Gli spiragli di pace fermano il crollo dei mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La dichiarazione di Donald Trump sui colloqui di pace con l’Iran ha calmato l’estremo nervosismo che si era diffuso in Borsa. Ed è accaduto l’impensabile: dopo un crollo del mercato europeo pari al -3%, si è verificato un veloce recupero del 2%, favorito anche dal calo del 10% circa del costo del petrolio. Era dal 2020 che non si verificava un rimbalzo così violento, racchiuso in una ventina di secondi e frutto anche della volatilità che contraddistingue questa fase dei mercati. Non per niente, si è poi verificato un nuovo ritracciamento, ma più graduale – segno che i mercati stanno cercando di incanalarsi in un pattern di pseudo normalità.

In attesa

I mercati restano cauti e in attesa di capire se i colloqui siano davvero in corso (sembra di sì, nonostante il consueto balletto delle smentite) e, in caso positivo, se possano portare a una de-escalation.
Tutto si deciderà nei prossimi dieci giorni: a svolgere un ruolo centrale sarà ovviamente la possibilità che lo stretto di Hormuz possa riaprire al traffico marittimo regolare (alcune ore fa è stato aperto a navi “non ostili”). Un eventuale esito positivo dei colloqui potrebbe non solo fermare la crisi energetica (che ha già obbligato alcuni Paesi ad attingere alle riserve petrolifere), ma anche evitare ulteriori rischi nel Mar Rosso, in grado di fare nuovi danni alle economie di tutto il mondo. Soprattutto a quelle dai Paesi importatori, cioè gran parte dell’Europa e del Far East. Se le cose dovessero andar bene, e la situazione a Hormuz tornasse alla normalità, gli investitori avrebbero la possibilità di rimpolpare il loro portafoglio, puntando su settori – come quello finanziario – penalizzati dalla guerra. Con un orizzonte di un possibile rimbalzo positivo e violento. Se invece le cose dovessero andare male, si potrebbe verificare una nuova correzione dei mercati, anche se non così drammatica: le Borse sembrano infatti aver già espresso gran parte delle perdite dovute alla crisi bellica. Più che i mercati, potrebbero preoccupare le strategie delle banche centrali: la Bce ha già aperto alla possibilità di rialzi dei tassi e il mercato sta scontando la possibilità di tre ritocchi da 25 punti l’uno di qui a fine anno. Il motivo è sempre lo stesso: fermare l’inflazione dovuta al caro-petrolio – anche se, in realtà, l’inasprimento monetario non può incidere sul prezzo del greggio. Se questo fosse il caso, risulterebbe chiaro che non si impara mai dai propri errori: una delle concause della crisi del 2008 fu l’assurda politica di rialzo dei tassi portata avanti da Trichet mentre era ormai chiarissimo a tutti, ma non in Bce, che l’economia europea stava per entrare in una recessione devastante e il rialzo dei tassi non fece altro che accelerarla e aggravarla.

L’oro ripiega

La situazione caotica non ha risparmiato neppure oro e argento, che hanno ripiegato con forza. In realtà, i due metalli si trovavano già in una fase di correzione negativa, probabilmente perché erano arrivati alla fine del ciclo rialzista: l’oro, per esempio, in due anni e mezzo, è passato da 2.500 a 5.500 dollari l’oncia, e un arretramento era prevedibile. Nel trend in discesa ha fatto irruzione la guerra, e il ritracciamento è divenuto dirompente. Ai più, questo fenomeno è parso strano, perché solitamente in caso di crisi gli investitori corrono ad approvvigionarsi di beni rifugio. Vero. Ma in questo caso si è verificata una vendita massiccia da parte del mercato retail: i piccoli investitori in oro e in argento hanno preferito realizzare una plusvalenza, forse con l’obiettivo di accumulare denaro fresco per far fronte a eventuali difficoltà. Per questo motivo, non sarebbe così clamoroso se il metallo giallo scendesse ancora, fermando poi il ciclo ribassista sui 4.000 dollari, o anche leggermente sotto questa quotazione.

Dollaro forte: una condizione temporanea?

E il dollaro? Il dollaro ha guadagnato qualche posizione sull’euro, sulla scorta del caro-petrolio, ma il rimbalzo, peraltro modesto e contenuto, potrebbe avere vita breve. Una fine del conflitto in Iran o almeno una cessazione delle ostilità potrebbe far riprendere la discesa del dollaro fino a 1,20.

Accordi commerciali

Intanto, l’Europa cerca di accelerare su partnership commerciali con altre parti del mondo: poco dopo aver siglato l’intesa con il Mercosur dopo oltre 25 anni di trattative, l’Ue ha raggiunto un accordo di libero scambio con l’Australia, chiudendo negoziazioni in corso dal 2018. L’intesa, che stabilisce anche collaborazioni in campo militare e tecnologico, elimina quasi del tutto le tariffe doganali e punta ad aumentare del 33% l’export dell’Unione Europea nei confronti dell’Australia. Questi accordi mirano a diversificare i commerci in un periodo storico che sembra orientato al ritorno del protezionismo. Ma, è bene ricordarlo, non è possibile sostituire la partnership commerciale con due giganti come Stati Uniti e Cina, senza i quali le altre parti del mondo sarebbero praticamente tagliate fuori dai grandi giri mercantili. Il problema è che sono proprio Washington e Pechino a dettare una linea all’insegna del protezionismo doganale, anche se la decisione della Corte Suprema americana ha reso (almeno per ora) meno critica la situazione. Gli accordi commerciali con altre aree del mondo non sono quindi in grado di sostituire gli enormi scambi con le due grandi potenze. Più efficaci sembrano, invece, i tentativi delle aziende energetiche di trovare approvvigionamenti alternativi di gas e petrolio, in un momento molto delicato, che ha messo a rischio il 20% della produzione mondiale di Gnl a causa degli attacchi al Qatar. Proprio in un’ottica di diversificazione Eni e Petronas hanno formato una newco in grado di mettere a fattor comune 19 asset in Indonesia e Malaysia.

I fondi in pressing sulla serie A

Non si placa l’interesse di fondi e proprietà straniere per il calcio italiano: secondo Il Sole 24 Ore, si sarebbero verificate due manifestazioni di interesse made in Usa per la Cremonese. La società grigiorossa è saldamente nelle mani di Giovanni Arvedi, imprenditore che ha fatto molto per la città di Cremona e la sua squadra, oltre che per il settore delle acciaierie, salvando anche alcune aziende. Se Arvedi dovesse cedere, si concretizzerebbe l’addio al calcio di uno degli ultimi mecenati-gentiluomini sportivi di vecchia scuola. Detto questo, è difficile comprendere come un fondo possa trarre profitto da una squadra, se non acquistandola a prezzi limitati, facendo crescere il suo livello e vendendola. Tuttavia, il mondo del calcio ha regole diverse rispetto agli altri settori di business: per monetizzare su un club occorre investire in risorse tecniche e cercare di unire alla principale fonte di ricavi (quella delle televisioni) possibili partecipazioni a manifestazioni europee. Ma l’accesso dal campionato alla Champions League è riservato a quattro squadre – cinque quando va bene – ed è difficile che una “provinciale” possa ambire a tanto. Per un posto nell’Europa che conta sta lottando, è vero, il Como; ma la società lariana è controllata dall’imprenditore più ricco della serie A, e il suo modello è difficilmente replicabile. Per quattro squadre che rimpolpano i loro bilanci con una partecipazione in Coppa dei Campioni, ce ne sono altre 16 che non lo fanno, e devono mantenere i conti in ordine con un difficile equilibrio fra cessioni strategiche e acquisti mirati, per non indebolire il tasso tecnico della squadra.

Foto di Hide Obara su Unsplash


Borse, prove tecniche di ripresa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La guerra prosegue, il petrolio vola e i problemi legati al transito dallo Stretto di Hormuz sono ancora irrisolti. Tuttavia, le Borse hanno ormai fermato il trend in ripida discesa che aveva caratterizzato i primi giorni del conflitto. Possiamo affermare che, dato tutto quello che accade, i mercati stanno reagendo tutto sommato meglio del previsto. I listini americani sono su livelli non molto dissimili a quelli pre-bellici perché gli Usa sono esportatori di materie prime: gli indici europei e asiatici, dopo un arretramento fisiologico (che avrebbe potuto anche rivelarsi peggiore), si stanno invece arroccando su una nuova linea difensiva, cercando di consolidarsi e, possibilmente, di provare qualche rimbalzo.

Il ruolo chiave di Hormuz

Paradossalmente, è proprio la tenuta del mercato americano a spingere le Borse europee, aiutandole a costruire un fortino di resilienza. Decisivi per la strategia di rilancio, o almeno di difesa, saranno due elementi: la durata della guerra e la situazione dello Stretto di Hormuz. Un collo di bottiglia che finora è chiuso per alcuni Paesi e aperto per altri – primo tra tutti, la Cina. Hormuz è importante non solo per il transito di petrolio – soprattutto verso l’Asia – ma anche per il passaggio di Gnl, di metalli, di fertilizzanti e di molto altro materiale destinato (anche) all’Europa. Che, come l’Estremo Oriente, dipende in gran parte da materie prime di importazione. A bloccarsi a causa del conflitto e dell’ingolfamento dello Stretto non sono solo strutture petrolifere o di gas: il Bahrein, per esempio, ha fermato gli impianti di alluminio, mentre il transito dei fertilizzanti è a rischio, con gli annessi e connessi sull’agricoltura. Se la guerra dovesse terminare in breve tempo, e lo stallo si sbloccasse, potremmo assistere a un ritorno alla normalità e a un rapido recupero degli indici. In caso di sblocco di Hormuz manu militari potrebbe invece subentrare una forte crisi borsistica provvisoria; se però l’operazione consentisse un ritorno alla quasi normalità per le vie marittime e un calo fisiologico del prezzo del petrolio, le Borse – dopo un periodo di forche caudine – tornerebbero a salire. Entrambe le situazioni sottintendono una strategia, che però al momento non appare chiara. Donald Trump dà l’impressione di trovarsi completamente impantanato, e di non sapere come uscirne. E, se non se ne esce, il mercato riprende a scendere. Mentre l’inquilino della Casa Bianca, da parte sua, dovrebbe fare i conti con l’elettorato, che si ritrova la benzina alla pompa a circa 6 dollari al gallone, pari a quasi 1,40 euro al litro. Un prezzo che sarebbe valutato molto basso in Europa, ma che è considerato altissimo negli Stati Uniti, e potrebbe essere capace di disamorare l’elettorato americano alle prossime consultazioni di mid term.

Nervi saldi

Prevedere gli sviluppi della guerra, la sua lunghezza e il suo influsso sulle Borse nel prossimo futuro è molto difficile. Ma non si può dimenticare che anche gli storni peggiori, prima o poi, vengono recuperati. Se si consulta l’indice Msci World dal 1 gennaio 1999 è cresciuto dell’11,5% l’anno. Ogni crisi viene prima o poi digerita, e il mondo finanziario riparte. Per questo motivo, se si hanno i mezzi per sostenere l’investimento, è bene reagire alle fasi orso con sangue freddo: ogni volta che il mercato perde più del 10% è consigliabile rifiutare scelte dettate dal panico. Evitando di vendere, ma anzi aumentando il peso del proprio portafoglio.

Dispersione di rendimenti

Piazza Affari si trova di poco sotto all’apertura del 2 gennaio 2026, ma con una grande dispersione di rendimenti. Il settore industriale legato al cemento ha perso molto – per fare un esempio, WeBuild è calato del 35%, nonostante sia tuttora pieno di commesse. Anche le banche hanno pagato dazio, lasciando sul terreno circa il 15%. Dall’altro lato, le azioni di società produttrici di armi e i titoli petroliferi sono arrivati ai massimi, e quelli legate a tecnologia e innovazione hanno mostrato ottime performance. Mai come in un quadro caotico come quello attuale è consigliabile rimanere attenti alle dinamiche settoriali: a medio termine le banche hanno tutta la potenzialità per recuperare, vista la differenza fra il tasso a breve e quello a dieci anni, salito per paura dell’inflazione: quando il grafico è così inclinato, le banche fanno più utili, e la loro rimonta veloce è molto probabile. Per contro, attenzione ai petroliferi, che a fine guerra scenderanno.

Unicredit riaccende il risiko

A proposito di banche, Unicredit è tornato sul dossier Commerzbank. Il gruppo di piazza Gae Aulenti ha infatti comunicato il lancio di un’ops volontaria sull’istituto tedesco. L’offerta, recita una nota di Unicredit, punta “a superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca in materia di offerta pubblica di acquisto”, ma anche a “favorire, nelle prossime settimane, un confronto costruttivo con Commerzbank e con i suoi principali stakeholder“. Si prevede, prosegue la nota, che Unicredit raggiunga una partecipazione superiore al 30% nell’istituto tedesco, “senza tuttavia acquisirne il controllo”, per evitare alla banca di piazza Gae Aulenti “di aggiustare costantemente la propria partecipazione per rimanere al di sotto della soglia del 30% in ragione del programma di acquisto di azioni proprie in corso da parte di Commerzbank, nonché di poter successivamente incrementare liberamente la propria partecipazione sul mercato o con altre modalità”. Oggi, ricorda la nota, Unicredit detiene “una partecipazione diretta di circa il 26% in Commerzbank e un’ulteriore posizione di circa il 4% tramite total return swap”. Ritorna dunque il risiko bancario, con una sfida che mira a creare un confronto con Commerzbank e a superare lo scetticismo del governo tedesco, contrario a operazioni ostili. Sul fronte assicurativo, Generali sta valutando l’opportunità di sostituire Axa nella partnership di bancassurance con Mps (la collaborazione tra i francesi e il gruppo senese scadrà nel 2027). La mossa di Philippe Donnet potrebbe essere favorita dalla posizione di Montepaschi, che attraverso Mediobanca è il primo azionista del Leone di Trieste.

Image by rawpixel.com


Il petrolio detta la linea

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il petrolio e l’energia si dimostrano ancora una volta decisivi per orientare l’andamento delle Borse. La guerra nel Golfo e il blocco dello stretto di Hormuz hanno fatto raddoppiare la quotazione del greggio in pochi giorni; è poi bastata la dichiarazione di Donald Trump sull’imminente fine delle operazioni militari per riportare il prezzo del petrolio intorno ai 90 dollari – valore comunque decisamente più caro rispetto a quello pre-bellico, che da tempo navigava nella fascia fra i 50 e i 60. Il movimento è stato presto recepito dalle Borse europee e asiatiche, protagoniste di un tentativo di chiaro rimbalzo, che nel nostro continente è stato seguito da un nuovo, più moderato calo.

Dipendenza energetica

La nuova crisi energetica, con la massiccia speculazione che lo ha accompagnato, ha decostruito il castello di certezze che sembravano aver munito i listini di ottime difese. La lezione è chiara: l’impennata del petrolio è troppo anche per un sistema borsistico resistente. Soprattutto in una situazione, come quella attuale, dominata dall’incertezza sui multipli in mercati tirati, che convince gli investitori ad alleggerire il loro portafoglio, causando un prevedibile calo delle quotazioni. Questo è particolarmente vero per Europa e Far East, carenti di materie prime e per questo più influenzati dalle bizze del petrolio e del gas. Wall Street ha perso molto meno: il petrolio, è vero, ha subito un rincaro fortissimo anche oltre oceano, ma la quotazione del metano – che ad Amsterdam è passato dai 30 ai 50 euro circa – negli Stati Uniti è rimasta bassa, diminuendo gli effetti negativi sui mercati. La dipendenza energetica ha quindi messo in ginocchio il Vecchio Continente e l’Estremo Oriente, che poi hanno reagito positivamente alle speranze che la guerra finisca in tempi brevi, con rimbalzi più forti dalle piazze, come Seul, che avevano perso di più in precedenza. E’ proprio qui che si gioca il futuro prossimo dei mercati euro-asiatici. Se davvero dovesse tornare la pace nel Golfo, i listini potrebbero consolidare il recupero e rilanciare, sull’onda di un ritorno di petrolio e gas alla normalità. Se invece lo scontro bellico si protraesse, il mercato finirà per allentarsi, creando recessione e minor crescita.

Due strategie

Proprio le differenti previsioni sulla durata della guerra guideranno gli investitori nella scelta delle strategie da seguire. Gli ottimisti, cioè quelli che credono in un rapido stop delle operazioni belliche, potrebbero giocare la carta del mantenimento delle posizioni, approfittando di eventuali occasioni in un’ottica di trading, sfruttando cioè il primo rimbalzo, che solitamente è violentissimo e di breve durata. Un po’ quello che è accaduto a inizio settimana: per le Borse, pur in piena incertezza sulla durata della guerra, è bastata la dichiarazione aperturista di Trump per avviare il recupero. Piazza Affari, in particolare, ha assistito a un rimbalzo dai minimi dei titoli finanziari – proprio quelli che avevano sofferto di più appena dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran. Questa dinamica potrebbe, appunto, instaurarsi in modo ancor più netto nel caso in cui nel Golfo tacessero le armi. Chi invece teme una guerra di lunga durata, farebbe meglio ad alleggerire il portafoglio, tenendo però le antenne ben sintonizzate su eventuali cambiamenti di rotta.
Minimo comun denominatore per tutti, procedere con cautela, mantenere i nervi saldi, operare con mentalità da trader. E leggere poco i giornali, per non farsi prendere dal panico.

I rischi in Europa

Dal punto di vista dell’economia reale, in Europa si rischia un fenomeno inflattivo simile a quello conseguente allo scoppio della guerra russo-ucraina. L’impennata dei prezzi alla pompa è sotto gli occhi di tutti. Il fenomeno non coinvolge solo la benzina, ma anche il gasolio, i cui costi sono inspiegabilmente esplosi. Questi rincari sono in grado di causare problemi non solo agli automobilisti, ma anche (e soprattutto) ai trasporti via gomma e all’agricoltura. Non è quindi escluso che i prezzi delle merci sugli scaffali possa crescere in maniera visibile nei prossimi giorni, innescando una nuova crisi legata ai consumi.

Deficit Usa alle stelle

Pur risparmiando – come visto – uno storno severo alle Borse americane, il caro-petrolio ha comunque creato scompiglio negli Stati Uniti, obbligando Trump a gettare acqua sul fuoco. Washington, ricordiamolo, ha un problema enorme di deficit pubblico, esploso in due riprese (in epoca-Lehman e al tempo del Covid), per cui le casse pubbliche pagano 1.220 miliardi di dollari di interessi sul debito pubblico (proiezione 2025). A queste vanno aggiunte spese difficilmente comprimibili come quelle militari (lo scorso anno sono state di quasi 1.000 miliardi) e quelle legate al welfare, mentre una tassazione maggiore alle aziende è impensabile. La via dei dazi scelta da Trump – poi stroncata dalla Corte Suprema – era quindi parsa una strada obbligata per riequilibrare un po’ i conti, agendo sulla crescita delle entrate tramite controlli strategici sui flussi commerciali. Se la nuova, più moderata, decisione trumpiana sulle tariffe non dovesse subire stop per via giudiziaria, sicuramente non sarà toccata dai democratici, una volta dovessero reinsediarsi alla Casa Bianca, un po’ come è avvenuto per la tornata di tariffe introdotte dal presidente Usa nel corso del suo primo mandato. Come spesso accade, le misure impopolari vengono contrastate dall’opposizione, che poi regolarmente non le tocca una volta conquistato il governo.

La coperta è corta

Certo è che l’improvvisa restrizione del margine di manovra mette in difficoltà Trump, alle prese – oltre che con il caro-petrolio – anche con il cauto avanzamento del dollaro, che recupera lentamente sull’euro pur in un quadro di debolezza intrinseca. Gli americani votano pensando al portafoglio, e la promessa di mantenere basso il prezzo della benzina ha assunto un ruolo centrale nella campagna elettorale del presidente. Che quindi ha una strada obbligata: fare di tutto per far tornare il petrolio a livelli di guardia prima delle elezioni di mid term. In cui il costo della benzina giocherà un ruolo importante, se non decisivo.

Image by rawpixel.com


Guerra in Iran, scompiglio in Borsa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La scorsa settimana, gran parte dell’attenzione dei mercati era concentrata sull’intelligenza artificiale, con i timori di bolla che deprimevano la Borsa americana. Con l’attacco israelo-americano sull’Iran di sabato scorso, le priorità dei listini di tutto il mondo sono bruscamente cambiate. Il rapido succedersi degli eventi ha visto le quotazioni di petrolio e gas schizzare molto in alto: il Brent ha sfondato gli 80 dollari al barile e il Wti staziona nella fascia 70-80, mentre il metano ha quasi raddoppiato la sua quotazione. Decisive sono state le reazioni di Teheran all’attacco. Prima di tutto quella militare contro alcuni Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti – con tanto di sospensione cautelativa, da parte di QatarEnergy, della produzione di Gnl a Mesaieed e Ras Laffan, che è il sito più grande del mondo: la decisione, se prolungata, potrebbe avere pesanti ricadute sui Paesi europei (soprattutto Italia e Germania) e asiatici. E i mercati, spinti dalla paura, arretrano. A questo si è aggiunta la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale (20 milioni di barili al giorno) e che, potenzialmente, è in grado di bloccare molti commerci.

Europa e Asia arretrano

L’improvvisa impennata dei costi energetici si è così riverberata sugli indici europei e asiatici, con ribassi generalizzati e il crollo della Borsa di Seul, che ieri aveva chiuso con una perdita di oltre il 7% e oggi ha lasciato sul terreno circa il 12%. Milano ha iniziato la settimana con un arretramento pari a più del 2% e ha proseguito ieri cedendo quasi il 4%, con una prestazione particolarmente negativa delle banche, e stamattina ha aperto cauta. In un contesto di indici europei che stanno provando un rimbalzo. Più volte abbiamo evidenziato che, negli ultimi tempi, le Borse si sono dimostrate vaccinate agli urti geopolitici. Ma, evidentemente, quando entrano in gioco petrolio e gas le pressioni diventano troppo forti e la resistenza dei listini viene meno. Diversa la situazione delle Borse americane che, dopo un cedimento iniziale, hanno praticamente recuperato le perdite, per poi tornare in calo marginale: -0,83% il Dow Jones, -1,02% il Nasdaq. Quest’ultimo, in particolare, è forse riuscito a limitare i danni anche grazie alla stessa intelligenza artificiale che la scorsa settimana preoccupava gli investitori: si potrebbe ipotizzare che l’IA abbia fermato il suo trend negativo proprio per le sue possibili applicazioni in campo militare, agganciandosi di fatto al trend del settore difesa. E questo nonostante gli allarmi sui timori di una bolla (Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, ha paventato una crisi come quella del 2008) e la possibilità di nuove limitazioni Usa all’export di chip verso imprese cinesi.

Due scenari

L’incertezza la fa da padrona, anche perché non si riesce a prevedere la durata di questa guerra. Se il conflitto fosse una questione al massimo di quattro-cinque settimane, come da iniziale pianificazione di Donald Trump, i mercati avrebbero la concreta possibilità di stringere i denti per un certo periodo e poi “digerire” i problemi portati dall’evento bellico, provando l’inversione di tendenza con rimbalzi veloci. Se invece ci trovassimo di fronte a una endless war il contesto diventerebbe molto più confuso, con una situazione in grado di amplificare il rischio asimmetrico che contrappone possibili rimbalzi deboli e crolli del 10%-20%. Una guerra di lunga durata sarebbe una mina vagante non solo per i mercati, ma anche per Trump, che rischierebbe di giocarsi le elezioni di mid term e di provocare una spaccatura nella sua stessa base. Gli americani votano pensando al portafoglio: il prezzo della benzina alla pompa è una parte molto importante nel carrello della spesa e un rincaro dell’energia rischia anche di compromettere il rallentamento dell’inflazione e di conseguenza il calo dei tassi caldeggiato dal presidente americano. Un ruolo centrale verrà giocato, quindi, da due partite: l’eventuale riapertura dello stretto di Hormuz, il cui blocco alla lunga non conviene neanche a Teheran, e la possibilità che i qatarioti diano nuovamente il via alla produzione di Gnl. Un’eventualità che potrebbe avverarsi in assenza di nuovi attacchi militari iraniani.

Cosa fare?

In queste condizioni, è difficile consigliare una strategia di investimento. Chi crede che la guerra durerà un mese o poco più, potrebbe provare a sfruttare qualche opportunità d’acquisto. Già oggi sono appetibili i finanziari, attualmente deboli, mentre è meglio evitare i titoli che sono saliti molto, come gli energetici e il settore difesa. Chi invece ha timore che lo scontro duri di più, si sentirà molto più tranquillo alleggerendo posizioni e attendendo tempi migliori per le Borse.

Valute e beni rifugio

La paura ha fatto 90 per i beni rifugio, ma non per tutti. E’ salito nuovamente il franco svizzero, ancora ai massimi sull’euro, e si prevede anche un possibile exploit della corona norvegese. Mentre il bene rifugio “storico” per eccellenza, e cioè l’oro, non ha sfruttato l’occasione, imboccando una strada a zig zag: prima su (ma non in maniera decisa come avrebbe potuto fare), poi giù. Tornando alle valute, il dollaro si sta rinforzando sull’euro, anche se per ora il recupero è a passo lento. Tuttavia, se il biglietto verde dovesse salire ancora, si potrebbe creare qualche ulteriore grattacapo per Trump: in un periodo di incertezza sui dazi, verrebbe a mancare anche il vantaggio competitivo di una moneta debole, che in fondo è come una “tariffa doganale di fatto”.

Intelligenza artificiale

In un quadro confuso come l’attuale, l’intelligenza artificiale sembra relegata in un angolino, ma non è così. La sfida dell’IA non si risolve in poche settimane o in alcuni mesi, ma pervaderà sempre più il nostro futuro.
Già ora, il suo coinvolgimento in alcuni settori dà il via a crisi settoriali, che hanno colpito, per esempio, il comparto del software e quello del trading, e chissà cosa altro nei prossimi mesi. Per non parlare delle ripercussioni che si verificheranno sul fronte dei posti di lavoro, con le conseguenze (anche sull’economia) che è facile immaginare.

Foto di Hans-Peter Gauster su Unsplash


Unicredit, l'ops su Banco Bpm scompagina le carte

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’offerta pubblica di scambio volontaria di Unicredit sulla totalità dei titoli Banco Bpm ha conquistato la ribalta come un fulmine a ciel sereno. L’operazione – che, nel caso in cui tutti gli azionisti di Piazza Meda aderissero, avrebbe un controvalore pari a 10.086.832.606 euro – ha però sollevato interrogativi e una certa dose di scetticismo, sia nei commentatori, sia nella politica.

Offerta troppo bassa

Per comprendere le ragioni che hanno mosso Unicredit occorre fare supposizioni, dato che è difficile comprendere le motivazioni reali del suo amministratore delegato Andrea Orcel. Certo è che l’offerta “carta contro carta” – 0,175 azioni Unicredit per ogni titolo del Banco – non è per nulla congrua, né conveniente. A questi valori, per gli azionisti Bpm, non ha nessun senso aderire alla proposta. Quindi, o Orcel alza la posta (ma un simile comportamento non è nel suo stile), o probabilmente non si raggiungerà la quota di adesione necessaria per condurre in porto l’operazione.

Operazione difensiva?

Queste difficoltà, naturalmente, sono note al top management di Unicredit. Perciò è abbastanza diffuso il sospetto che si tratti di un’azione difensiva, lanciata sia per evitare un assalto del Crédit Agricole su Piazza Meda, sia (soprattutto) per congelare la fusione Banco Bpm-Montepaschi ed evitare che si formi il terzo polo bancario di sistema. Questo rischio ha creato nervosismi nel governo, e ha portato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a considerare l’utilizzo del golden power per fermare il progetto l’operazione. L’esecutivo vuole evitare lo stop al piano che mira a creare tre-quattro banche di sistema in Italia. Nella valutazione di Orcel potrebbe anche aver influito l’aspetto assicurativo: proprio l’interesse a formare un polo di bancassurance con Unipol spingerebbe Unicredit a inglobare il Banco e di lì muovere per un accordo con la compagnia bolognese.

La pista tedesca

L’ops di Unicredit appare dunque un tentativo di difficile riuscita e di dubbia convenienza. Meno ardua è la pista Commerzbank, pur avversata dal governo tedesco attualmente in carica (e probabilmente anche dagli esponenti di quello che sarà il prossimo esecutivo di Berlino). Meno ardua da condurre in porto, abbiamo detto, ma più impegnativa dal punto di vista economico. Perché Banco Bpm è un’azienda di credito virtuosa, mentre Commerzbank ha la necessità di essere risanata. In ogni caso, una pista non esclude l’altra: Unicredit ha i mezzi per esperire entrambi i tentativi, ammesso che lo voglia davvero. E che i due governi (italiano e tedesco) non si mettano di traverso.

La reazione della Borsa

Quando vengono proposte operazioni carta contro carta, entrano solitamente in campo gli arbitraggisti, che vendono azioni del potenziale acquirente e acquistano titoli della “preda”. Così è avvenuto anche in questo caso, con Unicredit che ha perso il 4,7% circa in due giorni e Banco Bpm che è salito del 5,5%. Per Piazza Gae Aulenti il calo, abbastanza normale in queste situazioni, si inserisce in un trend già negativo, che ha portato i valori delle sue azioni dai 43 euro di inizio novembre ai 35 odierni. Attenzione, però: la flessione non riguarda solo Unicredit, ma l’intero settore bancario italiano, che settimana scorsa ha subito cali abbastanza pronunciati. Il ripiegamento, che non ha impedito una buona chiusura per Piazza Affari, sembra suggerire un cambio di tono per il settore creditizio. E questo dipende da varie ragioni. Prima di tutto, dall‘irreversibilità del taglio dei tassi relativi all’euro. I mercati scommettono su una diminuzione, da parte della Bce, di 50 punti base il prossimo dicembre. E il trend presumibilmente proseguirà il prossimo anno, nel disperato (e difficile) tentativo di favorire la ripartenza di un’economia europea disastrata. Per questo motivo l’apprezzamento per gli ottimi bilanci bancari 2024 non è sufficiente per mantenere alte le azioni. Perché ci si chiede se i numeri eccellenti di quest’anno saranno sostenibili anche nel 2025. Domanda retorica: in presenza di tassi in costante ridimensionamento, difficilmente le banche potranno nuovamente raggiungere questi livelli. I mercati lo sanno e, anticipando come da tradizione le tendenze delle Borse, stanno già scontando le scommesse al ribasso. Alla settimana negativa del settore bancario hanno contribuito anche la tassa sugli extraprofitti introdotta in Spagna, che ha penalizzato particolarmente Bbva e Banco Santander, e il timore dei dazi che potrebbero essere applicati da Donald Trump all’Europa – una paura che ha però l’aspetto di una scusa per spiegare i motivi delle sottoperformance.

Gli energetici promettono bene

In questa situazione come dovrebbe reagire l’investitore? Molto difficile rispondere: attualmente, la situazione è difficilmente decifrabile e occorre – come si usa dire – andare con i piedi di piombo. Se proprio si dovesse scegliere un settore su cui puntare oggi, si potrebbe optare per l’energetico-elettrico, che trarrà beneficio dal ribasso del costo del denaro. In ogni caso, meglio attendere la prossima settimana, dato che domani ricorrerà negli Usa il giorno del Ringraziamento, e venerdì le Borse saranno probabilmente catatoniche.

L’effetto Bessent prolunga il “Trump trade”

Negli Stati Uniti, la nomina di Scott Bessent a segretario al Tesoro americano ha spinto in alto i listini Usa, permettendo al Dow Jones di stabilire un nuovo primato intraday. Queste reazioni sono perfettamente spiegabili: Bessent, gestore di hedge ed ex partner di Soros Fund Management, è uno che di mercato ne capisce molto, e la sua nomina è stata interpretata come un segnale pro Wall Street. Per il resto, le Borse (americane ed europee) non hanno reagito più di tanto all’escalation della guerra russo-ucraina, con il coinvolgimento sempre maggiore degli anglo-americani e le minacce francesi. Probabilmente, i mercati aspettano l’insediamento di Trump per valutare se le promesse di impegnarsi per la pace saranno mantenute.

Polemiche sul decreto “Salva Milano”

La Camera ha approvato con un ampio accordo trasversale il decreto “Salva Milano”, che sana alcune incertezze normative in seguito ad autorizzazioni edilizie concesse dal Comune e risolve varie situazioni che avevano, in certi casi, indotto la magistratura a intervenire. La legge punta a dare un’interpretazione certa in tema di edilizia e urbanistica e non si applica soltanto alla capitale lombarda, ma a tutto il territorio italiano. La misura, nonostante ciò che si dice, ha tutto l’aspetto di una sanatoria e nasconde un pericolo: quello di dare il via libera alla cementificazione selvaggia. Si rischia, cioè, di interpretare come “ristrutturazione” l’abbattimento di una casa pericolante di tre piani e la costruzione di un edificio di 30. Un esempio su tutti: in zona San Siro è comparso un grattacielo persino più alto dello stadio e in questa situazione si è parlato di errata interpretazione della norma. Se non che, prima un palazzo così alto non c’era. Davvero vogliamo lo sviluppo verticale delle città, con un consumo di suolo e il cambiamento radicale dello skyline? Oltretutto, ciò avviene a costo zero, mentre, ricordiamolo, se un cittadino vuole aprire una finestra in più a casa propria, o effettuare lavori, viene assalito dalla burocrazia e, comunque, deve pagare somme non trascurabili. Anche in questo caso sembra imporsi la legge dei doppi standard, a detrimento dei cittadini comuni e della vivibilità nei contesti urbani.

Foto rawpixel.com


Flessione dei mercati: ritracciamento o ritorno dell'Orso?

Le Borse europee hanno archiviato settembre in decisa sofferenza, aprendo ottobre nello stesso modo. Ma occorre aspettare qualche giorno per comprendere se – a un anno dal grande rimbalzo del 2022-23 – siamo di fronte a un semplice calo fisiologico o a un trend negativo. Intanto, il rischio (scongiurato) di uno shutdown americano e la maggiore probabilità di un nuovo rialzo dei tassi Fed provocano un sell off delle obbligazioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il settembre delle Borse europee si è chiuso male e l'apertura del mese di ottobre ha confermato il trend al ribasso. Con una costante: sia venerdì, sia lunedì sera Piazza Affari è stata maglia nera continentale, con cali di oltre l'1% a seduta. Solo il ribasso del petrolio, sorprendentemente sceso sotto i 90 dollari al barile, ha dato un po' di fiato agli investitori, anche se il graduale arretramento dell'euro nei confronti del biglietto verde può attutirne gli effetti.

I motivi della flessione

Siamo dunque arrivati al pronosticato e temuto trend negativo? Non è ancora detto. Finora è più corretto parlare di ritracciamento, di listini europei che stanno arrancando: nei prossimi giorni si vedrà se siamo di fronte a un mercato Orso di lungo termine o a un calo fisiologico temporaneo. In qualsiasi caso, tuttavia, le cause dello stop, sono già abbastanza chiare. Prima di tutto la stagionalità: come ricordato più volte, l'autunno è il periodo in cui le Borse solitamente rifiatano e si riposizionano verso il basso. Ha fatto eccezione l'anno scorso, con l'inversione di tendenza e il lungo rimbalzo partiti proprio il 6 di ottobre; tuttavia, la riscossa dei mercati è giunta, quasi fisiologica, dopo un lungo e drammatico trend in discesa. Altra causa, la natura dei listini europei, differenti da quelli americani: i primi sono mercati di flussi, molto sensibili alla recessione, i secondi di investitori. Naturalmente, ha influito anche la crisi immobiliare cinese, soprattutto in una situazione in cui Pechino è uno sbocco molto forte per l'economia tedesca. Economia che traina l'Europa e che è già in recessione da inizio anno, provocando (proprio per la già menzionata natura delle Borse continentali) un graduale ritiro da parte degli investitori. Senza parlare della guerra russo-ucraina, di cui non si vede la fine, e della consapevolezza, da parte degli investitori, che la situazione delle economie mondiali è peggiore rispetto a quanto riportano i giornali.

Powell torna falco

Last, but not least la politica monetaria di Banca Centrale Europea e Federal Reserve; quest'ultima, ritenuta ormai vicina a fermare l'aumento dei tassi, è tornata sui suoi passi: il suo presidente Jerome Powell ha delineato un futuro “lacrime e sangue”, portando la sua popolarità ai minimi dai tempi della prima emergenza Covid: non per niente, i suoi incontri con gli imprenditori americani sono sempre più difficili e controversi. In un confronto con rappresentanti delle aziende e della società civile a York (Pennsylvania), per esempio, il presidente della banca centrale americana ha evitato accuratamente di parlare delle strategie monetarie o degli scenari dell'economia, limitandosi a ricordare che le conseguenze economiche causate dalla pandemia non sono ancora state del tutto risolte. A parlare di tassi ci ha però pensato Michelle Bowman, influente consigliera della Fed, che ha sottolineato la necessità di alzare nuovamente il costo del denaro, per raggiungere il “mantra” del 2% di inflazione.

Shutdown scongiurato

Intanto però l'economia americana sembra ben più resiliente rispetto a quella europea. La convivenza tra due macrotrend in apparente dicotomia (la stretta monetaria e le condizioni economiche ancora buone) ha spinto in alto il dollaro, che come già detto, prosegue ad avanzare sull'euro, e ancora di più sullo yen, anche se sembra difficile che la banca centrale giapponese cambi la sua strategia ormai tradizionale di tassi in territorio negativo – soprattutto perché l'inflazione nipponica non è più alta rispetto a quelle di Europa e Stati Uniti. Sicuramente, a dare forza al biglietto verde ha contribuito anche il rischio shutdown, che paradossalmente ha convinto gli investitori a cercare rifugio proprio nella valuta americana. Il blocco delle attività amministrative è poi stato scongiurato da un accordo che ha costretto l'amministrazione democratica a rinunciare a finanziare l'Ucraina per 6,2 miliardi di dollari di aiuti. Il compromesso con i repubblicani moderati ha tuttavia causato un sell off di obbligazioni (prima negli Usa, poi a livello mondiale) proprio perché l'intesa anti-shutdown ha reso più probabili nuovi rialzi ai tassi Fed. Per i bond, dunque, siamo molto vicini ai massimi di rendimento, che quest'anno sarà prossimo allo zero.

Gas russo, qualcosa si muove

Novità sul fronte del gas russo: la Commissione Europea ha consigliato di eliminare il divieto permanente di importazione da Mosca proposto dal Parlamento Ue. Meglio, secondo l'esecutivo dell'Unione, concedere semplicemente ai singoli Stati membri l'opportunità di introdurre un divieto provvisorio di import da Russia e Bielorussia nel caso in cui se ne presentasse l'esigenza per motivi di sicurezza nazionale. La nuova posizione della Commissione Europea arriva proprio nei giorni in cui – oltre alla già citata revoca della tranche di aiuti americani all'Ucraina – le elezioni slovacche hanno visto la vittoria della sinistra di Robert Fico, contrario a fornire nuove armi a Kiev.

Mercati a un bivio?

In che modo comportarsi nell'agone borsistico in questo periodo di incertezza? Difficile dirlo. Nel dubbio, la soluzione migliore sembra ancora l'attesa. La situazione non è ancora emergenziale e il momento di comprare non sembra ancora giunto. Prima di muoversi in forze, è forse saggio attendere l'eventuale calo del mercato americano. Nel corso di questi due mesi sembra possibile un'erosione del 4%-5%: se ciò dovesse accadere, c'è da sperare che l'arretramento sia veloce, piuttosto che lento, graduale e snervante. Occorrerà anche considerare le tensioni sullo spread italiano, alimentate dalle paure crescenti (e le pressioni) sui conti pubblici italiani e già anticipate dalle previsioni delle grandi banche d'affari

Image by rawpixel.com


Il record che non ti aspetti

Per i mercati europei, il primo mese del 2023 è stato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte. Il rimbalzo, che ben pochi avevano previsto, potrebbe però fermarsi in febbraio, frenato da un cambio di passo negli utili. Intanto, l'attesa delle nuove comunicazioni di Fed e Bce rende nervosi gli investitori

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Per le Borse, il primo mese del 2023 si è chiuso inaspettatamente in grande spolvero. In particolare, l'Europa ha archiviato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte, con un incremento dell'11% circa.

Anche l'ultima settimana completa del mese è andata molto bene, specialmente a Piazza Affari, che venerdì sera si è imposta come migliore Borsa europea. E che, in un anno, ha praticamente recuperato le perdite accumulate in precedenza.

Fra i settori più virtuosi, quello bancario, sostenuto dall'innalzamento dei tassi. Nei prossimi mesi è molto probabile che le aziende di credito siano in grado di proseguire il loro momento positivo, nonostante le prime sofferenze e insolvenze causate dal contesto economico. Questo potrà avvenire perché oggi le banche prestano denaro in misura molto minore rispetto al passato: per questo motivo hanno una posizione ben più solida rispetto a dieci anni fa, rinforzata anche dai nuovi requisiti di capitale introdotti in sede europea.

A brillare particolarmente sui listini italiani è Banco Bpm, che sta correndo dallo scorso dicembre e ha ampiamente superato i massimi del febbraio 2022. La situazione florida dell'istituto di Piazza Meda lascia aperte molte strade: la banca lombardo-veneta può essere appetibile sia come possibile oggetto di mire, sia come protagonista dell'acquisto di una banca piccola. 

Improbabile, invece, che Banco Bpm possa essere interessata a rilevare Mps, a meno di partecipare all'operazione con un pool di banche – la classica “cordata”, operazione che sembra piacere particolarmente al ministero del Tesoro, primo azionista (con il 64%) del gruppo senese.

Attesa nervosa

Se la scorsa settimana le Borse hanno brillato, quella attuale si è invece aperta con un po' di nervosismo, sia in Europa, sia oltre oceano: solo Londra, fra i listini occidentali, è cresciuta, spinta dall'attuale sottodimensionamento britannico causato dai postumi della Brexit.

I motivi dello stop dei mercati sono essenzialmente tre. Il primo è, naturalmente, l'attesa delle conferenze di Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che decideranno se proseguire sulla politica di innalzamento tassi (scelta che, per la verità, è molto probabile, se non scontata), ma soprattutto diranno ai mercati con quale tono intendono proseguire.

In secondo luogo, è perfettamente naturale che le Borse rifiatino dopo un incremento così poderoso (oltre che, ripetiamolo, inatteso).

Infine, a contribuire a una certa ansia è l'arrivo imminente di alcuni importanti dati sugli utili (fra poche ore sono attesi i numeri di Meta, domani quelli di Apple). In generale, per quel che riguarda i dati che verranno pubblicati nel corso di febbraio, salgono i timori di revisioni al ribasso degli utili.

Piano Mattei

Continua intanto a scendere il prezzo del gas, che è poi una delle principali cause dell'inflazione europea. Complici le temperature miti (rese ancora più calde dal favonio in arrivo sul Nord Italia nei prossimi giorni) e il calo del dollaro, il metano potrebbe presto sfondare verso il basso il muro dei 50 euro per megawattora.

Nello stesso tempo, l'Italia si è assicurata una collaborazione importante con il governo libico: l'Eni ha infatti siglato un accordo con Noc, compagnia statale di Tripoli, per produrre gas localmente e acquistarlo per le nostre necessità. L'intesa, che ha suscitato una certa irritazione in Francia, fa parte del revamping del “piano Mattei”, che prevede una partnership fra l'Italia e i paesi africani, all'insegna della condivisione e non dalle logiche predatorie a cui, purtroppo, sono soliti indulgere i paesi occidentali. Proprio obbedendo a queste linee guida, l'obiettivo della partnership è quindi sia garantire energia ai cittadini libici, sia accrescere i flussi di gas verso l'Italia e l'Europa.

Nel caso della Libia, la collaborazione è paritetica: l'Eni investirà 8 miliardi di dollari, ma sarà l'unica società a versare soldi sonanti. Il 50% che la Libia mette sul piatto è infatti costituita dai giacimenti di cui Tripoli è ricca.

Usa-Cina, venti di guerra

Se il “piano Mattei” punta a renderci indipendente dal gas di Mosca, la guerra russo-ucraina continua a imperversare, senza che si intraveda la luce in fondo al tunnel. Come se non bastasse, alcuni giorni fa Mike Minihan, generale dell'aeronautica americana, ha paventato l'apertura di un nuovo fronte, affermando in un rapporto che entro un paio d'anni la Cina potrebbe invadere Taiwan. Operazione che rischierebbe di coinvolgere direttamente gli Usa.

Minihan ha invitato le truppe americane ad “accelerare” la preparazione di un eventuale conflitto fra Pechino e Washington. “Spero di sbagliarmi”, ha affermato l'ufficiale, “ma il mio istinto mi suggerisce che combatteremo nel 2025”.

Una guerra guerreggiata sarebbe, ovviamente, l'incubo più devastante per il mondo intero, che non vedrebbe vincitori, ma solo vinti. Un conflitto che si svolgerebbe in un contesto molto incerto, con una situazione militare favorevole per gli Stati Uniti ma un indubbio vantaggio tecnologico (e numerico) per la Cina.

Se si verificasse invece uno scontro essenzialmente economico, la crisi andrebbe a riverberarsi sull'intero occidente, ormai legato mani e piedi agli scambi con Pechino. Che avrebbe così una fortissima leva nei confronti degli Usa e dei suoi alleati, ben più forte che non il gas e il petrolio russi.

 

Etf, i più innovativi?

Intanto, un sondaggio realizzato da State Street Global Advisors e diffuso nei giorni scorsi rivela che, per la maggioranza degli investitori di Europa e Medio Oriente, l'Etf rappresenta lo strumento più innovativo realizzato nel mondo delle negoziazioni.

È davvero così? Per l'investitore retail, probabilmente, sì. Alla fine, le performance degli exchange traded fund convergono con quelle offerte dai fondi, ma con commissioni di gestione minori. Proprio per questo motivo, gli Etf hanno avuto l'indubbio merito di aver reso gli investimenti finanziari meno costosi per il cliente retail, aprendo il mercato anche a risparmiatori che in precedenza erano esclusi da questa attività.

Tuttavia, al di là del singolo strumento, è la creazione (e la gestione dinamica) di un portafoglio di investimenti diversificati a fare la differenza: se è corretto porre attenzione sul costo dei singoli strumenti, è indiscutibilmente vero che l'obiettivo di un investimento è quello di generare valore nel tempo, compatibilmente con gli obiettivi dell’investitore ed il suo profilo di rischio.

Image by rawpixel.com


2023, la riscossa dei bond?

Dopo 11 anni di performance poco attraenti, le obbligazioni potrebbero tornare a spiccare il volo. Poche attese, invece, sull'azionario, pesantemente condizionato dalla recessione in arrivo. E le materie prime...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'anno che si è appena chiuso ha causato molti incubi agli investitori. A essere colpiti sono stati soprattutto gli obbligazionisti, che nel corso del 2022 hanno perso molto di più rispetto al rialzo, continuo e graduale, dei tassi di interesse.

Ora, sono molti i segnali che suggeriscono un'inversione di tendenza: il 2023 potrebbe configurarsi come il primo in 11 anni a offrire rendimenti interessanti per i bond. La storia ci insegna che, dopo una serie di chiusure al ribasso, le obbligazioni tornano a crescere, con performance tra cedola attesa e capital gain che potrebbero arrivare fino al 10%.

Obbligazionario vs azionario

Sembra quindi che il 2023 possa davvero essere l'anno buono. La remunerazione attesa è decisamente golosa: senza spingerci sulle previsioni più ottimistiche, possiamo comunque attenderci rendimenti fra il 5% e il 7%.

La possibile riscossa dell'obbligazionario è uno dei motivi per cui probabilmente il mercato azionario non offrirà grandi spunti. Tutte le economie europee stanno entrando in recessione, anche se non si riesce a prevedere quanto il fenomeno sarà profondo. Se la depressione dell'economia assumesse una forma moderata, non assisteremmo a particolari crolli e magari a fine anno i mercati chiuderebbero in positivo, seppure di poco; in caso contrario, possiamo aspettarci un nuovo anno in calo. Comunque vada, dovremo rapportarci con una forte volatilità.

La grossa incognita viene, ancora una volta, dalla geopolitica: se la guerra russo-ucraina, come purtroppo sembra, dovesse protrarsi, l'impatto sull'economia reale potrebbe confermarsi negativo e la recessione rischierebbe di manifestarsi in forma pesante. A peggiorare ulteriormente la situazione, la crisi tra Serbia e Kosovo, meno impattante dal punto di vista economico (i due paesi dell'ex Jugoslavia non dispongono di materie prime importanti), ma preoccupante per la posizione dell'area nel cuore dell'Europa e per i timori di una nuova, pericolosa “balcanizzazione” degli equilibri continentali.

Il mix di partenza

Per l'azionario è dunque lecito aspettarsi un primo trimestre non facile, con i mercati che potranno scendere ancora un po' per poi riprendere nel corso dell'anno, con la possibilità (recessione permettendo) di chiudere in positivo. Ma realisticamente non ci si può aspettare una media maggiore del 5-6%.

Per questo motivo, è saggio iniziare con un mix moderato: una componente azionaria prudente, aspettando di valutare un aumento del suo peso nel corso dell'anno, e un investimento molto più costruttivo e aggressivo sull'obbligazionario perché, come già specificato, abbiamo già assistito al grosso delle perdite nel corso di quest'anno.

Materie prime

Resta il nodo delle materie prime. Difficile prevedere le nuove evoluzioni del prezzo del gas: certo è che le aperture russe sulle forniture all'Europa potrebbero tenere il costo del metano sotto controllo. Nonostante dichiarazioni contrastanti, Mosca ha ancora bisogno dei soldi europei e le sue forniture ai paesi Ue dovrebbero crescere nel corso di questi mesi, assicurando un'erogazione ragionevole almeno per i restanti mesi invernali.

Per questo motivo, non dovrebbero esserci choc da offerta: si prevede che il prezzo del gas non superi quota 100 e rimanga ben distante dall'alto price cap introdotto dall'Unione Europea.

Il petrolio rappresenta un altro punto di domanda, ma la situazione attuale suggerisce che difficilmente si avvicinerà ai picchi raggiunti l'anno scorso. Il prezzo potrebbe, tuttavia, aumentare per la fine delle restrizioni in Cina e il superamento di questa importante ondata di Covid.

Tassi: nessuna schiarita in vista

E i tassi? Difficilmente si abbasseranno a giugno, come qualcuno prevedeva non prima dello scorso mese. Per ora, anzi, non ci sono segnali di stop ai rialzi che, come in un ping pong Washington-Francoforte, vengono decisi dalla Fed e dalla Bce.

Una volta raggiunto un livello considerato accettabile, o coerente con le politiche antinflazionistiche, le banche centrali stabilizzeranno poi gli interessi, come è d'uso fare. Ci vorrà un po' per considerare la possibilità di invertire la tendenza e puntare sui ribassi: forse i tassi resteranno alti per tutto il 2023.

L'anno successivo, negli Stati Uniti, le cose potrebbero cambiare. Non per motivi strettamente legati alla lotta all'inflazione, ma per ragioni essenzialmente politiche: il 2024 è infatti anno elettorale per gli Stati Uniti. Jerome Powell, nominato da Donald Trump e confermato da Joe Biden, è al suo secondo quadriennio come presidente Fed: dovrebbe, quindi, conservare una certa indipendenza. Ma, come si sa, le pressioni della politica possono comunque rivelarsi forti.

Nell'Ue, invece, molto dipenderà dai prezzi delle materie prime, a cui l'inflazione europea è legata a filo doppio. La Bundesbank – che de facto detta la linea della Bce – prevede la possibilità di un rialzo dei tassi fino al 4%: anche in questo caso, prima dell'anno prossimo sarà difficile un rientro, anche parziale.

Certo è che la spirale inflattiva non colpisce tutti i paesi europei allo stesso modo: secondo uno studio di Confartigianato, a novembre dello scorso anno i prezzi dei beni energetici sono cresciuti mediamente del 34,9% nell'area euro e del 68,1% in Italia. Praticamente il doppio. A spiegare questo fenomeno può essere la speculazione, soprattutto su gas ed elettricità: l'Italia ancor oggi paga costi energetici più alti rispetto al resto dell'Eurozona.

Occorre quindi intervenire al più presto, per evitare che il paese finisca in stagflazione. E che il 2023, per l'economia, si riveli ancora peggiore dell'anno appena concluso.

 Image by rawpixel.com


Price cap: forse ci siamo?

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.

Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.

L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.

Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.

Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.

 

Image by rawpixel.com


Mercati, navigazione tranquilla

Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari

 

Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.

È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.

Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.

Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.

 

Meglio l'Europa

Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.

In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.

Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.

 

La discesa del petrolio

In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.

D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.

 

Ma il gas va sempre più su...

Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).

Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.

Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.

Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.

 

C'è chi scende e c'è chi sale

Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.

Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.

L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.

Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.

 

Giappone, deludono i dati sul pil

Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.

Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.

 

Image by rawpixel.com


Privacy PolicyCookie PolicyTermini e Condizioni

CONTROVERSIEDISCLAIMERWHISTLEBLOWING

CHI SIAMONEWSPREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center