Le Borse ignorano il bluff di Donald Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Mentre tornano le ostilità nel Golfo, Donald Trump minaccia di applicare alle navi una tassa del 20% del valore economico della merce trasportata, in cambio della protezione Usa per il transito per lo Stretto di Hormuz. La nuova trovata del presidente americano è stata tuttavia accolta dalle Borse come una boutade: gli indici l’hanno praticamente ignorata, classificandola come il “solito” bluff.

Nuovo tonfo a Seul

Intanto si è verificato un nuovo tonfo a Seul, che però (almeno per ora) ha avuto pochi effetti sui mercati. Nonostante le possibili avvisaglie sui titoli tecnologici, il Kospi è ancora sotto controllo, dato il poderoso avanzamento registrato nel 2026. Tuttavia, se il trend continuasse le Borse di tutto il mondo potrebbero iniziare a raddrizzare le antenne, soprattutto se un eventuale grafico in picchiata dovesse toccare soprattutto i titoli Ict e intelligenza artificiale.

Rotazione settoriale

Per il resto prosegue la rotazione settoriale, che rende incerti gli investimenti più focalizzati: i listini europei veleggiano tranquilli e in alcuni casi esprimono prestazioni brillanti, ma ciò dipende dai settori trainanti (ultimamente quello industriale), che compensano quelli in forte calo (come, di questi tempi, il riarmo). In altri termini, se si indovina l’area di investimento è possibile portare a casa buoni margini, ma se la si sbaglia si rischia di perdere il 10% in un attimo. Anche per questo motivo, in questa fase è consigliabile puntare sugli indici e mantenere il mix di portafoglio. In attesa delle semestrali.

“Nulla è più come prima”

Con la nuova impennata, causata dalla nuova fase di instabilità nel Golfo, il greggio ha lasciato la comfort zone della forbice 70-80 dollari al barile per raggiungere la fascia 80-90. Ma a preoccupare maggiormente i consumatori non è il petrolio ma il gas, il cui prezzo è tornato a 50 euro al kilowattora. In un quadro che vede stoccaggi molto bassi e conseguenti rischi su costi  pere aziende e famiglie. In generale sembra quindi condivisibile la dichiarazione di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, secondo cui nulla è come prima e la situazione ci obbliga a scelte nuove per il dopo-Hormuz. Tutto vero. Se non che, l’urgenza di una nuova politica per l’energia era chiara anche quattro anni fa: nonostante i rincari in bolletta, le aziende e le famiglie hanno fatto i salti mortali per quadrare i bilanci, e ogni intervento correttivo di qui in avanti, pur doveroso, sarà comunque tardivo.

Intelligenza artificiale energivora

A proposito di consumi, uno studio Surfshark rivela che l’energia utilizzata ogni giorno dalle richieste a ChatGpt basterebbe per climatizzare Bologna, Firenze o Bari. Secondo il rapporto, con il numero globale di richieste che ogni giorno vengono inviate alla sola ChatGpt (2,5 miliardi circa) si potrebbero alimentare circa 200.000 condizionatori per 24 ore. Climatizzando per un giorno una città di medie dimensioni. “Ogni richiesta a ChatGpt produce una quantità stimata di 4,32 grammi di Co2”, ha detto Tomas Ivanaitis, head of data Ai di Surfshark. “L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale rappresenta la parte più rilevante del problema, perché richiede la capacità di un numero enorme di server che consumano elettricità 24 ore su 24, sette giorni su sette”. Che “devono essere raffreddati, e questo processo consuma milioni di litri d’acqua. L’intelligenza artificiale contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra ed è quindi necessaria una maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti nel suo sviluppo e utilizzo. Anche usare l’IA in modo sostenibile nella vita di tutti i giorni è importante”. Il che non significa rinunciare a questa nuova tecnologia, ma utilizzarla con più criterio. Sembra però che questa tematica non sia troppo popolare: quando si tratta di intervenire sul settore automobilistico i fari sono tutti puntati, ma in altri ambiti (intelligenza artificiale, appunto, ma anche criptovalute e voli privati) l’attenzione magicamente svanisce.

‘”Effetto Maradona”

Intanto, si parla ancora di tassi, specialmente alla luce del rischio inflazione causato, ancora una volta, dal caro energia. Se molte previsioni vanno in direzione di una stretta monetaria, a esprimere un parere controcorrente è Jp Morgan, secondo cui la corsa verso il rialzo dei tassi è una sorta di illusione. Per spiegare questo strano fenomeno, la banca d’affari ha offerto un’immagine suggestiva: “Maradona”, ha detto Jp Morgan, “faceva credere di andare da una parte, poi segnava gol dall’altra. Nello stesso modo, le banche centrali affermano che alzeranno i tassi, ma non lo faranno”. L’effetto Maradona, appunto. Lo scenario potrebbe rivelarsi realistico, ma l’analisi serve soprattutto a suscitare attenzione e dibattito. E per farlo utilizza un’immagine forte – quella, appunto, del Pibe de Oro, proprio mentre si avvicina la riedizione di Argentina-Inghilterra ai Mondiali – in grado di incuriosire il lettore.

Italiani, sale il tesoretto familiare

Chi sembra passarsela bene, nonostante tutto, sono le famiglie italiane, la cui ricchezza è cresciuta, dal 2020 a oggi, di 1.600 miliardi di euro, raggiungendo un patrimonio totale di quasi 6.500 miliardi. A svelare questo dato uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), sindacato di categoria dei dipendenti degli istituti di credito. A stupire ancora di più è la natura diversificata dell’allocazione del denaro: soldi sul conto ce ne sono ancora molti, ma si osserva chiaramente la crescita della componente finanziaria (pari a 1.103,3 miliardi in più, +113%). A farsi notare sono anche i fondi comuni e le polizze assicurative. Gli italiani, da tempo risparmiatori, stanno diventando un popolo di investitori? La risposta è no. E’ indubitabile che una parte maggiore del denaro allocato è stata destinata alle Borse, ma è pur vero che la causa sono i rendimenti bassi delle obbligazioni, che giocoforza spostano l’attenzione sull’azionario. Ne è dimostrazione il successo delle aste dei Btp: quando l’investimento sicuro restituisce ancora una certa performance, gli italiani corrono a sottoscriverlo. Non siamo un paese finanziariamente maturo: spesso si spostano capitali sulle Borse senza sapere bene che cosa sia davvero un investimento azionario.

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Gli spiragli di pace fermano il crollo dei mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La dichiarazione di Donald Trump sui colloqui di pace con l’Iran ha calmato l’estremo nervosismo che si era diffuso in Borsa. Ed è accaduto l’impensabile: dopo un crollo del mercato europeo pari al -3%, si è verificato un veloce recupero del 2%, favorito anche dal calo del 10% circa del costo del petrolio. Era dal 2020 che non si verificava un rimbalzo così violento, racchiuso in una ventina di secondi e frutto anche della volatilità che contraddistingue questa fase dei mercati. Non per niente, si è poi verificato un nuovo ritracciamento, ma più graduale – segno che i mercati stanno cercando di incanalarsi in un pattern di pseudo normalità.

In attesa

I mercati restano cauti e in attesa di capire se i colloqui siano davvero in corso (sembra di sì, nonostante il consueto balletto delle smentite) e, in caso positivo, se possano portare a una de-escalation.
Tutto si deciderà nei prossimi dieci giorni: a svolgere un ruolo centrale sarà ovviamente la possibilità che lo stretto di Hormuz possa riaprire al traffico marittimo regolare (alcune ore fa è stato aperto a navi “non ostili”). Un eventuale esito positivo dei colloqui potrebbe non solo fermare la crisi energetica (che ha già obbligato alcuni Paesi ad attingere alle riserve petrolifere), ma anche evitare ulteriori rischi nel Mar Rosso, in grado di fare nuovi danni alle economie di tutto il mondo. Soprattutto a quelle dai Paesi importatori, cioè gran parte dell’Europa e del Far East. Se le cose dovessero andar bene, e la situazione a Hormuz tornasse alla normalità, gli investitori avrebbero la possibilità di rimpolpare il loro portafoglio, puntando su settori – come quello finanziario – penalizzati dalla guerra. Con un orizzonte di un possibile rimbalzo positivo e violento. Se invece le cose dovessero andare male, si potrebbe verificare una nuova correzione dei mercati, anche se non così drammatica: le Borse sembrano infatti aver già espresso gran parte delle perdite dovute alla crisi bellica. Più che i mercati, potrebbero preoccupare le strategie delle banche centrali: la Bce ha già aperto alla possibilità di rialzi dei tassi e il mercato sta scontando la possibilità di tre ritocchi da 25 punti l’uno di qui a fine anno. Il motivo è sempre lo stesso: fermare l’inflazione dovuta al caro-petrolio – anche se, in realtà, l’inasprimento monetario non può incidere sul prezzo del greggio. Se questo fosse il caso, risulterebbe chiaro che non si impara mai dai propri errori: una delle concause della crisi del 2008 fu l’assurda politica di rialzo dei tassi portata avanti da Trichet mentre era ormai chiarissimo a tutti, ma non in Bce, che l’economia europea stava per entrare in una recessione devastante e il rialzo dei tassi non fece altro che accelerarla e aggravarla.

L’oro ripiega

La situazione caotica non ha risparmiato neppure oro e argento, che hanno ripiegato con forza. In realtà, i due metalli si trovavano già in una fase di correzione negativa, probabilmente perché erano arrivati alla fine del ciclo rialzista: l’oro, per esempio, in due anni e mezzo, è passato da 2.500 a 5.500 dollari l’oncia, e un arretramento era prevedibile. Nel trend in discesa ha fatto irruzione la guerra, e il ritracciamento è divenuto dirompente. Ai più, questo fenomeno è parso strano, perché solitamente in caso di crisi gli investitori corrono ad approvvigionarsi di beni rifugio. Vero. Ma in questo caso si è verificata una vendita massiccia da parte del mercato retail: i piccoli investitori in oro e in argento hanno preferito realizzare una plusvalenza, forse con l’obiettivo di accumulare denaro fresco per far fronte a eventuali difficoltà. Per questo motivo, non sarebbe così clamoroso se il metallo giallo scendesse ancora, fermando poi il ciclo ribassista sui 4.000 dollari, o anche leggermente sotto questa quotazione.

Dollaro forte: una condizione temporanea?

E il dollaro? Il dollaro ha guadagnato qualche posizione sull’euro, sulla scorta del caro-petrolio, ma il rimbalzo, peraltro modesto e contenuto, potrebbe avere vita breve. Una fine del conflitto in Iran o almeno una cessazione delle ostilità potrebbe far riprendere la discesa del dollaro fino a 1,20.

Accordi commerciali

Intanto, l’Europa cerca di accelerare su partnership commerciali con altre parti del mondo: poco dopo aver siglato l’intesa con il Mercosur dopo oltre 25 anni di trattative, l’Ue ha raggiunto un accordo di libero scambio con l’Australia, chiudendo negoziazioni in corso dal 2018. L’intesa, che stabilisce anche collaborazioni in campo militare e tecnologico, elimina quasi del tutto le tariffe doganali e punta ad aumentare del 33% l’export dell’Unione Europea nei confronti dell’Australia. Questi accordi mirano a diversificare i commerci in un periodo storico che sembra orientato al ritorno del protezionismo. Ma, è bene ricordarlo, non è possibile sostituire la partnership commerciale con due giganti come Stati Uniti e Cina, senza i quali le altre parti del mondo sarebbero praticamente tagliate fuori dai grandi giri mercantili. Il problema è che sono proprio Washington e Pechino a dettare una linea all’insegna del protezionismo doganale, anche se la decisione della Corte Suprema americana ha reso (almeno per ora) meno critica la situazione. Gli accordi commerciali con altre aree del mondo non sono quindi in grado di sostituire gli enormi scambi con le due grandi potenze. Più efficaci sembrano, invece, i tentativi delle aziende energetiche di trovare approvvigionamenti alternativi di gas e petrolio, in un momento molto delicato, che ha messo a rischio il 20% della produzione mondiale di Gnl a causa degli attacchi al Qatar. Proprio in un’ottica di diversificazione Eni e Petronas hanno formato una newco in grado di mettere a fattor comune 19 asset in Indonesia e Malaysia.

I fondi in pressing sulla serie A

Non si placa l’interesse di fondi e proprietà straniere per il calcio italiano: secondo Il Sole 24 Ore, si sarebbero verificate due manifestazioni di interesse made in Usa per la Cremonese. La società grigiorossa è saldamente nelle mani di Giovanni Arvedi, imprenditore che ha fatto molto per la città di Cremona e la sua squadra, oltre che per il settore delle acciaierie, salvando anche alcune aziende. Se Arvedi dovesse cedere, si concretizzerebbe l’addio al calcio di uno degli ultimi mecenati-gentiluomini sportivi di vecchia scuola. Detto questo, è difficile comprendere come un fondo possa trarre profitto da una squadra, se non acquistandola a prezzi limitati, facendo crescere il suo livello e vendendola. Tuttavia, il mondo del calcio ha regole diverse rispetto agli altri settori di business: per monetizzare su un club occorre investire in risorse tecniche e cercare di unire alla principale fonte di ricavi (quella delle televisioni) possibili partecipazioni a manifestazioni europee. Ma l’accesso dal campionato alla Champions League è riservato a quattro squadre – cinque quando va bene – ed è difficile che una “provinciale” possa ambire a tanto. Per un posto nell’Europa che conta sta lottando, è vero, il Como; ma la società lariana è controllata dall’imprenditore più ricco della serie A, e il suo modello è difficilmente replicabile. Per quattro squadre che rimpolpano i loro bilanci con una partecipazione in Coppa dei Campioni, ce ne sono altre 16 che non lo fanno, e devono mantenere i conti in ordine con un difficile equilibrio fra cessioni strategiche e acquisti mirati, per non indebolire il tasso tecnico della squadra.

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Cina-Usa: fiorisce la distensione. E le Borse brindano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Cina e Stati Uniti hanno raggiunto dopo soli due giorni di trattative un accordo preliminare che ferma la guerra commerciale fra le due potenze. Lo ha annunciato Scott Bessent, segretario Usa al Tesoro. Le negoziazioni tra i delegati dei due Paesi hanno bloccato l’applicazione di dazi al 100% di Washington contro Pechino, fermando anche un’escalation su soia e terre rare. Riguardo quest’ultimo punto – centrale nei rapporti sino-americani – Bessent ha annunciato che “Pechino rimanderà la stretta di un anno”, prendendosi quindi il tempo di riesaminarla. La Cina procederà anche ad acquisti nell’agricoltura americana. L’accordo sarà formalizzato nell’imminente incontro tra Xi Jinping e Donald Trump. Nel mentre, il presidente americano ha visitato Malaysia, Giappone e Corea del Sud, con l’obiettivo di cercare nuovi accordi sulle terre rare e diminuire la dipendenza dalla Cina. Sullo sfondo, sempre parlando di minerali, la partnership già siglata con Kiev e un possibile, futuro rifornimento anche da Mosca, nel caso in cui la guerra russo-ucraina finisca.

Mercati felici

Le Borse hanno reagito con entusiasmo alla notizia. A cominciare dal Nikkei, che ha infranto per la prima volta la soglia psicologica dei 50.000 punti. Record anche per New York, che risente pure dei dati positivi sull’inflazione e si sta riallineando con le Borse europee. Che, a loro volta, hanno reagito bene alla distensione commerciale fra Cina e Stati Uniti, ma in misura più contenuta; eccezione importante, ancora una volta, Parigi, che ha risentito del downgrade di Moody’s dei suoi titoli di Stato, con un rating passato da “stabile” a “negativo”. I buoni risultati dell’Europa risentono anche della performance delle banche (compatibile con la rotazione settoriale che detta legge ormai da tempo), ma anche del fenomeno, già sottolineato la scorsa settimana, delle scarse alternative agli investimenti e, last but not least, degli utili del terzo trimestre, che sono buoni nonostante la crescita asfittica dei mercati. Sembra, dunque, che le Borse debbano veleggiare bene perché la situazione lo esige. Di contro, oro e argento crollano: la schiarita che promette di risolvere una crisi preoccupante come quella tra Cina e Stati Uniti rende i beni rifugio meno appetibili. Fa eccezione, almeno finora, il franco svizzero, mentre il petrolio resta debole.

Il balzo di Eni

Il petrolio resta debole, si diceva. Ma Eni, alla scadenza di settembre 2025, ha raggiunto un utile netto di 2,5 miliardi di euro (+5%), mentre nel solo terzo trimestre si è attestato sugli 803 milioni, con una crescita del 54%; il piano di buyback dei titoli è decollato a 1,8 miliardi e le azioni sono salite come non si vedeva da molto tempo. Occorre anche ricordare che, per dinamiche di mercato spesso difficili da capire, Eni era sempre stata trattata a sconto rispetto ai concorrenti: ha perciò recuperato un valore più vicino a quello reale. Tuttavia, se il petrolio dovesse rimanere a questi livelli, è difficile immaginare un’ulteriore salita in Borsa per l’azienda guidata da Claudio Descalzi. Per ora, dunque, a godere dell’ottima performance di Eni sono ben più i cassettisti che incassano il dividendo rispetto a chi punta al capital gain.

Boom Btp Valore

E’ stato ancora una volta un successo il collocamento di Btp Valore: la raccolta, di 16,5 miliardi, ha superato quanto registrato dal Btp Più dello scorso maggio. A spingere gli italiani verso la nuova emissione sono stati la voglia di sicurezza, la pubblicità molto presente sui mezzi di comunicazione e i tassi, superiori alla media e considerati accettabili da chi ha sottoscritto i buoni del tesoro. Se pensiamo alle obbligazioni Usa osserviamo facilmente che, con la svalutazione del dollaro, gli investimenti di risparmiatori europei in Treasury hanno causato una perdita del 10% – valore che rende alte, se non sontuose, le percentuali offerte dai Btp.

Tassa sui dividendi

E’ stata introdotta la tassa sui dividendi incassati in qualità di partecipazione di minoranza dalle aziende, che includerebbe le società con meno del 10% del controllo (con esclusione di piccoli risparmiatori e fondi di investimento, mentre sono comprese banche e grandi gruppi, che pagherebbero l’aliquota più alta). La tassa dovrebbe portare un miliardo di euro nelle casse dello Stato. Altra novità dal fronte fiscale: il governo aumenterà di due punti l’Irap per le banche. “Se su 44 miliardi di profitti nel 2025 ce ne mettono a disposizione circa 5 per aiutare le fasce più deboli della società”, ha spiegato la premier Giorgia Meloni, “credo che possiamo essere soddisfatti noi e che in fin dei conti possano esserlo anche loro”. In questi termini, l’intervento del governo sembra ragionevole, a condizioni che non si calchi la mano in maniera esagerata. E’ comunque certa la legittimità di un aumento dell’Irap, a differenza delle proposte di imposizione fiscale degli extraprofitti, che in tutta probabilità non avrebbero superato l’esame di adeguatezza costituzionale.

Faro Ue su TikTok e Meta

TikTok e Meta sono finiti sotto il faro della Commissione Europea. I due social network sono accusati di non aver rispettato l’obbligo di garantire un accesso adeguato ai dati pubblici. Secondo l’esecutivo Ue, le due aziende non hanno neppure offerto agli utenti strumenti semplici per segnalare contenuti illegali, né per permettere di contestare decisioni di moderazione dei contenuti. Nel caso in cui l’osservazione della Commissione fosse confermata, i due gruppi, che hanno respinto ogni addebito, rischierebbero una multa salata. Sembra che, però, l’intervento dell’esecutivo Ue sia arrivato fuori tempo massimo, cioè mentre Cina e Stati Uniti interrompono la loro guerra commerciale. Con un accordo che, tra le altre cose, riguarda anche la vendita dell’80% delle attività americane di TikTok a gruppi statunitensi. Un’intesa fra due grandi potenze come Pechino e Washington renderebbe più debole la posizione della Commissione Europea.

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Tecnologici in grande spolvero

Tornano a galoppare i titoli legati all'innovazione, che sostengono i listini americani con un rally robusto, forse eccessivo. Piazza Affari, invece, è stata tenuta a galla dai bancari ma ha subito il calo degli energetici. Il rischio geopolitico fa paura, ma finora la situazione resta ampiamente sotto controllo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Wall Street sta assistendo a un ritorno di fiamma dei titoli tecnologici, che stanno letteralmente sostenendo la Borsa americana. Questo rally, che ha contraddistinto l'inizio del 2024, è forte, e forse un po' eccessivo. Ma alla fine i mercati vanno a rotazione, e questo è il momento in cui a brillare sono i tecnologici. Il trend proseguirà o rallenterà in funzione degli utili, che via via vengono comunicati.

Un annuncio sbagliato

Mentre Wall Street è “tirato” dalla tecnologia, Piazza Affari ha assistito all'ennesima performance dei titoli bancari, ma anche al rallentamento degli energetici. Per spiegare quest'ultimo fenomeno, non basta la crisi del Mar Rosso che, anzi, per ora non ha un impatto forte come ci si aspetterebbe sui titoli energy. Ci sono, dunque, anche dinamiche interne. Come nel caso di Eni, il cui titolo è stato penalizzato dalla dichiarazione di Giorgetti: nel fine settimana, il ministro ha annunciato il collocamento sul mercato di 2 miliardi di euro di azioni Eni. Un errore clamoroso: solitamente, certe operazioni prima le si fa, poi le si annuncia. Altrimenti, nessuno compra più quei titoli fino al collocamento.

Sotto i 30.000 punti

Ieri, comunque, Piazza Affari ha fatto una breve puntata sotto la soglia psicologica del 30.000 punti. Nulla di drammatico: solamente scostamenti abbastanza gestibili per un indice che gira circa a nove-dieci volte gli utili attesi. La Borsa di Milano sta rifiatando, ma non ci si potrebbe stupire più di tanto se, una volta digerito il boom dello scorso anno, tornasse a sfruttare uno spazio di salita che è nelle sue potenzialità. Fino ad allora, mantenere le posizioni è sempre la strategia più consigliabile: il momento di comprare in maniera importante potrebbe arrivare se il ribasso si portasse oltre il 5%. Cosa peraltro non ancora avvenuta. Sui bond, invece, la soluzione migliore sembra quella di rimanere lunghi di duration.

Pop Sondrio, compratore in vista?

Tornando alle aziende di credito, sono ricorrenti le voci su Banca Popolare di Sondrio. L'istituto retico è stato l'ultima Popolare a diventare spa, dopo aver lottato per sei anni contro la trasformazione forzata decisa nel 2015 dal governo Renzi. Ma ora la banca, diventata contendibile dopo il cambiamento obtorto collo della ragione sociale, è molto interessante anche perché risulta tuttora l'istituto di credito meglio gestito degli ultimi 20 anni. Alcuni rumours hanno indicato Unicredit come possibile interessato a rilevare Pop Sondrio, ma il ceo Andrea Orcel ha negato in modo chiaro l'acquisto di azioni dell'istituto valtellinese. Certo è che Piazza Gae Aulenti, prima di fine anno, comprerà quasi sicuramente qualcosa. Difficile, però, intuire le possibili mire del colosso milanese.

Tassi: la luce in fondo al tunnel?

Dal lato tassi, finalmente si parla di un piano di arretramento. Dopo un balletto di dichiarazioni contrastanti da parte dei vari leader delle banche centrali, Christine Lagarde ha provato a dettare la linea, aprendo all'allentamento della stretta monetaria. Ovviamente, con molta prudenza. Per la presidente della Bce il calo del costo del denaro, su cui scommettono i mercati, è ora “probabile”, anche se “non posso sbilanciarmi", ha detto a Bloomberg Tv. "A meno che si verifichi un altro grave shock, abbiamo raggiunto il picco", ha comunque assicurato. Tuttavia, “dobbiamo restare restrittivi per tutto il tempo necessario". La strategia di Christine Lagarde – non abbiamo mancato di ricordarlo più volte – è stata a più riprese criticabile (lo ha affermato persino più di metà dei dipendenti Bce, che in un sondaggio del sindacato Ipso ha giudicato la sua presidenza “scadente” o “molto scadente”). Tuttavia, almeno in questa situazione, la sua indecisione è comprensibile. A causa della crisi del Mar Rosso, come abbiamo avuto modo di ricordare, un ritorno di fiamma dell'inflazione non è un'ipotesi così campata per aria, mentre l'economia europea (soprattutto quella tedesca) è in crisi. Una nuova situazione da “Scilla e Cariddi” difficile da sbrogliare: sarebbe imbarazzante per le banche centrali abbassare i tassi a causa della crisi economica proprio mentre l'inflazione torna a salire per la crisi di Suez. C'è solo da augurarsi che ogni decisione sia presa in modo rapido e reattivo e non - come è avvenuto quando è stata avviata la stretta monetaria - dopo settimane di tentennamenti, paure e ripensamenti.

Mercato unico dei capitali

Christine Lagarde ha anche insistito su un suo vecchio pallino: il mercato unico dei capitali, che aveva già caldeggiato due mesi fa al Congresso Bancario Europeo. Questo obiettivo, ha affermato la presidente Bce, non significa “eliminare le sedi di mercato rappresentate da Francoforte, Parigi, Milano o Dublino”, ma “portarle sotto un unico meccanismo, un unico insieme di regole e una sola autorità, come abbiamo fatto con la vigilanza bancaria”. Ma il vero punto è un altro: anche un mercato unico dei capitali sarebbe insufficiente. Perché o l'Europa è davvero una federazione e agisce come un Paese, con un bilancio federale approvato a Bruxelles e una vera unione fiscale, oppure rimarrà un'idea incompiuta.

L'esternazione di Dombrovskis

L'insistenza sul mercato unico dei capitali potrebbe essere anche una riaffermazione della volontà, da parte della banca centrale, di spingere per il Mes, ancora bloccato dall'Italia. Un argomento, quello del meccanismo di stabilità, che è stato affrontato apertamente da Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Europea e commissario al commercio, nella sua dichiarazione “a gamba tesa” contro la manovra finanziaria italiana. L'intervento di Dombrovskis, piuttosto irrituale, è stato smorzato da un portavoce della Commissione, che ha parlato di “errore di traduzione”, assicurando che la posizione dell'esecutivo europeo sulla legge di bilancio italiana non è cambiata dallo scorso novembre. Sarà. Ma non è così campato per aria pensare che la “bacchettata” di Dombrovskis sia il classico discorso “a nuora perché suocera intenda”: criticare, cioè, la manovra per spingere l'approvazione del Mes.

Panetta: “rimpatriare le aziende delocalizzate”

Ha fatto molto parlare l'intervento del governatore di Bankitalia Fabio Panetta al comitato esecutivo dell'Abi. Il numero uno di Via Nazionale ha affermato che l'economia italiana sarà praticamente ferma per il prossimo triennio. “Prevediamo che il 2023 si sia chiuso con una crescita del Pil dell'Italia intorno allo 0,6%-0,7% e che la crescita sia al di sotto dell'1% per il 2024 e intorno all'1% per il 2025”. Occhio al Mar Rosso: se ora non ci sono impatti, ha detto, “non si possono escludere in futuro.” Per contribuire al miglioramento della nostra economia, ha aggiunto, converrebbe un piano di rimpatrio in Italia (o almeno all'interno dell'Ue) delle aziende che hanno delocalizzato. “Abbiamo un terzo del Paese con un costo del lavoro più basso, una domanda non soddisfatta”, ha detto il governatore. L'appello di Panetta è assolutamente condivisibile. Se un Paese non dispone di aziende che lavorano sul proprio territorio, non ha il controllo della filiera produttiva e, nello stesso tempo, non crea posti di lavoro, impoverendo i cittadini e indebolendo la domanda. Sicuramente, per facilitare il reshoring, occorrerebbe intervenire finalmente sui lacci e lacciuoli burocratici, che non rendono attrattiva il ritorno delle imprese in territorio nazionale. E, magari, l'arrivo di altre aziende extra-europee.

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Il record che non ti aspetti

Per i mercati europei, il primo mese del 2023 è stato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte. Il rimbalzo, che ben pochi avevano previsto, potrebbe però fermarsi in febbraio, frenato da un cambio di passo negli utili. Intanto, l'attesa delle nuove comunicazioni di Fed e Bce rende nervosi gli investitori

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Per le Borse, il primo mese del 2023 si è chiuso inaspettatamente in grande spolvero. In particolare, l'Europa ha archiviato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte, con un incremento dell'11% circa.

Anche l'ultima settimana completa del mese è andata molto bene, specialmente a Piazza Affari, che venerdì sera si è imposta come migliore Borsa europea. E che, in un anno, ha praticamente recuperato le perdite accumulate in precedenza.

Fra i settori più virtuosi, quello bancario, sostenuto dall'innalzamento dei tassi. Nei prossimi mesi è molto probabile che le aziende di credito siano in grado di proseguire il loro momento positivo, nonostante le prime sofferenze e insolvenze causate dal contesto economico. Questo potrà avvenire perché oggi le banche prestano denaro in misura molto minore rispetto al passato: per questo motivo hanno una posizione ben più solida rispetto a dieci anni fa, rinforzata anche dai nuovi requisiti di capitale introdotti in sede europea.

A brillare particolarmente sui listini italiani è Banco Bpm, che sta correndo dallo scorso dicembre e ha ampiamente superato i massimi del febbraio 2022. La situazione florida dell'istituto di Piazza Meda lascia aperte molte strade: la banca lombardo-veneta può essere appetibile sia come possibile oggetto di mire, sia come protagonista dell'acquisto di una banca piccola. 

Improbabile, invece, che Banco Bpm possa essere interessata a rilevare Mps, a meno di partecipare all'operazione con un pool di banche – la classica “cordata”, operazione che sembra piacere particolarmente al ministero del Tesoro, primo azionista (con il 64%) del gruppo senese.

Attesa nervosa

Se la scorsa settimana le Borse hanno brillato, quella attuale si è invece aperta con un po' di nervosismo, sia in Europa, sia oltre oceano: solo Londra, fra i listini occidentali, è cresciuta, spinta dall'attuale sottodimensionamento britannico causato dai postumi della Brexit.

I motivi dello stop dei mercati sono essenzialmente tre. Il primo è, naturalmente, l'attesa delle conferenze di Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che decideranno se proseguire sulla politica di innalzamento tassi (scelta che, per la verità, è molto probabile, se non scontata), ma soprattutto diranno ai mercati con quale tono intendono proseguire.

In secondo luogo, è perfettamente naturale che le Borse rifiatino dopo un incremento così poderoso (oltre che, ripetiamolo, inatteso).

Infine, a contribuire a una certa ansia è l'arrivo imminente di alcuni importanti dati sugli utili (fra poche ore sono attesi i numeri di Meta, domani quelli di Apple). In generale, per quel che riguarda i dati che verranno pubblicati nel corso di febbraio, salgono i timori di revisioni al ribasso degli utili.

Piano Mattei

Continua intanto a scendere il prezzo del gas, che è poi una delle principali cause dell'inflazione europea. Complici le temperature miti (rese ancora più calde dal favonio in arrivo sul Nord Italia nei prossimi giorni) e il calo del dollaro, il metano potrebbe presto sfondare verso il basso il muro dei 50 euro per megawattora.

Nello stesso tempo, l'Italia si è assicurata una collaborazione importante con il governo libico: l'Eni ha infatti siglato un accordo con Noc, compagnia statale di Tripoli, per produrre gas localmente e acquistarlo per le nostre necessità. L'intesa, che ha suscitato una certa irritazione in Francia, fa parte del revamping del “piano Mattei”, che prevede una partnership fra l'Italia e i paesi africani, all'insegna della condivisione e non dalle logiche predatorie a cui, purtroppo, sono soliti indulgere i paesi occidentali. Proprio obbedendo a queste linee guida, l'obiettivo della partnership è quindi sia garantire energia ai cittadini libici, sia accrescere i flussi di gas verso l'Italia e l'Europa.

Nel caso della Libia, la collaborazione è paritetica: l'Eni investirà 8 miliardi di dollari, ma sarà l'unica società a versare soldi sonanti. Il 50% che la Libia mette sul piatto è infatti costituita dai giacimenti di cui Tripoli è ricca.

Usa-Cina, venti di guerra

Se il “piano Mattei” punta a renderci indipendente dal gas di Mosca, la guerra russo-ucraina continua a imperversare, senza che si intraveda la luce in fondo al tunnel. Come se non bastasse, alcuni giorni fa Mike Minihan, generale dell'aeronautica americana, ha paventato l'apertura di un nuovo fronte, affermando in un rapporto che entro un paio d'anni la Cina potrebbe invadere Taiwan. Operazione che rischierebbe di coinvolgere direttamente gli Usa.

Minihan ha invitato le truppe americane ad “accelerare” la preparazione di un eventuale conflitto fra Pechino e Washington. “Spero di sbagliarmi”, ha affermato l'ufficiale, “ma il mio istinto mi suggerisce che combatteremo nel 2025”.

Una guerra guerreggiata sarebbe, ovviamente, l'incubo più devastante per il mondo intero, che non vedrebbe vincitori, ma solo vinti. Un conflitto che si svolgerebbe in un contesto molto incerto, con una situazione militare favorevole per gli Stati Uniti ma un indubbio vantaggio tecnologico (e numerico) per la Cina.

Se si verificasse invece uno scontro essenzialmente economico, la crisi andrebbe a riverberarsi sull'intero occidente, ormai legato mani e piedi agli scambi con Pechino. Che avrebbe così una fortissima leva nei confronti degli Usa e dei suoi alleati, ben più forte che non il gas e il petrolio russi.

 

Etf, i più innovativi?

Intanto, un sondaggio realizzato da State Street Global Advisors e diffuso nei giorni scorsi rivela che, per la maggioranza degli investitori di Europa e Medio Oriente, l'Etf rappresenta lo strumento più innovativo realizzato nel mondo delle negoziazioni.

È davvero così? Per l'investitore retail, probabilmente, sì. Alla fine, le performance degli exchange traded fund convergono con quelle offerte dai fondi, ma con commissioni di gestione minori. Proprio per questo motivo, gli Etf hanno avuto l'indubbio merito di aver reso gli investimenti finanziari meno costosi per il cliente retail, aprendo il mercato anche a risparmiatori che in precedenza erano esclusi da questa attività.

Tuttavia, al di là del singolo strumento, è la creazione (e la gestione dinamica) di un portafoglio di investimenti diversificati a fare la differenza: se è corretto porre attenzione sul costo dei singoli strumenti, è indiscutibilmente vero che l'obiettivo di un investimento è quello di generare valore nel tempo, compatibilmente con gli obiettivi dell’investitore ed il suo profilo di rischio.

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Mercati, navigazione tranquilla

Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari

 

Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.

È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.

Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.

Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.

 

Meglio l'Europa

Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.

In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.

Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.

 

La discesa del petrolio

In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.

D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.

 

Ma il gas va sempre più su...

Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).

Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.

Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.

Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.

 

C'è chi scende e c'è chi sale

Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.

Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.

L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.

Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.

 

Giappone, deludono i dati sul pil

Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.

Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.

 

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Rimbalzo estivo, sarà vera gloria?

Le maggiori Borse europee hanno chiuso il mese di luglio con aumenti importanti: Milano ha fatto registrare un +5% e Amsterdam un +10%. Fra non molto potremo comprendere se siamo di fronte a un'inversione di tendenza o a un fenomeno temporaneo, verificatosi come contraltare alla forte caduta avvenuta da gennaio in avanti.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Luglio si è chiuso all'insegna del toro per le maggiori Borse europee. Piazza Affari ha archiviato il mese con un rimbalzo di oltre il 5%. E c'è anche chi ha fatto meglio (un esempio su tutti, Amsterdam, che ha raggiunto un brillante +10%).
La fase positiva dei listini era abbastanza attesa, anche se non necessariamente in queste tempistiche. Perché un rimbalzo, prima o poi, avrebbe dovuto verificarsi. Un rimbalzo forte, dato che di solito quanto più violenta è la caduta, tanto più dirompente è il contraccolpo successivo.
Ora il grande interrogativo riguarda la durata del recupero. In qualsiasi mercato ci sono rimbalzi che durano per un lasso temporale importante, altri che si affievoliscono a breve ed esauriscono presto la loro spinta propulsiva.
Nella situazione che stiamo vivendo, come avviene nella maggior parte dei casi, possono verificarsi entrambe le possibilità. Una cosa sembra molto probabile: anche se le Borse tornassero a calare, difficilmente si scenderà sotto i minimi di quest'anno.

Il tempo di comprare
Il rimbalzo lascia comunque ampi spazi per gli investitori: i valori dei titoli, pur in rialzo, sono ancora ottimi per chi vuole comprare. In altre parole, oggi come oggi si può acquistare tutto o quasi tutto.
I titoli top del mercato italiano che fanno il grosso dei nostri listini (a titolo d’esempio: Eni, Enel, Generali, Poste Italiane e Intesa Sanpaolo) chiuderanno con dividendi superiori al 7%; a questo occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto.
Anche ipotizzando lo scenario peggiore (utili in calo del 15%), le valutazioni di questi titoli hanno raggiunto un livello interessante in un’ottica di medio periodo.
Gli investimenti devono però essere consapevoli. Non bisogna cioè sottovalutare le spade di Damocle che pendono nuova crisi sui nostri giorni: Covid, guerra russo-ucraina, inflazione e caro-energia. Senza dimenticare che a queste ansie ormai cronicizzate si potrebbe presto affiancare una nuova crisi, questa volta tra Stati Uniti e Cina. Una tensione causata dalla visita di Nancy Pelosi a Taiwan, che tanto sta facendo infuriare Pechino e che potrebbe aggiungere incertezza a incertezza, vanificando la ripresa dei mercati.

La Fed alza l'asticella
Tra le variabili da considerare, anche il generalizzato rialzo dei tassi avvenuto pressoché in tutto il mondo (Giappone escluso). La Fed, che guida la corsa verso l'alto, ha introdotto un ritocco di 75 punti base - decisione che era comunque ampiamente prevista. La politica aggressiva della banca centrale Usa potrà proseguire con ulteriori ritocchi, ma abbastanza moderati: dovrà poi attendere i dati dei prossimi mesi per organizzare la sua strategia. Le aspettative americane sono su un tasso di inflazione dal 3% al 3,5%.
Gli Stati Uniti sono già in recessione tecnica: occorre aspettare il terzo e il quarto trimestre per vedere se proseguirà. Chi ha una visione ottimista prevede che già dai primi tre mesi del 2023 l'economia statunitense sia in grado di iniziare a riprendersi, ma senza spirale inflattiva.
In Gran Bretagna invece la stagione del rialzo dei tassi potrebbe essersi conclusa. Soprattutto se Liz Truss dovesse vincere la corsa alla successione di Boris Johnson alla testa del Partito Conservatore (e, di conseguenza, a Downing Street). L'attuale segretario di Stato per gli affari esteri è infatti contraria a ulteriori scostamenti verso l'alto del costo della sterlina. Per il resto, Truss segue una linea post-thatcheriana, all'insegna della deregulation e dello scarso intervento dello stato. In politica estera, la sua posizione sembra ancora più dura di quella espressa da Johnson, e questo è un elemento preoccupante sullo scacchiere internazionale.

Rimbalza anche Saipem
Tornando a Piazza Affari, è utile segnalare che i listini sono stati trainati dalle ottime trimestrali di Eni e Saipem. In quest'ultimo caso, la crescita era nella logica delle cose. Il titolo, negli scorsi mesi, era stato letteralmente massacrato, con valori ben al di sotto rispetto a quelli reali. Da queste colonne abbiamo insistito a più riprese sul carattere illogico di questo calo, perché l'aumento di capitale del gruppo restava fuori discussione. E così è stato: l'operazione si è regolarmente svolta, rasserenando l'orizzonte.
Ora Saipem si trova in una situazione molto favorevole, dato che, per sostituire il petrolio russo, riprenderanno le esplorazioni, di cui il gruppo sarà sicuramente protagonista.

La Russia cala l'asso
A guidare le esplorazioni petrolifere mondiali è, però, proprio la Federazione Russa. Le autorità di Mosca hanno avviato la costruzione del terminale estrattivo artico, che punta a diventare il numero uno al mondo. L'operazione si inserisce nell'ambito del progetto Vostok Oil, già in agenda, ma rallentato a causa dei ribassi del prezzo del petrolio del 2021. Ora l'oro nero corre, anche grazie alle sanzioni, e la Russia cala un asso di denari. Che potrebbe non essere raccolto dall'Europa, proprio per l'embargo nei confronti di Mosca, ma da vari altri paesi del mondo. Dall'Asia al Sudamerica.
Tutto questo avviene mentre, alle incertezze geopolitiche in giro per il mondo, si è aggiunto il nuovo caos libico. Per ora non possiamo ancora prevedere i rischi di questo fronte per gli approvvigionamenti petroliferi all'Italia e all'Europa. Certo è che Tripolitania e Cirenaica sono da tempo terreno di scontro di varie potenze, e la nuova crisi può acuire i problemi.
Sappiamo invece che la riunione dell'Opec+ di questa settimana non passerà alla storia. In questo momento, Brent e Wti viaggiano a cavallo di quota 100 (più sotto che sopra), senza raggiungere i picchi che spaventavano imprese e famiglie fino a poco tempo fa. La situazione è, quindi, all'insegna della stabilità (anche se i prezzi attuali sono comunque troppo alti) e il clima vacanziero non dà adito a particolari aspettative.
Anche per quanto riguarda le materie prime siamo generalmente in una fase di stabilità. All'orizzonte non appare nulla di particolare. Il tema vero è la grande incertezza delle aziende: se si verificassero quegli aumenti in bolletta annunciati un giorno sì e l'altro pure, molte imprese sarebbero costrette a ridimensionare la loro attività, o addirittura a chiudere. Con effetti devastanti sull'economia.

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