Golfo, trattative in stallo. Ma i mercati credono nella pace

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Prima, a chiudere (parzialmente) Hormuz, erano stati gli iraniani. Ora, dopo il fallimento della prima tornata di colloqui a Islamabad, si è aggiunto il contro-blocco americano nei confronti delle imbarcazioni che hanno accettato di pagare un pedaggio al governo degli Ayatollah.
La decisione di Donald Trump ha inizialmente spinto oltre quota 100 le quotazioni petrolifere, rinfocolando i timori sulla carenza degli approvvigionamenti.
Tuttavia, Brent e Wti sono tornati sotto le tre cifre, regalando una boccata d’aria alle Borse, specialmente a quelle asiatiche.

I motivi dell’inversione di tendenza

L’inversione di tendenza dipende dalla scommessa, da parte dei mercati, di un accordo fra i belligeranti, che potrebbe rivelarsi in grado di innescare una lenta ripresa del traffico normale. Tutto questo mentre l’Opec+ punta su una maggiore produzione di greggio, e l’Arabia Saudita sta lavorando per costruire vie di passaggio alternative per il suo petrolio. La cessazione definitiva delle ostilità potrebbe arrivare anche da vie traverse: secondo questa interpretazione, se le parti non trovassero un’agenda condivisa, la contromossa americana sul blocco navale e il conseguente braccio di ferro sarebbero in grado di portare a una situazione in cui la pace è l’unica via per evitare un disastro economico mondiale. Una sorta di “tiro alla fune”, in cui una delle due parti cede: il blocco di Hormuz è un rischio per gli Stati Uniti, il consumatore americano e, di qui, per il Partito Repubblicano alle prese con le elezioni di mid term; il contro-blocco Usa, se portato avanti, è un rischio ancora più grande per la tenuta stessa dell’economia iraniana. Il ritorno al dialogo sarebbe spinto soprattutto (ma non solo) dalla Cina, i cui approvvigionamenti di petrolio dipendono in gran parte dai pozzi del Medio Oriente. Sia come sia, i mercati scontano già una pace che, attualmente, non sembra a portata di mano. E resistono con tutte le loro forze.

Non solo petrolio

Già. Perché, se le previsioni sul futuro possono essere cautamente ottimistiche, il presente è allarmante. A pesare non è tanto il prezzo del petrolio, ma la quantità delle scorte in grado di raggiungere l’Europa e l’Estremo Oriente. A rischio gli approvvigionamenti per aerei e i traghetti, che fra meno di un mese potrebbero raggiungere una situazione critica. Non per niente, l’associazione di categoria degli scali europei (Airport Council International) ha inviato una lettera alla Commissione Ue, lanciando un allarme rosso: se Hormuz non dovesse riaprire entro i primi giorni di maggio, nel nostro continente subentrerebbe una carenza sistemica di carburante per i voli aerei. Meno allarmante, invece, la situazione della benzina per le automobili: è pur vero che lo scorso fine settimana 600 distributori Eni sono rimasti senza gasolio; ma ciò è legato alla politica dei prezzi più bassi che l’azienda petrolifera deve seguire, essendo partecipata dallo Stato. Politica che ha scatenato la corsa dei consumatori a fare il pieno. Il problema, come abbiamo già evidenziato in passato, non coinvolge solo il greggio. Già ora inizia a esserci scarsità di approvvigionamenti per alcune filiere produttive. La Fao rileva che mancano fertilizzanti, il che rappresenterebbe un vero dramma per l’Africa. Anche il prezzo dell’alluminio sta salendo, mentre per riavviare gli stabilimenti attualmente bloccati e raggiungere la piena produzione ci vorrà almeno un anno. E l’inflazione torna a fare paura, come suscita timore una sua possibile conseguenza: l’intenzione della Banca Centrale Europea di tornare ad alzare i tassi. Un’opzione discutibile, considerato che il caro petrolio non è dovuto a un eccesso di domanda ma a una scarsità di offerta.

Scenario moderato…

Se la guerra dovesse finire a breve, le Borse potrebbero soffrire per un trimestre per le conseguenze del conflitto sul traffico marittimo e sul danneggiamento degli impianti nel Golfo, e poi (forse) tornare alla normalità nel quarter successivo. Certo è che, per ora, si osserva una certa compiacenza dei mercati e dei governi, proprio come era avvenuto all’inizio del Covid; molti esecutivi, compreso quello di Giuseppe Conte, avevano inizialmente sottovalutato gli effetti della pandemia sul Pil, che poi si sono rivelati molto più pesanti. Per ora, di certo, sappiamo ciò che ha affermato l’Ocse, secondo cui il Pil italiano nel 2006 aumenterà solo dello 0,4%, fanalino di coda delle economie del G20.

… o rischioso

Occorre anche prendere in considerazione eventuali scenari più negativi, che potrebbero obbligare i governi a scelte radicali e sofferte. In un quadro che vede Paesi come Italia e Germania particolarmente penalizzati dalle sanzioni a Mosca, a differenza di quanto avviene per altri Stati membri Ue, trova un suo spazio la proposta di Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, che ha invitato l’Unione Europea a “sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di gas naturale liquefatto che vengono dalla Russia”. Certo è che la sconfitta di Viktor Orbán a opera del suo ex delfino Péter Magyar non cambierà certamente la posizione ungherese sul gas russo, da cui Budapest dipende strettamente: il premier in pectore cambierà probabilmente solo la politica dei veti nei confronti degli aiuti militari all’Ucraina, che era stata una delle posizioni distintive del leader di Fidesz.

L’oro si riassesta

Se in Borsa oggi è meglio mantenere gli investimenti quanto possibile, attendendo la normalizzazione, è più difficile intravedere come si comporterà l’oro. Se osserviamo il comportamento del metallo giallo in questi ultimi mesi, notiamo un riassestamento verso il basso avvenuto dopo il raggiungimento dei massimi.
Ma se esaminiamo un orizzonte temporale più ampio, dal 2018-19, vediamo che ha triplicato il suo prezzo; il trend è divenuto più marcato nel 2022 con il blocco degli asset russi, decisione che ha convinto vari paesi, primo fra tutti la Cina, a cercare un investimento alternativo e al riparo da eventuali embarghi americani ed europei. L’oro si è dimostrato volatile, ma redditizio: anche se scendesse di un ulteriore 10%, chi ha tenuto i suoi asset aurei ci ha sicuramente guadagnato, trasformando il “re dei metalli” in una sorta di polizza assicurativa contro le crisi economiche.

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Tregua tra Usa e Iran: Borse in rally, petrolio in calo. Ma l’inflazione resta un’incognita

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La tregua annunciata nella notte tra Stati Uniti e Iran segna una svolta importante in uno scenario geopolitico che, nelle ultime settimane, aveva fortemente condizionato i mercati finanziari globali. Dopo una fase di elevata tensione, che ieri aveva spinto il prezzo del petrolio a 115 dollari e innescato vendite diffuse sui listini azionari nel corso del mese di marzo, i mercati reagiscono oggi con un deciso rimbalzo delle Borse europee.

De-escalation

L’accordo, pur temporaneo, rappresenta un segnale di de-escalation che gli investitori attendevano, soprattutto per il rischio legato a possibili interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo stretto di Hormuz. La prospettiva di una stabilizzazione dell’area si è immediatamente manifestata sul prezzo del greggio, con il petrolio in forte discesa fino a quota 94 dollari al barile. Nelle scorse settimane, infatti, il protrarsi delle tensioni aveva fatto emergere timori concreti sulla continuità delle forniture energetiche e di materie prime essenziali, con il rischio che intere filiere produttive potessero andare incontro a rallentamenti o addirittura a uno stop entro la fine di aprile. Uno scenario che avrebbe potuto tradursi in una pesante frenata dell’attività economica globale e quindi portare a una forte recessione. Alla luce degli ultimi sviluppi, questo rischio appare oggi significativamente ridimensionato, contribuendo a migliorare il sentiment degli operatori e a sostenere le aspettative di crescita nel breve periodo.

Mercati pronti al recupero

Sul fronte azionario, i futures europei indicano un’apertura in rialzo fino al 5%, in un contesto di ritrovata propensione al rischio. I mercati – che in ogni caso erano sì scesi, ma in maniera abbastanza composta, proprio perché ritenevano che il conflitto sarebbe stato di breve durata – sembrano pronti a recuperare parte delle perdite accumulate nel mese di marzo, quando l’incertezza geopolitica aveva portato a un significativo aumento della volatilità. Il rimbalzo dei mercati riflette non solo il venir meno del rischio immediato, ma anche la possibilità che le pressioni inflazionistiche legate all’energia possano attenuarsi nel breve periodo.

Le incertezze

Resta tuttavia elevato il grado di incertezza: la tregua ha una durata limitata e molto dipenderà dalla capacità delle parti di trasformarla in un accordo più stabile. In questo contesto, gli investitori continueranno a muoversi con cautela, pronti a reagire rapidamente a eventuali nuovi sviluppi. Dopo settimane dominate dalla paura, i mercati tornano dunque a scommettere sulla diplomazia, consapevoli però che l’equilibrio resta fragile. Anche se è bene ricordare che molti danni alle infrastrutture sono già stati arrecati, e ripararli chiederà parecchio tempo. Risultato: c’è e ci sarà carenza di materie prime. E non solo di petrolio e gas. E’ interessante l’esempio dell’alluminio, che ha visto fermarsi gli impianti in Qatar e in Bahrein, con la previsione di almeno un anno per riparare gli ingenti danni causati dagli attacchi iraniani effettuati sia con i missili, sia con i droni. Si prevede, in questo caso, uno scenario da incubo per il settore, con l’arrivo del più grande deficit globale di sempre per l’alluminio primario.

Colpi di coda nella logistica

Inoltre, sotto il profilo logistico, gli effetti delle tensioni non si esauriranno nell’immediato. Anche nel contesto più favorevole, le prime navi con nuove forniture sono attese non prima di due settimane, con il conseguente protrarsi di alcune criticità operative lungo le filiere. I disagi risultano già evidenti in diversi settori, tra cui il trasporto aereo e gli aeroporti, e che potrebbero perdurare ancora per qualche tempo.

Inflazione

Nonostante la notizia più che positiva della tregua raggiunta, le tensioni recenti lasciano in eredità alcune fragilità: il rischio inflazionistico rimane elevato, pur in attenuazione, a causa delle difficoltà nelle catene di approvvigionamento e della persistente scarsità di alcune materie prime. Un aiuto in proposito potrebbe giungere dalla decisione dell’Opec+, che ieri (quindi prima della tregua) aveva scelto di aumentare la produzione di 206.000 barili al giorno dal prossimo maggio. A medio termine, in caso di ritorno dell’inflazione, potrebbe rivelarsi auspicabile uno stimolo all’economia con denaro pubblico. Come è avvenuto nel 2020, quando i governi sono stati costretti a misure straordinarie, che hanno spinto i consumi e il rimbalzo delle Borse.

Calcio, il grande malato

Nonostante gli allarmi provenienti dal Golfo, ha comunque suscitato un grande scalpore la mancata qualificazione della nazionale italiana di calcio per la prossima Coppa del Mondo. Una cosa è certa: non si tratta di una casualità, dato che ci troviamo di fronte alla terza eliminazione consecutiva. Il risultato di Bosnia-Italia ha confermato quello che, in fondo, si sapeva già: il calcio italiano è diventato un grande malato. Molti sono i motivi di questa decadenza. Tra questi, le scelte dei procuratori e il loro costo, che impediscono a una parte delle giovani promesse di proseguire nella carriera. Ma anche l’abitudine, da parte di alcuni genitori, di versare contributi alla società in cambio di una tacita assicurazione di un posto in squadra per il figlio. Il che ostacola le scelte basate sul merito. In alcune situazioni, invece che puntare sullo scouting di talenti, spesso si preferisce “l’uovo di oggi”, precludendo la formazione a potenziali campioni di domani. Vedendosi ostacolati nella loro crescita, molti ragazzi abbandonano il pallone e si dedicano ad altri sport: questo potrebbe aver contribuito al tramonto del calcio giovanile e al contemporaneo boom di altre discipline, con i conseguenti brillanti risultati olimpici delle ultime edizioni. Cambiare si può, rendendo trasparenti i criteri di accesso alla formazione calcistica e puntando maggiormente sulla crescita dei singoli atleti. In questo modo si potrebbe sfruttare l’onda dei ragazzi di seconda generazione già arrivata da tempo in Inghilterra, Francia, Germania e, più recentemente, in Spagna. Sta, naturalmente, al sistema calcio saper riconoscere i nuovi Dembelé, Musiala e Yamal in erba, e seguire passo passo la loro crescita sportiva e umana.

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Il petrolio detta la linea

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Il petrolio e l’energia si dimostrano ancora una volta decisivi per orientare l’andamento delle Borse. La guerra nel Golfo e il blocco dello stretto di Hormuz hanno fatto raddoppiare la quotazione del greggio in pochi giorni; è poi bastata la dichiarazione di Donald Trump sull’imminente fine delle operazioni militari per riportare il prezzo del petrolio intorno ai 90 dollari – valore comunque decisamente più caro rispetto a quello pre-bellico, che da tempo navigava nella fascia fra i 50 e i 60. Il movimento è stato presto recepito dalle Borse europee e asiatiche, protagoniste di un tentativo di chiaro rimbalzo, che nel nostro continente è stato seguito da un nuovo, più moderato calo.

Dipendenza energetica

La nuova crisi energetica, con la massiccia speculazione che lo ha accompagnato, ha decostruito il castello di certezze che sembravano aver munito i listini di ottime difese. La lezione è chiara: l’impennata del petrolio è troppo anche per un sistema borsistico resistente. Soprattutto in una situazione, come quella attuale, dominata dall’incertezza sui multipli in mercati tirati, che convince gli investitori ad alleggerire il loro portafoglio, causando un prevedibile calo delle quotazioni. Questo è particolarmente vero per Europa e Far East, carenti di materie prime e per questo più influenzati dalle bizze del petrolio e del gas. Wall Street ha perso molto meno: il petrolio, è vero, ha subito un rincaro fortissimo anche oltre oceano, ma la quotazione del metano – che ad Amsterdam è passato dai 30 ai 50 euro circa – negli Stati Uniti è rimasta bassa, diminuendo gli effetti negativi sui mercati. La dipendenza energetica ha quindi messo in ginocchio il Vecchio Continente e l’Estremo Oriente, che poi hanno reagito positivamente alle speranze che la guerra finisca in tempi brevi, con rimbalzi più forti dalle piazze, come Seul, che avevano perso di più in precedenza. E’ proprio qui che si gioca il futuro prossimo dei mercati euro-asiatici. Se davvero dovesse tornare la pace nel Golfo, i listini potrebbero consolidare il recupero e rilanciare, sull’onda di un ritorno di petrolio e gas alla normalità. Se invece lo scontro bellico si protraesse, il mercato finirà per allentarsi, creando recessione e minor crescita.

Due strategie

Proprio le differenti previsioni sulla durata della guerra guideranno gli investitori nella scelta delle strategie da seguire. Gli ottimisti, cioè quelli che credono in un rapido stop delle operazioni belliche, potrebbero giocare la carta del mantenimento delle posizioni, approfittando di eventuali occasioni in un’ottica di trading, sfruttando cioè il primo rimbalzo, che solitamente è violentissimo e di breve durata. Un po’ quello che è accaduto a inizio settimana: per le Borse, pur in piena incertezza sulla durata della guerra, è bastata la dichiarazione aperturista di Trump per avviare il recupero. Piazza Affari, in particolare, ha assistito a un rimbalzo dai minimi dei titoli finanziari – proprio quelli che avevano sofferto di più appena dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran. Questa dinamica potrebbe, appunto, instaurarsi in modo ancor più netto nel caso in cui nel Golfo tacessero le armi. Chi invece teme una guerra di lunga durata, farebbe meglio ad alleggerire il portafoglio, tenendo però le antenne ben sintonizzate su eventuali cambiamenti di rotta.
Minimo comun denominatore per tutti, procedere con cautela, mantenere i nervi saldi, operare con mentalità da trader. E leggere poco i giornali, per non farsi prendere dal panico.

I rischi in Europa

Dal punto di vista dell’economia reale, in Europa si rischia un fenomeno inflattivo simile a quello conseguente allo scoppio della guerra russo-ucraina. L’impennata dei prezzi alla pompa è sotto gli occhi di tutti. Il fenomeno non coinvolge solo la benzina, ma anche il gasolio, i cui costi sono inspiegabilmente esplosi. Questi rincari sono in grado di causare problemi non solo agli automobilisti, ma anche (e soprattutto) ai trasporti via gomma e all’agricoltura. Non è quindi escluso che i prezzi delle merci sugli scaffali possa crescere in maniera visibile nei prossimi giorni, innescando una nuova crisi legata ai consumi.

Deficit Usa alle stelle

Pur risparmiando – come visto – uno storno severo alle Borse americane, il caro-petrolio ha comunque creato scompiglio negli Stati Uniti, obbligando Trump a gettare acqua sul fuoco. Washington, ricordiamolo, ha un problema enorme di deficit pubblico, esploso in due riprese (in epoca-Lehman e al tempo del Covid), per cui le casse pubbliche pagano 1.220 miliardi di dollari di interessi sul debito pubblico (proiezione 2025). A queste vanno aggiunte spese difficilmente comprimibili come quelle militari (lo scorso anno sono state di quasi 1.000 miliardi) e quelle legate al welfare, mentre una tassazione maggiore alle aziende è impensabile. La via dei dazi scelta da Trump – poi stroncata dalla Corte Suprema – era quindi parsa una strada obbligata per riequilibrare un po’ i conti, agendo sulla crescita delle entrate tramite controlli strategici sui flussi commerciali. Se la nuova, più moderata, decisione trumpiana sulle tariffe non dovesse subire stop per via giudiziaria, sicuramente non sarà toccata dai democratici, una volta dovessero reinsediarsi alla Casa Bianca, un po’ come è avvenuto per la tornata di tariffe introdotte dal presidente Usa nel corso del suo primo mandato. Come spesso accade, le misure impopolari vengono contrastate dall’opposizione, che poi regolarmente non le tocca una volta conquistato il governo.

La coperta è corta

Certo è che l’improvvisa restrizione del margine di manovra mette in difficoltà Trump, alle prese – oltre che con il caro-petrolio – anche con il cauto avanzamento del dollaro, che recupera lentamente sull’euro pur in un quadro di debolezza intrinseca. Gli americani votano pensando al portafoglio, e la promessa di mantenere basso il prezzo della benzina ha assunto un ruolo centrale nella campagna elettorale del presidente. Che quindi ha una strada obbligata: fare di tutto per far tornare il petrolio a livelli di guardia prima delle elezioni di mid term. In cui il costo della benzina giocherà un ruolo importante, se non decisivo.

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Mercati, ancora trading range. Mentre i bitcoin crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il dicembre delle Borse si è aperto con un trading range al ribasso, già constatato alla fine del mese precedente. Un lieve movimento, ma meno preoccupante di quanto molti temano: di fatto, il 2025 è ormai praticamente finito (i giorni di apertura delle Borse sono rimasti una ventina) e i mercati fanno piccole manovre per assestarsi, prima arretrando e poi provando cauti rimbalzi. Difficile che questa fase di stanca sia qualcosa di più preoccupante di un normale su e giù: le Borse hanno dimostrato di saper recuperare quei cali ciclici del 2%-3% che si sono verificati di tanto in tanto. Siamo, lo ripetiamo, a fine anno: chi ha approfittato degli utili può aver pensato di portare a casa qualcosa. Hanno influito sulla leggera incertezza anche le crisi geopolitiche, l’attesa dei dati americani del post-shutdown e delle decisioni della Federal Reserve sui tassi. Il mercato ha già scontato il taglio di 25 punti base: una retromarcia della Fed sarebbe dunque una sorpresa negativa. Improbabile, ma non impossibile, dato che l’inflazione Usa è ancora sopra il 2,5%.

Le preoccupazioni Bce

Ha avuto invece un influsso quasi nullo il monito della Banca Centrale Europea, che nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria ha paventato un rischio di correzione dei mercati azionario e obbligazionario. Tuttavia, dalle parole di Luis De Guindos, vicepresidente della Bce, sembrerebbe che il momento molto favorevole che ha contraddistinto i mercati fino a non molto tempo fa possa nascondere un’insidia “dietro l’angolo”. Tre i rischi evidenziati dal rapporto. Primo, le valutazioni molto alte dei titoli, soprattutto di quelli dell’intelligenza artificiale: il timore di restare fuori da parte degli investitori hanno causato un forte rialzo dei titoli, ma prima o poi, afferma la Bce, potrebbe verificarsi un improvviso aggiustamento (anche se – precisa la banca centrale – non si ravvisano similitudini con la bolla di inizio millennio). Secondo punto critico, i rischi legati ad alcuni bilanci di Paesi europei. Terzo, i dazi, di cui si parla meno, ma i cui effetti possono ancora colpire le aziende e, di riflesso, il settore bancario, a causa del rischio di credito nei confronti delle imprese esposte alle tariffe doganali di Donald Trump. Come detto, le Borse europee non si sono fatte influenzare da questo rapporto, che rimane un’opinione come un’altra. Sono almeno tre mesi che le banche centrali lanciano avvertimenti pessimistici, ma finora non è accaduto nulla di drammatico, né al mercato obbligazionario, né tanto meno a quello azionario. Intendiamoci: l’effetto dei dazi e dei debiti pubblici sull’economia è reale e sulla tecnologia ci sono valutazioni molto forti e “tirate”, che dovranno essere confermate da crescita di fatturato e di utili; se ciò non avvenisse, i rischi potrebbero rivelarsi reali. Ma sul mercato, in generale, attualmente non ci sono valutazioni da bolla. E’ quindi lecito essere ottimisti sul 2026, che nonostante la volatilità alta potrebbe assestarsi su una crescita annuale fino all’8%. Poco in confronto agli ultimi anni, ma tutto sommato niente male. Dicembre è solitamente un mese di attesa, in cui i più staranno fermi. Eccezione può rivelarsi il titolo Mps, che ai livelli attuali può promettere guadagni: è infatti facile che il tonfo assurdo seguito all’inchiesta per aggiotaggio possa essere recuperato del tutto in tempi brevi.

La (parziale) retromarcia di Trump

I dazi, come si è visto, fanno ancora paura, ma un po’ meno di prima. Trump ha infatti deciso di fare alcuni passi indietro; l’ultimo è lo stop alle tariffe su circa 200 alimenti, in gran parte prodotti solo fuori dagli Stati Uniti, fra cui tè, caffè, cacao, arance, pomodori, succhi e frutta tropicale. Il presidente americano ha motivato la decisione come conseguenza di accordi siglati con alcuni Paesi dell’America Latina, ma è chiaro che sulla marcia indietro ha pesato il vortice dell’inflazione alimentare: l’aumento dei prezzi (a due cifre per beni come carne bovina e caffè in polvere) ha creato tensioni tra i cittadini statunitensi: quando la merce rincara, difficilmente poi torna indietro, anche se le tasse doganali vengono eliminate. Il malcontento degli americani si è già osservato in alcune elezioni locali e potrebbe amplificarsi alle votazioni di mid term. Un vero incubo per il presidente degli Stati Uniti. L’Italia, finora, non è stata toccata dal “colpo di spugna” trumpiano, ma ogni passo verso l’attenuazione delle tariffe rende lecita qualche timida speranza. In ogni caso, non sono i dazi sul cibo a preoccupare l’Italia, ma quelli – al 50% – su acciaio e alluminio.

Bitcoin in rotta

Prosegue il trend ribassista dei bitcoin, con ripetuti tentativi di rimbalzo. Il realizzo degli early adopter ha contribuito a innescare una forte correzione. La crisi sembra assumere il carattere di una vera e propria fuga, che ora pare coinvolgere anche gli Etf. Il calo della “regina delle criptovalute” può impressionare per le sue dimensioni, ma non stupire più di tanto. Perché il bitcoin non è altro che un asset ad alto rischio, e non può entrare nella maniera più assoluta nella categoria dei beni rifugio, già presidiata da oro, argento e franco svizzero. A posteriori, anche l’ok della Fed agli Etf in criptovaluta è stato un azzardo, per l’opacità dello strumento. Una caratteristica che li rende fragili ogni volta che si manifesta un’avversione al rischio.

Il caso Airbus

Nei giorni scorsi Airbus ha richiamato circa 6.000 aerei A320 a causa di una vulnerabilità del software alle radiazioni solari. Il difetto è stato riscontrato in un programma fornito da Thales (ma, a quanto ha affermato Airbus, il problema non è di responsabilità di questa azienda). Il gruppo francese non ha fatto a tempo ad aggiornare con procedura d’urgenza gran parte degli aeromobili che si è presentato un altro problema, questa volta legato ai pannelli della fusoliera (in questo caso, la responsabilità sarebbe di un subfornitore). La notizia ha spinto i titoli Airbus a -11%, poi solo parzialmente recuperati. Occorre precisare che le temute cancellazioni massicce di voli non si sono fortunatamente verificate. E’ però vero che oggi siamo completamente nelle mani della tecnologia, e dobbiamo fidarci, sperando che non ci abbandoni o non ci mostri la sua fragilità.

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Dazi: tra nuovi annunci e controversie giudiziarie, ora è il caos più totale

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il tira e molla sulle tariffe doganali americane è sbarcato nelle aule di tribunale, in un crescendo che prevedibilmente porterà la questione all’esame della Corte Suprema.
Il nuovo capitolo della telenovela-dazi è stato infatti aperto lo scorso 28 maggio dal tribunale per il commercio internazionale, che ha bloccato le tasse doganali. I giudici hanno evidenziato che Donald Trump ha imposto le tariffe ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act senza che ve ne fossero le premesse. Questa legge, introdotta nel 1977 sotto l’amministrazione Carter, permette al presidente di decidere in autonomia le dinamiche delle transazioni commerciali, soprattutto con l’estero, nel caso in cui gli Usa siano in guerra o in un periodo di emergenza nazionale: il suo ruolo è di contrastare crisi economiche impreviste che il Congresso non può affrontare con sufficiente rapidità o flessibilità. Tuttavia, l’economia non evidenzia problemi, né si ravvisa un’urgenza tale da escludere le Camere dalla discussione delle misure: per questo, non sembrano esserci i presupposti per definire anomala la situazione attuale, né per invocare l’applicazione di misure speciali. Anche se, soprattutto nel nuovo millennio, più presidenti hanno fatto frequente uso e abuso dell‘International Emergency Economic Powers Act. La sentenza anti-dazi è stata poi sospesa dalla corte d’appello, in attesa di pronunciarsi in merito.

Nuove tariffe su acciaio e alluminio

Intanto, Trump ha introdotto da oggi un aumento dei dazi su acciaio e alluminio, portati dal 25% al 50%. Quest’ultimo è un settore dominato dai produttori cinesi; tuttavia, nuove tariffe doganali avrebbero effetti negativi sull’intera filiera produttiva europea, creando inflazione anche negli Stati Uniti, che importano massicciamente questa materia prima.
Non si comprende bene se l’ennesimo annuncio di Trump sia una nuova sfida alla Cina (che ha accusato, tra l’altro, di aver violato gli accordi con gli Stati Uniti) oppure un dispetto ai giudici. Trump sembra comunque davvero convinto della necessità dei dazi per la “sopravvivenza economica” del Paese, come ha scritto in un post sul social network Truth.

Economia a rischio

Come anticipato, ricorsi e controricorsi porteranno probabilmente il caso alla Corte Suprema. Nel mentre, l’incertezza danneggerà l’economia americana, con investimenti rallentati o fermati e crisi dei consumi, e poi il commercio in tutto il mondo, dato che gli scambi con gli Stati Uniti sono indispensabili. Il concetto è stato espresso con fermezza da Fabio Panetta: secondo il governatore della Banca d’Italia, in due anni i dazi americani potrebbero “sottrarre quasi un punto percentuale alla crescita mondiale”, sollevando interrogativi anche sul futuro del dollaro (in continua flessione) “come valuta di riserva e di denominazione degli scambi commerciali”.

Elon Musk saluta e se ne va

Prima che le Corti, dovrebbe essere la stessa amministrazione Trump a spingere il presidente verso una posizione dialogante, come a suo tempo aveva provato a fare (con parziale successo) il segretario al Tesoro Scott Bessent. A non molto tempo dall’apertura della campagna elettorale per le consultazioni di mid term, Trump deve evitare che gli elettori siano scontenti delle ripercussioni economiche dovute ai dazi, e che i suoi più fidati consiglieri lascino il ponte di comando. Come ha fatto Elon Musk, che ha terminato nei tempi previsti il suo lavoro al dipartimento dell’Efficienza governativa ma non ha rinunciato a criticare il disegno di legge sulla spending review, che – ha detto l’imprenditore ai microfoni della Cbs – “incrementa il deficit di bilancio anziché diminuirlo”. Una stoccata che è seguita a un ringraziamento a Trump, ma che ha anche rimarcato una presa di distanza, suggerendo che non tutte le mosse del presidente sono gradite ai grandi imprenditori vicini al programma che ha portato il Tycoon alla Casa Bianca.

Le Borse fanno da sé

L’effetto più concreto dei dazi è stato l’indebolimento del dollaro. Le Borse, invece, hanno deciso di non seguire più gli annunci e le smentite di Trump, scegliendo di provare – fin dove possibile – a ignorare le sortite e le ritirate del presidente americano e di seguire una strada autonoma. Sembra un paradosso, ma i mercati, soprattutto quelli europei, stanno riuscendo a mantenere le posizioni in maniera egregia; le flessioni della scorsa settimana, poi assorbite, sono dipese da motivi contingenti: su tutti, i dati trimestrali dell’economia americana, la cui crescita ha subito un rallentamento nel primo quarter. Favoriti anche dai tassi di interesse ormai bassi, gli indici europei sono visti come investimento più redditizio rispetto all’obbligazionario, e questo li spinge ulteriormente a una sovraperformance rispetto ai mercati americani. Sarà la diffusione completa delle trimestrali a tracciare in maniera più netta il tracciato dei grafici borsistici, che saranno condizionati anche dalle caratteristiche intrinseche di ogni singolo listino – Milano, per esempio, è influenzata dal risiko bancario, che vede in posizione cruciale il nodo-Mediobanca. Le Borse sembrano vaccinate, ma devono dirimere vari interrogativi: la fase è quindi abbastanza transitoria, all’insegna dell’attesa.

Bulgaria nell’euro, sì o no?

Mentre l’euro si rafforza sul dollaro, la Bulgaria ha annunciato l’intenzione di fare il suo ingresso nella moneta unica dal 1 gennaio 2026, se Bce e Commissione Europea concederanno il loro nulla osta. Di per sé, la notizia non ha del clamoroso, dato che Sofia non raggiunge neppure il Pil della Lombardia; tuttavia, ci troviamo di fronte a un segnale che mostra l’irreversibilità dell’euro, la cui platea si allarga sempre più. Come è emerso anche in Croazia, che ha adottato la moneta unica il 1 gennaio 2023, l’ingresso in Eurolandia rischia però di causare uno choc inflattivo. Il timore di un aumento dei prezzi è una delle cause che ha spinto migliaia di bulgari a scendere in piazza per conservare il lev. I manifestanti, che in maggioranza sostengono i movimenti sovranisti, chiedono che la decisione sia demandata a un referendum popolare. La consultazione è sostenuta anche dal presidente Rumen Radev ma avversata dal presidente del parlamento, che la ritiene contraria ai trattati di adesione all’Unione Europea: tuttora il dossier è nelle mani della Corte Costituzionale bulgara, che deciderà se permettere ai cittadini di decidere direttamente sul futuro monetario del Paese.

Foto di Tingey Injury Law Firm su Unsplash


Usa-Cina: prove tecniche di accordo

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La telenovela dei dazi continua a offrire colpi di scena. Ora è la volta dell’accordo preliminare fra Stati Uniti e Cina, raggiunto dopo una settimana di colloqui a Ginevra, che prevede una riduzione reciproca delle tariffe pari al 115% da oggi, per 90 giorni. In pratica, l’armistizio commerciale – chiamiamolo così – porterà i dazi americani dal 145% al 30% e quelli cinesi dal 125% al 10%, in attesa di un accordo quadro fra le due potenze. “Abbiamo un interesse comune”, ha affermato il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent – che, per dirla tutta, guida l’ala anti-tariffe della variegata amministrazione Trump. Le premesse per una trattativa proficua ci sono tutte anche se, a parere di molti osservatori, 90 giorni sono troppo pochi per portare a risultati duraturi. Il periodo fissato, comunque, può senza alcun dubbio essere prorogato, se le parti lo decidono.

Lo storno è un ricordo

L’accordo fra Washington e Pechino ha suscitato reazioni positive dalle Borse che, per la verità, avevano già recuperato gran parte dello storno causato dall’annuncio delle tasse doganali. Ora, guardando i grafici, sembra che negli scorsi 40 giorni non sia successo niente, e questo è già di per sé incredibile. Siamo tornati a livelli pre-annuncio e anche oltre (Milano, per esempio, ha sfondato quota 40.000, registrando nuovi massimi – ma l’exploit di Piazza Affari è trainato anche da trimestrali e risiko bancario). Ciò significa che la strategia migliore si è rivelata ancora una volta quella conservativa. Che ha premiato chi, dopo il 2 aprile, ha mantenuto i nervi saldi, conservando le azioni in portafoglio e magari comprando qualcosa sfruttando i ribassi. Ora le Borse europee possono anche approfittare di multipli più bassi rispetto a quelli americani, e sono in grado di convincere gli investitori a puntare ancora di più sull’azionario del nostro continente, che si è rivelato vincente anche nei confronti dell’obbligazionario.

Economia cauta, Europa lenta

Se le Borse hanno ripreso a galoppare, l’economia non ha ancora superato lo choc del 2 aprile ed è ancora in fase di piena incertezza. Non potrebbe essere altrimenti: la produzione reagisce più lentamente rispetto ai flussi finanziari. Tanto più che le sospensioni dei dazi sono ancora temporanee e – aspetto da non trascurare – l’Unione Europea non sembra avere un piano organico per impostare una trattativa con Donald Trump. L’Ue si è fatta anticipare dalla Svizzera, che pragmaticamente ha contattato le autorità americane, per poi avviare rapidamente i colloqui la scorsa settimana. La presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter ha annunciato l’intenzione di chiudere le trattative entro 15 giorni, ma Scott Bessent ha addirittura accennato alla possibilità di velocizzare ulteriormente le operazioni. L’Unione Europea, da parte sua, si è limitata da un lato a promettere agli Usa maggiori acquisti di gas americano (tra l’altro carissimo), dall’altro a compilare una minuta lista di controdazi da applicare agli Stati Uniti. Si avverte, invece, la necessità di intavolare una discussione più profonda, per poter raggiungere un accordo quadro sulla questione. Ma ciò, purtroppo, è tutt’altro che scontato.

Prosegue il “gioco dell’opa”

Come già anticipato, gli effetti del grande “gioco dell’opa” che sta cercando di cambiare i connotati al mondo bancario e assicurativo si avvertono (positivamente) anche in Borsa. Tutto ciò mentre le partite si giocano in più campi, con continui rovesciamenti di fronte, e l’esito del risiko è estremamente incerto, almeno come quello del campionato di calcio. Sul fronte Banco Bpm, Unicredit non si arrende, nonostante il golden power del governo: Piazza Gae Aulenti cerca la trattativa con l’esecutivo, mentre segue con attenzione l’intervento della Commissione Ue, che potrebbe anche chiedere all’Italia di modificare o addirittura eliminare l’ostacolo sulla strada del colosso bancario. Da parte sua, il governo potrebbe cercare di convincere Unicredit a cambiare obiettivo: non più Banco Bpm, ma Generali, per evitare che il Leone di Trieste passi sotto controllo francese. Mediobanca, da parte sua, sta cercando di resistere, e dopo aver aperto il match su Banca Generali (per cui ha anche coinvolto il suo team di legali) ha respinto l’offerta pubblica di scambio presentata da Montepaschi. Che, da parte sua, incassa una valutazione record in Borsa, in attesa che (sperano a Siena) le resistenze di Piazzetta Cuccia vengano piegate e l’ops vada a buon fine.

I rincari fanno piangere il carrello della spesa

L’inflazione è in linea con i livelli target, ma i disastri che ha provocato sono sotto gli occhi di tutti. Lo rivelano, di tanto in tanto, alcune indagini, che evidenziano in che misura i rincari reali siano spesso più sostanziosi rispetto a quelli ufficiali. E’ il caso, per esempio, di uno studio realizzato dal Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc) sui prezzi della pizza, che – al pari dell’aperitivo – è considerato una soluzione economica per cenare fuori casa. O forse “era” considerata tale. Perché, secondo l’indagine, il prezzo della specialità napoletana per eccellenza è cresciuto del 20% negli ultimi sei anni, con una media di 12 euro. L’allarme dello studio Crc è confermato anche dai costi della colazione – o del singolo caffè – che in alcune zone “vip” di varie città (come il centro di Milano) raggiunge ormai 1,50 euro: l’esplosione dei costi è stata generalizzata e la sua percezione è, in alcuni casi, devastante. La responsabilità risiede, in gran parte, nelle conseguenze degli stop in epoca Covid, nel rincaro dell’energia e nei costi delle materie prime. Per questa ragione è più che condivisibile l’appello di Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, che ha chiesto interventi strutturali per contenere i costi energetici, paventando un rischio di tenuta delle aziende.

Verso una nuova Rerum Novarum?

Intanto, si iniziano a profilare le prime linee guida del pontificato di Leone XIV. Che ha scelto questo nome per ragioni ben precise, collegate al suo programma in tema di economia, temi sociali e innovazione. Leone XIII, ha ricordato il nuovo Papa ai Cardinali, affrontò con l’enciclica Rerum Novarum i problemi derivanti dalla rivoluzione industriale, gettando le basi per la Dottrina sociale della Chiesa. Nei tempi moderni, sono il digitale e l’intelligenza artificiale a porre quesiti, problemi e sfide “per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”, ha detto il Santo Padre. L’intervento è più che mai necessario, come è vero che l’IA rischia di portare un terremoto sul mondo del lavoro, con licenziamenti di massa. Leone XIV potrebbe avere in programma un’enciclica per spronare le aziende a non limitarsi a remunerare gli azionisti, ma a mostrare i doveri di responsabilità sociale a cui sono chiamate.

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La Fed annuncia un rallentamento dei tagli: Borse in subbuglio

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Federal Reserve, come era scontato, ha deciso di tagliare di 25 punti base i tassi di interesse, la cui forbice si situa ora fra il 4,25 e il 4,5%. A sgombrare il campo da tutti i dubbi sulla terza sforbiciata dell’anno, i valori dell‘inflazione, attualmente al 2,7%, un poco sopra il target del 2%. La banca centrale statunitense ha anche fatto capire che ora il trend rallenterà: nel 2025 sono infatti previste due sole riduzioni invece delle quattro ipotizzate. Una strada che la Fed può imboccare senza particolari problemi, dato che gli indicatori sul mercato del lavoro e quelli sui consumi fanno sorridere i cittadini americani, favoriti da un’economia che continua ad andare a gonfie vele.

Mercati nervosi

Se non che, il rallentamento non è piaciuto alle Borse, che hanno preso male la strategia hawkish di Jerome Powell e compagnia, lasciando sul terreno mediamente il 3%. Mentre il dollaro si è rafforzato, scendendo a 1,330 sull’euro, per poi risalire oltre 1,4. Queste reazioni, onestamente, sono inspiegabili. Il rallentamento del ritmo dei tagli era ampiamente prevedibile e atteso da gran parte degli analisti: con un’economia in salute, gli Stati Uniti possono anche permettersi una libertà di movimento che la Bce, purtroppo, non ha. Molto probabilmente il calo delle Borse – poi parzialmente riassorbito – è stata la classica scusa, con cui i mercati hanno approfittato dell’annuncio Fed per alleggerirsi. Complice la scarsa liquidità che tradizionalmente caratterizza dicembre, la manovra degli investitori ha dato uno scrollone potente, soprattutto nelle Borse europee, che erano già intonate male.

La chiusura positiva non è a rischio

Dobbiamo aspettarci un colpo di coda che vanifichi una chiusura borsistica positiva del 2024? Assolutamente no. Come già detto, le Borse hanno già rimbalzato e potrebbero tornare sui livelli precedenti all’annuncio della Fed – anzi: ci sono già vicine. Anche se i listini taglieranno il traguardo in ordine sparso. Se, per esempio, le Borse americane (soprattutto il Nasdaq) archivieranno l’anno in grande spolvero, l’Eurostoxx 600 dovrebbe chiudere intorno a un più modesto 4%. Anche nel nostro continente, però, le differenze sono molte: se Parigi è sui livelli dell’anno precedente, Milano è balzata quasi del 10% da inizio anno, ipotecando la maglia rosa continentale 2024. Resta da capire se l’euro recupererà in modo forte sul dollaro. Facile che lo faccia, anche se non in tempi rapidissimi: Donald Trump ha affermato più di una volta che la sua politica prevede un biglietto verde non troppo forte, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Attendiamo dunque la sua entrata in carica per avere una visione più chiara della sua politica monetaria.

Il trend delle obbligazioni

In uno scenario all’insegna dei movimenti non coordinati tra una e l’altra banca centrale, qual è l’andamento delle obbligazioni? Risposta semplice: come al solito, i mercati anticipano i trend e le decisioni degli istituti di vigilanza. Nel 2022, i bond hanno recepito l’imminente rialzo dei tassi e gli investitori le hanno acquistate a tutto spiano. Oggi, soprattutto in Europa, si stanno già scontando le prossime riduzioni, che dovrebbero portare il costo del denaro verso il 2%. Il riflesso immediato si riscontra in maniera più accentuata nei rendimenti dei bond a breve, un po’ meno sulle scadenze più lunghe. Sotto questo aspetto, il 2025 non si preannuncia particolarmente florido. Ma un bravo gestore obbligazionario saprà certamente cogliere le opportunità che i mercati offrono.

Gas, nuova impennata?

Intanto, l’economia europea continua a latitare e nel 2025 potrebbe farlo ancora di più. Per le politiche troppo radicali sul green deal, certo. Ma non solo. A fine anno, infatti, scade l’accordo fra Russia e Ucraina per il transito del gas di Mosca verso l’Europa. Kiev ha già annunciato che non lo rinnoverà, chiudendo del tutto i rubinetti. Il che sta creando panico in Europa. Sì, perché nonostante i proclami di questi anni, il gas russo arriva ancora alle nostre latitudini, anche se in misura minore rispetto al 2022. Ed è molto importante soprattutto per alcuni Paesi dell’Europa Centrale (Austria, Ungheria, Slovacchia in testa), ma anche per l’Italia, che pur ha trovato altre fonti di approvvigionamento. “Nessuna casa resterà al freddo”, ha gettato acqua sul fuoco il premier austriaco Karl Nehammer: “gli impianti di stoccaggio del gas sono pieni a sufficienza”. Fino all’estate, certo. Ma dopo? Come se non bastasse, il Qatar ha minacciato il blocco del gas verso l’Europa se i Paesi membri applicheranno integralmente la nuova legislazione Due Diligence. Una norma che introduce penalità fino al 5% del fatturato per le imprese che non rispettano i criteri minimi di diritti umani, lavoro ed emissioni di carbonio. Saad al-Kaabi, ministro dell’Energia della monarchia del Golfo, ha dichiarato al Financial Times che in caso di sanzioni da parte di un Paese dell’Unione Europea, Doha interromperà le esportazioni di Gnl. In questa situazione si inserisce la minaccia di Trump, intenzionato a inserire dazi per i Paesi che non compreranno dagli Stati Uniti petrolio e gas (molto caro, anche per i costi di trasporto). Se le dichiarazioni del presidente eletto americano potrebbero rivelarsi nulla più che una boutade molto consona al personaggio, i fronti ucraino e qatariota destano più preoccupazione. Nei confronti di Kiev, l’Europa ha un potere negoziale a cui, finora, ha sempre rinunciato: è il momento buono per trattare da una posizione di forza e ottenere una proroga. Come è anche possibile parlare con il Qatar e raggiungere un accordo che scongiuri l’alt all’esportazione di materie prime. Certo è che tre fantasmi si agitano per l’Europa e rischiano innescare nuovamente un’impennata del prezzo del metano. In una situazione economica molto peggiore rispetto a quella del 2022, con conseguenze davvero inimmaginabili.

I titoli più appetibili

Per ora, il petrolio resta intorno i 70 dollari al barile e il gas sopra i 40 euro a megawattora: la presenza di stoccaggi almeno per l’estate dovrebbe darci il tempo per risolvere il problema di ulteriori cali di fornitura. Intanto, mentre l’oro nero rimane in fascia di sicurezza, i titoli petroliferi sono calati del 13% dall’inizio di dicembre a oggi, rendendo conveniente agli investitori comprare queste azioni a piene mani. Buone prospettive anche per gli investimenti in utility, in previsione dei nuovi tagli dei tassi che saranno operati dalla Banca Centrale Europea.

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Il mondo è sottosopra. Ma le Borse non si scompongono

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Stiamo davvero attraversando un periodo molto complesso dal punto di vista internazionale. A partire dalla fulminea avanzata delle milizie jihadiste in Siria, che hanno conquistato Damasco a pochi giorni dall’inizio del loro attacco. Per proseguire con l’imbarazzante annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali in Romania, con cui la corte costituzionale, sulla base di semplici sospetti relativi ad attività su TikTok, ha dato un colpo di spugna sul processo democratico. Preoccupa anche la crisi di governo in Francia, con la caduta del governo Barnier, che ha aperto una crisi inedita a Parigi, peggiorata ulteriormente dalla precaria situazione economica e dall’impossibilità di convocare le elezioni fino a luglio 2025.

I mercati non reagiscono

Il cocktail tra situazione geopolitica e crisi economica avrebbe le potenzialità per mettere in ginocchio un toro. Ma le Borse sembrano avere gli anticorpi per superare indenni queste gravi difficoltà. Anzi: i mercati crescono. Un esempio su tutti, decisamente paradossale, è quello del Dax: nonostante la recessione e la crisi politica in Germania, il più importante indice azionario tedesco evidenzia un andamento da record, spinto da titoli tecnologici, finanziari e industriali. Non hanno fermato la corsa del Dax verso i massimi neppure i cali dei titoli automobilistici, da tempo nella tempesta. Anche Milano è andata per la sua strada: pur non raggiungendo i massimi, Piazza Affari ha infatti recuperato, soprattutto grazie alle buone prestazioni dei finanziari.

Auto: osservata speciale

Senza le prestazioni negative del settore auto, probabilmente le Borse correrebbero ancora di più. Ma anche qui occorre fare alcuni distinguo. Se le chiusure degli stabilimenti in Germania influiscono in maniera devastante sui titoli, non si può dire altrettanto di Stellantis in Italia. Perché, dopo il tonfo seguito alle dimissioni di Carlos Tavares, il titolo della casa olandese ha pian piano recuperato, riassestandosi a Piazza Affari quasi sui livelli precedenti all’addio dell’ex amministratore delegato. Il valore dei titoli del comparto è comunque ridimensionato: proprio per questo, le azioni automotive potrebbero rivelarsi il cavallo su cui puntare per i prossimi investimenti. Alcuni rumours, oltretutto, rivelano che la spinta verso l’elettrico potrebbe esaurirsi già nel 2025. Secondo queste voci, il primo semestre dell’anno sarà molto duro per il settore, ma poi inizieranno le marce indietro dei governi di tutto il mondo. Europa compresa, dove ci si attendono da una parte il ritorno degli sgravi e dei nuovi contributi per chi acquista auto, dall’altro il ritorno all’endotermico e all’ibrido, accompagnato da studi per sfruttare combustibili alternativi e dal basso impatto ambientale. Con l’esclusione, come detto, dell’elettrico (che oltretutto ecologico non è): un po’ il ruolo devastante che il green deal nella sua versione radicale ha ricoperto nella crisi industriale tedesca ed europea, un po’ l‘impossibilità di trovare l’energia necessaria per alimentare un numero così forte di auto elettriche potrebbero infatti convincere anche la Commissione Ue a un passo indietro. Persino la Cina, che dalle e-cars ha da guadagnare parecchio, sta ridefinendo le sue strategie di mobilità, proprio per la difficoltà di alimentare tutte le vetture elettriche circolanti nel Paese.

Il riposizionamento degli spread

Novità dagli spread, unico ambito che ha risentito in maniera particolare del momento negativo che sta passando la Francia. E’ infatti cresciuto il differenziale tra i titoli di stato transalpini e quelli tedeschi, toccando quota 90 prima di ripiegare su numeri meno preoccupanti, mentre è sceso sotto quota 110 il rapporto Btp-Bund. Per un certo periodo, i due valori si sono avvicinati molto, dando l’impressione di potersi agganciare: sembra che gli investitori che hanno alleggerito la loro posizione su Parigi si siano approvvigionati dei nostri bond per rimpiazzare quelli francesi. E’ anche inutile dirlo: se il differenziale tra Italia e Germania fosse salito così rapidamente come quello transalpino, a Francoforte sarebbero scattati tutti gli allarmi rossi presenti nell’Eurotower. Intendiamoci: la difesa della posizione francese è più che mai corretta, ma ci si sarebbe aspettato un eguale zelo anche quando nella stessa posizione c’era l’Italia. Perché quando si difende un Paese membro – un qualsiasi Paese membro – si difende prima di tutto l’Europa.

Il record dei bitcoin

Ha suscitato scalpore il record stabilito dai bitcoin, che a 16 anni dalla loro comparsa, hanno raggiunto picchi difficilmente pronosticabili. A titolo di esempio, poco più di due anni fa, sul blog della Bce era comparsa una previsione fosca per la criptovaluta: secondo gli autori dell’articolo, i bitcoin avrebbero conosciuto “un ultimo sussulto indotto in modo artificiale prima di avviarsi all’irrilevanza”. Erano i tempi del crac Ftx, che ora sembrano un’altra epoca della storia. E’ però utile ricordare i due “motori” che hanno messo il turbo alle criptovalute: in primo luogo il successo degli Etf sui bitcoin, che hanno rappresentato il 50% di raccolta netta per un gigante come Blackrock; dall’altra, le dichiarazioni entusiastiche di Donald Trump, che ha anche cooptato il cripto-esperto David Sacks nel suo governo. A fare scalpore è stato il cambiamento di prospettiva del presidente eletto degli Stati Uniti: nel corso del suo primo mandato, il tycoon si era schierato in maniera inequivocabilmente contraria al mondo “cripto”, in difesa della centralità del dollaro. A contribuire all’ottimo momento dei bitcoin – per cui ora si profilano persino investimenti statali – è anche l’effetto-moda. Che occulta una domanda più che legittima: che cosa sono davvero le criptovalute? La risposta non è ancora pervenuta, ma i loro picchi positivi e negativi ci suggeriscono che, in realtà, non si tratti d’altro che di investimenti ad alto rischio. Se e quando si trasformeranno da asset digitali ad attività fungibili, forse il loro ruolo sarà più chiaro.

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Stellantis: en attendant Renault?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Che Carlos Tavares non sarebbe rimasto al timone di Stellantis fino a inizio 2026 era voce comune: ci si aspettava una separazione consensuale più o meno a metà 2025. Tuttavia, le sue dimissioni improvvise (e con decorrenza immediata) dalla carica di amministratore delegato hanno destato un certo clamore. Tanto più che il cda ha preso la palla al balzo, ratificando l’addio all’unanimità.
Si parla, a questo proposito, di pressioni sul top manager portoghese in un momento di forte difficoltà per la casa automobilistica, che deve fronteggiare un netto decremento di vendite e di profitti.
Senza, tra l’altro, aver approfittato dei 6 miliardi di garanzie statali ottenute in era Covid – mentre gli azionisti hanno poi incassato 2,6 milioni di dividendi.

Errori strategici
Oltre a tutto questo, spiccano gli errori strategici della gestione Tavares. Come l’assenza di nuovi prodotti, ma soprattutto il grande balzo in avanti sull’auto elettrica, che ha differenziato Stellantis dagli altri costruttori europei. Anche da questo lato, la ex Fiat ha provato a sostentarsi con i soldi pubblici: proprio l’amministratore delegato dimissionario, in una recente audizione in Parlamento, aveva battuto nuovamente cassa con modi arroganti, ricevendo giudizi negativi – cosa più unica che rara – sia dalla maggioranza, sia dalle opposizioni.
Ora, mentre l’azienda è in difficoltà, il suo timoniere la lascia con una liquidazione da 100 milioni di euro. Per carità: tutto precedentemente messo nero su bianco, tutto lecito, tutto legale: come si usa dire, pacta sunt servanda.
Però, è davvero singolare che la remunerazione dei ceo sia indipendente dai risultati. Un amministratore delegato non è uno dei tanti dipendenti, ma un dirigente che guadagna molti soldi e ha l’obiettivo di far crescere l’azienda. Non sembra quindi giusto, in fase di firma del contratto, attribuirgli una retribuzione-maxi anche nel caso in cui gli obiettivi vengano mancati in maniera così clamorosa. E invece questa è prassi comune. E’ la deriva malata del capitalismo, che alla lunga rischia di fare implodere l’intero sistema.

Le chance di una fusione

Le dimissioni di Tavares hanno naturalmente avuto un effetto devastante sulle azioni Stellantis, che hanno subito un crollo. Il mercato ha penalizzato il titolo perché teme un immobilismo sulla scelta del nuovo amministratore delegato. Attualmente il presidente del cda John Elkann ha assunto la guida ad interim, ma non è un manager e non ha grandi competenze in politica industriale: il suo mestiere è un altro.
E’ quindi importante evitare che il board ci metta troppo tempo a trovare il nuovo amministratore delegato del gruppo, affinché vengano tracciate il prima possibile le nuove linee guida dell’azienda. Sempre più osservatori scommettono sulla fusione con Renault, di cui le voci parlano da molto tempo e che sposterebbe in Francia le leve del potere e gli equilibri dell’azienda.
Che il nuovo merger si faccia o no, è possibile che Stellantis diminuisca l’impegno sull’elettrico (pur rispettando le quote minime del 20% di produzione sul totale definite dall’Ue e obbligatorie dall’anno prossimo) o fermi la spinta verso la delocalizzazione, salvando il poco rimasto della produzione italiana di veicoli. In una situazione in cui l’auto italiana è ormai virtualmente distrutta, con una responsabilità che in gran parte è nelle mani proprio della Fiat. La casa di Mirafiori, negli anni, ha acquistato tutte le marche italiane, diventando praticamente monopolista e poi privando, con fusioni e delocalizzazione, l’Italia di un brand e di forza lavoro.

Le Borse vanno per la loro strada

Nonostante il forte calo delle azioni Stellantis, Piazza Affari ha cominciato la settimana con un tono positivo, trainata dal settore bancario. E questo benchè novembre abbia visto la Borsa di Milano perdere il 3,3%, abbastanza in linea con i listini europei e americano: ancora una volta, i mercati si sono dimostrati forti e resistenti alle varie difficoltà economiche e geopolitiche.

Auto sotto i riflettori

Ora, comunque, in Europa e in Italia l’automotive è il sorvegliato speciale. Potrebbe essere la carta su cui puntare, ma non ora: meglio attendere un po’ di tempo e capire se i titoli del settore caleranno ulteriormente, o se (magari in seguito a un cambio di rotta di Ursula von der Leyen nella sua versione 2.0) potranno riprendersi o stabilizzarsi.
Al momento è il comparto bancario a offrire occasioni, soprattutto dopo i recenti cali dei titoli e il lancio dell’ops di Unicredit su Banco Bpm.
Un’operazione che, come già anticipato, è molto accidentata, parte con la contrarietà del governo (e il rischio golden share) e la consapevolezza che l’offerta proposta da Piazza Gae Aulenti è bassa. A questo proposito, Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm, ha proprio puntato sulla discutibile convenienza di questo scambio carta contro carta, paventando anche il rischio di esuberi – l’ad di Piazza Meda ne ha quantificati 6.000.
L’argomento è stato subito smentito da Unicredit, che ha definito “pura congettura” il numero indicato da Castagna. Tuttavia, insistere in modo così perentorio sul numero significa che, in teoria, alcuni esuberi potrebbero verificarsi, anche se meno rispetto a quelli temuti dalla guida operativa di Banco Bpm.

Ita-Lufthansa, ok dall’Europa

Se il dossier Unicredit-Bpm sembra più accidentato di una finale olimpica dei 110 ostacoli, il matrimonio fra Ita e Lufthansa è ormai in dirittura d’arrivo. Lo ha deciso in “zona Cesarini” la Commissione Europea uscente, prima di passare la mano alla von der Leyen 2.
Il piano, presentato dalla compagnia tedesca con i correttivi richiesti da Bruxelles, ha passato le ultime valutazioni della potente commissaria alla Concorrenza Margarethe Vestager, alla sua ultima fatica nell’esecutivo Ue.
Ora, l’ultimo passo è il closing: a meno di clamorose sorprese, all’inizio del prossimo anno l’operazione-maxi da 829 milioni andrà finalmente in porto (anzi: in aeroporto).
Onestamente, se l’acquisizione fosse saltata sarebbe stata davvero una grande sorpresa: troppe aspettative e troppi interessi nazionali in ballo. Ora vedremo se Lufthansa riuscirà finalmente a chiudere i conti dell’ex Alitalia almeno in pareggio.

Torna l’inflazione. E i tassi…

Intanto, c’è il ritorno di un ospite inatteso sulle tavole natalizie degli italiani: l’inflazione, il cui ritorno è stato certificato dall’Istat e dai dati relativi al fatturato di commercio e industria.
I numeri evidenziano una virata verso l’alto dei prezzi al consumo, mentre il giro d’affari delle aziende torna ai minimi da più di due anni. In particolare, a novembre, l’inflazione su base annua sale da 0,9% a 1,4%, mentre i prezzi di alimenti e articoli per la cura della persona e della casa crescono ancora di più (dal 2% al 2,6%). Cifre, queste, che rischiano di impoverire i regali accumulati sotto l’albero e di riverberarsi, in un pericoloso effetto domino, sui fatturati delle aziende.
E non suscita certo il “mezzo gaudio”, popolarmente associato al “mal comune”, sapere che in Europa c’è anche chi sta peggio di noi. Perché o ci si risolleva insieme, o si affonda insieme, come hanno dimostrato molti avvenimenti che hanno riguardato l’Ue.
Nonostante il ritorno dell’inflazione, la Bce non può più permettersi di sospendere il taglio dei tassi, a causa della situazione disastrata in cui versa l’economia europea (affossata anche dall’automotive). Il trend in discesa, dunque, continuerà, mentre non è detto che la stessa strategia sia seguita dalla Fed. Gli Stati Uniti, trainati dall’effetto-Trump, possono infatti permettersi un ventaglio più ampio di scelte. Se mantenessero alto il costo del denaro, ne risentirebbe ancora di più il rapporto euro-dollaro.

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Unicredit, l'ops su Banco Bpm scompagina le carte

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’offerta pubblica di scambio volontaria di Unicredit sulla totalità dei titoli Banco Bpm ha conquistato la ribalta come un fulmine a ciel sereno. L’operazione – che, nel caso in cui tutti gli azionisti di Piazza Meda aderissero, avrebbe un controvalore pari a 10.086.832.606 euro – ha però sollevato interrogativi e una certa dose di scetticismo, sia nei commentatori, sia nella politica.

Offerta troppo bassa

Per comprendere le ragioni che hanno mosso Unicredit occorre fare supposizioni, dato che è difficile comprendere le motivazioni reali del suo amministratore delegato Andrea Orcel. Certo è che l’offerta “carta contro carta” – 0,175 azioni Unicredit per ogni titolo del Banco – non è per nulla congrua, né conveniente. A questi valori, per gli azionisti Bpm, non ha nessun senso aderire alla proposta. Quindi, o Orcel alza la posta (ma un simile comportamento non è nel suo stile), o probabilmente non si raggiungerà la quota di adesione necessaria per condurre in porto l’operazione.

Operazione difensiva?

Queste difficoltà, naturalmente, sono note al top management di Unicredit. Perciò è abbastanza diffuso il sospetto che si tratti di un’azione difensiva, lanciata sia per evitare un assalto del Crédit Agricole su Piazza Meda, sia (soprattutto) per congelare la fusione Banco Bpm-Montepaschi ed evitare che si formi il terzo polo bancario di sistema. Questo rischio ha creato nervosismi nel governo, e ha portato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a considerare l’utilizzo del golden power per fermare il progetto l’operazione. L’esecutivo vuole evitare lo stop al piano che mira a creare tre-quattro banche di sistema in Italia. Nella valutazione di Orcel potrebbe anche aver influito l’aspetto assicurativo: proprio l’interesse a formare un polo di bancassurance con Unipol spingerebbe Unicredit a inglobare il Banco e di lì muovere per un accordo con la compagnia bolognese.

La pista tedesca

L’ops di Unicredit appare dunque un tentativo di difficile riuscita e di dubbia convenienza. Meno ardua è la pista Commerzbank, pur avversata dal governo tedesco attualmente in carica (e probabilmente anche dagli esponenti di quello che sarà il prossimo esecutivo di Berlino). Meno ardua da condurre in porto, abbiamo detto, ma più impegnativa dal punto di vista economico. Perché Banco Bpm è un’azienda di credito virtuosa, mentre Commerzbank ha la necessità di essere risanata. In ogni caso, una pista non esclude l’altra: Unicredit ha i mezzi per esperire entrambi i tentativi, ammesso che lo voglia davvero. E che i due governi (italiano e tedesco) non si mettano di traverso.

La reazione della Borsa

Quando vengono proposte operazioni carta contro carta, entrano solitamente in campo gli arbitraggisti, che vendono azioni del potenziale acquirente e acquistano titoli della “preda”. Così è avvenuto anche in questo caso, con Unicredit che ha perso il 4,7% circa in due giorni e Banco Bpm che è salito del 5,5%. Per Piazza Gae Aulenti il calo, abbastanza normale in queste situazioni, si inserisce in un trend già negativo, che ha portato i valori delle sue azioni dai 43 euro di inizio novembre ai 35 odierni. Attenzione, però: la flessione non riguarda solo Unicredit, ma l’intero settore bancario italiano, che settimana scorsa ha subito cali abbastanza pronunciati. Il ripiegamento, che non ha impedito una buona chiusura per Piazza Affari, sembra suggerire un cambio di tono per il settore creditizio. E questo dipende da varie ragioni. Prima di tutto, dall‘irreversibilità del taglio dei tassi relativi all’euro. I mercati scommettono su una diminuzione, da parte della Bce, di 50 punti base il prossimo dicembre. E il trend presumibilmente proseguirà il prossimo anno, nel disperato (e difficile) tentativo di favorire la ripartenza di un’economia europea disastrata. Per questo motivo l’apprezzamento per gli ottimi bilanci bancari 2024 non è sufficiente per mantenere alte le azioni. Perché ci si chiede se i numeri eccellenti di quest’anno saranno sostenibili anche nel 2025. Domanda retorica: in presenza di tassi in costante ridimensionamento, difficilmente le banche potranno nuovamente raggiungere questi livelli. I mercati lo sanno e, anticipando come da tradizione le tendenze delle Borse, stanno già scontando le scommesse al ribasso. Alla settimana negativa del settore bancario hanno contribuito anche la tassa sugli extraprofitti introdotta in Spagna, che ha penalizzato particolarmente Bbva e Banco Santander, e il timore dei dazi che potrebbero essere applicati da Donald Trump all’Europa – una paura che ha però l’aspetto di una scusa per spiegare i motivi delle sottoperformance.

Gli energetici promettono bene

In questa situazione come dovrebbe reagire l’investitore? Molto difficile rispondere: attualmente, la situazione è difficilmente decifrabile e occorre – come si usa dire – andare con i piedi di piombo. Se proprio si dovesse scegliere un settore su cui puntare oggi, si potrebbe optare per l’energetico-elettrico, che trarrà beneficio dal ribasso del costo del denaro. In ogni caso, meglio attendere la prossima settimana, dato che domani ricorrerà negli Usa il giorno del Ringraziamento, e venerdì le Borse saranno probabilmente catatoniche.

L’effetto Bessent prolunga il “Trump trade”

Negli Stati Uniti, la nomina di Scott Bessent a segretario al Tesoro americano ha spinto in alto i listini Usa, permettendo al Dow Jones di stabilire un nuovo primato intraday. Queste reazioni sono perfettamente spiegabili: Bessent, gestore di hedge ed ex partner di Soros Fund Management, è uno che di mercato ne capisce molto, e la sua nomina è stata interpretata come un segnale pro Wall Street. Per il resto, le Borse (americane ed europee) non hanno reagito più di tanto all’escalation della guerra russo-ucraina, con il coinvolgimento sempre maggiore degli anglo-americani e le minacce francesi. Probabilmente, i mercati aspettano l’insediamento di Trump per valutare se le promesse di impegnarsi per la pace saranno mantenute.

Polemiche sul decreto “Salva Milano”

La Camera ha approvato con un ampio accordo trasversale il decreto “Salva Milano”, che sana alcune incertezze normative in seguito ad autorizzazioni edilizie concesse dal Comune e risolve varie situazioni che avevano, in certi casi, indotto la magistratura a intervenire. La legge punta a dare un’interpretazione certa in tema di edilizia e urbanistica e non si applica soltanto alla capitale lombarda, ma a tutto il territorio italiano. La misura, nonostante ciò che si dice, ha tutto l’aspetto di una sanatoria e nasconde un pericolo: quello di dare il via libera alla cementificazione selvaggia. Si rischia, cioè, di interpretare come “ristrutturazione” l’abbattimento di una casa pericolante di tre piani e la costruzione di un edificio di 30. Un esempio su tutti: in zona San Siro è comparso un grattacielo persino più alto dello stadio e in questa situazione si è parlato di errata interpretazione della norma. Se non che, prima un palazzo così alto non c’era. Davvero vogliamo lo sviluppo verticale delle città, con un consumo di suolo e il cambiamento radicale dello skyline? Oltretutto, ciò avviene a costo zero, mentre, ricordiamolo, se un cittadino vuole aprire una finestra in più a casa propria, o effettuare lavori, viene assalito dalla burocrazia e, comunque, deve pagare somme non trascurabili. Anche in questo caso sembra imporsi la legge dei doppi standard, a detrimento dei cittadini comuni e della vivibilità nei contesti urbani.

Foto rawpixel.com


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