Borse, un inizio d'anno ondivago

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per le Borse l’avvio dell’anno è stato leggermente positivo, ma molto ondivago. Non c’è una chiara indicazione sui trend che i mercati imboccheranno nel 2025: i listini hanno mostrato risultati difficili da interpretare e differenti da piazza a piazza. Chiaramente, pesa l’attesa in tutto il mondo dell’ormai imminente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, che mostrerà le prime mosse del neopresidente in materia economica. E detterà, almeno in parte, la linea ai mercati.

Wall Street, ritorno alla casella di partenza

L’Europa ha chiuso una buona settimana per poi arretrare un po’, mentre Wall Street ha annullato ciò che aveva guadagnato con la vittoria di Donald Trump.
A favorire il ritorno della Borsa americana alla situazione pre-elettorale sono stati i dati sul lavoro Usa, superiori alle previsioni (256.000 posti contro i 155.000 attesi) che hanno ridimensionato ulteriormente le aspettative sui prossimi tagli Fed. Sulla frenata ha sicuramente inciso anche il ripiegamento dei tecnologici, con performance poco brillanti e persino qualche -2%, proprio mentre i migliori sul listino sono stati i petroliferi, in difficoltà negli ultimi due mesi. Il settore bancario, da parte sua, ha recuperato un po’ di ottimismo, con nuove speranze di buoni utili (almeno fino alla semestrale di giugno) favoriti dal rallentamento della discesa dei tassi negli Stati Uniti.

I tassi cambiano le carte in tavola

I tassi tornano dunque playmaker delle Borse. L’economia americana si conferma solida, a differenza di quella europea. Perciò, ci si aspetta che la Federal Reserve operi, di qui a fine anno, una contrazione massima di non oltre mezzo punto. Sempre che, ovviamente, non intervenga qualche imprevisto in grado di far cambiare idea a Jerome Powell e al suo board. I dati economici Usa e le loro conseguenze sulla politica monetaria stanno anche sostenendo la corsa del dollaro (che ha provato una “puntata” oltre il muro degli 1,02) e causando una forte volatilità dei mercati obbligazionari, che hanno sfiorato la media storica di quelli azionari. I Treasury decennali hanno raggiunto i massimi del 2008, arrivando vicini al rendimento del 5%. La politica sui tassi che contraddistinguerà quest’anno sta penalizzando le criptovalute, generalmente in calo. A tenere (parzialmente) è solo il bitcoin, la cui discesa fisiologica è mitigata dalla presenza in Etf dedicati.

Il rincaro del petrolio

Brutte notizie per i consumatori europei: il gas è ancora vicino a quota 50, mentre il petrolio è in salita. Il Brent ondeggia sul muro degli 80 dollari al barile e cresce anche il Wti. Il rincaro si riflette soprattutto sugli automobilisti di Eurolandia, che vedono la benzina salire a causa della combinazione tra il caro-greggio e la corsa del dollaro. L’insediamento di Trump alla presidenza americana potrebbe tuttavia fermare il galoppo dell’oro nero: il tycoon ha, tra le sue priorità, quella di ammorbidire sia i prezzi alla pompa, elemento su cui gli americani sono particolarmente sensibili, sia la valutazione del dollaro, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Il rialzo del petrolio dipende almeno in parte dalle normali dinamiche oscillatorie della sua quotazione, rafforzate dal calo generale di produzione nell’Opec+ lo scorso dicembre. Non incide invece più di tanto l’approvazione delle sanzioni americane a società russe come GazpromNeft e Surgutneftegaz, che colpisce 183 petroliere utilizzate da Mosca per aggirare l’embargo dei Paesi occidentali. Piuttosto, queste misure potrebbero avere conseguenze spiacevoli sull’economia europea, già colpita dal rialzo delle materie prime e dalla crisi del settore automobilistico.

Le minacce di Breton…

Le misure per l’elettrificazione del parco auto sono ancora pienamente in vigore, e il rinnovo del mandato a Ursula von der Leyen (in questi giorni assente per polmonite) suggerisce che non saranno troppo stravolte. A meno che il baricentro politico europeo non si sposti su posizioni contrarie al radical green.
Ma, anche in questo caso è viva la preoccupazione che le elezioni di Paesi membri Ue possano essere invalidate perché il risultato è sgradito all’establishment: una possibilità che fino a pochi mesi fa sarebbe stata bollata come “fantascientifica” è stata invece esplicitata dall’ex commissario europeo Thierry Breton. “In caso di interferenze”, ha detto, “annulleremo le elezioni: lo abbiamo fatto in Romania e, se necessario, lo faremo anche in Germania”. Dichiarazioni che, qualsiasi opinione si abbia, onestamente spaventano, perché mettono in discussione le dinamiche democratiche. Breton, è vero, non ha più un incarico nella Commissione; tuttavia, con il suo monito sembra aver indicato l’istituzione di cui ha fatto parte fino a poco fa come una sorta di “mandante” dell’operazione-Romania, che ha visto l’annullamento di una tornata elettorale sulla base di sospetti. Tuttavia, se questo orientamento dovesse confermarsi, i partiti tradizionali rischierebbero di perdere ulteriori consensi, dato che il voto per la destra e la sinistra radicale è sempre più un affare delle classi meno abbienti e delle periferie urbane.

… e di Trump

Altrettanto poco rassicuranti appaiono le dichiarazioni di Donald Trump sulle velleità territoriali Usa su Canada, Groenlandia e Panama. Conoscendo il personaggio, però, è facile bollare l’esternazione come una boutade – almeno nella parte riguardante il Canada e la Groenlandia. Meno improbabile è, invece, una forte pressione economica su Panama per il controllo del Canale, che insieme a Suez è uno snodo fondamentale per l’economia mondiale. Riguardo la Groenlandia (che, ricordiamolo, è territorio speciale dell’Unione Europea), c’è da scommettere che gli Stati Uniti, se ne avessero l’occasione, l’acquisterebbero a qualsiasi prezzo. Con il riscaldamento globale e le sue conseguenze, c’è la possibilità che vengano a crearsi vari “passaggi a nord ovest” in grado di disegnare nuove rotte marittime artiche: alcune teorie fantapolitiche affermano che Russia e Cina siano pronte per approfittarne, e che la partita a scacchi con gli Stati Uniti potrebbe giocarsi tra i ghiacci in scioglimento. Certo è che, teorie fantasy a parte, la grande isola danese sotto i suoi ghiacci nasconde tesori inestimabili, ed è colma di materie prime critiche: 25 fra le 34 indicate dalla Commissione Europea come strategicamente importanti per la transizione verde e l’industria Ue. Non per nulla, a Nuuk, capitale della Groenlandia, opera dallo scorso 15 marzo un ufficio dell’Unione Europea che punta a favorire la partnership fra Bruxelles e il governo autonomo locale.

Foto di Jason Krieger su Unsplash


Borse, buone sensazioni per il nuovo anno

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 2025 delle Borse è partito con i listini americani in rialzo (soprattutto per i “soliti” tecnologici) e quelli europei in difficoltà. La riapertura settimanale ha visto, invece, una netta inversione di tendenza da parte dei mercati Ue. Il colpo d’ala, che si è rivelato importante, è stato attribuito alla dichiarazione di Donald Trump (poi smentita) su un presunto atteggiamento meno aggressivo sui dazi con l’Europa nei settori tradizionali – mentre in alcune aree strategiche (come difesa, componentistica e terre rare) potrebbero essere messi dazi pesanti. In realtà, la “non-dichiarazione” si è rivelata poco più che un pretesto utilizzato dai mercati per rimbalzare.

Occhiali rosa per il 2025

Secondo le statistiche, se New York apre bene l’anno nuovo, è probabile che chiuda l’anno in positivo. L’ottimo andamento dell’indice S&P nel 2024 è stato guidato quasi esclusivamente dalle mega cap (il cui andamento è stato stellare): perciò ci si aspetta che nel 2025 sia il resto del listino a guidare il possibile rialzo, aiutato in questo dalle politiche dell’amministrazione Trump, da sempre favorevole alla crescita dell’economia americana (con il famoso motto MAGA). Anche l’Europa ha la potenzialità per crescere: le aspettative sono per indici azionari positivi, ma con performance che dipenderanno in parte dalla correzione da parte della Commissione Europea di alcune politiche sulla cosiddetta transizione energetica. Politiche guidate molto dall’ideologia, che stanno creando danni enormi a molte aziende europee incapaci di poter competere a livello mondiale con altre imprese che non sono sottoposte ai vincoli imposti obtorto collo da Bruxelles.

I settori più promettenti

Ma quali comparti potrebbero crescere? Con il taglio dei tassi, che sarà pronunciato più in Europa che non negli Stati Uniti, le utility hanno in mano buone carte per ottenere ritorni positivi, anche se non eccezionali. Ci si aspetta, inoltre, una possibile ripresa del settore auto, almeno a partire dal secondo semestre dell’anno. Anche il settore energetico rimane attrattivo grazie a un livello medio dei prezzi del greggio che dovrebbe mantenersi sopra i 70 dollari al barile. I maggiori dubbi riguardano i titoli bancari, che dopo la corsa al rialzo degli ultimi due anni, difficilmente potranno conseguire nel 2025 utili superiori a quelli già molto buoni del 2024. Probabilmente il taglio dei tassi diminuirà i profitti delle banche, con eventuali ricadute sul valore delle loro azioni. A far crescere le quotazioni, o almeno a frenare il calo, potrebbe invece essere il giro di fusioni in programma. Ma sembra scontato che eventuali performance possano toccare titoli di singoli gruppi e non l’intero settore. A pagare il prezzo del progressivo taglio dei tassi, soprattutto in Europa, sarà inevitabilmente l’obbligazionario, i cui rendimenti diminuiranno rispetto agli anni passati; ci si aspetta comunque una prestazione ancora accettabile, intorno al 3%.

Cripto, valute e…

L’onda lunga delle elezioni americane influirà anche sulle criptovalute, la cui possibile salita dipenderà anche dalla carenza dell’offerta, combinata con un eccesso di domanda. Sulle cripto raccomandiamo però molta cautela: a nostro avviso siamo in una fase di bolla speculativa che prima o poi si dovrà arrestare. Quindi, chi volesse scommettere su ulteriori rialzi, è bene che lo faccia con percentuali basse del proprio patrimonio per evitare di rimanere scottato, qualora il trend di mercato si invertisse. Più incerto il futuro del rally di cui è protagonista il dollaro: come già più volte anticipato, le ottime prestazioni del biglietto verde, che sembrerebbero indirizzarlo sulla strada della parità, incontreranno ostacoli posti dall’amministrazione Trump, che non vuole un dollaro troppo forte. Nei primi sei mesi del 2025, la valuta americana dovrebbe oscillare fra quota 1,02 e 1,07 rispetto all’euro. Poi si vedrà. A non fermarsi è il franco: l’anno nuovo nasconderà insidie per la Banca Nazionale Svizzera, che potrebbe portare i tassi a zero come extrema ratio per fermare la corsa della sua valuta. Sempre rimanendo in tema di beni rifugio, sembra invece in assestamento il valore dell’oro: difficilmente il “re dei metalli” supererà i massimi raggiunti nel 2024; improbabile però anche un arretramento sotto i 2.400 dollari l’oncia.

Le incognite del gas

Se il petrolio è ancora in fascia neutrale, preoccupa invece il prezzo del gas, che ha superato i 50 euro per poi scendere, ma di pochi punti. A causare la quotazione e i relativi rincari, con il rischio annesso di spese aggiuntive di 1,6 milioni di euro per le Pmi italiane, l’inverno rigido in varie parti d’Europa, il mancato rinnovo dell’accordo di transito del gas tra Russia e Ucraina e anche una forte componente speculativa da parte di alcuni spregiudicati operatori di mercato (hedge funds in primis). All’inattività dell’Ue, incapace di farsi sentire su un problema così importante per cittadini e aziende, fa comunque da contraltare la promessa di Trump di lavorare per la pace e per la distensione fra Mosca e Kiev.

Un presidente pro-mercato

L’amministrazione Trump sarà comunque impegnata a realizzare i punti principali del suo programma entro due anni, scadenza naturale di un Congresso attualmente sotto il controllo dei Repubblicani. Se il nuovo governo americano, dal punto di vista internazionale, punta a fermare la guerra russo-ucraina e minaccia dazi agli altri Paesi, nel programma interno è decisamente pro-mercato e favorevole alle aziende. Ciò significa politica fiscale ammorbidita e strategia monetaria ben disposta nei confronti del mondo della produzione, in un contesto definito dal taglio cauto dei tassi e dalla possibilità di una leggera crescita dell’inflazione. Praticamente certo l’approccio morbido al deficit, che probabilmente non diminuirà.

Rimescolamento politico nel mondo occidentale

L’insediamento del nuovo presidente americano arriva in un periodo caotico per la politica occidentale, con i movimenti di destra populista in forte crescita e altri assetti in pieno rimescolamento (come il Canada dopo le dimissioni di Justin Trudeau). Il tycoon non ha fatto che dare l’ultima spallata a una situazione che si era già incanalata verso un voto di protesta e un cambiamento di prospettiva da parte dei partiti di centro moderato, che – pur riluttanti – stanno spostando il loro baricentro a destra per non perdere consensi. In questa direzione sta andando l’Austria: il “cordone sanitario” che Popolari, Socialisti e Liberali avevano cercato di costruire per escludere il partito di destra radicale Fpö è fallito, dopo un lungo periodo di infruttuosi colloqui fra le parti. Il presidente Alexander van der Bellen si è visto dunque costretto a incaricare Herbert Kickl, leader della stessa Fpö, vincitrice delle elezioni. Probabile, a questo punto, una coalizione fra questo movimento e i democristiani austriaci. Un déjà-vu, dato che queste forze si sono già alleate in passato, anche se mai con un esponente Fpö come premier. La situazione austriaca rimanda alle imminenti elezioni tedesche, in programma fra circa un mese e mezzo. Le previsioni sottolineano un’avanzata della destra e della sinistra radicale – rispettivamente di Afd e Bsw, il partito di Sahra Wagenknecht. Due movimenti incompatibili tra di loro, che hanno però in comune due punti fermi: le critiche alle posizioni tedesche e occidentali sulla guerra russo-ucraina (con annesse ricadute economiche) e una forte carica anti-sistema. Una simile polarizzazione destra-sinistra è attesa anche in Francia, dove probabilmente si tornerà al voto la prossima estate.

Bce, il dopo-Lagarde

Altra carica in scadenza, ma questa volta in un’istituzione monetaria, la presidenza di Christine Lagarde alla Banca Centrale Europea. In questo caso, però, non ci si aspetta un clamoroso rivolgimento: la maggioranza del board Bce è di tendenza hawkish, ma nello stesso tempo il taglio dei tassi non può essere fermato, nonostante qualche dubbio sul fronte dell’inflazione: l’avvicendamento al vertice dell’Eurotower, dunque, cambierà ben poco. La partita si giocherà invece sulle strategie per rilanciare l’economia europea, che necessitano di una certa dose di coraggio e di ripensamento degli approcci fin ora utilizzati. Anche se la conferma di Ursula von der Leyen alla Commissione non lascia presagire troppi cambiamenti.

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2024, ecco i vincitori e gli sconfitti

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse europee hanno chiuso positivamente l’ultima settimana piena del 2024, recuperando quello che avevano perso nei sette giorni precedenti. Piazza Affari, come è accaduto più volte nel corso dell’anno, ha primeggiato in Europa: il buon andamento dipende essenzialmente dal recupero dei titoli che erano stati penalizzati il 17 e 18 dicembre. Lineare l’andamento di Wall Street, che galleggia grazie al buon andamento dei tecnologici, e soprattutto dell’intelligenza artificiale: per la Borsa Usa, gli ultimi 15 giorni sono stati abbastanza lineari, senza movimenti anomali, anche se con un po’ di volatilità. Il dicembre di New York si chiude, comunque, in positivo.

Il crollo del won

In Estremo Oriente, si segnala il recupero di Tokyo, sulla scia di Toyota. Un rimbalzo messo però a rischio da un’apertura fiacca di questa settimana. I listini cinesi stanno invece soffrendo l’imminente insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo un bel rimbalzo che aveva seguito un periodo di volatilità, la Cina sta quindi archiviando un dicembre borsistico sfavorevole. In Estremo Oriente spicca la situazione eccezionale che si sta verificando in Corea del Sud, in particolare il crollo del won. Il movimento anomalo della valuta di Seul si è verificato in seguito alla grave crisi politica dovuta all’inspiegabile proclamazione della legge marziale da parte del presidente Yoon Suk-Yeol, poi revocata, e seguita dalla sospensione dalla carica di capo di Stato e da un mandato d’arresto. La crisi politica ha avuto impatti seri sulla Borsa coreana: gli investitori internazionali vogliono stabilità, e quando intravedono problemi istituzionali scappano a gambe levate. In altri termini, chi ha i soldi li toglie. Il “caso Yoon” ha quindi provocato sfiducia, che si è tradotta nel crollo della valuta locale, oltre che in una forte volatilità sulla Borsa di Pusan. La situazione coreana mostra in modo emblematico quanto un anno trascorso tutto sommato in una situazione di normalità possa essere compromesso da una decisione politica irresponsabile e difficilmente comprensibile.

Chi brinda a Capodanno

C’è invece chi chiude il 2024 lontano da preoccupazioni, e che ha già messo in fresco lo spumante per essersi conquistato un posto fra i vincitori dell’anno che si sta chiudendo. In questo gruppo hanno sicuramente trovato posto le sette grandi bigtech americane, i cui titoli pesano il 33% dell’indice: queste aziende hanno trascinato il Nasdaq a un +28% annuale. Curiosamente, le “sette sorelle” hanno raggiunto da sole gli stessi numeri registrati dai listini europei, che pure stanno chiudendo l’anno in positivo, con l’Eurostoxx 50 a +10% e il 600 a un più modesto +6%.
Corona di alloro anche per le criptovalute, che hanno ottenuto prestazioni incredibili per due ragioni fondamentali. La prima di ordine tecnico: l’introduzione di vari Etf sui bitcoin, che ha creato un effetto domanda legato alla scarsità dell’offerta. Un mero effetto speculativo che, proprio per le sue caratteristiche, potrebbe provocare ulteriori impennate di questo strumento. Il secondo motivo è legato alla politica americana, e più precisamente alla inaspettata dichiarazione pro-cripto di Donald Trump nelle ultime fasi della sua campagna elettorale. Un’esternazione che ha spinto le monete virtuali in alto dopo l’elezione del tycoon: basti dire che prima delle elezioni, i bitcoin veleggiavano intorno ai 60.000 dollari, mentre dopo la vittoria del candidato repubblicano sono balzati oltre i 105.000, per poi riassestarsi sopra i 90.000.
L’elezione di Trump ha anche favorito il rialzo di Tesla, collegato al sostegno di Elon Musk al presidente eletto e al suo ingresso nella nuova amministrazione americana. I livelli raggiunti dal titolo non si spiegano altrimenti, considerata la crisi delle auto elettriche. Chiude l’anno con i botti anche l’oro, in uno scenario in cui sono salite le commodity agricole, mentre quelle industriali hanno chiuso neutrali.
Ride anche il dollaro, che si trova in una posizione di forza. Tuttavia, gli entusiasmi potrebbero presto svanire, data la contrarietà di Trump alla ipervalutazione della valuta americana.

Una chiusura a due facce

Fra i trionfatori del 2024 c’è anche, naturalmente, il franco svizzero, che ha trascorso un anno senza mai scendere alla parità con l’euro, sfiorandola soltanto in occasione dei minimi dell’anno, verso fine maggio. La galoppata del franco è, però, la classica vittoria di Pirro. Perché a goderne in pieno sono solo poche categorie di persone – tra cui i viaggiatori frequenti e i frontalieri italiani che varcano ogni giorno il confine per lavorare all’ombra della bandiera rossocrociata. In generale, il franco troppo forte danneggia l’economia svizzera, in particolar modo le esportazioni e il turismo, voci importanti per i bilanci della Confederazione. Si prevede, però, che i trend non cambieranno di molto, almeno se la situazione geopolitica mondiale resterà così caotica, e fino a quando l’economia Ue si mostrerà incerta, aumentando la domanda di beni rifugio. I bond hanno registrato buone prestazioni dovute all’onda lunga della stretta monetarie. Ma ora le banche centrali (più la Bce della Fed) stanno iniziando a tagliare, aprendo una stagione di contrazione sui tassi delle obbligazioni. E i mercati stanno già scontando i prossimi interventi.

Chi ha perso

Il grande sconfitto dell’anno che sta volgendo al termine è invece il sistema economico europeo, in particolare l‘industria automobilistica e il suo indotto, guidato dalla componentistica. Il green deal – o meglio, l’approccio radicale con cui è condotta – è tra i responsabili di un disastro annunciato. La transizione “verde” nel suo complesso potrebbe avere ricadute molto pesanti sull’occupazione: secondo una stima 2023 della Commissione Europea, infatti, questa politica rischia di causare 78 milioni di posti di lavoro persi entro il 2030, di cui 24 milioni non ricollocabili. Lo stesso studio, è vero, aggiunge che, alla fine, si verificherà un saldo attivo di 24 milioni. Però urge ricordare che il primo dato è praticamente certo, il secondo no. Inoltre, che ne sarà dei lavoratori non ricollocabili? Infine, un cenno alla tecnologia, che vince in Borsa ma arretra sul terreno della fiducia da parte dei cittadini. Nel corso dell’anno si sono verificate due severe panne informatiche – una mondiale (che ha bloccato Borse, operazioni bancarie, pagamenti elettronici, persino treni e aerei) e una italiana (limitata alle transazioni elettroniche). A queste si è aggiunto, poco dopo Natale, l’attacco hacker a un fornitore terzo di Infocert (azienda specializzata nelle identità digitali Spid), che si è risolto in un furto di indirizzi e-mail (2,5 milioni) e numeri telefonici (1,1) di clienti. La società si è affrettata a puntualizzare che “nessuna credenziale di accesso ai servizi“ è stata compromessa; tuttavia, l’operazione fraudolenta degli hacker, che hanno pubblicato alcuni dati nel dark web, ha contribuito a minare la fiducia nella digitalizzazione spinta, e a togliere serenità agli utenti finali. La sicurezza informatica, in un mondo in cui la tecnologia (a torto o a ragione) è vista come una nuova frontiera, sarà un problema sempre più grande, anche in relazione all’espansione dell’intelligenza artificiale e dei suoi ambiti di applicazione.

Foto di Ray Shrewsberry su Unsplash


Il mondo è sottosopra. Ma le Borse non si scompongono

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Stiamo davvero attraversando un periodo molto complesso dal punto di vista internazionale. A partire dalla fulminea avanzata delle milizie jihadiste in Siria, che hanno conquistato Damasco a pochi giorni dall’inizio del loro attacco. Per proseguire con l’imbarazzante annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali in Romania, con cui la corte costituzionale, sulla base di semplici sospetti relativi ad attività su TikTok, ha dato un colpo di spugna sul processo democratico. Preoccupa anche la crisi di governo in Francia, con la caduta del governo Barnier, che ha aperto una crisi inedita a Parigi, peggiorata ulteriormente dalla precaria situazione economica e dall’impossibilità di convocare le elezioni fino a luglio 2025.

I mercati non reagiscono

Il cocktail tra situazione geopolitica e crisi economica avrebbe le potenzialità per mettere in ginocchio un toro. Ma le Borse sembrano avere gli anticorpi per superare indenni queste gravi difficoltà. Anzi: i mercati crescono. Un esempio su tutti, decisamente paradossale, è quello del Dax: nonostante la recessione e la crisi politica in Germania, il più importante indice azionario tedesco evidenzia un andamento da record, spinto da titoli tecnologici, finanziari e industriali. Non hanno fermato la corsa del Dax verso i massimi neppure i cali dei titoli automobilistici, da tempo nella tempesta. Anche Milano è andata per la sua strada: pur non raggiungendo i massimi, Piazza Affari ha infatti recuperato, soprattutto grazie alle buone prestazioni dei finanziari.

Auto: osservata speciale

Senza le prestazioni negative del settore auto, probabilmente le Borse correrebbero ancora di più. Ma anche qui occorre fare alcuni distinguo. Se le chiusure degli stabilimenti in Germania influiscono in maniera devastante sui titoli, non si può dire altrettanto di Stellantis in Italia. Perché, dopo il tonfo seguito alle dimissioni di Carlos Tavares, il titolo della casa olandese ha pian piano recuperato, riassestandosi a Piazza Affari quasi sui livelli precedenti all’addio dell’ex amministratore delegato. Il valore dei titoli del comparto è comunque ridimensionato: proprio per questo, le azioni automotive potrebbero rivelarsi il cavallo su cui puntare per i prossimi investimenti. Alcuni rumours, oltretutto, rivelano che la spinta verso l’elettrico potrebbe esaurirsi già nel 2025. Secondo queste voci, il primo semestre dell’anno sarà molto duro per il settore, ma poi inizieranno le marce indietro dei governi di tutto il mondo. Europa compresa, dove ci si attendono da una parte il ritorno degli sgravi e dei nuovi contributi per chi acquista auto, dall’altro il ritorno all’endotermico e all’ibrido, accompagnato da studi per sfruttare combustibili alternativi e dal basso impatto ambientale. Con l’esclusione, come detto, dell’elettrico (che oltretutto ecologico non è): un po’ il ruolo devastante che il green deal nella sua versione radicale ha ricoperto nella crisi industriale tedesca ed europea, un po’ l‘impossibilità di trovare l’energia necessaria per alimentare un numero così forte di auto elettriche potrebbero infatti convincere anche la Commissione Ue a un passo indietro. Persino la Cina, che dalle e-cars ha da guadagnare parecchio, sta ridefinendo le sue strategie di mobilità, proprio per la difficoltà di alimentare tutte le vetture elettriche circolanti nel Paese.

Il riposizionamento degli spread

Novità dagli spread, unico ambito che ha risentito in maniera particolare del momento negativo che sta passando la Francia. E’ infatti cresciuto il differenziale tra i titoli di stato transalpini e quelli tedeschi, toccando quota 90 prima di ripiegare su numeri meno preoccupanti, mentre è sceso sotto quota 110 il rapporto Btp-Bund. Per un certo periodo, i due valori si sono avvicinati molto, dando l’impressione di potersi agganciare: sembra che gli investitori che hanno alleggerito la loro posizione su Parigi si siano approvvigionati dei nostri bond per rimpiazzare quelli francesi. E’ anche inutile dirlo: se il differenziale tra Italia e Germania fosse salito così rapidamente come quello transalpino, a Francoforte sarebbero scattati tutti gli allarmi rossi presenti nell’Eurotower. Intendiamoci: la difesa della posizione francese è più che mai corretta, ma ci si sarebbe aspettato un eguale zelo anche quando nella stessa posizione c’era l’Italia. Perché quando si difende un Paese membro – un qualsiasi Paese membro – si difende prima di tutto l’Europa.

Il record dei bitcoin

Ha suscitato scalpore il record stabilito dai bitcoin, che a 16 anni dalla loro comparsa, hanno raggiunto picchi difficilmente pronosticabili. A titolo di esempio, poco più di due anni fa, sul blog della Bce era comparsa una previsione fosca per la criptovaluta: secondo gli autori dell’articolo, i bitcoin avrebbero conosciuto “un ultimo sussulto indotto in modo artificiale prima di avviarsi all’irrilevanza”. Erano i tempi del crac Ftx, che ora sembrano un’altra epoca della storia. E’ però utile ricordare i due “motori” che hanno messo il turbo alle criptovalute: in primo luogo il successo degli Etf sui bitcoin, che hanno rappresentato il 50% di raccolta netta per un gigante come Blackrock; dall’altra, le dichiarazioni entusiastiche di Donald Trump, che ha anche cooptato il cripto-esperto David Sacks nel suo governo. A fare scalpore è stato il cambiamento di prospettiva del presidente eletto degli Stati Uniti: nel corso del suo primo mandato, il tycoon si era schierato in maniera inequivocabilmente contraria al mondo “cripto”, in difesa della centralità del dollaro. A contribuire all’ottimo momento dei bitcoin – per cui ora si profilano persino investimenti statali – è anche l’effetto-moda. Che occulta una domanda più che legittima: che cosa sono davvero le criptovalute? La risposta non è ancora pervenuta, ma i loro picchi positivi e negativi ci suggeriscono che, in realtà, non si tratti d’altro che di investimenti ad alto rischio. Se e quando si trasformeranno da asset digitali ad attività fungibili, forse il loro ruolo sarà più chiaro.

Foto di Elena Mozhvilo su Unsplash


Stellantis: en attendant Renault?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Che Carlos Tavares non sarebbe rimasto al timone di Stellantis fino a inizio 2026 era voce comune: ci si aspettava una separazione consensuale più o meno a metà 2025. Tuttavia, le sue dimissioni improvvise (e con decorrenza immediata) dalla carica di amministratore delegato hanno destato un certo clamore. Tanto più che il cda ha preso la palla al balzo, ratificando l’addio all’unanimità.
Si parla, a questo proposito, di pressioni sul top manager portoghese in un momento di forte difficoltà per la casa automobilistica, che deve fronteggiare un netto decremento di vendite e di profitti.
Senza, tra l’altro, aver approfittato dei 6 miliardi di garanzie statali ottenute in era Covid – mentre gli azionisti hanno poi incassato 2,6 milioni di dividendi.

Errori strategici
Oltre a tutto questo, spiccano gli errori strategici della gestione Tavares. Come l’assenza di nuovi prodotti, ma soprattutto il grande balzo in avanti sull’auto elettrica, che ha differenziato Stellantis dagli altri costruttori europei. Anche da questo lato, la ex Fiat ha provato a sostentarsi con i soldi pubblici: proprio l’amministratore delegato dimissionario, in una recente audizione in Parlamento, aveva battuto nuovamente cassa con modi arroganti, ricevendo giudizi negativi – cosa più unica che rara – sia dalla maggioranza, sia dalle opposizioni.
Ora, mentre l’azienda è in difficoltà, il suo timoniere la lascia con una liquidazione da 100 milioni di euro. Per carità: tutto precedentemente messo nero su bianco, tutto lecito, tutto legale: come si usa dire, pacta sunt servanda.
Però, è davvero singolare che la remunerazione dei ceo sia indipendente dai risultati. Un amministratore delegato non è uno dei tanti dipendenti, ma un dirigente che guadagna molti soldi e ha l’obiettivo di far crescere l’azienda. Non sembra quindi giusto, in fase di firma del contratto, attribuirgli una retribuzione-maxi anche nel caso in cui gli obiettivi vengano mancati in maniera così clamorosa. E invece questa è prassi comune. E’ la deriva malata del capitalismo, che alla lunga rischia di fare implodere l’intero sistema.

Le chance di una fusione

Le dimissioni di Tavares hanno naturalmente avuto un effetto devastante sulle azioni Stellantis, che hanno subito un crollo. Il mercato ha penalizzato il titolo perché teme un immobilismo sulla scelta del nuovo amministratore delegato. Attualmente il presidente del cda John Elkann ha assunto la guida ad interim, ma non è un manager e non ha grandi competenze in politica industriale: il suo mestiere è un altro.
E’ quindi importante evitare che il board ci metta troppo tempo a trovare il nuovo amministratore delegato del gruppo, affinché vengano tracciate il prima possibile le nuove linee guida dell’azienda. Sempre più osservatori scommettono sulla fusione con Renault, di cui le voci parlano da molto tempo e che sposterebbe in Francia le leve del potere e gli equilibri dell’azienda.
Che il nuovo merger si faccia o no, è possibile che Stellantis diminuisca l’impegno sull’elettrico (pur rispettando le quote minime del 20% di produzione sul totale definite dall’Ue e obbligatorie dall’anno prossimo) o fermi la spinta verso la delocalizzazione, salvando il poco rimasto della produzione italiana di veicoli. In una situazione in cui l’auto italiana è ormai virtualmente distrutta, con una responsabilità che in gran parte è nelle mani proprio della Fiat. La casa di Mirafiori, negli anni, ha acquistato tutte le marche italiane, diventando praticamente monopolista e poi privando, con fusioni e delocalizzazione, l’Italia di un brand e di forza lavoro.

Le Borse vanno per la loro strada

Nonostante il forte calo delle azioni Stellantis, Piazza Affari ha cominciato la settimana con un tono positivo, trainata dal settore bancario. E questo benchè novembre abbia visto la Borsa di Milano perdere il 3,3%, abbastanza in linea con i listini europei e americano: ancora una volta, i mercati si sono dimostrati forti e resistenti alle varie difficoltà economiche e geopolitiche.

Auto sotto i riflettori

Ora, comunque, in Europa e in Italia l’automotive è il sorvegliato speciale. Potrebbe essere la carta su cui puntare, ma non ora: meglio attendere un po’ di tempo e capire se i titoli del settore caleranno ulteriormente, o se (magari in seguito a un cambio di rotta di Ursula von der Leyen nella sua versione 2.0) potranno riprendersi o stabilizzarsi.
Al momento è il comparto bancario a offrire occasioni, soprattutto dopo i recenti cali dei titoli e il lancio dell’ops di Unicredit su Banco Bpm.
Un’operazione che, come già anticipato, è molto accidentata, parte con la contrarietà del governo (e il rischio golden share) e la consapevolezza che l’offerta proposta da Piazza Gae Aulenti è bassa. A questo proposito, Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm, ha proprio puntato sulla discutibile convenienza di questo scambio carta contro carta, paventando anche il rischio di esuberi – l’ad di Piazza Meda ne ha quantificati 6.000.
L’argomento è stato subito smentito da Unicredit, che ha definito “pura congettura” il numero indicato da Castagna. Tuttavia, insistere in modo così perentorio sul numero significa che, in teoria, alcuni esuberi potrebbero verificarsi, anche se meno rispetto a quelli temuti dalla guida operativa di Banco Bpm.

Ita-Lufthansa, ok dall’Europa

Se il dossier Unicredit-Bpm sembra più accidentato di una finale olimpica dei 110 ostacoli, il matrimonio fra Ita e Lufthansa è ormai in dirittura d’arrivo. Lo ha deciso in “zona Cesarini” la Commissione Europea uscente, prima di passare la mano alla von der Leyen 2.
Il piano, presentato dalla compagnia tedesca con i correttivi richiesti da Bruxelles, ha passato le ultime valutazioni della potente commissaria alla Concorrenza Margarethe Vestager, alla sua ultima fatica nell’esecutivo Ue.
Ora, l’ultimo passo è il closing: a meno di clamorose sorprese, all’inizio del prossimo anno l’operazione-maxi da 829 milioni andrà finalmente in porto (anzi: in aeroporto).
Onestamente, se l’acquisizione fosse saltata sarebbe stata davvero una grande sorpresa: troppe aspettative e troppi interessi nazionali in ballo. Ora vedremo se Lufthansa riuscirà finalmente a chiudere i conti dell’ex Alitalia almeno in pareggio.

Torna l’inflazione. E i tassi…

Intanto, c’è il ritorno di un ospite inatteso sulle tavole natalizie degli italiani: l’inflazione, il cui ritorno è stato certificato dall’Istat e dai dati relativi al fatturato di commercio e industria.
I numeri evidenziano una virata verso l’alto dei prezzi al consumo, mentre il giro d’affari delle aziende torna ai minimi da più di due anni. In particolare, a novembre, l’inflazione su base annua sale da 0,9% a 1,4%, mentre i prezzi di alimenti e articoli per la cura della persona e della casa crescono ancora di più (dal 2% al 2,6%). Cifre, queste, che rischiano di impoverire i regali accumulati sotto l’albero e di riverberarsi, in un pericoloso effetto domino, sui fatturati delle aziende.
E non suscita certo il “mezzo gaudio”, popolarmente associato al “mal comune”, sapere che in Europa c’è anche chi sta peggio di noi. Perché o ci si risolleva insieme, o si affonda insieme, come hanno dimostrato molti avvenimenti che hanno riguardato l’Ue.
Nonostante il ritorno dell’inflazione, la Bce non può più permettersi di sospendere il taglio dei tassi, a causa della situazione disastrata in cui versa l’economia europea (affossata anche dall’automotive). Il trend in discesa, dunque, continuerà, mentre non è detto che la stessa strategia sia seguita dalla Fed. Gli Stati Uniti, trainati dall’effetto-Trump, possono infatti permettersi un ventaglio più ampio di scelte. Se mantenessero alto il costo del denaro, ne risentirebbe ancora di più il rapporto euro-dollaro.

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Unicredit, l'ops su Banco Bpm scompagina le carte

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’offerta pubblica di scambio volontaria di Unicredit sulla totalità dei titoli Banco Bpm ha conquistato la ribalta come un fulmine a ciel sereno. L’operazione – che, nel caso in cui tutti gli azionisti di Piazza Meda aderissero, avrebbe un controvalore pari a 10.086.832.606 euro – ha però sollevato interrogativi e una certa dose di scetticismo, sia nei commentatori, sia nella politica.

Offerta troppo bassa

Per comprendere le ragioni che hanno mosso Unicredit occorre fare supposizioni, dato che è difficile comprendere le motivazioni reali del suo amministratore delegato Andrea Orcel. Certo è che l’offerta “carta contro carta” – 0,175 azioni Unicredit per ogni titolo del Banco – non è per nulla congrua, né conveniente. A questi valori, per gli azionisti Bpm, non ha nessun senso aderire alla proposta. Quindi, o Orcel alza la posta (ma un simile comportamento non è nel suo stile), o probabilmente non si raggiungerà la quota di adesione necessaria per condurre in porto l’operazione.

Operazione difensiva?

Queste difficoltà, naturalmente, sono note al top management di Unicredit. Perciò è abbastanza diffuso il sospetto che si tratti di un’azione difensiva, lanciata sia per evitare un assalto del Crédit Agricole su Piazza Meda, sia (soprattutto) per congelare la fusione Banco Bpm-Montepaschi ed evitare che si formi il terzo polo bancario di sistema. Questo rischio ha creato nervosismi nel governo, e ha portato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a considerare l’utilizzo del golden power per fermare il progetto l’operazione. L’esecutivo vuole evitare lo stop al piano che mira a creare tre-quattro banche di sistema in Italia. Nella valutazione di Orcel potrebbe anche aver influito l’aspetto assicurativo: proprio l’interesse a formare un polo di bancassurance con Unipol spingerebbe Unicredit a inglobare il Banco e di lì muovere per un accordo con la compagnia bolognese.

La pista tedesca

L’ops di Unicredit appare dunque un tentativo di difficile riuscita e di dubbia convenienza. Meno ardua è la pista Commerzbank, pur avversata dal governo tedesco attualmente in carica (e probabilmente anche dagli esponenti di quello che sarà il prossimo esecutivo di Berlino). Meno ardua da condurre in porto, abbiamo detto, ma più impegnativa dal punto di vista economico. Perché Banco Bpm è un’azienda di credito virtuosa, mentre Commerzbank ha la necessità di essere risanata. In ogni caso, una pista non esclude l’altra: Unicredit ha i mezzi per esperire entrambi i tentativi, ammesso che lo voglia davvero. E che i due governi (italiano e tedesco) non si mettano di traverso.

La reazione della Borsa

Quando vengono proposte operazioni carta contro carta, entrano solitamente in campo gli arbitraggisti, che vendono azioni del potenziale acquirente e acquistano titoli della “preda”. Così è avvenuto anche in questo caso, con Unicredit che ha perso il 4,7% circa in due giorni e Banco Bpm che è salito del 5,5%. Per Piazza Gae Aulenti il calo, abbastanza normale in queste situazioni, si inserisce in un trend già negativo, che ha portato i valori delle sue azioni dai 43 euro di inizio novembre ai 35 odierni. Attenzione, però: la flessione non riguarda solo Unicredit, ma l’intero settore bancario italiano, che settimana scorsa ha subito cali abbastanza pronunciati. Il ripiegamento, che non ha impedito una buona chiusura per Piazza Affari, sembra suggerire un cambio di tono per il settore creditizio. E questo dipende da varie ragioni. Prima di tutto, dall‘irreversibilità del taglio dei tassi relativi all’euro. I mercati scommettono su una diminuzione, da parte della Bce, di 50 punti base il prossimo dicembre. E il trend presumibilmente proseguirà il prossimo anno, nel disperato (e difficile) tentativo di favorire la ripartenza di un’economia europea disastrata. Per questo motivo l’apprezzamento per gli ottimi bilanci bancari 2024 non è sufficiente per mantenere alte le azioni. Perché ci si chiede se i numeri eccellenti di quest’anno saranno sostenibili anche nel 2025. Domanda retorica: in presenza di tassi in costante ridimensionamento, difficilmente le banche potranno nuovamente raggiungere questi livelli. I mercati lo sanno e, anticipando come da tradizione le tendenze delle Borse, stanno già scontando le scommesse al ribasso. Alla settimana negativa del settore bancario hanno contribuito anche la tassa sugli extraprofitti introdotta in Spagna, che ha penalizzato particolarmente Bbva e Banco Santander, e il timore dei dazi che potrebbero essere applicati da Donald Trump all’Europa – una paura che ha però l’aspetto di una scusa per spiegare i motivi delle sottoperformance.

Gli energetici promettono bene

In questa situazione come dovrebbe reagire l’investitore? Molto difficile rispondere: attualmente, la situazione è difficilmente decifrabile e occorre – come si usa dire – andare con i piedi di piombo. Se proprio si dovesse scegliere un settore su cui puntare oggi, si potrebbe optare per l’energetico-elettrico, che trarrà beneficio dal ribasso del costo del denaro. In ogni caso, meglio attendere la prossima settimana, dato che domani ricorrerà negli Usa il giorno del Ringraziamento, e venerdì le Borse saranno probabilmente catatoniche.

L’effetto Bessent prolunga il “Trump trade”

Negli Stati Uniti, la nomina di Scott Bessent a segretario al Tesoro americano ha spinto in alto i listini Usa, permettendo al Dow Jones di stabilire un nuovo primato intraday. Queste reazioni sono perfettamente spiegabili: Bessent, gestore di hedge ed ex partner di Soros Fund Management, è uno che di mercato ne capisce molto, e la sua nomina è stata interpretata come un segnale pro Wall Street. Per il resto, le Borse (americane ed europee) non hanno reagito più di tanto all’escalation della guerra russo-ucraina, con il coinvolgimento sempre maggiore degli anglo-americani e le minacce francesi. Probabilmente, i mercati aspettano l’insediamento di Trump per valutare se le promesse di impegnarsi per la pace saranno mantenute.

Polemiche sul decreto “Salva Milano”

La Camera ha approvato con un ampio accordo trasversale il decreto “Salva Milano”, che sana alcune incertezze normative in seguito ad autorizzazioni edilizie concesse dal Comune e risolve varie situazioni che avevano, in certi casi, indotto la magistratura a intervenire. La legge punta a dare un’interpretazione certa in tema di edilizia e urbanistica e non si applica soltanto alla capitale lombarda, ma a tutto il territorio italiano. La misura, nonostante ciò che si dice, ha tutto l’aspetto di una sanatoria e nasconde un pericolo: quello di dare il via libera alla cementificazione selvaggia. Si rischia, cioè, di interpretare come “ristrutturazione” l’abbattimento di una casa pericolante di tre piani e la costruzione di un edificio di 30. Un esempio su tutti: in zona San Siro è comparso un grattacielo persino più alto dello stadio e in questa situazione si è parlato di errata interpretazione della norma. Se non che, prima un palazzo così alto non c’era. Davvero vogliamo lo sviluppo verticale delle città, con un consumo di suolo e il cambiamento radicale dello skyline? Oltretutto, ciò avviene a costo zero, mentre, ricordiamolo, se un cittadino vuole aprire una finestra in più a casa propria, o effettuare lavori, viene assalito dalla burocrazia e, comunque, deve pagare somme non trascurabili. Anche in questo caso sembra imporsi la legge dei doppi standard, a detrimento dei cittadini comuni e della vivibilità nei contesti urbani.

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Il collocamento Mps piace a Piazza Affari

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano ha chiuso una settimana positiva, trainata dal collocamento Montepaschi. L’operazione – caso assai insolito – è stata effettuata a premio e non a sconto sul prezzo di chiusura, e ha riguardato 188.975.176 azioni ordinarie della banca, pari al 15% del capitale. Ora, la partecipazione detenuta dal ministero dell’Economia e delle Finanze scende dal 26,7% all’11,7% circa del capitale.

Nuovo campione italiano?

Tra gli acquirenti, oltre a Caltagirone e agli eredi Del Vecchio, c’è anche Banco Bpm, il che ha rinfocolato le voci di una prossima, possibile fusione fra Piazza Meda e Rocca Salimbeni. Un’operazione che andrebbe a creare il terzo “campione bancario” italiano dopo il duo Unicredit-Intesa Sanpaolo. Con questa performance, Milano ha superato le Borse europee e Wall Street, su cui ha influito il calo (fisiologico, dati i precedenti exploit) dei tecnologici, oltre che dal probabile rallentamento della politica di taglio dei tassi. La discesa, in ogni caso, è stata seguita da un parziale recupero. In Europa, l’inizio della settimana è stato sofferto: dopo lo stacco dei dividendi, ancora una volta molto corposi, tutte le piazze hanno subito in maniera pesante le notizie provenienti dal fronte russo-ucraino e le poco rosee prospettive sull’andamento economico del prossimo anno.

Il presidente e il “Doge”

Intanto, l’effetto Trump continua a spingere il dollaro, proprio mentre il presidente eletto sta scegliendo la sua squadra di governo. Fa parlare la nomina di Elon Musk e dell’altro ultramiliardario Vivek Ramaswamy al nuovo dipartimento per l’Efficienza governativa, che sarà incaricato di sburocratizzare il più possibile la cosa pubblica. La struttura avrà le caratteristiche di un organo consultivo (e non, quindi, un’agenzia governativa ufficiale), con il compito di indicare gli ambiti in cui tagliare spese inutili, staff troppo numerosi e adempimenti amministrativi ridondanti. Musk ha parlato di ridimensionare il 75% delle agenzie federali, rendendole più agili e favorendo un calo delle tasse. Musica per i cittadini americani, da sempre attratti da qualsiasi iniziativa che implichi un alleggerimento fiscale. C’è anche una scadenza per il lavoro di questa struttura: il 4 luglio 2026, anche se l’amministratore delegato di Tesla conta di ultimare il suo compito molto prima di quella data. Ha fatto sorridere l’acronimo di questo dipartimento: Doge, quasi un indizio sul reale ruolo di Musk – un “consigliere ombra”, con un maggior potere rispetto a quello ufficialmente attribuito. Naturalmente, queste sono solo illazioni e facezie, che lasciano il tempo che trovano: è bene sospendere i giudizi sugli equilibri di potere nell’amministrazione Trump fino a quando si vedranno i primi risultati della sua gestione.

Ursula sull’orlo del baratro

Se le nomine di Trump stanno destando polemiche in patria, la nuova Commissione Europea è addirittura a rischio. La “maggioranza Ursula” si sta infatti sfaldando a causa di due nomine nell’esecutivo europeo: quella di Raffaele Fitto, contestato da varie forze politiche perché conservatore e quindi membro dell’opposizione nell’emiciclo Ue, e quella di Teresa Ribera (Pse), che i popolari spagnoli rifiutano, addebitandole un ruolo di primo piano nella gestione dell’alluvione a Valencia. Per Ursula von der Leyen, riannodare i fili non sarà facile: i socialisti non intendono votare per Fitto e i popolari minacciano lo strappo su Teresa Ribera. Questo ostacolo potrebbe persino dimostrarsi in grado di far crollare il castello di carte e di far ripartire i giochi dal via, o addirittura di convincere la presidente incaricata a clamorose dimissioni. Se però quello spagnolo è soprattutto uno scontro interno, in Italia il presidente Sergio Mattarella ha invitato i politici a non mettere veti su Fitto, negli esclusivi interessi del Paese.

L’oro nella comfort zone

Prosegue il moderato recupero dell’oro, che dopo aver toccato i 2.800 dollari l’oncia era sceso sotto quota 2.500, per poi tornare sopra i 2.600. La picchiata del metallo giallo è comunque nella logica delle cose: a fine ottobre si era spinto ai massimi in maniera molto brusca, anche a causa dell’incertezza dell’economia europea e degli acquisti massicci da parte della Cina e dei Brics. Ora, dopo aver rifiatato, il “re dei metalli” cerca la sua dimensione, proprio mentre virano verso l’alto rame e alluminio.
Non vuole neppure sentir parlare di tornare sui suoi passi il franco svizzero, che si conferma bene rifugio e che resta a quotazioni alte. Tutto ciò mentre l’economia elvetica, sebbene l’apprezzamento della sua valuta danneggi i suoi interessi, prosegue a marciare ad alta velocità. E i vortici inflattivi quasi non esistono: anzi, è stata ipotizzata, per la Svizzera, la possibilità di entrare in deflazione. Resta moderato il prezzo del petrolio: il Brent è nella parte bassa della fascia neutrale di 70-80 dollari al barile, mentre il Wti staziona in alto alla forbice 60-70.

Austria-Russia: la guerra del gas

Se il prezzo della benzina è tutto sommato accettabile, preoccupano i nuovi timori relativi al prezzo del gas. La Russia ha infatti annunciato la possibilità di chiudere le forniture all’Austria, dopo che Vienna aveva vinto una causa contro Gazprom al tribunale arbitrale per consegne irregolari. In pratica, la corte aveva comminato alla società russa una sanzione di 230 milioni di euro, al netto di interessi e spese, da versare alla Österreichische Mineralölverwaltung, partecipata per un terzo dallo stato austriaco. Mosca aveva annunciato una ritorsione immediata, con lo stop alle forniture dal 15 novembre – un vero problema per l’Austria, che nonostante la narrazione comune, nel 2023 ha ricevuto oltre il 60% dei suoi approvvigionamenti di gas dalla Russia. Finora, la chiusura dei rubinetti (ancora) non c’è stata, e i flussi proseguono regolari. Tuttavia, i timori hanno provocato un nuovo innalzamento del prezzo del metano, che ad Amsterdam ha sfondato quota 45. I rischi di una nuova impennata preoccupano anche gli italiani, già alle prese con i rincari dovuti al mercato libero. In un contesto così difficile, sembra una buona occasione l’investimento sui titoli energetici, il cui valore è ancora più basso rispetto alle loro potenzialità, mentre i dividendi attesi sono molto interessanti.

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Presidenziali Usa: le Borse sperano in risultati certi

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Nuovo passo dei Brics+ verso un sistema finanziario integrato di pagamenti in valuta diversa dal dollaro. Nel corso del vertice di Kazan, il gruppo allargato di Paesi guidati da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica ha infatti deciso di proseguire il piano che vede l’utilizzo delle monete nazionali per effettuare le transazioni fra gli Stati aderenti (ormai nove), dotandosi di una piattaforma sganciata da Swift. Obiettivo: conquistare l’indipendenza dal dollaro come moneta globale, evitando però una nuova egemonia (a essere utilizzate sarebbero le monete locali) e premendo verso un’organizzazione all’insegna del multilateralismo.

Troppi ostacoli

Nonostante gli sforzi dei Brics+, e sebbene questi Paesi rappresentino oltre la metà della popolazione mondiale, è inverosimile che un’iniziativa di questo tipo sia in grado di minare la centralità del dollaro, e tanto meno di mandare in pensione il sistema di Bretton Woods. Dal punto di vista economico, il mondo occidentale fa ancora da traino, e se si vuole commerciare con gli Stati Uniti, o l’Europa, occorre mettere da parte lo yuan o un’eventuale futura (e anch’essa inverosimile) moneta comune dei Brics+. La proposta del New York Stock Exchange di estendere l’orario di apertura a 22 ore al giorno durante i giorni feriali assolve proprio a una funzione deterrente nei confronti di eventuali “fughe” dal dollaro. Se un sistema finanziario integrato Brics+ nascerà, sarà utilizzato per gli scambi tra questi Paesi, che comunque non sono ancora dominanti sul mercato. E servirà per aggirare sanzioni già in atto o eventuali, con la stessa logica che ha visto Cina e Russia spostare i loro investimenti dagli asset occidentali al più sicuro oro. Permettendo al metallo giallo di stabilire record clamorosi. Il progetto potrebbe incontrare anche ulteriori ostacoli, causati dai rischi di guerra commerciale fra Cina e India: se si verificasse questa eventualità, non sarebbe a rischio solo il progetto di emarginazione del dollaro, ma la stessa esistenza dei Brics.

Trump-Harris: pianeti diversi. Ma entrambi faranno deficit

Il progetto di Cina, Russia e partner ha un po’ distratto l’attenzione dalle imminenti elezioni americane che però, dopo la chiusura del vertice di Kazan, hanno riguadagnato i riflettori. I mercati sono in attesa del risultato, e non si può dire che parteggino per l’una o per l’altra parte: sperano, invece, che a urne chiuse si conosca subito il nome del presidente. Le Borse temono l’incertezza e amano la stabilità: Trump o Harris, sembra di capire, per i listini “pari sono”, e l’unico rischio da evitare è un risultato conteso. Per il resto, i programmi economici dei due candidati non sembrano opposti. Entrambi puntano alla crescita americana, ed entrambi continueranno a produrre debito: Donald Trump attraverso il calo della pressione fiscale e Kamala Harris mantenendo alta la spesa pubblica. Per il resto, le differenze sono altrove: sulla politica internazionale (soprattutto la guerra russo-ucraina), le teorie woke e il politically correct (abbracciati in maniera estremistica dall’attuale vicepresidente e respinte in modo altrettanto oltranzista dal tycoon) e l’immigrazione, che vede una posizione radicalmente contraria da parte di Trump e più favorevole da parte di Kamala Harris, che l’ha gestita durante la presidenza Biden. Con una posizione, però, molto ondivaga: da un lato è entrato in territorio americano qualche milione di clandestini, dall’altro le autorità hanno proseguito a costruire il muro al confine con il Messico e a cercare di bloccare gli arrivi alla fonte (a questo proposito, molti ricordano l’appello di Kamala Harris in Guatemala nel 2021: “non venite”).

Giro di valzer sui bitcoin

In quanto a mutevolezza, Trump non è da meno. Durante la sua presidenza, il miliardario newyorkese aveva criticato aspramente le criptovalute, in difesa della centralità del dollaro. Ora (forse per raccattare voti tra i circa 67 milioni di americani che hanno bitcoin in portafoglio) ha rilasciato dichiarazioni di tutt’altro tenore. “Il bitcoin”, ha detto, “è come l’industria dell’acciaio di cento anni fa. Penso che sia solo all’inizio. In soli 15 anni è passato da un’idea pubblicata anonimamente su un forum on line a diventare il nono asset più prezioso al mondo. E’ già più grande di Exxon Mobil e presto supererà l’intero mercato dell’argento. E un giorno, probabilmente, anche l’oro”. Ha anche aggiunto: “la blockchain ha il potenziale di costruire il futuro dell’economia globale”. Non è dato di sapere, almeno finora, la posizione di Kamala Harris sull’argomento.

Il caso McDonald’s

A scuotere gli americani in questa vigilia elettorale, l’intossicazione da escherichia coli che si è verificata in alcuni ristoranti McDonald’s negli Stati Uniti. Il batterio, secondo la Food and Drug Administration, era presente nelle cipolle di un fornitore e ha provocato la morte di un cliente e 75 ricoveri ospedalieri. La notizia ha acceso un allarme rosso negli Usa (molto meno altrove, dove non sempre l’informazione è arrivata) e si è riverberato anche sul titolo McDonald’s, che ha reagito con una perdita superiore al 5% in una settimana. Dopo il crollo, però, l’azione sembra assestata: il gruppo alimentare ha preso le sue contromisure, rimuovendo l’ingrediente incriminato dai suoi panini, e ora mira a recuperare la fiducia della clientela. Troppo presto per giudicare che cosa accadrà. Tuttavia, almeno negli Stati Uniti, McDonald’s offre pranzi a prezzi contenuti, e ciò influirà probabilmente su un ritorno alla normalità dei rapporti azienda-clienti. E, di conseguenza, sul titolo in Borsa.

Borse Usa: i dati storici sono incoraggianti

Per il resto, da inizio anno, i numeri di Wall Street sono in crescita: Standard&Poor’s è salito del 20% da gennaio a oggi. Il che potrebbe preannunciare nuovi exploit: nella storia sono avvenute 26 misurazioni di un indice così positivo, e solo in due occasioni la Borsa è scesa (oltretutto marginalmente: non oltre il 2%). Negli altri casi, il grafico è schizzato in alto in una forbice compresa tra l’1% e il 10%. Le statistiche sono incoraggianti, ma molto dipenderà dalle elezioni americane e dalle decisioni delle banche centrali sul costo del denaro.

Mercati in attesa

Anche i mercati europei sono in attesa di conoscere il nome dell’inquilino della Casa Bianca e di orientarsi di conseguenza. Nel frattempo, le Borse navigano in ordine sparso, ma senza particolari scossoni. Questo è già un risultato positivo, visto che cosa sta accadendo all’economia europea, che è il vero gigante malato. I casi di grandi gruppi in crisi si moltiplicano: Philips ha tagliato i target di crescita (sostanzialmente a causa della Cina) e ha visto il suo titolo crollare del 16%; gli utili Mercedes si sono dimezzati nel terzo trimestre; la Volkswagen ha deciso di chiudere tre fabbriche di auto e ha proposto una riduzione salariale del 10%, con l’obiettivo di tagliare 4 miliardi di costi. Solo i titoli finanziari hanno proseguito la loro corsa. Con questo scenario, anche una leggera crescita o persino un calo contenuto degli indici è da considerare un successo.

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Taglio dei tassi: la Bce accelera?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Banca Centrale Europea ha annunciato l’ulteriore abbassamento del costo del denaro, con decorrenza oggi, 23 ottobre. Come le altre due operazioni del 2024, e contrariamente all’ultimo intervento Fed, questo taglio è di 25 punti base e porta i tassi rispettivamente al 3,25% (depositi), al 3,40% (operazioni di rifinanziamento principali) e al 3,65% (prestiti marginali). Manca poco alla fine dell’anno e in questo breve tempo potrebbe verificarsi un’altra sforbiciata. Poi si vedrà.

Quale ritmo per il 2025?

Nel 2025, anche a causa della crisi industriale che sta attanagliando l’Europa, il ritmo dei tagli potrebbe velocizzarsi, per avvicinarsi al tasso target del 2%. O forse andare persino più in là: “se i processi di disinflazione si dovessero consolidare”, ha detto il membro del board e presidente della banca centrale lituana Gediminas Šimkus, “è possibile che i tassi siano più bassi del livello naturale”. In ogni caso, ha precisato Christine Lagarde, la Bce seguirà “un approccio guidato dai dati, in base a cui le decisioni sono definite a ogni riunione, volta per volta”. E la nuova sforbiciata, ha aggiunto la presidente della Bce, “è proprio uno di questi casi”.

La reazione dei mercati

Quale la risposta dalle Borse? Tendenzialmente neutrale. I mercati avevano già anticipato una decisione che ai più appariva scontata, anche nelle modalità: la Bce è storicamente meno imprevedibile della Federal Reserve per stupire tutti con un taglio da 50 come quello deciso oltre oceano. La scorsa settimana per le Borse europee è quindi stata brillante indipendentemente dal calo dei tassi; i listini hanno poi rifiatato alla riapertura, anche per l’attesa delle prime trimestrali Usa. Ottime anche le prestazioni di Wall Street, in positivo già da sei settimane, mentre la Cina attende benefici dagli effetti delle politiche fiscali espansive e di sostegno all’economia e ai consumi interni – ammesso che si rivelino davvero efficaci. Anche perché c’è un recupero da completare. Lo Hang Seng, dall’inizio di quest’anno, è rimbalzato in modo importante, con un +22%; tuttavia, Hong Kong è stato bear market per cinque anni, la base da cui è partito era molto sacrificata e il suo potenziale di recupero non è ancora stato espresso del tutto. Il mercato cinese, in altri termini, è ancora tra i più appetibili – sicuramente molto più di quello indiano: per questo motivo, l’investimento di una piccola parte del portafoglio sulla Borsa di Hong Kong potrebbe riservare soddisfazioni per gli investitori.

Economia e politica

Per l’Europa, lo abbiamo già detto, il problema più importante è la crisi industriale, soprattutto del settore automobilistico, causata dalla versione radicale del green deal che per la Commissione Ue è una vera bandiera. Per di più, in un periodo molto delicato per le imprese europee, l’Unione è di fatto senza guida: abbiamo votato a giugno, ma il nuovo organo esecutivo non si è ancora insediato – anzi: mancano ancora le audizioni per il vaglio dei commissari europei e le operazioni potrebbero protrarsi fino a dicembre, o addirittura oltre. D’altra parte, se Atene piange, Sparta non ride. Perché, se andiamo oltre oceano, possiamo notare che non sempre si conosce il nome del presidente americano alla chiusura delle urne: in alcuni casi, il conteggio si protrae per molto tempo, un paio di settimane e forse più. Le Borse, che aspettano l’elezione dell’inquilino della Casa Bianca per potersi orientare, potrebbero dunque essere rallentate dall’incertezza che regna sul nome del prossimo vincitore. In ogni caso, l’economia americana è molto forte e il trend non dovrebbe farsi influenzare dalla vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Chiunque si insedi al potere, gli Stati Uniti continueranno a fare debito, mentre le differenze fra il tycoon e l’attuale vicepresidente potrebbero limitarsi alla preferenza per l’uno o l’altro settore: una vittoria di Donald Trump avrebbe un impatto positivo sul petrolio e su un certo tipo di economia tradizionale, mentre l’affermazione di Kamala Harris si riverbererebbe maggiormente sul green deal e una visione più ecologista dell’impresa, forse avvicinando le strategie americane a quelle europee.

Record dell’oro

A non fermare la sua corsa è l’oro, ormai stabilizzato sui 2.700 dollari l’oncia e in corsa verso nuovi record. Tutte le previsioni che scommettevano su un ripiegamento del metallo giallo sono state smentite dai fatti. E questo non dipende tanto dalle incertezze dell’economia europea, dall’attesa del presidente Usa e dalle tensioni in Medio Oriente, quanto dalle sanzioni dell’Occidente alla Russia, che hanno scatenato un effetto domino nell’area Brics. Il blocco dei beni di Mosca in Europa e negli Stati Uniti, e il loro parziale utilizzo per sostenere economicamente l’Ucraina, hanno acceso allarmi rossi in vari Paesi non appartenenti al mondo occidentale, tra cui l’India e soprattutto la Cina. Il timore che i propri investimenti nei mercati europeo o americano possano essere un giorno bloccati, con il rischio di una mancata restituzione, hanno convinto Pechino a evitare il più possibile titoli di Stato occidentali e a dirigersi a tutta dritta sull’oro, unico investimento che non potrà essere bloccato. Improbabile che questa strategia sia contingente: anche se la situazione-sanzioni finisse per normalizzarsi, il precedente che si è creato spaventa Pechino e genera inquietudine in un numero sempre maggiore di Paesi, che facilmente accresceranno il loro coinvolgimento su un asset neutrale come il “re dei metalli”. Re anche per prezzo, dato che ormai il valore dell’oro ha superato quello – storicamente superiore – del platino. Per l’Italia, la notizia è ottima, dato che Roma, per riserve auree, si trova sul podio mondiale insieme a Stati Uniti e Germania con un valore di circa 2 miliardi di euro. Una quantità record, la cui vendita parziale (in caso di bisogno estremo) avrebbe la forza per abbattere il nostro debito pubblico. Il rincaro dell’oro non piace invece ai gioiellieri, costretti a diminuire il prezzo dei loro monili per evitare una fuga della classe media da questi articoli di lusso.

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I dividendi fanno rifiatare Piazza Affari

Lo stacco delle cedole ha causato un calo in Borsa. Ma il decremento è stato tutto sommato contenuto. Intanto, Wall Street corre più dell'Europa. Il ritorno degli affitti e l'addio obbligato di Steven Zhang alla "sua" Inter

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Lunedì scorso, la Borsa di Milano ha lasciato sul campo l'1,62%, evidenziando per una volta una prestazione peggiore rispetto agli altri listini europei. Nessuna preoccupazione, però: il calo dipende dallo stacco cedole di 68 aziende quotate, di cui 21 nell'indice più importante. I dividendi, lauti e premianti per gli azionisti, hanno pesato molto sul decremento; senza questo appuntamento, Piazza Affari avrebbe chiuso il primo giorno della settimana a -0,20%, più o meno in linea con l'andamento stagnante della settimana scorsa che ha invece visto Wall Street su posizioni da record. I dividendi potrebbero presto tornare a dare soddisfazioni agli azionisti, se è vero che molte case di investimento stanno rialzando i target, abbondantemente superati. A trainare gli utili, le società tecnologiche negli Stati Uniti e quelle finanziarie in Europa.

Tassi, previsti pochi scostamenti

Certo è che i mercati dovranno fare i conti con il rientro nei ranghi dell'inflazione (prima in Europa che negli Stati Uniti) e con l'incertezza legata al taglio dei tassi. Nell'Eurozona è praticamente certa solo la prima sforbiciata di 25 punti, la cui comunicazione è prevista in occasione della riunione del board Bce di giugno. Forse (ma non è detto) l'operazione sarà replicata a settembre, ma non ci si può aspettare nulla di più. Altrettanto probabile è l'immobilismo della Fed, che a quanto ci si aspetta non modificherà le percentuali di riferimento né a giugno, né a settembre. Lo affermano anche i trader, che ora sono molto più scettici su un allentamento della stretta monetaria nel corso dell'ultimo mese estivo: a formare questa convinzione, la maggiore crescita rispetto alle attese dei prezzi all'ingrosso ad aprile, con i suoi effetti sull'inflazione, e le condizioni dell'economia e delle Borse, che vanno bene nonostante l'alto costo del denaro. Solo tre mesi fa, l'aspettativa sui tassi era nettamente diversa: la maggioranza degli economisti interpellati da Reuters aveva espresso fiducia in due tagli Fed nel corso di quest'anno, con un primo intervento a settembre. La strategia attuale delle banche centrali sembra insomma voler rendere inoffensiva l'inflazione e, nello stesso tempo, permettere alle aziende finanziarie di fare utili. Cigni neri a parte, l'unico elemento che potrebbe rompere le uova nel paniere, e far tornare l'inflazione, è una nuova impennata delle materie prime. Soprattutto del rame, di cui attualmente c'è molto bisogno per il suo ruolo centrale nell'intelligenza artificiale, il cui mantenimento è super energivoro, anche se molti teorici del green deal sembrano apparentemente ignorarlo.

Il ritorno degli affitti

A schizzare in alto sono anche i costi degli appartamenti, che a causa dell'inflazione stanno diventando una chimera per molti cittadini. Con un risultato: il ritorno di fiamma degli affitti. Anche i canoni, è vero, sono rincarati (a Milano, negli ultimi anni sono cresciuti del 50% circa), ma esiste pur sempre un livello oltre il quale non si possono spingere. Secondo uno studio Crif, il 42% degli abitanti preferisce una casa in affitto "perché la propria condizione economica attuale rappresenta un ostacolo all’acquisto di un’abitazione. Condizione che risulta ancora più rilevante in particolare per le famiglie monogenitoriali e individui con presunto reddito contenuto o inesistente". Soprattutto per imprenditori, dirigenti e impiegati invece, la soluzione è temporanea; poco più di un quarto dei locatari considera provvisoria questa formula. Nel vasto mondo degli affitti, come del resto nella ricerca degli alberghi, la tecnologia viene però in aiuto: on line è possibile confrontare prezzi per risparmiare anche in maniera sensibile. O almeno per limitare i danni.

Inter, il debito di Zhang

Poco dopo la conquista della seconda stella, l'Inter passa di mano. Non per volere del suo presidente, Steven Zhang, ma per l'indebitamento contratto dalla Grand Tower (società lussemburghese del gruppo Suning che controlla i neocampioni d'Italia) nei confronti del fondo californiano Oaktree Capital Management. Il prestito, contratto per la cifra di 275 milioni con un interesse del 12% e arrivato alla scadenza del 20 maggio 2024 per un importo di 375 milioni circa, non è stato restituito. Il fondo sarà quindi ripagato con le azioni dell'Inter. Nell'ambito di questo contratto sarà effettuata una valutazione della società nerazzurra: se il suo valore al netto dei debiti superasse l'importo dovuto, la famiglia Zhang sarà rimborsata della parte eccedente. In denaro contante, oppure in quote della societa – in quest'ultimo caso, Suning manterrebbe un piede dentro l'azionariato. Sulla comunicazione di questo avvenimento è stata comunque fatta molta confusione: il debito che la famiglia Zhang ha sottoscritto non è dell'Inter ma della Grand Tower. Questo macigno ha però impedito al presidente uscente di effettuare un rifinanziamento. La Champions League e il prossimo Mondiale per club sono comunque alleati della compagine nerazzurra per raggiungere il pareggio di bilancio. Il nuovo proprietario – che in quanto fondo di investimento dovrà sviluppare il più possibile i suoi asset per poi rivenderli – non potrà dunque trascurare il lato sportivo: non è sfoltendo la rosa e svendendo giocatori che si acquisisce valore. Certamente, eventuali acquisti dovranno essere finanziati da cessioni equipollenti – ma questo è già scritto nelle regole del fair play finanziario.

India, le sfide del nuovo premier

Saranno annunciati il prossimo 4 giugno i risultati delle elezioni in India, che coinvolgono 1,4 miliardi di persone (il 10% circa della popolazione mondiale) per un milione di cabine elettorali sparse per tutto il Paese. La consultazione, divisa in varie tornate (dal 19 aprile al 4 giugno), vede come grande favorito il premier uscente Narendra  Modi che, se riconfermato, dovrà gestire varie sfide: prima tra tutte la disoccupazione, che ha accompagnato dieci anni di crescita e di incremento del pil, ma senza la creazione di nuovi posti di lavoro. Sebbene l'India sia radicalmente diversa da quella - poverissima - in cui prestava la sua opera di carità Santa Teresa di Calcutta, esistono ancora sacche di indigenza, anche se lontane dalla estrema gravità di soli 20 anni fa. Il Paese ora è protagonista nel Brics e ha ricchezze stratosferiche, ma non ha ancora del tutto risolto il problema della forbice fra i supermilionari e i più poveri.

Foto di Raj Rana su Unsplash


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