Federal Reserve: improbabile un taglio dei tassi a marzo
Jerome Powell ha messo le cose in chiaro: a meno di clamorose sorprese, la prossima riunione della Fed lascerà invariato il costo del denaro. L'annuncio ha contribuito all'apertura di una settimana fiacca per le Borse europee. Con l'eccezione di Milano, che ha approfittato dei risultati eccellenti di Unicredit per chiudere in rialzo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Continua la telenovela sul taglio dei tassi. Ora è la volta della Federal Reserve: il suo presidente Jerome Powell, confermando le indicazioni del Fomc, ha definito improbabile un calo delle percentuali già alla prossima riunione di marzo. L'inflazione sta scendendo, ha ricordato, ma occorre evitare il rischio di agire troppo presto (o troppo tardi, ha aggiunto). Per avviare l'allentamento delle condizioni monetarie il calo dell'inflazione dovrà dunque essere duraturo. In parole povere, negli Usa il taglio dei tassi può attendere.
Unicredit allunga
Le parole di Powell hanno influito sulle Borse europee, che hanno aperto questa settimana con ritmi molto fiacchi. Unica eccezione, Piazza Affari, che ha chiuso un lunedì brillante, a +1%. Tuttavia, il merito è quasi esclusivamente di Unicredit, schizzato a +8,2%. Il gruppo creditizio ha trainato il settore bancario e l'intero listino: senza Piazza Gae Aulenti, anche Milano si sarebbe allineata all'andamento degli altri listini europei. Il balzo in avanti di Unicredit dipende dai dati di bilancio, in special modo dall'utile raggiunto (decisamente superiore alle aspettative) e dai dividendi succulenti offerti agli azionisti. Nessuna novità, invece, sul fronte del risiko bancario: il ceo Andrea Orcel ha per ora escluso nuove acquisizioni. Il rally di Unicredit dà ragione a chi ha avuto la forza di tenere il suo titolo in portafoglio, nonostante le forti progressioni dell'ultimo anno e più. Chi ha acquistato le azioni della banca quando valevano 15 euro e le ha mantenute ha davvero fatto un grande affare. Che potrebbe rivelarsi ancora più proficuo in caso di un'ulteriore crescita – possibilissima, dato che i margini ci sono ancora.
Ferrari in pole position
La forza del settore bancario in un'epoca di tassi alti è strutturale e ampiamente spiegabile. Diversamente dalle “fiammate” contingenti, come lo sprint della Ferrari, salita del 10% dopo l'ingaggio a sorpresa di Lewis Hamilton. Un colpo che ha influito sulla Borsa più per l'approdo di sponsor e di attenzione sul Cavallino piuttosto che per ragioni più strettamente sportive, data anche l'età avanzata del fuoriclasse inglese. Non per niente, dopo l'allungo iniziale, i titoli della Rossa di Maranello hanno subito un riposizionamento.
Il punto sul petrolio
Tra i protagonisti di questi ultimi giorni il petrolio, che ha subito un calo sia nell'indice Brent, sia nel Wti, ma sempre all'interno della forbice tra i 70 e gli 80 dollari al barile. Tra i motivi dell'arretramento, il cauto ottimismo sulla crisi del Mar Rosso e le incertezze sul settore dei servizi in Cina. Cina che intanto ha registrato un cambio di gerarchia tra i suoi fornitori top: ora la leadership è stata conquistata dalla Russia, che con 107,02 milioni di tonnellate (+24%) ha superato l'Arabia Saudita. Mentre in India il greggio di Mosca è passato, dal 2021 a oggi, da quote trascurabili al 40% del petrolio importato, e in Brasile il gasolio russo ha superato quello americano. Petrolio e gas di Mosca sono stati dunque semplicemente dirottati dal mondo occidentale ad altri mercati, attutendo l'effetto delle sanzioni e creando problemi in una sola area geografica: l'Europa, che sta ancora arrancando a causa della ridotta fornitura a basso costo di gas russo. Unica eccezione, la Norvegia, Paese ricco di petrolio e gas naturale, che non aderisce né all'Unione Europea, né all'Opec ed è l'unico Stato europeo che, proprio per il greggio, ha i conti in attivo. Grazie anche alle massicce esportazioni di petrolio, Oslo ha visto il suo fondo sovrano battere tutti i record. Una strada che in futuro potrebbe essere percorsa anche dal Canada. Ottawa ha raddoppiato il Trans Mountain Pipeline, infrastruttura forse in grado di lanciare la Foglia d'Acero come Paese esportatore di petrolio. Potrebbe invece cavalcare la diversificazione energetica ed economica l'Arabia Saudita che, secondo rumours insistenti, starebbe esaminando la possibilità di vendere azioni di Aramco (la società petrolifera nazionale, maggiore esportatrice al mondo e quotata alla Borsa di Riad) per 10 miliardi di dollari. Un'operazione che comunque non intaccherebbe il controllo dell'azienda da parte dello stato (che ora, direttamente o indirettamente, si attesta sul 98%) e libererebbe una somma molto grande per i progetti sauditi, dal tentativo di conquistarsi uno spazio in ambito sportivo alla nuova città in progetto sul Mar Rosso.
La liquidazione Evergrande
In Cina è l'ora della liquidazione di Evergrande, sancita dall'alta corte di Hong Kong, che ha ufficializzato il fallimento gigantesco del colosso immobiliare. In realtà, però, il gruppo è in bancarotta da tre anni: nessuna sorpresa, dunque, nonostante le proteste dell'organizzazione di Shenzen, che ha conquistato il non invidiabile primato di gruppo real estate più indebitato al mondo, con un passivo-monstre di 350 miliardi di dollari. Di questi, 150 sono obbligazioni, contratte in giro per il mondo e ormai carta straccia. Piuttosto, la domanda d'obbligo è: lo stato si farà carico di completare i lavori edili già iniziati dalla società? Oppure sorgeranno “cattedrali nel deserto” e cantieri lasciati a metà e abbandonati? Difficile rispondere, anche perché a causa della crisi, molti cinesi inurbati in tempi recenti stanno tornando nelle campagne.
La protesta degli agricoltori
Prosegue la protesta degli agricoltori europei, spinti da una serie di motivazioni che, in alcuni casi, differiscono da Paese a Paese. In Francia, gli assembramenti di trattori hanno ottenuto un primo punto a favore, con il pronunciamento, da parte dell'intera classe politica, contro l'accordo di libero scambio Ue-Mercosur. In Italia, la protesta si concentra soprattutto sul contrasto alla diminuzione dei sussidi. Ma anche alla sostituzione di terreni agricoli con impianti fotovoltaici e al calo obbligatorio di aree coltivabili, sostenuti dalla commissione europea. Eventualità che, se davvero applicate, rischierebbero di far naufragare un settore di eccellenza come l'agricoltura del nostro continente, aprendo massicciamente i mercati a Paesi che non offrono la stessa qualità, né la stessa sicurezza su ogm, diserbanti e altre sostanze proibite in Europa. Ci perderebbero, dunque, sia gli imprenditori del settore (molti dei quali hanno aree dalle dimensioni non superiori a due ettari), sia i consumatori. A vantaggio delle grandi multinazionali. Proprio per la specificità dei prodotti della terra e la loro centralità nelle tavole delle persone, il settore agricolo dovrebbe essere l'unico da sussidiare in maniera continua e organica. A differenza del comparto automotive, che in Italia è stato aiutato in maniera massiccia nel corso degli anni. Non per niente, il diktat di Carlos Tavares – che ha affermato chiaro e tondo la possibile chiusura della produzione Stellantis in Italia in assenza di aiuti – ha suscitato reazioni irritate da governo, opposizioni e sindacati, mai così uniti come in questo frangente. Piuttosto, se si dovessero destinare sussidi all'industria, sarebbe preferibile dirottarli su Taranto, considerata l'attività strategica dell'Ilva. Mentre un aiuto alla ricerca sull'elettrico rischierebbe di creare un buco nell'acqua, dato che i consumatori italiani (e non solo) sono molto freddi nei confronti di queste vetture.
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Tecnologici in grande spolvero
Tornano a galoppare i titoli legati all'innovazione, che sostengono i listini americani con un rally robusto, forse eccessivo. Piazza Affari, invece, è stata tenuta a galla dai bancari ma ha subito il calo degli energetici. Il rischio geopolitico fa paura, ma finora la situazione resta ampiamente sotto controllo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Wall Street sta assistendo a un ritorno di fiamma dei titoli tecnologici, che stanno letteralmente sostenendo la Borsa americana. Questo rally, che ha contraddistinto l'inizio del 2024, è forte, e forse un po' eccessivo. Ma alla fine i mercati vanno a rotazione, e questo è il momento in cui a brillare sono i tecnologici. Il trend proseguirà o rallenterà in funzione degli utili, che via via vengono comunicati.
Un annuncio sbagliato
Mentre Wall Street è “tirato” dalla tecnologia, Piazza Affari ha assistito all'ennesima performance dei titoli bancari, ma anche al rallentamento degli energetici. Per spiegare quest'ultimo fenomeno, non basta la crisi del Mar Rosso che, anzi, per ora non ha un impatto forte come ci si aspetterebbe sui titoli energy. Ci sono, dunque, anche dinamiche interne. Come nel caso di Eni, il cui titolo è stato penalizzato dalla dichiarazione di Giorgetti: nel fine settimana, il ministro ha annunciato il collocamento sul mercato di 2 miliardi di euro di azioni Eni. Un errore clamoroso: solitamente, certe operazioni prima le si fa, poi le si annuncia. Altrimenti, nessuno compra più quei titoli fino al collocamento.
Sotto i 30.000 punti
Ieri, comunque, Piazza Affari ha fatto una breve puntata sotto la soglia psicologica del 30.000 punti. Nulla di drammatico: solamente scostamenti abbastanza gestibili per un indice che gira circa a nove-dieci volte gli utili attesi. La Borsa di Milano sta rifiatando, ma non ci si potrebbe stupire più di tanto se, una volta digerito il boom dello scorso anno, tornasse a sfruttare uno spazio di salita che è nelle sue potenzialità. Fino ad allora, mantenere le posizioni è sempre la strategia più consigliabile: il momento di comprare in maniera importante potrebbe arrivare se il ribasso si portasse oltre il 5%. Cosa peraltro non ancora avvenuta. Sui bond, invece, la soluzione migliore sembra quella di rimanere lunghi di duration.
Pop Sondrio, compratore in vista?
Tornando alle aziende di credito, sono ricorrenti le voci su Banca Popolare di Sondrio. L'istituto retico è stato l'ultima Popolare a diventare spa, dopo aver lottato per sei anni contro la trasformazione forzata decisa nel 2015 dal governo Renzi. Ma ora la banca, diventata contendibile dopo il cambiamento obtorto collo della ragione sociale, è molto interessante anche perché risulta tuttora l'istituto di credito meglio gestito degli ultimi 20 anni. Alcuni rumours hanno indicato Unicredit come possibile interessato a rilevare Pop Sondrio, ma il ceo Andrea Orcel ha negato in modo chiaro l'acquisto di azioni dell'istituto valtellinese. Certo è che Piazza Gae Aulenti, prima di fine anno, comprerà quasi sicuramente qualcosa. Difficile, però, intuire le possibili mire del colosso milanese.
Tassi: la luce in fondo al tunnel?
Dal lato tassi, finalmente si parla di un piano di arretramento. Dopo un balletto di dichiarazioni contrastanti da parte dei vari leader delle banche centrali, Christine Lagarde ha provato a dettare la linea, aprendo all'allentamento della stretta monetaria. Ovviamente, con molta prudenza. Per la presidente della Bce il calo del costo del denaro, su cui scommettono i mercati, è ora “probabile”, anche se “non posso sbilanciarmi", ha detto a Bloomberg Tv. "A meno che si verifichi un altro grave shock, abbiamo raggiunto il picco", ha comunque assicurato. Tuttavia, “dobbiamo restare restrittivi per tutto il tempo necessario". La strategia di Christine Lagarde – non abbiamo mancato di ricordarlo più volte – è stata a più riprese criticabile (lo ha affermato persino più di metà dei dipendenti Bce, che in un sondaggio del sindacato Ipso ha giudicato la sua presidenza “scadente” o “molto scadente”). Tuttavia, almeno in questa situazione, la sua indecisione è comprensibile. A causa della crisi del Mar Rosso, come abbiamo avuto modo di ricordare, un ritorno di fiamma dell'inflazione non è un'ipotesi così campata per aria, mentre l'economia europea (soprattutto quella tedesca) è in crisi. Una nuova situazione da “Scilla e Cariddi” difficile da sbrogliare: sarebbe imbarazzante per le banche centrali abbassare i tassi a causa della crisi economica proprio mentre l'inflazione torna a salire per la crisi di Suez. C'è solo da augurarsi che ogni decisione sia presa in modo rapido e reattivo e non - come è avvenuto quando è stata avviata la stretta monetaria - dopo settimane di tentennamenti, paure e ripensamenti.
Mercato unico dei capitali
Christine Lagarde ha anche insistito su un suo vecchio pallino: il mercato unico dei capitali, che aveva già caldeggiato due mesi fa al Congresso Bancario Europeo. Questo obiettivo, ha affermato la presidente Bce, non significa “eliminare le sedi di mercato rappresentate da Francoforte, Parigi, Milano o Dublino”, ma “portarle sotto un unico meccanismo, un unico insieme di regole e una sola autorità, come abbiamo fatto con la vigilanza bancaria”. Ma il vero punto è un altro: anche un mercato unico dei capitali sarebbe insufficiente. Perché o l'Europa è davvero una federazione e agisce come un Paese, con un bilancio federale approvato a Bruxelles e una vera unione fiscale, oppure rimarrà un'idea incompiuta.
L'esternazione di Dombrovskis
L'insistenza sul mercato unico dei capitali potrebbe essere anche una riaffermazione della volontà, da parte della banca centrale, di spingere per il Mes, ancora bloccato dall'Italia. Un argomento, quello del meccanismo di stabilità, che è stato affrontato apertamente da Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Europea e commissario al commercio, nella sua dichiarazione “a gamba tesa” contro la manovra finanziaria italiana. L'intervento di Dombrovskis, piuttosto irrituale, è stato smorzato da un portavoce della Commissione, che ha parlato di “errore di traduzione”, assicurando che la posizione dell'esecutivo europeo sulla legge di bilancio italiana non è cambiata dallo scorso novembre. Sarà. Ma non è così campato per aria pensare che la “bacchettata” di Dombrovskis sia il classico discorso “a nuora perché suocera intenda”: criticare, cioè, la manovra per spingere l'approvazione del Mes.
Panetta: “rimpatriare le aziende delocalizzate”
Ha fatto molto parlare l'intervento del governatore di Bankitalia Fabio Panetta al comitato esecutivo dell'Abi. Il numero uno di Via Nazionale ha affermato che l'economia italiana sarà praticamente ferma per il prossimo triennio. “Prevediamo che il 2023 si sia chiuso con una crescita del Pil dell'Italia intorno allo 0,6%-0,7% e che la crescita sia al di sotto dell'1% per il 2024 e intorno all'1% per il 2025”. Occhio al Mar Rosso: se ora non ci sono impatti, ha detto, “non si possono escludere in futuro.” Per contribuire al miglioramento della nostra economia, ha aggiunto, converrebbe un piano di rimpatrio in Italia (o almeno all'interno dell'Ue) delle aziende che hanno delocalizzato. “Abbiamo un terzo del Paese con un costo del lavoro più basso, una domanda non soddisfatta”, ha detto il governatore. L'appello di Panetta è assolutamente condivisibile. Se un Paese non dispone di aziende che lavorano sul proprio territorio, non ha il controllo della filiera produttiva e, nello stesso tempo, non crea posti di lavoro, impoverendo i cittadini e indebolendo la domanda. Sicuramente, per facilitare il reshoring, occorrerebbe intervenire finalmente sui lacci e lacciuoli burocratici, che non rendono attrattiva il ritorno delle imprese in territorio nazionale. E, magari, l'arrivo di altre aziende extra-europee.
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Borse in attesa delle banche centrali
I mercati hanno aperto il 2024 con uno storno, che però è stato recuperato totalmente all'inizio della seconda settimana di contrattazioni. Tra i motivi dell'incertezza, la cautela di Fed, Bce e Boe sui tempi e le modalità del taglio dei tassi. Su cui, tuttavia, ci sono motivi fondati di ottimismo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo due mesi scoppiettanti e un dicembre ancora molto brillante, le Borse hanno aperto il 2024 con calma e cautela. A imporre un certo rallentamento, i noti problemi geopolitici e l'incertezza sui tempi e le strategie delle banche centrali. C'è inoltre chi afferma che, dopo un periodo positivo così prolungato, un certo storno era da attendersi; qualcuno ha invece dato un'interpretazione più ottimista, derubricando la flessione a un normale periodo di trading range. La settimana in corso ha fornito le prime risposte: nel primo giorno della seconda settimana di contrattazioni, i mercati si sono già riportati ai livelli di fine anno. Lo hanno fatto persino i tecnologici americani, che dopo un breve ritracciamento hanno recuperato velocemente il terreno perduto, trainando anche il Nikkei. A mostrare un andamento più virtuoso, la Borsa di Milano, spinta – come succede ormai da tempo – dalla folta presenza dei titoli finanziari nell'indice. Senz'altro positiva, per Piazza Affari, anche la discesa dell'inflazione italiana, in controtendenza rispetto a quanto accade nel resto d'Europa, specialmente in Francia e Germania.
La “locomotiva” arranca
Il vortice inflattivo non è l'unica notizia negativa per Berlino, che ha archiviato, per il sesto mese consecutivo, un calo della produzione industriale manifatturiera (-0,7%, con un -4,8% dallo scorso novembre). Attualmente, a tenere in pista il Pil tedesco è solo il settore dei servizi. I motivi sono sotto gli occhi di tutti. Da una parte, la Germania è il Paese più penalizzato dalla situazione ucraina, poiché ha dovuto giocoforza rinunciare alla gran parte delle forniture di gas russo a basso costo, che favoriva un export molto competitivo. A questo, si aggiungeva la possibilità di potersi finanziare a livelli più bassi di altri paesi europei, grazie al differenziale favorevole. Alla crisi tedesca si aggiungono le manifestazioni degli agricoltori, che si sono uniti nella protesta ai colleghi olandesi e stanno bloccando le principali arterie viarie e autostradali del Paese con trattori e camion. Due i principali motivi del disagio: da una parte, l'abolizione dei benefici sul diesel 2 e di altre agevolazioni per il settore voluta dal governo Scholz; dall'altra, la programmata eliminazione, decisa dalle istituzioni europee, di una parte di produzione agricola e allevamento per restituire terreni alla natura. Un'operazione che, se realizzata, rischierebbe di causare alla Germania e all'Europa una drammatica perdita di produttività e, naturalmente, anche di posti di lavoro. Solo considerando le esportazioni, l'agricoltura tedesca vale circa 50 miliardi di euro: questo dato è sufficiente per comprendere quando gli interventi nazionali e comunitari potrebbero spedire nel baratro la prima economia europea. E, di rimando, l'intero continente, che già nel secondo semestre dell'anno ha evidenziato un problema di crescita rallentata.
Tassi, pensieri e parole
L'incertezza sul comportamento delle banche centrali dipende dall'atteggiamento dei loro dirigenti, che continuano a concentrarsi su una lotta senza quartiere all'inflazione (ormai sotto controllo) più che sul rallentamento delle economie. La Federal Reserve ha raffreddato gli entusiasmi, esprimendosi all'insegna della massima cautela. La Banca d'Inghilterra tace, nonostante gli appelli dei manager aziendali (“un taglio anticipato dei tassi”, ha detto a questo proposito Roger Barker, direttore delle politiche e della corporate governance dell'Institute of directors, potrebbe “aiutare a rilanciare la fiducia nel settore aziendale”). La Banca Centrale Europea, da parte sua, è stata molto chiara: il suo consigliere Boris Vujčić, governatore dell'istituto centrale croato, ha affermato che non si verificheranno tagli di tassi prima dell'estate. Le posizioni di Fed, Bce e Boe sono, tuttavia, mitigate da una certa fiducia indotta dalla logica, che suggerisce un ammorbidimento della stretta monetaria di qui a qualche mese. Soprattutto in considerazione delle scadenze elettorali in programma nel 2024. In un anno caratterizzato dal rinnovo dei parlamenti di Bruxelles e di Londra e della presidenza Usa, le banche centrali saranno costrette a impostare le loro strategie in un’ottica pro mercati. Specialmente negli Stati Uniti, dove la consultazione è vissuta in maniera particolarmente tesa. Tuttavia, dopo essersi impegnate in una folle gara a inseguimento per oltre un anno, le banche centrali non possono smentirsi in modo così palese, percorrendo il cammino inverso in fretta e furia e con uguale velocità, e soprattutto preannunciandolo apertamente. Nella migliore delle ipotesi, quindi, il cambio di rotta inizierà ad aprile o maggio. Ad aprire le danze sarà, molto probabilmente, la Federal Reserve. Non è escluso che la banca centrale americana prosegua nelle dichiarazioni all'insegna della cautela e cambi rotta a sorpresa, con pochi giorni di preavviso. A differenza della Bce, che proverà a “tenere duro” il più possibile.
Petrolio, il dietrofront saudita abbassa i prezzi
Se l'inflazione è sotto controllo, contribuisce anche il rallentamento delle materie prime, causato anche dal calo di domanda da parte della Cina. Il petrolio, in particolare, è sceso sotto quota 80 dollari al barile (il Wti si avvicina addirittura a 70). Il calo del prezzo del greggio, che avviene nonostante i noti problemi in Medio Oriente e sul Mar Rosso e malgrado le previsioni di segno opposto da parte degli esperti, dipende soprattutto dai tagli delle tariffe decisi dall'Arabia Saudita e dal contemporaneo aumento della produzione da parte dell'Opec. Una situazione abbastanza strana, se pensiamo che, fino a poco tempo fa, Riyad puntava a un calo della produzione, con un contestuale aumento dei prezzi. Questa posizione aveva convinto l'Angola a lasciare l'Opec, rischiando anche di portarsi dietro anche la Nigeria.
Cina, respiro dalla banca centrale?
Pechino sta invece cercando una riscossa, dopo il profondo rosso causato dalla bolla immobiliare e dal calo della domanda. A dare respiro a un'economia in sofferenza potrebbe essere la Banca Popolare Cinese, da cui ci si aspetta un calo degli accantonamenti obbligatori a cui le aziende di credito locali sono tenute. Un provvedimento che, se adottato, avrebbe un potenziale molto forte sul supporto all'economia in un momento di stagnazione. A questo si aggiunge che le aziende cinesi, essendo sussidiate dallo Stato, hanno la possibilità di mettere in atto politiche aggressive in termine di prezzo. Non per niente, Pechino è diventato il primo esportatore al mondo di automobili, superando il Giappone che da molto tempo dominava la classifica.
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Listini ancora incerti, ma salgono le preoccupazioni
Le Borse europee si trovano ancora in un periodo di piccoli scostamenti, che ha i connotati di un nuovo trading range piuttosto che di un calo. Tuttavia il conflitto in Medio Oriente, i timori per un lungo periodo di tassi bloccati su quotazioni alte e il nuovo rimbalzo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Piazza Affari ha chiuso la seduta di venerdì scorso in leggera flessione, ma archiviando una settimana positiva (+1,5%), in linea con le Borse europee. Prosegue così il nuovo periodo di piccoli scostamenti, che si sta confermando nel corso di questo inizio settimana, e che assomiglia più a un nuovo trading range neutrale piuttosto che a una flessione pronunciata. Il previsto calo fisiologico del mercato, dunque, non si è ancora verificato, dato che a settembre e nella prima parte di ottobre, sul lungo periodo, i bond hanno perso più della Borsa. L’incertezza consiglia dunque prudenza: sembra ancora valida la ricetta basata sul mantenimento e sugli acquisti limitati ai pochi settori tuttora redditizi (su tutti, i comparti bancario e petrolifero).
Rischi geopolitici
L’andamento a zig-zag dei listini è anche influenzato da vari fattori, alcuni negativi, altri positivi. Partiamo dai primi, tra cui non si può non inserire le questioni geopolitiche. Con l’escalation della guerra che oppone Israele ad Hamas (al sud) e ai filo-iraniani Hezbollah (al nord), si sono moltiplicati i timori di un allargamento del conflitto in Europa – purtroppo puntualmente avverati, con i tragici attentati al Louvre e a Bruxelles. E la paura latente del coinvolgimento di altre potenze dell’arena mediorientale, a cominciare dall’Iran. Questa situazione colma di paure e di pericoli, si inserisce a pieno titolo nello “scenario grosso” della guerra russo-ucraina e delle tensioni tra Cina e Taiwan: mentre gli Stati Uniti sono storici alleati di Israele, Mosca è vicina all’Iran, da cui acquista droni che poi impiega sui cieli di Kiev, e Pechino stessa ha avviato contatti con Teheran.
Tassi: è l’ora del plateau?
D’altra parte, la deflagrazione in Medio Oriente rende più difficile un nuovo rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea. Ma dallo stop ai rialzi all’inizio della discesa c’è di mezzo, come si usa dire, il mare. Da Marrakech, dove si sono svolti gli incontri annuali del Fmi, Christine Lagarde ha fatto capire che la stretta monetaria starebbe per finire. Ma che, molto probabilmente, i tassi resteranno bloccati per un bel po’ di tempo sul plateau, piuttosto che scollinare da un picco. “Il nostro obiettivo”, ha affermato la presidente Bce, “è riportare l’inflazione al 2% nel medio termine. Lo faremo”, ha aggiunto, “e saremo fermi abbastanza a lungo, pronti a fare di più se necessario”. Una posizione simile è stata espressa da Joachin Nagel, numero uno della Bundesbank, secondo cui il rialzo è stato forte e impetuoso, ma ora potrebbe essere ora di procedere all’alt: “una pausa”, ha sostenuto, “potrebbe essere un'opzione". Se non è una svolta, poco ci manca. La Germania, d’altra parte, è in recessione da nove mesi e rischia di portarsi dietro l’intera Europa: ora anche la sua banca centrale sembra essersene accorta. Con i tassi alti tutti i paesi, nessuno escluso, pagano interessi sul debito. Proprio mentre incombe il ritorno del patto di stabilità – una mina vagante, anche se è ormai sicuro che la sua nuova versione non sarà altrettanto dura come quella originaria.
Il gas schizza in alto
Dalle dichiarazioni di Christine Lagarde e Joachim Nagel si comprende comunque che il massimo risultato a breve termine sarà lo stop ai ritocchi verso l’alto, non la rapida inversione di tendenza. E ciò penalizza le Borse (titoli bancari a parte: come ha anche ricordato la presidente Bce, la stretta monetaria ha dato benefici agli istituti di credito). Come se non bastasse, il petrolio, dopo essere sceso verso gli 84 dollari al barile, è tornato sopra quota 90 (forse spinto dalla guerra in Medio Oriente) in un trading range alto. Ma la vera notizia negativa è l’improvviso rincaro del gas, che ha invertito la tendenza, sfondando il muro dei 50 euro al megawattora e poi assestandosi di poco sotto. La causa principale di questo improvviso rialzo è l’esplosione del Balticconnector, gasdotto che collega Estonia e Finlandia, che avrà un nuovo impatto sulle nostre bollette (anche se i problemi all’infrastruttura sembrano riparabili in pochi mesi). Detto questo, sembra che al Ttf non aspettassero che questo: la piazza di Amsterdam pare abbastanza manipolata dalle speculazioni.
Influssi positivi
Se problemi geopolitici, tassi alti e materie prime in aumento possono influire negativamente sui mercati, ci sono anche elementi in grado di controbilanciare i rischi. Come i primi dati, molto positivi, delle grandi aziende americane per il terzo trimestre 2023. Questi numeri hanno guidato la ripresa delle Borse Usa, con un S&P 500 tornato molto tonico, anche se i valori sono comunque compresi fra i 4.000 e i 4.500 punti, che è poi il target di fine anno. Questo nuovo trend potrà scatenare un effetto domino, o almeno influssi comunque positivi sulle Borse del nostro continente? Può darsi, anche se i mercati made in Usa sembrano correre di più (+1%) rispetto all’Eurostoxx, che fatica a tenere il passo (+0,5%). Per avere le idee più chiare occorrerà attendere le trimestrali delle aziende europee.
Birkenstock: quotazioni esagerate
Sicuramente, a dar man forte ai listini non è stata Birkenstock. L’azienda tedesca di scarpe e pantofole, da circa due anni controllata da un fondo sostenuto da Moët Hennessy Louis Vuitton, ha infatti perso circa il 12% nel giorno del suo debutto al Nyse. Per gli analisti, le cause dell’esordio deludente sono da ricercarsi soprattutto nella situazione attuale, e soprattutto – ancora una volta – nella grande crisi geopolitica e nel rallentamento dell’economia a causa dei tassi elevati. Nulla da dire: questi due fattori hanno particolarmente colpito il settore della moda, come molti altri. Ma c’è di più. L’azienda, pur in grande salute, è stata quotata a un prezzo troppo alto. Acquistare un’impresa a 4 miliardi nel 2021 e darne una valutazione doppia dopo soli due anni sembra un azzardo ben compreso dal mercato che, stufo di ipervalutazioni continue, ha emesso il suo duro verdetto. Dopo la picchiata iniziale, il titolo Birkenstock è rimbalzato, ma – a quanto sembra – non in maniera sufficiente per remunerare gli investitori della prima ora. Sicuramente, il consorzio di collocamento cercherà di tenere la quotazione più su possibile; tuttavia, a fine anno sembra più probabile che il titolo chiuda sotto quota 40.
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Flessione dei mercati: ritracciamento o ritorno dell'Orso?
Le Borse europee hanno archiviato settembre in decisa sofferenza, aprendo ottobre nello stesso modo. Ma occorre aspettare qualche giorno per comprendere se – a un anno dal grande rimbalzo del 2022-23 – siamo di fronte a un semplice calo fisiologico o a un trend negativo. Intanto, il rischio (scongiurato) di uno shutdown americano e la maggiore probabilità di un nuovo rialzo dei tassi Fed provocano un sell off delle obbligazioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il settembre delle Borse europee si è chiuso male e l'apertura del mese di ottobre ha confermato il trend al ribasso. Con una costante: sia venerdì, sia lunedì sera Piazza Affari è stata maglia nera continentale, con cali di oltre l'1% a seduta. Solo il ribasso del petrolio, sorprendentemente sceso sotto i 90 dollari al barile, ha dato un po' di fiato agli investitori, anche se il graduale arretramento dell'euro nei confronti del biglietto verde può attutirne gli effetti.
I motivi della flessione
Siamo dunque arrivati al pronosticato e temuto trend negativo? Non è ancora detto. Finora è più corretto parlare di ritracciamento, di listini europei che stanno arrancando: nei prossimi giorni si vedrà se siamo di fronte a un mercato Orso di lungo termine o a un calo fisiologico temporaneo. In qualsiasi caso, tuttavia, le cause dello stop, sono già abbastanza chiare. Prima di tutto la stagionalità: come ricordato più volte, l'autunno è il periodo in cui le Borse solitamente rifiatano e si riposizionano verso il basso. Ha fatto eccezione l'anno scorso, con l'inversione di tendenza e il lungo rimbalzo partiti proprio il 6 di ottobre; tuttavia, la riscossa dei mercati è giunta, quasi fisiologica, dopo un lungo e drammatico trend in discesa. Altra causa, la natura dei listini europei, differenti da quelli americani: i primi sono mercati di flussi, molto sensibili alla recessione, i secondi di investitori. Naturalmente, ha influito anche la crisi immobiliare cinese, soprattutto in una situazione in cui Pechino è uno sbocco molto forte per l'economia tedesca. Economia che traina l'Europa e che è già in recessione da inizio anno, provocando (proprio per la già menzionata natura delle Borse continentali) un graduale ritiro da parte degli investitori. Senza parlare della guerra russo-ucraina, di cui non si vede la fine, e della consapevolezza, da parte degli investitori, che la situazione delle economie mondiali è peggiore rispetto a quanto riportano i giornali.
Powell torna falco
Last, but not least la politica monetaria di Banca Centrale Europea e Federal Reserve; quest'ultima, ritenuta ormai vicina a fermare l'aumento dei tassi, è tornata sui suoi passi: il suo presidente Jerome Powell ha delineato un futuro “lacrime e sangue”, portando la sua popolarità ai minimi dai tempi della prima emergenza Covid: non per niente, i suoi incontri con gli imprenditori americani sono sempre più difficili e controversi. In un confronto con rappresentanti delle aziende e della società civile a York (Pennsylvania), per esempio, il presidente della banca centrale americana ha evitato accuratamente di parlare delle strategie monetarie o degli scenari dell'economia, limitandosi a ricordare che le conseguenze economiche causate dalla pandemia non sono ancora state del tutto risolte. A parlare di tassi ci ha però pensato Michelle Bowman, influente consigliera della Fed, che ha sottolineato la necessità di alzare nuovamente il costo del denaro, per raggiungere il “mantra” del 2% di inflazione.
Shutdown scongiurato
Intanto però l'economia americana sembra ben più resiliente rispetto a quella europea. La convivenza tra due macrotrend in apparente dicotomia (la stretta monetaria e le condizioni economiche ancora buone) ha spinto in alto il dollaro, che come già detto, prosegue ad avanzare sull'euro, e ancora di più sullo yen, anche se sembra difficile che la banca centrale giapponese cambi la sua strategia ormai tradizionale di tassi in territorio negativo – soprattutto perché l'inflazione nipponica non è più alta rispetto a quelle di Europa e Stati Uniti. Sicuramente, a dare forza al biglietto verde ha contribuito anche il rischio shutdown, che paradossalmente ha convinto gli investitori a cercare rifugio proprio nella valuta americana. Il blocco delle attività amministrative è poi stato scongiurato da un accordo che ha costretto l'amministrazione democratica a rinunciare a finanziare l'Ucraina per 6,2 miliardi di dollari di aiuti. Il compromesso con i repubblicani moderati ha tuttavia causato un sell off di obbligazioni (prima negli Usa, poi a livello mondiale) proprio perché l'intesa anti-shutdown ha reso più probabili nuovi rialzi ai tassi Fed. Per i bond, dunque, siamo molto vicini ai massimi di rendimento, che quest'anno sarà prossimo allo zero.
Gas russo, qualcosa si muove
Novità sul fronte del gas russo: la Commissione Europea ha consigliato di eliminare il divieto permanente di importazione da Mosca proposto dal Parlamento Ue. Meglio, secondo l'esecutivo dell'Unione, concedere semplicemente ai singoli Stati membri l'opportunità di introdurre un divieto provvisorio di import da Russia e Bielorussia nel caso in cui se ne presentasse l'esigenza per motivi di sicurezza nazionale. La nuova posizione della Commissione Europea arriva proprio nei giorni in cui – oltre alla già citata revoca della tranche di aiuti americani all'Ucraina – le elezioni slovacche hanno visto la vittoria della sinistra di Robert Fico, contrario a fornire nuove armi a Kiev.
Mercati a un bivio?
In che modo comportarsi nell'agone borsistico in questo periodo di incertezza? Difficile dirlo. Nel dubbio, la soluzione migliore sembra ancora l'attesa. La situazione non è ancora emergenziale e il momento di comprare non sembra ancora giunto. Prima di muoversi in forze, è forse saggio attendere l'eventuale calo del mercato americano. Nel corso di questi due mesi sembra possibile un'erosione del 4%-5%: se ciò dovesse accadere, c'è da sperare che l'arretramento sia veloce, piuttosto che lento, graduale e snervante. Occorrerà anche considerare le tensioni sullo spread italiano, alimentate dalle paure crescenti (e le pressioni) sui conti pubblici italiani e già anticipate dalle previsioni delle grandi banche d'affari
I tassi sempre più su
Le speranze di uno stop alla stretta monetaria sono state vanificate dai nuovi rialzi decisi dalla Banca Centrale Europea. “Ora non possiamo dire di essere al picco”, ha dichiarato apertamente la presidente Christine Lagarde, ma la recessione dilagante fa pensare che alla prossima riunione si deciderà la fine degli aumenti o almeno uno stop.
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il nodo è stato sciolto: la Banca Centrale Europea ha nuovamente alzato (con decisione non unanime) i tassi di interesse degli ormai consueti 25 punti, segnando il decimo aumento consecutivo e stabilendo il record del 4,50%. Vane tutte le speranze in senso contrario: la maggioranza dei “falchi”, lungi dall’assottigliarsi in maniera determinante, ha nuovamente tirato fuori gli artigli. E questo nonostante la Germania sia già in recessione. Il motivo del rialzo è sempre lo stesso: “l’inflazione”, ha detto Christine Lagarde, presidente della Bce, “continua a diminuire, ma ci si attende tuttora che rimanga troppo elevata per un periodo di tempo troppo prolungato”. Il solito mantra è l’obiettivo del “2% nel medio termine”. La presidente Bce non ha escluso una pausa, ma ha lasciato le porte aperte anche a un nuovo rialzo: “ora non possiamo dire di essere al picco dei tassi", come dichiarato senza mezzi termini, rispondendo a una domanda in conferenza stampa.
Crescono i malumori
La decisione della Banca Centrale Europea ha lasciato scontenti molti esponenti del mondo economico e politico. Tra gli addetti ai lavori sta girando una battuta sarcastica: “la Bce ha rivisto al ribasso le previsioni sull'economia e per essere sicura di centrare le previsioni ha alzato ancora i tassi”. Scherzi a parte, il consiglio dell'istituto centrale è composto da persone competenti: per questo motivo, è più che lecito chiedersi perché, pur conoscendo bene la stagnazione attuale dell'economia europea, prosegua imperterrito ad avvitare i bulloni della stretta monetaria. La prosecuzione dei rialzi mette in difficoltà tutti i paesi, in particolare quelli più indebitati, creando nuovi rischi di tenuta (e, forse, persino di sopravvivenza) per l'euro. All'Italia, in particolare, la stretta monetaria costerà 12 miliardi nel 2023, e 18 l'anno prossimo. Grandi società internazionali, come Goldman Sachs e Morgan Stanley, iniziano già a prevedere una salita dello spread, resa ancora più probabile dallo stop all'acquisto di titoli di stato italiani da parte della Bce.
Tassa sulla povertà
Oltre a questo, gli interessi alti sono anche una tassa sulla povertà: i più abbienti possono permettersi di investire il loro denaro ricevendo interessi sicuri da conti deposito, titoli di stato o obbligazioni, mentre quelli con difficoltà economiche non ne hanno l'opportunità. In compenso, questi ultimi devono fronteggiare un'inflazione sferzante, acuita dal recente rialzo del petrolio. Il greggio, anche per l'accordo tra Russia e Arabia Saudita in ambito Opec+, sta ormai galoppando verso quota 100, portando nuovi aumenti su molti prodotti al dettaglio, oltre che sul costo dei trasporti su gomma. E mettendo a serio rischio-crollo la produzione industriale europea. Nonostante i dieci rialzi consecutivi dei tassi, l'euro flette sul biglietto verde. L'incremento del valore del dollaro sulla nostra moneta dipende anche dalla crescita della ricchezza di famiglie e privati americani, nonostante l'esplosione del debito che ha recentemente portato al rischio di blocco di tutte le attività pubbliche. In aggiunta, gli Usa possono sopravvivere con il solo mercato interno, dispongono di materie prime e battono la valuta di riferimento per il mercato mondiale. Un vantaggio non da ridere, anche in presenza di un debito molto alto.
Forse non sarà domani. O forse sì
Considerata la posizione di Christine Lagarde e l'insistenza del consiglio su una linea incapace di cambiare strategie in corsa, è lecito domandarsi quando la Banca Centrale avrà il coraggio di invertire la marcia. Tutto è possibile, soprattutto esaminando la rigidità dei “falchi”. Tuttavia, è sensato pensare che questo aumento dovrebbe essere l'ultimo. O, almeno, che la Bce segua l'esempio della Fed e conceda un po' di respiro all'economia, optando per una pausa. Le pressioni in questo senso sono sempre più frequenti. Non per niente, rumours ricorrenti parlano di un ritorno di Mario Draghi in un ruolo europeo. L'ex presidente Bce, ricordiamolo, è l'uomo del whatever it takes, strategia del tutto opposta a quella attuale, che sembra disinteressata ai paesi con debito pubblico alto e, di riflesso, ai destini dell'euro.
Patto di stabilità: l'urgenza di una riforma
La crisi che morde rende oltremodo necessario che le trattative per la riforma del Patto di Stabilità vadano avanti spedite, accantonando le rigidità degli anni passati. I paesi membri dell'Ue hanno espresso il proposito di cambiare le regole entro fine anno, mentre gli ottimisti sperano di chiudere la partita già a fine ottobre (“il 70% del testo della nuova regolamentazione è più meno accordato”, ha detto Nadia Calviño, ministro dell'Economia e dell'Industria del governo spagnolo). Tutti sembrano voler evitare il ritorno alle vecchie regole, che con l'economia in recessione, l'inflazione e i paesi indebitati a rischio potrebbero avere conseguenze devastanti. E anche influire sulle elezioni europee, aprendo a uno scenario che sicuramente non piace agli attuali membri della Commissione.
Sorpresa Borse
In tutta questa situazione come hanno reagito le Borse? Sorprendentemente bene. Nonostante il rialzo dei tassi, infatti, i listini europei sono saliti; in particolare, Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana con una crescita di oltre il 2%. La riapertura di lunedì scorso ha poi evidenziato un arretramento, ma i mercati tutto sommato tengono, anche se quelli americani sembrano attualmente più resistenti. In ogni caso - nonostante la recessione, la scarsità di idee che emerge in questo periodo e l'atavica tendenza all'arretramento di settembre e ottobre - il mercato sembra non aver voglia di scendere. A questi prezzi, è quindi consigliato mantenere le posizioni, puntando soprattutto sui petroliferi come titoli difensivi, su qualche farmaceutico e ancora sulle banche. Il motto è: non mettere e non togliere: al limite, spostare, ma non di molto.Dal lato obbligazionario sono invece interessanti, nonostante il rialzo dei tassi, i bond a cinque anni di durata, che restituiscono più dell'inflazione attesa.
Euro digitale
Nel mentre, la Commissione Europea sta preparando l'introduzione dell'euro digitale, che non è altro che la versione virtuale dei contanti, garantita dall'Eurotower e scambiabile con il cash a valore nominale, senza commissioni (il che lo differenzia dalle carte di pagamento). Il progetto, che potrebbe essere operativo entro cinque anni, divide le banche europee, ma è talmente sentito da convincere la Bce a nominare, come membro italiano proprio un superesperto in valuta digitale, Pietro Cipollone, al posto di Fabio Panetta, che dal prossimo 1 novembre si insedierà a Palazzo Koch come governatore della Banca d'Italia. Il progetto non è una grande rivoluzione, avendo comunque dinamiche simili a quelli delle carte di pagamento; tuttavia c'è spazio anche per preoccupazioni legate alla privacy dei dati e alla possibilità, da parte delle autorità, di controllare i comportamenti dei cittadini o addirittura di bloccare la possibilità di utilizzare il denaro. Certamente, l'euro digitale è un alleato per prevenire le frodi, ma a condizione che si eviti la perdita di libertà e di privacy per i cittadini.
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Evergrande, niente di nuovo sotto il sole
La mossa del gruppo immobiliare cinese, che ha presentato istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale di Manhattan, non rappresenta una grande novità, dato che la società era di fatto già fallita due anni fa. A preoccupare sono altri rischi, ben più inquietanti...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La tranquillità che solitamente si accompagna all'agosto del mondo finanziario è stata apparentemente scossa dal caso Evergrande. Proprio due giorni dopo Ferragosto, il promotore immobiliare cinese ha dichiarato bancarotta protetta negli Stati Uniti, depositando l'istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale fallimentare di Manhattan. Evergrande proverà a ristrutturare il debito offshore e sta già imbastendo trattative a Hong Kong con i molti creditori (per centinaia di miliardi di dollari).
Timori esagerati
I giornali hanno fatto di questa notizia un lancio da prima pagina, accanto alle solite news sul nuovo anticiclone caldo e le altrettanto usuali indiscrezioni politiche. A rimbalzare sul tam tam di giornali, radio, televisioni e testate web sono state due domande: “Siamo di fronte a una nuova Lehman?” “Il Chapter 15 di Evergrande porterà fallimenti a catena?”. Questi timori sono per lo meno esagerati. Perché Evergrande era già fallita due anni fa in Cina, quando non aveva rimborsato i suoi obbligazionisti. E la mossa del promotore immobiliare negli Stati Uniti è stata poco più che un colpo di coda di una situazione già giudicata drammatica nel 2021. In altri termini, probabilmente non si verificherà una nuova Lehman, anche se certamente si possono prevedere alcune conseguenze serie.
Zhongrong e le banche ombra
A destare preoccupazione sono invece intervenute altre situazioni problematiche, in una bolla più ampia che sembra aver decretato la fine del boom cinese. Tra queste, la crisi di Zhongrong Trust, che non ha rimborsato gli importi dovuti agli investitori e che, secondo le stime, sarebbe indebitata per circa 3mila miliardi di dollari – una somma forse troppo cospicua per sperare in un intervento pubblico. Il caso Zhongrong potrebbe nascondere una crisi più ampia delle banche ombra cinesi, con conseguenze molto critiche per il sistema economico di Pechino. Oltre a questo, fa paura la scelta, da parte delle autorità della seconda potenza mondiale, di non diffondere i dati sulla disoccupazione giovanile, evidentemente troppo alti e in grado di generare timori diffusi. Il rallentamento di Pechino, tuttavia, non dipende solo da dinamiche interne al mercato cinese, ma anche dalla strategia America First lanciata da Donald Trump e confermata da Joe Biden, che ha riportato in patria varie attività in precedenza delocalizzate in Cina. Una mossa che ha costretto Pechino a rinsaldare i rapporti, anche economici, con i Brics, rafforzando alleanze con paesi una volta rivali (India e Russia). Questi accordi, prevedibilmente, diventeranno ancora più stretti dopo le iniziative economiche e geopolitiche intraprese dagli Stati Uniti, come il recente vertice multilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud. Troppo enfatizzati, infine, l'effetto del taglio dei tassi deciso dalle autorità economiche di Pechino per spingere i cittadini ai consumi (in un trimestre sono passati dal 2,65% al 2,50% - quasi un'inezia) e il presunto “crollo” dello yuan, che in un anno ha perso poco più del 3% nei confronti del dollaro. Una percentuale certamente minore rispetto a quanto l'euro aveva lasciato sul terreno nei mesi successivi all'attacco russo in Ucraina.
Il crollo del rublo
Se per lo yuan non si può parlare di “crollo”, ma solo di calo – e non così pesante – la situazione del rublo è invece molto seria. La moneta russa ha infatti perso il 40% circa su euro e dollaro. Che cosa ha causato la picchiata della divisa di Mosca? La risposta non è automatica, dato che l'economia russa è piuttosto opaca e i suoi numeri sono difficili da leggere in modo esaustivo. Quasi certamente, però, a causare la crisi è stato soprattutto lo sforzo economico per sostenere la guerra, combinato con la natura del rublo che, in quanto moneta parzialmente liquida, è più volatile rispetto ad altre divise. Ha contribuito anche l'indebitamento maggiore del paese, che ha risentito del blocco di potenziali compratori di valuta da parte del mondo commerciale. D'altra parte, però, la Russia ha aperto fronti (politici, ma anche economici) in Africa, attirando nella sua sfera di influenza alcuni paesi ricchi di materie prime - ultimo tra i quali il Niger, che dopo il colpo di stato si è allontanato dall'atavico controllo francese post-coloniale per avvicinarsi a Mosca. Un allargamento a macchia d'olio dell'influenza russa (e cinese) in Africa potrebbe rivelarsi in grado di dirottare molte materie prime lontane dal mondo occidentale e di utilizzare forti ondate migratorie come arma di ricatto nei confronti del Vecchio Continente.
Rischio pantano per l'economia
Un'Europa che, intanto, dibatte ancora sui tassi. Perché non è detto che la stagione dei rialzi sia archiviata: è stato ipotizzato (anche se, per la verità, non è molto probabile) che, nonostante le ultime dichiarazioni abbastanza rassicuranti in casa Bce, i falchi finiscano per prevalere. E per imporre un nuovo ritocco verso l'alto. Prima che, finalmente, si possa dire la parola fine sulla stretta monetaria e iniziare a pianificare il ritorno “a valle”. Eppure, l'inflazione europea è in discesa: si può prevedere che a fine anno ci attesteremo fra il 3% e il 4%. Il campanello d'allarme ora è un altro: si è tirata troppo la corda e l'economia si sta impantanando un po' ovunque. E' possibile che nel 2024 la Bce sia costretta ad abbassare i tassi con una velocità maggiore rispetto alle previsioni, per scuotere un'economia in stallo ed evitare una recessione profonda e molto pericolosa. Un dato simbolico che fotografa questa situazione è rappresentato dalle presenze 2023 nelle nostre località di mare, che nonostante la voglia di vacanze dopo anni di restrizioni Covid ha comunque fatto registrare un preoccupante -20% anno su anno. Una tendenza al risparmio che si è vista anche nei supermercati, dove da un po' di mesi i prodotti vicini alla scadenza (e quindi molto scontati) sono molto più gettonati rispetto agli anni precedenti.
Rischi anche negli Stati Uniti
Nonostante la natura diversa dell'inflazione americana, che ha reso più giustificati (o meno ingiustificati, fate voi) gli aumenti dei tassi decisi dalla Fed, anche negli Stati Uniti la stretta monetaria sta presentando problemi. Forse ancora più preoccupanti. Uno dei campanelli d'allarme evidenzia il rischio dei tassi alti sull'immobiliare americano e sui rifinanziamenti dei private equity, che rischiano (ben più del crack Evergrande) di causare una nuova crisi globale. Anche la Fed potrebbe vedersi costretta, dal 2024 in avanti, a un tour de force in discesa, per evitare all'economia americana di fermarsi. E per cercare di disinnescare “bombe inesplose” disseminate sul terreno accidentato del real estate.
Piazza Affari, rimbalzano i bancari
Intanto, le Borse europee hanno chiuso la settimana un po' in flessione. Soprattutto Piazza Affari, che ha ancora risentito del calo degli onnipresenti titoli bancari, a causa della tassa sugli extra-profitti. Venerdì scorso, Milano ha chiuso a -0,42%, dopo essere scesa più volte sotto l'1%. La controtendenza, però, non si è fatta attendere: lunedì i bancari sono generalmente risaliti. Perché, molto probabilmente, si è rimarginato un timore che in fondo è soprattutto psicologico. Nella peggiore delle ipotesi, la tassa - ammesso che si riveli un prelievo una tantum – avrà un impatto del 10% sugli utili netti di quest'anno e le conseguenze si riveleranno così assolutamente gestibili. In questa situazione, per gli investitori, è bene tenere le posizioni. E aspettare le prime indicazioni relative all'apertura di settembre, che tradizionalmente chiude il classico “armistizio” estivo delle Borse.
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Debito pubblico Usa: tiene banco il downgrade di Fitch
L'agenzia di rating ha portato la valutazione del deficit americano da AAA ad A+, scatenando le proteste dell'amministrazione Biden. Ma la decisione non fa che allinearsi a una mossa simile di Standard & Poor's, che aveva abbassato il “voto” dello Zio Sam nel lontano 2011. E da allora, la situazione del disavanzo di Washington è decisamente peggiorata
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse è stata influenzata dal downgrade del debito sovrano americano da parte di Fitch, che lo ha abbassato da AAA a AA+. L'agenzia di rating ha spiegato la decisione con un deterioramento di bilancio previsto per il prossimo triennio, l'assenza di un piano fiscale nel medio termine, la recessione attesa per i prossimi due trimestri e il rallentamento della crescita del Pil.
Le proteste del Tesoro americano
Il nuovo rating di Fitch ha prontamente scatenato proteste da parte dell'amministrazione Biden. In particolare, Janet Yellen ha definito la retrocessione “arbitraria” e “obsoleta”, perché – sempre secondo il segretario al Tesoro Usa – si basa su dati vecchi. Ma, visto da un osservatorio più neutrale, il downgrade non rappresenta nulla di nuovo. Anzi: adegua la visione di Fitch a quella di Standard and Poor's, che abbassò la valutazione del debito statunitense nel lontano 2011, intuendo quanto stava accadendo in seguito alla crisi finanziaria deflagrata tre anni prima. E da allora, per lo Zio Sam, le cose sono cambiate, sì, ma in peggio. La tendenza riscontrata da S&P con la sua decisione (che fu vista come clamorosa) è peggiorata ancora: in totale, negli ultimi 15 anni, il debito americano è più che triplicato, ultimamente anche per effetto del Covid. A stupire non dovrebbe, dunque, essere il downgrade, ma che Fitch se ne sia accorto solo ora. E che, in generale, le agenzie di rating abbiano effettuato aggiustamenti tutto sommato lievi rispetto alla situazione. Se davvero, come si usa dire, a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca, verrebbe da collegare l'approccio tutto sommato “morbido” delle società di valutazione con il fatto che la loro sede è in territorio americano. In caso contrario – se i rating, cioè, dovessero davvero riflettere la situazione reale del debito – il “voto” a Washington non sarebbe tanto diverso da quello attribuito all'Italia. Tanto più che il deficit pubblico Usa – ben superiore al nostro – non conteggia il debito dei comuni e degli stati, ed è quindi potenzialmente più profondo di quanto evidenziato.
Borse in calo
L'aggiustamento in basso da parte di Fitch è quindi una tempesta in un bicchier d'acqua. Così come sono probabilmente esagerate le conseguenze che molti osservatori hanno voluto derivare dalla diminuzione del rating. È vero che le Borse europee hanno chiuso la settimana in negativo (con Milano a -3,1%) e che anche i listini asiatici hanno registrato un calo, ma il downgrade non può essere visto come l'unico responsabile. In particolare nel nostro continente, una piccola correzione era già in atto, dopo un semestre che ha alternato grandi balzi in avanti con un periodo di trading range lungo e tutto sommato rassicurante. Anche il rialzo del prezzo del petrolio dipende dal declassamento del deficit americano fino a un certo punto. Lo spostamento della forbice nell'intervallo compreso tra gli 80 e i 90 dollari, tra l'altro già in atto, sembra causato anche da altri fattori: tra questi, i prevedibili aggiustamenti estivi, ma anche i bombardamenti sui porti russi del Mar Nero, che comincia a chiudersi come spazio di navigazione, una possibile richiesta di greggio russo da parte della Cina e la spaccatura dell'Africa sul colpo di stato in Niger. Il rincaro del greggio rende comunque appetibili gli investimenti sul settore petrolifero.
Banche, la tassa sugli extraprofitti
Nel mentre, a inizio settimana, Piazza Affari ha proseguito a evidenziare una certa sofferenza. I nuovi cali, intorno al 2%, sono stati causati soprattutto dalla forte flessione dei titoli bancari, che ha raggiunto anche il 6-7%. Il ribasso, a sua volta, dipende in gran parte dalla nuova misura del governo, che il 7 agosto ha introdotto un prelievo fiscale straordinario, pari al 40%, per gli extraprofitti delle banche (evidentemente, come spesso accade, c'era chi sapeva qualcosa in anticipo). La tassa, che dovrà essere saldata il prossimo anno, servirà – ha specificato una nota dell'esecutivo - per finanziare il “fondo per i mutui sulla prima casa e per interventi volti alla riduzione della pressione fiscale”, tutelare gli “utenti dei servizi di trasporto aereo e terrestre; incentivare gli investimenti, anche in riferimento al settore dei semiconduttori e della microelettronica; intervenire su specifiche attività economicamente rilevanti, in particolare nel settore della pesca e delle produzioni vinicole". L'intervento del governo intende lanciare un monito agli istituti di credito, che con l'inizio della stretta monetaria Bce hanno prontamente alzato i tassi passivi dimenticandosi di fare altrettanto per quelli attivi. In questo modo, le banche hanno probabilmente inteso recuperare i magri ricavi raccolti quando i tassi erano negativi. Misure di questo tipo, tuttavia, mostrano tutti i loro limiti, per il carattere nazionale dell'intervento, che rischia di minare la competitività delle banche italiane rispetto a quelle del resto d'Europa. Diverso sarebbe se fosse l'Ue a occuparsi, in maniera uniforme, della questione. O, meglio ancora, se ci fosse un'autorità di garanzia europea incaricata di vigilare su eventuali distorsioni di questo tipo. E rilevare i casi in cui i gruppi creditizi hanno proseguito a remunerare con lo 0% i conti dei piccoli clienti, offrendo nel contempo a quelli grandi i pronti contro termine con rendimenti simili a quelli dei bot. Detto questo, è il mercato che ha già risposto a questa strategia delle banche: i clienti hanno spostato pian piano la liquidità dai conti correnti ad altre forme di investimento, o ai sicuri e redditizi conti deposito ampiamente pubblicizzati dalle aziende di credito più lungimiranti.
Trimestre anti-inflazione
Il governo sta cercando di agire sul fronte del caro-prezzi anche con un'iniziativa che ha fatto parlare: il “trimestre anti-inflazione”, che scatterà dal prossimo 1 ottobre. Si tratta di un'iniziativa, introdotta in seguito a un accordo fra il ministero delle Imprese e del Made in Italy e alcune sigle di rappresentanza di commercio, distribuzione, farmacie e parafarmacie (non dell'industria, almeno per ora), che prevede prezzi calmierati su vari articoli. Nel dossier, che sarà definito nel successivo incontro del 10 settembre, ci sono prezzi fissi e scontati, ma anche attività promozionali. “Con il paniere calmierato”, ha detto il ministro delle Imprese Adolfo Urso, “siamo convinti di poter dare un definitivo colpo all'inflazione riconducendola a livelli naturali. Proprio ieri secondo i dati Ocse, l'inflazione in Italia nell'ultimo mese scende dal 7,6% al 6,4%, con un calo di 1,2 punti percentuali, maggiore a quello registrato nell'area Ocse dove l’indice dei prezzi al consumo si è ridotto in media dello 0,8%. Un trend consolidato proprio grazie all'effetto del costante monitoraggio dei prezzi effettuato dal Mimit, con i nuovi poteri conferiti dal decreto trasparenza di gennaio, e anche all'impegno già in atto della filiera della distribuzione e del commercio, che in questi mesi ha svolto un ruolo importante nel contenimento dei prezzi e nella tutela del potere di acquisto delle famiglie”. Resta, però, escluso il settore che ha subito il caro-prezzi maggiore: quello dei servizi. Nei mesi estivi si sono verificati forti rincari di ristoranti e alberghi (prezzi che, come è facile da comprendere, sono impossibili da controllare e calmierare), ma anche di voli, soprattutto nazionali, e delle tariffe ferroviarie. Queste ultime, è persino inutile ricordarlo, difficilmente caleranno con il ribasso dell'inflazione. La storia ci insegna, infatti, che una volta alzate, le tariffe ferroviarie, come quelle autostradali, non calano più.
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Golpe in Niger: nuove incertezze sulle materie prime
La presa del potere dei militari nel paese saheliano lancia l'allarme energia in Francia, e a cascata nell'intera Unione Europea. Per Parigi, Niamey è infatti un fornitore importante di uranio, fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari. E, sul fronte gas...
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La settimana delle Borse ha evidenziato un calo tutto sommato contenuto di Piazza Affari, che ha però chiuso come fanalino di coda dei listini europei. Niente di cui preoccuparsi, comunque. Un po' perché la diminuzione è comunque di decimali, in un contesto di leggeri rialzi e ribassi, un po' perché da inizio anno la Borsa di Milano ha registrato un avanzamento di quasi il 25%.
Banche, stress test ok
Un grande merito è, naturalmente, del settore bancario, che ha premiato gli investitori in modo sostanzioso, con dividendi in alcuni casi impensabili. E che ha letteralmente tirato – come un ciclista nella classica “trenata” a dieci chilometri dall'arrivo – il “gruppone” dell'indice milanese. La natura “bancocentrica” del Mib sembrerebbe essere una garanzia anche per il futuro, e assicurare una protezione della Borsa anche se dovesse verificarsi una più che probabile correzione. A meno che la recessione si riveli più profonda di quanto i mercati stiano prevedendo. Le nostre banche hanno anche aggiunto una freccia al loro arco: i risultati degli stress test condotti dall'Eba, che le hanno premiate, elevandole in una posizione migliore di quelle francesi e tedesche. Una notizia per nulla inattesa, almeno per chi segue l'andamento dei mercati e controlla periodicamente la situazione di “salute” del settore creditizio nei vari paesi d'Europa. In pole position si è piazzata Unicredit, che ha diffuso la migliore semestrale della sua storia. Per il gruppo milanese, ha precisato una nota, il “punto di arrivo del livello di capitale al 2025 è il più alto rispetto alle banche comparabili, grazie alla sua robusta capitalizzazione”. Ottima (e, per certi aspetti, sorprendente) anche la valutazione di Montepaschi: la banca senese ha archiviato i migliori stress test di sempre. Il risultato eccellente, che ha premiato anche gli istituti italiani valutati solo dalla Bce (e quindi non dall'Eba), contrasta con i pessimi voti delle aziende di credito tedesche, che annaspano nelle retrovie: in particolare, ben tre banche del paese motore dell'economia europea languono nelle ultime posizioni della classifica.
Tassi: sempre più malumori
Quello bancario è uno dei pochissimi settori dell'economia europea ad aver tratto giovamento dall'aumento dei tassi, che è proseguito anche a luglio con il previsto rialzo della Bce. La buona notizia è che, a quanto pare, l'ennesima stretta sarà l'ultima; poi - prevedibilmente - le percentuali resteranno ferme in un lungo plateau prima di tornare a scendere. Con calma, se prestiamo orecchio alle strategie di Christine Lagarde. L'ulteriore rialzo ha comunque scatenato i malumori di una parte crescente dell'economia e del mondo politico, trasformando i brusii di disapprovazione in aperte proteste. Tra le critiche pronunciate nei confronti della Bce, anche quella del vicepremier italiano Antonio Tajani, secondo cui “la soluzione per combattere l'inflazione non è aumentare il costo del denaro" e rischiare così il blocco dell'economia, mettendo a rischio il pagamento delle rate dei mutui e la richiesta di prestiti da parte di famiglie e aziende. Una situazione che, aggiungiamo, acuisce la divaricazione fra i cittadini più abbienti e quelli in difficoltà economiche, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Giappone batte Occidente
L'esternazione del vicepremier sembra essere confermata dal confronto fra i dati di inflazione europei (e, at large, occidentali) e quelli giapponesi, che si stanno comportando esattamente allo stesso modo. Pur in presenza di una politica opposta da parte degli istituti centrali, con la Banca del Giappone che, in controtendenza, non ha toccato i tassi, proseguendo sulla strada tracciata dal compianto ex premier Shinzō Abe. Nella sua critica aperta alla Bce e ai suoi falchi, Tajani ha anche insistito sulla differenza tra l'inflazione americana - causata dai dati sui posti di lavoro e, in generale dalla crescita economica - e quella italiana - che dipende dall'ormai atavico problema delle materie prime.
Il Niger minaccia le bollette francesi. E non solo
Come se non bastasse, si è abbattuto un fulmine a cielo già nuvoloso sui consumatori europei: il colpo di stato in Niger, con cui una giunta militare ha destituito il presidente Mohamed Bazoum. Una notizia che preoccupa, e per varie ragioni. In primo luogo, perché – a quanto si vocifera – al cambio di regime non sarebbero estranee la Russia e, forse, la Cina, che potrebbero mettere pressione all'Europa con l'invio di un milione di migranti, facendo definitivamente collassare l'economia Ue. E poi perché il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio. Se il nuovo regime di Niamey si consolidasse, a rischiare molto sarebbe l'economia francese e, di riflesso, quella Ue. Un po' perché Parigi è la potenza neocoloniale in quell'area dell'Africa, pur insidiata sempre di più dalla presenza della Russia. Un po' (anzi: soprattutto) perché l'uranio è l'elemento chimico fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari, su cui si basa ben oltre la metà del rifornimento energetico transalpino. Detto ancora più chiaramente, la Francia importa un terzo del suo uranio dal Niger ed è presente sul territorio del paese saheliano, oltre che con un contingente militare, anche con un'azienda di estrazione: se i nuovi vertici del paese (spinti magari dai nuovi alleati russi) dovessero cambiare strategia economica e boicottare l'ex potenza coloniale, sarebbero guai seri per i consumatori francesi e, a cascata, per l'Unione Europea. In prospettiva, sorgerebbero parecchi problemi anche sul fronte del grande gasdotto sahariano, attualmente in costruzione, che dovrebbe collegare la Nigeria e il Maghreb, transitando anche nel sottosuolo nigerino: se il progetto si bloccasse, sarebbe vanificato il tentativo di azzerare le importazioni del gas russo in Europa. Come reagirà la Francia? Sono diffusi i timori di un intervento militare, che però rischierebbe - soprattutto agli occhi dei paesi esterni al mondo occidentale - di sbalzare Parigi alla stregua di Mosca come potenza occupante di uno stato indipendente. La soluzione al problema dovrebbe essere cercata più a monte. E cioè rimediando all'assenza di una politica energetica per l'Africa. Un'operazione che andrebbe a riverberarsi anche in un rapporto diverso tra le ex potenze coloniali e un continente pieno di materie prime, rovesciando l'annosa strategia di sfruttamento paternalista e sostituendola con una collaborazione paritaria, capace anche di portare un pacifico sviluppo democratico dei paesi africani. Certamente, l'Unione Europea (con l'Occidente in generale) è chiamata a cambiare prospettiva, dato che finora ha fatto orecchie da mercante, considerando l'Africa un enorme deposito da cui attingere liberamente, senza curarsi di chi il territorio lo abita. Se sviluppato bene, il nuovo piano Mattei lanciato dall'Italia potrebbe rivelarsi un primo passo per favorire questo cambio di prospettiva.
Petrolio su, gas giù
Il colpo di stato in Niger si verifica in un periodo tutto sommato tranquillo sul fronte delle materie prime. Il gas continua a scendere, in un periodo in cui il caldo ha spaccato l'Italia: temperature elevate al centro-sud, estate più fresca degli ultimi 15 anni al nord. Il clima tutto sommato moderato a settentrione (al netto dei temporali e delle trombe d'aria) ha comunque la meglio sul consumo di energia, anche per la maggior concentrazione di uffici (e il conseguente minor ricorso all'aria condizionata) nelle metropoli del nord. Un po' peggiori, ma non drammatiche, le notizie sul fronte petrolio, che ha sì abbandonato la fascia di sicurezza che aveva presidiato per mesi, ma non ha “sfondato”. La politica saudita dei tagli alla produzione ha causato l'abbandono della fascia 70-80, su cui il greggio si era impantanato per vari mesi, e la marcia verso quota 85. Ancora presto per abbozzare un nuovo trend: occorrerà aspettare un po' di tempo per scoprire se i prezzi del greggio si attesteranno su un limite superiore. Intanto Alessandro Ortis, presidente dell'authority per l'Energia, ha denunciato l'eccessiva volatilità dei prezzi della benzina, identificando una “speculazione” e proponendo l'istituzione di una Borsa europea del petrolio, in grado di bloccare il passaggio tra “barili veri e barili di carta”. La possibile indagine su un eventuale cartello del petrolio avrebbe il compito di scoprire se sono stati compiuti abusi, soprattutto nel periodo di riduzione delle accise (oggi la situazione sembra più sotto controllo) ed evitare rincari ingiustificati, dovuti a logiche speculatorie.
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Wall Street da record, Borse europee più tranquille
Il Dow Jones ha superato i massimi storici e il Nasdaq raggiunge livelli molto alti, trainato dall'intelligenza artificiale. Nel nostro continente, invece, i listini procedono in ordine sparso, in attesa dei dati di metà anno delle società quotate. La Legge sul ripristino della natura e i suoi rischi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Record assoluto per il Dow Jones, che ha superato i massimi storici, mentre il Nasdaq ha raggiunto il livello migliore degli ultimi sei anni. Tra gli elementi che hanno spinto in alto Wall Street, il calo dell'inflazione Usa, mentre il recupero della fiducia delle famiglie americane (con l'indice più alto dal 2021) ha influito molto meno: si tratta infatti di una percezione, che dipende dal ciclo economico ed è stata fortemente influenzata dall'aumento dei salari. L'exploit delle Borse di oltre oceano non è stato intaccato neppure dallo stop russo agli accordi sul passaggio del grano nel Mar Nero. Occorre però effettuare un distinguo. Prendiamo le 500 società quotate all'indice S&P: sette di queste aziende capitalizzano il 30% dell'intero indice, trainate anche dal boom (che potrebbe rivelarsi una bolla) dell'intelligenza artificiale. Ad avere frantumato i record sono soprattutto questi sette titoli. Se scorporiamo le restanti 493 imprese, gli enormi rialzi si riducono al 2%.
Una breve attesa
Ora, in ogni caso, i mercati americano ed europeo (meno brillante e con andamento “misto”) attendono i dati di metà anno, per capire da che parte tirerà il vento del ciclo economico. Per ora, gli investitori possono proseguire in una strategia di mantenimento (soprattutto su Piazza Affari, ancora sostenuta da un buon flusso di dividendi, in media al +4%), senza però lasciarsi prendere la mano dagli acquisti. E raddrizzando le antenne, per captare gli eventuali, primi segnali di un possibile storno: la lunga stagione dei rialzi è iniziata lo scorso 6 ottobre ed è stata attutita solo da un periodo di trading range: prima o poi è comprensibile aspettarsi una correzione. Anche perché le avvisaglie ci sono tutte, e ci mostrano indizi di rallentamento del ciclo economico. Mentre in Asia la Cina non cresce più come prima.
Banche centrali: quanti rialzi?
I timori di una nuova crisi economica sono molto alti, ma le banche centrali si apprestano a un altro rialzo dei tassi. Occorrerà capire di quanto saliranno. Jamie Dimon, presidente e ceo di Jp Morgan, ha previsto una nuova crescita dell'inflazione Usa, che potrebbe portare i tassi di interesse al 6% o al 7% in breve tempo, rendendo inevitabile una recessione. Che cosa farà, invece, la Bce? Ancora non si sa. L'Eurotower non ha ritenuto sufficiente il calo di ritmo dell'inflazione registrato a giugno (la sua crescita è stata del 6,4%, contro il 7,6% di maggio), e quasi sicuramente procederà, prima di fine mese, a un lla che nuovo ritocco dello 0,25%. La notizia è che l'intervento potrebbe essere l'ultimo. Il probabile stop di agosto fungerà anche da pausa di riflessione, con esiti ancora tutti da definire, specialmente se l'inflazione dovesse confermare il trend ribassista. Una posizione - quetende a condizionare la decisione all'esame dei dati - su cui si è detto favorevole anche Joachim Nagel, presidente di Bundesbank, nonché sostenitore della politica di inasprimento monetario intrapreso nel corso di quest'ultimo anno dalla Bce.
Il monito di Visco
Leggere i dati, certo: ma come? Lo deciderà l'ennesimo confronto fra “falchi” e “colombe” nell'ambito dell'Eurotower: i primi più concentrati sulla lotta al vortice inflattivo, i secondi sulla prevenzione dei rischi di recessione che incombono sull'economia europea. Nel secondo gruppo c'è Ignazio Visco, governatore di Banca d'Italia, che ieri, in un'intervista a Bloomberg Tv, a margine del G20 di Gandhinagar (India) ha voluto piazzare qualche paletto. L'inflazione, ha detto il governatore di Banca d'Italia, “scenderà ancora perché inizieranno a riflettersi gli effetti della riduzione del prezzo dell'energia”. Secondo Visco, il calo “sarà più veloce del previsto". Anche se l'inflazione core, ha aggiunto, “si sta mostrando ancora ostinata". L'obiettivo del 2% previsto entro fine 2025, ha poi puntualizzato, “potrebbe essere raggiunto prima del previsto ". In ogni caso, ha concluso, “non penso che abbiamo bisogno di una recessione. Possiamo disinflazionare l'economia senza” doverci per forza arrivare. E, aggiungiamo noi, senza vedere aumentare la rata media dei mutui casa, che è già salita della percentuale monstre del 28%. E che sta mettendo a rischio i rimborsi di chi ha scelto la formula a tasso variabile, che ora si sta dimostrando particolarmente discutibile.
Legge sul “ripristino della natura”: economie a rischio?
A Bruxelles, dopo uno scontro senza precedenti, il Parlamento europeo ha votato la controversa Legge sul ripristino della natura, con uno scarto di appena 21 voti. La norma prevede, entro il 2030, di reintrodurre non meno del 20% degli habitat perduti o minacciati. Questo, secondo i sostenitori della misura, contribuirebbe alla lotta contro i cambiamenti climatici, invertendo il trend che sta portando il pianeta alla perdita di biodiversità. Una posizione che è stata contrastata da chi ha votato contro questa norma, nella convinzione che questi obiettivi debbano essere raggiunti in maniera graduale e senza minacciare le attività economiche. La legge appena approvata, infatti, non si applicherebbe solo alle aree protette, ma anche alle zone attualmente adibite ad attività agricole o produttive. Causando, di fatto, una minaccia per varie imprese. Si teme che la legge possa dare il via libera a situazioni estreme, simili a quella che si è creata in Olanda, dove il governo Rutte ha fatto dell'obbligo di abbattere di un terzo dei capi fra mucche, maiali e galline un cavallo di battaglia. Una posizione che ha scatenato la dura protesta degli allevatori e minato il consenso popolare all'esecutivo, poi caduto sulla legge migranti. La Legge sul ripristino della natura, dunque, rischia di replicare in altri paesi d'Europa (prima di tutto in Francia) situazioni simili. E, di conseguenza, di favorire tagli abnormi a produzioni agricole e casearie, causare proteste popolari e provocare perdite alle aziende. Creando, oltretutto, fenomeni paradossali, che facilmente vedrebbero i paesi europei sopperire alla carenza di raccolto e produzione importando da paesi che non soggiacciono a misure di questo tipo, né agli scrupolosi controlli igienici comunitari. Risultato? Un peggioramento della qualità del cibo sulle nostre tavole e vari danni alle nostre economie. Oltre che, last but not least, una pericolosa perdita di autosufficienza dell'Europa, che metterebbe il nostro continente alla mercé di altre aree del mondo. Come già avviene per altri comparti produttivi.
Foto di Jan Kopřiva su Unsplash








