Scudo anti-spread, la rotta è tracciata
Al forum Bce di Sintra, Christine Lagarde ha confermato il rialzo dei tassi (pur con “gradualità e opzionalità”) e soprattutto le misure per evitare l'esplosione dei differenziali. A breve ci si attende il piano operativo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Sintra, cittadina a 30 chilometri da Lisbona, ha la fama (ben guadagnata) di città delle fiabe: i suoi palazzi, castelli e parchi in stili eclettici, oltre che i colori pastello che appaiono alla vista del viaggiatore, fanno facilmente credere di essere capitati, così per caso, nel bel mezzo di una favola.
E – se è vero che ogni fiaba ha i suoi antagonisti – la sede del forum annuale Bce non è mai stata così azzeccata. Nella cittadina portoghese lodata da Hans Christian Andersen, la presidente Bce Christine Lagarde e la sua squadra sono stati chiamati a definire le strategie per sconfiggere i “cattivi”: l'esplosione dei differenziali, l'inflazione e i rischi di recessione.
A quanto pare la rotta è tracciata: la presidente della Bce ha insistito sulla necessità dello scudo anti-spread e fra non molto sarà presentato il piano operativo dell'operazione. Una buona notizia, nel mare di pessimismo montante e di dati economici preoccupanti.
Nessuna alternativa
Nonostante i commenti critici di Joachim Nagel, governatore della Bundesbank, la Lagarde sembra voler tirare dritto sulla necessità di adottare misure che scoraggino la speculazione. E, probabilmente, non potrebbe fare altrimenti. Con la situazione economica e geopolitica che stiamo vivendo, una tensione sui differenziali proprio non conviene a nessuno.
Ricordiamolo: la situazione economica generale è in netto peggioramento rispetto alle previsioni di inizio anno, abbiamo chiuso il peggior semestre in 50 anni per i mercati finanziari e la seconda parte del 2022 si è aperta ancora all’insegna dei ribassi. Il pessimismo è dilagante, i mercati ci stanno dicendo che le economie occidentali stanno per entrare in una recessione che sa di stagflazione: in queste condizioni trovare un riparo è quasi impossibile. Il dollaro ha quasi raggiunto la parità sulla nostra moneta e il franco svizzero ha già effettuato il sorpasso: l’euro vale ora 99 Rappen: mai successo prima. L'oro, da parte sua, si conferma ben distante dalle caratteristiche di bene rifugio che ha rivestito in passato.
Nessun asset, in altre parole, si salva dall'inflazione, e capire dove investire è attualmente molto difficile.
Sì, perché in Borsa non si salva nessuno: le utility sono scese oltre le previsioni, temendo il rialzo dei tassi, e anche gli energetici sono crollati. Il trend è generale: praticamente tutti i mercati sono calati in maniera indiscriminata e non si riesce a capire quando si potrà vedere un inizio di assestamento e un ritorno a guardare anche i fondamentali delle aziende.
Il quadro è magmatico, in evoluzione. Per questo, è più consigliabile attendere un po' alla finestra: le discese brusche, repentine e per certi versi isteriche dell’ultimo mese inducono alla cautela, anche se, e lo abbiamo già detto, cominciare a comprare su questi livelli incomincia ad essere un’opzione interessante: il Dax tedesco è tornato indietro ai valori di 5 anni fa.
La crisi non risparmia nessuno
Tanto per non lasciarci mancare nulla, persino la Germania mostra segnali di crisi. I dati provenienti dal mercato del lavoro sono preoccupanti, mentre – per la prima volta dalla riunificazione – la locomotiva d'Europa è in deficit commerciale (secondo i dati di aprile). E l'indice azionario tedesco, insieme a quello italiano, ha chiuso giugno come maglia nera del mondo occidentale. Una vera doccia fredda, che dipende in buona parte dalle sanzioni, capaci di colpire molto di più i paesi europei che non la Russia. E di inasprire ulteriormente le divisioni: oggi, se eccettuiamo il Papa, non c'è leader al mondo che si sottragga a un linguaggio bellicoso e chiuso a ogni tipo di trattativa.
E le conseguenze si vedono: la Russia continua a calare i quantitativi di “oro blu” somministrati all'Europa prima che sia l'Europa stessa a decidere di farne a meno, e li indirizza altrove. Mentre c’è chi ne trae vantaggio: l'Algeria, che aveva promesso una maggior fornitura di gas senza un rincaro, ora cambia idea e inizia ad annunciare il rialzo dei prezzi.
Anche dove in teoria le notizie sono positive, il loro impatto è minimo: l'Opec ha deciso di aumentare la produzione, ma Brent e Wti non si schiodano dai valori altissimi raggiunti, dimostrando che il quantitativo di sovrapproduzione è del tutto insufficiente. Tutto questo mentre gli scontri in Libia per la mancanza di servizi e di elettricità rischiano di trasformarsi in qualcosa di più grave. Già oggi molti pozzi di petrolio sono bloccati: se avvenisse uno stop delle esportazioni da Tripoli, l'oro nero rischierebbe di schizzare a 140, e forse ancora più in alto. Senza dimenticare che la Libia, oltre che di petrolio, è anche fornitore di gas.
Banche al centro dell'attenzione
Al centro dell'attenzione c'è anche il settore bancario italiano. A cominciare da Montepaschi, impegnato in un difficile aumento di capitale. La banca senese sta trattando con i privati per ottenere adesioni all'ingresso in azionariato. Un'impresa non facile, ma che comunque non deve preoccupare. Come l'aumento di capitale di Saipem, anche quello di Mps è garantito dal consorzio di garanzia, e quindi si farà. Certo, saremo noi contribuenti a dover corrispondere – oltre alla parte di pertinenza dello stato – anche eventuali quote non sottoscritte e garantite dal settore pubblico.
In questi giorni, si stanno anche compiendo gli ultimi passi verso la nascita di una nuova banca: quella derivante dall'incorporazione di Carige da parte di Bper, la cui fusione dovrebbe essere ufficiale entro fine novembre. L'operazione darà vita a un gruppo fra i top 5 del panorama bancario italiano: “ci permetterà di crescere come scala operativa”, ha dichiarato Piero Luigi Montani, amministratore delegato di Bper, che ha espresso soddisfazione per il merger.
Sullo sfondo, una sentenza della Corte Europea, che ha definito illegittima la decisione Bce di negare agli azionisti Carige gli atti che tre anni fa hanno portato la banca di Via Cassa di Risparmio in amministrazione controllata. È la rivincita di Malacalza e di alcuni piccoli azionisti, che però difficilmente potranno ricevere un risarcimento economico.
Piuttosto, la nuova sentenza della Corte è la dimostrazione che la vigilanza sulle banche dovrebbe essere affidata a funzionari che vivono nello stesso paese in cui l'istituto opera. Ciascun sistema creditizio ha troppe peculiarità che, se non conosciute, possono andare incontro a errori di giudizio. Se un funzionario spagnolo, o olandese, non ha chiara l'articolazione del sistema bancario italiano e il ruolo di Popolari, Bcc e Casse di Risparmio, farà sicuramente fatica a entrare nel merito. Rischiando di travisare la situazione e di commettere sbagli.
BCE, arriva un supporto per il debito italiano?
La riunione dell'Eurotower, prevista per il 9 giugno, dovrebbe dire in maniera più precisa cosa la Banca Centrale europea intenda fare sui tassi, in che tempi e in quali modalità. Possibili anche alcuni provvedimenti per sostenere l'economia dell'Eurozona e contenere gli spread
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
È ormai imminente la riunione della Bce, che dovrebbe decidere il rialzo del tasso di riferimento dopo dieci anni e il sostegno all'economia dell'Eurozona. E (forse) al debito di alcuni paesi, tra cui l'Italia.
Questa indiscrezione, filtrata sul Financial Times, ha fatto rifiatare leggermente i Btp, in un contesto più ampio di sollievo dei mercati. Riteniamo necessario che la Banca Centrale faccia capire in modo chiaro ai mercati che non è disposta a tollerare ulteriori allargamenti degli spread. Altrimenti, il rischio che si ritorni a una situazione simile al 2011 potrebbe diventare una realtà concreta e la sopravvivenza dell’euro di nuovo messa a repentaglio. Vale la pena di ricordare che ci sono miliardi di dollari provenienti dal mondo anglosassone e americano pronti a forzare la mano per cercare di fare profitti enormi dal caos che ne seguirebbe. È inutile parlare di Europa e di coesione europea se il “problema dello spread” non viene affrontato e risolto una volta per tutte. Tuttavia, ci sembra ancora presto perché una simile presa di posizione trovi consenso e attuazione.
È quindi presto per prevedere un andamento positivo e di conseguenza i mercati continuano a rivelarsi nervosi e incerti.
“Scusate, mi sono sbagliata”
L'incognita maggiore resta, naturalmente, l'inflazione, che ultimamente è stata protagonista di prese di posizione pubbliche da parte delle massime autorità monetarie mondiali.
Dopo gli economisti della Bce, infatti, a scusarsi con i cittadini è stata Janet Yellen. Il segretario al Tesoro americano ed ex presidente Fed ha apertamente affermato di aver sbagliato previsioni sull’inflazione e di non aver compreso la natura apparentemente strutturale (e non provvisoria) del fenomeno.
Il tema, in realtà, è molto complesso. L'inflazione è stata incubata con il Covid, in un momento di strozzatura nell'offerta, quando il lockdown aveva creato problematiche relative alle consegne e ai consumi.
Poi è avvenuta la ripartenza, con un'accelerazione che ha spinto in alto il prezzo dei beni. La componente speculativa molto forte ha fatto il resto, soprattutto per quanto riguarda le materie prime.
Le banche centrali, da parte loro, hanno insistito a lungo sulla natura transitoria dell'inflazione. Una previsione non illogica se si osserva la situazione con un arco temporale di uno o due anni. Ma un'analisi assolutamente azzardata se si allarga l'orizzonte a cinque anni. Bce e Fed avrebbero dovuto perlomeno prendere in considerazione questa eventualità, soprattutto in una fase di incertezza (e di deglobalizzazione) come quella che stiamo vivendo.
I segnali che suggerivano la possibilità di una fase inflattiva più lunga del previsto erano chiari anche prima dello scoppio della guerra. Il conflitto e le sanzioni non hanno fatto che peggiorare una situazione già molto precaria.
Per questo, le scuse di Bce e Fed dovrebbero essere (molto cortesemente) rinviate ai rispettivi mittenti. Non tanto per non aver previsto l'inflazione a lungo termine, ma perché le due principali banche centrali del mondo continuano a non capire l'origine del problema.
“… e il petrolio si impenna”
Parlavamo del lockdown e della strozzatura di produzione e consumi. Il problema aveva coinvolto in modo eclatante anche il petrolio, crollato nell'aprile 2020 a 5 dollari al barile, con le trivelle ferme e lo stop alla domanda di carburante in varie parti del mondo.
Ora, a poco più di due anni, l'oro nero veleggia a quota 120 e non vuole dare segni di ritorno a una quota più accettabile.
A spingere il rialzo del greggio sono anche le decisioni politiche prese dalle autorità europee e i commenti che le accompagnano. Un esempio su tutti, il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia: arriva l'annuncio ufficiale... “e il petrolio si impenna”, come recitava un noto caratterista della televisione anni Novanta.
Il risultato: non sappiamo quanto il sesto pacchetto farà male alla Russia, ma ha già portato nuovo scompiglio in Europa. Il motivo è semplice: l'embargo non tocca le forniture via oleodotti, salvaguardando così gli interessi della Germania, che ha mandato l'Ungheria in avanscoperta per evitare l'estensione del provvedimento. La sanzione è limitata all'attività delle petroliere russe, che però già hanno trovato la soluzione: cedere i barili a navi neutrali, che poi le rivenderanno a terzi. Ovviamente a prezzi maggiorati.
È quindi l'Europa a uscirne con le ossa rotte, mentre la Russia manterrà quasi inalterata la vendita di petrolio. E potrà addirittura approfittare del rialzo del suo prezzo, a cui hanno contribuito anche l'approvazione dell'embargo e le comunicazioni decisamente dilettantesche da parte dell'Ue.
Neppure la decisione dell'Opec+ di aumentare la produzione (da 432.000 a 648.000 barili al giorno) è riuscita a fermare la crescita del greggio.
In questo caso, il vero dato da capire è se l'aumento dei prezzi sia legato a un eccesso di domanda, a una scarsità di offerta o a un'enorme speculazione. Sembra che la spiegazione più probabile sia la terza: un business senza freni, che continua a creare danni alla filiera produttiva. E alla gente comune.
Come se non bastasse, è arrivata la nota di Goldman Sachs che vede il petrolio a 140 dollari entro fine estate. Vale la pena di ricordare che nel 2008, sempre di questi periodi mentre già i mercati stavano incominciando a scontare la crisi dei subprime e appena prima del fallimento di Lehman, sempre Goldman Sachs aveva vaticinato un petrolio a 200 dollari, sostenendo in modo piuttosto ridicolo che tale prezzo non avrebbe creato problemi all’economia in generale. Quattro mesi dopo (a novembre), il petrolio precipitò sotti i 30 dollari.
Ogni tanto avere una memoria d’elefante ha i suoi pregi...
Emergenza dumping
Il rincaro del petrolio e, in generale, delle materie prime colpisce i consumatori di tutto il mondo. E quelli italiani ancora di più. Perché, oltre a soffrire di crisi Covid e guerra, il nostro paese è l'unico in Europa che ha visto diminuire gli stipendi dal 1990 a oggi. Impietosi i numeri Eurostat: il dato italiano fa registrare un -2,9%; la realtà più vicina è la Spagna, con un +6,2%, mentre Francia e Germania (e persino la Grecia) superano il +30%.
Sono molti i motivi di questa non invidiabile “maglia nera” italiana: il vortice di dumping salariale che non sembra arrestarsi; l'organizzazione poco lusinghiera dei fenomeni migratori, che ha contribuito ad abbassare il costo del lavoro; chi ha approfittato senza ritegno di una situazione in peggioramento.
Ma il fenomeno ha radici più antiche. Tutto inizia negli anni 2000, con la cattiva gestione del passaggio lira-euro. Il raddoppio dei prezzi che ha contraddistinto i primi anni della nuova moneta ha contribuito a impoverire la classe media, rendendo impraticabili spese (come la retta di una scuola privata) che una volta erano a portata di mano per chiunque,
L'onda lunga dell'esplosione dei costi è poi andata a unirsi, come in uno tsunami, alla crisi del 2008-2011. Il termine spread è diventato di uso comune e ha iniziato a spaventare famiglie e imprese: prima dell'introduzione dell'euro, i rendimenti più alti del BTP compensavano nel medio termine i rendimenti dei Bund tedeschi nonostante le ripetute svalutazioni della lira. Ovvero: in un arco temporale ragionevole i detentori di marchi tedeschi o lire italiane investiti in titoli decennali avevano alla fine gli stessi soldi. C’era quindi un equilibrio che ora si è perso e ha lasciato spazio all'incubo dei differenziali.
I dati sull’occupazione giovanile e sui livelli retributivi in Italia sono sconfortanti e lasciano poco spazio alla speranza, cosicché molti ragazzi sono costretti a emigrare all'estero.
Un esempio di segno contrario viene dagli Stati Uniti, dove nel solo mese di maggio sono stati creati 390.000 posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione fermo al 3,6%. La buona situazione americana riflette anche le politiche volte a favorire il rientro delle aziende statunitensi dalla delocalizzazione, che hanno creato in pochi anni molte opportunità. E che dovrebbero essere prese in considerazione anche alle nostre latitudini. La speranza è l’ultima a morire. Ma, visto il livello delle discussioni e dei provvedimenti presi negli ultimi anni dalla commissione europea e dal parlamento, c’è poco da stare allegri e sereni…
La volatilità è ancora protagonista
Inflazione, guerra, aumento delle materie prime e pandemia dominano ancora i mercati. E rendono gli investitori cauti e timorosi. Mentre lo spread torna sopra quota 200.
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La volatilità domina ancora sui mercati. E gli investitori restano cauti, timorosi, in attesa di avere le idee più chiare sul prossimo trend dei listini. Mentre non accennano a dissolversi le quattro principali cause dell'incertezza – e cioè inflazione, guerra, forte aumento dei prezzi dell'energia e pandemia, con annesso lockdown cinese. A questo proposito, si parla di un imminente ammorbidimento delle restrizioni a Shanghai, che potrebbe portare a un alleggerimento della volatilità sui mercati; tuttavia, il problema potrebbe ripresentarsi in un'altra area del Paese.
Molti dubbi anche sul fronte tassi, dato che i rialzi, almeno finora, sono stati annunciati, ma non ancora applicati: la Fed dovrebbe arrivare al 3% entro fine anno, mentre è ancora nebbia sul futuro del tasso Bce, per ora fermo allo 0%.
Il rimbalzo che non c'è
In generale, i dati di mercato restano critici e anche le previsioni ottimistiche sono state smentite: per venerdì scorso ci si aspettava un rimbalzo, che invece non è avvenuto. Solo un lieve e poco incisivo scostamento.
In particolare, negli Stati Uniti ha influito un'ondata di trimestrali deludenti, guidate dai risultati poco soddisfacenti ottenuti da Walmart.
E così il Dow Jones ha chiuso l'ottava settimana consecutiva in ribasso: non accadeva dal 1932. A Wall Street, da inizio anno, l'indice S&P500 ha perso oltre il 18%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno quasi il 30%, dopo aver chiuso una nuova settimana in negativo (sono sette consecutive, come non succedeva da marzo 2001).
Gestori divisi
I timori di un crollo della Borsa americana sono abbastanza forti, anche se finora non ci sono stati segnali di panic selling. I gestori sono divisi sulle previsioni per il futuro: c'è spazio anche per i meno pessimisti, che vedono imminente il picco negativo, con una successiva ripresa. Gli ottimisti possono sperare che questa settimana si possa fermare il ciclo ribassista e bloccare un nuovo record negativo.
Uno scenario meno probabile per i titoli tecnologici, che probabilmente proseguiranno il loro assestamento in basso, a livelli più consoni al loro reale valore. E' caduto un nuovo titolo Nasdaq: dopo Amazon e Apple, il protagonista negativo è stato Snapchat, calato di oltre il 40% questo martedì.
Alt al dollaro
In questo contesto l'oro appare particolarmente volatile, sceso a circa 1.800 dollari l'oncia la scorsa settimana per poi recuperare parzialmente all’avvio di questa settimana: i rumours sulla possibile vendita di metallo giallo da parte delle banche centrali fanno temere un decremento abbastanza rilevante, confermando che il ruolo dell'oro come bene rifugio appartiene al passato. Sembra finita anche la rincorsa del dollaro sull'euro: il biglietto verde è arretrato a 1,07, e potrebbe tornare presto oltre la soglia psicologica di 1,08.
I bitcoin, da parte loro, sono ancora in una fase molto tribolata: dopo aver superato l'asticella dei 30.000 dollari, la principale valuta virtuale è tornata a scendere. Impossibile ora prevedere se la cryptomoneta sia pronta per un pur parziale recupero o soggetta a nuovi ribassi.
Il caro-petrolio non ferma il turismo
A salire ancora è invece il petrolio, che ha visto Brent e Wti appaiati, in una situazione di quasi parità, intorno a quota 110.
Il rincaro del greggio impatta su famiglie e imprese di ogni settore produttivo. Anche sul turismo, già colpito dal Covid: i biglietti aerei, a causa del caro-carburante, sono aumentati di molto, in alcuni casi raddoppiati. Eppure, sembra che le prenotazioni di viaggi e vacanze si stiano incrementando in maniera inattesa. Nonostante i rincari, nonostante il minor reddito disponibile da parte dei consumatori, nonostante la carica infettiva di Omicron e delle nuove varianti.
Pare che la voglia di vacanze sia più forte degli ostacoli sul cammino. È quindi tempo per investire nei titoli delle aziende turistiche? Troppo presto per dirlo, anche se i dati sembrano promettenti: è sempre utile considerare i problemi legati alla marginalità di compagnie aeree e aziende turistiche. Occorrerà, dunque, attendere ancora un po' per avere le idee più chiare.
Tasse, verso un nuovo aumento?
In Europa, invece, è lo spread che torna a fare paura: il suo livello è tornato intorno ai 200 punti. Come se non bastasse, il rialzo del differenziale ha portato con sé i moniti della Bce sulla spesa pubblica dei Paesi euro. E, con quello, le sollecitazioni delle autorità comunitarie sull'aumento delle tasse. Sollecitazioni che “magicamente” appaiono dal cilindro non appena lo spread sale.
Sono anni che la Commissione Europea preme per un aumento delle imposte sulla casa in Italia – i cui livelli, tra l'altro, sono già elevatissimi: se il governo cedesse su questo punto, rischierebbe di distruggere il valore del settore immobiliare, già intaccato dall'aumento dei costi.
A proposito di Unione Europea, è recente l'idea di rendere obbligatori i pannelli solari su tutti i fabbricati. È lecito l’auspicio che, qualora ciò avvenga, sia posta molta attenzione all’impatto sugli immobili storici, che in Italia e in Europa abbondano e contribuiscono a rendere uniche e inimitabili le nostre città.
Al contempo, potrebbe essere auspicabile sostenere economicamente la transizione verso le energie rinnovabili da parte dei privati.
In questo momento storico resta sempre il dubbio: è lecito anteporre la scelta ecologica a qualsiasi altra considerazione, sanzioni comprese? O è meglio svincolarci del tutto del gas russo, magari riaprendo le centrali a carbone fino a ieri ritenute letali per il futuro del pianeta? Il primo scenario imporrebbe una scelta di Realpolitik, il secondo porterebbe ulteriori rincari a famiglie già duramente colpite dall’inflazione.
Tutto questo in uno scenario che vede, in un trend di strutturale decremento demografico, aumentare la disoccupazione giovanile e crescere il numero dei cosiddetti Neet, cioè i cittadini fra i 15 e i 30 anni che non studiano, né lavorano. Il che è davvero preoccupante, dato che stiamo parlando dei lavoratori del futuro.
Finché gli attuali over 60 saranno in grado di intervenire e sostenere figli e nipoti, questo allarme rimarrà sotto controllo. Ma con il passare degli anni i problemi sociali prima o poi emergeranno, anche alla luce del crescente dumping salariale e della precarietà ormai eretta a sistema. E la soluzione sarà davvero difficile.
Criptovalute: un crollo annunciato?
Dopo il tracollo della stablecoin Terra, le monete virtuali hanno perso circa il 30% del loro valore in meno di una settimana. Difficile prevedere se il settore si riprenderà: resta il dilemma se questi asset debbano passare sotto il vaglio di una nuova regolamentazione
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Non accenna a placarsi la bufera che la scorsa settimana ha colpito le cryptovalute. Spinte dal quasi azzeramento della stablecoin Terra, il cui ancoraggio al dollaro non ha evitato il crollo, le monete virtuali sono giunte a lasciare sul terreno circa 200 miliardi di dollari in un solo giorno, mentre il bitcoin – che lo scorso novembre valeva 69.000 dollari – ora si è attestato poco sotto i 30.000, e la scorsa settimana aveva sfondato in basso il muro dei 27.000.
Il calo fortissimo delle crypto ha suscitato reazioni di vario tipo: qualcuno ha sostenuto la fragilità di questi investimenti, qualcun altro ha addossato la responsabilità a una volatilità intrinseca di queste divise, altri ancora hanno parlato di deliberato attacco al bitcoin, colpito “di traverso” tramite un'operazione contro l'ecosistema Terra/Luna.
Difficile capire chi abbia ragione: tutte le teorie restano speculazioni, anche perché non si è ancora arrivati a comprendere la vera natura delle cryptomonete (sono davvero valute? Oppure si tratta di asset finanziari alternativi? O ha ragione chi invoca attenzione verso un grande schema Ponzi?).
Detto questo, il problema è un altro: occorre capire se il crack della scorsa settimana rappresenti l'inizio di un crollo sostenuto del comparto oppure una scossa tellurica forte e violenta, che poi darà spazio a una ripartenza. Certo è che un'eventuale ripresa dovrà fare i conti con l'imminente regolamentazione del settore, già annunciata dalla Gran Bretagna, che sarà probabilmente seguita su questa strada da Unione Europea e Stati Uniti. Le autorità monetarie non possono chiudere gli occhi davanti all'utilizzo che alcune persone e organizzazioni fanno di questi asset, impiegati anche per attività illecite e criminali (una su tutti, il ransomware).
Altro problema che dovrà essere affrontato è l'alta carica inquinante delle cryptomonete: se si sceglie la strada dell'ecologia e dell'Esg, il percorso deve essere coerente, e non solo dove conviene.
Ecologismo a singhiozzo
Ma questo discorso, in questi mesi, non è molto popolare. In un periodo contraddistinto da una spasmodica ricerca di energia che possa sostituire il gas russo, la politica non va più troppo per il sottile in materia di inquinamento. Fino a pochi mesi fa si prefigurava un futuro a emissioni zero, mentre ora si contempla anche la possibilità di riaprire le centrali a carbone. In questa situazione, si pensa anche di attivare nuovamente le miniere italiane messe a riposo.
Se vogliamo evitare ipocrisie di sorta, dobbiamo ammettere che sia sulla transizione ecologica, sia sulle eventuali, nuove sanzioni su petrolio e gas russi i decisori parlano (e deliberano) senza calcolare gli impatti sull'economia reale.
Gran parte dei politici, che ora invitano a un'austerity energetica per poter votare nuove sanzioni, non hanno mai lavorato in azienda. E sanno che il problema non sono i due gradi in meno di aria condizionata, come proclamato da Draghi nella sua ormai famosa boutade, ma la stessa sopravvivenza delle imprese e delle filiere produttive, messe a rischio dai continui cicli di sanzioni approvate dal Parlamento Europeo.
Mala tempora currunt
Perché è sempre più chiaro: questi provvedimenti stanno danneggiando i sanzionatori molto più dei sanzionati. È emblematico il caso di Renault, che perderà 2 miliardi dalla cessione della Lada e dall'abbandono (pur temporaneo) del mercato russo: i danni subiti dall'azienda automobilistica francese saranno molto maggiori di quelli inferti a Mosca. E la possibilità di riacquisto delle quote entro sei anni non cambia la situazione attuale, già resa precaria dai ribassi dell'automotive e dalle impennate continue del petrolio. L'oro nero è ormai oltre quota 110 e potrebbe salire ancora, provocando effetti devastanti sui consumatori.
Nel mondo occidentale, il caro-petrolio danneggerebbe soprattutto i consumatori americani, meno ricchi e più indebitati rispetto agli europei, oltre che più dipendenti dall'automobile.
Ciò che spaventa di più, però, sono gli impatti del caro-petrolio e del caro-gas sulle materie prime agricole, già sotto pressione per lo stop al grano ucraino. In questo caso, a fare paura non sono tanto gli aumenti dei prezzi in occidente, ma il rischio di un disastro umanitario in Africa e nei paesi non industrializzati.
Uno scenario, questo, che si potrebbe tranquillamente evitare. Per prima cosa, cercando finalmente di fermare la guerra. E poi bloccando, a livello istituzionale, la finanziarizzazione del petrolio. Nello stesso tempo è urgente attivare una catena di solidarietà in grado di evitare conseguenze disastrose su un intero continente.
L'inflazione galoppa
Altre due variabili non fanno dormire sonni tranquilli. In primo luogo, i lockdown cinesi, che creano problemi sulla filiera degli approvvigionamenti e affondano quasi tutte le borse asiatiche, vanificando la sostanziale tenuta di questi mercati in seguito al conflitto russo-ucraino. E poi l'inflazione nel mondo industrializzato, che ha fatto registrare un nuovo rialzo negli Usa; Washington ha fatto registrare un tasso dell'8,3% (lo 0,2% in più rispetto alle previsioni). E non è detto che abbia raggiunto il picco.
Davanti a queste cifre, la Fed può fare ben poco rispetto ai pronostici (e cioè il rialzo dei tassi al 3%): potrà anticipare l'operazione, o magari introdurre piccoli correttivi di uno zero virgola, ma non di più. In altre parole, la Federal Reserve non può permettersi rialzi maggiori. Anche perché l'obiettivo di Jerome Powell è riportare l'inflazione al 2% appena possibile.
Per chi investe in obbligazioni Usa, il risultato è molto semplice: con un'inflazione all'8% e tassi al 3%, il rendimento è del -5%. È il caso di ripeterlo: nonostante la forte volatilità, le azioni continuano a rendere di più rispetto ai bond e ci vorranno anni per recuperare le perdite nell'obbligazionario, se non gestito attivamente all’interno dei portafogli.
Negli Stati Uniti. Ma soprattutto in Europa, dove i forti rimbalzi delle ultime sedute di Borsa hanno invece dato spazio a un certo ottimismo sull'azionario. Troppo presto per capire se si tratti di un normale picco dopo un ribasso molto forte o di una fase di riassestamento: il trading range rimane troppo ampio per poter azzardare giudizi e definire possibili trend. Ma, di questi tempi, non è un risultato da buttare via.
Investimenti assicurativi, una “polizza” per l'investitore
A dare una boccata di ottimismo sono le trimestrali delle aziende, che - imprese tecnologiche a parte - si confermano abbastanza buone e in grado di dare supporto ai mercati. Soprattutto a chi investe nella componente value, che può ricevere ritorni fino al 7% l'anno.
Un settore particolarmente virtuoso è quello assicurativo, che offre un'ottima base difensiva, soprattutto per i buoni dividendi offerti. È pur vero che il comparto in sé non ha grandi margini di crescita; tuttavia, il mondo della polizza offre rendimenti sicuri, pagando mediamente circa il 3,70%, sicuramente meglio rispetto a un'obbligazione. Per questo motivo, investire in azioni di una compagnia assicurativa attualmente potrebbe rivelarsi una delle scelte migliori per chi vuole entrare sul mercato.
Bank of England, molto rumore per nulla
Il rialzo dei tassi all'1% deciso dalla “Old Lady” ha fatto clamore, ma l'operazione è solo un normale ritocco. I veri problemi vengono dalla nuova tensione sugli spread nell'Eurozona, in particolar modo sul differenziale Bund-Btp
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La decisione di Bank of England di portare i tassi all'1% ha fatto molto parlare. Soprattutto perchè il board ha preso la decisione senza l'unanimità. L'annuncio e le dinamiche dell'operazione hanno sollevato un certo clamore, anche in virtù del fatto che la Boe detiene il 30% del debito inglese.
Tuttavia, il polverone che si è alzato dopo questa decisione è esagerato. Oggi come oggi, il ritocco ai tassi di interesse è quasi una non-notizia, perché il mercato ha già ampiamente scontato in anticipo queste operazioni. Più che altro, a interessare maggiormente è l'entità del rialzo. Ma - non è mai pleonastico puntualizzarlo – fra un incremento di 0,25% e uno di 0,50% c'è ben poca differenza.
Piuttosto, la Old Lady dovrà affrontare l'ondata di inflazione salariale che sta investendo la Gran Bretagna, diretta conseguenza della Brexit e della maggior difficoltà per i giovani europei nel candidarsi per un posto di lavoro nei domini di Sua Maestà. In un Paese che, oltretutto, ha un costo della vita davvero molto alto, soprattutto nella capitale e nel sud dell'isola.
Stati Uniti, un coacervo di economie
Su quest'ultimo aspetto, se Londra piange, Washington non ride. Anche in alcune parti degli Stati Uniti i prezzi sono balzati in alto in maniera davvero importante. Una di queste aree è la città di Miami, dove il costo della vita si è rapidamente gonfiato a causa del trasferimento dei nuovi ricchi in Florida. Dinamica che ha portato uno sviluppo abnorme del mercato immobiliare e un'inflazione a due cifre.
Tuttavia, oltre oceano, la forbice fra ricchi e poveri (e fra le aree economicamente più sviluppate) è molto più alta che nella ex madrepatria. Gli Usa sono un mondo molto variegato: Stati come Mississippi o la Georgia sono realtà molto diverse da città come New York o Miami, con sistemi economici differenti fra loro come e più di quelli dei vari Paesi Ue. Ma gli Usa hanno un'integrazione fiscale e anche una lingua sola, aspetti che rendono più semplice una politica comune e la forte mobilità dei cittadini.
Se a Washington qualcosa sembra certo è comunque un rialzo dei tassi maggiore rispetto a quanto avverrà a Londra e, molto probabilmente, a Bruxelles: quelli a breve dovrebbero arrivare al 3%, con la curva dei rendimenti dei titoli di stato che si sta già adattando.
Nuovo allarme spread
Fatte le dovute proporzioni, la situazione italiana presenta rischi peggiori rispetto all'inflazione inglese o americana: l'allargamento degli spread Bund-Btp potrebbe tornare a creare parecchi problemi nel nostro Paese. Il titolo di stato tedesco, è vero, si trova particolarmente sotto pressione, ma rende comunque soltanto l'1%. E il debito pubblico italiano, ovviamente, non aiuta a essere ottimisti.
Sembrano di un altro mondo Paesi come il Giappone, che ha il doppio dello stock di debito pubblico italiano ma mantiene un rating AAA e, a differenza di quanto accade altrove, non muove di una virgola i tassi decennali, fermi allo 0,25%. Inflazione o non inflazione.
Invece, il caso italiano è differente, anche perché legato al sistema euro: se esplodessero gli spread, il futuro della nostra moneta tornerebbe a correre molti rischi. Senza poi la certezza che ci sia un nuovo whatever it takes a riequilibrare la situazione.
In questo scenario troneggia l'ipocrisia in certi settori della finanza: mentre gli stati sovrani (e le loro imprese) devono sottostare alle sanzioni, i fondi hedge che hanno sede nei paradisi fiscali – quegli stessi fondi che, per inciso, creano problemi sugli spread e “giocano” sulla vita di cittadini e popoli - fanno quello che vogliono. E commerciano senza alcun problema con la Russia.
Tetto al gas, en attendant Godot
In questo contesto, l'Unione Europea continua a discutere (ormai da settimane) sul tetto al prezzo del gas. E non giunge a un accordo. È proprio il caso di dirlo, con le parole di Tito Livio: dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. In questo caso è a Bruxelles che si parla, ma poco cambia. Ci sono Paesi membri a cui fermare l'impennata del gas non conviene, e il diritto di veto li tutela. Un istituto vecchio, pensato quando i membri della vecchia Comunità Europea erano pochi, ora è in grado di paralizzare una decisione così importante. E gli sforzi di paesi come Germania e Francia per ammorbidirlo sono stati finora vani.
Non tutto il male, però, viene per nuocere. Perché a servirsi (almeno per ora) del diritto di veto è anche il governo ungherese, contrario all'embargo totale sul petrolio russo. Una decisione, quest'ultima, che potrebbe rivelarsi un assist a porta vuota per la recessione e favorire l'impoverimento di molti cittadini. Oltre a rivelarsi completamente ipocrita. Trovare un paese esportatore di petrolio che rispetti gli standard etici è una vera impresa. Se si dovesse stabilire un embargo per tutti gli Stati che violano i diritti umani – è stato sottolineato da più parti - acquisteremmo solo greggio norvegese. E l'economia collasserebbe in gran parte d'Europa.
Il picco sembra vicino
A frenare i venti di crisi sono le trimestrali, che settimana dopo settimana vengono diffuse dalle aziende. In media, i dati non sono negativi e ci mostrano anche ottime performance – ultima in ordine cronologico quella di Pfizer.
Per l'azienda farmaceutica, spinta dai vaccini anti-Covid, le previsioni a breve termine sono di un riassestamento sul basso. Ma ciò non è affatto detto: se a ottobre si riproponesse la necessità di organizzare una nuova vaccinazione di massa, l'azienda di New York potrebbe trovare una nuova spinta verso un bilancio molto positivo.
Le trimestrali non hanno deluso, ma il mercato azionario fa ancora fatica, soprattutto considerando i titoli tecnologici. Da inizio anno l'indice S&P500 è calato del 17%, mentre il Nasdaq 100 è sceso del 26,14%. E questo indice potrebbe calare ancora: vale ancora il doppio rispetto al 31 dicembre 2017 ed è semplicemente rientrato da eccessi incredibili. Non sembra però così lontano il momento in cui sarà conveniente entrare in questo mercato.
Per le materie prime, invece, sembra arrivata la fine della folle corsa verso l'alto. Il petrolio si è stabilizzato sui 100 dollari, l'alluminio è calato del 10% e persino l'oro è sceso di 50 dollari. Dimostrando con questo di aver perso da tempo la sua natura difensiva, anche se è una delle poche asset class ancora positive.
Per il resto – rimanendo nel campo degli asset “difensivi” o supposti tali – il mondo delle criptovalute continua a calare, e persino il franco svizzero ha perso il 2%, avvicinandosi dopo molti anni alla parità con il dollaro.
Oggi, orientarsi sul breve è davvero molto difficile. Alcuni subordinati bancari rendono il 7% (ma non sono acquistabili dal mercato retail), ci sono titoli sul mercato italiano con un dividendo del 4,5% ed Eurostoxx è vicino al 3,20%. Mentre spuntano altre opportunità molto simili. Ma, se si ha un po' di tempo e pazienza, è meglio prevedere investimenti a più lungo termine. La guerra rende più alto il rischio azionario; se però eviteremo la recessione, il mercato difficilmente scenderà ancora.
Investimenti: maneggiare con cura
L'aggravarsi della crisi russo-ucraina ha provocato ulteriore tensione sui mercati europei. Ma, se si ha la pazienza di attendere, le azioni sono ancora la scelta migliore.
Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari
Lunedì sera la crisi russo-ucraina ha subito un’ulteriore escalation con il riconoscimento da parte della Russia delle due repubbliche del Donbass. Indipendentemente dai suoi sviluppi a breve termine, una cosa è certa: eventuali sanzioni proposte dagli Stati Uniti e accolte dall'Ue non faranno che danneggiare l'Europa. I maggiori problemi economici si verificheranno infatti nel nostro continente. dove i provvedimenti metterebbero a rischio varie nostre imprese.
Per non parlare del gas: Italia e Germania dipendono da Mosca per il 40% circa delle loro forniture
Sembra lecito porsi questa domanda: fermare il Nord Stream 2 è una “sanzione” rivolta contro la Russia o contro la Germania?
Anche le ritorsioni decise ieri sera dalla Casa Bianca sembrano essere molto più punitive per gli interessi europeri piuttosto che per quelli americani.
L’Europa è il classico vaso di coccio messo fra due vasi di ferro: deve lealtà agli Stati Uniti, ma non ha potere di interdizione quando i suoi interessi vengono lesi. E la sua miopia le impedisce di vedere, per esempio, che la Russia – come già aveva fatto la Cina – sta tornando a giocare un ruolo strategico in Africa.
Anche gli americani hanno i loro problemi: di fatto hanno favorito in tutti i modi il ritorno dell'alleanza fra Mosca e Pechino, mai così vicine dai tempi della rottura fra Chruščëv e Mao.
Va da sé una considerazione: promuovere, pur con altri obiettivi, un riavvicinamento tra le due potenze è un atteggiamento autodistruttivo – e puntualizzarlo non significa certo essere filo-russi o filo-cinesi, ma solo osservare i fatti con occhio distaccato e non ideologico.
Promesse non mantenute
Se la politica europea sembra non vedere a un palmo dal proprio naso, la società civile (cioè chi materialmente dovrà pagare le bollette del gas in drammatico rialzo) si fa alcune domande. E dai giornali iniziano a partire vari distinguo.
Ne è la prova un recente articolo di Der Spiegel, che ha pubblicato i verbali di un vertice fra i direttori politici dei ministeri degli esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, avvenuto a Bonn nel marzo 1991. Bene: durante la riunione, i quattro definirono "inaccettabile" un'eventuale espansione della Nato a est della Germania Ovest. Questo, ricorda lo Spiegel, fu anche formalmente assicurato a Michail Gorbačëv e all'Unione Sovietica.
Invece, ça va sans dire, la promessa non è stata rispettata, l'Alleanza Atlantica ha varcato il fiume Elba, si è allargata e ora vuole affiliare l'Ucraina. La crisi attuale, o il suo pretesto – ricordiamolo - parte di qui.
Impatto (per ora) limitato
L'acuirsi delle tensioni – prima con il riconoscimento russo delle repubbliche secessioniste, poi con l'ingresso dei blindati di Mosca nel loro territorio – ha naturalmente influito sui mercati.
Che cosa accadrà ora all'economia mondiale? Difficile prevederlo. Per ora, gli impatti sulle aziende sono ancora limitati.
Non c’è dubbio che, nel momento in cui scriviamo, la vicenda russo-ucraina rappresenti il principale catalyst di mercato, ma, come crediamo sia chiaro a tutti, nessuno può ragionevolmente prendere una posizione prevedendo e anticipando le eventuali mosse dei protagonisti. Vendere ora o comprare ora, scommettendo su un‘invasione o su una risoluzione diplomatica della crisi, rappresenterebbe una mera scommessa senza alcun tipo di fondamento economico finanziario.
Ovviamente la situazione potrebbe anche precipitare, ma non è detto che i prezzi non inglobino già parte delle conseguenze della crisi in atto: gli eventi geopolitici sono infatti spesso enfatizzati nel breve termine ma non hanno conseguenze di lungo periodo così importanti.
Molto più decisivo sarà comprendere, nelle prossime settimane o mesi, che tipo di scenario macroeconomico si dipanerà.
Il vero nodo è rappresentato da due aspetti: i tassi di interesse e gli effetti che un eventuale errore di politica monetaria da parte delle Banche centrali potrebbero avere sulla crescita economica, portando eventualmente a un rallentamento che, in alcuni casi, potrebbe addirittura trasformarsi in una recessione.
Oggi è ancora troppo presto per scommettere su un'economia in contrazione e quindi, nonostante il quadro di breve presenti tutti gli elementi di incertezza e difficoltà che abbiamo descritto, riteniamo opportuno non prendere posizioni drastiche.
Non possiamo escludere che vi possano essere giornate di difficoltà, soprattutto nel momento in cui si verificassero scontri armati e tensioni sul confine tra Russia e Ucraina, ma
Per chi è più propenso al rischio, in ottica di medio termine, gli investimenti in azioni o bond russi potrebbero rivelarsi molto interessanti. Come del resto era avvenuto nel 2014 dopo l'annessione della Crimea: in un primo tempo Mosca aveva sofferto ribassi, ma nei cinque anni successivi il rendimento dei suoi strumenti aveva sfiorato il 200%.
Tornano i beni rifugio?
In questa situazione, si è parlato di un ritorno dei beni rifugio, anche dopo il leggero rialzo di oro e franco svizzero in corrispondenza dell'aggravarsi della crisi russo-ucraina. Tuttavia è probabile che si tratti di un fenomeno assolutamente contingente.
L'oro ha raggiunto un valore alto, ma non eccessivo. Il franco è una moneta stabile, ma le banche elvetiche applicano tassi negativi dell'1% ai depositanti.
E ancora: le obbligazioni hanno recuperato solo il 10% di ciò che hanno perso da agosto. E le criptovalute registrano alti e bassi: il bitcoin è fra 30mila e 45mila dollari di trading range.
Insomma, l'unica vera ricetta contro l'inflazione sembrano rimanere solo le azioni.
In ottica di portafoglio complessivo, l'oro può essere considerato una sorta di polizza assicurativa: se i titoli vanno male, protegge un po' di più. Ma la sua quota non dovrebbe superare il 3%-4%, perché non produce alcun tipo di reddito.
Come diceva Warren Buffett: "don‘t buy gold, buy stocks". Una massima che rimane valida in ogni scenario.
Inflazione? Niente panico
Lunedì 23 gennaio si sono verificate vendite indiscriminate, che hanno trascinato i mercati in un vortice di emotività. Un atteggiamento che si dovrebbe sempre cercare di evitare.
Inflazione, crisi energetica e politica, ribassi sui mercati. Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci accompagna in una lucida analisi della complessa situazione attuale.
L'inflazione preoccupa cittadini, governi e mercati. Negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto negli ultimi 40 anni: siamo al 7%, e non è tutto, perché, a causa della crisi energetica e il rincaro del cibo ad essa conseguente, l'inflazione "reale" tocca (e forse supera) il 50%. Un esempio tra tutti: proprio a causa del rincaro delle materie prime, nei mercati di New York il prezzo del pesce è letteralmente raddoppiato. Costa di più il trasporto, costa di più la refrigerazione, e alla fine è facile arrivare a questi rincari-monstre che spaventano consumatori e imprese, e mettono le Banche centrali con le spalle al muro. Come abbiamo già avuto modo di puntualizzare, queste istituzioni - che dovrebbero dettare la linea - non sanno come muoversi: la loro "navigazione" è di piccolo cabotaggio. E la paura serpeggia.
Venti (gelidi) a est
Tutto questo mentre la crisi russo-ucraina ha tutto il potenziale per peggiorare ulteriormente la crisi energetica. Anche perché la questione è molto delicata, ed è gestita molto male sia da Washington, sia da Mosca. Mentre la terza parte – quella che più avrebbe da perdere in questa situazione – è ai margini. L'Europa è il convitato di pietra, il gigante dai piedi d'argilla che non è minimamente coinvolto nella risoluzione della crisi (basti pensare che gli Stati Uniti non si sono neppure degnati di invitare i rappresentanti Ue al tavolo).
Qualche piccolo segnale di cambiamento, però, si sta registrando. Il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Scholz hanno per la prima volta espresso alcuni distinguo sulla posizione americana nella crisi russo-ucraina, specificando a chiare lettere che l'Ue non è d'accordo con la sua gestione e che non si farà trascinare in avventuristici salti nel buio.
L'Europa s'è desta?
L'Europa inizia a capire i problemi geopolitici che potrebbero scaturire da un conflitto a est. Se già ora l'aumento delle materie prime crea malcontenti, che cosa ne sarebbe delle nostre bollette se la Russia decidesse, per ritorsione, di chiudere i rubinetti? Con il rischio, oltretutto, di un coinvolgimento della Cina, che potrebbe approfittare del caos ucraino per rinfocolare le sue mire su Taiwan.
I leader europei, insomma, non potranno che prodursi in un sano esercizio di Realpolitik e rivendicare una posizione autonoma. Non ci si può permettere di aggravare una situazione preoccupante. Già ora, la questione energetica mette in difficoltà intere filiere. Il cibo, abbiamo detto, ma anche l'artigianato, la manifattura, la tecnologia, i trasporti, il turismo. Il costo folle delle bollette rischia di fermare gli impianti di risalita nelle località sciistiche, mentre alcune aziende già progettano di sospendere la produzione. Che cosa accadrebbe se la Russia, fornitore del 40% del nostro gas, decidesse di non vendercelo più? Risposta semplice: aziende chiuse, famiglie in grave difficoltà, disordini sociali. E sipario sulla ripresa, già minata dalla disoccupazione, proprio quando gli interventi di finanza pubblica introdotti in pandemia stanno venendo meno.
Monday, crazy Monday
Intanto, anche le stime di crescita iniziano a ridimensionarsi (Banca d'Italia, per esempio, le ha già abbassate da 4,0% a 3,8%), le previsioni positive scemano rapidamente. E i mercati di tutto il mondo sembrano spaventati: lunedì 23 si sono verificate vendite indiscriminate senza una logica, con un'esplosione di emotività che sembra aver contagiato tutti.
Particolarmente coinvolte dal vorticoso flusso in uscita, le aziende che erano cresciute ben più del loro valore reale. Se un investitore sceglie titoli che crede "fenomenali" e invulnerabili, alla prima flessione importante si fa prendere dal panico. E vende. Risultato: l'emotività crea un vortice e accelera la discesa. In un mese e mezzo, Amazon ha perso il 20%, e vari titoli tecnologici ne hanno seguito le orme.
No panic!
Ecco: l'emotività è la reazione più sbagliata in questa situazione di estrema incertezza. Non bisognerebbe mai stancarsi di ripetere due parole semplici: niente panico. La società ha gli anticorpi per resistere alla crisi. Con i suoi tempi. Per questo non bisogna mai stancarsi di raccomandare valutazioni di medio termine.
Vendere sui ribassi è sempre molto pericoloso. E' più che mai valida la teoria della pallina da tennis: tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Quando si verificano rotture forti sul mercato, l'attività rimane elevata per un po' di tempo; chi ha denaro, può investire a tranche del 25% a ogni forte discesa. Lunedì scorso, la pallina da tennis è atterrata su S&P e Nasdaq, che hanno chiuso la giornata con il rimbalzo più forte degli ultimi 30 anni sul mercato intraday.
Proprio in un'ottica di medio termine iniziano a intravedersi prezzi interessanti sul mercato azionario. Con l'avvertenza che, in un periodo in cui i tassi salgono, i titoli growth tendono a essere più penalizzati rispetto ai value perché il mercato richiede utili e crescita ancora maggiori per mantenere valutazioni che già di per sé sono molto elevate. Per il resto, è cresciuta l'avversione al rischio e il contesto di aumento dei tassi impone, per la componente obbligazionaria, di dover prestare molta attenzione nella gestione della duration di portafoglio e nella selezione delle emissioni sulle quali investire.
Anche l'oro, pur con questo inizio di spirale inflattiva, non sta offrendo protezione, non sale, né scende: al momento sembra aver perso le sue caratteristiche di bene rifugio. A tal proposito, è sempre bene ricordare la massima di Warren Buffet: “Don’t buy gold, buy stocks!“
In ottica difensiva gli unici bond che potrebbero dare un minimo di rendimento sono quelli legati all'inflazione. Ma il mercato azionario rimane decisamente più interessante per i veri investitori di medio periodo.
Aumento dei costi dell’energia: effetto domino sui mercati
Il rincaro delle materie prime inizia a farsi sentire anche sull'economia reale e sulle imprese. Ma le Banche centrali sono ancora incerte sulla risposta da dare...
L'opinione di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR
Passano i giorni, ma la difficoltà dei mercati finanziari – che si era manifestata fra la prima e la seconda settimana dell'anno – non accenna a farsi da parte. Il trend ha colpito particolarmente i titoli tecnologici. Ma non solo. Perché all'inflazione, seguita dal cambio di toni della FED in termini di politica monetaria, si è presto aggiunto il tema scottante dei rincari energetici, che sta colpendo un po' tutti i settori economici in un pericoloso effetto domino. Soprattutto in Europa.
Per esempio, ora è particolarmente colpita la industry del food, per cui i maggiori costi delle materie prime iniziano a impattare sui bilanci: già a novembre-dicembre i rincari sono stati significativi e sarà peggio a gennaio-febbraio.
Questo non accade solo in Europa. Perché anche gli stessi Stati Uniti - che sono una grande potenza petrolifera - sono stati colpiti dal rialzo dei prezzi dell'energia. Recentemente, il Brent ha superato gli 87 dollari e il West Texas gli 85, valori più elevati dal 2014. La spirale sulle materie prime, insomma, coinvolge tutto il pianeta.
La risposta delle Banche centrali, almeno per ora, è stata molto soft. E non potrebbe essere altrimenti, dato che in questo momento storico ogni decisione potrebbe avere conseguenze difficili. Se è vero che occorrerebbe alzare i tassi per arginare l’impatto dell’inflazione, è però certo che una simile decisione, a causa degli elevati debiti pubblici, porterebbe a squilibri di finanza pubblica che potrebbero essere corretti solo con l'aumento delle imposte o la riduzione dei servizi pubblici. E rischierebbe di bloccare la ripresa, che, pur instabile, è ancora in corso, con dati tuttora in crescita.
Insomma: le Banche centrali sono in posizione di attesa. Un po' come i naviganti dell'antichità, impegnati a evitare Scilla e Cariddi:non sanno come uscirne e sembra che stiano navigando a vista.
Usa, trimestrali con il vento in poppa
Ma dagli Stati Uniti non vengono solo notizie negative. Perché la scorsa settimana sono stati pubblicati i primi dati trimestrali di alcune banche Usa, che sono ancora mediamente buoni. Sul fronte obbligazionario, il rendimento dei titoli di stato decennali statunitensi è risalito ai massimi da 2 anni, fino a 1,90%, contro lo 0% dei Bund tedeschi (confermando una valutazione di mercato alta, dovuta anche alla stabilità della sua economia).
Gli economisti prevedono un rafforzamento del dollaro a breve termine. Su questa teoria, però, se guardiamo le quotazioni degli ultimi sette anni, non ci si scosta dall'equilibrio dollaro-euro intorno a 1.15. Gli Stati Uniti sono sensibili all'impatto che il dollaro forte porterebbe alle esportazioni: la loro politica è esattamente opposta a quella rigorista sostenuta dalla Bce, influenzata soprattutto dalla Germania e dalla sua posizione contraria alla svalutazione dell'euro. Più probabile, sempre sugli Usa, una maggiore volatilità nel prossimo futuro. Volatilità che potrebbe essere influenzata anche dai problemi di politica interna americana: il piano Biden è bloccato al Senato, perchè ha incontrato – come è abbastanza frequente negli Stati Uniti – il voto contrario di alcuni rapresentanti democratici.
L'amministrazione Biden è dunque in difficoltà, mentre crescono le attese per le elezioni di mid term, in programma il prossimo novembre. Se i repubblicani dovessero, come sembra oggi, conquistare la maggioranza di Congresso e Senato, la politica economica dell’amministrazione Biden sarebbe completamete stravolta fino alle elezioni del nuovo presidente, nel 2024.
Germania in stand-by
Ma se Atene piange, Sparta non ride. La Germania è in situazione di attesa, perché sta vivendo un paradosso, causato da un passaggio di leadership. Da una guida "forte" – il lungo cancellierato di Angela Merkel – a un governo pluripartitico che unisce socialdemocratici, liberali e verdi. Tre partiti, lo ricordiamo, i cui programmi non erano esattamente coincidenti. Per poter stare insieme, i tre leader di governo hanno dovuto riunirsi, trattare, definire punto per punto un difficile compromesso. Con tante contraddizioni: a un esecutivo a guida socialdemocratica fa da contraltare un ministro delle finanze liberale.
Si potrebbe, insomma, innescare un "braccio di ferro" sulle posizioni del governo in materia di austerity; se vincesse l'approccio Spd potremmo aspettarci una leadership un po' piu benevola per i Paesi del Sud Europa sul debito pubblico e sulla mutualità, con effetti positivi sulla nostra economia. Ma per vedere quale forza finirà per dettare la linea, dovremo aspettare ancora un po'.
Quirinale: attenzione allo spread
Tutto questo mentre in Italia crescono le attese su chi salirà al Quirinale. Una situazione particolarmente delicata, dato che la Presidenza della Repubblica – in passato considerata una carica poco più che simbolica – ora ha un ruolo centrale, soprattutto in tempi di instabilità politica. I mercati si augurano che venga eletto un personaggio che rappresenti tutti, non "divisivo", che possibilmente abbia anche qualche competenza in materia economica e che venga eletto prima del 3 febbraio, considerata una data-spartiacque, dato che è l'ultimo giorno della presidenza Mattarella. Se si andrà oltre, c'è il rischio che lo spread si allarghi, con la possibilità concreta di instabilità sui mercati. E' quindi auspicabile che le forze politiche riescano a trovare un accordo dalla quarta o quinta votazione.







