Intesa e Unicredit rilanciano le Borse

Dopo una settimana anonima, gli utili delle due maggiori banche italiane hanno messo il turbo a Piazza Affari. Ora il mercato sembra tornare verso i valori registrati a marzo. Retromarcia Fed: sempre meno probabili i tagli dei tassi Usa

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il tandem Intesa-Unicredit fa ancora il botto. Le due banche hanno raggiunto ottimi risultati: 2,3 miliardi di utile netto per il gruppo guidato da Carlo Messina (in linea con il target di 8 miliardi previsto a fine anno) e 2,6 per quello capitanato da Andrea Orcel, con gli obiettivi rivisti al rialzo (le stime trimestrali erano di 2,1). Entrambi gli istituti hanno ricevuto elogi dagli analisti e, naturalmente, sono stati premiati in Borsa all'apertura di questa settimana. Così Piazza Affari, trainata ancora una volta dai titoli bancari, ha ripreso a marciare dopo le incertezze della scorsa settimana. E' tornato il sereno e il mercato si sta dirigendo verso i massimi toccati a marzo.

Trading range al rialzo

L'andamento della Borsa, però, non cambia: siamo ancora in regime di trading range al rialzo. Non solo in Italia e in Europa, ma anche (e soprattutto) negli Stati Uniti, dove gli ottimi risultati di Wall Street si devono soprattutto ai titoli tecnologici. Un piccolo intoppo si è registrato in Francia, che risente del calo dell'utile nel primo trimestre 2024 archiviato da Société Générale. Anche se l'indicatore è calato meno rispetto alle attese.

Retromarcia Fed

Mentre Wall Street brinda, appare sempre più improbabile un taglio dei tassi in tempi brevi da parte della Federal Reserve. Nell'ultima riunione, la banca centrale americana ha lasciato il costo del denaro tra il 5,25% e il 5,50%, motivando la scelta con l'inflazione ancora alta. Che a maggio non ci fosse spazio per una sforbiciata era ampiamente prevedibile. Ma ad allarmare la comunità finanziaria è il mood uscito dalla riunione Fed, che è stato interpretato come una possibile retromarcia sull'avvio di un trend di riduzione del costo del denaro. "Non ci aspettiamo", recita a proposito un comunicato della banca centrale statunitense, "che sia appropriato ridurre i tassi quando avremo più fiducia sulla traiettoria dell'inflazione verso l'obiettivo del 2%". Il che può significare tutto e niente. Si è quindi diffuso il timore che i tassi restino invariati fino a fine anno, o che addirittura aumentino. Un'eventualità, quest'ultima, che è stata respinta dalla stessa Fed: le attuali restrizioni, ha detto il suo presidente Jerome Powell, sono sufficienti per raggiungere il 2% di inflazione, rendendo "improbabile" un rialzo dei tassi. Ricordiamoci poi che il 2024 è un anno elettorale: più facile, quindi, che si verifichi un piccolo taglio, magari dello 0,25%, piuttosto che un ulteriore aggravamento. Ma non ci si può attendere molto di più: con un'economia solida e un'inflazione più alta del previsto non ci sono i presupposti per un calo importante del costo del denaro. Certo è che gli Stati Uniti potrebbero chiudere l'anno con un deficit di bilancio compreso tra l'8% e il 9%. Una situazione che Washington si può permettere perché stampa moneta: se gli Usa fossero parte dell'Ue, e si dovessero quindi attenere ai parametri di Maastricht o al fiscal compact, con questi dati sarebbero sicuramente espulsi dall'Eurozona.

Valute e materie prime

Proprio lo squilibrio della bilancia commerciale americana sta spingendo l'euro verso lo 1,08 rispetto al dollaro. Molto lentamente, però, dato che il rapporto tra le due valute è stabile, con una volatilità infinitesimale. Il petrolio si è invece riassestato in una fascia più neutrale, anche se il mancato cessate il fuoco a Gaza ha invertito la tendenza e ha fatto registrare un nuovo trend al rialzo del Brent. Più tranquille le materie prime: dopo essersi spinte in alto per motivi geopolitici e per la crescita, pur moderata, della domanda cinese, le loro quotazioni hanno fermato la corsa. Anche l'oro, che aveva guadagnato molto, ora ha un po' rallentato.

Btp Valore 4, il solito successo

E' partito il collocamento del Btp Valore 4, che solo nella prima mezz'ora di contrattazioni ha totalizzato ordini per 370 milioni di euro. Il successo di questi strumenti dipende naturalmente dal permanere dei tassi a livelli alti, e la quarta emissione viene vista come la probabile ultima occasione per investire in titoli di stato prima dei tagli. A influire sulla grande popolarità dei Btp Valore sono stati anche gli ottimi rendimenti - che hanno attirato non solo risparmiatori retail, ma anche investitori wealth - e la campagna di marketing che ha accompagnato le quattro emissioni. Ne è dimostrazione la crescita della percentuale di debito pubblico detenuta dai privati, passata dal 5% del 2023 al 10% attuale.

Dalla hard alla soft Brexit?

Con la risoluzione 22 dello scorso 2 maggio, l'Agenzia delle Entrate ha fatto chiarezza sui dettagli dell'accordo fiscale retroattivo che stabilisce la reciprocità fra Italia e Gran Bretagna sui rimborsi Iva. In futuro, fra Londra e l'Unione Europea potrebbero essere firmati altri protocolli di vario tipo oltre a quelli già in vigore con Bruxelles e con i singoli Stati, portando a un lento allentamento delle rigide maglie tessute dalla Brexit. Anche se, naturalmente, un ritorno di Londra nell'Ue è assolutamente impensabile. Il processo di riavvicinamento tra Gran Bretagna e Ue sarà sicuramente favorito dalla quasi scontata vittoria del partito laburista alle prossime elezioni generali. L'avanzata dei Labour è stata anticipata dalle consultazioni amministrative di alcuni giorni fa, le peggiori in 40 anni per i Conservatori, capaci di perdere circa la metà dei seggi locali nel 2021. La legge concede al premier Rishi Sunak la decisione sulla data delle prossime elezioni: non è escluso che l'inquilino di Downing Street attenda ancora qualche mese prima di comunicare quando sarà rinnovata la Camera dei Comuni, nella speranza che un calo dell'inflazione (già in corso) possa favorire un parziale recupero dei Conservatori.

Bob, che pasticcio

Fra meno di due anni si svolgeranno i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, ma non si sa ancora dove si terranno le gare di bob, slittino e skeleton. Tutto questo perché i lavori relativi alla pista del capoluogo ampezzano hanno preso il via con un fortissimo ritardo e il tempo stringe. E stringe davvero. Anche perché il Comitato Olimpico Internazionale ha respinto ogni soluzione dell'ultimo minuto: o il luogo di gara sarà realizzato entro marzo 2025, oppure le medaglie delle tre discipline sportive saranno assegnate altrove. La deadline è molto difficile da rispettare, dato che "mai prima d'ora una pista è stata costruita in così poco tempo", ha detto ai microfoni della Radio Svizzera di lingua italiana il direttore esecutivo dei Giochi Christophe Dubi. "Se la pista sarà omologata nel marzo 2025, sarà sicuramente utilizzata per i Giochi Olimpici", ha sottolineato Dubi. Altrimenti, "non ci saranno più deroghe". In caso di ritardi nei lavori“, ha proseguito, "si dovrebbe decidere di sospenderli e di non procedere all’omologazione. Quindi, ovviamente, ci troveremmo in una situazione assolutamente terribile perché i lavori sarebbero iniziati, ma non potremmo utilizzare la pista. Questo è lo scenario peggiore ". La logica dice che sarebbe saggio rinunciare subito. Perché il rischio di costruire una pista che non sarà utilizzata porterebbe a un enorme spreco di denaro. Ma, anche se l'impianto dovesse farcela per il rotto della cuffia, rischerebbe poi di trasformarsi in una cattedrale nel deserto. L'esempio di Cesana, la pista di Torino 2006 inservibile non molto tempo dopo la chiusura dei Giochi, parla da sé. Meglio quindi optare per St Moritz, che ha un circuito perfettamente funzionante e che necessiterebbe solo di qualche lavoro di illuminazione notturna, nel caso in cui le gare fossero previste oltre il tramonto. La vicinanza della località grigionese a Milano e a Bormio è un ulteriore elemento a favore della sua candidatura. In questo caso, l'investimento per la costruzione tardiva della pista di Cortina, attualmente previsto di oltre 80 milioni di euro, potrebbe essere dirottato per usi più urgenti e utili. La lista è lunga, molto lunga.

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Taglio dei tassi Bce: se ne parlerà a giugno

Il board della Banca Centrale Europea ha scelto di non toccare il costo del denaro, rimandando la decisione al prossimo vertice sulla politica monetaria. Il cambio di passo sembra molto probabile, ammesso che "non ci siano ulteriori battute d'arresto" nella situazione geopolitica, come ha affermato il consigliere Olli Rehn. Diversa la situazione in casa Fed: ora, a causa dell'inflazione, i mercati scommettono contro i tre ritocchi annunciati dal presidente Jerome Powell

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Come previsto, la Bce ha deciso di lasciare i tassi invariati, aprendo però alla possibilità di avviare la stagione dei tagli nel corso della prossima riunione sulla politica monetaria, prevista a giugno. Ammesso che tensioni e guerre non si mettano di mezzo. Ammesso, cioè,che  "non ci siano ulteriori battute d'arresto, per esempio nella situazione geopolitica e quindi nei prezzi dell'energia", ha affermato Olli Rehn, governatore della Banca di Finlandia e membro del board Bce.

La Fed ci ripensa?

Intanto è l'inflazione americana (al 3,5%) a mettere seriamente in dubbio l'intenzione della Fed di procedere a tre ritocchi verso il basso. Tutto questo mentre il quadro generale non appare positivo: Wall Street è in netto calo, mentre il decennale ha lasciato sul terreno più del 4%. Risultato: i mercati iniziano a scommettere su una giravolta hawkish da parte della banca centrale americana. Sembrava quasi sicuro che in 12-18 mesi Jerome Powell diminuisse il costo del denaro di 1,75 punti complessivi, ma ora sembra più probabile un approccio più cauto, con uno o due tagli. O addirittura nessuno, dato che l'economia dello Zio Sam continua ad andare bene – sicuramente meglio di quella europea: questo trend legittimerebbe la Fed a tenere le bocce ferme ancora per un po'. E a farsi precedere dalla Banca Centrale Europea.

Borse nervose

Le Borse vanno a zig zag, tendendo verso il basso. Generalmente, vediamo aperture di settimane positive e chiusure in calo, ma non a livelli preoccupanti. Il nervosismo dei mercati risente di vari timori, non ultimi quelli della crisi tra Iran e Israele (con i suoi effetti sul petrolio) e della crescita inferiore alle attese di vendite al dettaglio e produzione industriale cinesi (pur in un contesto che ha visto l'economia di Pechino salire del 5,3%, di poco sopra le previsioni). Tuttavia, a influenzare i mercati sono soprattutto gli utili, che si sono rivelati in gran parte positivi. Anche per questo, la situazione attuale prosegue a configurarsi come un piccolo ritracciamento fisiologico e non come lo storno che tutti attendono. E che prima o poi dovrà giocoforza presentarsi,  perché dopo 18 mesi di rialzi quasi ininterrotti il mercato deve rifiatare. Difficile, però, prevedere se il cambio di passo sarà poco incisivo oppure molto deciso. In ogni caso le statistiche ci dicono che, in presenza di un primo trimestre positivo, nel 95% dei casi l'anno si chiude a livelli più alti rispetto a quelli di apertura.

L'impennata del petrolio

Le evoluzioni della nuova crisi in Medio Oriente potrebbero anticipare o ritardare l'arretramento dei mercati, anche per gli effetti delle tensioni sul prezzo del petrolio. Nei giorni scorsi, il Brent ha raggiunto i massimi dallo scorso ottobre, per poi attestarsi nei pressi dei 90 dollari al barile (più basso il valore del Wti). A meno di clamorosi rivolgimenti di fronte, è comunque difficile che la quotazione del greggio resti a lungo oltre quota 90, così come è ancora meno probabile una crisi tale da portare il costo della benzina a 3 euro al litro, come qualcuno ha paventato.

Nuovi record per l'oro

A stabilire record assoluti è invece l'oro. Le tensioni geopolitiche hanno probabilmente spinto gli investitori ad attribuire nuovamente al "re dei metalli" quel ruolo di bene rifugio che sembrava aver perso. Ma questa ipotesi, da sola, non basta a spiegare l'ottima performance dell'oro. Si può ipotizzare che alcuni Paesi ne stiano accumulando grandi quantità,  magari per far fronte a difficoltà, crisi internazionali oppure a sanzioni presenti o future. La salita verticale del suo valore resta comunque anomala. Anche perché, a fronte di questo trend, le azioni aurifere non evidenziano prestazioni ugualmente brillanti. Mentre gli altri metalli, alluminio a parte, non mostrano andamenti particolarmente positivi.

Case "green"

L'Ecofin ha approvato a maggioranza la nuova normativa sulle case green, che punta ad abbattere il consumo energetico e le emissioni degli immobili entro il 2035 e a realizzare palazzi a emissioni inquinanti zero per il 2050. La misura è stata ammorbidita rispetto alla versione originale proposta dalla Commissione Europea e prevede, per gli edifici residenziali esistenti, che ogni Paese membro Ue sia vincolato ad abbattere del 16%  il consumo medio di energia entro il 2030 e del 20% o più per il 2035. La riduzione dovrà essere composta per il 55% o più dal calo del consumo medio di energia di almeno il 43% delle abitazioni con le performance energetiche peggiori. La misura disciplina anche gli edifici non residenziali (entro il 2030 occorrerà procedere alla ristrutturazione del 16%, che dovrà alzarsi al 26% nel 2033) e quelli ancora da costruire. La normativa prevede anche varie esenzioni e delega gli Stati membri a tracciare una via autonoma per raggiungere gli obiettivi vincolanti. Una versione più morbida, si è detto. Anche se non tutti i dubbi sono fugati: secondo l'Enea, poco più della metà degli immobili a cui è stato attribuito l'attestato di prestazione energetica rientra nelle classi peggiori, cioè la F e la G. In teoria, non sono previsti obblighi nei confronti dei proprietari. Tuttavia, con quali mezzi è previsto il raggiungimento degli obiettivi vincolanti previsti dalla misura? E chi dovrà pagare gli interventi? Gi Stati avranno potere decisionale, ma saranno quasi sicuramente esclusi da interventi in prima persona, perché di denaro disponibile non ne hanno. A meno che si voglia caricare i piccoli proprietari di un peso molto arduo da sostenere, il denaro dovrà quindi metterlo l'Europa. In alternativa, nel caso in cui le elezioni portino a orientamenti diversi, la nuova Commissione e il parlamento rinnovato avranno la possibilità di entrare nuovamente sull'argomento, ammorbidendo ulteriormente la direttiva. E magari sospendendo anche la poco lungimirante scadenza del 2035 per lo stop alla produzione di auto endotermiche.

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Borse, lo storno può attendere

Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana superando gli altri listini europei, ma i mercati, in generale, sono in ottima salute. E' prevedibile che, prima o poi, giunga una pausa, anche se molto probabilmente la flessione si rivelerà moderata. Nonostante i persistenti problemi geopolitici

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano ha chiuso ancora un venerdì in positivo, dimostrandosi più brillante rispetto agli altri, incerti listini europei (e a Wall Street). La spinta in alto è stata trainata dai finanziari, che hanno proseguito nelle ottime performance e che, a tratti, stanno premiando gli investitori da vari mesi a questa parte. Piazza Affari ha poi aperto questa settimana in leggera flessione, scontando anche l'attesa per la riunione Bce di giovedì prossimo e gli altri interventi attesi sui tassi. Che, ci si può scommettere, non saranno improntati a un rapido taglio del costo del denaro.

Cattive notizie? Meglio ignorarle

In ogni caso, quasi tutte le Borse hanno raggiunto i massimi storici, o almeno quelli di medio periodo. Mentre il mercato continua a procedere in maniera regolare, senza troppi strappi. Una situazione positiva: è senz'altro più tranquillizzante vedere listini che salgono poco a poco, gradualmente e con performance costanti. E' prevedibile che, prima o poi, giunga il momento di una pausa, anche se ovviamente non possiamo sapere quando sarà il turno del calo fisiologico. Fino ad allora – a costo di sembrare monotoni, noiosi e ripetitivi – consigliamo a chi ha acquistato titoli bancari e altre buone posizioni di tenerle, e, a chi vuole aumentare il suo coinvolgimento, di aspettare il primo storno. Che quasi sicuramente arriverà, anche se non sarà forte, non essendoci i presupposti. Ultimamente, i mercati cercano infatti di ignorare le cattive notizie, soprattutto quelle di tipo geopolitico. La guerra russo-ucraina prosegue, anche se Kiev è in difficoltà, dichiarazioni belliciste vengono lanciate dai leader mondiali e la situazione in Medio Oriente – sia a Gaza, sia nel sud del Libano, sia nel Mar Rosso – è ancora molto critica; tuttavia, le Borse si dimostrano resistenti e “resilienti”, come si usa dire ultimamente.

Gas, nuove insidie da est

In questa situazione ha raggiunto stabilità il rapporto euro-dollaro, che veleggia sulla quotazione di 1,08: la volatilità sui mercati è contenuta e questo valore non dovrebbe muoversi troppo. La fascia tra 1,07 e 1,12 (quotazione su cui probabilmente il rapporto euro-dollaro si attesterà a fine anno) rappresenta attualmente il valore di equilibrio, conveniente per tutti. Un po' come, per il petrolio, il range fra i 75 e gli 85 dollari al barile, con il Brent che al momento veleggia poco sopra gli 80 e il Wti sotto questa soglia. Qualche problema potrebbe invece arrivare dal gas. A fine anno, infatti, scadrà l'accordo tra Russia e Ucraina sul transito del metano di Mosca verso l'Europa. Un'intesa che Kiev ha già annunciato di non voler rinnovare. Se così fosse, tornerebbero i problemi sul fronte delle forniture: anche se il gas made in Russia è ormai sceso dal 50% circa al 15%, un eventuale stop al transito (capace di incidere per il 5%) creerebbe comunque parecchi problemi all'Europa. Non per niente, un documento della Commissione ha ammesso che l'Ue dovrà prepararsi anche allo scenario peggiore, tenendo strettamente sotto controllo la situazione per assicurare il riscaldamento nell'inverno 2024-25. Sicuramente, l'Europa avrebbe i mezzi per premere sull'Ucraina, cercando di caldeggiare un rinnovo dell'accordo in grado di evitare ulteriori problemi ai propri cittadini. Un terreno certamente accidentato, dato che a prima vista appare paradossale che due Paesi in guerra possano trattare per un'intesa di questo tipo. Ma in politica tutto è possibile.

La privatizzazione di Poste Italiane

Ha conquistato le prime pagine dei giornali il nuovo round di privatizzazione di Poste Italiane, che si rivolge soprattutto a investitori al dettaglio, ma anche gli istituzionali. Previste anche incentivazioni per chi deciderà di puntare sul “gigante giallo”. Lo Stato, ha precisato una nota del governo, manterrà almeno il 35% del capitale (attualmente il 29,26% è nelle mani del ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre il 35% è del gruppo a controllo pubblico Cassa Depositi e Prestiti). Lo Stato, con questa vendita, si aspetta di ricevere 20 miliardi di euro in tre anni, per diminuire il debito. Il che sembra un'impresa impossibile, almeno con l'attuale disavanzo italiano. Con la privatizzazione si può certo soddisfare un'esigenza di cassa momentanea, dovuta ai vincoli del patto di stabilità per il 2025, ma non risolvere il problema del debito pubblico. Inoltre, ai prezzi con cui le Poste saranno vendute non si vede un grande vantaggio economico per lo Stato; con le attuali valutazioni, il titolo vale dieci volte l'utile, e questa operazione sembra molto rinunciataria. Meglio sarebbe lavorare in ambito comunitario per far cessare la repressione finanziaria che ha caratterizzato l'Eurozona negli ultimi 15 anni, portando il nostro continente a una forte perdita di competitività. Ci sono due approcci riguardo il debito: il primo è quello tedesco, che lo scoraggia fortemente, considerandolo un disonore; il secondo è quello americano, che lo utilizza per stimolare la crescita. Il secondo, se scelto con giudizio, è il modello migliore. Se un Paese si vuole sviluppare, deve produrre un disavanzo, senza il quale non può creare le infrastrutture necessarie.

Debito subnazionale

A proposito, è interessante uno studio di S&P Global Ratings, secondo cui il debito subnazionale nei mercati emergenti, trainato dalla Cina, arriverà nel corso di quest'anno a quasi 1.400 miliardi di dollari, contro il picco di 1.500 nel 2023. L'indebitamento netto delle amministrazioni locali cinesi, afferma la ricerca, è forse arrivato al punto massimo; tuttavia le pressioni macroeconomiche e quelle delle maggiori aziende statali lo manterranno alto. Nel 2024, prosegue lo studio, i mercati emergenti rappresenteranno il 50% circa dello stock totale di debito subnazionale, e il 94% di questo sarà proveniente da Cina e India. Secondo S&P Global Ratings, questo continuerà a far salire il volume dei prestiti globali.

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Wall Street da record, Borse europee più tranquille

Il Dow Jones ha superato i massimi storici e il Nasdaq raggiunge livelli molto alti, trainato dall'intelligenza artificiale. Nel nostro continente, invece, i listini procedono in ordine sparso, in attesa dei dati di metà anno delle società quotate. La Legge sul ripristino della natura e i suoi rischi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Record assoluto per il Dow Jones, che ha superato i massimi storici, mentre il Nasdaq ha raggiunto il livello migliore degli ultimi sei anni. Tra gli elementi che hanno spinto in alto Wall Street, il calo dell'inflazione Usa, mentre il recupero della fiducia delle famiglie americane (con l'indice più alto dal 2021) ha influito molto meno: si tratta infatti di una percezione, che dipende dal ciclo economico ed è stata fortemente influenzata dall'aumento dei salari. L'exploit delle Borse di oltre oceano non è stato intaccato neppure dallo stop russo agli accordi sul passaggio del grano nel Mar Nero. Occorre però effettuare un distinguo. Prendiamo le 500 società quotate all'indice S&P: sette di queste aziende capitalizzano il 30% dell'intero indice, trainate anche dal boom (che potrebbe rivelarsi una bolla) dell'intelligenza artificiale. Ad avere frantumato i record sono soprattutto questi sette titoli. Se scorporiamo le restanti 493 imprese, gli enormi rialzi si riducono al 2%.

Una breve attesa

Ora, in ogni caso, i mercati americano ed europeo (meno brillante e con andamento “misto”) attendono i dati di metà anno, per capire da che parte tirerà il vento del ciclo economico. Per ora, gli investitori possono proseguire in una strategia di mantenimento (soprattutto su Piazza Affari, ancora sostenuta da un buon flusso di dividendi, in media al +4%), senza però lasciarsi prendere la mano dagli acquisti. E raddrizzando le antenne, per captare gli eventuali, primi segnali di un possibile storno: la lunga stagione dei rialzi è iniziata lo scorso 6 ottobre ed è stata attutita solo da un periodo di trading range: prima o poi è comprensibile aspettarsi una correzione. Anche perché le avvisaglie ci sono tutte, e ci mostrano indizi di rallentamento del ciclo economico. Mentre in Asia la Cina non cresce più come prima.

Banche centrali: quanti rialzi?

I timori di una nuova crisi economica sono molto alti, ma le banche centrali si apprestano a un altro rialzo dei tassi. Occorrerà capire di quanto saliranno. Jamie Dimon, presidente e ceo di Jp Morgan, ha previsto una nuova crescita dell'inflazione Usa, che potrebbe portare i tassi di interesse al 6% o al 7% in breve tempo, rendendo inevitabile una recessione. Che cosa farà, invece, la Bce? Ancora non si sa. L'Eurotower non ha ritenuto sufficiente il calo di ritmo dell'inflazione registrato a giugno (la sua crescita è stata del 6,4%, contro il 7,6% di maggio), e quasi sicuramente procederà, prima di fine mese, a un lla che nuovo ritocco dello 0,25%. La notizia è che l'intervento potrebbe essere l'ultimo. Il probabile stop di agosto fungerà anche da pausa di riflessione, con esiti ancora tutti da definire, specialmente se l'inflazione dovesse confermare il trend ribassista. Una posizione - quetende a condizionare la decisione all'esame dei dati - su cui si è detto favorevole anche Joachim Nagel, presidente di Bundesbank, nonché sostenitore della politica di inasprimento monetario intrapreso nel corso di quest'ultimo anno dalla Bce.

Il monito di Visco

Leggere i dati, certo: ma come? Lo deciderà l'ennesimo confronto fra “falchi” e “colombe” nell'ambito dell'Eurotower: i primi più concentrati sulla lotta al vortice inflattivo, i secondi sulla prevenzione dei rischi di recessione che incombono sull'economia europea. Nel secondo gruppo c'è Ignazio Visco, governatore di Banca d'Italia, che ieri, in un'intervista a Bloomberg Tv, a margine del G20 di Gandhinagar (India) ha voluto piazzare qualche paletto. L'inflazione, ha detto il governatore di Banca d'Italia, “scenderà ancora perché inizieranno a riflettersi gli effetti della riduzione del prezzo dell'energia”. Secondo Visco, il calo “sarà più veloce del previsto". Anche se l'inflazione core, ha aggiunto, “si sta mostrando ancora ostinata". L'obiettivo del 2% previsto entro fine 2025, ha poi puntualizzato, “potrebbe essere raggiunto prima del previsto ". In ogni caso, ha concluso, “non penso che abbiamo bisogno di una recessione. Possiamo disinflazionare l'economia senza” doverci per forza arrivare. E, aggiungiamo noi, senza vedere aumentare la rata media dei mutui casa, che è già salita della percentuale monstre del 28%. E che sta mettendo a rischio i rimborsi di chi ha scelto la formula a tasso variabile, che ora si sta dimostrando particolarmente discutibile.

Legge sul “ripristino della natura”: economie a rischio?

A Bruxelles, dopo uno scontro senza precedenti, il Parlamento europeo ha votato la controversa Legge sul ripristino della natura, con uno scarto di appena 21 voti. La norma prevede, entro il 2030, di reintrodurre non meno del 20% degli habitat perduti o minacciati. Questo, secondo i sostenitori della misura, contribuirebbe alla lotta contro i cambiamenti climatici, invertendo il trend che sta portando il pianeta alla perdita di biodiversità. Una posizione che è stata contrastata da chi ha votato contro questa norma, nella convinzione che questi obiettivi debbano essere raggiunti in maniera graduale e senza minacciare le attività economiche. La legge appena approvata, infatti, non si applicherebbe solo alle aree protette, ma anche alle zone attualmente adibite ad attività agricole o produttive. Causando, di fatto, una minaccia per varie imprese. Si teme che la legge possa dare il via libera a situazioni estreme, simili a quella che si è creata in Olanda, dove il governo Rutte ha fatto dell'obbligo di abbattere di un terzo dei capi fra mucche, maiali e galline un cavallo di battaglia. Una posizione che ha scatenato la dura protesta degli allevatori e minato il consenso popolare all'esecutivo, poi caduto sulla legge migranti. La Legge sul ripristino della natura, dunque, rischia di replicare in altri paesi d'Europa (prima di tutto in Francia) situazioni simili. E, di conseguenza, di favorire tagli abnormi a produzioni agricole e casearie, causare proteste popolari e provocare perdite alle aziende. Creando, oltretutto, fenomeni paradossali, che facilmente vedrebbero i paesi europei sopperire alla carenza di raccolto e produzione importando da paesi che non soggiacciono a misure di questo tipo, né agli scrupolosi controlli igienici comunitari. Risultato? Un peggioramento della qualità del cibo sulle nostre tavole e vari danni alle nostre economie. Oltre che, last but not least, una pericolosa perdita di autosufficienza dell'Europa, che metterebbe il nostro continente alla mercé di altre aree del mondo. Come già avviene per altri comparti produttivi.

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Mercati, correzioni verso il basso in un trend rialzista

Leggera flessione dei listini, che però proseguono una tendenza moderatamente positiva. Wall Street ha risentito negativamente dei dati sulla crescita Usa, inaspettatamente negativi, mentre prosegue in gran parte del mondo occidentale l'incertezza sui tassi. Intanto, è a un passo l'accordo per il salvataggio di Eurovita.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati hanno chiuso la scorsa settimana con una correzione verso il basso, nell'ambito di un trend che rimane rialzista. In particolare, Wall Street ha sofferto il calo inatteso dell'indice Pmi manifatturiero americano, che offre un'indicazione sulla crescita del settore (valore sopra i 50 punti) o di un suo calo (sotto). Il livello è sceso da quota 48,4 di maggio a 46,3 di giugno, contro le previsioni che vedevano una sostanziale stabilità (+0,1%), mostrando quindi una tendenza alla decrescita. Un po' meglio, ma sempre in calo, l'indice Pmi servizi che si è abbassato da 54,9 a 54,1. Ancora più bassi gli indici Pmi dell'Eurozona: 43,6 per quello manifatturiero e 52,4 per i servizi.

 

L'inesorabile aumento dei tassi

A dare un po' di incertezza sugli indici anche le recenti questioni russe e il tira e molla sui tassi. Come noto, la Federal Reserve ha fatto rifiatare i mercati con la sospensione provvisoria dei rialzi, che però potrebbe riprendere a breve: non per niente Mary Daly, presidente della Fed di San Francisco, ha definito una previsione “molto ragionevole” la possibilità di effettuare due nuovi ritocchi. Proprio come avverrà in Europa dove è ben noto l'atteggiamento aggressivo di Christine Lagarde, che porterà quasi certamente a due spostamenti verso l'alto di 25 punti base l'uno. L'ostinazione della Bce verso il completamento della stretta monetaria a tutti i costi sembra paragonabile a un automobilista che guida prestando attenzione soltanto allo specchietto retrovisore. Senza curarsi della strada – cioè delle prospettive future e del rischio recessione sempre più incombente. Discorso differente per la Banca d'Inghilterra che ha invece puntato sull'aumento di 50 punti, deciso dopo gli ultimi, preoccupanti dati sull'inflazione. Un fenomeno legato, oltre che al quadro internazionale, anche alla Brexit e alle politiche restrittive sull'immigrazione, che causano carenza di manodopera e di beni, con un primo accenno di inflazione salariale.

 

Inflazione da profitti

A proposito di inflazione, è interessante un'analisi effettuata dall'ufficio studi di Allianz Trade. La compagnia tedesca specializzata in assicurazione del credito ha  osservato che, nonostante la discesa dei valori di riferimento delle materie prime, i prezzi dei prodotti restano alti. E non accennano a tornare nei ranghi. C’è un’inflazione da troppi profitti?”, si chiede la compagnia del gruppo Allianz. “Non sarà che alcune aziende continuano a scaricare i rincari sul consumatore finale, anche se non è più necessario?”. La risposta dell'analisi è abbastanza scontata: “i margini di profitto delle imprese non finanziarie nell'Eurozona sono di recente aumentati”, recita una nota della società. “Con il 40,8% del valore aggiunto lordo alla fine del 2022, i margini delle società non finanziarie sono in media di +0,6 punti percentuali sopra la media, con Italia (44,8%) e Spagna posizionate meglio rispetto a Germania e Francia. Tuttavia, ci sono differenze significative tra i settori. I margini di profitto sono aumentati in particolare nell'agroalimentare, dove i rivenditori sono stati in grado di aumentare i propri margini al 78,6% nel quarto trimestre del 2022 (12,3 punti percentuali in più rispetto al livello pre-pandemia)”. Le osservazioni di Allianz Trade sfondano una porta aperta: l'esperienza ci dice che l'inflazione “da profitti” si è sempre verificata, e che una volta che i prezzi salgono, difficilmente scendono. In questo caso, gli aumenti sono stati causati dal rincaro delle materie prime – petrolio e soprattutto gas, che la scorsa estate ha stabilito record su record, infrangendo al Ttf di Amsterdam la barriera dei 300 euro a megawattora. Ora che il metano veleggia poco sopra quota 30 e il greggio continua a navigare nella fascia neutrale compresa fra i 70 e gli 80 dollari al barile, i prezzi al consumo non sono scesi. Creando un effetto domino sulla filiera. E problemi ai consumatori. Se si osservano i dati di spesa degli italiani, è facile osservare che sempre più persone si rivolgono ai supermercati e agli hard discount, cercando magari i prodotti vicini alla scadenza e scontati di una percentuale importante. Il dato, oltre che sui cittadini, si ripercuote sui negozi tradizionali di quartiere, già penalizzati, rispetto alla grande distribuzione, da una tassazione meno favorevole, dai rincari di prezzi e dai costi dell'elettricità.

 

Mes rimandato a settembre?

Al centro del dibattito anche il Mes, la cui discussione parlamentare per un'eventuale ratifica potrebbe essere procrastinata a dopo le ferie estive. Almeno questo è l'obiettivo del governo, che punta a compattare la maggioranza, evitandone la spaccatura in sede di voto, e a proseguire il dialogo con Bruxelles. Certo è che il Mes, nella formulazione attuale, non lascia tranquilli. Attribuisce infatti alla Bce poteri di indirizzo molto preoccupanti per i paesi più indebitati. Sarebbe sufficiente puntare un riflettore sull'Italia per scatenare i mercati e portare lo spread ai livelli del 2011. L'attuale formulazione del Mes non offre un contrappeso all'ipotesi di speculazione finanziaria, aprendo il rischio – per i paesi più fragili – di una ristrutturazione del debito pubblico, in grado di incidere sull'economia e sul sistema bancario, oltre che di distruggere il risparmio privato. L'esperienza della Grecia, i cui cittadini sono stati, in alcuni casi, privati persino delle medicine, dovrebbe metterci in guardia. Meglio sarebbe riaprire il dibattito su questo strumento, inserendo contrappesi forti alla speculazione. Nello stesso tempo, il successo delle emissioni di Btp potrebbe costituire una valida alternativa, in una situazione che vede lo spread ai minimi (verso quota 160), nonostante le previsioni al rialzo diffuse recentemente da Goldman Sachs.

 

Eurovita, salvataggio a un passo

Intanto è stato raggiunto l'accordo per il salvataggio di Eurovita, che dovrebbe essere formalizzato a breve. La compagnia controllata dal fondo di private equity Cinven sarà rilevata per un importo simbolico da cinque big (Intesa Vita, Generali, Poste, Allianz e Unipol), per poi essere “spacchettata” e divisa in parti uguali. Previsto un “paracadute” di 500 milioni di euro. L'Ivass, da parte sua, prorogherà il blocco dei riscatti per alcune settimane (doveva scadere il 30 giugno), con l'obiettivo di mandare in porto l'operazione senza rischi. Le grandi banche faranno da garanti, subentrando nei contratti nel caso in cui gli investitori dovessero chiedere il riscatto della polizza – un'eventualità che, in ogni caso, si cerca di scongiurare con l'intervento delle “big” assicurative, dato che gli attuali clienti Eurovita si troveranno titolari di polizze “sicure” Intesa Vita, Generali, Poste, Allianz e Unipol. L'accordo, se ufficializzato, consentirebbe di tirare un sospiro di sollievo all'intero ramo vita. Abbandonare alla loro sorte i clienti di una compagnia in crisi, infatti, avrebbe rischiato di sferrare un colpo letale all'intero comparto, già stretto fra la crisi della raccolta (negativa per 4,8 miliardi nel primo trimestre 2023 e in calo di oltre 10 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente) e la concorrenza di buoni del tesoro e conti deposito. Non risolvere il caso Eurovita avrebbe innescato una spirale di sfiducia nei confronti del ramo, rischiando di provocare un life run – cioè una richiesta di riscatti di massa. L'intervento del mondo bancario e delle grandi assicurazioni del comparto fa rientrare i rischi, permettendo a questo business di ripartire dai suoi punti di forza. Che non sono certo i rendimenti, minori di quelli offerti da Btp e Bot, con maggiori vincoli sui capitali, ma l'impignorabilità e l'insequestrabilità del denaro investito.

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Morte di Berlusconi, terremoto sulla sua galassia

Oltre al cordoglio internazionale, la scomparsa dell'ex premier ha suscitato anche forti impatti in Borsa, con un balzo di Mediaset (oggi MediaForEurope N.V.). A una prima occhiata, sembra che i listini abbiano “scommesso” su una futura cessione delle aziende. Ma, più probabilmente, si tratta di pura speculazione.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Questa settimana si è aperta con l'improvvisa scomparsa di Silvio Berlusconi. La notizia ha acceso una fiammata sui mercati, segnatamente sui titoli legati alle aziende dell'ex premier: sebbene Fininvest abbia assicurato una continuità di gestione, i mercati – almeno da una prima occhiata - sembrano aver “scommesso” su una futura cessione di alcune imprese della galassia Berlusconi. In particolare, Mediaset ha raggiunto i massimi da inizio anno, mentre Mondadori e Mediolanum sono cresciute in percentuali decisamente più moderate.

La successione

Ma le Borse sono davvero convinte di uno smembramento dell'impero economico di Berlusconi? Quasi certamente no. È più probabile che, invece, il rialzo di Mediaset non sia altro che una pura e semplice speculazione: il cinismo dei mercati è noto, come lo è la tendenza, da parte degli investitori più spericolati, ad approfittare di ogni notizia per ricavarne il più possibile, causando terremoti sui titoli presi di mira. A suo tempo, Berlusconi aveva studiato regole di successione molto chiare, che sembrano indirizzare gli eredi verso una continuità di gestione. Sembra quindi probabile che non si verifichino, nel prossimo futuro, i conflitti esplosi dopo la morte di Leonardo Del Vecchio, con la contestazione di un pur “blindato” testamento: in questi anni, Berlusconi ha lavorato molto sulla coesione dei suoi cinque figli, organizzando anche incontri settimanali fra di loro. Ammesso e non concesso che sorga qualche controversia, ciò potrebbe accadere fra non meno di 15 anni, quando i 16 nipoti dell'ex primo ministro saranno tutti in età adulta. Il problema maggiore potrebbe invece sorgere sul fronte dei finanziamenti a Forza Italia, dato che non è scontato che i figli di Berlusconi decidano di proseguire gli ingenti aiuti economici assicurati al partito dal suo fondatore.

Partenza in rialzo

Per il resto, a livello internazionale, questa settimana è iniziata in crescendo. Per scoprire se si tratti del solito “ping pong” a cui siamo abituati da mesi oppure di una nuova gamba di rialzo dovremo, naturalmente, aspettare la riunione della Bce, prevista per domani. E che non dovrebbe riservare sorprese: si ipotizza che Francoforte insista sulla linea di stretta monetaria, comportandosi come le monadi di Leibniz, che notoriamente “non hanno finestre” sull'esterno, piuttosto che mostrandosi attenta alla situazione dell'economia reale, all'inflazione che cala e allo spettro della recessione. Del resto, l'economia non se la passa un granché bene neppure negli Stati Uniti, dove la Fed potrebbe applicare un approccio meno rigido alla politica monetaria. I massimi raggiunti da Wall Street la scorsa settimana non sono infatti rappresentativi di un reale progresso dell'indice, ma solo l'exploit di un numero limitato di titoli (meno di dieci). Se osserviamo l'andamento dei sottosettori, possiamo facilmente intuire le attuali difficoltà dell'economia tradizionale in gran parte del mondo occidentale. Un esempio dall'Italia: in aprile, la produzione industriale è calata del 7%, e da luglio in poi i problemi potrebbero essere maggiori. Fino a fine giugno, infatti, una contrazione più forte sarà evitata dai backlog di ordinativi dell'esportazione in Germania, legati alla situazione di fine 2022 (migliore rispetto a quella attuale). Tuttavia, dal prossimo mese si inizierà ad avvertire anche la recessione tecnica di Berlino. Ci troviamo dunque di fronte a difficoltà che generano difficoltà, creando una sorta di effetto domino in tutti i settori produttivi.

Frena l'immobiliare

L'economia reale italiana (ed europea) potrebbe soffrire anche della frenata del settore immobiliare, che ha probabilmente raggiunto i valori massimi e rischia di iniziare una parabola discendente. L'aumento del costo del denaro ha già causato una forte contrazione nelle compravendite, che hanno messo a segno un preoccupante -20%. Un fenomeno chiaramente sostenuto dal caro-mutui, che a fine 2021 non superavano il costo dell'1,20% per il tasso fisso (e ancora meno per il variabile) e ora hanno raggiunto il 4,4% per la prima formula e una percentuale maggiore per la seconda. Occorrerà dunque fare attenzione ai prossimi sei mesi. I rischi ci sono e si vedono chiaramente. Li conosce anche la Bce, che come già detto – sebbene l'inflazione stia rientrando – probabilmente non rinuncerà ad ulteriori aumenti dei tassi fino ai 50, o forse ai 75, punti base. Per poi (lo speriamo tutti) iniziare la lenta e graduale discesa nel 2024. Il quadro delle difficoltà riscontrate dall'economia reale è completato dalla deflazione cinese, che impedisce a Pechino di fare da traino per la ripresa, e dal perdurare della guerra russo-ucraina.

Mps, Bper si defila

Solo otto giorni fa, alcune indiscrezioni riportate da Repubblica vedevano la concreta possibilità che Bper fosse interessato ad acquistare Montepaschi. Secondo i rumours una simile operazione, che avrebbe puntato alla costruzione di un terzo polo bancario, avrebbe suscitato interesse anche in Mcc e Unicredit, disposte a rilevare il 25% circa delle filiali della banca senese per rendere più semplice l'acquisizione. Pochi giorni dopo, però, Piero Luigi Montani ha spento gli entusiasmi, affermando chiaro e netto che la banca emiliana non è interessata all'operazione. La dichiarazione dell'amministratore delegato di Bper ha causato un forte calo delle azioni Mps. Tuttavia, trovare un acquirente è solo questione di tempo. È probabile che il mancato interesse di Montani dipenda da considerazioni geografiche o strategiche. Ciò non toglie che oggi come oggi l'acquisizione del Montepaschi potrebbe rappresentare una rilevante opportunità in prospettiva: l'istituto senese è stato depurato dalle scorie, e bene ha fatto lo Stato a procedere all'aumento di capitale. Chiaro: sarà prevalentemente una questione di prezzo. Lo esigono i forti investimenti effettuati con i soldi dei contribuenti, da cui comprensibilmente lo Stato vuole cercare di rientrare almeno in parte. E quindi, come è logico, cercherà di ottenere il massimo dalle trattative, anche considerato l'appeal attuale del mercato bancario italiano. Che è ancora un settore su cui è conveniente scommettere. Oggi come oggi, in generale, è infatti consigliabile alleggerire un po' le posizioni in Borsa, ma resta  vantaggioso continuare a puntare sugli istituti di credito. Nonostante i rialzi recenti, infatti, le banche non hanno ancora raggiunto il loro pieno potenziale a Piazza Affari. E potrebbero riservare nuove sorprese positive.

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Aumento dei tassi: non siamo ancora al picco

La Bce prosegue nella stretta monetaria, anche se rallenta il ritmo dei rialzi: probabili nuovi ritocchi entro l'estate. Negli Usa, nuove banche evidenziano serie difficoltà, mentre in Italia il settore va a gonfie vele. E alcune aziende di credito alzano addirittura i target

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Non c'erano molti dubbi: la Bce ha seguito la Fed, aumentando i tassi di 25 punti base. Siamo di fronte all'ultimo rialzo? Oppure ne seguiranno di nuovi? E ancora: il rallentamento (25 basis point invece di 50) segna il picco della politica restrittiva di Francoforte? A quest'ultima domanda ha indirettamente risposto Klaas Knot, presidente della banca centrale olandese e membro del direttivo Bce. L'Eurotower, ha detto, dovrà proseguire negli aumenti dei tassi, almeno “fino a quando l'inflazione sottostante non sarà stata arginata”. L'orientamento è stato confermato (e non avevamo alcun dubbio) anche dalla presidente Bce Christine Lagarde: dovremo perciò attenderci nuovi aggiustamenti di 25 punti base in giugno, luglio e forse oltre. Per rispondere quindi all'interrogativo: no, non siamo al picco – al limite stiamo raggiungendo il plateau. Passata l'estate, forse, potremo respirare, in attesa che il costo del denaro (non prima del 2024) possa tornare a scendere.

Prevalgono i “falchi”

Il nuovo aumento segna ancora una volta la prevalenza dei “falchi” sulle “colombe” - gruppi che portano istanze completamente opposte. I primi sono convinti che sia necessario alzare i tassi, perché questa strategia è in grado di bloccare l'inflazione e tutelare i consumatori dagli aumenti e dal deprezzamento del denaro e del potere d'acquisto. I secondi, invece, ritengono che con i tassi bassi il consumatore abbia sì meno soldi, ma che si possa tutelare facendo provvisoriamente scelte meno dispendiose. Mentre non ha alternative percorribili se è indebitato, in un contesto in cui il denaro costa sempre di più. In questo caso, il danno ad aziende e famiglie esce – come si usa dire - dalla porta e rientra dalla finestra. Questa ultima lettura si può estendere anche ai sistemi-paese: in tempo di tassi alti, uno stato indebitato (come lo è l'Italia) è costretto a tagliare i servizi o aumentare le tasse; in entrambi i casi, sono poi i cittadini a perderci. E il grande timore è che i cittadini ci perderanno davvero. La situazione dei tassi potrebbe avere un effetto pesante sull'economia già da fine estate, sia in Europa, sia negli Stati Uniti. Sull'industria si profilano già dati preoccupanti, anche se le prime trimestrali sono molto solide.

Dubbio amletico

Certo è che la Fed, a differenza della Bce, sembra timidamente più orientata almeno a riconsiderare le strategie da applicare nei prossimi mesi, non scartando a priori la possibilità di discutere uno stop alla politica di aumenti. Anche se gli ultimi dati sui posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbero convincere la banca centrale statunitense a proseguire con i rialzi almeno per un po'. I numeri forniti dall'US Bureau of Labor Statistics evidenziano che lo scorso aprile l'occupazione americana è salita, nei settori non agricoli, di 253.000 posti, contro i 180.000 previsti, attestando il tasso di disoccupazione al 3,4% (quello atteso era del 3,6%). Il dato potrebbe quindi incidere sulle scelte della Fed: ogni volta che sale l'occupazione, si ritiene che il rialzo dei tassi sia stato “digerito” dall'economia, e questo è interpretato come un via libera a nuovi rialzi. La Federal Reserve dovrà quindi trovare la quadra fra l'intenzione di ammorbidire la politica restrittiva e la tentazione di introdurre un nuovo ritocco di 25 punti base.

Crisi bancaria, nuovo capitolo o colpo di coda?

Per la Fed, comunque, le maggiori preoccupazioni non risiedono nelle future decisioni sui tassi ma nelle nuove difficoltà evidenziate da alcune banche regionali. La crisi del settore, pur essendo uscita dalla sua fase di allarme rosso, continua a disseminare pericoli sulla strada del settore creditizio. La scorsa settimana – non molto tempo dopo le rassicurazioni della Fed sulla solidità del sistema americano, si sono evidenziati problemi per tre nuovi istituti: PacWest, FirstHorizon e Western Alliance. In particolare, la prima ha subito un crollo in Borsa dopo aver comunicato di essere in cerca di un compratore; successivamente, l'azzeramento del dividendo (allocato a riserva), le dichiarazioni dell'amministratore delegato Paul Taylor, che ha garantito sulla solidità della banca, e un rimbalzo di oltre l'80% a Wall Street hanno rassicurato i mercati, senza però diradare completamente le paure. In generale, le banche americane che hanno mostrato debolezza sono – come detto - regionali, e non sistemiche. Tuttavia, la crisi non può permettersi di espandersi a macchia d'olio: First Republic è stata acquistata da JPMorgan ed eventuali nuove aziende di credito che dovessero fallire saranno, forse, rilevate da qualcun altro. I grandi gruppi, qualora se ne presenti la necessità, si dimostreranno in grado di assorbire una parte delle eventuali banche in crisi. Ma non di tutte. Non è assolutamente realistico stabilire un “piano B” che preveda semplicemente un M&A generalizzato e automatico: prima o poi, la lista dei compratori si esaurirà. Meglio sarebbe riformare il sistema e introdurre ufficialmente una garanzia pubblica sui depositi, per prevenire il panico e la corsa agli sportelli, spesso cause dirette del fallimento delle banche. Questo intervento, a conti fatti, inciderebbe sulle casse dello stato in misura molto minore rispetto a un salvataggio successivo. Una nuova minaccia per i piccoli istituti di credito potrebbe, invece concretizzarsi nell'irruzione a gamba tesa delle bigtech nell'operatività bancaria. Come è accaduto nell'operazione lanciata a metà aprile da Apple in collaborazione con Goldman Sachs, che ha riscosso un successo clamoroso. Lo strumento, attivabile dal proprio wallet, rende fino al 4,15% annuo, e nei primi quattro giorni ha raccolto quasi un miliardo di dollari, totalizzando l'apertura di 240.000 conti in una settimana. L'iniziativa, che sembra un aggiramento delle regole bancarie, offre un rendimento di dieci volte superiore alla media americana, più alto persino rispetto a quello della stessa Goldman Sachs. Ma dimostra pure che le bigtech sono in grado di raccogliere denaro rapidamente, anche per la loro reputazione, soprattutto nella fascia di clientela più giovane.

Banche italiane, che colpo

L'Italia, da parte sua, mostra un settore del credito in ottima salute. Istituti come Intesa Sanpaolo e Banco Bpm hanno addirittura alzato i target price, preannunciando dividendi a due cifre. L'ottimo momento delle banche fa bene, naturalmente, anche a Piazza Affari, listino in cui il settore è particolarmente presente. E le prospettive si preannunciano buone: nonostante il balzo in avanti di questi mesi, il comparto è ancora sottodimensionato; attualmente, le banche italiane valgono sei volte gli utili con cui hanno archiviato il 2022. Se le cose dovessero andare bene anche alla fine di questo esercizio, le banche conserverebbero comunque grandi potenzialità di crescita. Per questo motivo, un investimento nei loro titoli è ancora praticabile, e ha tutte le probabilità di preannunciarsi molto redditizio. Per il resto, in un mercato che continua a procedere tranquillo e senza particolari scossoni, l'attesa delle trimestrali (soprattutto - ça va sans dire - del settore bancario) fa sperare in un nuovo ciclo positivo. Fino ad allora, sembra consigliabile confermare una posizione difensiva e di mantenimento. Nella consapevolezza che l'attuale situazione di “calma piatta” ci regala un affresco ben diverso rispetto alla situazione che contraddistingueva i mercati solo un anno fa.

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Trend rialzista: sarà la volta buona?

Per la prima volta da molto tempo i mercati stanno provando a rimbalzare in maniera decisa e continuativa. Ma la Federal Reserve prosegue con la crescita dei tassi, aumentando i rischi di una bolla Usa legata a una possibile discesa dei prezzi immobiliari

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

I dati negativi sull'inflazione Usa, diffusi la scorsa settimana, avevano scosso Wall Street e, di concerto, le Borse asiatiche ed europee. Ma in breve tempo la situazione si è rovesciata, e si è verificato un forte recupero, che ha innescato un trend rialzista. E ora, per la prima volta da mesi, i mercati stanno provando a rimbalzare: Wall Street ha visto tutti i suoi indici spiccare un balzo in avanti, con il Dow Jones che è tornato sopra i 30.000 punti. La riscossa di New York rappresenta uno dei migliori movimenti delle Borse da vari mesi. Non è casuale che il rimbalzo avvenga proprio ora: primo, perché a un settembre negativo segue, di solito, un ottobre in crescita; secondo, perché questo mese è tradizionalmente ricco di risultati. Tutti sperano, naturalmente, che la rimonta inneschi una fase virtuosa. Per ora, la rimonta è ancora lontana, considerato che l’indice S&P500 è ancora a -25% da inizio anno; tuttavia, si è arrestata la caduta, e questo non è poco.

Affitti Usa, rischio bolla

Non si intravede un termine, intanto, per il rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve: le aspettative si concentrano su un nuovo ritocco di 75 punti, a cui probabilmente ne seguirà uno di 50. Ma con i tassi alti, molte persone non possono più permettersi di accendere un mutuo, né di utilizzare l'abitazione come valore collaterale per ottenere finanziamenti. Questi problemi, che si affiancano al rialzo dei prezzi delle case avvenuto con la pandemia, hanno spinto molti potenziali acquirenti a rinunciare al mutuo, e vari proprietari a optare per la vendita della loro casa. La serie di cessioni e di mancati acquisti ha quindi ampliato il numero di abitazioni in affitto, spingendo in alto i canoni. E, contemporaneamente, rende possibile una discesa dei prezzi immobiliari, con il rischio di un'ulteriore bolla. Il continuo rialzo dei tassi da parte della Fed, insieme al rafforzamento del dollaro su gran parte delle valute, sta anche mettendo in seria difficoltà i paesi emergenti, che finanziano il loro debito con il biglietto verde. La moneta americana è utilizzata in circa il 90% delle transazioni mondiali in valuta estera: se quindi il trend rialzista dovesse proseguire, potrebbe presentarsi un serio rischio insolvenza in queste aree del mondo.

Il governo inglese completa la retromarcia. E la sterlina respira

In questi giorni, tuttavia, si stanno manifestando alcuni segnali di recupero sul dollaro da parte dell'euro. Ma soprattutto della sterlina, che sta approfittando del rimbalzo dei mercati britannici. Una vera inversione a U, che dipende dal licenziamento del cancelliere dello scacchiere Kwasi Kwarteng e della conseguente cancellazione del suo programma iperliberista. Non è un caso che il rimbalzo di Londra abbia preceduto Usa ed Europa. Il nuovo ministro delle Finanze, Jeremy Hunt, ha poi dichiarato quanto era nell'aria: il governo Truss cancellerà quasi interamente le misure fiscali comunicate da Kwarteng, il cui programma si è rivelato impraticabile: l'annuncio dei tagli fiscali, affiancati a una forte spesa pubblica per ridurre il costo delle bollette a carico di aziende e famiglie, ha provocato il crollo della sterlina, convincendo i mercati a vendere i titoli di stato inglesi. Questi movimenti hanno rischiato di danneggiare anche i fondi pensione, particolarmente sensibili nei confronti dei rialzi dei tassi. L'incognita ora è la tenuta dell'esecutivo. I piani avventati di Liz Truss e Kwasi Kwarteng hanno spaccato il Partito Conservatore e una parte dei Tories preme per un nuovo cambio al vertice, magari con un ritorno di Boris Johnson a Downing Street. Un rospo che Liz Truss difficilmente ingoierebbe a cuor leggero: più facile che la premier indica nuove elezioni (come è nei suoi poteri), consegnando di fatto le chiavi del civico 10 ai favoritissimi Laburisti. E ottenendo, almeno questa volta, il placet dei mercati, che hanno l'abitudine di precedere, con i loro comportamenti, i cambiamenti di governo. Anche nell'attuale dinamica politica inglese che, a detta di alcuni osservatori locali, si sta sempre più “italianizzando”.

Energia, timida schiarita

Ciò che è certo è che il caso inglese ha dimostrato l'impraticabilità, in questo momento storico, di qualsiasi piano di detassazione delle classi più abbienti. Rendendo di fatto impossibile al prossimo governo italiano l'introduzione della flat tax. L'emergenza energetica e l'inflazione galoppante rendono infatti prioritarie le misure per alleggerire le bollette di elettricità e gas. Il prezzo del metano ad Amsterdam è sceso ancora, portandosi ai livelli di giugno (sotto quota 130). Ma il ribasso, dovuto ai dati sugli stoccaggi e alla diminuzione delle richieste “a qualsiasi prezzo” non è ancora sufficiente: i valori restano altissimi, cinque volte superiori a una tariffa normale. E fuori misura per qualsiasi azienda. Le previsioni ottimistiche di alcuni esponenti del settore (come Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, e Renato Mazzoncini, amministratore delegato e direttore generale di A2A) sull'ulteriore calo dei prezzi fanno ben sperare. Ma l'emergenza è ben lungi dall'essere superata, e gli approvvigionamenti per l'inverno sono tutt'altro che sicuri al 100%. Per questo motivo, il tema energia ha priorità assoluta. Come anche il problema delle pensioni, che costringerà il governo ad approvare una riforma in fretta e furia, per evitare il rischio di un ritorno, a fine anno, della legge Fornero.

Un Nobel controverso

Mentre Jerome Powell è alla presa con i tassi di interesse, un suo predecessore è stato nominato Premio Nobel per l'Economia. Si tratta di Ben Bernanke, che fu presidente della Federal Reserve ai tempi della grande crisi del 2008, premiato insieme a Douglas Diamond e Philip Dybvig. Il riconoscimento a Bernanke ha scatenato alcune polemiche, che hanno visto alcuni osservatori lamentare la mancata vigilanza della Fed sul bubbone dei mutui subprime e sul fallimento di Lehman Brothers. Sta di fatto, però, che l'ex presidente della Fed ha gestito bene la crisi del 2008 e ha meritato il riconoscimento per il solo fatto di aver evitato il crollo del sistema finanziario americano senza che l'erario ci rimettesse un dollaro. Anzi, guadagnandoci pure. L'azione di Bernanke ha insomma dimostrato che i salvataggi pubblici, se condotti con raziocinio, hanno un senso logico per l'economia e il tesoro di un paese.

Montepaschi in picchiata

Se condotti con raziocinio, sottolineiamo. Una caratteristica che è mancata nel caso di Montepaschi, costato moltissimo alle casse pubbliche. Per la banca è ora il momento della verità: Mps è infatti alle prese con l'aumento di capitale. La Borsa non ha accolto bene i piani del gruppo senese, che venerdì scorso ha lasciato sul terreno il 42,11%. Nulla di così imprevisto, però: Montepaschi sta ricalcando il percorso di Saipem, con l'azzeramento del diritto d'opzione da parte degli azionisti. Non si intravedono, quindi, rischi sul fronte dell'aumento di capitale. Ma a pagare il conto saranno, come sempre accade in queste situazioni, i vecchi azionisti. Un gruppo molto numeroso, che comprende at large tutti i contribuenti italiani: il ministero dell'Economia e delle Finanze controlla infatti quasi il 70% della banca

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Price cap: forse ci siamo?

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.

Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.

L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.

Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.

Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.

 

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