Primo semestre, Piazza Affari leader europea
La Borsa di Milano ha smentito con disinvoltura le previsioni negative, tagliando il traguardo di metà anno con una crescita del 19,6%. Merito delle performance dei titoli bancari, ampiamente presenti a Palazzo Mezzanotte. Ma anche…
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Ottima performance per Piazza Affari nel primo semestre 2023. Milano si è infatti imposta come leader europea dei listini, con una crescita del 19% - una prestazione che non si vedeva dal settembre del 2008. Palazzo Mezzanotte si lascia dietro le Borse di Madrid (+16,6%), Francoforte (+16%), Parigi (+14,3%) e Amsterdam (+12,3%).
Pronostici smentiti
La crescita della Borsa di Milano smentisce le previsioni dei sedicenti esperti finanziari, che avevano previsto risultati al ribasso e che hanno ampiamente dimostrato di non saper leggere i dati. A spingere la performance sono essenzialmente tre fattori. Il più importante è la forte presenza, nel listino milanese, di titoli finanziari e bancari, che in epoca di tassi di interesse alti hanno guadagnato moltissimo. Negli anni in cui l’inflazione era bassa, gli istituti di credito depositavano la liquidità presente sui conti correnti dei clienti in Banca Centrale Europea, con tassi negativi al -0,50%; ora ottengono risultati importanti, anche perché – nonostante la stretta creditizia - hanno lasciato i conti correnti dei poveri investitori con rendimento zero. C’è però chi si è ricordato del personale: è Intesa Sanpaolo, che ha alzato i bonus per i dipendenti, con l’obiettivo di condividere con loro gli ottimi risultati ottenuti in questi mesi. La seconda causa della prestazione positiva di Piazza Affari è il prodotto interno lordo italiano, che si è piazzato fra i migliori d’Europa, a differenza di quelli francese e tedesco. Infine, ha dato il suo contributo anche la corretta impostazione del governo in tema di programmazione economica. Oltre all’ottimo semestre dei listini, poi, occorre anche evidenziare la buona situazione dei titoli di stato: lo spread naviga fra quota 170 e 175, contro i 205 punti base di inizio anno.
Il recupero dei tecnologici
Nel mondo, però, c’è anche chi ha fatto meglio di noi. Si tratta del Nasdaq, che ha addirittura incrementato il suo valore del 30%, segnando il miglior primo semestre dal 1983. Quando, cioè, Ronald Reagan era alle prese con il suo primo mandato presidenziale. A una prima occhiata, l’affermazione del Nasdaq assume i contorni di un risultato eccezionale. Ma l’impennata dell’indice è ampiamente spiegabile. L’anno scorso, i risultati borsistici americani erano stati trainati al ribasso dalla crisi dei tecnologici. Ora, il listino sta semplicemente recuperando il terreno perduto, sulla scia delle buone prestazioni registrate dalle bigtech e dell’impennata dell’intelligenza artificiale – che però sembra troppo veloce e improvvisa per non farci temere una bolla. A questo bisogna aggiungere la tradizione degli anni pre-elettorali, che solitamente spingono in alto tutte le Borse americane, anche in un periodo, come questo, che ha visto i tassi Usa passare in 18 mesi dal territorio negativo al 5%.
Le prospettive
Tagliato il “traguardo volante” di metà anno, quali sono le prospettive delle Borse per i prossimi mesi? Difficile da prevedere, dato che i mercati, dopo un lungo periodo di trading range, sono improvvisamente tornate a salire. Molto probabilmente, agosto e inizio settembre saranno periodi tranquilli, con una fase stagnante di letargo. Con l’arrivo dell’autunno, invece, potremo intravedere meglio una tendenza possibile per la parte rimanente dell’anno. Per ora, sembra più saggia una strategia di mantenimento del portafoglio. Tra i settori a maggiore possibilità di crescita ci sono i petroliferi europei (con aziende come Eni, la cui valutazione è ancora molto sottodimensionata rispetto al suo valore reale) e ancora vari bancari e assicurativi (primi fra tutti, Intesa Sanpaolo e Generali).
Inflazione in discesa
In Europa, l’inflazione continua a scendere, anche se alcuni settori, come l’alimentare o il turistico, non accennano a fermare i rincari. Soprattutto nel secondo caso, è in atto una speculazione che sfrutta il desiderio di viaggiare degli europei, deflagrato una volta archiviate le restrizioni Covid: è difficilmente spiegabile – se non, appunto, con un effetto speculativo – che in alcuni casi costi di più volare da Milano a Cagliari che non a New York. In ogni caso, c’è un paese in controtendenza: è la Germania, dove – anche a causa dello stop al bonus trasporti – l’inflazione ha raggiunto il 6,4%, crescendo di un decimo rispetto alla rilevazione precedente. Il dato non può che preoccupare: Berlino è il volano d’Europa e insieme all’Italia traina l’industria del continente. Non dimentichiamo poi che l’economia tedesca è messa sotto scacco da due importanti fattori di crisi: le scelte molto discutibili introdotte dall’Europa in materia di mobilità elettrica, che rischia di distruggere l’automotive tedesco (e italiano) e il proseguimento della guerra russo-ucraina, i cui effetti sull’economia colpiscono la Germania più di ogni altro paese europeo. E, a proposito di conflitti, è molto preoccupante la situazione in Francia, che vede da alcuni giorni scontri per le strade delle principali città, violenze diffuse e saccheggi indiscriminati. Oltre al grave problema di ordine pubblico e al timore di “contagi” in altri paesi europei, ne risentirà sicuramente anche l’economia: meno consumi, devastazioni su larga scala e soprattutto stop al turismo, che per la Francia è una voce molto importante. Il tutto si inserisce in un periodo che, come già detto, vede Parigi in difficoltà sul fronte del prodotto interno lordo.
De-risking
Sul fronte internazionale, continua a far parlare l’opportunità di procedere sulla strada del de-risking nei confronti della Cina. Cioè la riduzione della dipendenza europea da Pechino, che è attualmente il primo fornitore mondiale dell’Ue e il suo terzo mercato di distribuzione merci. L’iniziativa, annunciata da Ursula von der Leyen lo scorso marzo, ha fatto passi avanti in questi giorni, e punta a mantenere la Cina nel ruolo di partner importante del commercio con l’Ue, riducendo però la sua presenza nelle aree in cui è coinvolta la sicurezza stessa dell’Unione e dei singoli paesi membri. Sul de-risking si discute proprio in un periodo di contrasti acuti fra Usa e Cina, con l’amministrazione Biden che, secondo i rumours, starebbe pensando di limitare l’accesso al cloud alle aziende cinesi. È davvero possibile una reale azione in grado di limitare la presenza dominante di Pechino nel commercio europeo? E, se sì, in quale misura? Premesso che Cina, Europa e Stati Uniti sono necessari gli uni agli altri, potrebbe rivelarsi utile riportare nell’Ue alcune industrie protagoniste della massiccia delocalizzazione, vera e propria follia che ha pervaso il commercio fra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Per un’economia florida, un paese sovrano ha bisogno anche di imprese di produzione all’interno dei suoi confini. Avere solo imprese di servizi rende vulnerabili nei confronti di eventuali choc endogeni o esogeni
Linate. Fermata Linate
Infine, una notizia di ieri: a Milano è stata finalmente completata la tratta della metropolitana 4 che collegherà Piazza San Babila con Linate, permettendo ai viaggiatori di raggiungere il centro di Milano dal suo city airport in appena 11 minuti. L’inaugurazione del nuovo tronco della metropolitana dimostra anche quanto fosse miope l’idea – sviluppata in contemporanea all’inaugurazione del terminal 2 di Malpensa – di ridimensionare o addirittura chiudere Linate. Che invece si dimostra uno scalo molto comodo e vicino alla città come pochi altri nel mondo. La metropolitana 4 ha anche provocato, a cascata, un rialzo dei prezzi delle abitazioni lungo il tracciato della nuova linea, che si era già avvertito a inizio lavori e che ora si inserisce in una forbice tra il 7% e il 12%.
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Aumento dei tassi: non siamo ancora al picco
La Bce prosegue nella stretta monetaria, anche se rallenta il ritmo dei rialzi: probabili nuovi ritocchi entro l'estate. Negli Usa, nuove banche evidenziano serie difficoltà, mentre in Italia il settore va a gonfie vele. E alcune aziende di credito alzano addirittura i target
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Non c'erano molti dubbi: la Bce ha seguito la Fed, aumentando i tassi di 25 punti base. Siamo di fronte all'ultimo rialzo? Oppure ne seguiranno di nuovi? E ancora: il rallentamento (25 basis point invece di 50) segna il picco della politica restrittiva di Francoforte? A quest'ultima domanda ha indirettamente risposto Klaas Knot, presidente della banca centrale olandese e membro del direttivo Bce. L'Eurotower, ha detto, dovrà proseguire negli aumenti dei tassi, almeno “fino a quando l'inflazione sottostante non sarà stata arginata”. L'orientamento è stato confermato (e non avevamo alcun dubbio) anche dalla presidente Bce Christine Lagarde: dovremo perciò attenderci nuovi aggiustamenti di 25 punti base in giugno, luglio e forse oltre. Per rispondere quindi all'interrogativo: no, non siamo al picco – al limite stiamo raggiungendo il plateau. Passata l'estate, forse, potremo respirare, in attesa che il costo del denaro (non prima del 2024) possa tornare a scendere.
Prevalgono i “falchi”
Il nuovo aumento segna ancora una volta la prevalenza dei “falchi” sulle “colombe” - gruppi che portano istanze completamente opposte. I primi sono convinti che sia necessario alzare i tassi, perché questa strategia è in grado di bloccare l'inflazione e tutelare i consumatori dagli aumenti e dal deprezzamento del denaro e del potere d'acquisto. I secondi, invece, ritengono che con i tassi bassi il consumatore abbia sì meno soldi, ma che si possa tutelare facendo provvisoriamente scelte meno dispendiose. Mentre non ha alternative percorribili se è indebitato, in un contesto in cui il denaro costa sempre di più. In questo caso, il danno ad aziende e famiglie esce – come si usa dire - dalla porta e rientra dalla finestra. Questa ultima lettura si può estendere anche ai sistemi-paese: in tempo di tassi alti, uno stato indebitato (come lo è l'Italia) è costretto a tagliare i servizi o aumentare le tasse; in entrambi i casi, sono poi i cittadini a perderci. E il grande timore è che i cittadini ci perderanno davvero. La situazione dei tassi potrebbe avere un effetto pesante sull'economia già da fine estate, sia in Europa, sia negli Stati Uniti. Sull'industria si profilano già dati preoccupanti, anche se le prime trimestrali sono molto solide.
Dubbio amletico
Certo è che la Fed, a differenza della Bce, sembra timidamente più orientata almeno a riconsiderare le strategie da applicare nei prossimi mesi, non scartando a priori la possibilità di discutere uno stop alla politica di aumenti. Anche se gli ultimi dati sui posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbero convincere la banca centrale statunitense a proseguire con i rialzi almeno per un po'. I numeri forniti dall'US Bureau of Labor Statistics evidenziano che lo scorso aprile l'occupazione americana è salita, nei settori non agricoli, di 253.000 posti, contro i 180.000 previsti, attestando il tasso di disoccupazione al 3,4% (quello atteso era del 3,6%). Il dato potrebbe quindi incidere sulle scelte della Fed: ogni volta che sale l'occupazione, si ritiene che il rialzo dei tassi sia stato “digerito” dall'economia, e questo è interpretato come un via libera a nuovi rialzi. La Federal Reserve dovrà quindi trovare la quadra fra l'intenzione di ammorbidire la politica restrittiva e la tentazione di introdurre un nuovo ritocco di 25 punti base.
Crisi bancaria, nuovo capitolo o colpo di coda?
Per la Fed, comunque, le maggiori preoccupazioni non risiedono nelle future decisioni sui tassi ma nelle nuove difficoltà evidenziate da alcune banche regionali. La crisi del settore, pur essendo uscita dalla sua fase di allarme rosso, continua a disseminare pericoli sulla strada del settore creditizio. La scorsa settimana – non molto tempo dopo le rassicurazioni della Fed sulla solidità del sistema americano, si sono evidenziati problemi per tre nuovi istituti: PacWest, FirstHorizon e Western Alliance. In particolare, la prima ha subito un crollo in Borsa dopo aver comunicato di essere in cerca di un compratore; successivamente, l'azzeramento del dividendo (allocato a riserva), le dichiarazioni dell'amministratore delegato Paul Taylor, che ha garantito sulla solidità della banca, e un rimbalzo di oltre l'80% a Wall Street hanno rassicurato i mercati, senza però diradare completamente le paure. In generale, le banche americane che hanno mostrato debolezza sono – come detto - regionali, e non sistemiche. Tuttavia, la crisi non può permettersi di espandersi a macchia d'olio: First Republic è stata acquistata da JPMorgan ed eventuali nuove aziende di credito che dovessero fallire saranno, forse, rilevate da qualcun altro. I grandi gruppi, qualora se ne presenti la necessità, si dimostreranno in grado di assorbire una parte delle eventuali banche in crisi. Ma non di tutte. Non è assolutamente realistico stabilire un “piano B” che preveda semplicemente un M&A generalizzato e automatico: prima o poi, la lista dei compratori si esaurirà. Meglio sarebbe riformare il sistema e introdurre ufficialmente una garanzia pubblica sui depositi, per prevenire il panico e la corsa agli sportelli, spesso cause dirette del fallimento delle banche. Questo intervento, a conti fatti, inciderebbe sulle casse dello stato in misura molto minore rispetto a un salvataggio successivo. Una nuova minaccia per i piccoli istituti di credito potrebbe, invece concretizzarsi nell'irruzione a gamba tesa delle bigtech nell'operatività bancaria. Come è accaduto nell'operazione lanciata a metà aprile da Apple in collaborazione con Goldman Sachs, che ha riscosso un successo clamoroso. Lo strumento, attivabile dal proprio wallet, rende fino al 4,15% annuo, e nei primi quattro giorni ha raccolto quasi un miliardo di dollari, totalizzando l'apertura di 240.000 conti in una settimana. L'iniziativa, che sembra un aggiramento delle regole bancarie, offre un rendimento di dieci volte superiore alla media americana, più alto persino rispetto a quello della stessa Goldman Sachs. Ma dimostra pure che le bigtech sono in grado di raccogliere denaro rapidamente, anche per la loro reputazione, soprattutto nella fascia di clientela più giovane.
Banche italiane, che colpo
L'Italia, da parte sua, mostra un settore del credito in ottima salute. Istituti come Intesa Sanpaolo e Banco Bpm hanno addirittura alzato i target price, preannunciando dividendi a due cifre. L'ottimo momento delle banche fa bene, naturalmente, anche a Piazza Affari, listino in cui il settore è particolarmente presente. E le prospettive si preannunciano buone: nonostante il balzo in avanti di questi mesi, il comparto è ancora sottodimensionato; attualmente, le banche italiane valgono sei volte gli utili con cui hanno archiviato il 2022. Se le cose dovessero andare bene anche alla fine di questo esercizio, le banche conserverebbero comunque grandi potenzialità di crescita. Per questo motivo, un investimento nei loro titoli è ancora praticabile, e ha tutte le probabilità di preannunciarsi molto redditizio. Per il resto, in un mercato che continua a procedere tranquillo e senza particolari scossoni, l'attesa delle trimestrali (soprattutto - ça va sans dire - del settore bancario) fa sperare in un nuovo ciclo positivo. Fino ad allora, sembra consigliabile confermare una posizione difensiva e di mantenimento. Nella consapevolezza che l'attuale situazione di “calma piatta” ci regala un affresco ben diverso rispetto alla situazione che contraddistingueva i mercati solo un anno fa.
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Inflazione, verso il punto di svolta?
Il ciclo di rialzi dei tassi sembra giunto alla sua fase finale, anche se la Bce si fermerà probabilmente dopo la Fed. Intanto, sui mercati regna ancora la tranquillità, mentre le ricche cedole elargite dalle trimestrali rendono legittimo un certo ottimismo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Terza settimana di calma per le Borse. I mercati continuano a procedere sotto traccia, con la volatilità al lumicino e le antenne orientate verso le prime trimestrali. Che almeno finora, come da previsione, stanno offrendo cedole molto generose, rendendo legittimo un certo ottimismo. Nel clima di marcia tranquilla che contraddistingue questo mese di aprile, venerdì scorso i mercati europei hanno chiuso comunque in positivo, con l'eccezione di Milano: Piazza Affari ha infatti archiviato una lieve flessione (-0,50%), essenzialmente per le prestazioni negative di Tim e Stellantis. Le chiusure negative di martedì 25 aprile, legate soprattutto a rinnovati timori sulla tenuta di alcune aziende di credito (su tutte First Republic Bank), invitano comunque a essere cauti per capire se maggio si confermerà il mese del sell in May and go away. Di qui in avanti un po’ di cautela non guasta, visto che anche da un punto di vista di analisi tecnica i mercati sembrano essere vicini a livelli dai quali ci si può aspettare una correzione.
Due titoli sotto la lente
Ma torniamo all'Italia, e ai due titoli che abbiamo messo sotto la lente. A iniziare da Tim, che è ancora un'azienda indebitata: la società, negli anni recenti, si è contraddistinta per una redditività bassa. E i suoi problemi sono ancora aperti. L'opa sulla società era stata fissata a un valore di 42 centesimi, poi il valore è sceso. Tuttavia, occorre non dimenticarsi che la telefonia è un'infrastruttura strategica e che già in gennaio si parlava di un valore della rete unica maggiore del 40% rispetto a quello fissato per l'opa. Stellantis, da parte sua, ha deluso un po' rispetto alle previsioni, ma il suo valore attuale è ancora del 10% circa superiore rispetto a quello di inizio anno. È anche vero che ultimamente la società ha subito un calo, e ciò che ha impressionato è la velocità di discesa. La casa automobilistica sta scontando qualche problema sui dati di bilancio, ma la situazione si dovrebbe normalizzare, dato che ora il suo titolo è tornato a salire, anche per i recenti test effettuati sui carburanti sintetici.
Enel, il nuovo AD piace al mercato
A rimbalzare in modo deciso è il titolo di Enel, che quest'anno si sta riprendendo dai cali del 2022 ed è tornato a 6 euro circa. Non per niente, i fondi esteri stanno cercando posti in consiglio di amministrazione per pesare di più. Dopo la prima giornata post-nomine, il titolo ha recuperato redditività: il mercato è sembrato gradire la scelta, per il ruolo di amministratore delegato, di Flavio Cattaneo, un manager che ha fatto bene dovunque abbia lavorato. Secondo i rumours riportati da Il Sole24Ore, la sua strategia per Enel sarebbe in piena continuità con il piano del suo predecessore Francesco Starace e punterebbe da una parte alla riduzione del debito, dall'altra a cedole garantite.
Ita-Lufthansa, si va ai tempi supplementari
Se Enel ride, Ita è ancora in attesa della definizione del contratto che la dovrebbe portare in Lufthansa: la trattativa fra il ministero del Tesoro e il gruppo tedesco si sta dilatando, ma non sembra a rischio. I 60 giorni lavorativi previsti dal memorandum di intesa per chiudere l'accordo sono scaduti il 24 aprile, ma alcuni dettagli economici sono ancora da stabilire, e si prevede che la firma del contratto slitti a maggio. Poco male, se davvero sarà così. Qualunque cifra sia stabilita, sembra abbastanza certo che, per entrare prima al 40% e poi acquistare il resto, il gruppo tedesco pagherà una cifra molto bassa, anche se Ita è un asset molto fragile. Se gestito bene, tuttavia, il business aereo italiano ha molte potenzialità, soprattutto in un'epoca in cui si assiste a una decisa ripresa dei voli a livello mondiale. Uno dei punti di forza della nostra compagnia di bandiera sono gli slot, quelli che mancavano a Lufthansa Italia. Un progetto, lanciato alcuni anni fa, che senza i migliori orari di viaggio dovette chiudere, anche a causa della concorrenza delle compagnie low cost. Interessante, nella compagnia italiana, anche la gestione delle classi business negli aeromobili, soprattutto per i voli verso l'America del Nord. L'organizzazione di una Ita in ambito Lufthansa ne farà una compagnia regionale simile a Swiss e Austrian Arlines, con un'organizzazione multihub imperniata su Francoforte, Monaco, Zurigo, Vienna e Milano Malpensa come new entry. Ciò che è più importante, però, non è tanto la “gerarchia” tra i veri carrier, ma il fatto che la compagnia porti traffico aereo in Italia. Se gestita in maniera manageriale, dunque, la nostra compagnia aerea potrà finalmente contribuire alla crescita dell'economia. Molto probabilmente sarà ridotto il personale tramite l'ultimo giro di prepensionamenti, così da tagliare una delle due maggiori voci di spesa (l'altra, e cioè il costo carburante, non dipende chiaramente dalle scelte delle compagnie aeree).
Tassi, ultimi rialzi in vista
Negli Stati Uniti l'inflazione sta rallentando: i segnali inducono alla calma e sicuramente influenzeranno le scelte della Federal Reserve. In altri termini sembra abbastanza probabile che, tra giugno e luglio, avverrà negli Usa un ultimo rialzo dei tassi pari a non più un quarto di punto. Poi, finalmente, si raggiungerà il livello massimo. La situazione è un po' differente in Europa, dove l'inflazione è – a detta della Bce – ancora troppo alta: Francoforte potrebbe dunque proseguire il ciclo di “rialzini” almeno fino alla fine dell'estate; secondo Pierre Wunsch, governatore della Banca centrale belga e consigliere Bce, “stiamo aspettando che la crescita dei salari e dell'inflazione core rallenti prima di essere in grado di arrivare al punto in cui possiamo fermare" i rialzi: "non sarei sorpreso”, ha aggiunto, “se a un certo punto dovessimo passare al 4%”. Dopo aver raggiunto il picco, i tassi dovrebbero rimanere stabili almeno fino al 2024, per poi iniziare a scendere. Una situazione ideale, questa, per puntare sulla stabilità del mercato obbligazionario, che rende particolarmente vantaggioso l'acquisto di bond “lunghi”.
Italia, il rating non cambia
Non cambiano le valutazioni di Standard&Poor's per l'Italia: il nostro paese ha ancora un rating BBB con outlook stabile. Nessun rischio, insomma, per lo status tranquillizzante di investment grade, la cui conferma era ampiamente attesa. Un rating al ribasso sarebbe stato infatti discutibile, se non scandaloso: l'Italia è il paese che ha registrato una maggior crescita del Pil, nonostante una chiara penalizzazione in chiave debito proveniente dal rialzo dei tassi. L'aumento del costo del denaro, per l'Italia, è una vera corsa a handicap, e ci obbliga a crescere più della media per evitare un aumento delle tasse o un taglio dei servizi. E per allontanare lo spettro del patto di stabilità, di cui si sta parlando in sede Ue in questi giorni: meglio sarebbe abbandonarlo del tutto.
Credit Suisse, partono le cause
Sul fronte Credit Suisse, le turbolenze sul fronte cocos (tra l'altro ampiamente previste) si sono puntualmente avverate: gli obbligazionisti senior hanno deciso di fare causa. Difficile prevederne la conclusione: a quanto pare, i contratti di sottoscrizione contenevano una postilla che lascerebbe (il condizionale è d'obbligo) mano libera alla Banca Nazionale Svizzera in caso di situazione straordinaria. Se così fosse, non sarebbe possibile attaccare il rovesciamento delle garanzie, che ha penalizzato i cocos salvando gli azionisti (anche se a fronte di perdite molto forti). Si prevede, però, che alla fine si arriverà un accordo, in grado di rivedere un po' le clausole e rimborsare almeno in parte i sottoscrittori di obbligazioni senior. Al momento c'è una sola certezza: l'unica parte in causa a fare un grande affare è stata Ubs, che si trova ora a operare come unico colosso bancario in Svizzera.
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Il record che non ti aspetti
Per i mercati europei, il primo mese del 2023 è stato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte. Il rimbalzo, che ben pochi avevano previsto, potrebbe però fermarsi in febbraio, frenato da un cambio di passo negli utili. Intanto, l'attesa delle nuove comunicazioni di Fed e Bce rende nervosi gli investitori
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Per le Borse, il primo mese del 2023 si è chiuso inaspettatamente in grande spolvero. In particolare, l'Europa ha archiviato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte, con un incremento dell'11% circa.
Anche l'ultima settimana completa del mese è andata molto bene, specialmente a Piazza Affari, che venerdì sera si è imposta come migliore Borsa europea. E che, in un anno, ha praticamente recuperato le perdite accumulate in precedenza.
Fra i settori più virtuosi, quello bancario, sostenuto dall'innalzamento dei tassi. Nei prossimi mesi è molto probabile che le aziende di credito siano in grado di proseguire il loro momento positivo, nonostante le prime sofferenze e insolvenze causate dal contesto economico. Questo potrà avvenire perché oggi le banche prestano denaro in misura molto minore rispetto al passato: per questo motivo hanno una posizione ben più solida rispetto a dieci anni fa, rinforzata anche dai nuovi requisiti di capitale introdotti in sede europea.
A brillare particolarmente sui listini italiani è Banco Bpm, che sta correndo dallo scorso dicembre e ha ampiamente superato i massimi del febbraio 2022. La situazione florida dell'istituto di Piazza Meda lascia aperte molte strade: la banca lombardo-veneta può essere appetibile sia come possibile oggetto di mire, sia come protagonista dell'acquisto di una banca piccola.
Improbabile, invece, che Banco Bpm possa essere interessata a rilevare Mps, a meno di partecipare all'operazione con un pool di banche – la classica “cordata”, operazione che sembra piacere particolarmente al ministero del Tesoro, primo azionista (con il 64%) del gruppo senese.
Attesa nervosa
Se la scorsa settimana le Borse hanno brillato, quella attuale si è invece aperta con un po' di nervosismo, sia in Europa, sia oltre oceano: solo Londra, fra i listini occidentali, è cresciuta, spinta dall'attuale sottodimensionamento britannico causato dai postumi della Brexit.
I motivi dello stop dei mercati sono essenzialmente tre. Il primo è, naturalmente, l'attesa delle conferenze di Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che decideranno se proseguire sulla politica di innalzamento tassi (scelta che, per la verità, è molto probabile, se non scontata), ma soprattutto diranno ai mercati con quale tono intendono proseguire.
In secondo luogo, è perfettamente naturale che le Borse rifiatino dopo un incremento così poderoso (oltre che, ripetiamolo, inatteso).
Infine, a contribuire a una certa ansia è l'arrivo imminente di alcuni importanti dati sugli utili (fra poche ore sono attesi i numeri di Meta, domani quelli di Apple). In generale, per quel che riguarda i dati che verranno pubblicati nel corso di febbraio, salgono i timori di revisioni al ribasso degli utili.
Piano Mattei
Continua intanto a scendere il prezzo del gas, che è poi una delle principali cause dell'inflazione europea. Complici le temperature miti (rese ancora più calde dal favonio in arrivo sul Nord Italia nei prossimi giorni) e il calo del dollaro, il metano potrebbe presto sfondare verso il basso il muro dei 50 euro per megawattora.
Nello stesso tempo, l'Italia si è assicurata una collaborazione importante con il governo libico: l'Eni ha infatti siglato un accordo con Noc, compagnia statale di Tripoli, per produrre gas localmente e acquistarlo per le nostre necessità. L'intesa, che ha suscitato una certa irritazione in Francia, fa parte del revamping del “piano Mattei”, che prevede una partnership fra l'Italia e i paesi africani, all'insegna della condivisione e non dalle logiche predatorie a cui, purtroppo, sono soliti indulgere i paesi occidentali. Proprio obbedendo a queste linee guida, l'obiettivo della partnership è quindi sia garantire energia ai cittadini libici, sia accrescere i flussi di gas verso l'Italia e l'Europa.
Nel caso della Libia, la collaborazione è paritetica: l'Eni investirà 8 miliardi di dollari, ma sarà l'unica società a versare soldi sonanti. Il 50% che la Libia mette sul piatto è infatti costituita dai giacimenti di cui Tripoli è ricca.
Usa-Cina, venti di guerra
Se il “piano Mattei” punta a renderci indipendente dal gas di Mosca, la guerra russo-ucraina continua a imperversare, senza che si intraveda la luce in fondo al tunnel. Come se non bastasse, alcuni giorni fa Mike Minihan, generale dell'aeronautica americana, ha paventato l'apertura di un nuovo fronte, affermando in un rapporto che entro un paio d'anni la Cina potrebbe invadere Taiwan. Operazione che rischierebbe di coinvolgere direttamente gli Usa.
Minihan ha invitato le truppe americane ad “accelerare” la preparazione di un eventuale conflitto fra Pechino e Washington. “Spero di sbagliarmi”, ha affermato l'ufficiale, “ma il mio istinto mi suggerisce che combatteremo nel 2025”.
Una guerra guerreggiata sarebbe, ovviamente, l'incubo più devastante per il mondo intero, che non vedrebbe vincitori, ma solo vinti. Un conflitto che si svolgerebbe in un contesto molto incerto, con una situazione militare favorevole per gli Stati Uniti ma un indubbio vantaggio tecnologico (e numerico) per la Cina.
Se si verificasse invece uno scontro essenzialmente economico, la crisi andrebbe a riverberarsi sull'intero occidente, ormai legato mani e piedi agli scambi con Pechino. Che avrebbe così una fortissima leva nei confronti degli Usa e dei suoi alleati, ben più forte che non il gas e il petrolio russi.
Etf, i più innovativi?
Intanto, un sondaggio realizzato da State Street Global Advisors e diffuso nei giorni scorsi rivela che, per la maggioranza degli investitori di Europa e Medio Oriente, l'Etf rappresenta lo strumento più innovativo realizzato nel mondo delle negoziazioni.
È davvero così? Per l'investitore retail, probabilmente, sì. Alla fine, le performance degli exchange traded fund convergono con quelle offerte dai fondi, ma con commissioni di gestione minori. Proprio per questo motivo, gli Etf hanno avuto l'indubbio merito di aver reso gli investimenti finanziari meno costosi per il cliente retail, aprendo il mercato anche a risparmiatori che in precedenza erano esclusi da questa attività.
Tuttavia, al di là del singolo strumento, è la creazione (e la gestione dinamica) di un portafoglio di investimenti diversificati a fare la differenza: se è corretto porre attenzione sul costo dei singoli strumenti, è indiscutibilmente vero che l'obiettivo di un investimento è quello di generare valore nel tempo, compatibilmente con gli obiettivi dell’investitore ed il suo profilo di rischio.
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Bce, l'inutile rialzo dei tassi
La Banca Centrale Europea opta per un ritocco di 75 punti. La decisione, tuttavia, rischia di avere un impatto minimo sull'inflazione, innescata solo dal costo del gas. Per evitare il tracollo dell'economia servirebbero decisioni forti sul prezzo del metano. Ma per il momento in sede comunitaria sembra che si parli solo di sacrifici per i cittadini e razionamenti nelle ore di punta...
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E alla fine è successo: la Bce, nella riunione di giovedì scorso, ha scelto di aumentare i tassi di 75 punti base. Una decisione attesa, che ha dato un po' di fiato alle Borse. Specialmente a Piazza Affari, che ha chiuso la scorsa settimana come maglia rosa europea, ed è cresciuta fino a ieri – cioè fino a prima che fossero comunicati i dati (deludenti e preoccupanti) sull'inflazione americana.
Facile comprendere il motivo dell'exploit: nei listini di Milano è molto forte la presenza di titoli finanziari e il rialzo dei tassi dà alle banche un extra gettito automatico. Ogni giorno, gli istituti di credito spostano gli eccessi di liquidità alle Bce che, in epoca di tassi negativi, restituiva loro il capitale diminuito dello 0,5%. Ora, gli stessi capitali vengono remunerati dello 0,75%. Ciò significa che ogni banca riceve importi aggiuntivi senza dover fare nulla.
Facciamo l'esempio di Intesa Sanpaolo, principale banca di sistema, che da giugno a oggi ha evidenziato un delta positivo fra i 400 e i 500 milioni di euro proprio per l'aumento dei tassi.
Ancora presto, però, per consigliare un investimento alla cieca sul settore bancario: se infatti l'economia dovesse affrontare una recessione, le aziende di credito potrebbero essere chiamate a fronteggiare maggiori sofferenze, che metterebbero seriamente in difficoltà i loro bilanci. Senza dimenticare il caro-bollette e i suoi impatti su un'attività energivora come quella delle filiali.
L'inflazione dipende dal gas
Sul lato inflazione, il ritocco sui tassi sposta ben poco e contribuisce in misura ancora minore. Perché la crisi che stiamo vivendo dipende solo e unicamente dal costo del gas e dalle sue conseguenze. Le altre materie prime, infatti, sono scese a livelli più bassi rispetto ai costi del settembre di un anno fa – tutte, petrolio compreso.
Proprio per questo, l'aumento dei tassi è una mossa, che difficilmente potrà contenere l'inflazione o gestire i rincari. Come del resto ha dimostrato il vertice dei ministri Ue dell'energia, che si è svolta venerdì scorso. I partecipanti erano entrati, come spesso succede, divisi sul da farsi: la maggior parte puntava su un tetto generalizzato al prezzo del gas, qualcuno su un cap che coinvolgesse solo i rifornimenti russi, lasciando libertà di tariffazione a tutti gli altri, e un terzo gruppo era propenso a non intervenire.
Risultato? I ministri si sono aggiornati al 30 settembre per una nuova riunione, in cui hanno previsto di discutere ed eventualmente approvare l'unica operazione condivisa: i razionamenti energetici. Il che significa: nessun intervento per alleviare la situazione di famiglie e imprese e scongiurare fallimenti a catena, e ribaltamento del problema sul “solito” cittadino. A cui saranno imposti razionamenti nelle ore di punta – il periodo della giornata in cui, per inciso, le aziende lavorano maggiormente.
Quelle che ancora lavorano. Perché a causa del caro-bollette e dell'inerzia dei decisori, alcune imprese (soprattutto piccole) stanno già chiudendo, e altre falliranno, buttando sulla strada lavoratori e creando gravi difficoltà a famiglie. Esaminando le soluzioni proposte dai ministri Ue, che hanno l'aspetto di un topolino partorito da un elefante, è davvero lecito chiedersi se i nostri politici abbiano mai lavorato in azienda.
Gli errori dell'Ue
Da una parte, dunque, si scaricano responsabilità su consumatori e imprenditori, dall'altra si riconoscono gli errori di gestione (senza peraltro fare nulla per correggerli): fonti Ue iniziano a scusarsi per come è stata affrontata la crisi-bollette, che – ricordiamolo – ha fatto capolino mesi prima rispetto all'escalation militare in Ucraina.
Questi errori a catena lascerebbero il segno anche se il prezzo del gas tornasse sotto i 30 euro, o almeno a una ragionevole quota di 40 o 50: oggi, a causa del caro-bollette, aumentano alimentari, caffè, brioche, costo del parrucchiere, automobili. Se il metano tornasse a livelli accettabili, difficilmente i rincari innescati dalle bollette pazze diminuirebbero. No: sarebbero ormai acquisiti. E ne risentirebbe il potere d'acquisto dei cittadini.
Gli errori commessi dall'Ue sono molti. Tra questi, l'aver affidato al mercato (e quindi alle possibili speculazioni) un settore così strategico e delicato come quello energetico. Le tariffe dell'oro blu sono calcolate sul Ttf di Amsterdam, che però vale sì e no il 2% sul gas scambiato: i grandi fornitori stringono infatti accordi separati con i clienti, dopo una contrattazione privata, decidendo autonomamente i prezzi.
Nonostante questo, le quotazioni di Amsterdam - altamente manipolabili - dettano legge. E rimpolpano i forzieri dell'Olanda, che grazie al rincaro dell'oro blu potrebbe chiudere il 2022 con un maxiguadagno di 20 miliardi di euro. Solo questa informazione può spiegare perché, in un meccanismo decisionale che esige l'unanimità, il regno degli Orange blocca sistematicamente misure per limitare il caro-prezzi.
Altro errore sottolineato da molti (ma mai riconosciuto dagli ambienti Ue) è stato costruire un impianto sanzionatorio nei confronti della Russia senza prevedere il rischio di ritorsioni. A inizio invasione, il premier Mario Draghi assicurò che non ci sarebbe stata alcuna reazione da parte di Mosca, e che le forniture di gas non sarebbero diminuite. Come lui, evidentemente, la pensavano vari altri leader europei, la cui miopia ci ha portato a questo punto.
Se un simile corollario di errori fosse stato commesso da un amministratore delegato di un'azienda, questo manager avrebbe sicuramente perso il posto di lavoro. I politici possono invece incorrere in abbagli di ogni tipo mantenendo la loro poltrona.
Usa, l'inflazione sale ancora
La comunicazione sui dati relativi all'inflazione americana di agosto – che ha chiuso il mese con un 8,3%, dato superiore alle attese - ha fatto il resto: come anticipato, la comunicazione dei dati ha bloccato il buon momento delle maggiori Borse europee, oltre che naturalmente di Wall Street.
New York aveva chiuso per tre settimane in positivo e l'Europa si era buttata alle spalle un agosto difficile (con una piccola coda a settembre) per poi prodursi in incoraggianti rimbalzi. Il calo del prezzo del petrolio non è stato però sufficiente a rispettare le previsioni di un miglioramento: l'inflazione è scesa di soli 0,2 punti in un mese. Occorrerà ora attendere la reazione dei mercati a stelle e strisce dopo il probabile nuovo rialzo dei tassi di 75 punti base (ma qualcuno parla anche di 100 punti base), previsto per la prossima settimana.
Londra spende per ridurre i costi energetici
Previsioni non rispettate anche in una Gran Bretagna sotto choc per la scomparsa di Elisabetta II: Londra ha fatto registrare una crescita dell'economia minore del previsto, mentre l'inflazione rimane sopra il 10%. Bassa anche la quotazione della sterlina, che ha raggiunto i minimi nei confronti del dollaro – anche se si tratta di valori sfiorati più volte negli ultimi cinque anni, e quindi non preoccupanti per i sudditi di Sua Maestà.
Tanto più che il nuovo governo sta preparando una manovra da 180 miliardi di euro per limitare il costo energetico, che si aggiungeranno agli stanziamenti già approvati. Scontato fare impietosi paragoni con l'Italia, che con la scusa del debito pubblico non ha predisposto operazioni per proteggere i cittadini, rifiutandosi persino di fissare un tetto al prezzo del gas sull'esempio di Spagna e Portogallo.
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Mercati, navigazione tranquilla
Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari
Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.
È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.
Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.
Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.
Meglio l'Europa
Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.
In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.
Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.
La discesa del petrolio
In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.
D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.
Ma il gas va sempre più su...
Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).
Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.
Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.
Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.
C'è chi scende e c'è chi sale
Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.
Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.
L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.
Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.
Giappone, deludono i dati sul pil
Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.
Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.
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Rimbalzo estivo, sarà vera gloria?
Le maggiori Borse europee hanno chiuso il mese di luglio con aumenti importanti: Milano ha fatto registrare un +5% e Amsterdam un +10%. Fra non molto potremo comprendere se siamo di fronte a un'inversione di tendenza o a un fenomeno temporaneo, verificatosi come contraltare alla forte caduta avvenuta da gennaio in avanti.
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Luglio si è chiuso all'insegna del toro per le maggiori Borse europee. Piazza Affari ha archiviato il mese con un rimbalzo di oltre il 5%. E c'è anche chi ha fatto meglio (un esempio su tutti, Amsterdam, che ha raggiunto un brillante +10%).
La fase positiva dei listini era abbastanza attesa, anche se non necessariamente in queste tempistiche. Perché un rimbalzo, prima o poi, avrebbe dovuto verificarsi. Un rimbalzo forte, dato che di solito quanto più violenta è la caduta, tanto più dirompente è il contraccolpo successivo.
Ora il grande interrogativo riguarda la durata del recupero. In qualsiasi mercato ci sono rimbalzi che durano per un lasso temporale importante, altri che si affievoliscono a breve ed esauriscono presto la loro spinta propulsiva.
Nella situazione che stiamo vivendo, come avviene nella maggior parte dei casi, possono verificarsi entrambe le possibilità. Una cosa sembra molto probabile: anche se le Borse tornassero a calare, difficilmente si scenderà sotto i minimi di quest'anno.
Il tempo di comprare
Il rimbalzo lascia comunque ampi spazi per gli investitori: i valori dei titoli, pur in rialzo, sono ancora ottimi per chi vuole comprare. In altre parole, oggi come oggi si può acquistare tutto o quasi tutto.
I titoli top del mercato italiano che fanno il grosso dei nostri listini (a titolo d’esempio: Eni, Enel, Generali, Poste Italiane e Intesa Sanpaolo) chiuderanno con dividendi superiori al 7%; a questo occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto.
Anche ipotizzando lo scenario peggiore (utili in calo del 15%), le valutazioni di questi titoli hanno raggiunto un livello interessante in un’ottica di medio periodo.
Gli investimenti devono però essere consapevoli. Non bisogna cioè sottovalutare le spade di Damocle che pendono nuova crisi sui nostri giorni: Covid, guerra russo-ucraina, inflazione e caro-energia. Senza dimenticare che a queste ansie ormai cronicizzate si potrebbe presto affiancare una nuova crisi, questa volta tra Stati Uniti e Cina. Una tensione causata dalla visita di Nancy Pelosi a Taiwan, che tanto sta facendo infuriare Pechino e che potrebbe aggiungere incertezza a incertezza, vanificando la ripresa dei mercati.
La Fed alza l'asticella
Tra le variabili da considerare, anche il generalizzato rialzo dei tassi avvenuto pressoché in tutto il mondo (Giappone escluso). La Fed, che guida la corsa verso l'alto, ha introdotto un ritocco di 75 punti base - decisione che era comunque ampiamente prevista. La politica aggressiva della banca centrale Usa potrà proseguire con ulteriori ritocchi, ma abbastanza moderati: dovrà poi attendere i dati dei prossimi mesi per organizzare la sua strategia. Le aspettative americane sono su un tasso di inflazione dal 3% al 3,5%.
Gli Stati Uniti sono già in recessione tecnica: occorre aspettare il terzo e il quarto trimestre per vedere se proseguirà. Chi ha una visione ottimista prevede che già dai primi tre mesi del 2023 l'economia statunitense sia in grado di iniziare a riprendersi, ma senza spirale inflattiva.
In Gran Bretagna invece la stagione del rialzo dei tassi potrebbe essersi conclusa. Soprattutto se Liz Truss dovesse vincere la corsa alla successione di Boris Johnson alla testa del Partito Conservatore (e, di conseguenza, a Downing Street). L'attuale segretario di Stato per gli affari esteri è infatti contraria a ulteriori scostamenti verso l'alto del costo della sterlina. Per il resto, Truss segue una linea post-thatcheriana, all'insegna della deregulation e dello scarso intervento dello stato. In politica estera, la sua posizione sembra ancora più dura di quella espressa da Johnson, e questo è un elemento preoccupante sullo scacchiere internazionale.
Rimbalza anche Saipem
Tornando a Piazza Affari, è utile segnalare che i listini sono stati trainati dalle ottime trimestrali di Eni e Saipem. In quest'ultimo caso, la crescita era nella logica delle cose. Il titolo, negli scorsi mesi, era stato letteralmente massacrato, con valori ben al di sotto rispetto a quelli reali. Da queste colonne abbiamo insistito a più riprese sul carattere illogico di questo calo, perché l'aumento di capitale del gruppo restava fuori discussione. E così è stato: l'operazione si è regolarmente svolta, rasserenando l'orizzonte.
Ora Saipem si trova in una situazione molto favorevole, dato che, per sostituire il petrolio russo, riprenderanno le esplorazioni, di cui il gruppo sarà sicuramente protagonista.
La Russia cala l'asso
A guidare le esplorazioni petrolifere mondiali è, però, proprio la Federazione Russa. Le autorità di Mosca hanno avviato la costruzione del terminale estrattivo artico, che punta a diventare il numero uno al mondo. L'operazione si inserisce nell'ambito del progetto Vostok Oil, già in agenda, ma rallentato a causa dei ribassi del prezzo del petrolio del 2021. Ora l'oro nero corre, anche grazie alle sanzioni, e la Russia cala un asso di denari. Che potrebbe non essere raccolto dall'Europa, proprio per l'embargo nei confronti di Mosca, ma da vari altri paesi del mondo. Dall'Asia al Sudamerica.
Tutto questo avviene mentre, alle incertezze geopolitiche in giro per il mondo, si è aggiunto il nuovo caos libico. Per ora non possiamo ancora prevedere i rischi di questo fronte per gli approvvigionamenti petroliferi all'Italia e all'Europa. Certo è che Tripolitania e Cirenaica sono da tempo terreno di scontro di varie potenze, e la nuova crisi può acuire i problemi.
Sappiamo invece che la riunione dell'Opec+ di questa settimana non passerà alla storia. In questo momento, Brent e Wti viaggiano a cavallo di quota 100 (più sotto che sopra), senza raggiungere i picchi che spaventavano imprese e famiglie fino a poco tempo fa. La situazione è, quindi, all'insegna della stabilità (anche se i prezzi attuali sono comunque troppo alti) e il clima vacanziero non dà adito a particolari aspettative.
Anche per quanto riguarda le materie prime siamo generalmente in una fase di stabilità. All'orizzonte non appare nulla di particolare. Il tema vero è la grande incertezza delle aziende: se si verificassero quegli aumenti in bolletta annunciati un giorno sì e l'altro pure, molte imprese sarebbero costrette a ridimensionare la loro attività, o addirittura a chiudere. Con effetti devastanti sull'economia.
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