Bce, l'inutile rialzo dei tassi

La Banca Centrale Europea opta per un ritocco di 75 punti. La decisione, tuttavia, rischia di avere un impatto minimo sull'inflazione, innescata solo dal costo del gas. Per evitare il tracollo dell'economia servirebbero decisioni forti sul prezzo del metano. Ma per il momento in sede comunitaria sembra che si parli solo di sacrifici per i cittadini e razionamenti nelle ore di punta...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

E alla fine è successo: la Bce, nella riunione di giovedì scorso, ha scelto di aumentare i tassi di 75 punti base. Una decisione attesa, che ha dato un po' di fiato alle Borse. Specialmente a Piazza Affari, che ha chiuso la scorsa settimana come maglia rosa europea, ed è cresciuta fino a ieri – cioè fino a prima che fossero comunicati i dati (deludenti e preoccupanti) sull'inflazione americana.

Facile comprendere il motivo dell'exploit: nei listini di Milano è molto forte la presenza di titoli finanziari e il rialzo dei tassi dà alle banche un extra gettito automatico. Ogni giorno, gli istituti di credito spostano gli eccessi di liquidità alle Bce che, in epoca di tassi negativi, restituiva loro il capitale diminuito dello 0,5%. Ora, gli stessi capitali vengono remunerati dello 0,75%. Ciò significa che ogni banca riceve importi aggiuntivi senza dover fare nulla.

Facciamo l'esempio di Intesa Sanpaolo, principale banca di sistema, che da giugno a oggi ha evidenziato un delta positivo fra i 400 e i 500 milioni di euro proprio per l'aumento dei tassi.

Ancora presto, però, per consigliare un investimento alla cieca sul settore bancario: se infatti l'economia dovesse affrontare una recessione, le aziende di credito potrebbero essere chiamate a fronteggiare maggiori sofferenze, che metterebbero seriamente in difficoltà i loro bilanci. Senza dimenticare il caro-bollette e i suoi impatti su un'attività energivora come quella delle filiali.

L'inflazione dipende dal gas

Sul lato inflazione, il ritocco sui tassi sposta ben poco e contribuisce in misura ancora minore. Perché la crisi che stiamo vivendo dipende solo e unicamente dal costo del gas e dalle sue conseguenze. Le altre materie prime, infatti, sono scese a livelli più bassi rispetto ai costi del settembre di un anno fa – tutte, petrolio compreso.

Proprio per questo, l'aumento dei tassi è una mossa, che difficilmente potrà contenere l'inflazione o gestire i rincari. Come del resto ha dimostrato il vertice dei ministri Ue dell'energia, che si è svolta venerdì scorso. I partecipanti erano entrati, come spesso succede, divisi sul da farsi: la maggior parte puntava su un tetto generalizzato al prezzo del gas, qualcuno su un cap che coinvolgesse solo i rifornimenti russi, lasciando libertà di tariffazione a tutti gli altri, e un terzo gruppo era propenso a non intervenire.

Risultato? I ministri si sono aggiornati al 30 settembre per una nuova riunione, in cui hanno previsto di discutere ed eventualmente approvare l'unica operazione condivisa: i razionamenti energetici. Il che significa: nessun intervento per alleviare la situazione di famiglie e imprese e scongiurare fallimenti a catena, e ribaltamento del problema sul “solito” cittadino. A cui saranno imposti razionamenti nelle ore di punta – il periodo della giornata in cui, per inciso, le aziende lavorano maggiormente.

Quelle che ancora lavorano. Perché a causa del caro-bollette e dell'inerzia dei decisori, alcune imprese (soprattutto piccole) stanno già chiudendo, e altre falliranno, buttando sulla strada lavoratori e creando gravi difficoltà a famiglie. Esaminando le soluzioni proposte dai ministri Ue, che hanno l'aspetto di un topolino partorito da un elefante, è davvero lecito chiedersi se i nostri politici abbiano mai lavorato in azienda.

Gli errori dell'Ue

Da una parte, dunque, si scaricano responsabilità su consumatori e imprenditori, dall'altra si riconoscono gli errori di gestione (senza peraltro fare nulla per correggerli): fonti Ue iniziano a scusarsi per come è stata affrontata la crisi-bollette, che – ricordiamolo – ha fatto capolino mesi prima rispetto all'escalation militare in Ucraina.

Questi errori a catena lascerebbero il segno anche se il prezzo del gas tornasse sotto i 30 euro, o almeno a una ragionevole quota di 40 o 50: oggi, a causa del caro-bollette, aumentano alimentari, caffè, brioche, costo del parrucchiere, automobili. Se il metano tornasse a livelli accettabili, difficilmente i rincari innescati dalle bollette pazze diminuirebbero. No: sarebbero ormai acquisiti. E ne risentirebbe il potere d'acquisto dei cittadini.

Gli errori commessi dall'Ue sono molti. Tra questi, l'aver affidato al mercato (e quindi alle possibili speculazioni) un settore così strategico e delicato come quello energetico. Le tariffe dell'oro blu sono calcolate sul Ttf di Amsterdam, che però vale sì e no il 2% sul gas scambiato: i grandi fornitori stringono infatti accordi separati con i clienti, dopo una contrattazione privata, decidendo autonomamente i prezzi.

Nonostante questo, le quotazioni di Amsterdam - altamente manipolabili - dettano legge. E rimpolpano i forzieri dell'Olanda, che grazie al rincaro dell'oro blu potrebbe chiudere il 2022 con un maxiguadagno di 20 miliardi di euro. Solo questa informazione può spiegare perché, in un meccanismo decisionale che esige l'unanimità, il regno degli Orange blocca sistematicamente misure per limitare il caro-prezzi.

Altro errore sottolineato da molti (ma mai riconosciuto dagli ambienti Ue) è stato costruire un impianto sanzionatorio nei confronti della Russia senza prevedere il rischio di ritorsioni. A inizio invasione, il premier Mario Draghi assicurò che non ci sarebbe stata alcuna reazione da parte di Mosca, e che le forniture di gas non sarebbero diminuite. Come lui, evidentemente, la pensavano vari altri leader europei, la cui miopia ci ha portato a questo punto.

Se un simile corollario di errori fosse stato commesso da un amministratore delegato di un'azienda, questo manager avrebbe sicuramente perso il posto di lavoro. I politici possono invece incorrere in abbagli di ogni tipo mantenendo la loro poltrona.

Usa, l'inflazione sale ancora

La comunicazione sui dati relativi all'inflazione americana di agosto – che ha chiuso il mese con un 8,3%, dato superiore alle attese - ha fatto il resto: come anticipato, la comunicazione dei dati ha bloccato il buon momento delle maggiori Borse europee, oltre che naturalmente di Wall Street.

New York aveva chiuso per tre settimane in positivo e l'Europa si era buttata alle spalle un agosto difficile (con una piccola coda a settembre) per poi prodursi in incoraggianti rimbalzi. Il calo del prezzo del petrolio non è stato però sufficiente a rispettare le previsioni di un miglioramento: l'inflazione è scesa di soli 0,2 punti in un mese. Occorrerà ora attendere la reazione dei mercati a stelle e strisce dopo il probabile nuovo rialzo dei tassi di 75 punti base (ma qualcuno parla anche di 100 punti base), previsto per la prossima settimana.

Londra spende per ridurre i costi energetici

Previsioni non rispettate anche in una Gran Bretagna sotto choc per la scomparsa di Elisabetta II: Londra ha fatto registrare una crescita dell'economia minore del previsto, mentre l'inflazione rimane sopra il 10%. Bassa anche la quotazione della sterlina, che ha raggiunto i minimi nei confronti del dollaro – anche se si tratta di valori sfiorati più volte negli ultimi cinque anni, e quindi non preoccupanti per i sudditi di Sua Maestà.

Tanto più che il nuovo governo sta preparando una manovra da 180 miliardi di euro per limitare il costo energetico, che si aggiungeranno agli stanziamenti già approvati. Scontato fare impietosi paragoni con l'Italia, che con la scusa del debito pubblico non ha predisposto operazioni per proteggere i cittadini, rifiutandosi persino di fissare un tetto al prezzo del gas sull'esempio di Spagna e Portogallo.

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Mercati, navigazione tranquilla

Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari

 

Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.

È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.

Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.

Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.

 

Meglio l'Europa

Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.

In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.

Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.

 

La discesa del petrolio

In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.

D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.

 

Ma il gas va sempre più su...

Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).

Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.

Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.

Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.

 

C'è chi scende e c'è chi sale

Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.

Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.

L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.

Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.

 

Giappone, deludono i dati sul pil

Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.

Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.

 

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Rimbalzo estivo, sarà vera gloria?

Le maggiori Borse europee hanno chiuso il mese di luglio con aumenti importanti: Milano ha fatto registrare un +5% e Amsterdam un +10%. Fra non molto potremo comprendere se siamo di fronte a un'inversione di tendenza o a un fenomeno temporaneo, verificatosi come contraltare alla forte caduta avvenuta da gennaio in avanti.

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Luglio si è chiuso all'insegna del toro per le maggiori Borse europee. Piazza Affari ha archiviato il mese con un rimbalzo di oltre il 5%. E c'è anche chi ha fatto meglio (un esempio su tutti, Amsterdam, che ha raggiunto un brillante +10%).
La fase positiva dei listini era abbastanza attesa, anche se non necessariamente in queste tempistiche. Perché un rimbalzo, prima o poi, avrebbe dovuto verificarsi. Un rimbalzo forte, dato che di solito quanto più violenta è la caduta, tanto più dirompente è il contraccolpo successivo.
Ora il grande interrogativo riguarda la durata del recupero. In qualsiasi mercato ci sono rimbalzi che durano per un lasso temporale importante, altri che si affievoliscono a breve ed esauriscono presto la loro spinta propulsiva.
Nella situazione che stiamo vivendo, come avviene nella maggior parte dei casi, possono verificarsi entrambe le possibilità. Una cosa sembra molto probabile: anche se le Borse tornassero a calare, difficilmente si scenderà sotto i minimi di quest'anno.

Il tempo di comprare
Il rimbalzo lascia comunque ampi spazi per gli investitori: i valori dei titoli, pur in rialzo, sono ancora ottimi per chi vuole comprare. In altre parole, oggi come oggi si può acquistare tutto o quasi tutto.
I titoli top del mercato italiano che fanno il grosso dei nostri listini (a titolo d’esempio: Eni, Enel, Generali, Poste Italiane e Intesa Sanpaolo) chiuderanno con dividendi superiori al 7%; a questo occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto.
Anche ipotizzando lo scenario peggiore (utili in calo del 15%), le valutazioni di questi titoli hanno raggiunto un livello interessante in un’ottica di medio periodo.
Gli investimenti devono però essere consapevoli. Non bisogna cioè sottovalutare le spade di Damocle che pendono nuova crisi sui nostri giorni: Covid, guerra russo-ucraina, inflazione e caro-energia. Senza dimenticare che a queste ansie ormai cronicizzate si potrebbe presto affiancare una nuova crisi, questa volta tra Stati Uniti e Cina. Una tensione causata dalla visita di Nancy Pelosi a Taiwan, che tanto sta facendo infuriare Pechino e che potrebbe aggiungere incertezza a incertezza, vanificando la ripresa dei mercati.

La Fed alza l'asticella
Tra le variabili da considerare, anche il generalizzato rialzo dei tassi avvenuto pressoché in tutto il mondo (Giappone escluso). La Fed, che guida la corsa verso l'alto, ha introdotto un ritocco di 75 punti base - decisione che era comunque ampiamente prevista. La politica aggressiva della banca centrale Usa potrà proseguire con ulteriori ritocchi, ma abbastanza moderati: dovrà poi attendere i dati dei prossimi mesi per organizzare la sua strategia. Le aspettative americane sono su un tasso di inflazione dal 3% al 3,5%.
Gli Stati Uniti sono già in recessione tecnica: occorre aspettare il terzo e il quarto trimestre per vedere se proseguirà. Chi ha una visione ottimista prevede che già dai primi tre mesi del 2023 l'economia statunitense sia in grado di iniziare a riprendersi, ma senza spirale inflattiva.
In Gran Bretagna invece la stagione del rialzo dei tassi potrebbe essersi conclusa. Soprattutto se Liz Truss dovesse vincere la corsa alla successione di Boris Johnson alla testa del Partito Conservatore (e, di conseguenza, a Downing Street). L'attuale segretario di Stato per gli affari esteri è infatti contraria a ulteriori scostamenti verso l'alto del costo della sterlina. Per il resto, Truss segue una linea post-thatcheriana, all'insegna della deregulation e dello scarso intervento dello stato. In politica estera, la sua posizione sembra ancora più dura di quella espressa da Johnson, e questo è un elemento preoccupante sullo scacchiere internazionale.

Rimbalza anche Saipem
Tornando a Piazza Affari, è utile segnalare che i listini sono stati trainati dalle ottime trimestrali di Eni e Saipem. In quest'ultimo caso, la crescita era nella logica delle cose. Il titolo, negli scorsi mesi, era stato letteralmente massacrato, con valori ben al di sotto rispetto a quelli reali. Da queste colonne abbiamo insistito a più riprese sul carattere illogico di questo calo, perché l'aumento di capitale del gruppo restava fuori discussione. E così è stato: l'operazione si è regolarmente svolta, rasserenando l'orizzonte.
Ora Saipem si trova in una situazione molto favorevole, dato che, per sostituire il petrolio russo, riprenderanno le esplorazioni, di cui il gruppo sarà sicuramente protagonista.

La Russia cala l'asso
A guidare le esplorazioni petrolifere mondiali è, però, proprio la Federazione Russa. Le autorità di Mosca hanno avviato la costruzione del terminale estrattivo artico, che punta a diventare il numero uno al mondo. L'operazione si inserisce nell'ambito del progetto Vostok Oil, già in agenda, ma rallentato a causa dei ribassi del prezzo del petrolio del 2021. Ora l'oro nero corre, anche grazie alle sanzioni, e la Russia cala un asso di denari. Che potrebbe non essere raccolto dall'Europa, proprio per l'embargo nei confronti di Mosca, ma da vari altri paesi del mondo. Dall'Asia al Sudamerica.
Tutto questo avviene mentre, alle incertezze geopolitiche in giro per il mondo, si è aggiunto il nuovo caos libico. Per ora non possiamo ancora prevedere i rischi di questo fronte per gli approvvigionamenti petroliferi all'Italia e all'Europa. Certo è che Tripolitania e Cirenaica sono da tempo terreno di scontro di varie potenze, e la nuova crisi può acuire i problemi.
Sappiamo invece che la riunione dell'Opec+ di questa settimana non passerà alla storia. In questo momento, Brent e Wti viaggiano a cavallo di quota 100 (più sotto che sopra), senza raggiungere i picchi che spaventavano imprese e famiglie fino a poco tempo fa. La situazione è, quindi, all'insegna della stabilità (anche se i prezzi attuali sono comunque troppo alti) e il clima vacanziero non dà adito a particolari aspettative.
Anche per quanto riguarda le materie prime siamo generalmente in una fase di stabilità. All'orizzonte non appare nulla di particolare. Il tema vero è la grande incertezza delle aziende: se si verificassero quegli aumenti in bolletta annunciati un giorno sì e l'altro pure, molte imprese sarebbero costrette a ridimensionare la loro attività, o addirittura a chiudere. Con effetti devastanti sull'economia.

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