Scudo anti-spread, la rotta è tracciata

Al forum Bce di Sintra, Christine Lagarde ha confermato il rialzo dei tassi (pur con “gradualità e opzionalità”) e soprattutto le misure per evitare l'esplosione dei differenziali. A breve ci si attende il piano operativo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Sintra, cittadina a 30 chilometri da Lisbona, ha la fama (ben guadagnata) di città delle fiabe: i suoi palazzi, castelli e parchi in stili eclettici, oltre che i colori pastello che appaiono alla vista del viaggiatore, fanno facilmente credere di essere capitati, così per caso, nel bel mezzo di una favola.
E – se è vero che ogni fiaba ha i suoi antagonisti – la sede del forum annuale Bce non è mai stata così azzeccata. Nella cittadina portoghese lodata da Hans Christian Andersen, la presidente Bce Christine Lagarde e la sua squadra sono stati chiamati a definire le strategie per sconfiggere i “cattivi”: l'esplosione dei differenziali, l'inflazione e i rischi di recessione.
A quanto pare la rotta è tracciata: la presidente della Bce ha insistito sulla necessità dello scudo anti-spread e fra non molto sarà presentato il piano operativo dell'operazione. Una buona notizia, nel mare di pessimismo montante e di dati economici preoccupanti.

Nessuna alternativa
Nonostante i commenti critici di Joachim Nagel, governatore della Bundesbank, la Lagarde sembra voler tirare dritto sulla necessità di adottare misure che scoraggino la speculazione. E, probabilmente, non potrebbe fare altrimenti. Con la situazione economica e geopolitica che stiamo vivendo, una tensione sui differenziali proprio non conviene a nessuno.
Ricordiamolo: la situazione economica generale è in netto peggioramento rispetto alle previsioni di inizio anno, abbiamo chiuso il peggior semestre in 50 anni per i mercati finanziari e la seconda parte del 2022 si è aperta ancora all’insegna dei ribassi. Il pessimismo è dilagante, i mercati ci stanno dicendo che le economie occidentali stanno per entrare in una recessione che sa di stagflazione: in queste condizioni trovare un riparo è quasi impossibile. Il dollaro ha quasi raggiunto la parità sulla nostra moneta e il franco svizzero ha già effettuato il sorpasso: l’euro vale ora 99 Rappen: mai successo prima. L'oro, da parte sua, si conferma ben distante dalle caratteristiche di bene rifugio che ha rivestito in passato.
Nessun asset, in altre parole, si salva dall'inflazione, e capire dove investire è attualmente molto difficile.
Sì, perché in Borsa non si salva nessuno: le utility sono scese oltre le previsioni, temendo il rialzo dei tassi, e anche gli energetici sono crollati. Il trend è generale: praticamente tutti i mercati sono calati in maniera indiscriminata e non si riesce a capire quando si potrà vedere un inizio di assestamento e un ritorno a guardare anche i fondamentali delle aziende.
Il quadro è magmatico, in evoluzione. Per questo, è più consigliabile attendere un po' alla finestra: le discese brusche, repentine e per certi versi isteriche dell’ultimo mese inducono alla cautela, anche se, e lo abbiamo già detto, cominciare a comprare su questi livelli incomincia ad essere un’opzione interessante: il Dax tedesco è tornato indietro ai valori di 5 anni fa.

La crisi non risparmia nessuno
Tanto per non lasciarci mancare nulla, persino la Germania mostra segnali di crisi. I dati provenienti dal mercato del lavoro sono preoccupanti, mentre – per la prima volta dalla riunificazione – la locomotiva d'Europa è in deficit commerciale (secondo i dati di aprile). E l'indice azionario tedesco, insieme a quello italiano, ha chiuso giugno come maglia nera del mondo occidentale. Una vera doccia fredda, che dipende in buona parte dalle sanzioni, capaci di colpire molto di più i paesi europei che non la Russia. E di inasprire ulteriormente le divisioni: oggi, se eccettuiamo il Papa, non c'è leader al mondo che si sottragga a un linguaggio bellicoso e chiuso a ogni tipo di trattativa.
E le conseguenze si vedono: la Russia continua a calare i quantitativi di “oro blu” somministrati all'Europa prima che sia l'Europa stessa a decidere di farne a meno, e li indirizza altrove. Mentre c’è chi ne trae vantaggio: l'Algeria, che aveva promesso una maggior fornitura di gas senza un rincaro, ora cambia idea e inizia ad annunciare il rialzo dei prezzi.
Anche dove in teoria le notizie sono positive, il loro impatto è minimo: l'Opec ha deciso di aumentare la produzione, ma Brent e Wti non si schiodano dai valori altissimi raggiunti, dimostrando che il quantitativo di sovrapproduzione è del tutto insufficiente. Tutto questo mentre gli scontri in Libia per la mancanza di servizi e di elettricità rischiano di trasformarsi in qualcosa di più grave. Già oggi molti pozzi di petrolio sono bloccati: se avvenisse uno stop delle esportazioni da Tripoli, l'oro nero rischierebbe di schizzare a 140, e forse ancora più in alto. Senza dimenticare che la Libia, oltre che di petrolio, è anche fornitore di gas.

Banche al centro dell'attenzione
Al centro dell'attenzione c'è anche il settore bancario italiano. A cominciare da Montepaschi, impegnato in un difficile aumento di capitale. La banca senese sta trattando con i privati per ottenere adesioni all'ingresso in azionariato. Un'impresa non facile, ma che comunque non deve preoccupare. Come l'aumento di capitale di Saipem, anche quello di Mps è garantito dal consorzio di garanzia, e quindi si farà. Certo, saremo noi contribuenti a dover corrispondere – oltre alla parte di pertinenza dello stato – anche eventuali quote non sottoscritte e garantite dal settore pubblico.
In questi giorni, si stanno anche compiendo gli ultimi passi verso la nascita di una nuova banca: quella derivante dall'incorporazione di Carige da parte di Bper, la cui fusione dovrebbe essere ufficiale entro fine novembre. L'operazione darà vita a un gruppo fra i top 5 del panorama bancario italiano: “ci permetterà di crescere come scala operativa”, ha dichiarato Piero Luigi Montani, amministratore delegato di Bper, che ha espresso soddisfazione per il merger.
Sullo sfondo, una sentenza della Corte Europea, che ha definito illegittima la decisione Bce di negare agli azionisti Carige gli atti che tre anni fa hanno portato la banca di Via Cassa di Risparmio in amministrazione controllata. È la rivincita di Malacalza e di alcuni piccoli azionisti, che però difficilmente potranno ricevere un risarcimento economico.
Piuttosto, la nuova sentenza della Corte è la dimostrazione che la vigilanza sulle banche dovrebbe essere affidata a funzionari che vivono nello stesso paese in cui l'istituto opera. Ciascun sistema creditizio ha troppe peculiarità che, se non conosciute, possono andare incontro a errori di giudizio. Se un funzionario spagnolo, o olandese, non ha chiara l'articolazione del sistema bancario italiano e il ruolo di Popolari, Bcc e Casse di Risparmio, farà sicuramente fatica a entrare nel merito. Rischiando di travisare la situazione e di commettere sbagli.

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Borse, il peggior semestre degli ultimi 50 anni

Si chiudono sei mesi da incubo sui mercati, con ribassi ampiamente superiori al 10% sia sulle obbligazioni che sulle azioni, un evento in contemporanea che non si verificava dal 1972. Ora potrebbe essere giunto il momento di investire, sfruttando le opportunità nella parte value, ma anche nei bond.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Sta giungendo a conclusione un semestre che per i mercati si è rivelato decisamente negativo. La prima metà del 2022 ci “regala” negli Stati Uniti il peggior risultato borsistico degli ultimi 50 anni, con una perdita dell'azionario compresa fra il 15% ed il 20% (27% se si considera il Nasdaq) e dell'obbligazionario fra il 10% e il 15% (in funzione della duration). Neanche durante la crisi del 2008 il mercato Usa aveva chiuso il primo semestre con una perdita così violenta.
I dati ci rivelano che, per la prima volta dal 1972, obbligazioni e azioni perdono contemporaneamente più del 10%, con Wall Street che archivierà il peggior semestre dal 1970 con una perdita del 18%. Solo franco svizzero e dollaro chiudono con il segno più, avvicinandosi pericolosamente alla parità con l'euro.
Che cosa c'è da aspettarsi per il prossimo futuro? La situazione è molto incerta. Di solito, i mercati tendono a portarsi molto avanti, ma prima di una stabilizzazione e di un nuovo equilibrio per provare a risalire dovremo forse aspettare la fine dell’estate: abbiamo davanti due mesi in cui la liquidità di solito scarseggia e questo potrebbe portare un ulteriore tentativo di spingere i listini verso il basso da parte di chi utilizza strategie short. Nel frattempo, però, cominciano a intravedersi opportunità interessanti, soprattutto nella parte value, ma anche nell'obbligazionario. Ci sono fattori esogeni, su tutti la guerra in Ucraina e l’inflazione, che contribuiscono a mantenere alta la volatilità e la tensione sui mercati ed è per questo che è comunque difficile azzardare previsioni di breve periodo.
Torna intanto l’interesse sui Btp (quelli con scadenza 2 anni hanno un rendimento dell’1,4%): l'ultima asta dei buoni del tesoro ha registrato un vero e proprio boom di domande e anche la domanda sul Btp Italia legato all’inflazione ha avuto tante sottoscrizioni anche dal mercato retail. A tranquillizzare gli acquirenti è il ritorno dello spread a una quota intorno ai 200 basis point: pur essendo ancora troppo alto, il valore dei differenziali tranquillizza per la ritrovata stabilità sotto i 250 punti.

 Anche Powell ammette errori di valutazione
Le Borse europee hanno intanto reagito con fiducia (e rialzi generalizzati anche se contenuti) all'apertura del Forum annuale della Bce, in programma a Sintra, che vedrà confrontarsi i governatori delle tre principali banche centrali (Christine Lagarde, Andrew Bailey e Jerome Powell) su come combattere l'inflazione ed evitare la recessione.
Il numero uno della Federal Reserve è reduce da un confronto al Congresso americano, durante il quale si è scusato per i “giudizi errati” sull'inflazione, ammettendo nel contempo che il rialzo dei tassi potrebbe causare una recessione.
Come commentare? Giusto con un auspicio: che si stia sbagliando un'altra volta.
Anche se, per dirla tutta, negli Stati Uniti questa eventualità provocherebbe meno problemi rispetto all'Europa, proprio per le diverse dinamiche del mercato del lavoro. Negli Usa c'è attualmente piena occupazione: anche se si innescasse una fase recessiva, il tasso di disoccupazione potrebbe sì aumentare, ma non in modo drammatico. Per questo, il presidente della Federal Reserve ha voluto tranquillizzare i deputati americani, affermando che l'eventuale recessione non fermerà comunque la crescita.
In Europa invece la disoccupazione è sempre più elevata, aggravata da un problema migratorio drammatico: da un lato gli arrivi dalle rotte africane, dall'altro l'afflusso di profughi dall'Ucraina. Mentre la gestione a livello europeo è disastrosa: manca un benché minimo coordinamento ed è assente una qualsiasi strategia per creare occasioni a queste popolazioni nel loro paese di origine. Abbiamo tutti negli occhi le immagini drammatiche della strage di Melilla/Nador: ci si chiede che cosa si sia fatto per evitare una situazione come questa. E che cosa ci si proponga di fare.
L'Europa deve organizzarsi, e in fretta: la crisi del grano ucraino è appena agli inizi, e l'esplosione dei prezzi potrebbe creare una catastrofe umanitaria, con fughe di massa di nuovi migranti spinti dalla fame. Inutile però farsi illusioni: sono anni e anni che ne parliamo e poco o niente è stato fatto, lecito pertanto il timore che continuerà a essere così anche in futuro.

Impoverimento generale
Naturalmente, se Atene piange, Sparta non ride: in questi mesi anche gli europei vedono ridurre drasticamente il loro potere d'acquisto, con un serio rischio di impoverimento. Uno studio di Nomisma prevede una stangata da 657 euro a famiglia per il gas, mentre i tentativi (soprattutto italiani) di introdurre un tetto al suo prezzo vengono regolarmente rinviati al mittente.
È l'ennesima dimostrazione di quanto fosse infelice la gaffe di Draghi sui condizionatori. Una battuta che è stata ripetuta una seconda volta, ma che tra gli italiani ha causato più reazioni spiritose e meme che contrarietà e proteste. Forse è un rifiuto inconscio di ciò che sta accadendo e dei rischi che corriamo: se si cammina per le strade delle nostre città si vedono ristoranti pieni e negozi affollati. Potremmo essere nel pieno della classica quiete prima della tempesta, un po' come accadde nei saloni da ballo del Titanic mentre la nave stava già affondando. Anche ora la situazione sembra più seria rispetto alla sua percezione.
Di contro, il Capgemini Report ha evidenziato che nel 2021 i miliardari italiani sono cresciuti del 7,1% (7,8% quelli nel mondo) – dati che a fine anno dovranno comunque essere rivisti, visto l'andamento dei mercati. Ciò significa che la distribuzione della ricchezza è sempre più polarizzata, anche se in Italia la situazione è ancora una delle migliori per distribuzione di risorse. Alle nostre latitudini, la ricchezza è molto meno concentrata rispetto a quanto accade, per esempio, negli Stati Uniti, paese in cui la capacità economica dipende dalla Borsa. E in cui i poveri sono milioni.

Del Vecchio, dai Martinitt al top della finanza italiana
In Italia, un miliardario (illuminato) di lungo corso era Leonardo Del Vecchio, scomparso lunedì scorso. Del Vecchio, secondo uomo più ricco d'Italia e 62esimo al mondo, è il prototipo dell'imprenditore che si è letteralmente fatto da solo – come da antica tradizione milanese – e che dall'orfanotrofio dei Martinitt ha scalato i salotti buoni della finanza italiana.
La sua capacità e la sua visione imprenditoriale lo hanno portato a valorizzare i suoi collaboratori, a cui regolarmente retrocedeva un premio legato all'utile, e a circondarsi di persone capaci e dotate di senso critico. “Non nominerei mai uno dei miei figli amministratore delegato”, usava dire, “perché un top manager lo si può rimuovere da quella posizione, un figlio no”.
Compiuti gli 80 anni, Del Vecchio – uomo che si è sempre tenuto lontano dalla politica - si è messo in testa di voler dettare le proprie regole su Mediobanca e Generali, la cui influenza sull'economia italiana è notevolissima. La critica rivolta a Mediobanca era che si limitasse a gestire le sue partecipazioni incassando lauti dividendi senza fare la vera banca d’affari promotrice dello sviluppo dell’economia in Italia.
Ora i suoi eredi dovranno sottostare a regole di successione blindate, che li vincoleranno a decisioni quasi unanimi, pari all'88% dei diritti di voto. Questa clausola vuole evitare la frammentazione dell'impero fondato dal self made man milanese trapiantato in Veneto.

Saipem non fa il prezzo
A Piazza Affari è protagonista (negativa) Saipem, che a fine settimana ha perso il 43% in due giorni dopo il warning della Consob. Lunedì 27 giugno, primo giorno dell'aumento di capitale di 2 miliardi, il suo titolo è stato sospeso per tutto il giorno.
Una reazione decisamente isterica e fuori luogo, il classico topolino che ha partorito un elefante: l'aumento di capitale non è e non è mai stato un problema, ma è apparso tale solo per le solite pastoie burocratiche italiane. Quelle che bloccano un'operazione pianificata per gennaio, per tempi tecnici e burocrazia infinita, e la rimandano a giugno. La reazione isterica dei mercati è del tutto fuori luogo: il consorzio di garanzia ha già dichiarato che l'aumento di capitale sarà sottoscritto regolarmente.
Nessun panico, dunque: la società è solida e beneficerà nei prossimi anni di ordinativi importanti legati alla sua attività.

Il primo Wimbledon senza Federer
Spostiamoci oltre Manica, dove si è da poco aperto il torneo di Wimbledon. Che ha una particolarità: è il primo da 24 anni senza Roger Federer ai nastri di partenza (esclusa, ovviamente, l'edizione annullata causa Covid). Nel giugno del 1998, quando il futuro Roi Roger calcava ancora l'erba del torneo juniores (vincendolo), l'Europa stava cambiando pelle con una vera e propria rivoluzione copernicana. L'euro era stato definito da poco tempo, così come la Banca Centrale Europea, alla cui testa era fresco di nomina l'olandese Wim Duisenberg.
È comprensibile, pensando a quei tempi, chiedersi che cosa si sarebbe potuto fare per evitare le situazioni che si sono presentate in seguito. Perché sarà anche vero che l'euro ha funzionato bene in vari ambiti, ma la politica economica dell'Eurozona si è spesso dimostrata deficitaria. D'altra parte, se dal 2007 il prodotto interno lordo europeo è passato dal 90% al 60% del pil americano, qualcosa non ha funzionato: l'austerity delle politiche di bilancio imposte dai policy makers comunitari si è rivelata perdente rispetto alle politiche espansive di oltre oceano.
Tornando indietro, si sarebbe potuto correggere in particolare un errore: quello di mantenere rigidamente separato il debito pubblico dei paesi membri. Puntare da subito sull'emissione di eurobond avrebbe sicuramente stabilizzato l'economia europea, esaltandone la competitività. Ed evitando molte crisi (prime fra tutte quelle legate alla Grecia e allo spread) che hanno rischiato di minare l'esistenza stessa della nostra moneta e dell’Unione Europea.

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Banche Centrali alla ribalta

La Bce ha aperto allo scudo anti-spread, facendo arretrare il differenziale Btp-Bund. La Fed ha ribadito l'intenzione di riportare l'inflazione al 2%. E la Banca Nazionale Svizzera ha alzato improvvisamente i tassi dello 0,50%. Mentre in Giappone...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Bastava proprio poco per fermare la vendita massiccia di titoli di stato italiani e spagnoli. È stata infatti sufficiente una dichiarazione da parte della Bce, che durante la riunione straordinaria di mercoledì scorso ha aperto alla possibilità di uno scudo anti-spread, per portare il valore che separa Btp e Bund sotto i 200 punti base di spread.
Intendiamoci: siamo ancora lontani da quota 150, identificata dal governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco come limite massimo accettabile. Tuttavia, si è già compiuto un importante passo avanti. La Bce non ha ancora deciso nulla: ha soltanto incaricato i tecnici di mettere a punto una proposta di scudo. Come spesso accade l’effetto annuncio è quasi più importante del provvedimento in sé: infatti, il solo esprimere l'intenzione di intervenire ha tranquillizzato i mercati e, allo stesso tempo, ha lanciato un avvertimento agli speculatori, sempre pronti a scommettere contro il debito pubblico italiano. Un'attività che spesso si è configurata come un tiro al bersaglio: per chi specula, è molto più semplice vendere allo scoperto i titoli di stato italiani rispetto a quelli francesi e spagnoli, sebbene questi due paesi evidenzino, a nostro parere, squilibri peggiori di finanza pubblica (il saldo delle partite correnti è al +7% per l'Italia, al -30% per la Francia ed al -70% per la Spagna).

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...
Christine Lagarde ha dunque ribadito il rinnovato impegno della Bce a difendere i paesi periferici, cercando di buttarsi alle spalle la lunga serie di indecisioni e di messaggi contrastanti alla comunità finanziaria. Uscite avventate, queste, che le hanno guadagnato il soprannome di Madame Gaffe.
Tutti ricordano la dichiarazione che la presidente Bce rilasciò nel marzo 2020, quando sostenne che la Banca centrale non era lì per “chiudere gli spread”. La dichiarazione fu poi ritrattata poche ore dopo, tra un diffuso imbarazzo.
La speranza generale è che la guida dell'istituto centrale europeo rinunci definitivamente ai tentennamenti e ad un andamento a zig-zag, imboccando una linea forte e decisa. Per fare questo, ça va sans dire, è necessario un cambio nella strategia di comunicazione, in un mondo in cui basta un batter d'ali a Francoforte per far crollare palazzi in tutta Europa.
Per rifinanziare un debito pubblico pari al 150% del suo Pil, l'Italia avrà bisogno di validi alleati nell'Eurotower. Oltre agli speculatori, bisogna fermare anche i falchi, che vorrebbero affibbiarci la presenza (aperta o mascherata) della troika o condizioni vincolanti e soffocanti. Se la Banca Centrale Europea si dimostrasse in grado di regolare gli spread in maniera automatica, riconoscendo nel contempo le peculiarità dei vari paesi, si sarebbe compiuto un grande passo avanti. In ogni caso, vale la pena ricordare che il problema dello stock di debito pubblico riguarda oramai quasi tutti i Paesi Europei, gli Stati Uniti ed il Giappone con debiti che hanno superato il 100% del Pil (Giappone vicino al 300%, però ha ancora un rating dato dalle varie Agenzie elevatissimo – come è strana la vita alle volte…).

Usa, recessione dietro l'angolo
Se la Bce tenta timidamente di avviare un whatever it takes 2.0, la Federal Reserve è alle prese con un intervento deciso anti-inflazione, intervento che l'ha portata a un aumento dei tassi dello 0,75% - il ritocco più forte dal 1994 a oggi. Un rialzo molto più aggressivo rispetto a quello annunciato dalla Bce.
Tutto questo mentre le stime sulla crescita dell'economia americana vengono ridimensionate (dal 2,8% all'1,7%, con il rischio che si spingano ancora più in basso) e lo spettro della recessione è dietro l'angolo.
Jerome Powell, presidente della Fed, ha ribadito un suo cavallo di battaglia: l'impegno a riportare l'inflazione al 2%, traguardo raggiungibile a medio termine se i prezzi delle materie prime si stabilizzeranno.
Powell ha anche sottolineato l'impegno di mantenere la centralità del dollaro nell'economia internazionale. E a questo proposito ha suggerito il lancio di una versione dematerializzata del biglietto verde: il dollaro digitale, che Powell interpreta come un mezzo per contrastare le criptovalute e la loro opacità.
L'introduzione ufficiale di monete digitali è già stata decisa da circa 100 paesi nel mondo. Ma è lecito esprimere un certo scetticismo sulla reale utilità di questi progetti. In primo luogo, perché il contante resiste, e per toglierlo di mezzo (ammesso che si riesca) ci vorranno almeno due generazioni. In secondo luogo, se vogliamo parlare chiaro, le valute fiat digitali esistono già: sono i pagamenti con carte di debito o di credito. Un nuovo progetto rischierebbe di rivelarsi un doppione dalla dubbia utilità.

Giappone, ultimo baluardo
La scorsa settimana, un altro istituto centrale ha conquistato la ribalta: la Banca Nazionale Svizzera, che improvvisamente ha alzato i tassi dello 0,50%, pur restando in territorio negativo dello 0,25%. Con la decisione improvvisa di Berna, il Giappone è rimasto l'ultimo baluardo della politica di tassi fermi: la Banca Centrale di Tokyo non si è fatta smuovere né dal braccio di ferro con gli investitori, né dalla perdita di valore dello yen, ai minimi storici.
A Tokyo, d'altra parte, notizie come queste non creano drammi: il Giappone, come del resto gli Stati Uniti, non considera la forza della moneta come un vessillo. E, comunque, un ribasso della valuta non influisce sulle decisioni della Banca Centrale. Che è stata molto chiara: i tassi non saranno toccati e la Banca Centrale continuerà a comperare i titoli decennali non permettendo che i loro rendimenti superino lo 0,2%. Succeda quel che succeda.
La fermezza più volte ribadita dalla Banca del Giappone sembra più lungimirante rispetto alla strategia ondivaga della Bce: in Europa, la dinamica dei prezzi è legata quasi esclusivamente al rincaro delle materie prime, a cui si sono aggiunti la siccità e il caldo record. E il rialzo dei tassi (tra l'altro molto timido) non serve a contenere questo tipo di inflazione.

Tagli al gas e blackout
Mentre gas e petrolio sono ancora molto alti, Gazprom ha annunciato tagli alle forniture dirette a Italia e Germania, mettendo un altro tassello alla situazione di disagio generale. Il “combinato disposto” tra il rialzo delle materie prime e il caldo soffocante di questi giorni sta già provocando blackout in varie città, evocando lo spettro dell'austerity (quella anni Settanta). Insieme a ripensamenti su una transizione energetica troppo veloce, che è impraticabile se la rete elettrica non è capace di assorbirla. Non per niente, la Germania sta riaprendo le centrali a carbone, che sembravano ormai archiviate nelle pagine dei libri di storia.
Le difficoltà emerse in questi giorni dovrebbero far riconsiderare ai politici europei la decisione di fermare le automobili tradizionali entro il 2035. Pensate a una vettura elettrica bloccata in un ingorgo autostradale a 40 gradi, con la batteria che si consuma: che cosa accadrebbe? Proprio per evitare queste situazioni, che con una scelta al 100% elettrica potrebbero non rivelarsi così rare, sono state introdotte le auto ibride, meno inquinanti e più sicure. Ecco: questa scelta potrebbe configurarsi come un ottimo compromesso di Realpolitik fra le esigenze di transizione ecologica e i limiti già ora preventivabili di una scelta così radicale.

Congo sull’orlo dell’abisso
Proprio sul fronte delle materie prime che alimentano veicoli (ma anche dispositivi) elettrici, pende una nuova spada di Damocle: il rischio di escalation della guerra nella Repubblica Democratica del Congo, uno degli oltre 60 conflitti dimenticati in corso nel mondo.
Gli scontri diffusi già in corso in varie parti del paese potrebbero aggravarsi con l'entrata in gioco del Ruanda: le tensioni sono già altissime, in seguito all'accusa a Kigali, da parte del governo dell'ex Zaire, di sostenere un gruppo ribelle. Saccheggi a proprietà ruandesi e aggressioni a esponenti della minoranza tutsi vanno di pari passo con le manifestazioni nella capitale congolese, in cui una folla inferocita chiede la rottura delle relazioni diplomatiche.
Con un aggravamento del conflitto si rischierebbe una nuova, drammatica catastrofe umanitaria. E anche molte ricadute economiche sulle materie prime: il Congo è ricchissimo di litio, cobalto e coltan, elementi fondamentali per telefoni cellulari e dispositivi elettrici di qualsiasi tipo. L'ennesima crisi africana potrebbe anche spingere Cina e Russia a espandere la loro influenza nel continente, un processo già ampiamente in corso. Mentre l'Europa, che non ha una politica estera comune, sta mestamente a guardare. Un piano di incentivazione – una sorta di “piano Marshall” per l'Africa – avrebbe molte chance di fermare vari conflitti e promuovere lo sviluppo del continente. Ma, se un progetto simile sarà approvato, non saremo noi a introdurlo.

Obbligazioni, non è il momento per il fai-da-te
Sui mercati europei, intanto, si cercano le basi per un primo rimbalzo dopo oltre una settimana di forti ribassi. I tempi potrebbero essere maturi: il mercato può ancora scendere, ma nel medio-lungo periodo gli investimenti dovrebbero essere in grado di dare soddisfazioni.
Tornano le opportunità sulle obbligazioni, in una gestione attenta a selezionare le emissioni e dinamica nella negoziazione delle differenti duration. Mentre nell'azionario potrebbe essere il momento delle utility, che hanno sofferto per il rialzo dei tassi, e dei titoli finanziari e petroliferi. Troppo presto invece per puntare sulle azioni del settore industriale.


La nuova crisi del debito affossa le Borse

Lo spread torna a decollare, ma la risposta della Bce è stata fino ad ora timida, incerta e confusa. Mentre scriviamo è in corso un meeting straordinario dell'Eurotower in cui finalmente si dovrebbero prendere decisioni che mettano fine alla vergognosa speculazione partita da oltreoceano sui titoli di stato italiani... Intanto, l'addio alle auto endotermiche potrebbe portare nuova benzina sul fuoco

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Fino a martedì sera il livello raggiunto dallo spread Btp-Bund diventava ogni giorno sempre più preoccupante, con il Btp italiano che a metà febbraio rendeva lo 0,5%, mentre martedì sera si era spinto al 4,36%. Ciò significava un costo futuro in conto interessi assolutamente insostenibile per lo stato italiano, vista anche l’attuale congiuntura economica.
Ricordiamolo: se l'Italia si incamminasse sui passi di uno scenario greco, rischierebbe di saltare tutto. Quindi tre sono le strade percorribili: o la Bce interviene in maniera decida e convincente, o entro qualche mese l’Italia si mette nelle mani della troika (Dio ce ne scampi…) con conseguente default tecnico e rinegoziazione del nostro debito pubblico, oppure il nostro paese esce dall’euro. Tertium non datur.
Siccome pensiamo di far parte ancora di un mondo razionale, il costo minore per tutti (tedeschi e Paesi del Nord Europa compresi) è l'intervento pesante della Bce per riportare lo spread a livelli ragionevoli. Anche perché le enormi perdite che si sono avute sui titoli di stato da inizio anno sono state ancora più elevate sulle obbligazioni societarie. E quindi il rifinanziamento di molte società potrebbe diventare troppo oneroso.
Insomma, sono in gioco un’altra volta (come spesso avevamo ripetuto nel corso degli ultimi mesi) il futuro della nostra moneta, quello dell’Europa per come la conosciamo oggi e la sopravvivenza di molte aziende. Certo varrebbe anche la pena che i politici europei si facessero qualche domanda su come l’economia del nostro continente è stata gestita negli ultimi 20 anni.
Nel 2007, prima dello scoppio della bolla dei subprime, il pil europeo era quasi pari a quello americano, oggi è pari al 60%. Quindi negli Usa c’è stata un’enorme creazione di ricchezza, mentre le politiche di austerity europea hanno avuto l’effetto di distruggere o mettere in seria difficoltà la classe media.

Bce, timida e indecisa
Per quello che sta accadendo sui mercati mentre scriviamo, lo scenario sembra (speriamo) qualcosa di simile al "whatever it takes". Finalmente si sta comprendendo che i mercati, in questa orrenda partita di poker che è cominciata, stanno cercando di capire se la Banca Centrale Europea sia seriamente intenzionata a riportare la calma o se invece, come alcune improvvide dichiarazioni di Christine Lagarde hanno fatto intravedere, quello della Bce sia un bluff.
A oggi questa indecisione sulla minaccia-spread è più preoccupante rispetto all'aumento dei tassi (che sarà di modesta entità) e alla sbandierata fine di quantitative easing e operazioni di rifinanziamento a lungo termine, i cosiddetti Tltro.
Perché, anche se il cambio di rotta venisse definitivamente introdotto, non avverrebbe certo dall'oggi al domani. E, oltretutto, non sancirebbe lo stop definitivo agli acquisti, diminuendo semplicemente la quantità degli approvvigionamenti.

Un orso si aggira per l'Europa
La timidezza della Bce ha spaventato i mercati, causando una chiusura da incubo per le Borse del nostro continente (soprattutto per Piazza Affari, che venerdì ha perso il 5% in una sola seduta). L'onda lunga è proseguita anche lunedì, e si è accompagnata al pessimismo europeo (e americano) sui rialzi dei tassi.
In generale, la preoccupazione si è saldata con le ormai consuete preoccupazioni legate a inflazione e guerra. Ed è tornata a rivedere al ribasso tutta la componente tecnologica, che da inizio anno ha perso circa il 30%.
Giornate da tregenda, dunque. Che però permettono agli investitori di comprare “a sconto” rispetto ai prezzi di tre mesi fa. Le discese forti si trasformano, nel medio termine, in opportunità di acquisto.
L'avvertenza è sempre quella: entrare nel momento giusto, non investire tutto subito e ragionare a medio termine, accettando volatilità e perdite momentanee in un orizzonte temporale di almeno cinque anni.

Auto a benzina, verso l'addio
In un'Europa attraversata da una serie di crisi (economica, inflattiva con guerra in Ucraina e spread alle stelle), una ricorrenza renderà vividi i ricordi di molte persone: il prossimo 18 giugno Paul McCartney raggiungerà il traguardo degli 80 anni. Il compleanno di una delle più grandi icone evergreen della gioventù di tutto il mondo riporta indietro varie generazioni a tempi più felici.
Anche per l'economia. Quella inglese, che fu rilanciata dalla tassazione legata proprio alla vendita dei dischi dei Beatles. E anche quella italiana, che negli anni Sessanta ha vissuto il miracolo economico. A dare una forte spinta al boom tricolore, è bene ricordarlo, aveva contribuito anche la diffusione delle utilitarie, che ha cambiato il nostro modo di spostarci, regalando libertà di movimento a persone di tutti i ceti sociali.
Tutto questo potrebbe finire presto. Come ampiamente riportato dai giornali, il parlamento europeo ha infatti deciso di vietare le vendite di auto endotermiche dal 2035. Una data che sembra remota, ma corrisponde a meno di 13 anni da ora. Praticamente domani.
Che cosa succederebbe se il provvedimento venisse confermato? Semplice: famiglie e aziende sarebbero costrette ad acquistare vetture più care, basate su un sistema di rifornimento allo stato attuale poco pratico e non meno inquinanti, se andiamo oltre il mero parametro delle emissioni.
Ma soprattutto, una delle maggiori industrie europee sarebbe smantellata e letteralmente consegnata alla Cina, che produce l'80% della mobilità elettrica.
Perderemmo anche molti posti di lavoro. E non nel 2035, ma oggi. La riconversione di un'industria non si organizza in pochi mesi, ma in anni. E lo sviluppo di progetti legati ai combustibili fossili sarebbe interrotto in breve tempo: nessuno avrebbe più interesse a investire in un comparto senza alcun futuro a medio-lungo termine.
Risultato? Licenziamenti da subito. Solo la componentistica italiana, che vale 100.000 posti di lavoro, si distruggerebbe in poco tempo.
Abbiamo utilizzato i condizionali perché le bocce non sono ancora ferme. A opporsi, e anche in maniera decisa, sono i produttori di auto francesi e tedeschi, che hanno già rilasciato dichiarazioni al vetriolo. Questo blocco, a cui potrebbero unirsi anche gli italiani, dovrà puntare a influire sull'ultima fase della direttiva, e cioè la parte in cui avverrà la negoziazione fra stati. E ottenere ben più di quanto proposto dal Partito Popolare Europeo, che ha suggerito di mantenere un 10% di produzione endotermica. Percentuale che, va da sé, avrebbe un impatto del tutto trascurabile sul futuro di un'industria dall'importanza colossale.

Su il petrolio
L'annuncio della direttiva sullo stop alle auto tradizionali ha creato preoccupazioni all'economia, ma non ha influito minimamente sul caro-petrolio. Uno tsunami che sembra inarrestabile, e che non è stato scalfito neppure dal nuovo, possibile lockdown di Shanghai. A tenere alto il greggio, il nuovo alt all'accordo nucleare iraniano, gli scioperi negli stabilimenti di estrazione in Norvegia e l'attendismo dell'Opec. Ma soprattutto la forte componente speculativa, che, come abbiamo visto più volte, è la vera molla che fa schizzare il greggio a livelli molto alti.
Ancora una volta, sono i cittadini comuni e le aziende a pagarne le conseguenze. In Italia il prezzo medio della benzina è tornato sopra i 2 euro, mentre è già partito il conto alla rovescia per l'8 luglio, data in cui è prevista la fine dello sconto sulle accise. Se i prezzi dovessero mantenersi così alti, il prolungamento di questa riduzione sembra pressoché scontato; tuttavia, è difficile che se ne aggiunga un altro, in grado di riportare il carburante sotto quota 1,80.
Insomma: ci troviamo in una strada senza uscita. E, indipendentemente dalle future oscillazioni del greggio, saremo comunque soggetti alla speculazione finché le materie prime resteranno così "finanziarizzate".
C'è modo di fermarla? Assolutamente no, a meno che le istituzioni di tutto il mondo decidano di farlo. Eventualità impossibile, data la sicura opposizione del mondo angloamericano a questa soluzione.
In alternativa, solo accordi individuali fra fornitori di petrolio e acquirenti potrebbero fare la differenza. Un esempio è ciò che sta avvenendo con l'India: recentemente, la Russia è diventata il maggior esportatore di petrolio per Nuova Delhi. A cui, oltretutto, vende il greggio a prezzi molto ridotti (tra i 70 e gli 80 dollari). Naturalmente, in epoca di sanzioni, un simile modello per l'Europa è pura fantascienza.


BCE, arriva un supporto per il debito italiano?

La riunione dell'Eurotower, prevista per il 9 giugno, dovrebbe dire in maniera più precisa cosa la Banca Centrale europea intenda fare sui tassi, in che tempi e in quali modalità. Possibili anche alcuni provvedimenti per sostenere l'economia dell'Eurozona e contenere gli spread

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

È ormai imminente la riunione della Bce, che dovrebbe decidere il rialzo del tasso di riferimento dopo dieci anni e il sostegno all'economia dell'Eurozona. E (forse) al debito di alcuni paesi, tra cui l'Italia.
Questa indiscrezione, filtrata sul Financial Times, ha fatto rifiatare leggermente i Btp, in un contesto più ampio di sollievo dei mercati. Riteniamo necessario che la Banca Centrale faccia capire in modo chiaro ai mercati che non è disposta a tollerare ulteriori allargamenti degli spread. Altrimenti, il rischio che si ritorni a una situazione simile al 2011 potrebbe diventare una realtà concreta e la sopravvivenza dell’euro di nuovo messa a repentaglio. Vale la pena di ricordare che ci sono miliardi di dollari provenienti dal mondo anglosassone e americano pronti a forzare la mano per cercare di fare profitti enormi dal caos che ne seguirebbe. È inutile parlare di Europa e di coesione europea se il “problema dello spread” non viene affrontato e risolto una volta per tutte. Tuttavia, ci sembra ancora presto perché una simile presa di posizione trovi consenso e attuazione.
È quindi presto per prevedere un andamento positivo e di conseguenza i mercati continuano a rivelarsi nervosi e incerti.

“Scusate, mi sono sbagliata”

L'incognita maggiore resta, naturalmente, l'inflazione, che ultimamente è stata protagonista di prese di posizione pubbliche da parte delle massime autorità monetarie mondiali.
Dopo gli economisti della Bce, infatti, a scusarsi con i cittadini è stata Janet Yellen. Il segretario al Tesoro americano ed ex presidente Fed ha apertamente affermato di aver sbagliato previsioni sull’inflazione e di non aver compreso la natura apparentemente strutturale (e non provvisoria) del fenomeno.
Il tema, in realtà, è molto complesso. L'inflazione è stata incubata con il Covid, in un momento di strozzatura nell'offerta, quando il lockdown aveva creato problematiche relative alle consegne e ai consumi.
Poi è avvenuta la ripartenza, con un'accelerazione che ha spinto in alto il prezzo dei beni. La componente speculativa molto forte ha fatto il resto, soprattutto per quanto riguarda le materie prime.
Le banche centrali, da parte loro, hanno insistito a lungo sulla natura transitoria dell'inflazione. Una previsione non illogica se si osserva la situazione con un arco temporale di uno o due anni. Ma un'analisi assolutamente azzardata se si allarga l'orizzonte a cinque anni. Bce e Fed avrebbero dovuto perlomeno prendere in considerazione questa eventualità, soprattutto in una fase di incertezza (e di deglobalizzazione) come quella che stiamo vivendo.
I segnali che suggerivano la possibilità di una fase inflattiva più lunga del previsto erano chiari anche prima dello scoppio della guerra. Il conflitto e le sanzioni non hanno fatto che peggiorare una situazione già molto precaria.
Per questo, le scuse di Bce e Fed dovrebbero essere (molto cortesemente) rinviate ai rispettivi mittenti. Non tanto per non aver previsto l'inflazione a lungo termine, ma perché le due principali banche centrali del mondo continuano a non capire l'origine del problema.

“… e il petrolio si impenna”

Parlavamo del lockdown e della strozzatura di produzione e consumi. Il problema aveva coinvolto in modo eclatante anche il petrolio, crollato nell'aprile 2020 a 5 dollari al barile, con le trivelle ferme e lo stop alla domanda di carburante in varie parti del mondo.
Ora, a poco più di due anni, l'oro nero veleggia a quota 120 e non vuole dare segni di ritorno a una quota più accettabile.
A spingere il rialzo del greggio sono anche le decisioni politiche prese dalle autorità europee e i commenti che le accompagnano. Un esempio su tutti, il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia: arriva l'annuncio ufficiale... “e il petrolio si impenna”, come recitava un noto caratterista della televisione anni Novanta.
Il risultato: non sappiamo quanto il sesto pacchetto farà male alla Russia, ma ha già portato nuovo scompiglio in Europa. Il motivo è semplice: l'embargo non tocca le forniture via oleodotti, salvaguardando così gli interessi della Germania, che ha mandato l'Ungheria in avanscoperta per evitare l'estensione del provvedimento. La sanzione è limitata all'attività delle petroliere russe, che però già hanno trovato la soluzione: cedere i barili a navi neutrali, che poi le rivenderanno a terzi. Ovviamente a prezzi maggiorati.
È quindi l'Europa a uscirne con le ossa rotte, mentre la Russia manterrà quasi inalterata la vendita di petrolio. E potrà addirittura approfittare del rialzo del suo prezzo, a cui hanno contribuito anche l'approvazione dell'embargo e le comunicazioni decisamente dilettantesche da parte dell'Ue.
Neppure la decisione dell'Opec+ di aumentare la produzione (da 432.000 a 648.000 barili al giorno) è riuscita a fermare la crescita del greggio.
In questo caso, il vero dato da capire è se l'aumento dei prezzi sia legato a un eccesso di domanda, a una scarsità di offerta o a un'enorme speculazione. Sembra che la spiegazione più probabile sia la terza: un business senza freni, che continua a creare danni alla filiera produttiva. E alla gente comune.
Come se non bastasse, è arrivata la nota di Goldman Sachs che vede il petrolio a 140 dollari entro fine estate. Vale la pena di ricordare che nel 2008, sempre di questi periodi mentre già i mercati stavano incominciando a scontare la crisi dei subprime e appena prima del fallimento di Lehman, sempre Goldman Sachs aveva vaticinato un petrolio a 200 dollari, sostenendo in modo piuttosto ridicolo che tale prezzo non avrebbe creato problemi all’economia in generale. Quattro mesi dopo (a novembre), il petrolio precipitò sotti i 30 dollari.
Ogni tanto avere una memoria d’elefante ha i suoi pregi...

Emergenza dumping

Il rincaro del petrolio e, in generale, delle materie prime colpisce i consumatori di tutto il mondo. E quelli italiani ancora di più. Perché, oltre a soffrire di crisi Covid e guerra, il nostro paese è l'unico in Europa che ha visto diminuire gli stipendi dal 1990 a oggi. Impietosi i numeri Eurostat: il dato italiano fa registrare un -2,9%; la realtà più vicina è la Spagna, con un +6,2%, mentre Francia e Germania (e persino la Grecia) superano il +30%.
Sono molti i motivi di questa non invidiabile “maglia nera” italiana: il vortice di dumping salariale che non sembra arrestarsi; l'organizzazione poco lusinghiera dei fenomeni migratori, che ha contribuito ad abbassare il costo del lavoro; chi ha approfittato senza ritegno di una situazione in peggioramento.
Ma il fenomeno ha radici più antiche. Tutto inizia negli anni 2000, con la cattiva gestione del passaggio lira-euro. Il raddoppio dei prezzi che ha contraddistinto i primi anni della nuova moneta ha contribuito a impoverire la classe media, rendendo impraticabili spese (come la retta di una scuola privata) che una volta erano a portata di mano per chiunque,
L'onda lunga dell'esplosione dei costi è poi andata a unirsi, come in uno tsunami, alla crisi del 2008-2011. Il termine spread è diventato di uso comune e ha iniziato a spaventare famiglie e imprese: prima dell'introduzione dell'euro, i rendimenti più alti del BTP compensavano nel medio termine i rendimenti dei Bund tedeschi nonostante le ripetute svalutazioni della lira. Ovvero: in un arco temporale ragionevole i detentori di marchi tedeschi o lire italiane investiti in titoli decennali avevano alla fine gli stessi soldi. C’era quindi un equilibrio che ora si è perso e ha lasciato spazio all'incubo dei differenziali.
I dati sull’occupazione giovanile e sui livelli retributivi in Italia sono sconfortanti e lasciano poco spazio alla speranza, cosicché molti ragazzi sono costretti a emigrare all'estero.
Un esempio di segno contrario viene dagli Stati Uniti, dove nel solo mese di maggio sono stati creati 390.000 posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione fermo al 3,6%. La buona situazione americana riflette anche le politiche volte a favorire il rientro delle aziende statunitensi dalla delocalizzazione, che hanno creato in pochi anni molte opportunità. E che dovrebbero essere prese in considerazione anche alle nostre latitudini. La speranza è l’ultima a morire. Ma, visto il livello delle discussioni e dei provvedimenti presi negli ultimi anni dalla commissione europea e dal parlamento, c’è poco da stare allegri e sereni…


E' l'inflazione, bellezza

In Giappone, il costo di una porzione di sushi aumenterà per la prima volta dagli anni Ottanta. La notizia rappresenta il classico esempio di come l'aumento dei prezzi non risparmi davvero nessun paese del mondo. Abbattendo le comfort zone che ci eravamo costruiti negli anni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

In Giappone, per la prima volta dagli anni Ottanta, aumenterà il prezzo del sushi, tradizionalmente bloccato a 100 yen a porzione (poco più di 0,70 euro al cambio attuale). La notizia non deve essere archiviata come la classica nota di colore: al contrario, è un chiaro esempio di come l'inflazione stia abbattendo tutte le comfort zone che ci eravamo costruiti. Anche quelle che sembravano più inattaccabili.
Ogni economia, certamente, ha le sue dinamiche: il Giappone, per esempio, sconta – oltre alle conseguenze della guerra russo-ucraina – anche il calo dello yen e il boom di consumo di pesce in tutto il pianeta. Tuttavia, il refrain è comune per tutti, nessuno escluso.
Lo conferma un esempio più vicino a noi: da inizio anno, in vari bar del centro di Milano, la classica combinazione cappuccino-brioche è aumentata in media tre volte, facendo registrare impennate fino al 20%. Questi costi aggiuntivi, alla lunga, gravano in maniera pesante sui consumatori. O sugli esercizi commerciali, qualora i clienti preferiscano stringere i cordoni della borsa e consumare un po' di meno, per mantenere inalterati gli esborsi al bar o in negozio.

La Bce alza i tassi

Se i consumatori devono far quadrare i bilanci familiari, le banche centrali sono costantemente assillate dal “solito” dubbio amletico: alzare o non alzare i tassi? Alla fine, chi più chi meno, quasi tutte hanno deciso di introdurre ritocchi verso l'alto, anche se ben lontani dall'inflazione reale.
Ultima in ordine di tempo la Bce, che potrebbe aver trovato il compromesso tra i “falchi”, guidati dal governatore della Banca centrale olandese Klaas Knot, e le “colombe”. I primi puntavano a un aumento dello 0,50%, i secondi cercavano di limitarli allo 0,25%. Alla fine si dovrebbe arrivare sì al +0,50%, ma con due aumenti dello 0,25% in tempi diversi.
La decisione riceverà la sua investitura ufficiale nel corso della riunione Bce del 9 giugno. Ma possiamo già affermare che, in un contesto come quello attuale, sono limitati gli impatti fra un ritocco dello 0,25% e uno dello 0,50%: entrambi gli interventi rimarranno ben sotto i livelli reali di inflazione. A soffrire un po' di più saranno i richiedenti prestito che intendono sottoscrivere un mutuo a lungo termine; per il resto, l'intervento avrà portata limitata.
In ogni caso è difficile presumere che si possa fermare questo tipo di inflazione con un rialzo dei tassi. Soprattutto se la situazione è innescata da un rincaro delle materie prime, che sta erodendo il potere d'acquisto nei consumatori (americani, ma soprattutto europei) e rischia di trascinare l'intero pianeta in recessione.

Ancora sanzioni

In Europa, la situazione è aggravata dalle sanzioni crescenti nei confronti della Russia: il sesto pacchetto, se entrerà in vigore, ci priverà da fine anno anche del petrolio russo in arrivo via mare (non, quindi, quello che transita dagli oleodotti).
Se a fine anno l'accordo trovasse applicazione, per l’economia italiana potrebbe esserci un impatto molto rilevante. L'Ungheria ha infatti ottenuto la dispensa dall'embargo e la Germania ha chiesto una dilazione del provvedimento (mentre il nostro paese ha preferito non farlo).
Il compromesso che ne è derivato come prima conseguenza ha provocato l’aumento del prezzo del petrolio fino a 120 dollari al barile. Se il trend proseguisse, l'intervento italiano sulle accise, anche se ulteriormente prolungato, rischierebbe di non bastare più.
A soffrirne saranno – ça va sans dire – famiglie ed aziende: zero contributi sono giunti alle imprese colpite dalle sanzioni, oltre che zero aiuti ai paesi più in difficoltà a causa dei pacchetti finora approvati (e cioè Italia e Germania – quest'ultima alle prese con inediti problemi di finanza privata).
A questo si aggiunge la crisi del grano: se le parti non trovassero un accordo per lo sblocco delle materie prime agricole ucraine, varie aree del pianeta (prima tra tutti l'Africa del nord) rischierebbero non solo la crisi, ma addirittura la fame. Sarebbe opportuno che, prima di qualsiasi altro intervento, le diplomazie concedessero priorità alle trattative per un cessate il fuoco e a interventi urgenti per il transito del grano. Diversamente, si rischierebbe una vera e propria catastrofe umanitaria nei paesi più poveri.

Acquisto di attività: verso lo stop?

ICon il rialzo dei tassi, la Bce potrebbe anche fermare definitivamente il programma di acquisto di attività. Un'iniziativa che, se davvero attuata, si rivelerebbe molto rischiosa, soprattutto perché favorirebbe l'aumento incontrollato degli spread. Mettendo nuovamente in pericolo la moneta unica.
Ricordiamo che il compito della Bce è sì quello di contenere l'inflazione, ma ancor prima è quello di mantenere l'euro in sicurezza. E una delle condizioni necessarie per farlo è contenere i differenziali fra i vari titoli di stato. Se l'Eurotower fallisse in questo suo compito, si aprirebbero le porte per gli affaristi senza scrupoli, quelli in grado di guadagnare cifre enormi nel caso in cui l'euro saltasse. La globalizzazione della finanza permette a uno speculatore di mettere in ginocchio intere economie, e non da oggi. Correva il “lontano” 1992 quando un'operazione di George Soros e altri affaristi costrinse la sterlina inglese e la lira italiana a svalutare e abbandonare lo Sme, creando gravi perdite al tesoro di due stati sovrani.

Rimbalzo made in Usa

Intanto, mentre l'euro sta pian piano risalendo la china sul dollaro, le Borse americane hanno fermato la corsa verso il basso, che le aveva portate a stabilire vari record negativi. Il Nasdaq, in particolare, ha registrato un rimbalzo superiore al 5% nell’ultima settimana e questo era abbastanza prevedibile. Quando i mercati calano per così lungo tempo, un recupero – seppur temporaneo - è abbastanza probabile. Come recita la classica teoria della “pallina da tennis”: più alta è la velocità di caduta, più ampio sarà il primo rimbalzo.
L'inversione a U dipende essenzialmente da questa dinamica, più che da un presunto ottimismo per gli spiragli di trattativa che sono filtrati fra le parti in conflitto. Anche perché le posizioni russe e quelle ucraino-americane sono, finora, troppo distanti tra di loro per far sperare in un compromesso che fermi la guerra.

Stati Uniti, bolla immobiliare in vista?

Sempre dagli Stati Uniti giungono segnali di allarme sul boom del mercato immobiliare: tradizionalmente, il verificarsi di una dinamica di questo tipo ha spesso portato gli Usa alla recessione. Ma non sembra questo il caso, dato che si iniziano a registrare segni di frenata a New York e in California – due dei quattro stati che trainano il real estate americano.
La corsa prosegue solo in Texas e in Florida, principalmente per la bassa fiscalità di questi due stati, che hanno portato aziende e cittadini a eleggerli come zona di residenza.

La Russia ferma le banche italiane

A casa nostra si registrano le restrizioni decise dal governo russo nei confronti dei conti correnti Unicredit e Intesa Sanpaolo. Finora, la situazione è molto fluida e rende difficile avventurarsi in commenti e previsioni. Si può solo affermare che l'improvvisa misura di Mosca non dovrebbe peggiorare le valutazioni dei titoli delle due banche. Anche perché il settore creditizio sarà quasi sicuramente spinto in alto dal rialzo dei tassi, che dovrebbe compensare pienamente la forte esposizione delle due big italiane nei confronti della Russia.
È quindi bene seguire con attenzione i titoli bancari, proprio in previsione della crescita del costo del denaro. Più a breve termine, a rivelarsi abbastanza interessante per chi vuole entrare sul mercato è il settore petrolifero europeo, ancora indietro rispetto ai prezzi mondiali del greggio.
Oggi è comunque consigliabile una certa cautela: per chi vuole investire, il consiglio è di non mettere tutte le fiches sul tavolo, ma solo una parte: il mercato è infatti ancora volatile, e la prudenza è più che mai d'obbligo.

 

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La volatilità è ancora protagonista

Inflazione, guerra, aumento delle materie prime e pandemia dominano ancora i mercati. E rendono gli investitori cauti e timorosi. Mentre lo spread torna sopra quota 200.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La volatilità domina ancora sui mercati. E gli investitori restano cauti, timorosi, in attesa di avere le idee più chiare sul prossimo trend dei listini. Mentre non accennano a dissolversi le quattro principali cause dell'incertezza – e cioè inflazione, guerra, forte aumento dei prezzi dell'energia e pandemia, con annesso lockdown cinese. A questo proposito, si parla di un imminente ammorbidimento delle restrizioni a Shanghai, che potrebbe portare a un alleggerimento della volatilità sui mercati; tuttavia, il problema potrebbe ripresentarsi in un'altra area del Paese.
Molti dubbi anche sul fronte tassi, dato che i rialzi, almeno finora, sono stati annunciati, ma non ancora applicati: la Fed dovrebbe arrivare al 3% entro fine anno, mentre è ancora nebbia sul futuro del tasso Bce, per ora fermo allo 0%.

Il rimbalzo che non c'è

In generale, i dati di mercato restano critici e anche le previsioni ottimistiche sono state smentite: per venerdì scorso ci si aspettava un rimbalzo, che invece non è avvenuto. Solo un lieve e poco incisivo scostamento.
In particolare, negli Stati Uniti ha influito un'ondata di trimestrali deludenti, guidate dai risultati poco soddisfacenti ottenuti da Walmart.
E così il Dow Jones ha chiuso l'ottava settimana consecutiva in ribasso: non accadeva dal 1932. A Wall Street, da inizio anno, l'indice S&P500 ha perso oltre il 18%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno quasi il 30%, dopo aver chiuso una nuova settimana in negativo (sono sette consecutive, come non succedeva da marzo 2001).

Gestori divisi

I timori di un crollo della Borsa americana sono abbastanza forti, anche se finora non ci sono stati segnali di panic selling. I gestori sono divisi sulle previsioni per il futuro: c'è spazio anche per i meno pessimisti, che vedono imminente il picco negativo, con una successiva ripresa. Gli ottimisti possono sperare che questa settimana si possa fermare il ciclo ribassista e bloccare un nuovo record negativo.
Uno scenario meno probabile per i titoli tecnologici, che probabilmente proseguiranno il loro assestamento in basso, a livelli più consoni al loro reale valore. E' caduto un nuovo titolo Nasdaq: dopo Amazon e Apple, il protagonista negativo è stato Snapchat, calato di oltre il 40% questo martedì.

Alt al dollaro

In questo contesto l'oro appare particolarmente volatile, sceso a circa 1.800 dollari l'oncia la scorsa settimana per poi recuperare parzialmente all’avvio di questa settimana: i rumours sulla possibile vendita di metallo giallo da parte delle banche centrali fanno temere un decremento abbastanza rilevante, confermando che il ruolo dell'oro come bene rifugio appartiene al passato. Sembra finita anche la rincorsa del dollaro sull'euro: il biglietto verde è arretrato a 1,07, e potrebbe tornare presto oltre la soglia psicologica di 1,08.
I bitcoin, da parte loro, sono ancora in una fase molto tribolata: dopo aver superato l'asticella dei 30.000 dollari, la principale valuta virtuale è tornata a scendere. Impossibile ora prevedere se la cryptomoneta sia pronta per un pur parziale recupero o soggetta a nuovi ribassi.

Il caro-petrolio non ferma il turismo

A salire ancora è invece il petrolio, che ha visto Brent e Wti appaiati, in una situazione di quasi parità, intorno a quota 110.
Il rincaro del greggio impatta su famiglie e imprese di ogni settore produttivo. Anche sul turismo, già colpito dal Covid: i biglietti aerei, a causa del caro-carburante, sono aumentati di molto, in alcuni casi raddoppiati. Eppure, sembra che le prenotazioni di viaggi e vacanze si stiano incrementando in maniera inattesa. Nonostante i rincari, nonostante il minor reddito disponibile da parte dei consumatori, nonostante la carica infettiva di Omicron e delle nuove varianti.
Pare che la voglia di vacanze sia più forte degli ostacoli sul cammino. È quindi tempo per investire nei titoli delle aziende turistiche? Troppo presto per dirlo, anche se i dati sembrano promettenti: è sempre utile considerare i problemi legati alla marginalità di compagnie aeree e aziende turistiche. Occorrerà, dunque, attendere ancora un po' per avere le idee più chiare.

Tasse, verso un nuovo aumento?

In Europa, invece, è lo spread che torna a fare paura: il suo livello è tornato intorno ai 200 punti. Come se non bastasse, il rialzo del differenziale ha portato con sé i moniti della Bce sulla spesa pubblica dei Paesi euro. E, con quello, le sollecitazioni delle autorità comunitarie sull'aumento delle tasse. Sollecitazioni che “magicamente” appaiono dal cilindro non appena lo spread sale.
Sono anni che la Commissione Europea preme per un aumento delle imposte sulla casa in Italia – i cui livelli, tra l'altro, sono già elevatissimi: se il governo cedesse su questo punto, rischierebbe di distruggere il valore del settore immobiliare, già intaccato dall'aumento dei costi.
A proposito di Unione Europea, è recente l'idea di rendere obbligatori i pannelli solari su tutti i fabbricati. È lecito l’auspicio che, qualora ciò avvenga, sia posta molta attenzione all’impatto sugli immobili storici, che in Italia e in Europa abbondano e contribuiscono a rendere uniche e inimitabili le nostre città.
Al contempo, potrebbe essere auspicabile sostenere economicamente la transizione verso le energie rinnovabili da parte dei privati.
In questo momento storico resta sempre il dubbio: è lecito anteporre la scelta ecologica a qualsiasi altra considerazione, sanzioni comprese? O è meglio svincolarci del tutto del gas russo, magari riaprendo le centrali a carbone fino a ieri ritenute letali per il futuro del pianeta? Il primo scenario imporrebbe una scelta di Realpolitik, il secondo porterebbe ulteriori rincari a famiglie già duramente colpite dall’inflazione.
Tutto questo in uno scenario che vede, in un trend di strutturale decremento demografico, aumentare la disoccupazione giovanile e crescere il numero dei cosiddetti Neet, cioè i cittadini fra i 15 e i 30 anni che non studiano, né lavorano. Il che è davvero preoccupante, dato che stiamo parlando dei lavoratori del futuro.
Finché gli attuali over 60 saranno in grado di intervenire e sostenere figli e nipoti, questo allarme rimarrà sotto controllo. Ma con il passare degli anni i problemi sociali prima o poi emergeranno, anche alla luce del crescente dumping salariale e della precarietà ormai eretta a sistema. E la soluzione sarà davvero difficile.

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Criptovalute: un crollo annunciato?

Dopo il tracollo della stablecoin Terra, le monete virtuali hanno perso circa il 30% del loro valore in meno di una settimana. Difficile prevedere se il settore si riprenderà: resta il dilemma se questi asset debbano passare sotto il vaglio di una nuova regolamentazione

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Non accenna a placarsi la bufera che la scorsa settimana ha colpito le cryptovalute. Spinte dal quasi azzeramento della stablecoin Terra, il cui ancoraggio al dollaro non ha evitato il crollo, le monete virtuali sono giunte a lasciare sul terreno circa 200 miliardi di dollari in un solo giorno, mentre il bitcoin – che lo scorso novembre valeva 69.000 dollari – ora si è attestato poco sotto i 30.000, e la scorsa settimana aveva sfondato in basso il muro dei 27.000.
Il calo fortissimo delle crypto ha suscitato reazioni di vario tipo: qualcuno ha sostenuto la fragilità di questi investimenti, qualcun altro ha addossato la responsabilità a una volatilità intrinseca di queste divise, altri ancora hanno parlato di deliberato attacco al bitcoin, colpito “di traverso” tramite un'operazione contro l'ecosistema Terra/Luna.
Difficile capire chi abbia ragione: tutte le teorie restano speculazioni, anche perché non si è ancora arrivati a comprendere la vera natura delle cryptomonete (sono davvero valute? Oppure si tratta di asset finanziari alternativi? O ha ragione chi invoca attenzione verso un grande schema Ponzi?).
Detto questo, il problema è un altro: occorre capire se il crack della scorsa settimana rappresenti l'inizio di un crollo sostenuto del comparto oppure una scossa tellurica forte e violenta, che poi darà spazio a una ripartenza. Certo è che un'eventuale ripresa dovrà fare i conti con l'imminente regolamentazione del settore, già annunciata dalla Gran Bretagna, che sarà probabilmente seguita su questa strada da Unione Europea e Stati Uniti. Le autorità monetarie non possono chiudere gli occhi davanti all'utilizzo che alcune persone e organizzazioni fanno di questi asset, impiegati anche per attività illecite e criminali (una su tutti, il ransomware).
Altro problema che dovrà essere affrontato è l'alta carica inquinante delle cryptomonete: se si sceglie la strada dell'ecologia e dell'Esg, il percorso deve essere coerente, e non solo dove conviene.

Ecologismo a singhiozzo

Ma questo discorso, in questi mesi, non è molto popolare. In un periodo contraddistinto da una spasmodica ricerca di energia che possa sostituire il gas russo, la politica non va più troppo per il sottile in materia di inquinamento. Fino a pochi mesi fa si prefigurava un futuro a emissioni zero, mentre ora si contempla anche la possibilità di riaprire le centrali a carbone. In questa situazione, si pensa anche di attivare nuovamente le miniere italiane messe a riposo.
Se vogliamo evitare ipocrisie di sorta, dobbiamo ammettere che sia sulla transizione ecologica, sia sulle eventuali, nuove sanzioni su petrolio e gas russi i decisori parlano (e deliberano) senza calcolare gli impatti sull'economia reale.
Gran parte dei politici, che ora invitano a un'austerity energetica per poter votare nuove sanzioni, non hanno mai lavorato in azienda. E sanno che il problema non sono i due gradi in meno di aria condizionata, come proclamato da Draghi nella sua ormai famosa boutade, ma la stessa sopravvivenza delle imprese e delle filiere produttive, messe a rischio dai continui cicli di sanzioni approvate dal Parlamento Europeo.

Mala tempora currunt

Perché è sempre più chiaro: questi provvedimenti stanno danneggiando i sanzionatori molto più dei sanzionati. È emblematico il caso di Renault, che perderà 2 miliardi dalla cessione della Lada e dall'abbandono (pur temporaneo) del mercato russo: i danni subiti dall'azienda automobilistica francese saranno molto maggiori di quelli inferti a Mosca. E la possibilità di riacquisto delle quote entro sei anni non cambia la situazione attuale, già resa precaria dai ribassi dell'automotive e dalle impennate continue del petrolio. L'oro nero è ormai oltre quota 110 e potrebbe salire ancora, provocando effetti devastanti sui consumatori.
Nel mondo occidentale, il caro-petrolio danneggerebbe soprattutto i consumatori americani, meno ricchi e più indebitati rispetto agli europei, oltre che più dipendenti dall'automobile.
Ciò che spaventa di più, però, sono gli impatti del caro-petrolio e del caro-gas sulle materie prime agricole, già sotto pressione per lo stop al grano ucraino. In questo caso, a fare paura non sono tanto gli aumenti dei prezzi in occidente, ma il rischio di un disastro umanitario in Africa e nei paesi non industrializzati.
Uno scenario, questo, che si potrebbe tranquillamente evitare. Per prima cosa, cercando finalmente di fermare la guerra. E poi bloccando, a livello istituzionale, la finanziarizzazione del petrolio. Nello stesso tempo è urgente attivare una catena di solidarietà in grado di evitare conseguenze disastrose su un intero continente.

L'inflazione galoppa

Altre due variabili non fanno dormire sonni tranquilli. In primo luogo, i lockdown cinesi, che creano problemi sulla filiera degli approvvigionamenti e affondano quasi tutte le borse asiatiche, vanificando la sostanziale tenuta di questi mercati in seguito al conflitto russo-ucraino. E poi l'inflazione nel mondo industrializzato, che ha fatto registrare un nuovo rialzo negli Usa; Washington ha fatto registrare un tasso dell'8,3% (lo 0,2% in più rispetto alle previsioni). E non è detto che abbia raggiunto il picco.
Davanti a queste cifre, la Fed può fare ben poco rispetto ai pronostici (e cioè il rialzo dei tassi al 3%): potrà anticipare l'operazione, o magari introdurre piccoli correttivi di uno zero virgola, ma non di più. In altre parole, la Federal Reserve non può permettersi rialzi maggiori. Anche perché l'obiettivo di Jerome Powell è riportare l'inflazione al 2% appena possibile.
Per chi investe in obbligazioni Usa, il risultato è molto semplice: con un'inflazione all'8% e tassi al 3%, il rendimento è del -5%. È il caso di ripeterlo: nonostante la forte volatilità, le azioni continuano a rendere di più rispetto ai bond e ci vorranno anni per recuperare le perdite nell'obbligazionario, se non gestito attivamente all’interno dei portafogli.
Negli Stati Uniti. Ma soprattutto in Europa, dove i forti rimbalzi delle ultime sedute di Borsa hanno invece dato spazio a un certo ottimismo sull'azionario. Troppo presto per capire se si tratti di un normale picco dopo un ribasso molto forte o di una fase di riassestamento: il trading range rimane troppo ampio per poter azzardare giudizi e definire possibili trend. Ma, di questi tempi, non è un risultato da buttare via.

Investimenti assicurativi, una “polizza” per l'investitore

A dare una boccata di ottimismo sono le trimestrali delle aziende, che - imprese tecnologiche a parte - si confermano abbastanza buone e in grado di dare supporto ai mercati. Soprattutto a chi investe nella componente value, che può ricevere ritorni fino al 7% l'anno.
Un settore particolarmente virtuoso è quello assicurativo, che offre un'ottima base difensiva, soprattutto per i buoni dividendi offerti. È pur vero che il comparto in sé non ha grandi margini di crescita; tuttavia, il mondo della polizza offre rendimenti sicuri, pagando mediamente circa il 3,70%, sicuramente meglio rispetto a un'obbligazione. Per questo motivo, investire in azioni di una compagnia assicurativa attualmente potrebbe rivelarsi una delle scelte migliori per chi vuole entrare sul mercato.

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Bank of England, molto rumore per nulla

Il rialzo dei tassi all'1% deciso dalla “Old Lady” ha fatto clamore, ma l'operazione è solo un normale ritocco. I veri problemi vengono dalla nuova tensione sugli spread nell'Eurozona, in particolar modo sul differenziale Bund-Btp

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La decisione di Bank of England di portare i tassi all'1% ha fatto molto parlare. Soprattutto perchè il board ha preso la decisione senza l'unanimità. L'annuncio e le dinamiche dell'operazione hanno sollevato un certo clamore, anche in virtù del fatto che la Boe detiene il 30% del debito inglese.
Tuttavia, il polverone che si è alzato dopo questa decisione è esagerato. Oggi come oggi, il ritocco ai tassi di interesse è quasi una non-notizia, perché il mercato ha già ampiamente scontato in anticipo queste operazioni. Più che altro, a interessare maggiormente è l'entità del rialzo. Ma - non è mai pleonastico puntualizzarlo – fra un incremento di 0,25% e uno di 0,50% c'è ben poca differenza.
Piuttosto, la Old Lady dovrà affrontare l'ondata di inflazione salariale che sta investendo la Gran Bretagna, diretta conseguenza della Brexit e della maggior difficoltà per i giovani europei nel candidarsi per un posto di lavoro nei domini di Sua Maestà. In un Paese che, oltretutto, ha un costo della vita davvero molto alto, soprattutto nella capitale e nel sud dell'isola.

Stati Uniti, un coacervo di economie

Su quest'ultimo aspetto, se Londra piange, Washington non ride. Anche in alcune parti degli Stati Uniti i prezzi sono balzati in alto in maniera davvero importante. Una di queste aree è la città di Miami, dove il costo della vita si è rapidamente gonfiato a causa del trasferimento dei nuovi ricchi in Florida. Dinamica che ha portato uno sviluppo abnorme del mercato immobiliare e un'inflazione a due cifre.
Tuttavia, oltre oceano, la forbice fra ricchi e poveri (e fra le aree economicamente più sviluppate) è molto più alta che nella ex madrepatria. Gli Usa sono un mondo molto variegato: Stati come Mississippi o la Georgia sono realtà molto diverse da città come New York o Miami, con sistemi economici differenti fra loro come e più di quelli dei vari Paesi Ue. Ma gli Usa hanno un'integrazione fiscale e anche una lingua sola, aspetti che rendono più semplice una politica comune e la forte mobilità dei cittadini.
Se a Washington qualcosa sembra certo è comunque un rialzo dei tassi maggiore rispetto a quanto avverrà a Londra e, molto probabilmente, a Bruxelles: quelli a breve dovrebbero arrivare al 3%, con la curva dei rendimenti dei titoli di stato che si sta già adattando.

Nuovo allarme spread

Fatte le dovute proporzioni, la situazione italiana presenta rischi peggiori rispetto all'inflazione inglese o americana: l'allargamento degli spread Bund-Btp potrebbe tornare a creare parecchi problemi nel nostro Paese. Il titolo di stato tedesco, è vero, si trova particolarmente sotto pressione, ma rende comunque soltanto l'1%. E il debito pubblico italiano, ovviamente, non aiuta a essere ottimisti.
Sembrano di un altro mondo Paesi come il Giappone, che ha il doppio dello stock di debito pubblico italiano ma mantiene un rating AAA e, a differenza di quanto accade altrove, non muove di una virgola i tassi decennali, fermi allo 0,25%. Inflazione o non inflazione.
Invece, il caso italiano è differente, anche perché legato al sistema euro: se esplodessero gli spread, il futuro della nostra moneta tornerebbe a correre molti rischi. Senza poi la certezza che ci sia un nuovo whatever it takes a riequilibrare la situazione.
In questo scenario troneggia l'ipocrisia in certi settori della finanza: mentre gli stati sovrani (e le loro imprese) devono sottostare alle sanzioni, i fondi hedge che hanno sede nei paradisi fiscali – quegli stessi fondi che, per inciso, creano problemi sugli spread e “giocano” sulla vita di cittadini e popoli - fanno quello che vogliono. E commerciano senza alcun problema con la Russia.

Tetto al gas, en attendant Godot

In questo contesto, l'Unione Europea continua a discutere (ormai da settimane) sul tetto al prezzo del gas. E non giunge a un accordo. È proprio il caso di dirlo, con le parole di Tito Livio: dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. In questo caso è a Bruxelles che si parla, ma poco cambia. Ci sono Paesi membri a cui fermare l'impennata del gas non conviene, e il diritto di veto li tutela. Un istituto vecchio, pensato quando i membri della vecchia Comunità Europea erano pochi, ora è in grado di paralizzare una decisione così importante. E gli sforzi di paesi come Germania e Francia per ammorbidirlo sono stati finora vani.
Non tutto il male, però, viene per nuocere. Perché a servirsi (almeno per ora) del diritto di veto è anche il governo ungherese, contrario all'embargo totale sul petrolio russo. Una decisione, quest'ultima, che potrebbe rivelarsi un assist a porta vuota per la recessione e favorire l'impoverimento di molti cittadini. Oltre a rivelarsi completamente ipocrita. Trovare un paese esportatore di petrolio che rispetti gli standard etici è una vera impresa. Se si dovesse stabilire un embargo per tutti gli Stati che violano i diritti umani – è stato sottolineato da più parti - acquisteremmo solo greggio norvegese. E l'economia collasserebbe in gran parte d'Europa.

Il picco sembra vicino

A frenare i venti di crisi sono le trimestrali, che settimana dopo settimana vengono diffuse dalle aziende. In media, i dati non sono negativi e ci mostrano anche ottime performance – ultima in ordine cronologico quella di Pfizer.
Per l'azienda farmaceutica, spinta dai vaccini anti-Covid, le previsioni a breve termine sono di un riassestamento sul basso. Ma ciò non è affatto detto: se a ottobre si riproponesse la necessità di organizzare una nuova vaccinazione di massa, l'azienda di New York potrebbe trovare una nuova spinta verso un bilancio molto positivo.
Le trimestrali non hanno deluso, ma il mercato azionario fa ancora fatica, soprattutto considerando i titoli tecnologici. Da inizio anno l'indice S&P500 è calato del 17%, mentre il Nasdaq 100 è sceso del 26,14%. E questo indice potrebbe calare ancora: vale ancora il doppio rispetto al 31 dicembre 2017 ed è semplicemente rientrato da eccessi incredibili. Non sembra però così lontano il momento in cui sarà conveniente entrare in questo mercato.
Per le materie prime, invece, sembra arrivata la fine della folle corsa verso l'alto. Il petrolio si è stabilizzato sui 100 dollari, l'alluminio è calato del 10% e persino l'oro è sceso di 50 dollari. Dimostrando con questo di aver perso da tempo la sua natura difensiva, anche se è una delle poche asset class ancora positive.
Per il resto – rimanendo nel campo degli asset “difensivi” o supposti tali – il mondo delle criptovalute continua a calare, e persino il franco svizzero ha perso il 2%, avvicinandosi dopo molti anni alla parità con il dollaro.
Oggi, orientarsi sul breve è davvero molto difficile. Alcuni subordinati bancari rendono il 7% (ma non sono acquistabili dal mercato retail), ci sono titoli sul mercato italiano con un dividendo del 4,5% ed Eurostoxx è vicino al 3,20%. Mentre spuntano altre opportunità molto simili. Ma, se si ha un po' di tempo e pazienza, è meglio prevedere investimenti a più lungo termine. La guerra rende più alto il rischio azionario; se però eviteremo la recessione, il mercato difficilmente scenderà ancora.


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