Nuovo taglio dei tassi in Europa: a quando il prossimo?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Era scontato ed è avvenuto: la Banca Centrale Europea ha tagliato per la seconda volta nell’anno il costo del denaro. Il board della Bce ha deciso all’unanimità di riposizionare il tasso sui depositi dal 3,75% al 3,50%, con un calo di 25 punti ampiamente previsto. La Bce non si è però limitata all’intervento atteso, ma ha fatto di più. L’Eurotower ha infatti cambiato il differenziale fisso fra il tasso sui rifinanziamenti a quello sui depositi, passato da 25 a 15 punti base, stabilendo un nuovo valore fra i due rapporti. Nel dettaglio, passa da 4,25% a 3,65% la percentuale sui rifinanziamenti principali e dal 4,5% al 3,9% quella sui marginali. In questo ultimo caso, il taglio è dunque di 60 punti.
Mutui meno cari
Il taglio (che, ricordiamolo, è il secondo nel 2024) è tardivo, ma avrà comunque la possibilità di regalare una boccata di ossigeno ai cittadini europei. Le banche, per esempio, hanno già iniziato a diminuire gli interessi sui mutui e sugli acquisti a rate, sollevando molte persone da costi spesso divenuti insostenibili. Secondo la Fabi, la decisione di Francoforte dà un po’ di sollievo a 6,8 milioni di famiglie italiane indebitate. A questo proposito Lando Maria Sileoni, segretario dello stesso sindacato dei bancari, ha parlato di “benefici significativi sul fronte dei tassi bancari” conseguenti alla decisione della banca centrale. “La Bce ha preso una decisione importante, anche se attesa, dimostrando di avere coraggio, sul piano politico”. Quanto al costo del credito, “gli interessi sui mutui alle famiglie e sui prestiti alle imprese caleranno ancora nei prossimi mesi, così diventerà più facile comprare casa e fare investimenti. Va comunque ricordato che, già da dicembre scorso, le banche hanno iniziato a ridurre i tassi alla clientela”.
Inflazione sotto controllo
Sembra dunque iniziato il vero trend di discesa. A convincere i membri del board – anche i più refrattari a una politica più morbida – sono stati due fattori. Primo, le buone notizie sul fronte inflazione, che secondo le simulazioni effettuate nel corso di questo mese raggiungerà il 2,5% a fine anno, il 2,2% al termine del 2025 e l’1,9% (quindi sotto il target) 12 mesi dopo. Dovrebbe attestarsi invece sul 2,9% l’inflazione core di quest’anno, per poi scendere al 2,3% nel 2025 e al 2% l’anno seguente. Il secondo fattore che ha reso colombe anche i falchi più incalliti sono i pessimi dati tedeschi sull’economia, che mettono a rischio il benessere della locomotiva d’Europa e della stessa Ue.
La crisi dell’auto in Germania (e non solo)
Uno dei dati da incubo dell’economia tedesca riguarda il settore automotive, che è calato del 10%, mentre sembra inevitabile la chiusura di uno stabilimento Volkswagen in Germania (un vero e proprio inedito) con 16.000 dipendenti che rischiano il posto di lavoro. E’ inutile ripetere quanto influisca l’agenda “verde” delle istituzioni europee su una crisi di questo comparto, che rischia di coinvolgere tutta l’Ue: i conducenti non vogliono sentir parlare dell’auto elettrica, mentre esitano ad acquistare le vetture a motore tradizionale per timore che nei prossimi anni siano introdotte nuove restrizioni, oltre a quelle che hanno già reso difficile circolare in molte città e regioni. Una conseguenza di questa incertezza è visibile nel porto di Savona, dove sostano, in attesa di un improbabile sbarco, le vetture invendute: una scena difficilmente prevedibile quando – a causa delle restrizioni Covid – si poteva attendere anche un anno per potersi veder recapitare un’auto nuova.
Venti di cambiamento sull’agenda 2035?
Anche per questo, le case automobilistiche hanno deciso di muoversi: quasi tutti i costruttori (eccetto Stellantis, e non se ne comprende il motivo) hanno chiesto una revisione dei termini dell’agenda 2035. La crisi del settore automobilistico potrebbe aver influito in modo incisivo sulle dimissioni di Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno e all’Industria della Commissione von der Leyen e super sostenitore della conversione elettrica del settore automobilistico. Il politico transalpino, che era candidato alla riconferma, ha alla fine rinunciato. E lo ha fatto sbattendo letteralmente la porta, in polemica con la stessa presidente di Commissione, accusata di non volere più la sua presenza tra i “ministri” dell’Unione. Breton sarà sostituito da Stéphane Séjourné, indicato dalla Francia come nuovo rappresentante di Parigi nelle istituzioni europee.
Borse indifferenti al taglio
Il taglio Bce ha lasciato abbastanza indifferenti le Borse europee, più sensibili al taglio della Federal Reserve, atteso fra poche ore. Un po’ perché la diminuzione del costo del denaro negli Stati Uniti è probabile, ma non sicura; un po’ perché fino all’ultimo non è dato di conoscere l’entità dell’intervento (25 o 50 punti). Intanto, l’euro sembra rafforzarsi sul dollaro, ma sempre nella “fascia neutrale” (tra 1,08 e 1,12). La crescita è giustificata da eventi di politica monetaria e inflattiva che si verificano più velocemente nell’Ue. L’euro, dunque, guadagna sul biglietto verde ma non sul franco svizzero, che non vuol saperne di lasciare le vette raggiunte già da un po’ di tempo. Il prolungato acquisto di valuta elvetica da parte di risparmiatori di tutto il mondo in cerca di beni rifugio pone a rischio l’economia del Paese. Attualmente, la Svizzera sta sopravvivendo bene all’impennata del franco; tuttavia, a lungo termine potrebbero presentarsi conseguenze negative, dovute a calo di esportazioni e “gentrificazione” del turismo.
Telenovela San Siro
Ha fatto discutere l’ultimo capitolo sullo stadio di San Siro. Milan e Inter hanno chiaramente comunicato a Giuseppe Sala, sindaco di Milano, che non intendono aderire al piano di ristrutturazione del “Meazza”, caldeggiando il ritorno al piano 2019, che prevedeva la costruzione di un nuovo stadio a poca distanza dalla “Scala del calcio”. Un ritorno alla casella zero, dunque, che ha portato il calendario all’era pre-Covid. Proprio mentre il countdown per i Giochi Olimpici di Milano-Cortina, la cui cerimonia inaugurale si svolgerà proprio a San Siro, corre veloce. Tutte le opzioni sono ancora sul tavolo. La ristrutturazione del vecchio stadio è ormai improbabile, ma non ancora impossibile; la costruzione di un nuovo impianto a poca distanza da quello vecchio è osteggiato dai tifosi e non piace alla città (e soprattutto al quartiere); l’alternativa che vedrebbe la costruzione di due arene separate, una a Rozzano e una a San Donato, sembra meno agevole e più costosa per i due club. Uno stadio di proprietà ha il compito di generare ricavi, e gli interventi (siano essi la ristrutturazione o la costruzione ex novo) devono essere ammortizzati. Per rifare San Siro occorrono tra i 600 e i 900 milioni di euro, che possono essere recuperati a breve solo con appalti edilizi. Se non che, intorno al Meazza è già iniziata una campagna di costruzioni che riduce la possibilità, per Milan e Inter, di guadagnare con spazi immobiliari e commerciali. Il discorso è simile anche per l’alternativa “nuovo stadio in zona” che, come accade ora, soffrirebbe anche dell’alto grado di criminalità che si è insediata nelle vicinanze. A cambiare sarebbero le cifre, diverse per l’edificazione da zero, e le condizioni dello stadio (su San Siro grava il vincolo monumentale per il secondo anello). Rozzano e San Donato, invece, partirebbero da un “prato verde”, ma la loro posizione esterna al territorio comunale di Milano e gli investimenti raddoppiati (ogni squadra costruirebbe il proprio stadio) si potrebbero rivelare penalizzanti, ritardando di molto il breakeven. La soluzione sembra molto difficile: occorrerebbe una regia politica e un coinvolgimento dell’opposizione, ma anche il coinvolgimento dello Stato e una maggiore propensione al dialogo da parte delle due società.
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Lo storno di settembre
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo il balzo in avanti di fine agosto, con cui le Borse hanno recuperato le perdite di inizio mese, settembre si è aperto con una nuova fase orso. Non c’è, tuttavia, da preoccuparsi più di tanto, un po’ perché a stretto giro si è verificata una pur parziale rimonta, un po’ perché settembre e ottobre sono storicamente mesi non troppo brillanti. E un po’ perché, dopo il rimbalzo che ha portato i listini vicino ai massimi, uno storno era nell’aria. In ogni caso, a mitigare il passo indietro sono i dati americani sul lavoro, positivi anche se inferiori alle attese.
Tassi, si scende
Siamo quindi in una fase di trading range neanche tanto ampio, con un crescente peso degli avvenimenti geopolitici sull’andamento dei mercati. Oltre, naturalmente, all’imminente taglio dei tassi, che è dato per scontato. Anche se non è matematico che la sforbiciata di settembre avvii una tendenza all’insegna del rilassamento della stretta monetaria. Come ha affermato Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, le decisioni saranno prese volta per volta. Anche se, ha proseguito, “i dati finora confermano la nostra direzione di marcia”, cioè l’ammorbidimento della politica monetaria, “e spero che ci consentiranno di continuare a essere meno restrittivi”. La sua posizione è condivisa da sempre più analisti: è vero che il rialzo dei tassi ha messo un freno (almeno in parte) all’inflazione, anche se fattori esogeni – come la crisi di Hormuz – ne rallentano la discesa; tuttavia, il costo del denaro ha bloccato molti investimenti. Creando difficoltà all’economia Ue, che ha portato tutti i dati di produzione al segno meno.
Il rapporto Draghi
A lanciare l’allarme è stato anche Mario Draghi in un rapporto che gli era stato commissionato dall’Unione Europea. Secondo l’ex presidente Bce ed ex premier, l’Ue ha davanti a sé una sfida cruciale, da cui dovrà uscire con una cura forte (un “doppio Piano Marshall”) per non scivolare in una lenta agonia. In cifre, ha spiegato Draghi, si tratta di una cifra compresa fra 750 e 800 miliardi l’anno, senza i quali – ha aggiunto – è a rischio l’esistenza e persino la libertà dell’Europa. Il nuovo bazooka – la cui proposta ha visto la contrarietà sia di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, sia della Germania – potrebbe avere un fondamento. Ma occorre rispondere a una domanda: dove si possono trovare tutti questi soldi? Soprattutto in un periodo storico che vede il ritorno del patto di stabilità.
Auto elettriche, una sfida persa in partenza?
Tra le sfide evidenziate da Draghi – dai costi elevati dell’energia alla necessità strutturale di importare materie prime, dalle maggiori spese per la difesa al calo della popolazione e del numero dei lavoratori – c’è anche la decarbonizzazione. Che in sé è un obiettivo legittimo, ma che in pratica è stata gestita molto male. Perché uno dei settori più in crisi è quello dell’automotive, che una volta era il fiore all’occhiello di Paesi come Germania, Francia e Italia. Il disinteresse degli acquirenti per le vetture elettriche ha già costretto la Volkswagen ad annunciare la chiusura di uno stabilimento Audi di Bruxelles, adibito appunto alla produzione di macchine “adeguate” alla nuova situazione. E che sta mettendo a rischio anche una unità produttiva in Germania, sempre specializzata nell’elettrico.
Ma il target 2035 non si ferma
Ciò significa che l’Ue potrebbe considerare un passo indietro, o almeno un parziale ripensamento, della sua strategia di elettrificazione delle automobili entro il 2035? Sembra proprio di no. Anzi: tutto il contrario. Il commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Thierry Breton, nel corso di una riunione con i produttori, li ha esortati a innescare la quinta e ad accelerare la transizione, per superare i ritardi del settore. Il rischio evidenziato da Breton è il prevalere della Cina, che quasi monopolizza questo mercato. Nel 2026, l’esecutivo comunitario potrebbe in ogni caso intervenire sul target 2035, rimandandone l’attuazione: lo prevede espressamente il regolamento europeo. Ma le posizioni di Ursula von der Leyen e delle forze politiche che formeranno la nuova commissione non lasciano troppo spazio a questa soluzione, a meno di forti pressioni in seno alla stessa maggioranza. O, in alternativa, di una forte presa di posizione di Germania e Italia, magari rinforzata dalle proteste sindacali tedesche già in corso.
Il paradosso del lusso
Un altro settore nell’occhio del ciclone è il comparto lusso. Ma qui non c’è nessuna crisi di produttività. La industry soffre invece di un paradosso: da un lato gli utili sono buoni, in alcuni casi a doppie cifre; dall’altro, i titoli in Borsa stanno evidenziando una performance scarsa. Qual è la ragione di questa apparente discrasia? Occorre fare presente che il lusso viaggia a multipli incomprensibili ed è spesso slegato dalle dinamiche alla base degli scambi borsistici. E’ infatti una categoria che resiste di più alle crisi perchè ha un parterre di compratori in grado di permettersi qualsiasi prezzo. Se però arrivano segnali di rallentamento dall’Asia e dagli Stati Uniti, il comparto può cedere alla paura e ottiene performance minori. Inoltre, il grande recupero di agosto ha coinvolto gli indici, ma non tutte le categorie: si è infatti manifestata una rotazione settoriale, con il recupero di titoli che erano rimasti indietro, come le utility. Vittime della dispersione dei rendimenti sono state, dunque, la tecnologia e, appunto, il lusso, mentre le banche hanno registrato prestazioni abbastanza anonime.
Azioni bancarie, quale futuro?
Già, i gruppi bancari, che potrebbero raggiungere i massimi nel corso di quest’anno e poi scollinare verso una lunga e inevitabile discesa. Con il calo dei tassi, le aziende di credito saranno costrette ad allentare i loro spread, e questo – insieme al maggior rischio di insolvenze – avrà una conseguenza negativa sugli utili. In termini ciclistici, il gran premio della montagna è in vista e l’arrivo è previsto a valle, dopo una lunga discesa pedalabile, non priva di pericoli. Anche se gli utili record riguardano soprattutto le banche europee, il calo dei tassi avverrà anche negli Stati Uniti, e le aziende di credito di oltre oceano dovranno giocoforza risentirne. Può essere uno dei motivi per cui Warren Buffett – un personaggio che difficilmente sbaglia le sue scelte di investimento – ha venduto una forte quantità di azioni di Bank of America, di cui la sua Berkshire Hathaway resta, peraltro, il primo azionista. Altre ragioni che avrebbero spinto Buffett a liberarsi di quasi 7 miliardi di dollari di partecipazioni Boa sono, secondo alcuni analisti, il sentore di un calo dei mercati o, in alternativa, l’accumulo di capitali per un acquisto di grande entità.
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#fuoriluogo2024 - Taiwan: l'isola contesa
Grande successo di pubblico per Giulia Pompili, giornalista del “Il Foglio” che sabato 7 settembre ha tenuto un workshop, aperto alle domande del pubblico, dedicato a Taiwan e durante il quale ha delineato il quadro dell’area dell’estremo oriente che si presenta “calda” e periodicamente manifesta momenti di crisi, in grado di coinvolgere l’intero pianeta.
Ha risposto con puntualità e disponibilità alle molte domande di un pubblico attento e interessato. Grazie Giulia
Borse ai livelli di fine luglio: torna la calma piatta
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Si è chiuso l’agosto “pazzo” delle Borse, che ha visto i mercati calare vistosamente e poi recuperare, chiudendo il mese più o meno ai livelli di fine luglio. Dopo la performance negativa e la lenta risalita, una serie di correzioni velocissime ha innescato un recupero deciso nel corso delle ultime tre settimane, annullando lo storno. E facendo scattare una sorta di ripartenza da zero, come accade nel Monopoli o nel gioco dell’oca. E la chiamano estate, verrebbe da dire.
Appuntamento con i tassi
Ora sulle Borse è tornata la calma piatta. Ed è consigliabile, per gli investitori, un atteggiamento consono alla situazione attuale. Vale a dire: attesa, magari con qualche acquisto di titoli energetici, almeno finché il petrolio manterrà livelli medio-bassi. Se nel prossimo futuro non si verificasse un evento particolare, in grado di influenzare gli scambi, il livello dei mercati potrebbe rimanere calmo e poco perturbato almeno fino alle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre. Fino ad allora, l’avvenimento top sarà l’ormai scontato taglio dei tassi che a settembre sarà operato dalla Fed e quasi sicuramente anche dalla Bce. E questo, nonostante le resistenze dei falchi, più precisamente di Joachin Nagel. Il governatore della Bundesbank ha suggerito all’Eurotower di non procedere troppo velocemente ai tagli, confermando la posizione storica della banca centrale tedesca. Una situazione curiosa, visto che proprio i dati relativi all’inflazione riscontrati a Berlino hanno convinto la Bce ad ammorbidire la politica monetaria, e che il sentiment prevalente in Germania è ormai contrario alla prosecuzione delle restrizioni. Si sa che le banche centrali vogliono sempre mantenere un’indipendenza (o pseudo tale) rispetto alla politica, e che la Bundesbank è tradizionalmente refrattaria a certe operazioni. Ma la Bce non può esimersi dall’offrire un’ancora di salvataggio che possa rivelarsi uno stimolo per l’economia europea. Soprattutto per quella tedesca, la cui congiuntura negativa sembra molto più lunga del previsto e rischia di trascinare con sé l’intera Europa.
Elezioni-terremoto
La crisi economica tedesca, con i suoi annessi e connessi, ha favorito la clamorosa vittoria dell’estrema destra di Afd e il contemporaneo balzo avanti della sinistra radicale di Sahra Wagenknecht nelle elezioni in Turingia e in Sassonia. Pur trattandosi di consultazioni locali, sembra riproporsi lo scenario che si è già verificato in Francia, con le elezioni-blitz indette dal presidente Emmanuel Macron, i cui risultati hanno creato un’instabilità di lungo periodo e di difficile risoluzione. Le Borse, ricordiamolo, avevano reagito solo in un primo tempo alle elezioni transalpine, finendo poi di ignorare le lunghe consultazioni che finora non hanno permesso di formare un governo a Parigi. Una situazione molto problematica, dato che la legge francese non consente di tornare al voto in tempi brevi e che a fine settembre la République dovrà iniziare a discutere la Finanziaria. In un puzzle non certo semplice da comporre: Parigi ha seri problemi di bilancio, con il deficit che viaggia sopra il 5%, e l’incertezza politica che non aiuta di certo. A complicare ulteriormente le cose c’è il ritorno del patto di stabilità, che obbligherà i Paesi in difficoltà a tagliare le spese, proprio in un periodo in cui sarebbero necessari investimenti e cordoni della borsa aperti per rilanciare le economie in crisi e per aiutare la parte meno abbiente della popolazione.
Banche, versamenti maxi al fisco
In un’economia che zoppica, c’è qualcuno che brinda. Sono le banche, capaci di recuperare le perdite di inizio agosto e di incamminarsi verso nuovi record. Un dato curioso rivela quanto gli istituti di credito siano in salute: secondo un’analisi della Fabi, dal 2019 al 2023 i primi cinque gruppi bancari italiani hanno versato all’erario 20 miliardi: 6,1 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,7 nel 2021, 3,3 nel 2022 e 6,7 nel 2023, l’anno d’oro. La progressione iniziata dal 2022 in avanti, a quanto ci si aspetta, dovrebbe portare i gruppi creditizi a liquidare ben 8 miliardi alla fine di quest’anno. Una buona notizia, se non fosse per un paradosso: non sempre le aziende di credito utilizzano i loro utili per liberare stimoli per l’economia. Che invece avrebbe disperato bisogno di un sostegno, per poter combattere la crisi e svoltare nuovamente.
Bigtech, sale il consumo energetico
Nel mondo, si intensifica la guerra ai consumi energetici. Ma alcune bigtech sembrano – volente o nolente – imboccare il percorso opposto. Secondo un’analisi del sito Tom’s Hardware, effettuata sui dati della U.S. Energy Information Administration, nel 2023 Google e Microsoft hanno consumato più energia di 100 stati sovrani in tutto il mondo. Questa tendenza stride con le promesse delle stesse grandi aziende della tecnologia, che si erano impegnate a diminuire i consumi. La responsabilità sembrerebbe essere dell’intelligenza artificiale generativa, che ha portato questi gruppi a drenare un quantitativo enorme di energia. Le cause di questo fenomeno, come si è visto, possono anche non essere addossate alla volontà di queste imprese, che potrebbero essersi viste costrette dalle circostanze ad aumentare i consumi; tuttavia, spesso si giudica questo settore con una certa ipocrisia: mentre si invocano restrizioni “verdi” per le automobili, al settore tech si tende a perdonare tutto. Lo dimostra anche l’attenzione verso il bitcoin, che consuma quantitativi altissimi di energia elettrica, ma è stato protagonista persino di un Etf. E questo nonostante l’alto quantitativo di fabbisogno energetico della principale criptovaluta, capace di dare fondo a un quantitativo di energia maggiore rispetto a quello utilizzato da un Paese come l’Argentina. Occorrerebbe, insomma, una narrazione più coerente e meno improntata ai doppi standard che ultimamente stanno imperversando nell’economia e non solo.
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La Fed annuncia il taglio dei tassi. E le Borse brindano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Era dato per scontato e infatti è successo per davvero: durante il simposio annuale di Jackson Hole, Jerome Powell ha annunciato l’imminente taglio dei tassi negli Stati Uniti. “E’ arrivato il momento di aggiustare la politica monetaria”, ha detto il presidente della Federal Reserve: “la direzione di marcia è chiara”. La decisione dipende dalle dinamiche del mercato del lavoro Usa che – ha ricordato Powell – si è “notevolmente raffreddato”, in un contesto che oltretutto non dipende da una crescita, non avvenuta, dei licenziamenti.
Incertezze sull’entità
A settembre, dunque, la Federal Reserve interverrà sul costo del dollaro, anche se non è ancora stata decisa l’entità del taglio: il ritmo, ha detto Powell, dipenderà dai dati. Non è quindi noto se la sforbiciata sarà di 25 o di 50 centesimi; nel primo caso ci si attende poi un altro calo, sempre dello 0,25%, prima delle elezioni americane, mentre nella seconda ipotesi tutto lascia presagire che non ci saranno più movimenti prima di novembre. Nonostante questa incertezza, l’intervento di Powell si è rivelato sufficiente per dare fiato alle Borse, che hanno reagito con rialzi generalizzati: Wall Street ha chiuso in positivo, i listini asiatici hanno recuperato le perdite e Piazza Affari ha archiviato la settimana di contrattazioni con un +1% circa, vestendo la simbolica maglia rosa europea. Dopo il patatrac di inizio agosto, dunque, le Borse sono tornate a offrire performance: il forte calo dipendeva da varie concause (prima tra tutte l’apprezzamento dello yen) su cui si è avventata una forte dose di speculazione; ciò ha favorito un rapido rientro delle quotazioni. La Borsa di Milano, per esempio, ha recuperato gran parte delle perdite accumulate: all’allineamento con i valori precedenti manca una percentuale compresa fra il 2% e il 3%, dinamica che può essere spiegata con la stagione dei dividendi, senza la quale Piazza Affari sarebbe probabilmente in linea con i numeri di luglio.
Bce cauta
Abbiamo parlato della Fed. E la Bce? Come da tradizione, Francoforte ha affrontato il palco di Jackson Hole con molta più cautela. Philip Lane, capo economista dell’Eurotower (la presidente Christine Lagarde non era presente), ha infatti espresso buone sensazioni sulla marcia dell’inflazione verso il 2%, ricordando però che il target non è ancora stato raggiunto. E che ci vorrà ancora del tempo, probabilmente fino alla fine del prossimo anno.
Quindi, l’insicurezza sul traguardo obbliga, secondo Lane, a rimanere in territorio restrittivo fino a quando occorrerà. Anche se, ha aggiunto il capo economista Bce, non bisogna esagerare, per evitare ulteriori danni all’economia.
La fase attuale dell’inflazione europea dipende soprattutto dalla crisi di Hormuz, che ha fatto lievitare alcuni prezzi, primo tra tutti il costo del caffé: è quindi un fenomeno di derivazione geopolitica, e non causato dalla domanda. Dall’altro lato, però, ci sono i pericoli di recessione, con cui occorre inevitabilmente fare i conti. Ancora una volta, dunque, Francoforte è chiamata a un intervento di equilibrismo: per questo motivo, le dichiarazioni di Lane non implicano necessariamente un nuovo immobilismo della banca centrale sui tassi. Quindi è probabile che, a ruota della Federal Reserve, anche la Banca Centrale Europea (che un taglio, in fondo, lo ha già operato) opti per un’aggiustatina al costo dell’euro il prossimo settembre. A chiederlo è persino la Germania, che solitamente si schiera sul fronte opposto: le difficoltà economiche di Berlino, causate soprattutto dall’addio forzato alla politica di approvvigionamento di gas russo a basso costo, hanno armato le autorità tedesche di una dose di sana Realpolitik. Nonostante la cautela di Lane, dunque, la Bce darà molto probabilmente un “colpetto” di 25 punti a settembre, per poi congelare i tassi per alcuni mesi. Ancora una volta si guarderà più all’inflazione che non alla situazione critica dell’economia europea, che necessiterebbe di interventi ben più aggressivi.
Dollaro in picchiata
Il salto di Powell nel nido delle colombe ha avuto effetti negativi sulla quotazione, già debole, del dollaro. Il biglietto verde veleggia tra 1,10 e 1,20 proprio a causa del nuovo approccio aggressivo sui tassi della Fed, a causa del quale vari investitori hanno smontato alcune tra le loro posizioni sulla valuta americana. Occorre però ricordare che, per l’economia Usa, il calo del dollaro non rappresenta una catastrofe, come sarebbe invece per l’euro: gli Stati Uniti sono abituati a svalutare la loro moneta per rendere l’economia competitiva. Questa politica è resa possibile anche dall’assenza di vincoli sul debito, che porta Washington a creare deficit (oggi all’8%) senza particolari problemi, e tanto meno drammi. In ogni caso, sembra più probabile un dollaro assestato verso la quotazione di 1,10 piuttosto che una marcia verso il livello di 1,15.
Franco e oro, continua la corsa
Continua invece a correre il franco svizzero, che sconta il suo ruolo di bene rifugio e risente particolarmente del taglio dei tassi (tra l’altro molto più bassi rispetto a quelli di Bce, Fed e Boe) già attuato dalla Banca Nazionale Svizzera. La moneta elvetica si è ancora una volta avvicinata pericolosamente al record di 0,93 centesimi sull’euro, anche se finora non ha più toccato quel valore. Impressionante anche la quotazione dell’oro, che ormai si è stabilizzato oltre i 2.500 dollari l’oncia, anche grazie ai tassi e alla necessità, non tramontata, di coprirsi dall’inflazione e dai suoi colpi di coda.
Giorgetti contro la pianificazione del Pnrr
Ha fatto molto rumore la dichiarazione del ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che ha criticato i fondi Pnrr, paragonandoli alla pianificazione quinquennale dell’Unione Sovietica del tempo che fu. Il titolare del Mef non ha tutti i torti: il Pnrr è stato concepito molto male, le sue tempistiche sono assurde e rischiano di creare danni, rendendo l’Europa ancora più incapace di rivelarsi competitiva sul mercato mondiale. Se l’Ue è una Ferrari a cui è stato montato il motore di un’utilitaria, un problema c’è. E la mancanza di autocritica costruttiva non è certo il modo più efficace di superarlo.
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I dividendi fanno rifiatare Piazza Affari
Lo stacco delle cedole ha causato un calo in Borsa. Ma il decremento è stato tutto sommato contenuto. Intanto, Wall Street corre più dell'Europa. Il ritorno degli affitti e l'addio obbligato di Steven Zhang alla "sua" Inter
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Lunedì scorso, la Borsa di Milano ha lasciato sul campo l'1,62%, evidenziando per una volta una prestazione peggiore rispetto agli altri listini europei. Nessuna preoccupazione, però: il calo dipende dallo stacco cedole di 68 aziende quotate, di cui 21 nell'indice più importante. I dividendi, lauti e premianti per gli azionisti, hanno pesato molto sul decremento; senza questo appuntamento, Piazza Affari avrebbe chiuso il primo giorno della settimana a -0,20%, più o meno in linea con l'andamento stagnante della settimana scorsa che ha invece visto Wall Street su posizioni da record. I dividendi potrebbero presto tornare a dare soddisfazioni agli azionisti, se è vero che molte case di investimento stanno rialzando i target, abbondantemente superati. A trainare gli utili, le società tecnologiche negli Stati Uniti e quelle finanziarie in Europa.
Tassi, previsti pochi scostamenti
Certo è che i mercati dovranno fare i conti con il rientro nei ranghi dell'inflazione (prima in Europa che negli Stati Uniti) e con l'incertezza legata al taglio dei tassi. Nell'Eurozona è praticamente certa solo la prima sforbiciata di 25 punti, la cui comunicazione è prevista in occasione della riunione del board Bce di giugno. Forse (ma non è detto) l'operazione sarà replicata a settembre, ma non ci si può aspettare nulla di più. Altrettanto probabile è l'immobilismo della Fed, che a quanto ci si aspetta non modificherà le percentuali di riferimento né a giugno, né a settembre. Lo affermano anche i trader, che ora sono molto più scettici su un allentamento della stretta monetaria nel corso dell'ultimo mese estivo: a formare questa convinzione, la maggiore crescita rispetto alle attese dei prezzi all'ingrosso ad aprile, con i suoi effetti sull'inflazione, e le condizioni dell'economia e delle Borse, che vanno bene nonostante l'alto costo del denaro. Solo tre mesi fa, l'aspettativa sui tassi era nettamente diversa: la maggioranza degli economisti interpellati da Reuters aveva espresso fiducia in due tagli Fed nel corso di quest'anno, con un primo intervento a settembre. La strategia attuale delle banche centrali sembra insomma voler rendere inoffensiva l'inflazione e, nello stesso tempo, permettere alle aziende finanziarie di fare utili. Cigni neri a parte, l'unico elemento che potrebbe rompere le uova nel paniere, e far tornare l'inflazione, è una nuova impennata delle materie prime. Soprattutto del rame, di cui attualmente c'è molto bisogno per il suo ruolo centrale nell'intelligenza artificiale, il cui mantenimento è super energivoro, anche se molti teorici del green deal sembrano apparentemente ignorarlo.
Il ritorno degli affitti
A schizzare in alto sono anche i costi degli appartamenti, che a causa dell'inflazione stanno diventando una chimera per molti cittadini. Con un risultato: il ritorno di fiamma degli affitti. Anche i canoni, è vero, sono rincarati (a Milano, negli ultimi anni sono cresciuti del 50% circa), ma esiste pur sempre un livello oltre il quale non si possono spingere. Secondo uno studio Crif, il 42% degli abitanti preferisce una casa in affitto "perché la propria condizione economica attuale rappresenta un ostacolo all’acquisto di un’abitazione. Condizione che risulta ancora più rilevante in particolare per le famiglie monogenitoriali e individui con presunto reddito contenuto o inesistente". Soprattutto per imprenditori, dirigenti e impiegati invece, la soluzione è temporanea; poco più di un quarto dei locatari considera provvisoria questa formula. Nel vasto mondo degli affitti, come del resto nella ricerca degli alberghi, la tecnologia viene però in aiuto: on line è possibile confrontare prezzi per risparmiare anche in maniera sensibile. O almeno per limitare i danni.
Inter, il debito di Zhang
Poco dopo la conquista della seconda stella, l'Inter passa di mano. Non per volere del suo presidente, Steven Zhang, ma per l'indebitamento contratto dalla Grand Tower (società lussemburghese del gruppo Suning che controlla i neocampioni d'Italia) nei confronti del fondo californiano Oaktree Capital Management. Il prestito, contratto per la cifra di 275 milioni con un interesse del 12% e arrivato alla scadenza del 20 maggio 2024 per un importo di 375 milioni circa, non è stato restituito. Il fondo sarà quindi ripagato con le azioni dell'Inter. Nell'ambito di questo contratto sarà effettuata una valutazione della società nerazzurra: se il suo valore al netto dei debiti superasse l'importo dovuto, la famiglia Zhang sarà rimborsata della parte eccedente. In denaro contante, oppure in quote della societa – in quest'ultimo caso, Suning manterrebbe un piede dentro l'azionariato. Sulla comunicazione di questo avvenimento è stata comunque fatta molta confusione: il debito che la famiglia Zhang ha sottoscritto non è dell'Inter ma della Grand Tower. Questo macigno ha però impedito al presidente uscente di effettuare un rifinanziamento. La Champions League e il prossimo Mondiale per club sono comunque alleati della compagine nerazzurra per raggiungere il pareggio di bilancio. Il nuovo proprietario – che in quanto fondo di investimento dovrà sviluppare il più possibile i suoi asset per poi rivenderli – non potrà dunque trascurare il lato sportivo: non è sfoltendo la rosa e svendendo giocatori che si acquisisce valore. Certamente, eventuali acquisti dovranno essere finanziati da cessioni equipollenti – ma questo è già scritto nelle regole del fair play finanziario.
India, le sfide del nuovo premier
Saranno annunciati il prossimo 4 giugno i risultati delle elezioni in India, che coinvolgono 1,4 miliardi di persone (il 10% circa della popolazione mondiale) per un milione di cabine elettorali sparse per tutto il Paese. La consultazione, divisa in varie tornate (dal 19 aprile al 4 giugno), vede come grande favorito il premier uscente Narendra Modi che, se riconfermato, dovrà gestire varie sfide: prima tra tutte la disoccupazione, che ha accompagnato dieci anni di crescita e di incremento del pil, ma senza la creazione di nuovi posti di lavoro. Sebbene l'India sia radicalmente diversa da quella - poverissima - in cui prestava la sua opera di carità Santa Teresa di Calcutta, esistono ancora sacche di indigenza, anche se lontane dalla estrema gravità di soli 20 anni fa. Il Paese ora è protagonista nel Brics e ha ricchezze stratosferiche, ma non ha ancora del tutto risolto il problema della forbice fra i supermilionari e i più poveri.
Piazza Affari vede ancora rosa
In una settimana positiva per le Borse Europee, Milano chiude ancora una volta in posizione di leadership. Emerge il ruolo dei titoli bancari, ma anche di quelli assicurativi. Ottima prestazione di Enel. Sui tassi, le banche centrali sono divergenti: la Svezia inizia a tagliare, la Bce è sempre più vicina alla prima sforbiciata, mentre la Banca d'Inghilterra tiene tutto fermo. E la Fed...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Ancora una volta la Borsa di Milano ha archiviato una settimana sul tetto d'Europa, con i listini del nostro continente che hanno evidenziato ottime performance. Come spesso è accaduto ultimamente, buona parte del merito è dei titoli bancari, che hanno risentito degli ottimi dati trimestrali e dell'outlook positivo sull'esercizio 2024. Contributo robusto anche dal comparto assicurativo, guidato da Allianz (record di utili, dividendi e performance del titolo), Generali e varie altre compagnie. Entrambi i settori hanno tratto beneficio da tre elementi: oltre agli ottimi risultati, il miglioramento dell'economia italiana e l'aspettativa di tagli molto ridotti ai tassi, che agevolano le banche per il livello alto degli interessi sui prestiti e le assicurazioni per la maggior attività sulla parte vita.
Il caso Bff Bank
Non tutti, però, vanno bene nel settore finance: Bff Bank (la ex Banca Farmafactoring) ha visto a fine settimana cadere in picchiata il valore dei suoi titoli (-10% giovedì e un ulteriore 26,3% venerdì). Il motivo è semplice: nel corso della conferenza di presentazione dei dati di esercizio del primo trimestre (con utili in calo del 21% e incremento dei ricavi del 15%), l'amministratore delegato Massimo Belinghieri ha rivelato il blocco dei dividendi, imposto da Banca d'Italia dopo un'ispezione dello scorso gennaio. Una misura che è stata affiancata anche dallo stop alla parte variabile degli stipendi e all'apertura di filiali oltre confine. L'istituto centrale ha evidenziato una differenza di metodi di contabilizzazione dei crediti dal 2021 in avanti, non adeguato ai dettami dell'Eba. La comunicazione ha innescato vendite a cascata, con il conseguente crollo del titolo. Le preoccupazioni sono legittime, ma eccessive, dato che la banca si sta già muovendo per adeguarsi ai rilievi di Via Nazionale. Non per niente, il titolo sta recuperando e gli analisti di Mediobanca lo hanno definito neutral. A queste condizioni, le azioni Bff Bank potrebbero rivelarsi un investimento possibile in previsione di un suo ritorno in carreggiata, dato che a questi prezzi il suo titolo è molto interessante. Ottima prestazione, invece, per Enel, che conferma le buone prospettive del settore energetico.
Giù i tassi, dopo la Svizzera è la volta della Svezia
Intanto, sul fronte dei tassi, nei Paesi europei che hanno una valuta propria si muove qualcosa. Dopo la Svizzera, che già il 21 marzo aveva deciso di sforbiciare il costo del denaro dello 0,25%, portandolo a 1,5%, è ora la volta della Svezia. Riksbank, istituto centrale di Stoccolma, ha infatti deciso (per la prima volta dal 2016) di ammorbidire la stretta monetaria, sempre con un calo di 25 punti base, e di portare il valore di riferimento a 3,75%. Con questa mossa, la banca centrale ha voluto dare fiato a un'economia che arranca, mentre l'inflazione si sta avvicinando ai target identificati dallo stesso organismo di vigilanza. Se da questo punto di vista le cose andassero positivamente, potrebbero verificarsi ulteriori aggiustamenti. Forse due entro fine mese.
Niente tagli, siamo inglesi
Niente tagli, invece, a Londra. La Bank of England ha deciso di lasciare ancora le bocce ferme e di non schiodarsi dal 5,25%. Una scelta ampiamente prevista, nonostante gli appelli del mondo politico ed economico: l'inflazione è ulteriormente scesa, ma è ancora al 3,2%. Vale a dire, il "mitico" obiettivo del 2% si avvicina ma non è ancora a portata di mano. Nessun segnale decisivo, invece dalla Fed, che potrebbe rimanere bloccata più a lungo, mentre la Bank of England facilmente seguirà le orme dell'Eurotower.
Bce, tutto pronto
Sarà quindi la Banca Centrale Europea la prima fra le big three del mondo occidentale (Bce, Fed Boe) a procedere ai tagli? Sembra di sì, anche per le dichiarazioni confortanti che stanno giungendo da più parti nei dintorni dell'Eurotower. In pratica non ci sono piu motivi per non tagliare, quindi a giugno si inizierà la pur lenta discesa. La decisione sta portando una coda polemica all'interno del board: non perché qualcuno voglia rinviare ulteriormente l'ammorbidimento della stretta monetaria, ma perché le "colombe" hanno apertamente criticato i tempi dell'operazione, sostenendo che l'avvio avrebbe dovuto verificarsi prima. Il contrasto tra l'ala hawkish e quella dovish potrebbe tornare a manifestarsi nel prossimo futuro, quando si deciderà se, al quasi sicuro taglio di giugno, ne seguiranno altri oppure se per il 2024 non si muoverà più nulla. Nel primo caso potrebbe verificarsi una strana (e difficilmente pronosticabile solo due mesi fa) divergenza fra Bce e Fed, con la prima in discesa e la seconda ferma oltre il 5%. Se succedesse, potrebbe accadere qualcosa di imprevedibile sul fronte del cambio euro-dollaro? Non è semplice da dire perché i tassi di cambio dipendono da molti fattori e sono difficili da prevedere. Tanto più quello del dollaro. Tutto ciò che possiamo affermare è che, in generale, è più facile che il biglietto verde si indebolisca rispetto alla nostra moneta che non l'evenienza opposta.
Buone notizie dal Pil
Sono solo correzioni di pochi decimali di punti, ma l'effetto sulla morale è indubbio: il Pil italiano (+0.3%) corre di più rispetto a quello francese e quello tedesco (entrambi a un +0,2%). Il dato rettifica lo 0,1% previsto da Banca d'Italia. Il Paese va dunque discretamente bene, anche se ha i soliti problemi di conti pubblici. E la difficoltà a uscire dal pantano del Superbonus, con il vortice creato e le polemiche suscitate anche in seno alla maggioranza, non aiuta di certo. Un esempio di questo clima di tensione è dato dall'emendamento introdotto dal ministro dell'Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. La misura prevede che le organizzazioni finanziarie non potranno più compensare i crediti del superbonus con debiti di tipo previdenziale. A causare discussioni è soprattutto la retroattività del provvedimento, anche alla luce del fatto che la Bce non consente di ricorrere a questa formula per le leggi fiscali. Difficile prevedere il risultato della discussione tra i membri del governo (con una posizione molto dubbiosa da parte del vicepremier Antonio Tajani). Certo è che intervenire su condomini e privati potrebbe creare nuove povertà e gettare nel panico molte famiglie, e ciò rende la soluzione impraticabile. Tanto più in tempo di elezioni europee: con un simile provvedimento, i partiti di governo rischierebbero un travaso di voti, cosa che nessun esecutivo vorrebbe. Le istituzioni finanziarie, da questo punto di vista, non hanno invece alcuna influenza sul consenso elettorale. E, con gli utili che continuano a macinare, non ne risentirebbero certo in maniera determinante.
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Intesa e Unicredit rilanciano le Borse
Dopo una settimana anonima, gli utili delle due maggiori banche italiane hanno messo il turbo a Piazza Affari. Ora il mercato sembra tornare verso i valori registrati a marzo. Retromarcia Fed: sempre meno probabili i tagli dei tassi Usa
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il tandem Intesa-Unicredit fa ancora il botto. Le due banche hanno raggiunto ottimi risultati: 2,3 miliardi di utile netto per il gruppo guidato da Carlo Messina (in linea con il target di 8 miliardi previsto a fine anno) e 2,6 per quello capitanato da Andrea Orcel, con gli obiettivi rivisti al rialzo (le stime trimestrali erano di 2,1). Entrambi gli istituti hanno ricevuto elogi dagli analisti e, naturalmente, sono stati premiati in Borsa all'apertura di questa settimana. Così Piazza Affari, trainata ancora una volta dai titoli bancari, ha ripreso a marciare dopo le incertezze della scorsa settimana. E' tornato il sereno e il mercato si sta dirigendo verso i massimi toccati a marzo.
Trading range al rialzo
L'andamento della Borsa, però, non cambia: siamo ancora in regime di trading range al rialzo. Non solo in Italia e in Europa, ma anche (e soprattutto) negli Stati Uniti, dove gli ottimi risultati di Wall Street si devono soprattutto ai titoli tecnologici. Un piccolo intoppo si è registrato in Francia, che risente del calo dell'utile nel primo trimestre 2024 archiviato da Société Générale. Anche se l'indicatore è calato meno rispetto alle attese.
Retromarcia Fed
Mentre Wall Street brinda, appare sempre più improbabile un taglio dei tassi in tempi brevi da parte della Federal Reserve. Nell'ultima riunione, la banca centrale americana ha lasciato il costo del denaro tra il 5,25% e il 5,50%, motivando la scelta con l'inflazione ancora alta. Che a maggio non ci fosse spazio per una sforbiciata era ampiamente prevedibile. Ma ad allarmare la comunità finanziaria è il mood uscito dalla riunione Fed, che è stato interpretato come una possibile retromarcia sull'avvio di un trend di riduzione del costo del denaro. "Non ci aspettiamo", recita a proposito un comunicato della banca centrale statunitense, "che sia appropriato ridurre i tassi quando avremo più fiducia sulla traiettoria dell'inflazione verso l'obiettivo del 2%". Il che può significare tutto e niente. Si è quindi diffuso il timore che i tassi restino invariati fino a fine anno, o che addirittura aumentino. Un'eventualità, quest'ultima, che è stata respinta dalla stessa Fed: le attuali restrizioni, ha detto il suo presidente Jerome Powell, sono sufficienti per raggiungere il 2% di inflazione, rendendo "improbabile" un rialzo dei tassi. Ricordiamoci poi che il 2024 è un anno elettorale: più facile, quindi, che si verifichi un piccolo taglio, magari dello 0,25%, piuttosto che un ulteriore aggravamento. Ma non ci si può attendere molto di più: con un'economia solida e un'inflazione più alta del previsto non ci sono i presupposti per un calo importante del costo del denaro. Certo è che gli Stati Uniti potrebbero chiudere l'anno con un deficit di bilancio compreso tra l'8% e il 9%. Una situazione che Washington si può permettere perché stampa moneta: se gli Usa fossero parte dell'Ue, e si dovessero quindi attenere ai parametri di Maastricht o al fiscal compact, con questi dati sarebbero sicuramente espulsi dall'Eurozona.
Valute e materie prime
Proprio lo squilibrio della bilancia commerciale americana sta spingendo l'euro verso lo 1,08 rispetto al dollaro. Molto lentamente, però, dato che il rapporto tra le due valute è stabile, con una volatilità infinitesimale. Il petrolio si è invece riassestato in una fascia più neutrale, anche se il mancato cessate il fuoco a Gaza ha invertito la tendenza e ha fatto registrare un nuovo trend al rialzo del Brent. Più tranquille le materie prime: dopo essersi spinte in alto per motivi geopolitici e per la crescita, pur moderata, della domanda cinese, le loro quotazioni hanno fermato la corsa. Anche l'oro, che aveva guadagnato molto, ora ha un po' rallentato.
Btp Valore 4, il solito successo
E' partito il collocamento del Btp Valore 4, che solo nella prima mezz'ora di contrattazioni ha totalizzato ordini per 370 milioni di euro. Il successo di questi strumenti dipende naturalmente dal permanere dei tassi a livelli alti, e la quarta emissione viene vista come la probabile ultima occasione per investire in titoli di stato prima dei tagli. A influire sulla grande popolarità dei Btp Valore sono stati anche gli ottimi rendimenti - che hanno attirato non solo risparmiatori retail, ma anche investitori wealth - e la campagna di marketing che ha accompagnato le quattro emissioni. Ne è dimostrazione la crescita della percentuale di debito pubblico detenuta dai privati, passata dal 5% del 2023 al 10% attuale.
Dalla hard alla soft Brexit?
Con la risoluzione 22 dello scorso 2 maggio, l'Agenzia delle Entrate ha fatto chiarezza sui dettagli dell'accordo fiscale retroattivo che stabilisce la reciprocità fra Italia e Gran Bretagna sui rimborsi Iva. In futuro, fra Londra e l'Unione Europea potrebbero essere firmati altri protocolli di vario tipo oltre a quelli già in vigore con Bruxelles e con i singoli Stati, portando a un lento allentamento delle rigide maglie tessute dalla Brexit. Anche se, naturalmente, un ritorno di Londra nell'Ue è assolutamente impensabile. Il processo di riavvicinamento tra Gran Bretagna e Ue sarà sicuramente favorito dalla quasi scontata vittoria del partito laburista alle prossime elezioni generali. L'avanzata dei Labour è stata anticipata dalle consultazioni amministrative di alcuni giorni fa, le peggiori in 40 anni per i Conservatori, capaci di perdere circa la metà dei seggi locali nel 2021. La legge concede al premier Rishi Sunak la decisione sulla data delle prossime elezioni: non è escluso che l'inquilino di Downing Street attenda ancora qualche mese prima di comunicare quando sarà rinnovata la Camera dei Comuni, nella speranza che un calo dell'inflazione (già in corso) possa favorire un parziale recupero dei Conservatori.
Bob, che pasticcio
Fra meno di due anni si svolgeranno i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, ma non si sa ancora dove si terranno le gare di bob, slittino e skeleton. Tutto questo perché i lavori relativi alla pista del capoluogo ampezzano hanno preso il via con un fortissimo ritardo e il tempo stringe. E stringe davvero. Anche perché il Comitato Olimpico Internazionale ha respinto ogni soluzione dell'ultimo minuto: o il luogo di gara sarà realizzato entro marzo 2025, oppure le medaglie delle tre discipline sportive saranno assegnate altrove. La deadline è molto difficile da rispettare, dato che "mai prima d'ora una pista è stata costruita in così poco tempo", ha detto ai microfoni della Radio Svizzera di lingua italiana il direttore esecutivo dei Giochi Christophe Dubi. "Se la pista sarà omologata nel marzo 2025, sarà sicuramente utilizzata per i Giochi Olimpici", ha sottolineato Dubi. Altrimenti, "non ci saranno più deroghe". In caso di ritardi nei lavori“, ha proseguito, "si dovrebbe decidere di sospenderli e di non procedere all’omologazione. Quindi, ovviamente, ci troveremmo in una situazione assolutamente terribile perché i lavori sarebbero iniziati, ma non potremmo utilizzare la pista. Questo è lo scenario peggiore ". La logica dice che sarebbe saggio rinunciare subito. Perché il rischio di costruire una pista che non sarà utilizzata porterebbe a un enorme spreco di denaro. Ma, anche se l'impianto dovesse farcela per il rotto della cuffia, rischerebbe poi di trasformarsi in una cattedrale nel deserto. L'esempio di Cesana, la pista di Torino 2006 inservibile non molto tempo dopo la chiusura dei Giochi, parla da sé. Meglio quindi optare per St Moritz, che ha un circuito perfettamente funzionante e che necessiterebbe solo di qualche lavoro di illuminazione notturna, nel caso in cui le gare fossero previste oltre il tramonto. La vicinanza della località grigionese a Milano e a Bormio è un ulteriore elemento a favore della sua candidatura. In questo caso, l'investimento per la costruzione tardiva della pista di Cortina, attualmente previsto di oltre 80 milioni di euro, potrebbe essere dirottato per usi più urgenti e utili. La lista è lunga, molto lunga.
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Tassi, Bce e Fed sempre meno allineate
Ora anche Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, parla di un imminente allentamento della stretta monetaria, probabilmente a giugno. Jerome Powell, numero uno della Federal Reserve, fa invece un passo indietro: niente tagli se l'inflazione americana non scenderà. Le reazioni delle Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Sempre più probabile il calo dei tassi Bce a giugno. Lo ha confermato Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, in alcune dichiarazioni rilasciate a margine degli incontri Fmi. "Stiamo osservando un processo disinflazionistico che avanza secondo le nostre aspettative", ha affermato la numero uno dell'istituto centrale alla Cnbc, mostrando un certo ottimismo. "Dobbiamo soltanto creare un po' più di fiducia in questo processo", ha aggiunto. "Ma se si muove secondo le nostre aspettative, se non subiamo un grande shock, stiamo andando verso un momento in cui dovremo moderare la politica monetaria restrittiva". E questo, ha aggiunto Christine Lagarde, avverrà "in un periodo di tempo ragionevolmente breve". Più chiara di così...
Una scadenza nota da tempo
La previsione di Christine Lagarde non deve sorprendere, nonostante l'atteggiamento hawkish dimostrato negli ultimi due anni. Non deve sorprendere perché da un po' di tempo la Bce, a suon di dichiarazioni e controdichiarazioni, sta girando intorno a qualcosa che è nota da tempo. E cioè che il calo dei tassi inizierà a giugno, o giù di lì. Qualche "colomba" ha provato ad anticipare i tempi, ma l'appuntamento sembra tacitamente fissato da un bel po'. Se l'imminenza dei tagli non è praticamente in discussione, molti più dubbi sorgono sulla loro entità e sulla loro frequenza. Christine Lagarde si è subito coperta le spalle, ricordando che la Bce non si è impegnata preventivamente a una serie di sforbiciate: un primo taglio a giugno, quindi, non presuppone obbligatoriamente altri ritocchi entro la notte di San Silvestro 2024. E' comunque probabile che nel corso di quest'anno possa verificarsi un aggiustamento complessivo dello 0,50%, magari diviso in due operazioni.
Fed, semaforo rosso da Powell
Molto differente la situazione in casa Fed. Rovesciando la dichiarazione di alcune settimane fa, che aveva aperto a tre tagli entro fine anno, Jerome Powell ha affermato che i tassi resteranno fermi se l'inflazione non scenderà. In questo caso, ha detto il presidente della Federal Reserve, si potrà "mantenere l'attuale livello di restrizione per tutto il tempo necessario". La cautela di Powell dipende proprio dalla situazione del vortice inflattivo americano, che non è stato del tutto domato, mentre l'economia va bene e sembra in grado di sopportare senza troppi contraccolpi un eventuale prolungamento delle condizioni restrittive del costo del denaro. L'inflazione americana (come del resto quella europea, pur in regressione) dipende soprattutto dalle materie prime. A cominciare dal prezzo del petrolio (che però ultimamente ha subito una flessione sia nell'indice Brent, sia nel Wti), e proseguendo con l'oro, ma anche con la crescita a doppia cifra di rame e alluminio (+10%) e la fiammata delle materie prime agricole. Se poi aggiungiamo a questi dati la situazione di difficoltà nello stretto di Hormutz, lungi dall'essere risolta, l'affresco è completato.
Borse nervose, ma non troppo
In un contesto di inflazione da materie prime e di preoccupazioni per la situazione in Medio Oriente, lo S&P è arrivato a perdere il 5% circa, anche se ora la flessione sembra essere quasi del tutto rientrata. Piazza Affari va invece a tratti, confermando la situazione all'insegna del trading range, ma mostrando ottimi spunti. La Borsa di Milano sembra resistere alle sollecitazioni negative; per esempio, lunedì scorso ha subito un arretramento in apertura per il pagamento delle (succose) cedole, senza le quali però avrebbe progredito dello 0,8%. Il mercato rimane dunque molto forte, e il ritorno del petrolio sotto quota 90 rappresenta un ulteriore elemento di tranquillità. La crisi mediorientale non ha quindi innescato la flessione tanto temuta – e non lo farà, finché le tensioni rimarranno a livello regionale. Una situazione, quest'ultima, che sembra confermata dalla de-escalation tra Iran e Israele.
Pil italiano ridimensionato
Preoccupano invece le stime del Fondo Monetario Internazionale sul prodotto interno lordo italiano, che è visto in crescita per quest'anno, ma al ribasso nel 2025, al +0,7%, contro le previsioni del governo pari all'1,2%. Se si verificasse questa situazione, l'Italia sarebbe maglia nera tra i Paesi del G7: secondo il Fondo Monetario Internazionale, tutti gli altri Paesi saliranno dell'1% o di più (il Canada del 2,3%, gli Stati Uniti dell'1,9%, la Gran Bretagna dell'1,5%, la Francia dell'1,4%, la Germania dell'1,3% e il Giappone dell'1%). Premesso che ultimamente il Fondo Monetario Internazionale ha sbagliato molte previsioni, il dato relativo al nostro Paese non è comunque confortante. Sicuramente, nel Def, il governo italiano è stato troppo ottimistico sulla questione: anche Banca d'Italia ha rimarcato che le stime sulla crescita del pil dovranno essere riviste al ribasso. Non è comunque detto che le previsioni si avverino del tutto: la Gran Bretagna sta ancora lottando con le ricadute negative della Brexit (e presumibilmente lo farà ancora per lungo tempo) e la Germania è alle prese con la recessione, che ha caratterizzato la chiusura del 2023 per la "locomotiva d'Europa". Non è quindi escluso che l'Italia possa evitare di ricoprire lo scomodo ruolo di fanalino di coda, giocandosi l'ultimo posto con questi due Paesi.
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Flessione a Piazza Affari: storno o trading range?
La settimana scorsa, la Borsa di Milano ha chiuso in flessione e ora sta andando a zig zag. Sembra esaurita, o almeno in pausa, la fase rialzista, ma l'andamento ondivago assomiglia maggiormente a un nuovo periodo all'insegna del mercato laterale piuttosto che all'esordio di un trend negativo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana con un calo di oltre l'1%, per poi recuperare una parte delle perdite nel corso della seduta successiva e calare ancora. E' arrivato il tanto temuto storno? Difficile da dire, ma i segnali sembrano suggerire di no. Pare esaurita, o almeno in pausa, la fase rialzista, ma l'andamento a zig zag assomiglia maggiormente a un nuovo periodo di trading range piuttosto che all'esordio di un trend negativo. In presenza di flessioni oltre il 3% occorre preoccuparsi, ma quando il calo supera di non molto l'1%, la situazione non è di per sé allarmante.
Nuovi rischi geopolitici
Queste osservazioni, è bene puntualizzarlo, devono essere prese con molta cautela. Perché i problemi geopolitici sono sempre incombenti e in crescita, e il mercato – che finora si è dimostrato forte – potrebbe fare fatica a reggere nuovi pesi sulle sue spalle: ora a preoccupare sono i timori di un'escalation tra Iran e Israele, in grado di portare ancora distruzione nell'area mediorientale. Dal lato economico, un conflitto aperto tra i due Paesi rischierebbe un impatto devastante sul prezzo del petrolio, già schizzato oltre i 90 dollari al barile. Un trend inaspettato che è stato pompato dalle solite speculazioni, ormai inevitabili in un'economia così finanziarizzata. E che hanno trasformato un innocente dichiarazione della Fed, che annunciava tre probabili tagli nell'anno, in una tempesta sulle materie prime.
Fed: io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...
E, a proposito di tassi Usa, la scorsa settimana una dichiarazione di Loretta Mester, presidente e ceo della Federal Reserve di Cleveland, ha smorzato i toni sul calo del costo del denaro. "Voglio vedere i dati ancora per un paio di mesi", per tenere sotto controllo l'inflazione. "Avevo previsto che l'avremmo vista scendere", ha aggiunto, "e ora abbiamo necessità di vedere più prove che lo confermino. Quando le vedrò, ritengo che saremo nella posizione di abbassare i tassi di interesse". La Fed, ha comunque sottolineato la dirigente, ha "una posizione politica tale da poter affrontare il problema e possiamo abbassare i tassi più rapidamente e prima rispetto alle nostre previsioni di base". L'esternazione ha l'aspetto di un arretramento rispetto alle dichiarazioni precedenti di Jerome Powell, o forse del classico passo di lato, oppure ancora di una scelta di prudenza. D'altra parte, che le banche centrali scelgano di moderare le loro dichiarazioni ci puo stare, dato per tre anni hanno sbagliato molte scelte. Inoltre, la crescita dei rendimenti obbligazionari americani sembra suggerire un cambiamento di sentiment nei confronti dei tre tagli, a cui sempre meno economisti credono. Si fa più probabile l'idea di due soli ritocchi, il primo a fine estate, probabilmente a settembre.
La Bce è più decisa
La politica Bce di ammorbidimento del costo del denaro potrebbe quindi risultare più aggressiva di quella scelta dalla Fed. D'altra parte, l'economia americana può permettersi tassi più alti rispetto a quelli europei. Nell'ultima riunione dell'Eurotower è emerso ottimismo sull'abbassamento dell'inflazione, che sarebbe in marcia verso l'obiettivo del 2%. Anche se su questo occorrono pazienza e cautela. "La data per un primo taglio dei tassi comincia ad essere più chiaramente visibile", si legge nelle minute del board e "gli argomenti a favore di un taglio si stanno rafforzando". Taglio che potrebbe essere annunciato già nel corso della riunione di domani, 11 aprile.
Banche, italians a go-go
Intanto, secondo le cifre fornite dal Sole 24 Ore, le due maggiori banche italiane (considerate insieme) conquistano il secondo posto nell'area euro per capitalizzazioni di mercato. La coppia Intesa Sanpaolo-Unicredit, con 122,2 miliardi complessivi, ha superato il duo Bnp Paribas-Crédit Agricole e lasciato indietro il tandem Deutsche Bank-Commerzbank. Davanti ai due gruppi italiani c'è solo il ticket Santander-Bbva. A spingere la "staffetta azzurra" sono certamente i tassi, ma anche il calo sensibile delle sofferenze e il decremento del rischio relativo all'Italia, con lo spread ampiamente sotto i 150 punti base. Questi dati dimostrano ancora una volta che le opinioni negative che circondano il nostro Paese sono in gran parte pregiudizi. Lo hanno dimostrato anche i successi di chi ha investito sulle nostre azioni bancarie nel 2023 (ma ancora di più nel 2022), che ha incassato ben più delle previsioni. Ai prezzi correnti, comprare questi titoli è però tardivo: il settore tornerebbe interessante solo se evidenziasse un decremento di almeno il 10%.
L'ora degli energetici?
In generale, oltretutto, la situazione non evidenzia motivi per sovrappesare la componente azionaria. Chi ha investito sull'Europa si è aggiudicato ottimi rendimenti: oggi potrebbe essere l'ora di alleggerire il portafoglio di un 20%-25% del margine, magari vendendo proprio titoli bancari. E cambiando mix di investimento: ora sono gli energetici a convenire, con la crescita delle materie prime e del petrolio. Queste aziende sono nelle condizioni delle banche di due anni fa: pochi le scelgono, ma hanno una grande prospettiva di crescita, con utili replicabili in futuro.
Auto elettriche, la Germania rilancia
A proposito di energia, la Germania cerca di rilanciare l'auto elettrica con maxi-finanziamenti. Ma l'assenza di infrastrutture e i limiti attuali del comparto non smuovono l'opinione negativa dei consumatori e dei produttori. Mentre la corsa verso le e-cars potrebbe spingere l'occidente tra le braccia della Cina. Paese che, oltre a essere leader nel settore, è decisamente molto avanti anche nei servizi forniti a queste vetture. Per esempio: nelle stazioni di servizio cinesi non si offre solo la ricarica, ma anche la sostituzione immediata delle batterie – attività che in Europa e in Nord America sarebbe considerata fantascienza. Un adeguamento dei servizi alle auto elettriche potrebbe forse ammorbidire l'atteggiamento delle persone nei confronti di queste vetture, anche se difficilmente la diffidenza generale sarà intaccata. Forse in Europa il processo che porterà allo stop della produzione di auto endotermiche entro il 2035 è irreversibile; tuttavia, se le urne dovessero ribaltare la "maggioranza Ursula" e mandare in pensione la von der Leyen, l'operazione potrebbe essere rallentata e cambiare, almeno parzialmente, connotati. Con un approccio più moderato al problema. E magari un recupero delle ibride.
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