Utili e spiragli di pace aiutano le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’incontro fra Xi Jinping e Donald Trump si è concluso tutto sommato positivamente, anche se non ha prodotto risultati tangibili. Il clima generale del vertice è parso rilassato e non ostile e questo è bastato ai mercati per sorridere. Anche la questione di Taiwan sembra incanalata verso un lento confronto costruttivo: il presidente americano si è espresso contro l’indipendenza formale dell’isola, mostrandosi favorevole alla prosecuzione di questa situazione di stallo, che perdura dal 1949, ed evitando di rinfocolare la voglia di indipendenza, sgradita alla Repubblica Popolare. D’altra parte, appare improbabile che Pechino voglia premere troppo l’acceleratore su un’azione militare: la Cina vuole la riunificazione per motivi legati al nazionalismo, certo, ma anche (e, forse, soprattutto) per appropriarsi delle imprese produttrici di chip, di cui Taipei è ben fornita. Se, però, la Repubblica Popolare dovesse attaccare, i taiwanesi potrebbero decidere di distruggere le industrie, lasciando terra bruciata. Per la Cina sembra, dunque, un’opzione migliore rifornirsi di chip dagli Stati Uniti, che sembrano propensi ad assecondarli su questo punto. In poche parole, meglio un accordo (anche se risultasse pessimo) che una guerra. Incredibile, a questo proposito, che prosegua il conflitto tra Russia e Ucraina, il cui stallo risente però anche della posizione intransigente dell’Europa.
Buone le trimestrali, Borse ok
L’atmosfera positiva del vertice di Pechino, si diceva, è piaciuta ai mercati. Ma a sostenere i listini sono state soprattutto le notizie sulla crisi del Golfo. Ogni volta che si prospetta un accordo, o almeno si allontana il rischio di un’escalation, i mercati reagiscono bene. E ora dimostrano di credere nella possibilità di un accordo, traendo beneficio anche dal pur leggero calo del petrolio e da altre buone notizie: il rallentamento del sell off obbligazionario e – last but not least – le ottime trimestrali delle società quotate. Finora, la situazione dello Stretto di Hormuz non sembra dunque aver impaurito i listini, che hanno recuperato le perdite di inizio guerra e si sono rilanciate, pur rimanendo sintonizzate sulle notizie dal Golfo. Sembra proprio di doverlo dire: gli investitori che hanno avuto il coraggio di restare fermi, o di alleggerire solo parzialmente il portafoglio, sono (almeno per ora) i veri vincitori di questa crisi. Tuttavia, si profilano all’orizzonte nuovi rischi. Perché Hormuz è ben lungi dal ritorno alla normalità, e un protrarsi di blocchi e controblocchi rischia di spingere ancora più in alto il prezzo del petrolio e di provocare maggiori difficoltà di approvvigionamento – energetico e non. Con evidenti ricadute anche sui prossimi bilanci. Forse l’annuncio di Trump sul blocco della ripresa degli attacchi sull’Iran punta ad allontanare questi timori.
Sell off obbligazionario
Abbiamo accennato all’ondata di sell off obbligazionario, che dipende soprattutto dall’aumento dei rendimenti dei bond. Un fenomeno che ha portato i Treasury decennali americani, ma anche le obbligazioni inglesi e giapponesi, a livelli da primato. E che, se prolungato, potrebbe costituire un ostacolo alla salita delle Borse, perché visto come una fonte di buoni rendimenti, più sicuri e conseguiti con il minimo rischio. Oggi, per esempio, il decennale Usa è oltre 4,60% e il trentennale oltre il 5%, nonostante l’imminente taglio dei tassi a breve. I Btp della stessa durata sono, da parte loro, di poco sotto il 4%, mentre i Bund viaggiano intorno al 3,15%. Il che suona clamoroso, se si guarda al livello delle obbligazioni governative tedesche solo pochi anni fa: nel 2022 il tasso era infatti di -0,25%, e chi in quell’epoca ha investito in bond non ha ancora recuperato le perdite. Nei rendimenti delle obbligazioni avrà un ruolo importante anche la posizione delle banche centrali, impegnate a mantenere un difficile equilibrio tra i rischi di inflazione e di recessione.
Tra inflazione e recessione
E proprio le scelte delle banche centrali avranno un ruolo cruciale nello sviluppo di strategie per affrontare i problemi derivanti dai blocchi di Hormuz. Mentre c’è molta curiosità sulle prossime mosse di Kevin Warsh, che giurerà venerdì prossimo come presidente della Federal Reserve, in casa Bce il percorso sembra già tracciato. Il mantra della Banca Centrale Europea è bloccare l’inflazione, che ad aprile l’Istat ha stimato al +2,7% su base annua. L’aumento dei prezzi ha riguardato soprattutto l’energia e i prodotti agricoli e alimentari, a causa della scarsità di fertilizzanti e dell’aumento nel costo dei trasporti.
Per agire sull’inflazione, Francoforte sembra voler utilizzare la “solita” ricetta: alzare i tassi, anche se a questo giro il fenomeno degli aumenti dipende dalla scarsità di offerta. La narrazione dell’Eurotower, che ha fatto filtrare l’intenzione di effettuare tre ritocchi verso l’alto dei tassi a breve entro fine anno, è già stata scontata dal mercato: secondo una statistica dell’Abi relativa al mese di aprile, il tasso medio dei nuovi mutui ha raggiunto il 3,43%, sei centesimi in più rispetto al mese precedente. Ed entro fine anno il costo dell’opzione variabile potrebbe raggiungere quella fissa.
Il nuovo virus
Come se ce ne fosse bisogno, all’effetto domino della crisi del Golfo si è aggiunto il rischio di trasmissione dell‘hantavirus, “sbarcato” da una nave da crociera in una variante che per la prima volta prevederebbe il contagio da uomo a uomo. Se questa nuova malattia infettiva si scoprisse dannosa come il Covid, farebbe sicuramente crollare le Borse, come è accaduto nel 2020. Ma il rischio che si verifichi una nuova pandemia sembra davvero molto basso. E assolutamente non paragonabile a quelli associati al Covid: pur più letale, l’hantavirus sembra infatti ben difficile da trasmettere e decisamente più agevole da isolare, mentre il numero di pazienti positivi è molto basso. Le Borse possono dunque concentrarsi sulle sfide di questo periodo difficile, che sono già molte e impegnative.
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Mercati, antenne puntate sul Golfo e sul vertice Xi-Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse si sta avviando verso un trend discendente, dopo un periodo che, almeno fino a giovedì scorso, era apparso decisamente positivo, al punto da spingersi sui massimi. A guidare l’andamento delle Borse sono le notizie, spesso contrastanti, sulla crisi del Golfo: quando si intravedono schiarite o timide speranze di pace, i listini corrono, quando prevale il timore di una ripresa delle ostilità, o si teme un lungo stallo a Hormuz, gli indici ripiegano. Ma, almeno per ora, riescono almeno a frenare la discesa.
I settori trainanti
Finora, dunque, la capacità di resilienza delle Borse ha limitato i danni nei periodi peggiori, e i balzi in avanti sono stati maggiori che non i passi indietro. I mercati, lo si è detto più volte, sono “vaccinati”; tuttavia, se la situazione tornasse a peggiorare in modo pesante, difficilmente potrebbero tenere la barra dritta. Gli investimenti seguono sempre gli utili: se l’economia va in recessione si verifica una discesa e non c’è resilienza in grado di tenere. Per il momento, c’è la percezione che la stagione degli utili prosegua. Per questo i listini reggono, limitando le perdite nei giorni negativi. La scorsa settimana, a dare soddisfazioni agli investitori erano stati soprattutto i finanziari (non per niente, Piazza Affari ha sovraperformato rispetto al resto d’Europa) e la tecnologia americana, guidata da nuovi record. E’ però bastato un aumento del petrolio, dovuto ai timori di una ripresa dei bombardamenti americani, per deprimere ieri i titoli del settore bancario a Milano (e nelle altre piazze europee). E ciò ha causato l’arretramento degli indici. Stamattina, invece, il rialzo delle Borse europee, in attesa del vertice fra Xi Jinping e Donald Trump.
Vertice a Pechino
L’incontro di Pechino promette di tracciare una strada su cui incanalare il futuro della crisi, e avrà una portata molto ampia. Dopo i convenevoli di oggi, domani i due leader si confronteranno infatti sul Golfo, ma anche su temi come la tregua molto fragile sui dazi, Taiwan, i chip e l’intelligenza artificiale. Il vertice cercherà dunque di mettere a confronto le due potenze su alcune fra le incertezze attuali – anche se è difficile prevedere se l’esito sarà positivo o negativo.
Piano B
La crisi di Hormuz ha comunque impartito una lezione: quando possibile, occorre sempre avere un “piano B”, da utilizzare in casi estremi. E ora i Paesi del Golfo stanno cercando di rimediare in fretta e furia ai blocchi e ai controblocchi, attuali e futuri: è in progetto l’organizzazione di un sistema di trasporti alternativo di petrolio e gas e, dove possibile, di fertilizzanti, metalli e altre merci che solitamente passano dallo Stretto. Il piano prevede un nuovo sbocco terrestre mediante oleodotti, treni e carovane di camion in grado di bypassare almeno in parte la strozzatura marittima. Si tratterebbe quindi di investimenti infrastrutturali con il compito, molto ambizioso, di mantenere l’economia su livelli discreti. E, ipso facto, di rilanciare i mercati.
Europa spettatrice
La visita di Trump è la prima di un presidente americano in Cina dal 2017. Da allora, le regole della diplomazia sembrano cambiate, e i vecchi rapporti con il guanto di velluto sembrano essere stati improvvisamente messi nel cassetto (se non nel dimenticatoio). Vittima principale di questi cambiamenti è l’Europa, lenta, poco reattiva al cambiamento e, per questi motivi, incapace di difendersi, sia dal punto di vista politico, sia economico. La burocratizzazione delle procedure comunitarie e l’incapacità di cambiare in corsa incidono in modo pericoloso sull’economia del continente, che rischia la deindustrializzazione. Se nel 2009 il Pil americano e quello europeo erano identici e oggi quello Usa sopravanza il nostro di 7.000 miliardi, qualche errore è stato fatto. Politici e burocrati Ue hanno la loro parte di responsabilità nello sviluppo di questo scenario, che vede Stati Uniti e resto del mondo all’assalto e l’Europa sempre più impoverita. E spettatrice di incontri e decisioni che, per logica, dovrebbero vederla protagonista. Abbiamo perso 20 anni per le regole che ci siamo autoimposti, e ora ogni crisi – geopolitica o economica – fa tremare la stabilità delle nostre imprese. E favorisce la conquista delle industrie locali da parte di colossi di altri continenti.
Acciaio, la via (obbligata) inglese
Una via per difendere le economie europee (non solo Ue) da questa dinamica può giungere dalla nazionalizzazione di British Steel, decisa dal governo inglese di Keir Starmer. Con questa mossa, l’esecutivo di Sua Maestà dimostra che Londra non può rinunciare all’azienda siderurgica che utilizza gli ultimi altiforni funzionanti del paese. La sua sopravvivenza, secondo il governo, è un fatto di sicurezza nazionale: l’acquisizione è perciò l’unica strada percorribile, sebbene British Steel perda 700.000 sterline al giorno.
La Nba si espande in Europa
E’ ormai certo: la Nba vuole espandersi in Europa, ed è pronta a investire 3 miliardi di dollari per trasformare il campionato nordamericano in un torneo intercontinentale. Il progetto nascerebbe in partnership, e non in contrapposizione, con l’Eurolega, e dovrebbe funzionare come la “casamadre” americana, cioè con il sistema delle franchigie. Anche se è prevista una variazione allo schema originale: il torneo sarà parzialmente aperto, cioè una parte delle squadre accederà per merito. In questo modo, il nuovo campionato salvaguarderà almeno in parte i valori europei, abbinandoli al sistema americano “chiuso”. Se Nba Europe partisse, prevederebbe due franchigie in Italia: Milano e Roma. Ma c’è ancora incertezza sulle squadre da coinvolgere, se quelle “storiche” o se team nuovi, con la possibilità che siano legati ai club calcistici. Roma ha appena acquisito il titolo sportivo di Cremona (classica operazione “all’americana”), ma nella capitale potrebbe insediarsi anche una seconda società, legata a Trieste. Per la franchigia di Milano si profila invece una scelta fra due squadre di lunga e consolidata tradizione: l’Olimpia e Varese, patrocinate da Oaktree (azionista dell’Inter) e Redbird (proprietaria del Milan). Nulla è ancora definito, a parte due osservazioni. Primo, i prezzi dei biglietti saranno senza alcun dubbio molto alti, escludendo la passione popolare dai palazzetti. Secondo, il potere economico degli Stati Uniti inizia anche a riflettersi sullo sport europeo. E le aziende made in Usa, come si accennava prima, sono alla conquista delle imprese del nostro continente, approfittando della sua crisi industriale.
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Borse, prove tecniche di ripresa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La guerra prosegue, il petrolio vola e i problemi legati al transito dallo Stretto di Hormuz sono ancora irrisolti. Tuttavia, le Borse hanno ormai fermato il trend in ripida discesa che aveva caratterizzato i primi giorni del conflitto. Possiamo affermare che, dato tutto quello che accade, i mercati stanno reagendo tutto sommato meglio del previsto. I listini americani sono su livelli non molto dissimili a quelli pre-bellici perché gli Usa sono esportatori di materie prime: gli indici europei e asiatici, dopo un arretramento fisiologico (che avrebbe potuto anche rivelarsi peggiore), si stanno invece arroccando su una nuova linea difensiva, cercando di consolidarsi e, possibilmente, di provare qualche rimbalzo.
Il ruolo chiave di Hormuz
Paradossalmente, è proprio la tenuta del mercato americano a spingere le Borse europee, aiutandole a costruire un fortino di resilienza. Decisivi per la strategia di rilancio, o almeno di difesa, saranno due elementi: la durata della guerra e la situazione dello Stretto di Hormuz. Un collo di bottiglia che finora è chiuso per alcuni Paesi e aperto per altri – primo tra tutti, la Cina. Hormuz è importante non solo per il transito di petrolio – soprattutto verso l’Asia – ma anche per il passaggio di Gnl, di metalli, di fertilizzanti e di molto altro materiale destinato (anche) all’Europa. Che, come l’Estremo Oriente, dipende in gran parte da materie prime di importazione. A bloccarsi a causa del conflitto e dell’ingolfamento dello Stretto non sono solo strutture petrolifere o di gas: il Bahrein, per esempio, ha fermato gli impianti di alluminio, mentre il transito dei fertilizzanti è a rischio, con gli annessi e connessi sull’agricoltura. Se la guerra dovesse terminare in breve tempo, e lo stallo si sbloccasse, potremmo assistere a un ritorno alla normalità e a un rapido recupero degli indici. In caso di sblocco di Hormuz manu militari potrebbe invece subentrare una forte crisi borsistica provvisoria; se però l’operazione consentisse un ritorno alla quasi normalità per le vie marittime e un calo fisiologico del prezzo del petrolio, le Borse – dopo un periodo di forche caudine – tornerebbero a salire. Entrambe le situazioni sottintendono una strategia, che però al momento non appare chiara. Donald Trump dà l’impressione di trovarsi completamente impantanato, e di non sapere come uscirne. E, se non se ne esce, il mercato riprende a scendere. Mentre l’inquilino della Casa Bianca, da parte sua, dovrebbe fare i conti con l’elettorato, che si ritrova la benzina alla pompa a circa 6 dollari al gallone, pari a quasi 1,40 euro al litro. Un prezzo che sarebbe valutato molto basso in Europa, ma che è considerato altissimo negli Stati Uniti, e potrebbe essere capace di disamorare l’elettorato americano alle prossime consultazioni di mid term.
Nervi saldi
Prevedere gli sviluppi della guerra, la sua lunghezza e il suo influsso sulle Borse nel prossimo futuro è molto difficile. Ma non si può dimenticare che anche gli storni peggiori, prima o poi, vengono recuperati. Se si consulta l’indice Msci World dal 1 gennaio 1999 è cresciuto dell’11,5% l’anno. Ogni crisi viene prima o poi digerita, e il mondo finanziario riparte. Per questo motivo, se si hanno i mezzi per sostenere l’investimento, è bene reagire alle fasi orso con sangue freddo: ogni volta che il mercato perde più del 10% è consigliabile rifiutare scelte dettate dal panico. Evitando di vendere, ma anzi aumentando il peso del proprio portafoglio.
Dispersione di rendimenti
Piazza Affari si trova di poco sotto all’apertura del 2 gennaio 2026, ma con una grande dispersione di rendimenti. Il settore industriale legato al cemento ha perso molto – per fare un esempio, WeBuild è calato del 35%, nonostante sia tuttora pieno di commesse. Anche le banche hanno pagato dazio, lasciando sul terreno circa il 15%. Dall’altro lato, le azioni di società produttrici di armi e i titoli petroliferi sono arrivati ai massimi, e quelli legate a tecnologia e innovazione hanno mostrato ottime performance. Mai come in un quadro caotico come quello attuale è consigliabile rimanere attenti alle dinamiche settoriali: a medio termine le banche hanno tutta la potenzialità per recuperare, vista la differenza fra il tasso a breve e quello a dieci anni, salito per paura dell’inflazione: quando il grafico è così inclinato, le banche fanno più utili, e la loro rimonta veloce è molto probabile. Per contro, attenzione ai petroliferi, che a fine guerra scenderanno.
Unicredit riaccende il risiko
A proposito di banche, Unicredit è tornato sul dossier Commerzbank. Il gruppo di piazza Gae Aulenti ha infatti comunicato il lancio di un’ops volontaria sull’istituto tedesco. L’offerta, recita una nota di Unicredit, punta “a superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca in materia di offerta pubblica di acquisto”, ma anche a “favorire, nelle prossime settimane, un confronto costruttivo con Commerzbank e con i suoi principali stakeholder“. Si prevede, prosegue la nota, che Unicredit raggiunga una partecipazione superiore al 30% nell’istituto tedesco, “senza tuttavia acquisirne il controllo”, per evitare alla banca di piazza Gae Aulenti “di aggiustare costantemente la propria partecipazione per rimanere al di sotto della soglia del 30% in ragione del programma di acquisto di azioni proprie in corso da parte di Commerzbank, nonché di poter successivamente incrementare liberamente la propria partecipazione sul mercato o con altre modalità”. Oggi, ricorda la nota, Unicredit detiene “una partecipazione diretta di circa il 26% in Commerzbank e un’ulteriore posizione di circa il 4% tramite total return swap”. Ritorna dunque il risiko bancario, con una sfida che mira a creare un confronto con Commerzbank e a superare lo scetticismo del governo tedesco, contrario a operazioni ostili. Sul fronte assicurativo, Generali sta valutando l’opportunità di sostituire Axa nella partnership di bancassurance con Mps (la collaborazione tra i francesi e il gruppo senese scadrà nel 2027). La mossa di Philippe Donnet potrebbe essere favorita dalla posizione di Montepaschi, che attraverso Mediobanca è il primo azionista del Leone di Trieste.
2026, la grande incognita dei tecnologici
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse hanno iniziato il 2026 proseguendo il trend positivo di San Silvestro, e non sono state toccate neppure dell’attacco americano in Venezuela, confermando il segno più alla riapertura. Il fenomeno mostra ancora una volta che – come abbiamo spesso ripetuto – i listini hanno sviluppato anticorpi molto forti contro le pesanti incertezze causate da turbolenze, geopolitiche e non. Il periodo di crisi causato prima dal Covid e poi dalla guerra russo-ucraina ha dunque contribuito a “vaccinare” le Borse, che sono così riuscite a passare indenni altri momenti molto sfavorevoli; anche lo scivolone post-dazi di aprile, che inizialmente sembrava aver messo alla prova la resilienza dei mercati, è stato recuperato in un paio di mesi. Ciò, ovviamente, non significa che non si debba rimanere in guardia dai rischi di nuove crisi sullo scacchiere mondiale; al contrario, i mercati dovranno sempre tenere antenne puntate e prestare la massima attenzione. Tuttavia, i listini sanno difendersi molto di più rispetto a quattro anni fa: da ottobre 2022 le Borse ignorano maggiormente i segnali geopolitici e guardano solo alla crescita e agli utili, spostando il loro orizzonte sul lungo periodo.
Cambio di leader
Per ora, dunque, si può prevedere un mercato 2026 costruttivo e positivo – magari non come l’anno scorso, a causa della maggior volatilità, ma comunque in crescita. Una grande differenza fra il 2025 e l’anno appena iniziato sembrerebbe l’affermarsi di una tendenza alla maggior omogeneità fra i vari comparti: mentre il 2025 è stato spesso caratterizzato da periodi di marcata rotazione settoriale, ora sembra più probabile che gli indici borsistici si muovano un po’ più all’unisono. Probabile anche un cambio di “maglia gialla” al vertice del gruppo: il 2025 ha visto una prevalenza dei mercati europei, mentre quest’anno a trainare la crescita potrebbero essere le Borse americane; ci si aspetta comunque una correlazione stretta fra i due poli, che dovrebbero fare entrambi bene. Come anche il Nikkei, che ha le potenzialità per reagire positivamente alla politica di moderato rialzo dei tassi decisa dalla banca centrale. La strategia valutaria vedrà invece gli Stati Uniti impegnati ad ammorbidire nuovamente la stretta monetaria, mentre ci si aspetta immobilismo da parte della Bce. Un’incognita prevista è quella legata al ciclo elettorale americano, specialmente se, come sembra, il Congresso rafforzerà una maggioranza di segno opposto a quella dell’amministrazione in carica.
Intelligenza artificiale: nuovi record o bolla?
Incerto il futuro borsistico delle aziende tecnologiche – soprattutto quelle che si occupano di intelligenza artificiale. In questo settore, da molto tempo in grande spolvero, sono stati convogliati centinaia di miliardi di dollari in investimenti, rendendo indispensabile un ritorno economico adeguato. In presenza di utili in grado di giustificare l’ingente impegno finanziario, questi titoli facilmente saliranno ancora. Altrimenti il valore in Borsa calerà. Insomma: il quadro sembra aperto anche alle soluzioni più divergenti, dalla possibilità di nuovi massimi al rischio bolla. Una piccola spia rossa è già comparsa a fine 2025 e ha riguardato Oracle: è bastato che, proprio a causa degli investimenti sull’intelligenza artificiale, i ricavi si attestassero al di sotto delle previsioni per causare un arretramento significativo delle azioni. Se dunque si verificasse un rallentamento generalizzato degli investimenti delle grandi bigtech sull’intelligenza artificiale, il settore potrebbe rallentare, frenando a sua volta la crescita economica.
Finanziari, preziosi e automotive
Un’altra incognita è rappresentata dai titoli finanziari, che l’anno scorso hanno spinto le Borse di Milano e di Madrid sul tetto d’Europa. Il 2026 di queste azioni potrebbe rivelarsi più tranquillo, riservando magari qualche soddisfazione a chi investirà su selezionati titoli bancari. Hanno invece tutte le potenzialità per crescere ancora i titoli collegati ai metalli preziosi: attualmente c’è molta volatilità sull’argento, con fluttuazioni fra il 3% e il 4%, ma alla fine sembra quasi scontato un grafico in forte crescita, capace di raggiungere i 90 dollari fra 12 mesi. E’ molto probabile che l’argento continui a correre più dell’oro, in grado comunque di arrivare il prossimo dicembre ai massimi, forse oltre i 5.000 dollari l’oncia. Per questo, sembra corretto mantenere i titoli dei metalli preziosi. Iniziando magari a investire anche sul settore automobilistico europeo, penalizzato dal green deal negli ultimi tre anni e ora, con il dietrofront della Commissione Ue, protagonista di un ritorno al centro del palcoscenico. A proposito di automotive, ha fatto parlare il sorpasso “in frenata” di Byd nei confronti di Tesla. Il gruppo di Elon Musk ha infatti chiuso il 2025 con 1,64 milioni di veicoli consegnati, a -8,3% rispetto all’anno precedente, mentre Byd ha archiviato l’esercizio con 2,25 milioni di auto vendute. A causare il cambio al vertice, i prezzi decisamente più abbordabili dei veicoli prodotti dalla casa cinese, che può anche sfruttare un maggior coinvolgimento del mercato europeo sulle auto elettriche, in rallentamento negli Stati Uniti.
Obbligazionario
Infine, uno sguardo all’obbligazionario. I Treasury americani, di cui è attesa un’emissione 2026 di 1,7 milioni di dollari (quasi pari al pil italiano), sembrano mantenere rendimenti interessanti (i decennali sono ancora oltre il 4%), ma risentono di un rischio di cambio molto forte. Attualmente, il rapporto euro-dollaro è posizionato oltre 1,16; difficile capire se scenderà intorno a quota 1,15 o si spingerà sopra 1,20; quest’ultima opzione sembra comunque più probabile. Per questo motivo, i bond a stelle e strisce non sono remunerativi come sembrano, dato che rischiano di guadagnare per interessi e perdere nel cambio. L’obbligazionario offre da parte sua poco spazio, soprattutto il governativo: con un rendimento del 2%, che poi al netto dell’inflazione ne restituisce poco più della metà, il settore garantisce sicurezza, ma non performance. Le obbligazioni corporate, invece, promettono performance inizialmente superiori a quelle dei titoli di Stato.
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Le Borse archiviano un 2025 molto positivo
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse si avvicinano a San Silvestro con un andamento cauto, che chiude all’insegna della calma un anno di grandi soddisfazioni per i mercati. D’altra parte, le contrattazioni piatte di fine anno sono abbastanza una costante: nel periodo natalizio sono pochissimi gli operatori che si dedicano alla compravendita di titoli, e questo dicembre è stato un mese piuttosto tranquillo e senza grandi sbalzi. Compatibilmente con i diversi calendari delle festività (più nutriti in Italia, Francia e Germania), la prima seduta sostanziosa del 2026 si terrà il 5 gennaio, ponte permettendo.
Brinda l’Europa
Si chiude dunque un 2025 in forte salita, che ha premiato i listini di varie parti del mondo, con particolari avanzamenti per i titoli dell’intelligenza artificiale e del settore difesa (che ha risentito dei maxi-progetti di riarmo), oltre alle “solite” banche e ai metalli preziosi. A soffrire, invece, il comparto automobilistico europeo, penalizzato dalla tendenza green radicale di Ursula von der Leyen e protagonista di un tentativo di rimbalzo solo dopo la parziale retromarcia di dicembre. Per il resto, alcuni settori più di altri hanno risentito negativamente dei dazi, che però – se eccettuiamo il tonfo di aprile, poi recuperato in scioltezza – non hanno avuto forza sufficiente per invertire il trend positivo dei listini. In particolare, i mercati europei hanno stappato lo spumante, con una crescita media di circa il 20%; il quadro positivo è stato favorito dagli utili, ancora succosi, e dal taglio dei tassi, ma anche dal quadro valutario e dalla volatilità abbastanza contenuta, a parte il severo storno di aprile e quello, più attutito, di ottobre. Chiude benissimo Milano, che in un anno ha aumentato il suo valore del 30%.
Il grande interrogativo di Wall Street
Nella crescita di Wall Street, il gruppo è stato invece tirato dai tecnologici, trainati dall’intelligenza artificiale. Una spada di Damocle grava però su un settore giovane, innovativo e in crescita verticale: i dubbi sulla possibilità di una bolla, che spesso vengono sollevati da esperti, analisti e giornali specializzati. La percezione diffusa fa leva sulle similitudini tra la situazione attuale del settore IA e le condizioni del Nasdaq a inizio 2000. Qualsiasi cosa accada, è bene enfatizzare che la Borsa guarda soprattutto gli utili: proprio per questo, una volta definita meglio la situazione, avverrà una scrematura fisiologica dei player IA, con pochi vincitori e molti perdenti. Proprio ciò che è accaduto nella bolla dotcom di inizio millennio. Per evitare brutte sorprese, il settore dell’intelligenza artificiale riflette sull’opportunità di proseguire i mega-investimenti che ne hanno contraddistinto le strategie: alcune case iniziano a rimandarli o a spalmarli su un periodo di tempo più lungo per salvaguardare la sostenibilità economica. Emblematico è il caso di Oracle, che proprio a causa dei forti investimenti IA ha raggiunto ricavi al di sotto delle previsioni, con il successivo crollo del titolo. A spingere le Borse, lo ripetiamo, sono soprattutto gli utili. Ciò significa che una società come Nvidia, che è valutata una volta e mezza il pil italiano, dovrà raggiungere ricavi stratosferici per giustificare questi numeri.
Chi è rimasto indietro
Visti i risultati 2025, era davvero difficile chiudere l’anno da perdenti. Ma, come sempre accade, c’è chi è rimasto indietro, portando a casa un guadagno minore, o addirittura le briciole. L’esposizione su titoli governativi in euro, per esempio, nel 2025 si è rivelata poco performante. Chi ha in portafoglio solo obbligazioni internazionali chiuderà l’anno con rendite vicine allo zero, o addirittura in negativo; di poco migliori, ma comunque mediocri, i portafogli bilanciati internazionali in euro. Penalizzanti anche gli investimenti in dollari: l’anno è stato infatti molto positivo per chi ha deciso, in totale controtendenza, di limitarli. Ad approfittare meno della situazione sono state le grandi case internazionali, che gestendo molti asset sono fisiologicamente più lente nello spostare investimenti da un comparto all’altro. Una caratteristica che, in presenza di una forte rotazione settoriale, ha giocato un ruolo importante nell’affermazione delle piccole boutique, che quando si muovono sul mercato non influenzano i prezzi e si possono permettere più libertà nell’operare. Il quadro 2025 ha dunque premiato la tempestività delle decisioni e la diversificazione degli investimenti.
Sempre più in alto
Fra i trionfatori del 2025 ci sono i metalli, specialmente oro e argento, che non accennano a fermare una corsa a pieni polmoni. Se per il “re” giallo era possibile prevedere una progressione geometrica, è stato un po’ più sorprendente il balzo dell’argento, che aveva iniziato l’anno sotto i 30 dollari e lo chiuderà sopra i 75. I segnali per l’inizio del 2026 sembrano positivi, ma è difficile prevedere se e quando un avanzamento così poderoso si fermerà e se lo storno sarà moderato oppure forte. Sono molti gli scenari possibili: nuovi record, uno stop temporaneo, un ritracciamento o una discesa verticale e improvvisa, anche del 20%. Certo è che, prima o poi, i due metalli dovranno prendersi una pausa. In questa situazione, potrebbe rivelarsi utile cedere una parte di questi asset e mantenerne un po’ come copertura.
Pazzo bitcoin
Discorso diverso per i bitcoin, che a meno di sprint clamorosi dell’ultimo momento chiuderanno a un valore inferiore rispetto a 12 mesi fa. Nel corso dell’anno, la principale criptovaluta aveva sfondato il muro dei 100.000 dollari, spinta dall’endorsment del presidente americano Donald Trump, da poco eletto, e dall’inclusione della moneta virtuale negli Etf. Il bitcoin si era poi stabilizzato fino al crollo di novembre, dovuto principalmente ai realizzi dei primi detentori di questo asset. Le previsioni 2026 dividono gli analisti: chi pensa che l’inclusione negli Etf possa sostenere la divisa virtuale scommette su un trend rialzista; viceversa, le tensioni geopolitiche e il conseguente desiderio di certezze (che non favoriscono investimenti ad alto rischio) sembrano suggerire una dinamica opposta. Tanto più che le analisi sulle criptovalute sono difficili anche per la volatilità intrinseca che le contraddistingue.
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Intelligenza artificiale, DeepSeek scatena uno tsunami sul Nasdaq
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Fino a pochi giorni fa, il nome di Liang Wenfeng era sconosciuto al grande pubblico occidentale. Ma lunedì scorso è cambiato tutto: la sua DeepSeek, start up di intelligenza artificiale con sede a Hangzhou, ha infatti conquistato le prime pagine dei giornali, dopo aver causato panico nella Silicon Valley e al Nasdaq. E’ bastato che DeepSeek superasse ChatGpt come app gratuita meglio valutata dagli utenti per alimentare un vero e proprio tsunami: Nvidia ha perso di botto oltre il 17%, lasciando sul terreno circa 589 miliardi di dollari per valore di mercato, e sono arretrati sensibilmente anche altri produttori di microchip (Micron e Broadcom) e bigtech come Alphabet, Microsoft e Oracle.
Un chatbot molto economico
A scatenare il terremoto a Wall Street è stata sicuramente la consapevolezza che le prestazioni del chatbot cinese possono rivelarsi migliori di quelle dei suoi concorrenti americani, ma soprattutto la differenza enorme di costi tra l’Ia made in Usa e quella sviluppata da Liang Wenfeng. DeepSeek abbatte i consumi dei competitor statunitensi e necessita di chip meno sofisticati (quelli, cioè, non inclusi nelle sanzioni Usa alla Cina). Ma, soprattutto, il suo sviluppo è costato davvero poco: realizzare ChatGpt-4 ha richiesto circa 100 milioni di dollari di investimenti, mentre il bot di Liang Wenfeng solo 6. Scoprire che una piccola realtà cinese, saltata fuori dal nulla (anche se fondata nel 2023) e realizzata con un importo molto minore, è capace di fronteggiare bigtech americane costate un’enormità, minacciando il primato dello Zio Sam nell’Ia, non poteva che sconquassare le Borse Usa. E così ha fatto, scatenando la paura del topolino in grado di mettere sotto scacco un branco di elefanti. Una cosa è emersa, e cioè la consapevolezza che l’intelligenza artificiale non è un club per monopolisti, ma c’è ancora spazio per la concorrenza e per nuove imprese.
Non è un “cigno nero”
Lo shock a Wall Street, che ha trasformato il grafico del Nasdaq in una parete a strapiombo, potrebbe assomigliare molto a un “cigno nero” per i tecnologici. Ma molto probabilmente non lo sarà. Semplicemente, le bigtech si stanno sgonfiando dopo aver corso molto, forse troppo. E ora si è verificato il ricalibramento che ci si aspettava per i tecnologici americani e che non dovrebbe stimolare un effetto domino. Non per niente, se Wall Street ha trascorso un lunedì da incubo, il resto dei mercati ha reagito più moderatamente, a parte i singoli casi di Siemens, Schneider Electric e Asml, sotto pressione perché specializzata nella produzione di chip. A una sofferenza dell’Eurostoxx ha risposto la tranquillità della Borsa italiana, che non ha praticamente fatto una piega.
La reazione blanda dell’Europa è una medaglia a due facce. Perché mostra anche una realtà incontrovertibile: nel duello Usa-Cina per l’intelligenza artificiale, noi siamo poco più che spettatori. Se il modello americano è molto efficiente e quello cinese dirigista, gli investimenti Ue sono legati più a fondi pubblici che a venture capital e devono comunque non scontentare gli spesso litigiosi Paesi membri. Ciò rende tutto molto macchinoso, escludendo l’Europa dalla partita. E questo non è un fatto positivo, dato che oggi chi controlla la tecnologia controlla il mondo.
Mps-Montepaschi, un assalto difficile
In Italia, le prime pagine dei giornali sono state conquistate dall’ops lanciata da Montepaschi su Mediobanca. Più che una risposta alle grandi manovre della concorrenza (i tentativi di Unicredit di rilevare Commerzbank e Banco Bpm), l’operazione tentata da Rocca Salimbeni pare finalizzata alla conquista di Generali proprio mentre il Leone ha avviato una partnership con Natixis nel risparmio gestito. Pesa anche la volontà di rivincita di Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, società della famiglia Del Vecchio, che hanno contemporaneamente quote del “cacciatore” (Montepaschi) e delle “prede”, vera e presunta (Mediobanca e Generali). L’ops sembra un tentativo dei due soci di peso di Siena di tornare sul gruppo triestino, di cui avevano cercato (invano) di prendere il controllo. Il Tesoro sembra favorevole all’offerta – contrariamente a quanto era avvenuto con Unicredit-Banco Bpm, che aveva visto un’aperta opposizione da parte del governo.
Tuttavia, la conquista senese di Piazzetta Cuccia appare una strada in salita: il cda di Mediobanca ha già respinto l’offerta come “distruttiva di valore”. Così come resta difficile che vada in porto l’ops Unicredit-Banco Bpm: oltre alla forte resistenza dell’amministratore delegato di Piazza Meda Giuseppe Castagna, emerge lo scarso appeal delle offerte carta contro carta. Per il dossier Commerzbank occorrerà invece attendere le elezioni tedesche.
Tutti vogliono la Groenlandia
Nessuno lo avrebbe pensato fino a poco fa, ma oltre al voto in Germania, altre consultazioni saranno molto importanti per l’economia europea: quelle previste in aprile in Groenlandia.
Gli oltre 50.000 abitanti del territorio costituente del Regno di Danimarca sceglieranno infatti i rappresentanti chiamati a tracciare le linee guida per il futuro. I toni aggressivi di Donald Trump, espressi in una telefonata molto aspra con la premier danese Mette Fredriksen, hanno catapultato l’immensa e placida isola del nord al centro dell’attenzione. Se un’aggressione militare americana è fuori da ogni immaginazione, potrebbero invece manifestarsi pressioni Usa sulla popolazione groenlandese. In questo caso, “pressioni” è sinonimo di “denaro”: i cittadini della Groenlandia sono in maggioranza favorevoli all’indipendenza, ma tutto a un tratto diventano contrari (80%) qualora la sovranità nazionale significasse la perdita degli ingenti sussidi stanziati da Copenaghen.
Da questo ragionamento emergerebbe che Nuuk sarà di chi la paga di più (anche se, ovviamente, la situazione non è così semplice come potrebbe apparire). Sicuramente, il ruolo dell’Unione Europea in questa crisi è (o almeno dovrebbe essere) fondamentale. L’Ue è presente nella capitale dell’isola con un ufficio, e punta a dire la sua (naturalmente con l’autorizzazione della Danimarca e della Groenlandia) nell’estrazione e nell’utilizzo di uranio, metalli rari e altre materie prime presenti nell’isola. Vedremo se Bruxelles, una volta tanto, riuscirà a far sentire il suo peso e instaurare una collaborazione win-win-win con Copenaghen e Nuuk, fermando le mire espansionistiche americane.
Tassi, possibile sorpresa Fed?
Sembra acclarato che il 2025 della Federal Reserve sarà abbastanza stabile, con tagli poco frequenti, se non simbolici. Ma c’è chi prevede addirittura uno stop completo alla discesa. In particolare, a utilizzare toni hawkish nelle sue previsioni è stato Larry Fink nel corso del World Economic Forum di Davos. Secondo il ceo di Blackrock, l’economia americana proseguirà a correre nel corso di quest’anno, almeno fino al primo trimestre. Per questo motivo, ha affermato Fink, la Federal Reserve potrebbe decidere di tenere i tassi stabili per alcuni mesi e poi tagliarli un po’. Ma, sempre secondo il ceo di Blackrock, se l’economia si confermasse brillante, la banca centrale americana potrebbe addirittura invertire la rotta e alzare il costo del denaro.
Una scelta che invece è preclusa alla Banca Centrale Europea, il cui percorso obbligato contempla il calo inesorabile dei tassi.
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Donald Trump, le strategie economiche puntano all'America First
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Nel suo discorso di insediamento alla presidenza americana, Donald Trump ha rimarcato in maniera molto identitaria i temi che hanno contraddistinto la sua campagna elettorale, che si sono poi rivelati una delle chiavi della sua vittoria. Le strategie del leader Usa vanno in direzione dell’America First, vecchio motto di Trump fin dalla sua prima presidenza, che implica un sostegno forte all’economia di Washington mediante la creazione di debito. I primi provvedimenti sono già stati introdotti: se la nuova amministrazione repubblicana riuscirà a giocare bene le sue carte, potrebbe assicurarsi il consenso per lungo tempo.
I tre leitmotiv
Tre in particolare i leitmotiv economici che contraddistingueranno il secondo mandato non consecutivo dell’inquilino della Casa Bianca. Primo, il forte sostegno all’economia, che si sostanzia in tagli fiscali e, appunto, maggiore debito. Ciò implica anche il contrasto al dollaro forte, che non piace alle aziende esportatrici. Non a caso il biglietto verde, dopo una puntata sotto quota 1,02 sull’euro, è tornato verso 1,04. Secondo aspetto, il prezzo del petrolio: la nuova amministrazione farà di tutto per evitare picchi al valore del greggio. L’elettore medio americano è molto sensibile nei confronti del prezzo alla pompa e gli aumenti del prezzo della benzina hanno penalizzato in maniera seria Kamala Harris in campagna elettorale. Terza sottolineatura, la sburocratizzazione e la deregulation per le aziende. Un provvedimento che sicuramente favorirà le Pmi, messe in difficoltà da una legislazione eccessiva.
Il nodo-Panama
Alcuni punti del discorso presidenziale hanno però suscitato molte perplessità. Come le minacce alla sovranità di Panama, che l’inquilino della Casa Bianca ha confermato apertamente, ventilando la possibilità che gli Stati Uniti considerino l’opzione di riprendere il controllo del Canale. E’ difficile capire la reale natura di questo reiterato proclama. Chi teme una seria intenzione interventista – che andrebbe in direzione diametralmente opposta allo sbandierato pacifismo del tycoon – afferma che una simile operazione finirebbe per legittimare velleità espansionistiche da parte di Russia e Cina, reintroducendo nel nostro tempo una “politica delle cannoniere” di novecentesca memoria. Lo “storico” della prima presidenza Trump, contraddistinta dall’assenza di nuove guerre, lascia però sperare che la dichiarazione su Panama sia una semplice boutade, non aliena dall’approccio da blagueur del neopresidente, o un’esternazione da “campagna elettorale continua” (fra soli due anni si rinnoverà il Congresso). O forse ancora è il classico messaggio “a nuora perché suocera intenda” – cioè a Panama perché la Cina intenda. Pechino sta investendo molto sul Canale, e ciò infastidisce gli Stati Uniti, dato che lo stretto braccio di mare fra Atlantico e Pacifico è un’infrastruttura decisiva per il commercio mondiale.
Dazi sì, dazi no
La preoccupazione più concreta per i mercati è però costituita dai dazi annunciati in campagna elettorale. Perché per Trump questa idea non è nuova, e non sembra così impossibile che venga realizzata.
Per ora, il neopresidente non ha annunciato l’introduzione di questi tributi per l’Europa, e già questo è un sollievo per i mercati. Ma non è detto che nel prossimo futuro non torni a rilanciare il progetto.
Anche perché, secondo quanto affermato da Trump, il 1° febbraio gli Stati Uniti daranno il via a un dazio del 25% per le merci importate da Canada e Messico, come ritorsione rispettivamente a un presunto ruolo di Ottawa nell’ingresso negli Usa di Fentanyl e alla migrazione di massa da sud. In ogni caso, nel nodo delle tariffe doganali l’Italia potrebbe essere favorita dalla vicinanza tra l’amministrazione Trump e il governo Meloni, benché contemporaneamente penalizzata dal forte avanzo commerciale nei confronti degli Usa, che non piace ai sostenitori dell’export americano.
Incertezza in Borsa
L’incertezza sulle tariffe doganali si è fatta sentire anche sulle Borse. La scorsa settimana, i listini europei avevano ottenuto ottime performance, con Milano in maglia rosa continentale e ai massimi dal 2008. Il trend rafforzava il rimbalzo di inizio anno, che aveva portato Piazza Affari a un bel +4%.
Ora, i dubbi sui dazi hanno causato un rallentamento di parte delle Borse europee (Milano compresa), simile però più a un ritracciamento fisiologico che non a un vero e proprio calo. Alla fine, i listini del nostro continente hanno chiuso in ordine sparso, con Piazza Affari leggermente in negativo e altre piazze come Parigi e Francoforte in moderata crescita. Sempre questioni di decimi, comunque.
Wall Street, da parte sua, ha affrontato il discorso di Trump in un giorno di chiusura (lunedì scorso ricorreva la festività del Martin Luther King Day) e in seguito a un rimbalzo dovuto agli ottimi utili delle banche americane, frenato solo dal dato deludente sulle vendite al dettaglio. La giornata di ieri è stata quindi la prima dopo l’Inauguration per tastare la risposta della Borsa americana, che ha evidenziato un buon andamento.
Certamente, i prossimi giorni saranno importanti per capire le reazioni a freddo dei mercati all’insediamento di Trump. Qualsiasi notizia sui dazi influirà maggiormente sulle Borse europee che non su Wall Street, che sembra guardare positivamente il cambio al vertice appena avvenuto.
Il “giro di valzer” dell’establishment
Le Borse di oltreoceano recepiscono anche i favori dell’establishment economico americano nei confronti della seconda presidenza Trump – a differenza di quanto accadde per il suo primo mandato. Anche le bigtech contrarie al leader repubblicano, che lo avevano contrastato nel corso della sua prima presidenza, ora si sono accodate al suo carro, rivedendo anche policy che sembravano irrinunciabili. Questo “giro di valzer” non è causato tanto dal compiacimento nei confronti della nuova amministrazione, ma dalla constatazione che il vento sta cambiando nell’intero mondo occidentale. In altre parole, Trump non è la causa, ma un effetto, un sintomo del rivolgimento politico in atto anche in Europa, che potrebbe stravolgere gli equilibri del continente già alle imminenti elezioni tedesche. Le nuove consultazioni saranno in grado di introdurre una strategia Europe first, in grado di sostituire politiche inadatte al sostegno di un’economia Ue in crisi? Presto per dirlo. Certamente, la composizione “in carta carbone” della Commissione von der Leyen 2 non induce a ottimismo. Ma, è bene ripeterlo, le elezioni tedesche (ed eventualmente un nuovo voto in Francia) hanno la possibilità di far saltare il banco. E di mettere in primo piano l’obiettivo di fermare la divaricazione fra lo sviluppo dell’economia americana e di quella europea, che si fa sempre più pronunciata.
Borse, un inizio d'anno ondivago
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per le Borse l’avvio dell’anno è stato leggermente positivo, ma molto ondivago. Non c’è una chiara indicazione sui trend che i mercati imboccheranno nel 2025: i listini hanno mostrato risultati difficili da interpretare e differenti da piazza a piazza. Chiaramente, pesa l’attesa in tutto il mondo dell’ormai imminente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, che mostrerà le prime mosse del neopresidente in materia economica. E detterà, almeno in parte, la linea ai mercati.
Wall Street, ritorno alla casella di partenza
L’Europa ha chiuso una buona settimana per poi arretrare un po’, mentre Wall Street ha annullato ciò che aveva guadagnato con la vittoria di Donald Trump.
A favorire il ritorno della Borsa americana alla situazione pre-elettorale sono stati i dati sul lavoro Usa, superiori alle previsioni (256.000 posti contro i 155.000 attesi) che hanno ridimensionato ulteriormente le aspettative sui prossimi tagli Fed. Sulla frenata ha sicuramente inciso anche il ripiegamento dei tecnologici, con performance poco brillanti e persino qualche -2%, proprio mentre i migliori sul listino sono stati i petroliferi, in difficoltà negli ultimi due mesi. Il settore bancario, da parte sua, ha recuperato un po’ di ottimismo, con nuove speranze di buoni utili (almeno fino alla semestrale di giugno) favoriti dal rallentamento della discesa dei tassi negli Stati Uniti.
I tassi cambiano le carte in tavola
I tassi tornano dunque playmaker delle Borse. L’economia americana si conferma solida, a differenza di quella europea. Perciò, ci si aspetta che la Federal Reserve operi, di qui a fine anno, una contrazione massima di non oltre mezzo punto. Sempre che, ovviamente, non intervenga qualche imprevisto in grado di far cambiare idea a Jerome Powell e al suo board. I dati economici Usa e le loro conseguenze sulla politica monetaria stanno anche sostenendo la corsa del dollaro (che ha provato una “puntata” oltre il muro degli 1,02) e causando una forte volatilità dei mercati obbligazionari, che hanno sfiorato la media storica di quelli azionari. I Treasury decennali hanno raggiunto i massimi del 2008, arrivando vicini al rendimento del 5%. La politica sui tassi che contraddistinguerà quest’anno sta penalizzando le criptovalute, generalmente in calo. A tenere (parzialmente) è solo il bitcoin, la cui discesa fisiologica è mitigata dalla presenza in Etf dedicati.
Il rincaro del petrolio
Brutte notizie per i consumatori europei: il gas è ancora vicino a quota 50, mentre il petrolio è in salita. Il Brent ondeggia sul muro degli 80 dollari al barile e cresce anche il Wti. Il rincaro si riflette soprattutto sugli automobilisti di Eurolandia, che vedono la benzina salire a causa della combinazione tra il caro-greggio e la corsa del dollaro. L’insediamento di Trump alla presidenza americana potrebbe tuttavia fermare il galoppo dell’oro nero: il tycoon ha, tra le sue priorità, quella di ammorbidire sia i prezzi alla pompa, elemento su cui gli americani sono particolarmente sensibili, sia la valutazione del dollaro, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Il rialzo del petrolio dipende almeno in parte dalle normali dinamiche oscillatorie della sua quotazione, rafforzate dal calo generale di produzione nell’Opec+ lo scorso dicembre. Non incide invece più di tanto l’approvazione delle sanzioni americane a società russe come GazpromNeft e Surgutneftegaz, che colpisce 183 petroliere utilizzate da Mosca per aggirare l’embargo dei Paesi occidentali. Piuttosto, queste misure potrebbero avere conseguenze spiacevoli sull’economia europea, già colpita dal rialzo delle materie prime e dalla crisi del settore automobilistico.
Le minacce di Breton…
Le misure per l’elettrificazione del parco auto sono ancora pienamente in vigore, e il rinnovo del mandato a Ursula von der Leyen (in questi giorni assente per polmonite) suggerisce che non saranno troppo stravolte. A meno che il baricentro politico europeo non si sposti su posizioni contrarie al radical green.
Ma, anche in questo caso è viva la preoccupazione che le elezioni di Paesi membri Ue possano essere invalidate perché il risultato è sgradito all’establishment: una possibilità che fino a pochi mesi fa sarebbe stata bollata come “fantascientifica” è stata invece esplicitata dall’ex commissario europeo Thierry Breton. “In caso di interferenze”, ha detto, “annulleremo le elezioni: lo abbiamo fatto in Romania e, se necessario, lo faremo anche in Germania”. Dichiarazioni che, qualsiasi opinione si abbia, onestamente spaventano, perché mettono in discussione le dinamiche democratiche. Breton, è vero, non ha più un incarico nella Commissione; tuttavia, con il suo monito sembra aver indicato l’istituzione di cui ha fatto parte fino a poco fa come una sorta di “mandante” dell’operazione-Romania, che ha visto l’annullamento di una tornata elettorale sulla base di sospetti. Tuttavia, se questo orientamento dovesse confermarsi, i partiti tradizionali rischierebbero di perdere ulteriori consensi, dato che il voto per la destra e la sinistra radicale è sempre più un affare delle classi meno abbienti e delle periferie urbane.
… e di Trump
Altrettanto poco rassicuranti appaiono le dichiarazioni di Donald Trump sulle velleità territoriali Usa su Canada, Groenlandia e Panama. Conoscendo il personaggio, però, è facile bollare l’esternazione come una boutade – almeno nella parte riguardante il Canada e la Groenlandia. Meno improbabile è, invece, una forte pressione economica su Panama per il controllo del Canale, che insieme a Suez è uno snodo fondamentale per l’economia mondiale. Riguardo la Groenlandia (che, ricordiamolo, è territorio speciale dell’Unione Europea), c’è da scommettere che gli Stati Uniti, se ne avessero l’occasione, l’acquisterebbero a qualsiasi prezzo. Con il riscaldamento globale e le sue conseguenze, c’è la possibilità che vengano a crearsi vari “passaggi a nord ovest” in grado di disegnare nuove rotte marittime artiche: alcune teorie fantapolitiche affermano che Russia e Cina siano pronte per approfittarne, e che la partita a scacchi con gli Stati Uniti potrebbe giocarsi tra i ghiacci in scioglimento. Certo è che, teorie fantasy a parte, la grande isola danese sotto i suoi ghiacci nasconde tesori inestimabili, ed è colma di materie prime critiche: 25 fra le 34 indicate dalla Commissione Europea come strategicamente importanti per la transizione verde e l’industria Ue. Non per nulla, a Nuuk, capitale della Groenlandia, opera dallo scorso 15 marzo un ufficio dell’Unione Europea che punta a favorire la partnership fra Bruxelles e il governo autonomo locale.
Borse, buone sensazioni per il nuovo anno
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il 2025 delle Borse è partito con i listini americani in rialzo (soprattutto per i “soliti” tecnologici) e quelli europei in difficoltà. La riapertura settimanale ha visto, invece, una netta inversione di tendenza da parte dei mercati Ue. Il colpo d’ala, che si è rivelato importante, è stato attribuito alla dichiarazione di Donald Trump (poi smentita) su un presunto atteggiamento meno aggressivo sui dazi con l’Europa nei settori tradizionali – mentre in alcune aree strategiche (come difesa, componentistica e terre rare) potrebbero essere messi dazi pesanti. In realtà, la “non-dichiarazione” si è rivelata poco più che un pretesto utilizzato dai mercati per rimbalzare.
Occhiali rosa per il 2025
Secondo le statistiche, se New York apre bene l’anno nuovo, è probabile che chiuda l’anno in positivo. L’ottimo andamento dell’indice S&P nel 2024 è stato guidato quasi esclusivamente dalle mega cap (il cui andamento è stato stellare): perciò ci si aspetta che nel 2025 sia il resto del listino a guidare il possibile rialzo, aiutato in questo dalle politiche dell’amministrazione Trump, da sempre favorevole alla crescita dell’economia americana (con il famoso motto MAGA). Anche l’Europa ha la potenzialità per crescere: le aspettative sono per indici azionari positivi, ma con performance che dipenderanno in parte dalla correzione da parte della Commissione Europea di alcune politiche sulla cosiddetta transizione energetica. Politiche guidate molto dall’ideologia, che stanno creando danni enormi a molte aziende europee incapaci di poter competere a livello mondiale con altre imprese che non sono sottoposte ai vincoli imposti obtorto collo da Bruxelles.
I settori più promettenti
Ma quali comparti potrebbero crescere? Con il taglio dei tassi, che sarà pronunciato più in Europa che non negli Stati Uniti, le utility hanno in mano buone carte per ottenere ritorni positivi, anche se non eccezionali. Ci si aspetta, inoltre, una possibile ripresa del settore auto, almeno a partire dal secondo semestre dell’anno. Anche il settore energetico rimane attrattivo grazie a un livello medio dei prezzi del greggio che dovrebbe mantenersi sopra i 70 dollari al barile. I maggiori dubbi riguardano i titoli bancari, che dopo la corsa al rialzo degli ultimi due anni, difficilmente potranno conseguire nel 2025 utili superiori a quelli già molto buoni del 2024. Probabilmente il taglio dei tassi diminuirà i profitti delle banche, con eventuali ricadute sul valore delle loro azioni. A far crescere le quotazioni, o almeno a frenare il calo, potrebbe invece essere il giro di fusioni in programma. Ma sembra scontato che eventuali performance possano toccare titoli di singoli gruppi e non l’intero settore. A pagare il prezzo del progressivo taglio dei tassi, soprattutto in Europa, sarà inevitabilmente l’obbligazionario, i cui rendimenti diminuiranno rispetto agli anni passati; ci si aspetta comunque una prestazione ancora accettabile, intorno al 3%.
Cripto, valute e…
L’onda lunga delle elezioni americane influirà anche sulle criptovalute, la cui possibile salita dipenderà anche dalla carenza dell’offerta, combinata con un eccesso di domanda. Sulle cripto raccomandiamo però molta cautela: a nostro avviso siamo in una fase di bolla speculativa che prima o poi si dovrà arrestare. Quindi, chi volesse scommettere su ulteriori rialzi, è bene che lo faccia con percentuali basse del proprio patrimonio per evitare di rimanere scottato, qualora il trend di mercato si invertisse. Più incerto il futuro del rally di cui è protagonista il dollaro: come già più volte anticipato, le ottime prestazioni del biglietto verde, che sembrerebbero indirizzarlo sulla strada della parità, incontreranno ostacoli posti dall’amministrazione Trump, che non vuole un dollaro troppo forte. Nei primi sei mesi del 2025, la valuta americana dovrebbe oscillare fra quota 1,02 e 1,07 rispetto all’euro. Poi si vedrà. A non fermarsi è il franco: l’anno nuovo nasconderà insidie per la Banca Nazionale Svizzera, che potrebbe portare i tassi a zero come extrema ratio per fermare la corsa della sua valuta. Sempre rimanendo in tema di beni rifugio, sembra invece in assestamento il valore dell’oro: difficilmente il “re dei metalli” supererà i massimi raggiunti nel 2024; improbabile però anche un arretramento sotto i 2.400 dollari l’oncia.
Le incognite del gas
Se il petrolio è ancora in fascia neutrale, preoccupa invece il prezzo del gas, che ha superato i 50 euro per poi scendere, ma di pochi punti. A causare la quotazione e i relativi rincari, con il rischio annesso di spese aggiuntive di 1,6 milioni di euro per le Pmi italiane, l’inverno rigido in varie parti d’Europa, il mancato rinnovo dell’accordo di transito del gas tra Russia e Ucraina e anche una forte componente speculativa da parte di alcuni spregiudicati operatori di mercato (hedge funds in primis). All’inattività dell’Ue, incapace di farsi sentire su un problema così importante per cittadini e aziende, fa comunque da contraltare la promessa di Trump di lavorare per la pace e per la distensione fra Mosca e Kiev.
Un presidente pro-mercato
L’amministrazione Trump sarà comunque impegnata a realizzare i punti principali del suo programma entro due anni, scadenza naturale di un Congresso attualmente sotto il controllo dei Repubblicani. Se il nuovo governo americano, dal punto di vista internazionale, punta a fermare la guerra russo-ucraina e minaccia dazi agli altri Paesi, nel programma interno è decisamente pro-mercato e favorevole alle aziende. Ciò significa politica fiscale ammorbidita e strategia monetaria ben disposta nei confronti del mondo della produzione, in un contesto definito dal taglio cauto dei tassi e dalla possibilità di una leggera crescita dell’inflazione. Praticamente certo l’approccio morbido al deficit, che probabilmente non diminuirà.
Rimescolamento politico nel mondo occidentale
L’insediamento del nuovo presidente americano arriva in un periodo caotico per la politica occidentale, con i movimenti di destra populista in forte crescita e altri assetti in pieno rimescolamento (come il Canada dopo le dimissioni di Justin Trudeau). Il tycoon non ha fatto che dare l’ultima spallata a una situazione che si era già incanalata verso un voto di protesta e un cambiamento di prospettiva da parte dei partiti di centro moderato, che – pur riluttanti – stanno spostando il loro baricentro a destra per non perdere consensi. In questa direzione sta andando l’Austria: il “cordone sanitario” che Popolari, Socialisti e Liberali avevano cercato di costruire per escludere il partito di destra radicale Fpö è fallito, dopo un lungo periodo di infruttuosi colloqui fra le parti. Il presidente Alexander van der Bellen si è visto dunque costretto a incaricare Herbert Kickl, leader della stessa Fpö, vincitrice delle elezioni. Probabile, a questo punto, una coalizione fra questo movimento e i democristiani austriaci. Un déjà-vu, dato che queste forze si sono già alleate in passato, anche se mai con un esponente Fpö come premier. La situazione austriaca rimanda alle imminenti elezioni tedesche, in programma fra circa un mese e mezzo. Le previsioni sottolineano un’avanzata della destra e della sinistra radicale – rispettivamente di Afd e Bsw, il partito di Sahra Wagenknecht. Due movimenti incompatibili tra di loro, che hanno però in comune due punti fermi: le critiche alle posizioni tedesche e occidentali sulla guerra russo-ucraina (con annesse ricadute economiche) e una forte carica anti-sistema. Una simile polarizzazione destra-sinistra è attesa anche in Francia, dove probabilmente si tornerà al voto la prossima estate.
Bce, il dopo-Lagarde
Altra carica in scadenza, ma questa volta in un’istituzione monetaria, la presidenza di Christine Lagarde alla Banca Centrale Europea. In questo caso, però, non ci si aspetta un clamoroso rivolgimento: la maggioranza del board Bce è di tendenza hawkish, ma nello stesso tempo il taglio dei tassi non può essere fermato, nonostante qualche dubbio sul fronte dell’inflazione: l’avvicendamento al vertice dell’Eurotower, dunque, cambierà ben poco. La partita si giocherà invece sulle strategie per rilanciare l’economia europea, che necessitano di una certa dose di coraggio e di ripensamento degli approcci fin ora utilizzati. Anche se la conferma di Ursula von der Leyen alla Commissione non lascia presagire troppi cambiamenti.
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2024, ecco i vincitori e gli sconfitti
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee hanno chiuso positivamente l’ultima settimana piena del 2024, recuperando quello che avevano perso nei sette giorni precedenti. Piazza Affari, come è accaduto più volte nel corso dell’anno, ha primeggiato in Europa: il buon andamento dipende essenzialmente dal recupero dei titoli che erano stati penalizzati il 17 e 18 dicembre. Lineare l’andamento di Wall Street, che galleggia grazie al buon andamento dei tecnologici, e soprattutto dell’intelligenza artificiale: per la Borsa Usa, gli ultimi 15 giorni sono stati abbastanza lineari, senza movimenti anomali, anche se con un po’ di volatilità. Il dicembre di New York si chiude, comunque, in positivo.
Il crollo del won
In Estremo Oriente, si segnala il recupero di Tokyo, sulla scia di Toyota. Un rimbalzo messo però a rischio da un’apertura fiacca di questa settimana. I listini cinesi stanno invece soffrendo l’imminente insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo un bel rimbalzo che aveva seguito un periodo di volatilità, la Cina sta quindi archiviando un dicembre borsistico sfavorevole. In Estremo Oriente spicca la situazione eccezionale che si sta verificando in Corea del Sud, in particolare il crollo del won. Il movimento anomalo della valuta di Seul si è verificato in seguito alla grave crisi politica dovuta all’inspiegabile proclamazione della legge marziale da parte del presidente Yoon Suk-Yeol, poi revocata, e seguita dalla sospensione dalla carica di capo di Stato e da un mandato d’arresto. La crisi politica ha avuto impatti seri sulla Borsa coreana: gli investitori internazionali vogliono stabilità, e quando intravedono problemi istituzionali scappano a gambe levate. In altri termini, chi ha i soldi li toglie. Il “caso Yoon” ha quindi provocato sfiducia, che si è tradotta nel crollo della valuta locale, oltre che in una forte volatilità sulla Borsa di Pusan. La situazione coreana mostra in modo emblematico quanto un anno trascorso tutto sommato in una situazione di normalità possa essere compromesso da una decisione politica irresponsabile e difficilmente comprensibile.
Chi brinda a Capodanno
C’è invece chi chiude il 2024 lontano da preoccupazioni, e che ha già messo in fresco lo spumante per essersi conquistato un posto fra i vincitori dell’anno che si sta chiudendo. In questo gruppo hanno sicuramente trovato posto le sette grandi bigtech americane, i cui titoli pesano il 33% dell’indice: queste aziende hanno trascinato il Nasdaq a un +28% annuale. Curiosamente, le “sette sorelle” hanno raggiunto da sole gli stessi numeri registrati dai listini europei, che pure stanno chiudendo l’anno in positivo, con l’Eurostoxx 50 a +10% e il 600 a un più modesto +6%.
Corona di alloro anche per le criptovalute, che hanno ottenuto prestazioni incredibili per due ragioni fondamentali. La prima di ordine tecnico: l’introduzione di vari Etf sui bitcoin, che ha creato un effetto domanda legato alla scarsità dell’offerta. Un mero effetto speculativo che, proprio per le sue caratteristiche, potrebbe provocare ulteriori impennate di questo strumento. Il secondo motivo è legato alla politica americana, e più precisamente alla inaspettata dichiarazione pro-cripto di Donald Trump nelle ultime fasi della sua campagna elettorale. Un’esternazione che ha spinto le monete virtuali in alto dopo l’elezione del tycoon: basti dire che prima delle elezioni, i bitcoin veleggiavano intorno ai 60.000 dollari, mentre dopo la vittoria del candidato repubblicano sono balzati oltre i 105.000, per poi riassestarsi sopra i 90.000.
L’elezione di Trump ha anche favorito il rialzo di Tesla, collegato al sostegno di Elon Musk al presidente eletto e al suo ingresso nella nuova amministrazione americana. I livelli raggiunti dal titolo non si spiegano altrimenti, considerata la crisi delle auto elettriche. Chiude l’anno con i botti anche l’oro, in uno scenario in cui sono salite le commodity agricole, mentre quelle industriali hanno chiuso neutrali.
Ride anche il dollaro, che si trova in una posizione di forza. Tuttavia, gli entusiasmi potrebbero presto svanire, data la contrarietà di Trump alla ipervalutazione della valuta americana.
Una chiusura a due facce
Fra i trionfatori del 2024 c’è anche, naturalmente, il franco svizzero, che ha trascorso un anno senza mai scendere alla parità con l’euro, sfiorandola soltanto in occasione dei minimi dell’anno, verso fine maggio. La galoppata del franco è, però, la classica vittoria di Pirro. Perché a goderne in pieno sono solo poche categorie di persone – tra cui i viaggiatori frequenti e i frontalieri italiani che varcano ogni giorno il confine per lavorare all’ombra della bandiera rossocrociata. In generale, il franco troppo forte danneggia l’economia svizzera, in particolar modo le esportazioni e il turismo, voci importanti per i bilanci della Confederazione. Si prevede, però, che i trend non cambieranno di molto, almeno se la situazione geopolitica mondiale resterà così caotica, e fino a quando l’economia Ue si mostrerà incerta, aumentando la domanda di beni rifugio. I bond hanno registrato buone prestazioni dovute all’onda lunga della stretta monetarie. Ma ora le banche centrali (più la Bce della Fed) stanno iniziando a tagliare, aprendo una stagione di contrazione sui tassi delle obbligazioni. E i mercati stanno già scontando i prossimi interventi.
Chi ha perso
Il grande sconfitto dell’anno che sta volgendo al termine è invece il sistema economico europeo, in particolare l‘industria automobilistica e il suo indotto, guidato dalla componentistica. Il green deal – o meglio, l’approccio radicale con cui è condotta – è tra i responsabili di un disastro annunciato. La transizione “verde” nel suo complesso potrebbe avere ricadute molto pesanti sull’occupazione: secondo una stima 2023 della Commissione Europea, infatti, questa politica rischia di causare 78 milioni di posti di lavoro persi entro il 2030, di cui 24 milioni non ricollocabili. Lo stesso studio, è vero, aggiunge che, alla fine, si verificherà un saldo attivo di 24 milioni. Però urge ricordare che il primo dato è praticamente certo, il secondo no. Inoltre, che ne sarà dei lavoratori non ricollocabili? Infine, un cenno alla tecnologia, che vince in Borsa ma arretra sul terreno della fiducia da parte dei cittadini. Nel corso dell’anno si sono verificate due severe panne informatiche – una mondiale (che ha bloccato Borse, operazioni bancarie, pagamenti elettronici, persino treni e aerei) e una italiana (limitata alle transazioni elettroniche). A queste si è aggiunto, poco dopo Natale, l’attacco hacker a un fornitore terzo di Infocert (azienda specializzata nelle identità digitali Spid), che si è risolto in un furto di indirizzi e-mail (2,5 milioni) e numeri telefonici (1,1) di clienti. La società si è affrettata a puntualizzare che “nessuna credenziale di accesso ai servizi“ è stata compromessa; tuttavia, l’operazione fraudolenta degli hacker, che hanno pubblicato alcuni dati nel dark web, ha contribuito a minare la fiducia nella digitalizzazione spinta, e a togliere serenità agli utenti finali. La sicurezza informatica, in un mondo in cui la tecnologia (a torto o a ragione) è vista come una nuova frontiera, sarà un problema sempre più grande, anche in relazione all’espansione dell’intelligenza artificiale e dei suoi ambiti di applicazione.
Foto di Ray Shrewsberry su Unsplash









