Il “Trump Trade” fa volare i mercati americani
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La rielezione di Donald Trump ha trainato in maniera clamorosa le Borse americane, con record storici per Dow Jones e S&P500, mentre si sono verificati anche apprezzamento del dollaro (mai così forte sull’euro da metà aprile), ottima performance dei Treasury e poderoso balzo in alto dei bitcoin. La reazione decisamente euforica dei mercati made in Usa, definita Trump Trade, dipende sicuramente dal risultato netto uscito dalle urne (le Borse, come più volte ripetuto, non amano l’incertezza), ma soprattutto dal programma economico del tycoon, molto favorevole alle imprese e orientato al calo delle tasse per le aziende, con una campagna di reindustrializzazione del Paese. L’ampiezza dei risultati di Trump e la vittoria repubblicana in entrambe le Camere nel Congresso hanno reso ancora più netto l’entusiasmo dei mercati. Ma, per mantenere alto il morale, la nuova amministrazione americana dovrà mettere in atto il suo programma entro due anni. Prima, cioè, che un’eventuale ripresa dei democratici alle prossime elezioni di mid term tolga ai repubblicani la maggioranza di almeno una Camera. L’azione di Trump dovrà quindi dimostrarsi rapida, e le Borse americane sembrano averne preso coscienza.
Europa in controtendenza
Molto diverse, invece, le reazioni in Europa, dove i listini hanno accolto il trionfo del candidato repubblicano con un balzo all’indietro. In particolare, il nostro continente ha scontato le paure per i dazi, ma anche i timori sorti in Messico e in Sudamerica, macroaree in cui sono molto presenti le banche spagnole, il cui deprezzamento si è esteso, in un effetto domino, agli istituti di credito europei. Il parziale recupero di lunedì scorso, che sembrava aver coinvolto anche l’Europa nell’entusiasmo trumpiano, è stato poi smorzato il giorno seguente. Naturalmente, in un’economia malata come quella europea, anche un raffreddore si può trasformare in un febbrone da cavallo. Per l’Ue, le previsioni 2025 sono negative, e questo sicuramente non fa bene ai grafici delle Borse. A peggiorare le cose, le dimissioni di Olaf Scholz e le elezioni anticipate che creano ancora più incertezza per il futuro. Anche perché, se la Cdu-Csu è favoritissima per la vittoria finale, sembra comunque certo che non raggiungerà la maggioranza assoluta, obbligando i Cristiano Democratici ad allearsi con i liberali e, forse, anche con i socialisti nell’ennesima riedizione della Große Koalition. Una prospettiva di questo tipo potrebbe convincere gli elettori più conservatori della Cdu – già intimoriti dalle prospettive catastrofiche dell’economia – a rivolgersi più a destra, aprendo scenari inediti. Tutto questo mentre in Europa la Commissione von der Leyen 2 non si è ancora insediata, ma ha intenzione di proseguire la linea dell’esecutivo uscente, fortemente orientato a ostacolare il rilancio e penalizzare industrie e produzione. Se l’economia europea ancora resiste, nonostante la situazione preoccupante, occorre ringraziare il Pnrr e il calo dei tassi Bce, operazione che è ormai avviata e che presumibilmente proseguirà a pieno ritmo nei prossimi mesi.
Tassi: ultimo taglio Fed?
Attualmente, le politiche monetarie delle tre grandi banche centrali sono allineate: pochi giorni fa, sia la Banca d’Inghilterra, sia la Federal Reserve hanno diminuito i tassi di 25 punti base, portando il trend generale al ribasso. Ma, mentre ci si aspetta che Threadneedle Street si allinei alla tendenza seguita dall’Eurotower, Washington potrebbe fermarsi. Per due ragioni, una positiva e una negativa: in primo luogo, la campagna di incentivi alle aziende promessi da Trump, che potrebbero dare benefici al sistema economico; secondo, la possibilità concreta che gli Stati Uniti tornino a parlare di dazi, con il rischio di un rincaro dei prezzi e di un colpo di coda dell’inflazione negli Usa. Uno stop della Fed sui tassi, contemporanea a nuovi tagli a Francoforte e a Londra, potrebbe dare ancora più forza al dollaro, già sotto la fascia di sicurezza degli 1,06 per un euro; tuttavia, non sono solo le politiche monetarie a influire sul valore di una moneta, ma molte altre varianti. Per esempio, il debito pubblico, che negli Stati Uniti è molto alto.
Petrolio in calo
Se il dollaro sale, a scendere è il petrolio: il Wti si è avvicinato alla soglia psicologica dei 68 dollari al barile, mentre il Brent è nella parte bassa della fascia 70-80. Una notizia buona per le tasche degli europei e degli italiani. Che invece guardano con una certa apprensione i rincari delle bollette della luce, aumentate del 12,5% da sei mesi a questa parte. Non tanto a causa delle quotazioni alla Borsa di Amsterdam, ma per gli effetti negativi del mercato libero, principale colpevole di questo fenomeno. In Italia, le liberalizzazioni hanno generalmente portato a un aggravio di spesa per i cittadini; unica eccezione, quella della telefonia, che ha generato una vera concorrenza e una conseguente competizione verso il basso. Gli effetti delle privatizzazioni hanno fatto ricredere molti sostenitori di queste operazioni, mostrando che, alla fine, i monopoli pubblici gestivano in maniera più intelligente i servizi nei confronti dell’utente, creando un limite alle spese dei consumatori e arginando quanto in loro potere i rischi di inflazione.
Ita-Lufthansa, salvataggio in corner
Una privatizzazione che, invece, “s’ha da fare” è sicuramente quella di Ita, perché la ex Alitalia non gravi più (pesantemente) sulle tasche dei cittadini. Eppure, l‘operazione Lufthansa ha rischiato di saltare, per la richiesta, da parte della compagnia tedesca, di attivare la “clausola di aggiornamento” – che avrebbe diminuito il prezzo del vettore italiano in funzione del suo calo di valore – e di ottenere uno sconto di 10 milioni. Quando l’acquisizione sembrava a rischio, Lufthansa ha accettato di rinunciare alla clausola, salvando in corner l’intera operazione. Tuttavia, la partita non è ancora finita: a decidere di accogliere, o di bocciare, il passaggio di consegne del primo 41% di Ita dal governo di Roma alla compagnia aerea tedesca sarà l’Ue. Lufthansa è “fiduciosa”, ma i precedenti di Margrethe Vestager generano qualche timore, anche alla luce del fatto che il dossier Ita-Lufthansa sarà probabilmente l’ultima fatica della commissaria europea uscente alla Concorrenza.La conclusione di questa telenovela è prevista per fine mese.
Donald Trump vince le elezioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Donald Trump ce l’ha fatta. Il tycoon ha conquistato il ritorno alla Casa Bianca, in una delle elezioni più incerte di questo secolo. Il reinsediamento dell’ex presidente dovrebbe segnare un cambio di paradigma nella politica economica americana, sia internamente, sia nei suoi rapporti con i partner europei e il resto del mondo.
Cambio di rotta
Donald Trump ha vinto le elezioni basandosi su tre elementi chiave: 1) l’inflazione, che durante la presidenza Biden ha eroso in maniera significativa il potere d’acquisto delle classi medio basse, 2) l’aumento abnorme dell’immigrazione illegale (4 milioni di ingressi irregolari sotto la presidenza Biden), fatto che ha generato molta insicurezza nelle famiglie, 3) lotta alle teorie woke, viste come un forte indebolimento della educazione familiare. Cosa aspettarsi ora dunque? Probabilmente Trump farà tutto ciò che è in suo potere per fermare la guerra russo-ucraina e riutilizzare i soldi risparmiati per obiettivi interni, e per fermare l’immigrazione illegale, suo cavallo di battaglia. In particolare, il candidato repubblicano ha affermato che, invece di incoraggiare gli afflussi dal Centro America, occorrerebbe migliorare le condizioni di vita in loco, magari utilizzando capitali risparmiati altrove. L’accostamento all’Ucraina è scontato. Una decisione di questo tipo si riverbererebbe in maniera forte sull’Europa: se l’Ue decidesse di continuare a sostenere Kiev nonostante un disimpegno americano, si presenterebbe il rischio di inasprimento della politica fiscale, difficilmente praticabile in un periodo di crisi economica così forte. All’opposto, se l’Europa si accodasse agli Usa, sarebbe eliminata una voce di spesa importante, da reinvestire in misure per arginare la crisi e rilanciare l’economia. Preoccupa invece la possibilità che Trump ripristini i dazi sui prodotti europei, ma anche di altri Paesi del mondo, sulla falsariga di quanto fece durante la sua presidenza. Probabile anche, a fronte di un disgelo nei confronti della Russia, un inasprimento dei rapporti con la Cina: ricucire i rapporti con Mosca, per l’amministrazione Trump, avrebbe anche l’obiettivo di bloccare l’approvvigionamento cinese a basso costo di petrolio russo, uno dei risultati delle sanzioni a Mosca. Sul fronte interno, l’avversario più problematico è l’inflazione, sopra i target e in crescita, soprattutto nelle grandi città: a titolo di esempio, un hamburger a New York può arrivare a costare oltre 30 dollari in un diner.
Sfide difficili
Quello sull’inflazione è un vero rompicapo per gli Stati Uniti, soprattutto in un’epoca di discesa dei tassi di interesse, avviata e non facile da fermare. Oltre a questo, c’è il problema dei posti di lavoro creati: solo 12.000 lo scorso ottobre. Occorre dire che la responsabilità maggiore ricade sugli uragani e sugli scioperi (specialmente la lunga astensione dal lavoro dei dipendenti Boeing, che ha poi visto la sua conclusione con l’accettazione del nuovo contratto di lavoro): per comprendere le tendenze è quindi meglio attendere i numeri di novembre. Sta inoltre emergendo un fenomeno curioso: il calo delle vendite interne di legname – con cui vengono costruite molte abitazioni. Da un po’ di tempo a questa parte, sono diminuiti gli acquisti di acero e betulla, più costosi, a vantaggio di larice e abete, che hanno un prezzo minore. Ma non solo: invece che acquistare negli Stati Uniti, gli americani aumentano gli approvvigionamenti dalla Svezia, grazie agli incentivi fortissimi lanciati da Stoccolma che rendono più conveniente il legno scandinavo rispetto a quello dei produttori locali.
Il dramma di Valencia
Se gli uragani che hanno flagellato il continente americano sono una costante che si ripresenta annualmente o quasi, è stata assolutamente inaspettata la tragica alluvione che ha mietuto molte vittime a Valencia. Colpiscono le proporzioni della catastrofe: in un’area della città è caduta in otto ore la pioggia di un anno. Sono tre gli aspetti che hanno causato il dramma: primo, gli effetti dei cambiamenti climatici; secondo, la mancata allerta lanciata dalle autorità, nonostante le miriadi di dati oggi a disposizione; terzo, le troppe costruzioni vicino al fiume, che sembrano sicure quando il corso d’acqua è in secca, ma che si rivelano molto pericolose se intervengono fenomeni meteorologici estremi. Oltre a questo, occorre riprendere le vecchie prassi di prevenzione: per esempio, pulire i fiumi nei periodi caldi dell’anno, per evitare che, una volta giunte le piogge, il materiale di accumulo contribuisca ancora di più a ingrossarli ulteriormente.
Il Pil italiano frena
Il Pil italiano è in frenata. Lo ha affermato il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, secondo cui dopo la revisione delle stime trimestrali annuali da parte dell’Istat sarà più difficile crescere dell’1% entro fine anno, come prevedeva il governo. “I nuovi dati trimestrali, pur avendo un probabile impatto sulla lettura finale del 2024, non suscitano preoccupazioni per gli anni seguenti”, ha però tranquillizzato il titolare del Mef. Nonostante questo, c’è chi ha previsto un sorpasso – proprio sul terreno della crescita del Pil – di Francia e Germania nei confronti dell’Italia. Difficile, però, che questo fenomeno si avveri, soprattutto per quanto riguarda Berlino, vero malato d’Europa. La recessione tedesca è una realtà conclamata e causa parecchi problemi a tutto il continente. La cui recessione non è tecnica, ma reale: senza l’impulso del Pnrr, tutta l’Europa sarebbe in negativo di un punto e mezzo, forse due. La situazione è esplosiva, e rischia di diventarlo ancor di più se non saranno presi i provvedimenti del caso dalle autorità di Bruxelles.
L’anniversario della metropolitana milanese
Meno di un mese dopo il completamento della linea 4, Milano ha festeggiato i 60 anni della metropolitana: il 1 novembre 1964 si apriva infatti la linea 1, da Sesto Marelli a Lotto (nei pressi dello stadio di San Siro). E ora si parla di nuove tratte e progetti di allungamento, anche in altre città (come per esempio Torino). La metropolitana è un investimento a lunghissimo termine e, se ben gestita, porta benefici sia alle casse del comune, sia ai lavoratori, che dimezzano i tempi di arrivo presso la loro azienda. Tuttavia, c’è anche il rovescio della medaglia: il valore delle abitazioni che si trovano vicini a una stazione del metro aumentano il loro valore, e anche gli affitti. Il fenomeno si aggiunge a un boom del mercato immobiliare che ha creato molti problemi a Milano. La città ambrosiana, in teoria, offre tutto: scuole, qualità, laghi e monti vicini, mare a un paio d’ore di distanza. Mancano però strutture ricettive per turisti o congressisti e soprattutto edilizia popolare, ferma dagli anni Settanta. Gli investimenti sono effettuati quasi unicamente per rattoppare le vecchie strutture, spesso in pessime condizioni. Sarebbe opportuno pensare a un nuovo piano Fanfani, con rinnovamento radicale delle abitazioni esistenti e ricostruzioni (o nuove edificazioni) su criteri moderni. Ma un progetto di questo tipo, purtroppo, non sembra in agenda.
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Presidenziali Usa: le Borse sperano in risultati certi
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Nuovo passo dei Brics+ verso un sistema finanziario integrato di pagamenti in valuta diversa dal dollaro. Nel corso del vertice di Kazan, il gruppo allargato di Paesi guidati da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica ha infatti deciso di proseguire il piano che vede l’utilizzo delle monete nazionali per effettuare le transazioni fra gli Stati aderenti (ormai nove), dotandosi di una piattaforma sganciata da Swift. Obiettivo: conquistare l’indipendenza dal dollaro come moneta globale, evitando però una nuova egemonia (a essere utilizzate sarebbero le monete locali) e premendo verso un’organizzazione all’insegna del multilateralismo.
Troppi ostacoli
Nonostante gli sforzi dei Brics+, e sebbene questi Paesi rappresentino oltre la metà della popolazione mondiale, è inverosimile che un’iniziativa di questo tipo sia in grado di minare la centralità del dollaro, e tanto meno di mandare in pensione il sistema di Bretton Woods. Dal punto di vista economico, il mondo occidentale fa ancora da traino, e se si vuole commerciare con gli Stati Uniti, o l’Europa, occorre mettere da parte lo yuan o un’eventuale futura (e anch’essa inverosimile) moneta comune dei Brics+. La proposta del New York Stock Exchange di estendere l’orario di apertura a 22 ore al giorno durante i giorni feriali assolve proprio a una funzione deterrente nei confronti di eventuali “fughe” dal dollaro. Se un sistema finanziario integrato Brics+ nascerà, sarà utilizzato per gli scambi tra questi Paesi, che comunque non sono ancora dominanti sul mercato. E servirà per aggirare sanzioni già in atto o eventuali, con la stessa logica che ha visto Cina e Russia spostare i loro investimenti dagli asset occidentali al più sicuro oro. Permettendo al metallo giallo di stabilire record clamorosi. Il progetto potrebbe incontrare anche ulteriori ostacoli, causati dai rischi di guerra commerciale fra Cina e India: se si verificasse questa eventualità, non sarebbe a rischio solo il progetto di emarginazione del dollaro, ma la stessa esistenza dei Brics.
Trump-Harris: pianeti diversi. Ma entrambi faranno deficit
Il progetto di Cina, Russia e partner ha un po’ distratto l’attenzione dalle imminenti elezioni americane che però, dopo la chiusura del vertice di Kazan, hanno riguadagnato i riflettori. I mercati sono in attesa del risultato, e non si può dire che parteggino per l’una o per l’altra parte: sperano, invece, che a urne chiuse si conosca subito il nome del presidente. Le Borse temono l’incertezza e amano la stabilità: Trump o Harris, sembra di capire, per i listini “pari sono”, e l’unico rischio da evitare è un risultato conteso. Per il resto, i programmi economici dei due candidati non sembrano opposti. Entrambi puntano alla crescita americana, ed entrambi continueranno a produrre debito: Donald Trump attraverso il calo della pressione fiscale e Kamala Harris mantenendo alta la spesa pubblica. Per il resto, le differenze sono altrove: sulla politica internazionale (soprattutto la guerra russo-ucraina), le teorie woke e il politically correct (abbracciati in maniera estremistica dall’attuale vicepresidente e respinte in modo altrettanto oltranzista dal tycoon) e l’immigrazione, che vede una posizione radicalmente contraria da parte di Trump e più favorevole da parte di Kamala Harris, che l’ha gestita durante la presidenza Biden. Con una posizione, però, molto ondivaga: da un lato è entrato in territorio americano qualche milione di clandestini, dall’altro le autorità hanno proseguito a costruire il muro al confine con il Messico e a cercare di bloccare gli arrivi alla fonte (a questo proposito, molti ricordano l’appello di Kamala Harris in Guatemala nel 2021: “non venite”).
Giro di valzer sui bitcoin
In quanto a mutevolezza, Trump non è da meno. Durante la sua presidenza, il miliardario newyorkese aveva criticato aspramente le criptovalute, in difesa della centralità del dollaro. Ora (forse per raccattare voti tra i circa 67 milioni di americani che hanno bitcoin in portafoglio) ha rilasciato dichiarazioni di tutt’altro tenore. “Il bitcoin”, ha detto, “è come l’industria dell’acciaio di cento anni fa. Penso che sia solo all’inizio. In soli 15 anni è passato da un’idea pubblicata anonimamente su un forum on line a diventare il nono asset più prezioso al mondo. E’ già più grande di Exxon Mobil e presto supererà l’intero mercato dell’argento. E un giorno, probabilmente, anche l’oro”. Ha anche aggiunto: “la blockchain ha il potenziale di costruire il futuro dell’economia globale”. Non è dato di sapere, almeno finora, la posizione di Kamala Harris sull’argomento.
Il caso McDonald’s
A scuotere gli americani in questa vigilia elettorale, l’intossicazione da escherichia coli che si è verificata in alcuni ristoranti McDonald’s negli Stati Uniti. Il batterio, secondo la Food and Drug Administration, era presente nelle cipolle di un fornitore e ha provocato la morte di un cliente e 75 ricoveri ospedalieri. La notizia ha acceso un allarme rosso negli Usa (molto meno altrove, dove non sempre l’informazione è arrivata) e si è riverberato anche sul titolo McDonald’s, che ha reagito con una perdita superiore al 5% in una settimana. Dopo il crollo, però, l’azione sembra assestata: il gruppo alimentare ha preso le sue contromisure, rimuovendo l’ingrediente incriminato dai suoi panini, e ora mira a recuperare la fiducia della clientela. Troppo presto per giudicare che cosa accadrà. Tuttavia, almeno negli Stati Uniti, McDonald’s offre pranzi a prezzi contenuti, e ciò influirà probabilmente su un ritorno alla normalità dei rapporti azienda-clienti. E, di conseguenza, sul titolo in Borsa.
Borse Usa: i dati storici sono incoraggianti
Per il resto, da inizio anno, i numeri di Wall Street sono in crescita: Standard&Poor’s è salito del 20% da gennaio a oggi. Il che potrebbe preannunciare nuovi exploit: nella storia sono avvenute 26 misurazioni di un indice così positivo, e solo in due occasioni la Borsa è scesa (oltretutto marginalmente: non oltre il 2%). Negli altri casi, il grafico è schizzato in alto in una forbice compresa tra l’1% e il 10%. Le statistiche sono incoraggianti, ma molto dipenderà dalle elezioni americane e dalle decisioni delle banche centrali sul costo del denaro.
Mercati in attesa
Anche i mercati europei sono in attesa di conoscere il nome dell’inquilino della Casa Bianca e di orientarsi di conseguenza. Nel frattempo, le Borse navigano in ordine sparso, ma senza particolari scossoni. Questo è già un risultato positivo, visto che cosa sta accadendo all’economia europea, che è il vero gigante malato. I casi di grandi gruppi in crisi si moltiplicano: Philips ha tagliato i target di crescita (sostanzialmente a causa della Cina) e ha visto il suo titolo crollare del 16%; gli utili Mercedes si sono dimezzati nel terzo trimestre; la Volkswagen ha deciso di chiudere tre fabbriche di auto e ha proposto una riduzione salariale del 10%, con l’obiettivo di tagliare 4 miliardi di costi. Solo i titoli finanziari hanno proseguito la loro corsa. Con questo scenario, anche una leggera crescita o persino un calo contenuto degli indici è da considerare un successo.
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Taglio dei tassi: la Bce accelera?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Banca Centrale Europea ha annunciato l’ulteriore abbassamento del costo del denaro, con decorrenza oggi, 23 ottobre. Come le altre due operazioni del 2024, e contrariamente all’ultimo intervento Fed, questo taglio è di 25 punti base e porta i tassi rispettivamente al 3,25% (depositi), al 3,40% (operazioni di rifinanziamento principali) e al 3,65% (prestiti marginali). Manca poco alla fine dell’anno e in questo breve tempo potrebbe verificarsi un’altra sforbiciata. Poi si vedrà.
Quale ritmo per il 2025?
Nel 2025, anche a causa della crisi industriale che sta attanagliando l’Europa, il ritmo dei tagli potrebbe velocizzarsi, per avvicinarsi al tasso target del 2%. O forse andare persino più in là: “se i processi di disinflazione si dovessero consolidare”, ha detto il membro del board e presidente della banca centrale lituana Gediminas Šimkus, “è possibile che i tassi siano più bassi del livello naturale”. In ogni caso, ha precisato Christine Lagarde, la Bce seguirà “un approccio guidato dai dati, in base a cui le decisioni sono definite a ogni riunione, volta per volta”. E la nuova sforbiciata, ha aggiunto la presidente della Bce, “è proprio uno di questi casi”.
La reazione dei mercati
Quale la risposta dalle Borse? Tendenzialmente neutrale. I mercati avevano già anticipato una decisione che ai più appariva scontata, anche nelle modalità: la Bce è storicamente meno imprevedibile della Federal Reserve per stupire tutti con un taglio da 50 come quello deciso oltre oceano. La scorsa settimana per le Borse europee è quindi stata brillante indipendentemente dal calo dei tassi; i listini hanno poi rifiatato alla riapertura, anche per l’attesa delle prime trimestrali Usa. Ottime anche le prestazioni di Wall Street, in positivo già da sei settimane, mentre la Cina attende benefici dagli effetti delle politiche fiscali espansive e di sostegno all’economia e ai consumi interni – ammesso che si rivelino davvero efficaci. Anche perché c’è un recupero da completare. Lo Hang Seng, dall’inizio di quest’anno, è rimbalzato in modo importante, con un +22%; tuttavia, Hong Kong è stato bear market per cinque anni, la base da cui è partito era molto sacrificata e il suo potenziale di recupero non è ancora stato espresso del tutto. Il mercato cinese, in altri termini, è ancora tra i più appetibili – sicuramente molto più di quello indiano: per questo motivo, l’investimento di una piccola parte del portafoglio sulla Borsa di Hong Kong potrebbe riservare soddisfazioni per gli investitori.
Economia e politica
Per l’Europa, lo abbiamo già detto, il problema più importante è la crisi industriale, soprattutto del settore automobilistico, causata dalla versione radicale del green deal che per la Commissione Ue è una vera bandiera. Per di più, in un periodo molto delicato per le imprese europee, l’Unione è di fatto senza guida: abbiamo votato a giugno, ma il nuovo organo esecutivo non si è ancora insediato – anzi: mancano ancora le audizioni per il vaglio dei commissari europei e le operazioni potrebbero protrarsi fino a dicembre, o addirittura oltre. D’altra parte, se Atene piange, Sparta non ride. Perché, se andiamo oltre oceano, possiamo notare che non sempre si conosce il nome del presidente americano alla chiusura delle urne: in alcuni casi, il conteggio si protrae per molto tempo, un paio di settimane e forse più. Le Borse, che aspettano l’elezione dell’inquilino della Casa Bianca per potersi orientare, potrebbero dunque essere rallentate dall’incertezza che regna sul nome del prossimo vincitore. In ogni caso, l’economia americana è molto forte e il trend non dovrebbe farsi influenzare dalla vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Chiunque si insedi al potere, gli Stati Uniti continueranno a fare debito, mentre le differenze fra il tycoon e l’attuale vicepresidente potrebbero limitarsi alla preferenza per l’uno o l’altro settore: una vittoria di Donald Trump avrebbe un impatto positivo sul petrolio e su un certo tipo di economia tradizionale, mentre l’affermazione di Kamala Harris si riverbererebbe maggiormente sul green deal e una visione più ecologista dell’impresa, forse avvicinando le strategie americane a quelle europee.
Record dell’oro
A non fermare la sua corsa è l’oro, ormai stabilizzato sui 2.700 dollari l’oncia e in corsa verso nuovi record. Tutte le previsioni che scommettevano su un ripiegamento del metallo giallo sono state smentite dai fatti. E questo non dipende tanto dalle incertezze dell’economia europea, dall’attesa del presidente Usa e dalle tensioni in Medio Oriente, quanto dalle sanzioni dell’Occidente alla Russia, che hanno scatenato un effetto domino nell’area Brics. Il blocco dei beni di Mosca in Europa e negli Stati Uniti, e il loro parziale utilizzo per sostenere economicamente l’Ucraina, hanno acceso allarmi rossi in vari Paesi non appartenenti al mondo occidentale, tra cui l’India e soprattutto la Cina. Il timore che i propri investimenti nei mercati europeo o americano possano essere un giorno bloccati, con il rischio di una mancata restituzione, hanno convinto Pechino a evitare il più possibile titoli di Stato occidentali e a dirigersi a tutta dritta sull’oro, unico investimento che non potrà essere bloccato. Improbabile che questa strategia sia contingente: anche se la situazione-sanzioni finisse per normalizzarsi, il precedente che si è creato spaventa Pechino e genera inquietudine in un numero sempre maggiore di Paesi, che facilmente accresceranno il loro coinvolgimento su un asset neutrale come il “re dei metalli”. Re anche per prezzo, dato che ormai il valore dell’oro ha superato quello – storicamente superiore – del platino. Per l’Italia, la notizia è ottima, dato che Roma, per riserve auree, si trova sul podio mondiale insieme a Stati Uniti e Germania con un valore di circa 2 miliardi di euro. Una quantità record, la cui vendita parziale (in caso di bisogno estremo) avrebbe la forza per abbattere il nostro debito pubblico. Il rincaro dell’oro non piace invece ai gioiellieri, costretti a diminuire il prezzo dei loro monili per evitare una fuga della classe media da questi articoli di lusso.
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Usa, l'inflazione rallenta
I dati americani sono incoraggianti e incidono sui mercati ben più che le elezioni di mid term. Mentre il rimbalzo dell'azionario prosegue senza sosta. Soffre invece il mondo delle criptovalute, sconvolto dal crack della piattaforma Ftx
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Alla fine, le elezioni americane di mid term hanno evidenziato un sostanziale pareggio: i repubblicani sono in maggioranza alla Camera, anche se in misura largamente inferiore alle attese e i democratici si sono assicurati il controllo del Senato senza attendere il ballottaggio in Georgia.
Per i Dem, la “non sconfitta” potrebbe preludere a una ricandidatura di Joe Biden: il presidente, il cui tasso di approvazione è ulteriormente sceso al 39%, sarebbe intenzionato a correre per il secondo mandato a 82 anni, con tutti i rischi e gli inconvenienti del caso. Una simile eventualità non darebbe certezze all'economia americana, rassicurata invece dal “pareggio” elettorale.
L'inflazione conta di più
Come abbiamo già osservato, i mercati azionari apprezzano che le due camere del Congresso americano non abbiano lo stesso colore, perché ciò limita cambiamenti bruschi. In ogni caso, a dettare la linea, più che la politica, sono le dinamiche interne dell'economia – in particolar modo l'inflazione e il rialzo dei tassi, veri protagonisti di questi ultimi mesi. Per questo motivo, la vera buona notizia proveniente da oltre oceano è che la spirale inflattiva sembra si stia allentando.
I problemi su questo fronte, ancora non del tutto superati, erano stati spinti da un clamoroso errore nella compilazione dei dati di settembre. In questo calcolo, i super esperti del ramo avevano dimenticato di inserire nel paniere il costo delle polizze assicurative, che nelle dinamiche americane hanno un peso non indifferente. Così, l'aumento delle polizze, pari al 25% circa, aveva rischiato di far saltare il banco.
Superato questo misunderstanding, e in virtù del calo delle materie prime e dalla stabilizzazione del prezzo del petrolio, è ragionevole pensare – almeno interpretando i dati positivi appena pubblicati - che l'inflazione americana si calmi, e che in tempi ragionevoli torni intorno il 3%.
Un trend che appare possibile anche in Europa, anche se meno agevole, dato che il problema di gas ed energia è ben lungi dall'essere risolto – almeno fino a quando durerà il conflitto russo-ucraino. Molto difficile che, in futuro, le tariffe per famiglie e aziende tornino ai livelli pre-bellici; tuttavia, un'ulteriore diminuzione dei prezzi potrebbe provocare nuovi cali e trascinare al ribasso anche i prezzi di altri sistemi di riscaldamento, che si sono incredibilmente gonfiati in questi mesi. Il pellet, per esempio, che da materiale più economico è passato a essere uno dei più cari. La responsabilità è delle sanzioni alla Russia sul legno, ma soprattutto delle “solite” speculazioni sulla pelle dei cittadini.
Stagflazione a Londra
La Gran Bretagna, intanto, è entrata ufficialmente in stagflazione. Questa, in realtà, è una non-notizia: in questi giorni, l'economia di Londra ha problemi serissimi: con un'inflazione al 10%, una situazione sul mercato del lavoro non certo esaltante e i problemi del post Brexit.
Un contesto simile potrebbe estendersi l'anno prossimo all'Unione Europea, specialmente a Italia e Germania, che rischiano un 2023 a crescita zero (o negativa) e un'inflazione arroccata al 5%-6%. Con un aggravante: l'atteggiamento del Fondo Monetario Internazionale, che ancora oggi cerca di imporci ricette all'insegna dell'austerity. Ricette che non hanno mai funzionato: la migliore strategia per ridurre il debito non è quella di abbatterlo a ogni costo, ma di puntare sulla crescita.
Il rimbalzo prosegue
Ancora ottime notizie sul fronte dei mercati azionari, che continuano il trend di recupero: dal -25% di inizio anno si sono ormai portati a -11%. Ma la sfida vera inizia adesso: la “parte sana” del rimbalzo è già avvenuta, e d'ora in avanti conteranno i dati economici.
In buona salute anche Piazza Affari, dove occorre segnalare l'ottima performance di Saipem, spinta dall'aumento di capitale, ma soprattutto dai cinque contratti di perforazione offshore (tre in Medio Oriente e due in Africa occidentale) per un totale di 800 milioni di dollari.
Meno brillante l'obbligazionario, che però fa sperare per il futuro: sembra tutto pronto per una ripartenza dell’asset class, in grado di offrire buoni risultati per l'anno prossimo.
La “Lehman” delle criptovalute
C'è anche chi soffre: è nuovamente crisi per il mondo delle criptovalute, travolto in un effetto-domino dal crack di Ftx. La piattaforma, che ha presentato istanza di fallimento cinque giorni fa, è saltata dopo che il suo fondatore, Sam Bankman-Fried, si è servito di miliardi di dollari degli investitori per sostenere operazioni ad alto rischio nella sua società di trading quantitativo Alameda Research.
Il caso Ftx ha trascinato dalle stelle alla polvere quello che era stato considerato l'enfant prodige della finanza mondiale, che in poco tempo era diventato uno degli uomini più ricchi del mondo. E ha rivelato anche l'ingenuità (per non dire di peggio) di chi l'ha finanziato: non parliamo di singoli investitori in buona fede, ma di importanti uomini e istituzioni della finanza internazionale. Che hanno concesso soldi a pioggia senza uno straccio di due diligence su piattaforme e persone. Per fare soldi, le banche hanno finanziato la piattaforma, mettendo i suoi token come collaterale. E ora moltissimi risparmiatori si troveranno senza soldi.
Il crack è già stato soprannominato “la cripto-Lehman”. Ma, rispetto ai noti eventi del 2008, c'è un'aggravante non da poco: il mondo delle valute virtuali non è regolamentato. Questo significa impossibilità di interventi per tutelare la stabilità dell'economia, denaro bloccato e rimborsi praticamente impossibili. Per questo motivo, è comprensibile l'atteggiamento dei trader, che in questo momento si stanno tenendo alla larga dal mercato crypto.
Mondiali senza l'Italia: è davvero un colpo all'economia?
Fra alcuni giorni, il centro del palcoscenico internazionale sarà occupato dai Mondiali di calcio a cui l'Italia, per la seconda volta consecutiva, non partecipa. La mancata qualificazione degli uomini di Mancini avrà, però, un impatto abbastanza limitato sull'economia. Potrebbero verificarsi mancati incassi di bar, ristoranti e settore food and entertainment in generale. Tuttavia, gli orari delle partite, che almeno nella prima fase vedono un solo match su quattro in orario serale, riducono sostanzialmente questa eventualità.
Inoltre, il mondiale qatariota (il più costoso di sempre) è boicottato da una parte della popolazione mondiale, soprattutto per le tante morti sospette tra i lavoratori che hanno contraddistinto la costruzione degli stadi che ospiteranno le partite.
Anche il consueto esodo di tifosi che contraddistingue i grandi eventi sportivi non ci sarà: si legge di immigrati (soprattutto indiani) “ingaggiati” dal Qatar per “recitare” il ruolo dei tifosi di una o dell'altra nazionale. Attori in erba grideranno alternativamente “Brasil”, “Come on England”, “¡Que viva México!” o “Hopp Schwiiz” all'interno di stadi che, a causa delle temperature elevate, pomperanno aria condizionata per l'intera partita. Alla faccia del Cop27 e della campagna per il clima.
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