Borse, ancora su e giù. Ma i mercati non crollano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per due volte nel giro di pochi giorni, le Borse hanno fatto quanto si suol dire tutto e il contrario di tutto. E questo è particolarmente vero per il Nasdaq. Un mercato che sembrava tonico ha inaspettatamente corretto in maniera brusca, per poi tornare in alto sulle ali dei titoli tecnologici americani.
A brillare particolarmente è stata Nvidia, che ha archiviato il terzo trimestre con un fatturato pari a 57 miliardi di dollari e un utile di 31,91, pari a 1,30 dollari ogni azione. I numeri, ben superiori alle aspettative, sembrano mitigare le paure di bolla per l’intelligenza artificiale che – con una certa dose di esagerazione – si erano diffuse nelle scorse settimane. Piuttosto, il settore Ia è molto magmatico, come si conviene alle discipline che stanno spiccando i primi passi (anche se da gigante): voci di alleanze tra colossi e di ulteriori innovazioni si rincorrono, evitando qualsiasi rischio di rilassamento o di noia tra gli osservatori. Per esempio: le recentissime indiscrezioni sulle trattative fra Meta e Alphabet, con il gruppo di Facebook che sarebbe intenzionato a utilizzare i chip IA di Google dal 2027 in avanti, hanno causato un crollo delle azioni Nvidia, con un successivo recupero, ma solo parziale. C’è da scommettere che le indiscrezioni sull’intelligenza artificiale continueranno a proliferare, e non mancheranno le maxi-operazioni nel comparto.
Come uno stress test
Da questa situazione caotica emerge paradossalmente una buona notizia: nonostante i ripetuti ed eterogenei allarmi, il mercato non crolla; la volatilità è particolarmente alta, ma gli investitori sembrano mantenere la calma e mostrare nervi saldi. In altri termini, non ci sono le premesse per un tonfo a due cifre. Le condizioni attuali assomigliano quasi a una situazione di stress test, con cui si cerca di sondare le possibili reazioni dei mercati retail a sollecitazioni forti. Come quelle geopolitiche, particolarmente articolate. Ma anche l’incertezza sul taglio dei tassi Fed a dicembre, operazione che fino a pochi giorni fa sembrava improbabile e ora appare tutto a un tratto possibile.
Fed, in evidenza il partito pro-tagli
Il cambio di approccio nei confronti dei tagli a dicembre ha potuto verificarsi grazie alle dichiarazioni di tre esponenti della Federal Reserve, che hanno aperto alla possibilità di effettuare questa operazione: il membro del board Christopher Waller (secondo cui la mossa sarebbe giustificata dalla debolezza del mercato del lavoro), la presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, e il suo omologo di New York, John Williams. Le tre esternazioni hanno catturato l’attenzione delle Borse: quelle europee, in particolare, procedono caute, cercando di fare fine tuning sulle reali intenzioni di Jerome Powell. Che proceda o no a dicembre (e, a questo punto, sembra probabile che lo faccia), la Fed probabilmente opterà per due tagli di 25 punti base ciascuno entro fine giugno 2026. La Bce, invece, potrebbe mantenersi stabile per almeno sei mesi, a meno che l’economia non mostri improvvisi segnali di crisi. L’Europa ha ormai centrato l’obiettivo di inflazione, mentre gli Stati Uniti sono ancora un po’ sopra target.
La pace piace
Piazza Affari, a questo giro, ha evidenziato un calo, raggiungendo una performance inferiore alla media delle Borse europee. La responsabilità risiede nello stacco delle cedole, che ha fisiologicamente favorito la fase orso. Ma a tenere banco sono stati i due piani di pace per l’Ucraina, presentati rispettivamente da Stati Uniti e Commissione Europea per l’Ucraina. Piani che, a quanto pare, sono graditi ai mercati occidentali, anche se in Europa si segnala un calo del settore difesa. Il gas, da parte sua, scende dopo molto tempo sotto i 30 euro al megawattora e il petrolio arretra (il Brent è di poco sopra i 60 dollari al barile, il Wti addirittura sotto). Al momento non si può prevedere se, in caso di pace, i commerci tra Europa e Russia torneranno alla normalità; tuttavia, sembra che il mercato prenda in considerazione questa eventualità. Oro e argento continuano il loro ballo sulle montagne russe, ma ad apparire particolarmente interessanti sono le azioni legate ai due comparti, che rendono più promettente un investimento in titoli del settore (per esempio, quelli legati alle miniere d’argento) che non ai due metalli “fisici”. Nelle cripto, continuano le vendite da parte dei primissimi compratori, che stanno realizzando l’enorme plusvalenza accumulata in questi anni. E il valore di bitcoin e compagnia ne risente in negativo. Di lì a teorizzare che il settore non sia in salute, però, ce ne passa. Anche perché a un venditore corrisponde sempre un compratore. E dove c’è un compratore, c’è un investimento, soprattutto se l’acquisto avviene a prezzi comunque stratosferici, anche se inferiori a un po’ di tempo fa.
Qualcuno volò sul nido delle bigtech
Intanto, da New York, giunge una notizia inattesa: la big pharma americana Eli Lilly ha superato la capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari. E’ la prima società del settore farmaceutico (e la seconda non tecnologica, dopo la Berkshire Hathaway di Warren Buffett) a sfondare questa soglia psicologica. Più in generale, sarebbe utile seguire il comparto pharma, che ha trascorso un paio danni di sottoperformance e ora potrebbe spiccare il salto. Con l’aumentare del reddito e della crescita si apre più spazio per la spesa sanitaria e i medicinali, soprattutto quelli per malattie e disturbi legati al benessere: non per niente, Eli Lilly è specializzata in farmaci contro l’obesità e le sue conseguenze e il diabete di tipo 2. Proprio il settore farmaceutico, insieme ai titoli argentiferi, è tra i candidati a una buona performance per il 2026, che – qualora l’anno in corso si chiudesse a questi livelli – evidenzierebbe ottimi margini di crescita.
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Cina-Usa: fiorisce la distensione. E le Borse brindano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Cina e Stati Uniti hanno raggiunto dopo soli due giorni di trattative un accordo preliminare che ferma la guerra commerciale fra le due potenze. Lo ha annunciato Scott Bessent, segretario Usa al Tesoro. Le negoziazioni tra i delegati dei due Paesi hanno bloccato l’applicazione di dazi al 100% di Washington contro Pechino, fermando anche un’escalation su soia e terre rare. Riguardo quest’ultimo punto – centrale nei rapporti sino-americani – Bessent ha annunciato che “Pechino rimanderà la stretta di un anno”, prendendosi quindi il tempo di riesaminarla. La Cina procederà anche ad acquisti nell’agricoltura americana. L’accordo sarà formalizzato nell’imminente incontro tra Xi Jinping e Donald Trump. Nel mentre, il presidente americano ha visitato Malaysia, Giappone e Corea del Sud, con l’obiettivo di cercare nuovi accordi sulle terre rare e diminuire la dipendenza dalla Cina. Sullo sfondo, sempre parlando di minerali, la partnership già siglata con Kiev e un possibile, futuro rifornimento anche da Mosca, nel caso in cui la guerra russo-ucraina finisca.
Mercati felici
Le Borse hanno reagito con entusiasmo alla notizia. A cominciare dal Nikkei, che ha infranto per la prima volta la soglia psicologica dei 50.000 punti. Record anche per New York, che risente pure dei dati positivi sull’inflazione e si sta riallineando con le Borse europee. Che, a loro volta, hanno reagito bene alla distensione commerciale fra Cina e Stati Uniti, ma in misura più contenuta; eccezione importante, ancora una volta, Parigi, che ha risentito del downgrade di Moody’s dei suoi titoli di Stato, con un rating passato da “stabile” a “negativo”. I buoni risultati dell’Europa risentono anche della performance delle banche (compatibile con la rotazione settoriale che detta legge ormai da tempo), ma anche del fenomeno, già sottolineato la scorsa settimana, delle scarse alternative agli investimenti e, last but not least, degli utili del terzo trimestre, che sono buoni nonostante la crescita asfittica dei mercati. Sembra, dunque, che le Borse debbano veleggiare bene perché la situazione lo esige. Di contro, oro e argento crollano: la schiarita che promette di risolvere una crisi preoccupante come quella tra Cina e Stati Uniti rende i beni rifugio meno appetibili. Fa eccezione, almeno finora, il franco svizzero, mentre il petrolio resta debole.
Il balzo di Eni
Il petrolio resta debole, si diceva. Ma Eni, alla scadenza di settembre 2025, ha raggiunto un utile netto di 2,5 miliardi di euro (+5%), mentre nel solo terzo trimestre si è attestato sugli 803 milioni, con una crescita del 54%; il piano di buyback dei titoli è decollato a 1,8 miliardi e le azioni sono salite come non si vedeva da molto tempo. Occorre anche ricordare che, per dinamiche di mercato spesso difficili da capire, Eni era sempre stata trattata a sconto rispetto ai concorrenti: ha perciò recuperato un valore più vicino a quello reale. Tuttavia, se il petrolio dovesse rimanere a questi livelli, è difficile immaginare un’ulteriore salita in Borsa per l’azienda guidata da Claudio Descalzi. Per ora, dunque, a godere dell’ottima performance di Eni sono ben più i cassettisti che incassano il dividendo rispetto a chi punta al capital gain.
Boom Btp Valore
E’ stato ancora una volta un successo il collocamento di Btp Valore: la raccolta, di 16,5 miliardi, ha superato quanto registrato dal Btp Più dello scorso maggio. A spingere gli italiani verso la nuova emissione sono stati la voglia di sicurezza, la pubblicità molto presente sui mezzi di comunicazione e i tassi, superiori alla media e considerati accettabili da chi ha sottoscritto i buoni del tesoro. Se pensiamo alle obbligazioni Usa osserviamo facilmente che, con la svalutazione del dollaro, gli investimenti di risparmiatori europei in Treasury hanno causato una perdita del 10% – valore che rende alte, se non sontuose, le percentuali offerte dai Btp.
Tassa sui dividendi
E’ stata introdotta la tassa sui dividendi incassati in qualità di partecipazione di minoranza dalle aziende, che includerebbe le società con meno del 10% del controllo (con esclusione di piccoli risparmiatori e fondi di investimento, mentre sono comprese banche e grandi gruppi, che pagherebbero l’aliquota più alta). La tassa dovrebbe portare un miliardo di euro nelle casse dello Stato. Altra novità dal fronte fiscale: il governo aumenterà di due punti l’Irap per le banche. “Se su 44 miliardi di profitti nel 2025 ce ne mettono a disposizione circa 5 per aiutare le fasce più deboli della società”, ha spiegato la premier Giorgia Meloni, “credo che possiamo essere soddisfatti noi e che in fin dei conti possano esserlo anche loro”. In questi termini, l’intervento del governo sembra ragionevole, a condizioni che non si calchi la mano in maniera esagerata. E’ comunque certa la legittimità di un aumento dell’Irap, a differenza delle proposte di imposizione fiscale degli extraprofitti, che in tutta probabilità non avrebbero superato l’esame di adeguatezza costituzionale.
Faro Ue su TikTok e Meta
TikTok e Meta sono finiti sotto il faro della Commissione Europea. I due social network sono accusati di non aver rispettato l’obbligo di garantire un accesso adeguato ai dati pubblici. Secondo l’esecutivo Ue, le due aziende non hanno neppure offerto agli utenti strumenti semplici per segnalare contenuti illegali, né per permettere di contestare decisioni di moderazione dei contenuti. Nel caso in cui l’osservazione della Commissione fosse confermata, i due gruppi, che hanno respinto ogni addebito, rischierebbero una multa salata. Sembra che, però, l’intervento dell’esecutivo Ue sia arrivato fuori tempo massimo, cioè mentre Cina e Stati Uniti interrompono la loro guerra commerciale. Con un accordo che, tra le altre cose, riguarda anche la vendita dell’80% delle attività americane di TikTok a gruppi statunitensi. Un’intesa fra due grandi potenze come Pechino e Washington renderebbe più debole la posizione della Commissione Europea.
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Dazi, le trattative vanno a zig zag
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Proseguono le trattative sui dazi, mentre la data fatidica del 1 agosto si avvicina. Le delegazioni europea e cinese (ma non solo) si stanno confrontando con i rappresentanti americani per trovare un compromesso, mentre Donald Trump continua a fare dichiarazioni. Tra le nuove “trovate” dell’inquilino della Casa Bianca, la possibile introduzione di dazi minimi al 15%-20% nei confronti dell’Europa, con il 25% sulle auto. L’ennesima nuova formula del Tycoon rischia di mandare all’aria i negoziati, vanificando i risultati ottenuti nel corso dei colloqui.
Negoziati difficili
La mancanza di una linea coerente da parte del presidente Usa è uno degli elementi che rendono i negoziati difficili; l’altro è l’ego smisurato di Trump, che alla fine vuole terminare il confronto dichiarando vittoria sui “contendenti”. Questo rende difficile trattare. Ma complica le cose anche per lui e, in prospettiva, per gli Stati Uniti. Il presidente Usa si è infatti messo contro l’opinione pubblica mondiale, ma anche contro quella americana. Mutatis mutandis, la sua politica ricorda, in grande, la supertassazione dei porti italiani da parte del governo Monti, che aveva provocato un fuggi fuggi delle barche verso altri approdi europei. Insomma, quello che il fisco americano incamererà con i dazi finirà di perderlo in calo dei consumi e fuga delle aziende. Con in più un malcontento diffuso tra i cittadini, deleterio anche dal punto di vista elettorale.
Borse ancora caute. Ma…
Sul fronte borsistico, invece, non c’è nulla di nuovo. I mercati stanno gestendo l’avvicinarsi della “data x” con cautela e movimenti moderati. Un po’ su, un po’ giù, sempre vicino ai massimi, sempre in attesa. La sorprendente resilienza degli indici potrebbe, però, venire intaccata se il prossimo 1 agosto i dazi dovessero davvero entrare in vigore. Non è dato prevedere in quale misura; tuttavia, preoccupa la possibilità di una combinazione fra un nuovo storno simile a quello avvenuto lo scorso 2 aprile e la poca liquidità che tradizionalmente contraddistingue il mese di agosto.
Banca, ancora utili record
A soccorrere la Borsa di Milano potrebbero essere gli utili del mondo bancario, che nel 2024 hanno fatto registrare nuovi record. Il settore creditizio si è attestato su quota 46,5 miliardi di euro (+14%). Il risultato fa il paio con i numeri raggiunti dal comparto nel triennio 2022-24, quando i profitti del credito tricolore hanno superato la clamorosa cifra di 112 miliardi. Sembrano lontani (ma non lo sono) i 15 anni di mancati utili che hanno preceduto l’exploit. A spingere lo scatto del mondo bancario è stata soprattutto la stagione di tassi elevati, che hanno permesso agli istituti di fare profitto dagli interessi passivi più alti chiesti a richiedenti mutui e prestiti, e di tornare a spingere sui finanziamenti, che da molto tempo erano stati marginalizzati. Ora ci si domanda come chiuderanno i bilanci bancari dei prossimi cinque anni, in uno scenario contraddistinto dal progressivo taglio dei tassi da parte della Bce. Una tendenza che si prende una pausa a luglio, ma probabilmente riprenderà in settembre. Inflazione permettendo.
Tasse e bigtech
Da un’istituzione comunitaria a un’altra. Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea e commissaria per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, ha dichiarato in un’audizione a Montecitorio che le regole per l’intelligenza artificiale non dovrebbero essere ritirate: “noi”, ha detto, “vogliamo applicarle in modo molto amichevole nei confronti delle imprese”. Tutte. Anche quelle americane. Anche se la dichiarazione riguarda l’Ia, saranno forse fischiate le orecchie a chi, tra le bigtech e i loro sostenitori, spinge per avere regole speciali anche dal punto di vista fiscale. Proprio pochi giorni fa, secondo Reuters, Meta, Linkedin e X hanno presentato un ricorso sull’Iva relativa ai dati personali. Questo dopo gli avvisi di accertamento del fisco italiano concernenti il mancato versamento dell’imposta sull’accesso gratuito degli iscritti ai loro social. Più che una partita a scacchi, questa sembra una guerra di tutti contro tutti. In cui chiaramente sono gli Stati Uniti ad avere il coltello dalla parte del manico, dato che l’Europa esporta oltre oceano molto più di quanto importi.
Bilancio Ue 2028-34, percorso accidentato
Ursula von der Leyen ha intanto presentato il bilancio Ue 2028-34. Un piano-maxi che prevede un budget di quasi 2.000 miliardi. Il progetto – ambizioso, ma che non affronta del tutto il problema della crescita, né mette in discussione il green deal – è appena alle sue fasi iniziali: dovrà passare per Parlamento Europeo e Consiglio e ricevere l’avallo degli Stati membri. Tuttavia, il piano ha già scatenato polemiche. E la netta opposizione del governo tedesco. “Un aumento complessivo del bilancio Ue”, ha dichiarato senza mezzi termini Stefan Kornelius, portavoce dell’esecutivo di Berlino in un comunicato, “non è accettabile in un momento in cui tutti gli Stati membri stanno compiendo notevoli sforzi per consolidare i loro bilanci nazionali. Per questo, non potremo accettare la proposta della Commissione”, ha aggiunto. La posizione tedesca, che potrebbe mettere a rischio l’intero impianto del progetto di bilancio a lungo termine, è facilmente spiegabile: se salgono gli esborsi, i Paesi che contribuiscono maggiormente (Germania in testa) devono allargare i cordoni della borsa. Ciò significa che Berlino sarebbe costretta a trasferire più denaro all’Unione Europea, alzando le tasse proprio in un momento di crisi della sua economia. Per questo motivo, l’iter parte subito con un percorso accidentato.
Inchiesta Milano
Tornando alle nostre latitudini, l’inchiesta urbanistica a Milano ha scosso la politica e l’edilizia della città. Il problema, però, non è nuovo, ed era già emerso con il tentativo, poi non riuscito, di approvare una misura ad hoc, il discutibile condono Salva Milano. Ciò che è accaduto nella metropoli ambrosiana è semplice: utilizzando un buco normativo, i costruttori – con pareri tecnici in giunta – hanno abbattuto edifici di pochi piani per poi costruire immobili molto alti. Pagando un prezzo limitato per le aree da edificare (in alcuni casi facendo poco per il territorio contiguo) e ricavandone utili enormi. Oltre all’inchiesta, che ha messo nel mirino anche il sindaco di Milano, l’intervento della magistratura ha causato lo stop ai cantieri. Il che ha destato viva preoccupazione dei cittadini che avevano già acquistato la casa prima della sua costruzione, magari vendendo contestualmente la loro abitazione precedente. Il blocco dei cantieri, però, potrebbe finire in una bolla di sapone: si sta parlando di miliardi di euro di progetti che difficilmente possono essere fermati per molto tempo. E tanto meno annullati, con demolizioni molto problematiche. Forse saranno abbattuti pochi edifici, probabilmente i più compromessi, anche per dare un segnale. Per il resto, probabilmente, ci si accontenterà di un condono con il pagamento di un valore percentuale sul valore complessivo dell’intervento.
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Attacco hacker, quale impatto sui mercati?
L'aggressione informatica che ha coinvolto soprattutto alcuni paesi occidentali lo scorso fine settimana non ha influito sull'andamento delle Borse. Intanto, i listini hanno ancora una volta ignorato il rialzo dei tassi di Bce e Fed, mostrandosi più preoccupati per le tensioni Usa-Cina e per i dati “troppo” positivi del mercato del lavoro americano
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il clamoroso attacco ransomware che si è palesato lo scorso 5 febbraio ha colpito migliaia di server in varie parti del mondo. Anche in Italia, ma – ha assicurato il governo – non sono state coinvolte né istituzioni, né imprese impegnate in settori critici per la sicurezza dello stato.
L’aggressione informatica, ha puntualizzato l'esecutivo in una nota, era emersa già lo scorso 3 febbraio ma era stata identificata dall'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale “come ipoteticamente possibile fin dal febbraio 2021”; per questo motivo, la stessa Acn aveva invitato le organizzazioni sensibili a prendere le contromisure. Risultato: alcuni si sono premuniti, altri no. Questi ultimi, precisa la nota “oggi ne pagano le conseguenze”.
In un'analogia con l’ambito sanitario, ha proseguito la nota del governo, “è accaduto come se a febbraio 2021 un virus particolarmente aggressivo avesse iniziato a circolare, le autorità sanitarie avessero sollecitato le persone fragili a una opportuna prevenzione e a distanza di tempo siano emersi i danni alla salute per chi a quella prevenzione non avesse ottemperato”.
Nessun “cigno nero”
In sintesi, dunque, le patch per difendersi erano disponibili, ma non tutti le hanno installate. Che si tratti di sbadataggine o di miope tentativo di risparmiare, le conseguenze per queste organizzazioni saranno catastrofiche. Come ha affermato a Sky Tg24 Andrea Rigoni, partner di Deloitte per Difesa e Sicurezza, è ancora difficilissimo calcolare l'entità dei danni, anche perché varie imprese non hanno denunciato di essere state vittima dell'aggressione hacker. Secondo i dati in possesso del gruppo di consulenza, l'attacco potrebbe costare vari miliardi di euro.
Nel fine settimana si sono anche palesate preoccupazioni che il disastro informatico potesse trasformarsi in un “cigno nero” per i mercati internazionali. Tuttavia, le Borse hanno ignorato l'attacco hacker. I listini osservano le dinamiche dell'economia e l'andamento degli utili: potrebbero dunque risentirne “a scoppio ritardato” se i dati trimestrali dovessero evidenziare cali dovuti proprio al massiccio assalto ransomware. Fino ad allora i mercati proseguiranno con il loro dinamismo, in un semestre in cui le Borse hanno avuto un avvio mediamente positivo e sono capaci di assorbire notizie negative.
Ignorato il nuovo aumento dei tassi
Attualmente, a innervosire i mercati sono stati soltanto il caso del pallone-sonda cinese - che ha causato l'annullamento del viaggio del segretario di stato americano Anthony Blinken a Pechino e acuito le tensioni fra i due paesi – e i dati “troppo” positivi del lavoro Usa, con cui l'economia reale americana ha dato ancora una volta il “via libera” alla politica della Federal Reserve.
Per il resto, nessuna reazione. Neppure per l'aumento dei tassi da parte di Bce (altri 50 punti base, con replica a marzo) e Fed, né per le nuove esternazioni di Christine Lagarde, ancora una volta poco prudenti: la numero uno della Banca Centrale Europea ha affermato che neppure il mese prossimo arriveremo al picco di inflazione (preannunciando, quindi, nuovi ritocchi) e che da questo punto di vista c'è "tanta strada da fare".
Queste posizioni, oltre che rappresentare un cliché a cui siamo ormai abituati, sono anche imprecise. Si parla di un'inflazione oltre il 10%, ma quella tendenziale è già sotto il 4%. Le banche centrali – soprattutto la Bce – stanno compiendo gli stessi errori del 2008: il rialzo dei tassi deciso in contemporanea con vari segnali di rallentamento.
Discutibile anche la tempistica dell'operazione: se i ritocchi fossero stati decisi sei o sette mesi prima, l'inflazione sarebbe stata bloccata sul nascere e ora non saremmo a questo punto. Come al solito, a pagare il conto saranno famiglie e aziende: le banche centrali sono per definizione organi autoreferenziali, che non pagano mai per i loro errori strategici.
Timori dal petrolio
Intanto, il prezzo del gas sembra stabilizzato. Se le prossime bollette, come si spera, torneranno a livelli accettabili, potremo finalmente vedere una luce in fondo al tunnel. Anche se, ricordiamolo, la tariffa del metano è ancora due volte e mezzo più alta rispetto a quella del 2020.
A preoccupare e, invece, un possibile rimbalzo del petrolio. Una delle possibili cause del rincaro è il drammatico e catastrofico terremoto in Turchia e Siria, che tra le altre cose ha causato la sospensione di un oleodotto e dell'attività di un impianto petrolifero.
Potrebbe pesare anche l'entrata in vigore, lo scorso 5 febbraio, dell'embargo sui prodotti russi raffinati, che rischia di privarci di un milione di barili al giorno, soprattutto di diesel leggero. Anche se, molto probabilmente, almeno una parte del greggio di Mosca ci arriverà “per vie traverse” - cioè con l'intermediazione di paesi terzi e un conseguente rebranding.
A preoccupare maggiormente è la speculazione che rischia di svilupparsi a partire dall'embargo: approfittando della mancanza del calmiere russo, i gruppi specializzati nella raffinazione potrebbero ritoccare al rialzo i loro prezzi. Anzi: forse lo hanno già fatto.
Tutto questo mentre i produttori europei di automobili stanno iniziando a prepararsi per la scadenza del 2035, anno in cui il prezzo del petrolio non sarà più centrale per i trasporti pubblici e privati. Rispondono a questa esigenza i nuovi progetti per il rilancio dell'alleanza franco-giapponese tra Renault, Nissan e Mitsubishi. Le tre case automobilistiche stanno sviluppando un approccio comune all'innovazione ibrida e soprattutto elettrica. Obiettivo, tenere il passo dei cinesi, che attualmente hanno un vantaggio competitivo molto forte in questo ambito, e creare economie di scala per affrontare le nuove sfide della mobilità.
L'allungo di Meta
Dati positivi sono arrivati da Meta, i cui risultati del quarto trimestre hanno nettamente superato le attese. La società di Facebook ha archiviato il periodo con ricavi pari a 32,17 miliardi di dollari, contro i 31,6 previsti. Il dato si è aggiunto alla performance eccezionale che l'azienda di Marc Zuckerberg ha registrato da inizio anno, un +50% che fa di Meta uno dei migliori titoli tecnologici.
Occorrerà però capire se il momento d'oro del gruppo potrà durare. Il vero banco di prova saranno il primo trimestre e la semestrale di quest'anno. A porre un freno al recupero prodigioso dell'azienda potrebbe essere lo scetticismo sul progetto-metaverso, che dopo le fiammate iniziali sembra relegato un po' in second'ordine. Questa novità (che novità non è, dato che un progetto simile era esploso, e poi imploso, con Second Life) resta una scommessa. A questa sfida saranno legati i prossimi risultati delle aziende che ne hanno fatto uno dei core business.
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Il record che non ti aspetti
Per i mercati europei, il primo mese del 2023 è stato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte. Il rimbalzo, che ben pochi avevano previsto, potrebbe però fermarsi in febbraio, frenato da un cambio di passo negli utili. Intanto, l'attesa delle nuove comunicazioni di Fed e Bce rende nervosi gli investitori
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Per le Borse, il primo mese del 2023 si è chiuso inaspettatamente in grande spolvero. In particolare, l'Europa ha archiviato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte, con un incremento dell'11% circa.
Anche l'ultima settimana completa del mese è andata molto bene, specialmente a Piazza Affari, che venerdì sera si è imposta come migliore Borsa europea. E che, in un anno, ha praticamente recuperato le perdite accumulate in precedenza.
Fra i settori più virtuosi, quello bancario, sostenuto dall'innalzamento dei tassi. Nei prossimi mesi è molto probabile che le aziende di credito siano in grado di proseguire il loro momento positivo, nonostante le prime sofferenze e insolvenze causate dal contesto economico. Questo potrà avvenire perché oggi le banche prestano denaro in misura molto minore rispetto al passato: per questo motivo hanno una posizione ben più solida rispetto a dieci anni fa, rinforzata anche dai nuovi requisiti di capitale introdotti in sede europea.
A brillare particolarmente sui listini italiani è Banco Bpm, che sta correndo dallo scorso dicembre e ha ampiamente superato i massimi del febbraio 2022. La situazione florida dell'istituto di Piazza Meda lascia aperte molte strade: la banca lombardo-veneta può essere appetibile sia come possibile oggetto di mire, sia come protagonista dell'acquisto di una banca piccola.
Improbabile, invece, che Banco Bpm possa essere interessata a rilevare Mps, a meno di partecipare all'operazione con un pool di banche – la classica “cordata”, operazione che sembra piacere particolarmente al ministero del Tesoro, primo azionista (con il 64%) del gruppo senese.
Attesa nervosa
Se la scorsa settimana le Borse hanno brillato, quella attuale si è invece aperta con un po' di nervosismo, sia in Europa, sia oltre oceano: solo Londra, fra i listini occidentali, è cresciuta, spinta dall'attuale sottodimensionamento britannico causato dai postumi della Brexit.
I motivi dello stop dei mercati sono essenzialmente tre. Il primo è, naturalmente, l'attesa delle conferenze di Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che decideranno se proseguire sulla politica di innalzamento tassi (scelta che, per la verità, è molto probabile, se non scontata), ma soprattutto diranno ai mercati con quale tono intendono proseguire.
In secondo luogo, è perfettamente naturale che le Borse rifiatino dopo un incremento così poderoso (oltre che, ripetiamolo, inatteso).
Infine, a contribuire a una certa ansia è l'arrivo imminente di alcuni importanti dati sugli utili (fra poche ore sono attesi i numeri di Meta, domani quelli di Apple). In generale, per quel che riguarda i dati che verranno pubblicati nel corso di febbraio, salgono i timori di revisioni al ribasso degli utili.
Piano Mattei
Continua intanto a scendere il prezzo del gas, che è poi una delle principali cause dell'inflazione europea. Complici le temperature miti (rese ancora più calde dal favonio in arrivo sul Nord Italia nei prossimi giorni) e il calo del dollaro, il metano potrebbe presto sfondare verso il basso il muro dei 50 euro per megawattora.
Nello stesso tempo, l'Italia si è assicurata una collaborazione importante con il governo libico: l'Eni ha infatti siglato un accordo con Noc, compagnia statale di Tripoli, per produrre gas localmente e acquistarlo per le nostre necessità. L'intesa, che ha suscitato una certa irritazione in Francia, fa parte del revamping del “piano Mattei”, che prevede una partnership fra l'Italia e i paesi africani, all'insegna della condivisione e non dalle logiche predatorie a cui, purtroppo, sono soliti indulgere i paesi occidentali. Proprio obbedendo a queste linee guida, l'obiettivo della partnership è quindi sia garantire energia ai cittadini libici, sia accrescere i flussi di gas verso l'Italia e l'Europa.
Nel caso della Libia, la collaborazione è paritetica: l'Eni investirà 8 miliardi di dollari, ma sarà l'unica società a versare soldi sonanti. Il 50% che la Libia mette sul piatto è infatti costituita dai giacimenti di cui Tripoli è ricca.
Usa-Cina, venti di guerra
Se il “piano Mattei” punta a renderci indipendente dal gas di Mosca, la guerra russo-ucraina continua a imperversare, senza che si intraveda la luce in fondo al tunnel. Come se non bastasse, alcuni giorni fa Mike Minihan, generale dell'aeronautica americana, ha paventato l'apertura di un nuovo fronte, affermando in un rapporto che entro un paio d'anni la Cina potrebbe invadere Taiwan. Operazione che rischierebbe di coinvolgere direttamente gli Usa.
Minihan ha invitato le truppe americane ad “accelerare” la preparazione di un eventuale conflitto fra Pechino e Washington. “Spero di sbagliarmi”, ha affermato l'ufficiale, “ma il mio istinto mi suggerisce che combatteremo nel 2025”.
Una guerra guerreggiata sarebbe, ovviamente, l'incubo più devastante per il mondo intero, che non vedrebbe vincitori, ma solo vinti. Un conflitto che si svolgerebbe in un contesto molto incerto, con una situazione militare favorevole per gli Stati Uniti ma un indubbio vantaggio tecnologico (e numerico) per la Cina.
Se si verificasse invece uno scontro essenzialmente economico, la crisi andrebbe a riverberarsi sull'intero occidente, ormai legato mani e piedi agli scambi con Pechino. Che avrebbe così una fortissima leva nei confronti degli Usa e dei suoi alleati, ben più forte che non il gas e il petrolio russi.
Etf, i più innovativi?
Intanto, un sondaggio realizzato da State Street Global Advisors e diffuso nei giorni scorsi rivela che, per la maggioranza degli investitori di Europa e Medio Oriente, l'Etf rappresenta lo strumento più innovativo realizzato nel mondo delle negoziazioni.
È davvero così? Per l'investitore retail, probabilmente, sì. Alla fine, le performance degli exchange traded fund convergono con quelle offerte dai fondi, ma con commissioni di gestione minori. Proprio per questo motivo, gli Etf hanno avuto l'indubbio merito di aver reso gli investimenti finanziari meno costosi per il cliente retail, aprendo il mercato anche a risparmiatori che in precedenza erano esclusi da questa attività.
Tuttavia, al di là del singolo strumento, è la creazione (e la gestione dinamica) di un portafoglio di investimenti diversificati a fare la differenza: se è corretto porre attenzione sul costo dei singoli strumenti, è indiscutibilmente vero che l'obiettivo di un investimento è quello di generare valore nel tempo, compatibilmente con gli obiettivi dell’investitore ed il suo profilo di rischio.
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