contro Putin.
Francia in bilico
Dal 2 gennaio in poi inizieremo a intravedere l’intonazione generale dei mercati e le loro aspettative per un anno che, come detto, sarà molto importante dal punto di vista geopolitico. Prima di allora, assisteremo a una chiusura molto positiva per le Borse, nonostante le crescenti difficoltà dei Paesi leader europei. A iniziare dalla Germania, che dopo la sfiducia al governo Scholz andrà alle urne il prossimo febbraio. Per proseguire con la Francia, il cui presidente Emmanuel Macron ha cercato ancora una volta di dar vita a un governo centrista, affidandone la guida all’esperto François Bayrou, mentore dell’inquilino dell’Eliseo, anche se spesso critico nei suoi confronti. Il primo ministro incaricato non ha nascosto la complessità del suo mandato: senza alcuna remora, Bayrou ha affermato che “le chances di incontrare delle difficoltà solo molto maggiori rispetto a quelle di avere successo”, paragonando la sua sfida a un “Himalaya” da scalare. Due le montagne evidenziate da Bayrou: in primo luogo i problemi di “bilancio”; poi le questioni politiche, con la “disgregazione della società”. Concentrandoci sulle questioni economiche, la Francia è in disavanzo primario, con un debito pubblico che continua a crescere e una situazione sottolineata anche da Moody’s, con un declassamento al rating di Aa3 e la possibilità concreta di un indebolimento delle finanze pubbliche. Un rischio, questo, che spaventerebbe qualsiasi primo ministro incaricato, anche se non dovessero sussistere i problemi politici che invece sono ben presenti oltralpe.
Aumento dei salari, l’appello di Draghi…
Il problema della sostenibilità del debito, che sta mettendo in difficoltà la Francia, è stato evidenziato anche da Mario Draghi proprio a Parigi, nel corso del simposio annuale del Centre for Economic Policy Research. Finora, ha detto l’ex presidente della Bce, ci si è basati “sull’utilizzo della domanda estera e sull’esportazione di capitali con livelli salariali bassi”. Una formula che “non sembra più sostenibile”. In altri termini, l’ex presidente della Bce ha riconosciuto che l’Unione Europea non può vivere solo di export, né di delocalizzazione, ma deve creare una domanda intensa. E l’unico modo per farlo è alzare gli stipendi, che (l’Italia ne sa qualcosa) sono sempre più bassi rispetto al costo della vita. Draghi ha esortato l’Ue anche a emettere debito congiunto in grado, secondo la sua analisi, di “creare uno spazio fiscale aggiuntivo da utilizzare per limitare i periodi di crescita inferiore al potenziale”. L’ex banchiere centrale ha comunque ammonito: o si cambia, o la stagnazione proseguirà a frenare l’economia Ue. “Se l’Unione Europea prosegue con il tasso medio di crescita della produttività del lavoro che registra dal 2015, dato che le nostre società invecchiano, tra 25 anni l’economia avrà le stesse dimensioni di oggi”. Mentre, è facile aggiungere, nel resto del mondo il prodotto interno lordo crescerà, riducendo ancora di più il ruolo dell’Europa nello scacchiere internazionale.
… e di Trump
Non è solo Mario Draghi a consigliare un rialzo dei salari. Perché anche Donald Trump, in un’intervista a Cnbc, ha battuto sullo stesso tasto, caldeggiando appunto una crescita degli stipendi, soprattutto quelli più bassi, affinché “le persone si sveglino alla mattina entusiaste di lavorare e di guadagnare bene”. Il presidente eletto ha combinato questa ricetta – che, se applicata, potrebbe dare stimoli a un’economia comunque molto più in salute rispetto a quella europea – ai punti distintivi della sua campagna elettorale, ripetuti pari pari nell’intervista post-elezioni. Primo tra tutti il taglio delle tasse, che secondo i piani della nuova amministrazione americana dovrebbero scendere al 15% per le imprese che producono negli Usa. E poi l’impegno nell’intelligenza artificiale e nelle criptovalute, argomento che ha affascinato The Donald in tempi recenti.
Il futuro delle criptovalute
Evidentemente – contro il volere e il parere di molti – le criptovalute sono entrate in una nuova fase: dopo il grande balzo in avanti, le monete virtuali saranno probabilmente oggetto di investimenti statali, mentre, incassato il successo degli Etf dedicati, i bitcoin entrano nel Nasdaq con Microstrategy, impresa che ne ha 420.000 in tesoreria. L’andamento dei bitcoin potrebbe salire ancora, e ancora, anche se queste dinamiche al rialzo possono sempre nascondere un rischio di bolla e di successivo crollo. I prossimi, probabili aumenti potrebbero dipendere anche (se non soprattutto) dalle limitazioni del protocollo bitcoin, che è stato impostato per emettere 21 milioni di unità, e non uno in più. Per carità: secondo le previsioni non si metterà la parola fine fino al prossimo secolo. Tuttavia, ogni quattro anni l’emissione dimezza, creando una situazione in cui c’è sempre più domanda e sempre meno offerta, con esiti imprevedibili. Tutto questo a meno che si decida di introdurre un nuovo protocollo, cambiando in corsa le regole stabilite dal fantomatico Satoshi Nakamoto, pseudonimo dietro cui si nasconde l’inventore dei bitcoin.
Il maxi-taglio della Bns
Sul fronte della politica monetaria, la Bce ha tagliato i tassi dello 0,25%, proseguendo il trend molto sparagnino che dovrebbe portare l’Eurotower a calare di un ulteriore 2% complessivo entro la fine del prossimo anno. Ha invece destato scalpore il maxi-taglio della Banca Nazionale Svizzera, che ha abbattuto il costo del denaro dello 0,50%. Tra i motivi dell’operazione, il tentativo di arrestare l’ascesa del franco, che però rimane molto alto rispetto al dollaro e soprattutto all’euro. La scarsità di monete in giro e l’altissima richiesta di valuta elvetica rendono vani i tentativi di tornare almeno alla parità con la moneta europea, in passato vista come un rischio e oggi vagheggiata come una chimera. Probabilmente il trend al rialzo del franco proseguirà, a meno che una difficile stabilizzazione dell’economia Ue non porti gli investitori di tutto il mondo ad alleggerirsi sul fronte dei beni rifugio.
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Il mondo è sottosopra. Ma le Borse non si scompongono
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Stiamo davvero attraversando un periodo molto complesso dal punto di vista internazionale. A partire dalla fulminea avanzata delle milizie jihadiste in Siria, che hanno conquistato Damasco a pochi giorni dall’inizio del loro attacco. Per proseguire con l’imbarazzante annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali in Romania, con cui la corte costituzionale, sulla base di semplici sospetti relativi ad attività su TikTok, ha dato un colpo di spugna sul processo democratico. Preoccupa anche la crisi di governo in Francia, con la caduta del governo Barnier, che ha aperto una crisi inedita a Parigi, peggiorata ulteriormente dalla precaria situazione economica e dall’impossibilità di convocare le elezioni fino a luglio 2025.
I mercati non reagiscono
Il cocktail tra situazione geopolitica e crisi economica avrebbe le potenzialità per mettere in ginocchio un toro. Ma le Borse sembrano avere gli anticorpi per superare indenni queste gravi difficoltà. Anzi: i mercati crescono. Un esempio su tutti, decisamente paradossale, è quello del Dax: nonostante la recessione e la crisi politica in Germania, il più importante indice azionario tedesco evidenzia un andamento da record, spinto da titoli tecnologici, finanziari e industriali. Non hanno fermato la corsa del Dax verso i massimi neppure i cali dei titoli automobilistici, da tempo nella tempesta. Anche Milano è andata per la sua strada: pur non raggiungendo i massimi, Piazza Affari ha infatti recuperato, soprattutto grazie alle buone prestazioni dei finanziari.
Auto: osservata speciale
Senza le prestazioni negative del settore auto, probabilmente le Borse correrebbero ancora di più. Ma anche qui occorre fare alcuni distinguo. Se le chiusure degli stabilimenti in Germania influiscono in maniera devastante sui titoli, non si può dire altrettanto di Stellantis in Italia. Perché, dopo il tonfo seguito alle dimissioni di Carlos Tavares, il titolo della casa olandese ha pian piano recuperato, riassestandosi a Piazza Affari quasi sui livelli precedenti all’addio dell’ex amministratore delegato. Il valore dei titoli del comparto è comunque ridimensionato: proprio per questo, le azioni automotive potrebbero rivelarsi il cavallo su cui puntare per i prossimi investimenti. Alcuni rumours, oltretutto, rivelano che la spinta verso l’elettrico potrebbe esaurirsi già nel 2025. Secondo queste voci, il primo semestre dell’anno sarà molto duro per il settore, ma poi inizieranno le marce indietro dei governi di tutto il mondo. Europa compresa, dove ci si attendono da una parte il ritorno degli sgravi e dei nuovi contributi per chi acquista auto, dall’altro il ritorno all’endotermico e all’ibrido, accompagnato da studi per sfruttare combustibili alternativi e dal basso impatto ambientale. Con l’esclusione, come detto, dell’elettrico (che oltretutto ecologico non è): un po’ il ruolo devastante che il green deal nella sua versione radicale ha ricoperto nella crisi industriale tedesca ed europea, un po’ l‘impossibilità di trovare l’energia necessaria per alimentare un numero così forte di auto elettriche potrebbero infatti convincere anche la Commissione Ue a un passo indietro. Persino la Cina, che dalle e-cars ha da guadagnare parecchio, sta ridefinendo le sue strategie di mobilità, proprio per la difficoltà di alimentare tutte le vetture elettriche circolanti nel Paese.
Il riposizionamento degli spread
Novità dagli spread, unico ambito che ha risentito in maniera particolare del momento negativo che sta passando la Francia. E’ infatti cresciuto il differenziale tra i titoli di stato transalpini e quelli tedeschi, toccando quota 90 prima di ripiegare su numeri meno preoccupanti, mentre è sceso sotto quota 110 il rapporto Btp-Bund. Per un certo periodo, i due valori si sono avvicinati molto, dando l’impressione di potersi agganciare: sembra che gli investitori che hanno alleggerito la loro posizione su Parigi si siano approvvigionati dei nostri bond per rimpiazzare quelli francesi. E’ anche inutile dirlo: se il differenziale tra Italia e Germania fosse salito così rapidamente come quello transalpino, a Francoforte sarebbero scattati tutti gli allarmi rossi presenti nell’Eurotower. Intendiamoci: la difesa della posizione francese è più che mai corretta, ma ci si sarebbe aspettato un eguale zelo anche quando nella stessa posizione c’era l’Italia. Perché quando si difende un Paese membro – un qualsiasi Paese membro – si difende prima di tutto l’Europa.
Il record dei bitcoin
Ha suscitato scalpore il record stabilito dai bitcoin, che a 16 anni dalla loro comparsa, hanno raggiunto picchi difficilmente pronosticabili. A titolo di esempio, poco più di due anni fa, sul blog della Bce era comparsa una previsione fosca per la criptovaluta: secondo gli autori dell’articolo, i bitcoin avrebbero conosciuto “un ultimo sussulto indotto in modo artificiale prima di avviarsi all’irrilevanza”. Erano i tempi del crac Ftx, che ora sembrano un’altra epoca della storia. E’ però utile ricordare i due “motori” che hanno messo il turbo alle criptovalute: in primo luogo il successo degli Etf sui bitcoin, che hanno rappresentato il 50% di raccolta netta per un gigante come Blackrock; dall’altra, le dichiarazioni entusiastiche di Donald Trump, che ha anche cooptato il cripto-esperto David Sacks nel suo governo. A fare scalpore è stato il cambiamento di prospettiva del presidente eletto degli Stati Uniti: nel corso del suo primo mandato, il tycoon si era schierato in maniera inequivocabilmente contraria al mondo “cripto”, in difesa della centralità del dollaro. A contribuire all’ottimo momento dei bitcoin – per cui ora si profilano persino investimenti statali – è anche l’effetto-moda. Che occulta una domanda più che legittima: che cosa sono davvero le criptovalute? La risposta non è ancora pervenuta, ma i loro picchi positivi e negativi ci suggeriscono che, in realtà, non si tratti d’altro che di investimenti ad alto rischio. Se e quando si trasformeranno da asset digitali ad attività fungibili, forse il loro ruolo sarà più chiaro.
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Il fulmineo rimbalzo dei titoli bancari
Il timore di una crisi sistemica che inquietava i sonni degli investitori solo un mese fa sembra ormai un lontano ricordo: le azioni dei gruppi di credito europei hanno recuperato buona parte delle perdite e gli indici sono vicini ai massimi di inizio marzo. A essere penalizzati, gli operatori troppo prudenti, che hanno deciso di rimanere ai margini. Volano l'oro e le criptovalute
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana di Pasqua si è aperta bene per le Borse europee, mentre Wall Street è riuscita a recuperare la parità dopo una partenza negativa. In generale, i mercati si trovano in una sorta di trading range, con i titoli tecnologici che la fanno da padroni. Ora vedremo se avverrà un ritracciamento oppure, complici le prime trimestrali, si verificherà una nuova gamba rialzista.
Ma cos'è questa crisi?
La crisi bancaria, da parte sua, si sta sgonfiando anche negli Stati Uniti, mentre in Europa sembra ormai quasi del tutto rientrata. Nel nostro continente, il rimbalzo dei titoli bancari è stato infatti netto, inequivocabile e veloce e l'Italia non ha fatto eccezione. Dopo aver perso in media il 20%, le azioni del settore creditizio sono rimbalzate, recuperando due terzi delle perdite subite in marzo. E rendendo ora problematico entrare a chi ha deciso di prendersi una pausa e attendere. Questa scelta è stata fatta propria anche da grandi operatori di mercato, che hanno deciso di rimanere sottopesati attendendo lo storno. E lo storno si è verificato ma è durato meno di una settimana, cogliendo di sorpresa gli “attendisti” che non hanno avuto la forza di rientrare. Ora per questi operatori, non è facile capire cosa fare. Anche perché i dati sull'inflazione sono ancora poco confortanti – sebbene l'inversione di tendenza e la discesa non siano, a rigor di logica, così lontane.
Su la produzione industriale, ancora stabili i consumi
Nel nostro paese, in ogni caso, ci sono spiragli positivi sul fronte dell'economia reale. Secondo Banca d'Italia, la produzione industriale è tornata a salire dopo due trimestri chiusi in calo. Una buona notizia, che mostra quanto il settore sia tornato a brillare, dimostrandosi più reattivo che non in altri paesi europei. Il dato, decisamente incoraggiante, si aggiunge alla leggera crescita del pil, ma non traina i consumi, che restano stabili. Naturalmente, l'inflazione e la perdita del potere d'acquisto hanno assunto un ruolo decisivo in questo trend, soprattutto perché colpiscono energia e alimenti. È curiosa, ma anche esemplificativa, un'indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, secondo cui sono ormai 5,3 milioni i nostri connazionali che, per risparmiare, acquistano soltanto cibo prossimo alla scadenza (e quindi venduto con uno sconto, talvolta molto forte). L'attuale percentuale, pari al 12,1%, è quasi doppia rispetto a quella del 2018 (6,9%). Il reddito disponibile è dunque sceso. Ma i dati sul turismo a Pasqua, decisamente positivi, ci fanno sperare in segnali di ripresa anche su questo fronte: i numeri sono superiori ai livelli pre-Covid e, oltre all'afflusso di almeno un milione di turisti stranieri, hanno visto un contributo anche da parte di gitanti e vacanzieri italiani.
Sale il petrolio
A sabotare la ripresa dei consumi, però, potrebbe pensarci il petrolio, che è tornato sopra quota 80 dollari, ai massimi dallo scorso inverno. Il rincaro del greggio, che dipende essenzialmente dal taglio di produzione da parte dell'Opec+ su pressioni saudite, fa paura non tanto per i livelli raggiunti, ma per il trend verso l'alto che sembra poter proseguire ancora. Se viceversa la valutazione si arrestasse sugli attuali livelli, l'incremento sarebbe decisamente sopportabile per imprese e consumatori europei, dato che il dollaro – valuta di riferimento per le quotazioni dell'oro nero - si è recentemente indebolito. Il gas, dopo una “puntata” oltre i 50, è invece tornato più vicino a quota 40 e lascia sperare in un ulteriore decremento. Un elemento determinante sarà la temperatura della prossima estate: se il caldo raggiungesse livelli importanti, salirebbe la richiesta di energia per i climatizzatori, rischiando di innescare una spirale di aumenti ad Amsterdam.
Emergenza siccità
Ma a preoccupare davvero l'economia italiana è la siccità nell’Italia del nord. Il governo ha approvato un decreto per affrontare questa ennesima emergenza, ma la norma potrà solo fare da tampone: per vederne gli effetti si dovrà attendere un tempo molto lungo, - almeno tre anni. Alcuni interventi ulteriori, tuttavia, potrebbero essere affrontati subito. Per esempio l'uso, per alcuni servizi, dell'acqua attualmente non utilizzata - come, quella, abbondante, del sottosuolo di Milano, in grado di innaffiare senza rischi i parchi pubblici. E ancora: oggi si va ad attingere a 50 metri: si potrebbe discutere se sia il caso, in tutta sicurezza, di alzare il livello a 30. Il decreto affronta anche il tema della manutenzione della rete idrica, che si trova in una situazione talmente critica da disperdere una parte sostanziosa del proprio contenuto. È lecito aggiungere che questi lavori, un po' come la riqualificazione della rete elettrica, sarebbero dovuti risultare un obiettivo prioritario per l'utilizzo del denaro messo a disposizione dal Pnrr. Che invece è stato speso, in gran parte, per interventi infrastrutturali meno urgenti. Speso, sì, ma solo in minima parte: la quota maggiore del denaro stanziato dall'Europa è ancora inutilizzata. E questo, nonostante la vulgata comune, non è necessariamente un male: gran parte del tesoretto a disposizione viene erogato in forma di prestito, da restituire in tempi debiti; soltanto un quinto circa di questo denaro è a fondo perduto. In fondo, se lo stato dovesse attingere solo (o principalmente) a questa porzione, eviterebbe di indebitare i cittadini per gli anni futuri.
Oro, oro, oro
Titoli bancari su, petrolio su. Ma a fare il classico “botto” è stato l'oro. Non tutti ci credevano, ma il metallo giallo è riuscito a sfondare il muro dei 2.000 dollari – anche in questo caso, l'indebolimento del biglietto verde ha favorito il record. Il picco ha scritto, a suo modo, una pagina di storia. Ma, è bene tenerlo presente, la vera impresa è rimanere su questi livelli. Il che, naturalmente, non è affatto scontato. Anzi: su questo punto gli analisti si dividono in maniera molto netta. C'è chi preconizza un innalzamento a 2.500 o addirittura a 3.000 dollari e c'è chi prevede, nel caso in cui la Fed continuasse ad alzare i tassi, un rafforzamento del biglietto verde e una picchiata dell'oro sotto i 1.500 dollari. Sono decollate anche le criptovalute, spinte dal picco raggiunto da Doge, anche per l'endorsement di Elon Musk su Twitter.
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Deutsche Bank, allarme quasi rientrato
La scorsa settimana, il rimborso di un'obbligazione subordinata ha scatenato la tempesta che ha fatto crollare il titolo del gruppo tedesco. Ma i requisiti patrimoniali dell'istituto di credito e il peso politico della Germania dovrebbero rivelarsi sufficienti per difenderlo dalle speculazioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo le banche americane e il Credit Suisse, la crisi sistemica ha messo nel mirino Deutsche Bank, bersagliato a fine settimana dalle vendite a pioggia in Borsa. In questo caso, a scatenare le orde di speculatori è stata la decisione, da parte del colosso tedesco, di rimborsare in anticipo un bond subordinato di secondo livello da 1,5 miliardi di euro, che aveva scadenza nel 2028.
L'operazione è stata letta come un segnale di paura da parte della banca, dovuta all'improvvisa sfiducia sul mercato dei CoCo, innescata dalla clamorosa decisione che ha scaricato gli obbligazionisti di Credit Suisse, salvando nel contempo gli azionisti. Tanto più che Deutsche Bank, pur soddisfacendo senza alcun problema i requisiti minimi di patrimonio, ha in pancia parecchi derivati e titoli illiquidi. L'attacco speculativo ha prodotto il picco dei credit default swap a quota 203 e il successivo crollo delle azioni sulla Borsa di Francoforte. Tuttavia, alla riapertura dei listini dopo il fine settimana, il titolo di Deutsche Bank ha rimbalzato di circa il 6%, prestando ascolto alle rassicurazioni espresse dal cancelliere Olaf Scholz nel pieno della tempesta. E trascinando le borse europee nuovamente in territorio positivo.
Ruolo centrale
Le paure non si sono ancora del tutto dileguate, ma sembra lecito un certo ottimismo. In primo luogo, come già anticipato, i requisiti patrimoniali della banca sono abbondantemente superiori al limite minimo. Poi occorre sottolineare il peso politico della Germania e il ruolo centrale rivestito da Deutsche Bank nella sua economia, che la rende più difficile da colpire, nonostante problemi passati, derivati e . Da una crisi seria del più importante istituto tedesco potrebbero derivare minacce all'Europa (e alla sua moneta) almeno pari a quelle provenienti dai debiti sovrani. In altri termini, se salta Deutsche Bank rischia di saltare l'euro. E questa evenienza, naturalmente, deve essere evitata a tutti i costi. Il board della Bce, è vero, non è più quello improntato al whatever it takes, e ha dimostrato di non saper cogliere l'emergenza, proseguendo imperterrito nel suo rialzo dei tassi. Ma esiste una linea rossa che – confidiamo – non potrà essere superata. Anche perché fermare gli attacchi a una banca, nel caso in cui i suoi requisiti patrimoniali siano buoni, non è così proibitivo: nel caso in cui i fondi speculativi americani provassero una nuova campagna contro Deutsche Bank, alla Bce basterebbe acquistare obbligazioni subordinate per rimarginare l'attacco.
Caos CoCo
Detto questo, non si può negare che la risoluzione del caso Credit Suisse, con il salvataggio degli azionisti e l'abbandono del CoCo, abbia causato parecchi problemi, mettendo a rischio una parte del settore obbligazionario. È stato creato un precedente che preoccupa un numero molto grande di investitori e rischia di mettere in ginocchio un mercato. E di creare grossi problemi a qualsiasi banca che decida – come ha fatto Deutsche Bank – di liquidare obbligazioni subordinate in anticipo. Oltre a questo, come era prevedibile, il sovvertimento della normale gerarchia ha causato valanghe di cause contro il Credit Suisse; il vortice di controversie si unisce al chiaro imbarazzo sul fronte Antitrust, che ha creato un colosso capace di coprire il 75% del mercato svizzero. Una quota che fino a 20 anni fa era divisa fra tre banche, ridotte a due dopo la fusione inversa con cui Sbs ha acquistato Ubs, assumendone poi il nome, e a una dopo la crisi Cs. Intendiamoci bene: il Credit Suisse doveva essere salvato, e Banca Nazionale, Finma e Consiglio Federale hanno concluso un'operazione in tempi davvero rapidissimi. Tuttavia, la nazionalizzazione della banca si sarebbe probabilmente rivelata una soluzione migliore. La pensano così i cittadini svizzeri, che in un sondaggio hanno bocciato la mega-fusione, timorosi che la garanzia statale possa gravare sulle loro tasche. La pensano così, lo ripetiamo, anche quegli obbligazionisti che (cause permettendo) si ritroveranno con un pugno di mosche. Tutto questo mentre anche tra gli azionisti serpeggia un certo malumore – in questo caso, però, non contro le istituzioni svizzere, ma nei confronti di Ammar Al Khudairy, presidente di Saudi National Bank (primo azionista del Credit Suisse), che con le sue incaute dichiarazioni ha involontariamente dato il la all'attacco speculativo, causando perdite milionarie. Non per niente Al Khudairy ha rassegnato le proprie dimissioni dalla carica, motivandole con non precisati “motivi personali”.
Banche, opportunità di investimento
Più in generale, la crisi bancaria e i timori di recessione globale hanno causato flessioni nei mercati finanziari, che però sono riusciti a rimbalzare dopo il week end. L'orso ha coinvolto soprattutto l'Europa, che ha chiuso due settimane in rosso, mentre le Borse Usa sono cresciute nonostante le criticità delle banche locali. Osservando i trend a più largo raggio, si osserva che la flessione di fine marzo, caratterizzata dall'attuale sentimento negativo, non intacca un trimestre all'insegna di una lunga cavalcata dei mercati, ma ne è (almeno in parte) una normale reazione. Meglio quindi non enfatizzare le flessioni attuali, anche considerando che il mese di marzo chiude tradizionalmente in calo. Un calo che invece fa di questi giorni il momento giusto per entrare nel mercato, soprattutto per quanto riguarda i titoli bancari. La situazione attuale rende particolarmente appetibili gli investimenti nel settore creditizio, che ha subito perdite importanti negli ultimi dieci giorni. Oggi, essere in possesso di un portafoglio equity di banche potrebbe rappresentare un’opportunità. Naturalmente occorre, come di consueto, saper gestire i nervi e la volatilità, oltre che il rischio recessione. Ma questi, è persino inutile ricordarlo, sono pericoli legati a ogni investimento, soprattutto in un periodo caratterizzato dal rialzo continuo dei tassi. Rischio economico a parte, la solidità e la validità del mercato bancario non sono in discussione e i cali degli ultimi giorni preannunciano nuovi rimbalzi nel prossimo futuro, facendo delle azioni del settore un'ottima opportunità di acquisto. Soprattutto in vista delle trimestrali, che a quanto ci si aspetta, saranno di ottimo livello.
Fed: fine dei rialzi?
Un ottimo traino per un nuovo rimbalzo, oltre alle trimestrali delle banche, potrebbe essere costituito dalla possibile fine del ciclo di rialzo da parte della Federal Reserve. Non è infatti escluso che il ritocco “dimezzato” di marzo (25 punti invece di 50) costituisca l'ultimo intervento dell'istituto centrale americano. Il rialzo è stato veloce e violento, e solo ora vediamo gli effetti sull'inflazione. Che, con il costo del denaro a 5,25%, è ormai sotto controllo e in discesa.
Ora destano curiosità le prossime mosse della Bce, anche in virtù del continuo calo del prezzo del gas, ormai a un passo da quota 40. Vedremo anche come influirà sui costi delle materie prime la battaglia sui nuovi carburanti delle automobili, che ha parzialmente corretto il passaggio tout court all'elettrico, affiancandogli, appunto, le nuove “benzine ecologiche”.
Finora, l'Europa ha puntato sull'e-fuel (sintetico) escludendo i biocarburanti, il cui uso era caldeggiato dall'Italia e che si basano su materiali naturali (scarti e biomasse). Non si comprende il motivo di questa limitazione, se non accontentare la Germania e salvare, almeno in parte, l'agenda 2035. Tuttavia, sebbene più ecologiche dell'elettrico – problematico sia per i problemi di smaltimento, sia per il possibile utilizzo di centrali a carbone per produrre il surplus energetico – queste “nuove benzine” non sono esenti da problemi: gli e-fuel sono ancora molto costosi, mentre i biocarburanti dipendono dai rischi del settore agricolo, soprattutto se la siccità affliggerà i nostri campi con maggiore frequenza.
Beni rifugio: esistono ancora?
Intanto, si torna a parlare di beni rifugio. Ma, almeno nell'accezione classica, questa categoria non esiste più. L'oro è ormai troppo volatile, e finora non è mai riuscito a stabilirsi oltre quota 2.000 dollari, vera e propria soglia psicologica per il metallo giallo; di contro, un'eventuale flessione a 1.910 dollari potrebbe innescare un rischio ribassista.
Il franco svizzero ha resistito molto bene alle maxigaranzie pubbliche per la fusione Ubs-Credit Suisse, ma le pressioni sono comunque molto forti, e la possibilità di un arretramento non è poi così peregrina. Qualcuno ha addirittura inserito fra i nuovi beni rifugio il bitcoin, sottolineandone la performance (+40%) innescata dalla crisi bancaria. Una vera assurdità: se le criptovalute, che sono tra gli asset più rischiosi in assoluto, vengono definiti “beni rifugio”, questa categoria non ha davvero più senso di esistere. Piuttosto, dalla crescita di questi investimenti traspare il pessimismo di quella parte di investitori che teme nuovi sviluppi dalla crisi bancaria.
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La recessione più annunciata di sempre
Al World Economic Forum di Davos, la maggioranza degli economisti ha definito “estremamente probabile” una recessione in realtà prevista da mesi. Stupiscono invece i mercati, che hanno aperto il 2023 positivamente e potrebbero rimbalzare fino alla pubblicazione delle trimestrali
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana si è aperta con il ritorno del Word Economic Forum di Davos. Tra gli argomenti della kermesse, la lotta contro le disuguaglianze economiche e il contrasto alla crisi climatica del pianeta. Due iniziative senz'altro lodevoli, che però cozzano con il comportamento degli autorevoli invitati alla convention grigionese.
Un esempio su tutti; ha fatto scalpore la modalità con cui i congressisti hanno raggiunto la Svizzera, e cioè a bordo dei loro (superinquinanti) jet privati.
Già questo dato fa del Wef 2023 il festival mondiale dell'ipocrisia, in palese contraddizione sia con il contrasto alle disuguaglianze, sia con l'agenda “verde”. Gli aerei privati che hanno varcato lo spazio aereo della Confederazione – afferma un'indagine Greenpeace – inquinano come circa 350.000 auto e hanno quadruplicato le emissioni medie di Co2 in una settimana; inoltre, la maggioranza dei velivoli (53%) proviene da località sotto i 750 chilometri, raggiungibili senza particolari problemi anche in treno o in automobile (o almeno con un aereo di linea).
Per il resto, al World Economic Forum si è prevista una recessione per il 2023 (definita “estremamente probabile” dai due terzi degli economisti presenti) con una crescita debole in Europa e negli Stati Uniti.
Quella che tecnicamente stiamo già vivendo, si potrebbe commentare, è la recessione più annunciata di sempre. Anche se, è bene ricordarlo, ogni previsione, anche la più logica, può essere smentita.
Mercati tranquilli
A dimostrarlo è l'andamento dei mercati: ci si aspettava un periodo poco brillante, all'insegna dei cali e della scarsa redditività. E invece è avvenuto il contrario: i listini hanno aperto il 2023 molto bene.
Ora stiamo vivendo una prevedibile fase di riflessione, che dovrà consentire alle Borse di assimilare un inaspettato rimbalzo del 10%. A breve, dopo questo stop tecnico, i trend potrebbero tornare a crescere, per poi fermarsi con la pubblicazione dei primi dati trimestrali: gli utili (o almeno gran parte di essi) risentiranno della recessione e facilmente non saranno buoni. Per questo motivo, la strategia migliore è al momento quella prudente: rimanere negli investimenti ma evitare i rischi.
Ad approfittare della situazione positiva sono state (inaspettatamente) anche le criptovalute: bitcoin ed ethereum hanno rimbalzato e sembrano aver ricostruito una base solida e stabile. Vedremo nel corso dell'anno se avverrà un ritorno di questo asset o se invece si sarà trattato di un fuoco di paglia. Sicuramente, crisi e fallimenti hanno ridotto la platea degli investitori in criptovalute: secondo una ricerca di Kaspersky, diffusa pochi giorni fa, il 48% degli utenti ha rinunciato a utilizzarle perché teme di perdere denaro a causa della loro volatilità, mentre il 10% ha smesso di investirci dopo aver già lasciato denaro sul terreno.
Sempre consigliabile, invece, l'acquisto di obbligazioni. È impensabile recuperare ciò che si è perso l'anno scorso; tuttavia, scegliendo un orizzonte temporale triennale, è possibile portare a casa un 5%-6% annuo con un’attenta selezione.
Usa, rallenta l'inflazione
Negli Stati Uniti l'inflazione sta finalmente rallentando: i risultati di dicembre hanno mostrato una contrazione sia dei dati mensili, sia di quelli annuali, che con un +6,5% hanno fatto registrare i minimi da 14 mesi (a novembre il dato era del 7,1%).
Le indicazioni provenienti da oltre oceano non stupiscono: per accorgersi del calo generale dell'inflazione è sufficiente osservare la diminuzione sensibile dei prezzi delle materie prime. Una tendenza che, teoricamente, dovrebbe fare bene all'Europa ancor più che agli Usa. Non per niente, il nostro continente ha chiuso due mesi di inflazione negativa, anche se la comunicazione di questo dato non è stata del tutto chiara.
Il petrolio non decolla, la benzina sì
A proposito di materie prime, ci si chiede per quale motivo in Italia i prezzi della benzina alla pompa siano schizzati così in alto. Lo stop allo sconto delle accise non è sufficiente a spiegare un aumento così deciso delle tariffe al consumo, dato che il greggio è ancora sotto quota 90: non si capisce se davvero sia in atto una manovra speculativa, oppure se il rincaro dipenda dalle nuove sanzioni contro Mosca, che dallo scorso 5 dicembre hanno proibito il trasporto marittimo del greggio russo e dal prossimo 5 febbraio vieteranno anche il trasferimento di prodotti petroliferi provenienti dalla Federazione verso paesi terzi.
Il sindaco di Londra: “ridateci l'Ue”
La scorsa settimana hanno fatto scalpore le parole di Sadiq Khan sulla Brexit: il sindaco di Londra ha infatti denunciato apertamente i danni provocati dall'uscita inglese dall'Ue, chiedendo a gran voce un passo indietro (improbabile), o almeno l'apertura di trattative per una riadesione al mercato unico europeo, anche se dall'esterno (meno difficile).
A fare clamore è stata la modalità della comunicazione, apertamente critica nei confronti dei Conservatori, ma anche del leader laburista Kein Starmer, che ha dato per acquisita l'uscita dall'Ue, limitando il suo impegno a “far funzionare” la Brexit. Non ha invece stupito il contenuto del messaggio: Khan rappresenta una città cosmopolita come Londra, che aveva votato per rimanere nell'Ue e che ha subito gli impatti più negativi della crisi post Brexit. La capitale ha sofferto più di ogni altra città la carenza di manodopera straniera legata all'abbandono britannico dell'Ue e alle strette regole stabilite dall'ex premier Boris Johnson. Ha causato problemi anche l'uscita da Londra di persone molto abbienti, che hanno scelto di stabilirsi nel continente (anche Milano ne sta ricevendo benefici).
Più in generale, la Gran Bretagna ha chiuso il 2022 con un'inflazione più alta rispetto alla media europea.
Rincari in Giappone
Un rialzo dell'inflazione è avvenuto anche in Giappone, investito da un'ondata di aumenti. Simbolo della nuova situazione, il rincaro dei biglietti della metropolitana di Tokyo, fermi dal 1995 e cresciuti del 6%.
I rialzi hanno portato il premier Fumio Kishida ai minimi della popolarità tra i cittadini. Occorre però ricordare che il Giappone non è autosufficiente per l'energia e mantiene comunque un tasso di inflazione più basso rispetto al resto del mondo. Ovviamente – e questo accade dappertutto – i conti pubblici devono quadrare e a pagare il conto è solitamente la popolazione. Proprio per questo motivo occorrerebbe un approccio meno rigido al contenimento dei debiti pubblici, che non sono di per sé un male, a condizione che si dimostrino in grado di far crescere il PIL, sostenere il benessere degli abitanti e generare più crescita per il paese.
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Recessione alle porte
Secondo alcuni analisti finanziari, il 2023 potrebbe rivelarsi l'anno peggiore per l'economia dalla crisi del 2009. L'economista Nouriel Roubini calca la mano e prevede che la depressione sarà lunga e dolorosa per famiglie e aziende. Tuttavia, le Banche centrali non hanno cambiato strategia rispetto a 14 anni fa, limitandosi a uno scontato rialzo dei tassi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La recessione mondiale sembra ormai alle porte. Per l'economia globale il 2023 rischia di essere l'anno peggiore dal 2009. E, tra i paesi occidentali, la Gran Bretagna sembra essere l'apripista verso questo scenario da incubo.
Nouriel Roubini, uno dei pochi economisti ad avere previsto la crisi del 2008, ha persino rincarato la dose: secondo il professore della New York University, la recessione che sta per arrivare sarà molto brutta, potrebbe durare anni e farà soffrire molto famiglie e imprese, mentre i governi non saranno nelle condizioni di introdurre adeguate facilitazioni fiscali per la mancanza di margini.
I dati sull'aumento delle spese confermano i primi segnali di tempesta. Un esempio su tutti: in Germania, i prezzi alla produzione di agosto sono saliti del 45,6% annuo, mentre il costo dell'energia ha registrato un aumento del 20,4% su base mensile e del 139% a livello tendenziale. Si tratta dei rincari più alti mai registrati dall'inizio dell'indagine statistica nel 1949.
Vecchi rimedi
La storia, si dice, è maestra di vita: per affrontare questa tempesta incombente dovremmo imparare da quanto è accaduto in passato, e possibilmente evitare gli errori commessi.
E invece no: le banche centrali si comportano come fecero nel biennio 2008-09. E cioè, si limitano ad alzare i tassi. Mentre le poche misure (comunitarie e nazionali) introdotte in Europa contro il caro-energia e i costi folli del gas si rivelano inefficaci e confuse – con l'eccezione del tetto introdotto autonomamente in Spagna e Portogallo.
In Spagna e Portogallo. Non in Italia, dove si è puntato sui crediti di imposta per aiutare le aziende a pagare le bollette. Va da sé che la misura è monca: aiuterà infatti alcune imprese e ne escluderà altre, dato che per godere di un credito di imposta occorre avere utili. Paradossalmente, saranno lasciate fuori le aziende con più necessità di sostegno, che dovranno fronteggiare senza alcun aiuto il pagamento di bollette aumentate di sei-sette volte.
Ma se Roma piange, Bruxelles non ride. La proposta del tetto al prezzo del gas è ferma su una scrivania perché non trova l'unanimità dei paesi membri, e neppure il disaccoppiamento tra le tariffe del gas e quelle dell'energia è scontato. Unica certezza è che il prossimo 30 settembre, data in cui i ministri dell'energia si troveranno di nuovo, saranno introdotti razionamenti e limitazioni per il cittadino. Per dirla con il cantautore milanese Walter Valdi, semper mì. Cioè: le situazioni scomode vengono scaricate regolarmente sul consumatore, che alla fine è costretto a pagare per errori altrui.
Aria di bonaccia
In questa calma innaturale, che sembra tanto la quiete prima della tempesta, una cosa è chiara: che la questione energetica e le sue variabili rendono la situazione attuale potenzialmente più grave rispetto a quella del 2008. Con conseguenze imprevedibili: solo una (probabile) contrazione del Pil pari al 2,5% equivale a mezzo milione di posti di lavoro in meno. Davvero una patata bollente per chiunque vinca le prossime elezioni.
Nel mentre, è passata praticamente sotto silenzio la violazione dei confini armeni da parte delle truppe azere. Avvenuta, fra l'altro, a poche ore di distanza dall'accordo di fornitura del gas fra Unione Europea e Azerbaigian.
Ciò conferma inequivocabilmente quanto si diceva all'inizio della crisi ucraina: misure come le sanzioni possono essere coerenti con un'idea di pace, democrazia e rispetto delle leggi internazionali solo se sono comminate a tutti i paesi che non rispettano i diritti umani. Indistintamente. Un'impresa impossibile, dato che la maggioranza di chi ci fornisce materie prime non brilla certo sotto questo aspetto. La non reazione dell'Ue alla crisi armeno-azera non fa che confermare, ancora una volta, questa incoerenza.
Federer, fine di un'era
Se la nuova crisi ci fa tornare indietro di 14 anni, l'annuncio di Roger Federer, che ha comunicato il suo ritiro dal tennis dopo la Laver Cup, ci riporta al 2001 - anno in cui il fuoriclasse basilese vinse il suo primo torneo Atp, a Milano.
L'inizio dell'era-Federer coincide con gli anni dell'euromania: nel 2002 la moneta unica fu accolta con entusiasmo ai quattro angoli d'Europa e nel 2003 - anno in cui il tennista renano conquistò il suo primo slam, sull'erba amica di Wimbledon - la nostra valuta cavalcava l'onda della grande rivalutazione sul dollaro. Mentre cresceva il boom dell'europeismo, favorito anche dai voli low cost e dal crescente scambio di esperienze tra cittadini dell'Unione (soprattutto giovani).
Oggi, l'euro è sotto la parità con il dollaro, e ancor più sotto nel rapporto con il franco svizzero, l'economia ha subito una serie di crisi devastanti e l'euroscetticismo è ai massimi. Il nostro continente ha abbandonato il suo ruolo di “gigante economico” e si è impoverito, mentre il resto del mondo si è arricchito.
Dove abbiamo sbagliato? È mancata del tutto la coesione. Pensavamo di entrare in una nuova era, ma purtroppo non abbiamo sviluppato quell'unione politica e fiscale che si sarebbe dimostrata necessaria per competere con Stati Uniti e Far East.
Il passo non è stato compiuto, e ciò ha reso impossibile la fase successiva, e cioè la progettazione di un debito pubblico comune, vero scudo contro ogni possibile attacco all'euro e alla nostra leadership economica.
Trent'anni dal “mercoledì nero”
Si parlava del primo torneo vinto da Federer da professionista, all'ombra del biscione visconteo di Milano. Alcuni anni prima, il tennista svizzero ancora bambino aveva dominato un altro torneo, questa volta da junior, sotto un altro biscione visconteo, quello di Bellinzona. Correva l'anno 1992. Quello del “mercoledì nero”, che vide affossare la lira e la sterlina sotto i colpi di un attacco speculativo, e il cui trentennale è stato ricordato alcuni giorni fa.
L'euro non c'era ancora e i paesi Ue avevano la possibilità di svalutare. Però, Italia e Gran Bretagna erano state costrette uscire dal sistema di cambi dello Sme, con gravi ripercussioni sull’economia.
Il “mercoledì nero” ha rappresentato la prima “scommessa” contro l'Italia da parte della finanza speculativa – libera, ora come allora, di mettere in ginocchio intere economie.
Sempre nel 1992, alcuni mesi prima, il governo italiano aveva inaugurato la stagione di privatizzazioni e di dismissione del patrimonio dello stato. Da allora, si è pian piano ridotta la classe media. Oggi, per la prima volta nella storia, i figli stanno peggio dei propri genitori, e i ragazzi non riescono più a farsi una famiglia, braccati da crisi, disoccupazione e dumping salariale, innescato anche dalla concorrenza della crescente manodopera straniera.
Petrolio, la grande incognita
C'è tranquillità, invece, sul fronte del petrolio, che si sta deprezzando. Il trend sta creando malumori nell'Opec+: i produttori, guidati dall'Arabia Saudita, sono intenzionati a fermare la discesa delle quotazioni.
Sembra che il decremento del greggio sia stato influenzato da un'operazione dell'amministrazione Biden, che in vista delle elezioni di mid term, sta ricorrendo alle riserve strategiche per evitare rincari della benzina. Per motivi essenzialmente elettoralistici.
Dopo il rinnovo delle camere – o comunque all'esaurimento delle riserve – gli Stati Uniti dovranno però ricostituire il magazzino. E in quel momento, è prevedibile che il prezzo del greggio torni a salire. Senza che sia necessario l'intervento dell'Opec+.
Scende, invece, l'oro. Il trend è l'ulteriore dimostrazione di quanto siano confusi oggi i mercati: il metallo giallo non protegge più dall'inflazione. Il dato potrebbe anche essere condizionato dalla vendita di oro da parte della Russia, per finanziare la guerra in Ucraina.
Le Borse, da parte loro, sono nervose e volatili per il nuovo, possibile rialzo dei tassi negli Stati Uniti, oltre che per la crisi incombente. Per questo, sono ancora consigliati i titoli difensivi, come le utility e i petroliferi. Disco rosso, invece, per le azioni industriali: su questo fronte è meglio aspettare di capire come sarà affrontata la tempesta-bollette.
Il merge di Ethereum
Soffrono i mercati e soffrono le criptovalute, influenzate anche dal nuovo decremento dei titoli tecnologici e del Nasdaq. A questa discesa non si sottrae neppure Ethereum, nonostante la grande operazione (il merge) che ha portato la moneta virtuale dall'inquinante ed energivoro proof of work al più sostenibile proof of stake.
Per ora, la scelta non ha premiato le quotazioni, mantenendo Ethereum in linea con le altre crypto. Un domani, però, questa divisa virtuale potrebbe invertire la tendenza generale, premiata da una scelta all'insegna della sostenibilità.
In futuro, la vendita di Bitcoin e il contestuale acquisto di Ethereum potrebbe rivelarsi una strategia tutt'altro che remota – perché si avveri, però, è necessario che qualche grande investitore rompa l'attesa e traini il mercato verso questa scelta. Una mossa che, naturalmente, al momento non può essere prevista.
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I dividendi frenano la crisi
Le aziende italiane staccano le prime cedole, che in generale sono molto buone e in linea con le previsioni. Se il trend fosse confermato, i risultati delle imprese quotate potrebbero sostenere il valore delle quotazioni. Guerra (e Covid) permettendo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Le previsioni sui dividendi delle aziende italiane prefiguravano rendimenti generosi, per una media fra il 4,5% e il 5% e lo stacco delle prime cedole ha confermato l'ottimismo. In particolare, a offrire remunerazioni molto alte sono Stellantis, Mediolanum e Banco Bpm, recentemente agli onori della cronaca per l'ingresso di Crédit Agricole fra i propri azionisti.
Più bassa invece la cedola di Unicredit: il gruppo bancario ha anche rinviato (dal 27 aprile al 4 maggio) l'approvazione della trimestrale, per gestire la forte esposizione verso la Russia. Un problema destinato ad avere un impatto significativo per la banca di piazza Gae Aulenti, che ha già registrato un calo delle quotazioni del 30% da inizio anno.
Bond, convenienti solo oltre oceano
Sicuramente sono buone le prime trimestrali americane, che hanno visto sorridere soprattutto le aziende tradizionali. Anche se sulle imprese statunitensi pende una spada di Damocle: il rialzo dei tassi, che probabilmente si spingerà anche oltre il 3% dichiarato entro fine anno.
La mossa della Fed è in grado di rilanciare il comparto obbligazionario che con percentuali di questo genere può tornare a proporsi come alternativa credibile all'azionario. Un'eventualità simile è invece da escludersi in Europa. Un esempio su tutti, il rendimento del Bund tedesco, che la scorsa settimana ha toccato lo 0,80%, un livello che non si vedeva da più di dieci anni. Se non che, con l'inflazione al 7%, la perdita per gli obbligazionisti “cassettisti” è fin troppo chiara – ed è molto maggiore rispetto ai tempi in cui i buoni del tesoro tedeschi offrivano una performance di -0,30%, ma con inflazione a zero.
Certamente la guerra russo-ucraina e i suoi risvolti continuano a piazzare ostacoli sulla strada della ripresa dei mercati e dell'economia: il petrolio non scende da quota 100, il prezzo del gas galoppa e i beni alimentari costano sempre di più. In particolare, la crisi bellica sta impattando sulla produzione di grano in Ucraina, con ovvi rincari su pasta, pane e filiera alimentare in generale. Un problema serio in Europa e drammatico nell'Africa subsahariana, dove il rincaro dei beni di prima necessità potrebbe creare un vero disastro umanitario.
Cina, il lockdown ferma le aziende
Ad aggravare il contesto ci sono i nuovi lockdown cinesi, che coinvolgono circa 400 milioni di persone, concentrate nelle aree produttive del paese. Lo stop delle attività, oltre a creare problemi molto importanti per la popolazione, si sta riverberando a cascata sulle società occidentali, costrette a fermare la produzione in aree chiave del territorio cinese.
Per contrastare un effetto domino che potrebbe causare ulteriori difficoltà all'economia di tutto il mondo, le autorità locali hanno annunciato, per la città di Shanghai, l'introduzione di sistemi “a bolla” negli stabilimenti. Vale a dire: i lavoratori non lasceranno l'impresa – e dormiranno anche al suo interno – per riattivare la produzione senza rischiare contatti con persone al di fuori del perimetro aziendale. Un sistema, questo, sperimentato anche in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Pechino.
A quanto si sa, a questo schema aderirà Tesla, che fornirà pasti, sacchi a pelo e materassi ai dipendenti, oltre a un'indennità aggiuntiva.
Battaglia su Twitter
Tutto questo mentre il nome di Elon Musk è in evidenza per un'altra operazione: i 43 miliardi di dollari sul piatto per il 100% di Twitter. Un'offerta che è inferiore del 40% rispetto al massimo valore raggiunto dalla società dei cinguettii: si può dire che il magnate americano abbia scelto i tempi con accuratezza, dopo essersi convinto che è più economico acquistare un social network già collaudato piuttosto che partire da zero, come da intenzioni iniziali.
Il tentativo del numero uno di Tesla è sostenuto dal mercato - che attualmente rende Twitter l'unica società tecnologica a offrire performance in Borsa - e applaudito dai sostenitori del “libero pensiero”, principio che Musk vuole introdurre nella policy del social network.
All'offerta di “mister Tesla”, l'attuale proprietà di Twitter ha reagito con un'alzata di scudi, innescando una battaglia dagli esiti tutt'altro che chiari.
Addio al quantitative easing: sarà vero?
Tra i protagonisti della scorsa settimana c'è anche la Banca Centrale Europea, che ha comunicato la rimodulazione del quantitative easing per il terzo trimestre. Vedremo se l'Eurotower lo farà davvero: più volte, Christine Lagarde ha annunciato operazioni che alla fine sono state rimandate, smentite o annacquate.
Per ora siamo davanti a un annuncio e nulla più, probabilmente diffuso per tastare il polso dei mercati e studiare reazioni e impatti. Non per niente, gli acquisti di bond vanno avanti. In futuro potrebbero anche diminuire, ma sembra escluso che la Bce possa permettere una caduta libera dei titoli di stato, cosa che metterebbe di nuovo al centro la possibilità di un break up dell'euro.
Nell'incertezza che la Bce segua le scelte della Fed sui tassi, è certo invece che l'inflazione europea è molto diversa da quella americana. Oltre oceano, il fenomeno è infatti anche legato ai salari, in un mercato del lavoro molto effervescente: per ogni disoccupato americano c'è una media di 1,7 posti disponibili. Mentre in Europa siamo esattamente all'opposto.
Il dollaro si avvicina all'euro
La guerra russo-ucraina continua a influire negativamente sull'euro: il dollaro ha sfondato la soglia psicologica di 1,08. Il biglietto verde potrebbe rafforzarsi ulteriormente, anche se è molto difficile che arrivi alla parità visto l'elevato livello del debito pubblico Usa.
Sul valore del dollaro incombe anche la posizione della Cina, che – se solo lo volesse – potrebbe liquidare il debito pubblico americano, facendo impennare i rendimenti dei titoli di stato. Un'arma molto potente, che Pechino ha in mano da molti anni e che un giorno potrebbe minacciare di utilizzare.
Un giorno, appunto, ma non ora. L'economia cinese dipende troppo dall'esportazione nel mondo occidentale e un'operazione così estrema si rivelerebbe un boomerang ancora più distruttivo che non le sanzioni introdotte dall'Europa contro la Russia.
Bitcoin in calo
Infine un accenno ai bitcoin, che continuano il loro movimento laterale. E questo non sorprende: le criptovalute sono un asset ancora troppo fluido, che però sembra mantenere una buona correlazione con il mercato tecnologico e il Nasdaq.
Il trading range dei bitcoin da inizio anno è comunque molto vasto, compreso fra i 35.000 e i 45.000 dollari. Aspetto non trascurabile poi è la negoziazione delle criptovalute: acquistarle è molto semplice, ma venderle presenta complicazioni. Sempre più banche creano, infatti, molte difficoltà ad accettare denaro da piattaforme specializzate nella compravendita di monete virtuali per timori legati all'antiriciclaggio e alla tracciabilità.
In futuro, questi problemi potrebbero anche essere risolti, ma ora sembra ancora troppo presto per considerare le criptovalute una normale e agevole forma di investimento.









