La nuova crisi del debito affossa le Borse

Lo spread torna a decollare, ma la risposta della Bce è stata fino ad ora timida, incerta e confusa. Mentre scriviamo è in corso un meeting straordinario dell'Eurotower in cui finalmente si dovrebbero prendere decisioni che mettano fine alla vergognosa speculazione partita da oltreoceano sui titoli di stato italiani... Intanto, l'addio alle auto endotermiche potrebbe portare nuova benzina sul fuoco

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Fino a martedì sera il livello raggiunto dallo spread Btp-Bund diventava ogni giorno sempre più preoccupante, con il Btp italiano che a metà febbraio rendeva lo 0,5%, mentre martedì sera si era spinto al 4,36%. Ciò significava un costo futuro in conto interessi assolutamente insostenibile per lo stato italiano, vista anche l’attuale congiuntura economica.
Ricordiamolo: se l'Italia si incamminasse sui passi di uno scenario greco, rischierebbe di saltare tutto. Quindi tre sono le strade percorribili: o la Bce interviene in maniera decida e convincente, o entro qualche mese l’Italia si mette nelle mani della troika (Dio ce ne scampi…) con conseguente default tecnico e rinegoziazione del nostro debito pubblico, oppure il nostro paese esce dall’euro. Tertium non datur.
Siccome pensiamo di far parte ancora di un mondo razionale, il costo minore per tutti (tedeschi e Paesi del Nord Europa compresi) è l'intervento pesante della Bce per riportare lo spread a livelli ragionevoli. Anche perché le enormi perdite che si sono avute sui titoli di stato da inizio anno sono state ancora più elevate sulle obbligazioni societarie. E quindi il rifinanziamento di molte società potrebbe diventare troppo oneroso.
Insomma, sono in gioco un’altra volta (come spesso avevamo ripetuto nel corso degli ultimi mesi) il futuro della nostra moneta, quello dell’Europa per come la conosciamo oggi e la sopravvivenza di molte aziende. Certo varrebbe anche la pena che i politici europei si facessero qualche domanda su come l’economia del nostro continente è stata gestita negli ultimi 20 anni.
Nel 2007, prima dello scoppio della bolla dei subprime, il pil europeo era quasi pari a quello americano, oggi è pari al 60%. Quindi negli Usa c’è stata un’enorme creazione di ricchezza, mentre le politiche di austerity europea hanno avuto l’effetto di distruggere o mettere in seria difficoltà la classe media.

Bce, timida e indecisa
Per quello che sta accadendo sui mercati mentre scriviamo, lo scenario sembra (speriamo) qualcosa di simile al "whatever it takes". Finalmente si sta comprendendo che i mercati, in questa orrenda partita di poker che è cominciata, stanno cercando di capire se la Banca Centrale Europea sia seriamente intenzionata a riportare la calma o se invece, come alcune improvvide dichiarazioni di Christine Lagarde hanno fatto intravedere, quello della Bce sia un bluff.
A oggi questa indecisione sulla minaccia-spread è più preoccupante rispetto all'aumento dei tassi (che sarà di modesta entità) e alla sbandierata fine di quantitative easing e operazioni di rifinanziamento a lungo termine, i cosiddetti Tltro.
Perché, anche se il cambio di rotta venisse definitivamente introdotto, non avverrebbe certo dall'oggi al domani. E, oltretutto, non sancirebbe lo stop definitivo agli acquisti, diminuendo semplicemente la quantità degli approvvigionamenti.

Un orso si aggira per l'Europa
La timidezza della Bce ha spaventato i mercati, causando una chiusura da incubo per le Borse del nostro continente (soprattutto per Piazza Affari, che venerdì ha perso il 5% in una sola seduta). L'onda lunga è proseguita anche lunedì, e si è accompagnata al pessimismo europeo (e americano) sui rialzi dei tassi.
In generale, la preoccupazione si è saldata con le ormai consuete preoccupazioni legate a inflazione e guerra. Ed è tornata a rivedere al ribasso tutta la componente tecnologica, che da inizio anno ha perso circa il 30%.
Giornate da tregenda, dunque. Che però permettono agli investitori di comprare “a sconto” rispetto ai prezzi di tre mesi fa. Le discese forti si trasformano, nel medio termine, in opportunità di acquisto.
L'avvertenza è sempre quella: entrare nel momento giusto, non investire tutto subito e ragionare a medio termine, accettando volatilità e perdite momentanee in un orizzonte temporale di almeno cinque anni.

Auto a benzina, verso l'addio
In un'Europa attraversata da una serie di crisi (economica, inflattiva con guerra in Ucraina e spread alle stelle), una ricorrenza renderà vividi i ricordi di molte persone: il prossimo 18 giugno Paul McCartney raggiungerà il traguardo degli 80 anni. Il compleanno di una delle più grandi icone evergreen della gioventù di tutto il mondo riporta indietro varie generazioni a tempi più felici.
Anche per l'economia. Quella inglese, che fu rilanciata dalla tassazione legata proprio alla vendita dei dischi dei Beatles. E anche quella italiana, che negli anni Sessanta ha vissuto il miracolo economico. A dare una forte spinta al boom tricolore, è bene ricordarlo, aveva contribuito anche la diffusione delle utilitarie, che ha cambiato il nostro modo di spostarci, regalando libertà di movimento a persone di tutti i ceti sociali.
Tutto questo potrebbe finire presto. Come ampiamente riportato dai giornali, il parlamento europeo ha infatti deciso di vietare le vendite di auto endotermiche dal 2035. Una data che sembra remota, ma corrisponde a meno di 13 anni da ora. Praticamente domani.
Che cosa succederebbe se il provvedimento venisse confermato? Semplice: famiglie e aziende sarebbero costrette ad acquistare vetture più care, basate su un sistema di rifornimento allo stato attuale poco pratico e non meno inquinanti, se andiamo oltre il mero parametro delle emissioni.
Ma soprattutto, una delle maggiori industrie europee sarebbe smantellata e letteralmente consegnata alla Cina, che produce l'80% della mobilità elettrica.
Perderemmo anche molti posti di lavoro. E non nel 2035, ma oggi. La riconversione di un'industria non si organizza in pochi mesi, ma in anni. E lo sviluppo di progetti legati ai combustibili fossili sarebbe interrotto in breve tempo: nessuno avrebbe più interesse a investire in un comparto senza alcun futuro a medio-lungo termine.
Risultato? Licenziamenti da subito. Solo la componentistica italiana, che vale 100.000 posti di lavoro, si distruggerebbe in poco tempo.
Abbiamo utilizzato i condizionali perché le bocce non sono ancora ferme. A opporsi, e anche in maniera decisa, sono i produttori di auto francesi e tedeschi, che hanno già rilasciato dichiarazioni al vetriolo. Questo blocco, a cui potrebbero unirsi anche gli italiani, dovrà puntare a influire sull'ultima fase della direttiva, e cioè la parte in cui avverrà la negoziazione fra stati. E ottenere ben più di quanto proposto dal Partito Popolare Europeo, che ha suggerito di mantenere un 10% di produzione endotermica. Percentuale che, va da sé, avrebbe un impatto del tutto trascurabile sul futuro di un'industria dall'importanza colossale.

Su il petrolio
L'annuncio della direttiva sullo stop alle auto tradizionali ha creato preoccupazioni all'economia, ma non ha influito minimamente sul caro-petrolio. Uno tsunami che sembra inarrestabile, e che non è stato scalfito neppure dal nuovo, possibile lockdown di Shanghai. A tenere alto il greggio, il nuovo alt all'accordo nucleare iraniano, gli scioperi negli stabilimenti di estrazione in Norvegia e l'attendismo dell'Opec. Ma soprattutto la forte componente speculativa, che, come abbiamo visto più volte, è la vera molla che fa schizzare il greggio a livelli molto alti.
Ancora una volta, sono i cittadini comuni e le aziende a pagarne le conseguenze. In Italia il prezzo medio della benzina è tornato sopra i 2 euro, mentre è già partito il conto alla rovescia per l'8 luglio, data in cui è prevista la fine dello sconto sulle accise. Se i prezzi dovessero mantenersi così alti, il prolungamento di questa riduzione sembra pressoché scontato; tuttavia, è difficile che se ne aggiunga un altro, in grado di riportare il carburante sotto quota 1,80.
Insomma: ci troviamo in una strada senza uscita. E, indipendentemente dalle future oscillazioni del greggio, saremo comunque soggetti alla speculazione finché le materie prime resteranno così "finanziarizzate".
C'è modo di fermarla? Assolutamente no, a meno che le istituzioni di tutto il mondo decidano di farlo. Eventualità impossibile, data la sicura opposizione del mondo angloamericano a questa soluzione.
In alternativa, solo accordi individuali fra fornitori di petrolio e acquirenti potrebbero fare la differenza. Un esempio è ciò che sta avvenendo con l'India: recentemente, la Russia è diventata il maggior esportatore di petrolio per Nuova Delhi. A cui, oltretutto, vende il greggio a prezzi molto ridotti (tra i 70 e gli 80 dollari). Naturalmente, in epoca di sanzioni, un simile modello per l'Europa è pura fantascienza.


BCE, arriva un supporto per il debito italiano?

La riunione dell'Eurotower, prevista per il 9 giugno, dovrebbe dire in maniera più precisa cosa la Banca Centrale europea intenda fare sui tassi, in che tempi e in quali modalità. Possibili anche alcuni provvedimenti per sostenere l'economia dell'Eurozona e contenere gli spread

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

È ormai imminente la riunione della Bce, che dovrebbe decidere il rialzo del tasso di riferimento dopo dieci anni e il sostegno all'economia dell'Eurozona. E (forse) al debito di alcuni paesi, tra cui l'Italia.
Questa indiscrezione, filtrata sul Financial Times, ha fatto rifiatare leggermente i Btp, in un contesto più ampio di sollievo dei mercati. Riteniamo necessario che la Banca Centrale faccia capire in modo chiaro ai mercati che non è disposta a tollerare ulteriori allargamenti degli spread. Altrimenti, il rischio che si ritorni a una situazione simile al 2011 potrebbe diventare una realtà concreta e la sopravvivenza dell’euro di nuovo messa a repentaglio. Vale la pena di ricordare che ci sono miliardi di dollari provenienti dal mondo anglosassone e americano pronti a forzare la mano per cercare di fare profitti enormi dal caos che ne seguirebbe. È inutile parlare di Europa e di coesione europea se il “problema dello spread” non viene affrontato e risolto una volta per tutte. Tuttavia, ci sembra ancora presto perché una simile presa di posizione trovi consenso e attuazione.
È quindi presto per prevedere un andamento positivo e di conseguenza i mercati continuano a rivelarsi nervosi e incerti.

“Scusate, mi sono sbagliata”

L'incognita maggiore resta, naturalmente, l'inflazione, che ultimamente è stata protagonista di prese di posizione pubbliche da parte delle massime autorità monetarie mondiali.
Dopo gli economisti della Bce, infatti, a scusarsi con i cittadini è stata Janet Yellen. Il segretario al Tesoro americano ed ex presidente Fed ha apertamente affermato di aver sbagliato previsioni sull’inflazione e di non aver compreso la natura apparentemente strutturale (e non provvisoria) del fenomeno.
Il tema, in realtà, è molto complesso. L'inflazione è stata incubata con il Covid, in un momento di strozzatura nell'offerta, quando il lockdown aveva creato problematiche relative alle consegne e ai consumi.
Poi è avvenuta la ripartenza, con un'accelerazione che ha spinto in alto il prezzo dei beni. La componente speculativa molto forte ha fatto il resto, soprattutto per quanto riguarda le materie prime.
Le banche centrali, da parte loro, hanno insistito a lungo sulla natura transitoria dell'inflazione. Una previsione non illogica se si osserva la situazione con un arco temporale di uno o due anni. Ma un'analisi assolutamente azzardata se si allarga l'orizzonte a cinque anni. Bce e Fed avrebbero dovuto perlomeno prendere in considerazione questa eventualità, soprattutto in una fase di incertezza (e di deglobalizzazione) come quella che stiamo vivendo.
I segnali che suggerivano la possibilità di una fase inflattiva più lunga del previsto erano chiari anche prima dello scoppio della guerra. Il conflitto e le sanzioni non hanno fatto che peggiorare una situazione già molto precaria.
Per questo, le scuse di Bce e Fed dovrebbero essere (molto cortesemente) rinviate ai rispettivi mittenti. Non tanto per non aver previsto l'inflazione a lungo termine, ma perché le due principali banche centrali del mondo continuano a non capire l'origine del problema.

“… e il petrolio si impenna”

Parlavamo del lockdown e della strozzatura di produzione e consumi. Il problema aveva coinvolto in modo eclatante anche il petrolio, crollato nell'aprile 2020 a 5 dollari al barile, con le trivelle ferme e lo stop alla domanda di carburante in varie parti del mondo.
Ora, a poco più di due anni, l'oro nero veleggia a quota 120 e non vuole dare segni di ritorno a una quota più accettabile.
A spingere il rialzo del greggio sono anche le decisioni politiche prese dalle autorità europee e i commenti che le accompagnano. Un esempio su tutti, il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia: arriva l'annuncio ufficiale... “e il petrolio si impenna”, come recitava un noto caratterista della televisione anni Novanta.
Il risultato: non sappiamo quanto il sesto pacchetto farà male alla Russia, ma ha già portato nuovo scompiglio in Europa. Il motivo è semplice: l'embargo non tocca le forniture via oleodotti, salvaguardando così gli interessi della Germania, che ha mandato l'Ungheria in avanscoperta per evitare l'estensione del provvedimento. La sanzione è limitata all'attività delle petroliere russe, che però già hanno trovato la soluzione: cedere i barili a navi neutrali, che poi le rivenderanno a terzi. Ovviamente a prezzi maggiorati.
È quindi l'Europa a uscirne con le ossa rotte, mentre la Russia manterrà quasi inalterata la vendita di petrolio. E potrà addirittura approfittare del rialzo del suo prezzo, a cui hanno contribuito anche l'approvazione dell'embargo e le comunicazioni decisamente dilettantesche da parte dell'Ue.
Neppure la decisione dell'Opec+ di aumentare la produzione (da 432.000 a 648.000 barili al giorno) è riuscita a fermare la crescita del greggio.
In questo caso, il vero dato da capire è se l'aumento dei prezzi sia legato a un eccesso di domanda, a una scarsità di offerta o a un'enorme speculazione. Sembra che la spiegazione più probabile sia la terza: un business senza freni, che continua a creare danni alla filiera produttiva. E alla gente comune.
Come se non bastasse, è arrivata la nota di Goldman Sachs che vede il petrolio a 140 dollari entro fine estate. Vale la pena di ricordare che nel 2008, sempre di questi periodi mentre già i mercati stavano incominciando a scontare la crisi dei subprime e appena prima del fallimento di Lehman, sempre Goldman Sachs aveva vaticinato un petrolio a 200 dollari, sostenendo in modo piuttosto ridicolo che tale prezzo non avrebbe creato problemi all’economia in generale. Quattro mesi dopo (a novembre), il petrolio precipitò sotti i 30 dollari.
Ogni tanto avere una memoria d’elefante ha i suoi pregi...

Emergenza dumping

Il rincaro del petrolio e, in generale, delle materie prime colpisce i consumatori di tutto il mondo. E quelli italiani ancora di più. Perché, oltre a soffrire di crisi Covid e guerra, il nostro paese è l'unico in Europa che ha visto diminuire gli stipendi dal 1990 a oggi. Impietosi i numeri Eurostat: il dato italiano fa registrare un -2,9%; la realtà più vicina è la Spagna, con un +6,2%, mentre Francia e Germania (e persino la Grecia) superano il +30%.
Sono molti i motivi di questa non invidiabile “maglia nera” italiana: il vortice di dumping salariale che non sembra arrestarsi; l'organizzazione poco lusinghiera dei fenomeni migratori, che ha contribuito ad abbassare il costo del lavoro; chi ha approfittato senza ritegno di una situazione in peggioramento.
Ma il fenomeno ha radici più antiche. Tutto inizia negli anni 2000, con la cattiva gestione del passaggio lira-euro. Il raddoppio dei prezzi che ha contraddistinto i primi anni della nuova moneta ha contribuito a impoverire la classe media, rendendo impraticabili spese (come la retta di una scuola privata) che una volta erano a portata di mano per chiunque,
L'onda lunga dell'esplosione dei costi è poi andata a unirsi, come in uno tsunami, alla crisi del 2008-2011. Il termine spread è diventato di uso comune e ha iniziato a spaventare famiglie e imprese: prima dell'introduzione dell'euro, i rendimenti più alti del BTP compensavano nel medio termine i rendimenti dei Bund tedeschi nonostante le ripetute svalutazioni della lira. Ovvero: in un arco temporale ragionevole i detentori di marchi tedeschi o lire italiane investiti in titoli decennali avevano alla fine gli stessi soldi. C’era quindi un equilibrio che ora si è perso e ha lasciato spazio all'incubo dei differenziali.
I dati sull’occupazione giovanile e sui livelli retributivi in Italia sono sconfortanti e lasciano poco spazio alla speranza, cosicché molti ragazzi sono costretti a emigrare all'estero.
Un esempio di segno contrario viene dagli Stati Uniti, dove nel solo mese di maggio sono stati creati 390.000 posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione fermo al 3,6%. La buona situazione americana riflette anche le politiche volte a favorire il rientro delle aziende statunitensi dalla delocalizzazione, che hanno creato in pochi anni molte opportunità. E che dovrebbero essere prese in considerazione anche alle nostre latitudini. La speranza è l’ultima a morire. Ma, visto il livello delle discussioni e dei provvedimenti presi negli ultimi anni dalla commissione europea e dal parlamento, c’è poco da stare allegri e sereni…


E' l'inflazione, bellezza

In Giappone, il costo di una porzione di sushi aumenterà per la prima volta dagli anni Ottanta. La notizia rappresenta il classico esempio di come l'aumento dei prezzi non risparmi davvero nessun paese del mondo. Abbattendo le comfort zone che ci eravamo costruiti negli anni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

In Giappone, per la prima volta dagli anni Ottanta, aumenterà il prezzo del sushi, tradizionalmente bloccato a 100 yen a porzione (poco più di 0,70 euro al cambio attuale). La notizia non deve essere archiviata come la classica nota di colore: al contrario, è un chiaro esempio di come l'inflazione stia abbattendo tutte le comfort zone che ci eravamo costruiti. Anche quelle che sembravano più inattaccabili.
Ogni economia, certamente, ha le sue dinamiche: il Giappone, per esempio, sconta – oltre alle conseguenze della guerra russo-ucraina – anche il calo dello yen e il boom di consumo di pesce in tutto il pianeta. Tuttavia, il refrain è comune per tutti, nessuno escluso.
Lo conferma un esempio più vicino a noi: da inizio anno, in vari bar del centro di Milano, la classica combinazione cappuccino-brioche è aumentata in media tre volte, facendo registrare impennate fino al 20%. Questi costi aggiuntivi, alla lunga, gravano in maniera pesante sui consumatori. O sugli esercizi commerciali, qualora i clienti preferiscano stringere i cordoni della borsa e consumare un po' di meno, per mantenere inalterati gli esborsi al bar o in negozio.

La Bce alza i tassi

Se i consumatori devono far quadrare i bilanci familiari, le banche centrali sono costantemente assillate dal “solito” dubbio amletico: alzare o non alzare i tassi? Alla fine, chi più chi meno, quasi tutte hanno deciso di introdurre ritocchi verso l'alto, anche se ben lontani dall'inflazione reale.
Ultima in ordine di tempo la Bce, che potrebbe aver trovato il compromesso tra i “falchi”, guidati dal governatore della Banca centrale olandese Klaas Knot, e le “colombe”. I primi puntavano a un aumento dello 0,50%, i secondi cercavano di limitarli allo 0,25%. Alla fine si dovrebbe arrivare sì al +0,50%, ma con due aumenti dello 0,25% in tempi diversi.
La decisione riceverà la sua investitura ufficiale nel corso della riunione Bce del 9 giugno. Ma possiamo già affermare che, in un contesto come quello attuale, sono limitati gli impatti fra un ritocco dello 0,25% e uno dello 0,50%: entrambi gli interventi rimarranno ben sotto i livelli reali di inflazione. A soffrire un po' di più saranno i richiedenti prestito che intendono sottoscrivere un mutuo a lungo termine; per il resto, l'intervento avrà portata limitata.
In ogni caso è difficile presumere che si possa fermare questo tipo di inflazione con un rialzo dei tassi. Soprattutto se la situazione è innescata da un rincaro delle materie prime, che sta erodendo il potere d'acquisto nei consumatori (americani, ma soprattutto europei) e rischia di trascinare l'intero pianeta in recessione.

Ancora sanzioni

In Europa, la situazione è aggravata dalle sanzioni crescenti nei confronti della Russia: il sesto pacchetto, se entrerà in vigore, ci priverà da fine anno anche del petrolio russo in arrivo via mare (non, quindi, quello che transita dagli oleodotti).
Se a fine anno l'accordo trovasse applicazione, per l’economia italiana potrebbe esserci un impatto molto rilevante. L'Ungheria ha infatti ottenuto la dispensa dall'embargo e la Germania ha chiesto una dilazione del provvedimento (mentre il nostro paese ha preferito non farlo).
Il compromesso che ne è derivato come prima conseguenza ha provocato l’aumento del prezzo del petrolio fino a 120 dollari al barile. Se il trend proseguisse, l'intervento italiano sulle accise, anche se ulteriormente prolungato, rischierebbe di non bastare più.
A soffrirne saranno – ça va sans dire – famiglie ed aziende: zero contributi sono giunti alle imprese colpite dalle sanzioni, oltre che zero aiuti ai paesi più in difficoltà a causa dei pacchetti finora approvati (e cioè Italia e Germania – quest'ultima alle prese con inediti problemi di finanza privata).
A questo si aggiunge la crisi del grano: se le parti non trovassero un accordo per lo sblocco delle materie prime agricole ucraine, varie aree del pianeta (prima tra tutti l'Africa del nord) rischierebbero non solo la crisi, ma addirittura la fame. Sarebbe opportuno che, prima di qualsiasi altro intervento, le diplomazie concedessero priorità alle trattative per un cessate il fuoco e a interventi urgenti per il transito del grano. Diversamente, si rischierebbe una vera e propria catastrofe umanitaria nei paesi più poveri.

Acquisto di attività: verso lo stop?

ICon il rialzo dei tassi, la Bce potrebbe anche fermare definitivamente il programma di acquisto di attività. Un'iniziativa che, se davvero attuata, si rivelerebbe molto rischiosa, soprattutto perché favorirebbe l'aumento incontrollato degli spread. Mettendo nuovamente in pericolo la moneta unica.
Ricordiamo che il compito della Bce è sì quello di contenere l'inflazione, ma ancor prima è quello di mantenere l'euro in sicurezza. E una delle condizioni necessarie per farlo è contenere i differenziali fra i vari titoli di stato. Se l'Eurotower fallisse in questo suo compito, si aprirebbero le porte per gli affaristi senza scrupoli, quelli in grado di guadagnare cifre enormi nel caso in cui l'euro saltasse. La globalizzazione della finanza permette a uno speculatore di mettere in ginocchio intere economie, e non da oggi. Correva il “lontano” 1992 quando un'operazione di George Soros e altri affaristi costrinse la sterlina inglese e la lira italiana a svalutare e abbandonare lo Sme, creando gravi perdite al tesoro di due stati sovrani.

Rimbalzo made in Usa

Intanto, mentre l'euro sta pian piano risalendo la china sul dollaro, le Borse americane hanno fermato la corsa verso il basso, che le aveva portate a stabilire vari record negativi. Il Nasdaq, in particolare, ha registrato un rimbalzo superiore al 5% nell’ultima settimana e questo era abbastanza prevedibile. Quando i mercati calano per così lungo tempo, un recupero – seppur temporaneo - è abbastanza probabile. Come recita la classica teoria della “pallina da tennis”: più alta è la velocità di caduta, più ampio sarà il primo rimbalzo.
L'inversione a U dipende essenzialmente da questa dinamica, più che da un presunto ottimismo per gli spiragli di trattativa che sono filtrati fra le parti in conflitto. Anche perché le posizioni russe e quelle ucraino-americane sono, finora, troppo distanti tra di loro per far sperare in un compromesso che fermi la guerra.

Stati Uniti, bolla immobiliare in vista?

Sempre dagli Stati Uniti giungono segnali di allarme sul boom del mercato immobiliare: tradizionalmente, il verificarsi di una dinamica di questo tipo ha spesso portato gli Usa alla recessione. Ma non sembra questo il caso, dato che si iniziano a registrare segni di frenata a New York e in California – due dei quattro stati che trainano il real estate americano.
La corsa prosegue solo in Texas e in Florida, principalmente per la bassa fiscalità di questi due stati, che hanno portato aziende e cittadini a eleggerli come zona di residenza.

La Russia ferma le banche italiane

A casa nostra si registrano le restrizioni decise dal governo russo nei confronti dei conti correnti Unicredit e Intesa Sanpaolo. Finora, la situazione è molto fluida e rende difficile avventurarsi in commenti e previsioni. Si può solo affermare che l'improvvisa misura di Mosca non dovrebbe peggiorare le valutazioni dei titoli delle due banche. Anche perché il settore creditizio sarà quasi sicuramente spinto in alto dal rialzo dei tassi, che dovrebbe compensare pienamente la forte esposizione delle due big italiane nei confronti della Russia.
È quindi bene seguire con attenzione i titoli bancari, proprio in previsione della crescita del costo del denaro. Più a breve termine, a rivelarsi abbastanza interessante per chi vuole entrare sul mercato è il settore petrolifero europeo, ancora indietro rispetto ai prezzi mondiali del greggio.
Oggi è comunque consigliabile una certa cautela: per chi vuole investire, il consiglio è di non mettere tutte le fiches sul tavolo, ma solo una parte: il mercato è infatti ancora volatile, e la prudenza è più che mai d'obbligo.

 

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La volatilità è ancora protagonista

Inflazione, guerra, aumento delle materie prime e pandemia dominano ancora i mercati. E rendono gli investitori cauti e timorosi. Mentre lo spread torna sopra quota 200.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La volatilità domina ancora sui mercati. E gli investitori restano cauti, timorosi, in attesa di avere le idee più chiare sul prossimo trend dei listini. Mentre non accennano a dissolversi le quattro principali cause dell'incertezza – e cioè inflazione, guerra, forte aumento dei prezzi dell'energia e pandemia, con annesso lockdown cinese. A questo proposito, si parla di un imminente ammorbidimento delle restrizioni a Shanghai, che potrebbe portare a un alleggerimento della volatilità sui mercati; tuttavia, il problema potrebbe ripresentarsi in un'altra area del Paese.
Molti dubbi anche sul fronte tassi, dato che i rialzi, almeno finora, sono stati annunciati, ma non ancora applicati: la Fed dovrebbe arrivare al 3% entro fine anno, mentre è ancora nebbia sul futuro del tasso Bce, per ora fermo allo 0%.

Il rimbalzo che non c'è

In generale, i dati di mercato restano critici e anche le previsioni ottimistiche sono state smentite: per venerdì scorso ci si aspettava un rimbalzo, che invece non è avvenuto. Solo un lieve e poco incisivo scostamento.
In particolare, negli Stati Uniti ha influito un'ondata di trimestrali deludenti, guidate dai risultati poco soddisfacenti ottenuti da Walmart.
E così il Dow Jones ha chiuso l'ottava settimana consecutiva in ribasso: non accadeva dal 1932. A Wall Street, da inizio anno, l'indice S&P500 ha perso oltre il 18%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno quasi il 30%, dopo aver chiuso una nuova settimana in negativo (sono sette consecutive, come non succedeva da marzo 2001).

Gestori divisi

I timori di un crollo della Borsa americana sono abbastanza forti, anche se finora non ci sono stati segnali di panic selling. I gestori sono divisi sulle previsioni per il futuro: c'è spazio anche per i meno pessimisti, che vedono imminente il picco negativo, con una successiva ripresa. Gli ottimisti possono sperare che questa settimana si possa fermare il ciclo ribassista e bloccare un nuovo record negativo.
Uno scenario meno probabile per i titoli tecnologici, che probabilmente proseguiranno il loro assestamento in basso, a livelli più consoni al loro reale valore. E' caduto un nuovo titolo Nasdaq: dopo Amazon e Apple, il protagonista negativo è stato Snapchat, calato di oltre il 40% questo martedì.

Alt al dollaro

In questo contesto l'oro appare particolarmente volatile, sceso a circa 1.800 dollari l'oncia la scorsa settimana per poi recuperare parzialmente all’avvio di questa settimana: i rumours sulla possibile vendita di metallo giallo da parte delle banche centrali fanno temere un decremento abbastanza rilevante, confermando che il ruolo dell'oro come bene rifugio appartiene al passato. Sembra finita anche la rincorsa del dollaro sull'euro: il biglietto verde è arretrato a 1,07, e potrebbe tornare presto oltre la soglia psicologica di 1,08.
I bitcoin, da parte loro, sono ancora in una fase molto tribolata: dopo aver superato l'asticella dei 30.000 dollari, la principale valuta virtuale è tornata a scendere. Impossibile ora prevedere se la cryptomoneta sia pronta per un pur parziale recupero o soggetta a nuovi ribassi.

Il caro-petrolio non ferma il turismo

A salire ancora è invece il petrolio, che ha visto Brent e Wti appaiati, in una situazione di quasi parità, intorno a quota 110.
Il rincaro del greggio impatta su famiglie e imprese di ogni settore produttivo. Anche sul turismo, già colpito dal Covid: i biglietti aerei, a causa del caro-carburante, sono aumentati di molto, in alcuni casi raddoppiati. Eppure, sembra che le prenotazioni di viaggi e vacanze si stiano incrementando in maniera inattesa. Nonostante i rincari, nonostante il minor reddito disponibile da parte dei consumatori, nonostante la carica infettiva di Omicron e delle nuove varianti.
Pare che la voglia di vacanze sia più forte degli ostacoli sul cammino. È quindi tempo per investire nei titoli delle aziende turistiche? Troppo presto per dirlo, anche se i dati sembrano promettenti: è sempre utile considerare i problemi legati alla marginalità di compagnie aeree e aziende turistiche. Occorrerà, dunque, attendere ancora un po' per avere le idee più chiare.

Tasse, verso un nuovo aumento?

In Europa, invece, è lo spread che torna a fare paura: il suo livello è tornato intorno ai 200 punti. Come se non bastasse, il rialzo del differenziale ha portato con sé i moniti della Bce sulla spesa pubblica dei Paesi euro. E, con quello, le sollecitazioni delle autorità comunitarie sull'aumento delle tasse. Sollecitazioni che “magicamente” appaiono dal cilindro non appena lo spread sale.
Sono anni che la Commissione Europea preme per un aumento delle imposte sulla casa in Italia – i cui livelli, tra l'altro, sono già elevatissimi: se il governo cedesse su questo punto, rischierebbe di distruggere il valore del settore immobiliare, già intaccato dall'aumento dei costi.
A proposito di Unione Europea, è recente l'idea di rendere obbligatori i pannelli solari su tutti i fabbricati. È lecito l’auspicio che, qualora ciò avvenga, sia posta molta attenzione all’impatto sugli immobili storici, che in Italia e in Europa abbondano e contribuiscono a rendere uniche e inimitabili le nostre città.
Al contempo, potrebbe essere auspicabile sostenere economicamente la transizione verso le energie rinnovabili da parte dei privati.
In questo momento storico resta sempre il dubbio: è lecito anteporre la scelta ecologica a qualsiasi altra considerazione, sanzioni comprese? O è meglio svincolarci del tutto del gas russo, magari riaprendo le centrali a carbone fino a ieri ritenute letali per il futuro del pianeta? Il primo scenario imporrebbe una scelta di Realpolitik, il secondo porterebbe ulteriori rincari a famiglie già duramente colpite dall’inflazione.
Tutto questo in uno scenario che vede, in un trend di strutturale decremento demografico, aumentare la disoccupazione giovanile e crescere il numero dei cosiddetti Neet, cioè i cittadini fra i 15 e i 30 anni che non studiano, né lavorano. Il che è davvero preoccupante, dato che stiamo parlando dei lavoratori del futuro.
Finché gli attuali over 60 saranno in grado di intervenire e sostenere figli e nipoti, questo allarme rimarrà sotto controllo. Ma con il passare degli anni i problemi sociali prima o poi emergeranno, anche alla luce del crescente dumping salariale e della precarietà ormai eretta a sistema. E la soluzione sarà davvero difficile.

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Criptovalute: un crollo annunciato?

Dopo il tracollo della stablecoin Terra, le monete virtuali hanno perso circa il 30% del loro valore in meno di una settimana. Difficile prevedere se il settore si riprenderà: resta il dilemma se questi asset debbano passare sotto il vaglio di una nuova regolamentazione

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Non accenna a placarsi la bufera che la scorsa settimana ha colpito le cryptovalute. Spinte dal quasi azzeramento della stablecoin Terra, il cui ancoraggio al dollaro non ha evitato il crollo, le monete virtuali sono giunte a lasciare sul terreno circa 200 miliardi di dollari in un solo giorno, mentre il bitcoin – che lo scorso novembre valeva 69.000 dollari – ora si è attestato poco sotto i 30.000, e la scorsa settimana aveva sfondato in basso il muro dei 27.000.
Il calo fortissimo delle crypto ha suscitato reazioni di vario tipo: qualcuno ha sostenuto la fragilità di questi investimenti, qualcun altro ha addossato la responsabilità a una volatilità intrinseca di queste divise, altri ancora hanno parlato di deliberato attacco al bitcoin, colpito “di traverso” tramite un'operazione contro l'ecosistema Terra/Luna.
Difficile capire chi abbia ragione: tutte le teorie restano speculazioni, anche perché non si è ancora arrivati a comprendere la vera natura delle cryptomonete (sono davvero valute? Oppure si tratta di asset finanziari alternativi? O ha ragione chi invoca attenzione verso un grande schema Ponzi?).
Detto questo, il problema è un altro: occorre capire se il crack della scorsa settimana rappresenti l'inizio di un crollo sostenuto del comparto oppure una scossa tellurica forte e violenta, che poi darà spazio a una ripartenza. Certo è che un'eventuale ripresa dovrà fare i conti con l'imminente regolamentazione del settore, già annunciata dalla Gran Bretagna, che sarà probabilmente seguita su questa strada da Unione Europea e Stati Uniti. Le autorità monetarie non possono chiudere gli occhi davanti all'utilizzo che alcune persone e organizzazioni fanno di questi asset, impiegati anche per attività illecite e criminali (una su tutti, il ransomware).
Altro problema che dovrà essere affrontato è l'alta carica inquinante delle cryptomonete: se si sceglie la strada dell'ecologia e dell'Esg, il percorso deve essere coerente, e non solo dove conviene.

Ecologismo a singhiozzo

Ma questo discorso, in questi mesi, non è molto popolare. In un periodo contraddistinto da una spasmodica ricerca di energia che possa sostituire il gas russo, la politica non va più troppo per il sottile in materia di inquinamento. Fino a pochi mesi fa si prefigurava un futuro a emissioni zero, mentre ora si contempla anche la possibilità di riaprire le centrali a carbone. In questa situazione, si pensa anche di attivare nuovamente le miniere italiane messe a riposo.
Se vogliamo evitare ipocrisie di sorta, dobbiamo ammettere che sia sulla transizione ecologica, sia sulle eventuali, nuove sanzioni su petrolio e gas russi i decisori parlano (e deliberano) senza calcolare gli impatti sull'economia reale.
Gran parte dei politici, che ora invitano a un'austerity energetica per poter votare nuove sanzioni, non hanno mai lavorato in azienda. E sanno che il problema non sono i due gradi in meno di aria condizionata, come proclamato da Draghi nella sua ormai famosa boutade, ma la stessa sopravvivenza delle imprese e delle filiere produttive, messe a rischio dai continui cicli di sanzioni approvate dal Parlamento Europeo.

Mala tempora currunt

Perché è sempre più chiaro: questi provvedimenti stanno danneggiando i sanzionatori molto più dei sanzionati. È emblematico il caso di Renault, che perderà 2 miliardi dalla cessione della Lada e dall'abbandono (pur temporaneo) del mercato russo: i danni subiti dall'azienda automobilistica francese saranno molto maggiori di quelli inferti a Mosca. E la possibilità di riacquisto delle quote entro sei anni non cambia la situazione attuale, già resa precaria dai ribassi dell'automotive e dalle impennate continue del petrolio. L'oro nero è ormai oltre quota 110 e potrebbe salire ancora, provocando effetti devastanti sui consumatori.
Nel mondo occidentale, il caro-petrolio danneggerebbe soprattutto i consumatori americani, meno ricchi e più indebitati rispetto agli europei, oltre che più dipendenti dall'automobile.
Ciò che spaventa di più, però, sono gli impatti del caro-petrolio e del caro-gas sulle materie prime agricole, già sotto pressione per lo stop al grano ucraino. In questo caso, a fare paura non sono tanto gli aumenti dei prezzi in occidente, ma il rischio di un disastro umanitario in Africa e nei paesi non industrializzati.
Uno scenario, questo, che si potrebbe tranquillamente evitare. Per prima cosa, cercando finalmente di fermare la guerra. E poi bloccando, a livello istituzionale, la finanziarizzazione del petrolio. Nello stesso tempo è urgente attivare una catena di solidarietà in grado di evitare conseguenze disastrose su un intero continente.

L'inflazione galoppa

Altre due variabili non fanno dormire sonni tranquilli. In primo luogo, i lockdown cinesi, che creano problemi sulla filiera degli approvvigionamenti e affondano quasi tutte le borse asiatiche, vanificando la sostanziale tenuta di questi mercati in seguito al conflitto russo-ucraino. E poi l'inflazione nel mondo industrializzato, che ha fatto registrare un nuovo rialzo negli Usa; Washington ha fatto registrare un tasso dell'8,3% (lo 0,2% in più rispetto alle previsioni). E non è detto che abbia raggiunto il picco.
Davanti a queste cifre, la Fed può fare ben poco rispetto ai pronostici (e cioè il rialzo dei tassi al 3%): potrà anticipare l'operazione, o magari introdurre piccoli correttivi di uno zero virgola, ma non di più. In altre parole, la Federal Reserve non può permettersi rialzi maggiori. Anche perché l'obiettivo di Jerome Powell è riportare l'inflazione al 2% appena possibile.
Per chi investe in obbligazioni Usa, il risultato è molto semplice: con un'inflazione all'8% e tassi al 3%, il rendimento è del -5%. È il caso di ripeterlo: nonostante la forte volatilità, le azioni continuano a rendere di più rispetto ai bond e ci vorranno anni per recuperare le perdite nell'obbligazionario, se non gestito attivamente all’interno dei portafogli.
Negli Stati Uniti. Ma soprattutto in Europa, dove i forti rimbalzi delle ultime sedute di Borsa hanno invece dato spazio a un certo ottimismo sull'azionario. Troppo presto per capire se si tratti di un normale picco dopo un ribasso molto forte o di una fase di riassestamento: il trading range rimane troppo ampio per poter azzardare giudizi e definire possibili trend. Ma, di questi tempi, non è un risultato da buttare via.

Investimenti assicurativi, una “polizza” per l'investitore

A dare una boccata di ottimismo sono le trimestrali delle aziende, che - imprese tecnologiche a parte - si confermano abbastanza buone e in grado di dare supporto ai mercati. Soprattutto a chi investe nella componente value, che può ricevere ritorni fino al 7% l'anno.
Un settore particolarmente virtuoso è quello assicurativo, che offre un'ottima base difensiva, soprattutto per i buoni dividendi offerti. È pur vero che il comparto in sé non ha grandi margini di crescita; tuttavia, il mondo della polizza offre rendimenti sicuri, pagando mediamente circa il 3,70%, sicuramente meglio rispetto a un'obbligazione. Per questo motivo, investire in azioni di una compagnia assicurativa attualmente potrebbe rivelarsi una delle scelte migliori per chi vuole entrare sul mercato.

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Bank of England, molto rumore per nulla

Il rialzo dei tassi all'1% deciso dalla “Old Lady” ha fatto clamore, ma l'operazione è solo un normale ritocco. I veri problemi vengono dalla nuova tensione sugli spread nell'Eurozona, in particolar modo sul differenziale Bund-Btp

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La decisione di Bank of England di portare i tassi all'1% ha fatto molto parlare. Soprattutto perchè il board ha preso la decisione senza l'unanimità. L'annuncio e le dinamiche dell'operazione hanno sollevato un certo clamore, anche in virtù del fatto che la Boe detiene il 30% del debito inglese.
Tuttavia, il polverone che si è alzato dopo questa decisione è esagerato. Oggi come oggi, il ritocco ai tassi di interesse è quasi una non-notizia, perché il mercato ha già ampiamente scontato in anticipo queste operazioni. Più che altro, a interessare maggiormente è l'entità del rialzo. Ma - non è mai pleonastico puntualizzarlo – fra un incremento di 0,25% e uno di 0,50% c'è ben poca differenza.
Piuttosto, la Old Lady dovrà affrontare l'ondata di inflazione salariale che sta investendo la Gran Bretagna, diretta conseguenza della Brexit e della maggior difficoltà per i giovani europei nel candidarsi per un posto di lavoro nei domini di Sua Maestà. In un Paese che, oltretutto, ha un costo della vita davvero molto alto, soprattutto nella capitale e nel sud dell'isola.

Stati Uniti, un coacervo di economie

Su quest'ultimo aspetto, se Londra piange, Washington non ride. Anche in alcune parti degli Stati Uniti i prezzi sono balzati in alto in maniera davvero importante. Una di queste aree è la città di Miami, dove il costo della vita si è rapidamente gonfiato a causa del trasferimento dei nuovi ricchi in Florida. Dinamica che ha portato uno sviluppo abnorme del mercato immobiliare e un'inflazione a due cifre.
Tuttavia, oltre oceano, la forbice fra ricchi e poveri (e fra le aree economicamente più sviluppate) è molto più alta che nella ex madrepatria. Gli Usa sono un mondo molto variegato: Stati come Mississippi o la Georgia sono realtà molto diverse da città come New York o Miami, con sistemi economici differenti fra loro come e più di quelli dei vari Paesi Ue. Ma gli Usa hanno un'integrazione fiscale e anche una lingua sola, aspetti che rendono più semplice una politica comune e la forte mobilità dei cittadini.
Se a Washington qualcosa sembra certo è comunque un rialzo dei tassi maggiore rispetto a quanto avverrà a Londra e, molto probabilmente, a Bruxelles: quelli a breve dovrebbero arrivare al 3%, con la curva dei rendimenti dei titoli di stato che si sta già adattando.

Nuovo allarme spread

Fatte le dovute proporzioni, la situazione italiana presenta rischi peggiori rispetto all'inflazione inglese o americana: l'allargamento degli spread Bund-Btp potrebbe tornare a creare parecchi problemi nel nostro Paese. Il titolo di stato tedesco, è vero, si trova particolarmente sotto pressione, ma rende comunque soltanto l'1%. E il debito pubblico italiano, ovviamente, non aiuta a essere ottimisti.
Sembrano di un altro mondo Paesi come il Giappone, che ha il doppio dello stock di debito pubblico italiano ma mantiene un rating AAA e, a differenza di quanto accade altrove, non muove di una virgola i tassi decennali, fermi allo 0,25%. Inflazione o non inflazione.
Invece, il caso italiano è differente, anche perché legato al sistema euro: se esplodessero gli spread, il futuro della nostra moneta tornerebbe a correre molti rischi. Senza poi la certezza che ci sia un nuovo whatever it takes a riequilibrare la situazione.
In questo scenario troneggia l'ipocrisia in certi settori della finanza: mentre gli stati sovrani (e le loro imprese) devono sottostare alle sanzioni, i fondi hedge che hanno sede nei paradisi fiscali – quegli stessi fondi che, per inciso, creano problemi sugli spread e “giocano” sulla vita di cittadini e popoli - fanno quello che vogliono. E commerciano senza alcun problema con la Russia.

Tetto al gas, en attendant Godot

In questo contesto, l'Unione Europea continua a discutere (ormai da settimane) sul tetto al prezzo del gas. E non giunge a un accordo. È proprio il caso di dirlo, con le parole di Tito Livio: dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. In questo caso è a Bruxelles che si parla, ma poco cambia. Ci sono Paesi membri a cui fermare l'impennata del gas non conviene, e il diritto di veto li tutela. Un istituto vecchio, pensato quando i membri della vecchia Comunità Europea erano pochi, ora è in grado di paralizzare una decisione così importante. E gli sforzi di paesi come Germania e Francia per ammorbidirlo sono stati finora vani.
Non tutto il male, però, viene per nuocere. Perché a servirsi (almeno per ora) del diritto di veto è anche il governo ungherese, contrario all'embargo totale sul petrolio russo. Una decisione, quest'ultima, che potrebbe rivelarsi un assist a porta vuota per la recessione e favorire l'impoverimento di molti cittadini. Oltre a rivelarsi completamente ipocrita. Trovare un paese esportatore di petrolio che rispetti gli standard etici è una vera impresa. Se si dovesse stabilire un embargo per tutti gli Stati che violano i diritti umani – è stato sottolineato da più parti - acquisteremmo solo greggio norvegese. E l'economia collasserebbe in gran parte d'Europa.

Il picco sembra vicino

A frenare i venti di crisi sono le trimestrali, che settimana dopo settimana vengono diffuse dalle aziende. In media, i dati non sono negativi e ci mostrano anche ottime performance – ultima in ordine cronologico quella di Pfizer.
Per l'azienda farmaceutica, spinta dai vaccini anti-Covid, le previsioni a breve termine sono di un riassestamento sul basso. Ma ciò non è affatto detto: se a ottobre si riproponesse la necessità di organizzare una nuova vaccinazione di massa, l'azienda di New York potrebbe trovare una nuova spinta verso un bilancio molto positivo.
Le trimestrali non hanno deluso, ma il mercato azionario fa ancora fatica, soprattutto considerando i titoli tecnologici. Da inizio anno l'indice S&P500 è calato del 17%, mentre il Nasdaq 100 è sceso del 26,14%. E questo indice potrebbe calare ancora: vale ancora il doppio rispetto al 31 dicembre 2017 ed è semplicemente rientrato da eccessi incredibili. Non sembra però così lontano il momento in cui sarà conveniente entrare in questo mercato.
Per le materie prime, invece, sembra arrivata la fine della folle corsa verso l'alto. Il petrolio si è stabilizzato sui 100 dollari, l'alluminio è calato del 10% e persino l'oro è sceso di 50 dollari. Dimostrando con questo di aver perso da tempo la sua natura difensiva, anche se è una delle poche asset class ancora positive.
Per il resto – rimanendo nel campo degli asset “difensivi” o supposti tali – il mondo delle criptovalute continua a calare, e persino il franco svizzero ha perso il 2%, avvicinandosi dopo molti anni alla parità con il dollaro.
Oggi, orientarsi sul breve è davvero molto difficile. Alcuni subordinati bancari rendono il 7% (ma non sono acquistabili dal mercato retail), ci sono titoli sul mercato italiano con un dividendo del 4,5% ed Eurostoxx è vicino al 3,20%. Mentre spuntano altre opportunità molto simili. Ma, se si ha un po' di tempo e pazienza, è meglio prevedere investimenti a più lungo termine. La guerra rende più alto il rischio azionario; se però eviteremo la recessione, il mercato difficilmente scenderà ancora.


Nulla di nuovo sul fronte Generali

L'assemblea del Leone ha scelto la continuità ad ampia maggioranza. Vincono Mediobanca e Donnet, si chiude una contesa durata mesi. La crisi dell'auto e il crollo del titolo Amazon

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Si è conclusa venerdì scorso la lunga contesa per il controllo del gruppo Generali, che per mesi aveva visto contrapposti gli azionisti capitanati da Mediobanca (che ricandidavano Philippe Donnet come amministratore delegato) e la cordata Caltagirone-Del Vecchio-Benetton.
L'assemblea di venerdì scorso, con un eloquente 55,9% del capitale e dieci consiglieri eletti contro tre, ha infatti optato per la squadra dell'ad uscente, confermando il ruolo centrale di Piazzetta Cuccia nella gestione del Leone.
Nonostante il clima da “mezzogiorno di fuoco” creato dai media, questo risultato era abbastanza scontato: in questi anni Donnet e la sua squadra hanno lavorato bene e non si riesce a capire fino in fondo quali fossero le ricette di Caltagirone.
Se la contesa è finita, il clima di ostilità non si è del tutto esaurito: nel primo cda svoltosi ieri, tre consiglieri di minoranza hanno scelto di non rinnovare la fiducia all'amministratore delegato (due i contrari e un'astensione). Mentre sarebbe bene che tutti optassero per un'unità di intenti, data la centralità di Generali per il paese. Soprattutto in un periodo così difficile per la nostra economia

Forti rallentamenti per l'auto

Tra i sistemi produttivi colpiti dalla crisi c'è l'industria dell'auto: è notizia di ieri il calo delle vendite di Stellantis, che ad aprile 2022 ha fatto registrare un -41% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Dalle case automobilistiche sale forte la richiesta di introduzione di nuovi incentivi.
La crisi del settore motor non è però cosa di questi giorni. Parte della responsabilità è delle forniture: l'anno scorso si erano verificate criticità sui chip, quest'anno è stata la volta dell'aumento del rame.
A questi problemi si aggiungono il caro-benzina e la transizione elettrica. Nel primo caso, lo sconto della tassazione sul carburante è stato prolungato al prossimo luglio, ma prima o poi finirà. E l'acquisto di un'autovettura è una scelta a lungo termine.
Anche l'incertezza sul futuro delle auto a benzina può convincere i conducenti a tenere ancora per un po' la vecchia macchina. Della serie: “aspettiamo qualche anno e vediamo come si mette”: l'acquisto di un'auto è tutto tranne che un investimento.

Bitcoin: c'è chi dice no

Nel mondo c'è anche chi pensa che il bitcoin non sia nemmeno un investimento. In questo gruppo militano sicuramente Warren Buffet e Charlie Munger, che – nonostante l'età avanzata - hanno tenuto la scena nel corso dell'assemblea di Berkshire Hathaway.
Buffett - uomo che ha sempre investito in economia reale - ha confermato la sua avversione per le criptovalute. Dichiarando che non acquisterebbe tutti i bitcoin del mondo, neppure se gli fossero offerti in blocco a 25 dollari.
Charlie Munger si è spinto persino oltre. “Nella mia vita”, ha detto il 98enne vicepresidente di Berkshire, “cerco di evitare le cose stupide, quelle malvagie e quelle che mi mettono in cattiva luce. E il bitcoin fa tutte e tre le cose. Prima di tutto è stupido perché è ancora probabile che vada a zero. È malvagio perché mina il sistema della Federal Reserve. E in terzo luogo ci fa sembrare stupidi rispetto al leader comunista in Cina. Che è stato abbastanza intelligente da vietare il bitcoin nel suo paese." Le riserve di Buffet e Munger non sono affatto campate per aria. Essenzialmente perché non si riesce ancora a capire che cosa sia davvero una criptovaluta. Ciò che è certo è che è una striscia alfanumerica, anche molto inquinante. Le cose potrebbero cambiare se molti paesi seguissero El Salvador, che ha fissato il bitcoin come valuta. Ma questo scenario è ben lontano (oltre che molto difficile) dal verificarsi

La crisi dei tecnologici

Warren Buffett difficilmente investe in tecnologia: “non la capisco”, ha affermato più volte. Qualunque cosa si possa pensare di questo approccio, è sempre bene ricordare che questi titoli si sviluppano a multipli molto elevati. E prima o poi si ridimensionano, avvicinandosi al loro valore reale.
La scorsa settimana, a calare sono state Apple (su cui Buffett investe dal 2016) e Amazon: la prima ordinatamente, la seconda facendo registrare una vera e propria picchiata. Sicuramente non inattesa: Amazon era l'ultimo dei titoli FANG che non si era ancora “disintegrato”: con un mercato tecnologico in grande sofferenza, il crollo era solo questione di tempo.
Ciò ha comunque dimostrato – se ce ne fosse stato bisogno – l’inadeguatezza delle teorie che vedono il mercato in crescita continua. Lo dice la storia: dei primi dieci titoli per capitalizzazione degli anni Settanta, sei sono cambiati nel decennio successivo. Negli anni Novanta, i top erano i telefonici. Che esistono ancora, ma sono stati rimpiazzati dai tecnologici, in forte difficoltà dopo il 2002. Fra dieci anni, in tutta probabilità, la hit parade delle azioni suonerà ancora un’altra musica.

Buone le trimestrali

A salvarsi, in questo periodo di sofferenza, sono state le trimestrali, che hanno visto una buona performance anche delle aziende tradizionali.
Ma l’inflazione ci impone comunque una certa cautela. Anche se, sui due lati dell’oceano, le cause sono diverse. In Europa dipende quasi interamente dai costi dell’energia e delle materie prime, mentre negli Stati Uniti si verifica un’inflazione di tipo salariale, con più posti di lavoro a disposizione rispetto al numero dei lavoratori. Una situazione diametralmente opposta a quella italiana, caratterizzata da un forte dumping. Soprattutto al sud che, secondo una statistica, è la macroregione europea con il maggiore tasso di disoccupazione. A lavorare, secondo questi dati, è il 41% dei cittadini – una cifra da interpretare con attenzione e leggere congiuntamente con il ricorso al reddito di cittadinanza e la presenza di situazioni di lavoro non regolare.
Come se non bastasse è tornato il pericolo-spread. Ancora più insidioso, dato che il Bund non sta vivendo i suoi momenti migliori. Il rischio è più grave di quanto si pensi, dato che lo si sta ampiamente sottovalutando. Perché c'è sempre qualcuno che ne potrebbe approfittare. Non dobbiamo dimenticare che esiste anche una “finanza speculativa” che per far soldi è particolarmente spietata.

Rublo su, euro giù

L'euro intanto ha sfondato il cambio a 1,08 e si è portato a 1,05. La situazione si riflette anche nell'ulteriore crescita dei tassi Usa, quelli a due anni al 2% e i decennali al 3%, contro l’1% del Bund. Oggi, chi vuole investire nell'obbligazionario si rivolge al dollaro.
Per quanto tempo è prevista la sottovalutazione dell'euro? Probabilmente la risposta dipende dalla questione ucraina, in particolare da quanto durerà.
Finora, a essere danneggiata dalla guerra è stata solo l'economia europea: il rublo, seppur teoricamente, è tornato a livelli pre-invasione e la Russia sembra aver evitato ancora il default tecnico del suo debito in valuta estera, grazie a un'iniezione di capitale ricevuta da tre investitori.
Mosca si muove anche sulle azioni russe che erano quotate su listini europei, con la proposta di negoziarle in rubli sul Moex. Una mossa che potrebbe remunerare molto bene dato che – un esempio su tutti – se oggi fosse possibile convertire le azioni Gazprom in rubli, si raddoppierebbe l'investimento rispetto all’ultimo valore rilevato prima che entrassero in vigore le sanzioni.
E invece, a pagare i danni sono, come sempre, i risparmiatori: gli hedge fund americani, infatti, le aggirano operando da paesi come le Cayman o le Isole Vergini, che con la Russia continuano ad avere rapporti normali.

 


Elon Musk prende Twitter. Ma non si vedono impatti positivi sul Nasdaq

Dopo una notte di trattative, il patron di Tesla ha chiuso l'opa-blitz sul 100% del social network. Ma gli indici tecnologici non ne hanno praticamente risentito, anzi continuano la loro discesa. Intanto, il rally del dollaro e il calo dello yuan movimentano i mercati valutari

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Elon Musk ce l'ha fatta. Dopo una notte di trattative, il proprietario di Tesla ha acquistato il 100% di Twitter per 54,2 dollari ad azione, sborsando 44 miliardi di dollari. Come spesso succede in questi casi, pecunia non olet: l'offerta era troppo attraente perché gli azionisti non capitalizzassero l'utile. Il prezzo riconosciuto è un congruo premio rispetto alla quotazione sul mercato e all'andamento del Nasdaq da ottobre in avanti. Nasdaq che, per inciso, non ha risentito quasi per nulla dell'operazione, non discostandosi dalle difficoltà di una settimana molto sofferta.
L'operazione, la cui chiusura è prevista entro l'estate, avrà quindi uno scarso impatto sui mercati; l'unico cambiamento si concretizzerà nelle regole e nella policy del network, destinato a democratizzarsi e a concedere maggiore libertà di espressione ai suoi utenti, anche se molti temono invece un ulteriore imbarbarimento dei social network.
Per il resto, lo ripetiamo, è accaduto quanto si verifica in gran parte delle opa ostili. È molto probabile che anche l'offerta di acquisto attualmente in corso di svolgimento in Italia, quella dei Benetton nei confronti di Atlantia, finisca per andare in porto. Unica differenza, i tempi, che saranno inesorabilmente più lunghi, a causa dei noti rallentamenti dovuti alla burocrazia italiana.

Inflazione record. Ma...

Intanto, nell'eurozona l'inflazione ha raggiunto i nuovi massimi. Tra i responsabili di questa situazione c'è, naturalmente, il rincaro delle materie prime. La situazione dovrebbe preoccuparci, certo, ma niente panico: si sta infatti verificando una dicotomia fra le previsioni delle case di investimento (che vedono un ulteriore rialzo) e i produttori, convinti che un nuovo rincaro causerebbe la recessione in tutta Europa.
L'esempio del petrolio è fin troppo chiaro: il suo valore può rimpallare tra 100 e 110, ma difficilmente andrà oltre – se infatti arrivasse a quota 130, la nostra economia si troverebbe in una fase di recessione acuta, che nessuno vuole.
Molte materie prime hanno già iniziato a scendere (con l'eccezione del rame, che è ancora in crescita): l'alluminio, protagonista solo poco tempo fa di un rally da record, è in calo, e persino l'oro ha perso circa 140 dollari dai massimi di marzo. Quest'ultima picchiata ha spazzato via le illusioni di revival del metallo giallo come bene rifugio. Una categoria, quest'ultima, che sembra aver perso i suoi punti di riferimento; unico porto sicuro, oggi come oggi, sembra essere il franco svizzero, che si mantiene in una situazione di “quasi-parità” con l'euro – e si rafforzerebbe ulteriormente se la Banca Nazionale non pagasse di tasca sua per evitare il “sorpasso”.
È probabile che, passato il picco, le materie prime raggiungano una certa stabilità, e non a questi prezzi. Tendenzialmente, l'inflazione potrebbe quindi scendere e ritornare verso quei livelli del 2/3% che rappresentano una sorta di punto di equilibrio per il sistema finanziario.
Naturalmente, bisogna fare i conti con le due incognite con cui siamo costretti a convivere: la guerra e il Covid.

Lo yuan zoppica, il dollaro corre

Proprio una conseguenza della nuova fase pandemica, che ha causato il nuovo lockdown cinese e il conseguente rallentamento della produzione a Shanghai, sta spingendo in basso lo yuan.
Tutto questo mentre prosegue la risalita del dollaro, che ha prima “bucato” la soglia psicologica di 1,08 e poi si è spinto sotto 1,07, raggiungendo i livelli più alti da due anni a questa parte. A trainare il biglietto verde, ancora una volta, l'aspettativa di rialzo dei tassi a breve negli Stati Uniti.
Il rendimento americano a due anni ha già superato il 2%, contro lo “zero virgola” europeo, e questo contribuisce a creare un effetto di remunerazione significativo. La crescita statunitense fa correre il dollaro mentre le aspettative molto più diluite dell'eurozona (dove la Germania ha già annunciato un nuovo aumento di deficit dell'1%) non frenano il calo della nostra valuta, che neppure la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi è riuscito a scalfire.

 

Sanzioni, posti di lavoro a rischio

Oltre alla prudenza della Bce, l'euro paga anche l'effetto delle sanzioni e la paura per il futuro, che si fa sempre più profonda: se l'Europa volesse bloccare l’import di gas e petrolio dalla Russia, solo l'Italia rischierebbe la perdita di un milione di posti di lavoro. Senza, tra l'altro, che la guerra si fermi.
Non per niente, le aziende iniziano a opporsi a questa politica. Un esempio su tutti, i calzaturifici marchigiani che, sostenuti dalla regione, hanno deciso di partecipare alla fiera di settore, in corso a Mosca dal 26 al 29 aprile. La scelta era tra il boicottaggio e i licenziamenti – e la risposta di un imprenditore a questo dilemma è facile da indovinare.
Come più volte ricordato, l'apparato sanzionatorio, al cui aggravamento si sta opponendo solo la Germania, danneggerà molto più l'Unione Europea e le sue aziende che non la Russia, pronta a “cambiare cavallo” e a vendere gas e materie prime a Cina, India e altri clienti, in grado di rimpiazzare bene eventuali ritirate da parte dell'Occidente.

I due gradi della discordia

E proprio l'Occidente sembra evidenziare una divergenza di atteggiamenti tra chi governa e la cittadinanza, che a differenza della politica deve fronteggiare giornalmente i problemi pratici. Soprattutto in Italia.
La strategia comunicativa di Draghi sta creando divisioni entro e oltre i confini. L'ormai famoso “diktat dei due gradi” non è certamente popolare nel paese.
Né è facile trovare fonti alternative alla Russia, almeno in breve tempo: le missioni di Draghi in Algeria, Egitto o Congo non potranno fornire all'Italia i quantitativi di gas che attualmente transitano dai gasdotti di Mosca. Basta citare Paolo Gentiloni: il commissario europeo ha detto che l’Italia sarà dipendente dal gas russo fino al 2027, un tempo quasi eterno. Una campagna di cambio forniture può essere intrapresa solo a lungo termine e senza strappi, soprattutto se a rimetterci sono i singoli cittadini.

Banche caute, ma capitalizzate

Infine, due parole sulle banche europee. Secondo Standard&Poor's, gli istituti di credito hanno tutte le potenzialità per gestire al meglio gli impatti della guerra sui mercati. Per ora, l'agenzia di rating ha ragione: pur con una previsione di ribasso dell'economia, le banche sono fortemente capitalizzate, anche grazie al rafforzamento che gli schemi di vigilanza comunitari hanno promosso in questi anni.
In Italia, molte aziende di credito distribuiranno lauti dividendi. Le azioni bancarie, è vero, sono calate del 30% da inizio anno e una diminuzione della crescita sembra inevitabile; tuttavia, questo calo non sarà tale da imporre aumenti di capitale.
Ci sono poi casi particolari, come quello di Unicredit: a causa dell'esposizione con la Russia, il gruppo di piazza Gae Aulenti ha rimandato la comunicazione dei dati trimestrali (che saranno comunque ragionevolmente buoni) e in tutta probabilità rivedrà la politica dei dividendi. Altre banche si sono dimostrate caute, anche perché il futuro è tutt'altro chiaro. Dipenderà, ancora una volta, dalla geopolitica e dall'evoluzione degli scenari pandemici.

 


I dividendi frenano la crisi

Le aziende italiane staccano le prime cedole, che in generale sono molto buone e in linea con le previsioni. Se il trend fosse confermato, i risultati delle imprese quotate potrebbero sostenere il valore delle quotazioni. Guerra (e Covid) permettendo

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Le previsioni sui dividendi delle aziende italiane prefiguravano rendimenti generosi, per una media fra il 4,5% e il 5% e lo stacco delle prime cedole ha confermato l'ottimismo. In particolare, a offrire remunerazioni molto alte sono Stellantis, Mediolanum e Banco Bpm, recentemente agli onori della cronaca per l'ingresso di Crédit Agricole fra i propri azionisti.
Più bassa invece la cedola di Unicredit: il gruppo bancario ha anche rinviato (dal 27 aprile al 4 maggio) l'approvazione della trimestrale, per gestire la forte esposizione verso la Russia. Un problema destinato ad avere un impatto significativo per la banca di piazza Gae Aulenti, che ha già registrato un calo delle quotazioni del 30% da inizio anno.

Bond, convenienti solo oltre oceano

Sicuramente sono buone le prime trimestrali americane, che hanno visto sorridere soprattutto le aziende tradizionali. Anche se sulle imprese statunitensi pende una spada di Damocle: il rialzo dei tassi, che probabilmente si spingerà anche oltre il 3% dichiarato entro fine anno.
La mossa della Fed è in grado di rilanciare il comparto obbligazionario che con percentuali di questo genere può tornare a proporsi come alternativa credibile all'azionario. Un'eventualità simile è invece da escludersi in Europa. Un esempio su tutti, il rendimento del Bund tedesco, che la scorsa settimana ha toccato lo 0,80%, un livello che non si vedeva da più di dieci anni. Se non che, con l'inflazione al 7%, la perdita per gli obbligazionisti “cassettisti” è fin troppo chiara – ed è molto maggiore rispetto ai tempi in cui i buoni del tesoro tedeschi offrivano una performance di -0,30%, ma con inflazione a zero.
Certamente la guerra russo-ucraina e i suoi risvolti continuano a piazzare ostacoli sulla strada della ripresa dei mercati e dell'economia: il petrolio non scende da quota 100, il prezzo del gas galoppa e i beni alimentari costano sempre di più. In particolare, la crisi bellica sta impattando sulla produzione di grano in Ucraina, con ovvi rincari su pasta, pane e filiera alimentare in generale. Un problema serio in Europa e drammatico nell'Africa subsahariana, dove il rincaro dei beni di prima necessità potrebbe creare un vero disastro umanitario.

Cina, il lockdown ferma le aziende

Ad aggravare il contesto ci sono i nuovi lockdown cinesi, che coinvolgono circa 400 milioni di persone, concentrate nelle aree produttive del paese. Lo stop delle attività, oltre a creare problemi molto importanti per la popolazione, si sta riverberando a cascata sulle società occidentali, costrette a fermare la produzione in aree chiave del territorio cinese.
Per contrastare un effetto domino che potrebbe causare ulteriori difficoltà all'economia di tutto il mondo, le autorità locali hanno annunciato, per la città di Shanghai, l'introduzione di sistemi “a bolla” negli stabilimenti. Vale a dire: i lavoratori non lasceranno l'impresa – e dormiranno anche al suo interno – per riattivare la produzione senza rischiare contatti con persone al di fuori del perimetro aziendale. Un sistema, questo, sperimentato anche in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Pechino.
A quanto si sa, a questo schema aderirà Tesla, che fornirà pasti, sacchi a pelo e materassi ai dipendenti, oltre a un'indennità aggiuntiva.

Battaglia su Twitter

Tutto questo mentre il nome di Elon Musk è in evidenza per un'altra operazione: i 43 miliardi di dollari sul piatto per il 100% di Twitter. Un'offerta che è inferiore del 40% rispetto al massimo valore raggiunto dalla società dei cinguettii: si può dire che il magnate americano abbia scelto i tempi con accuratezza, dopo essersi convinto che è più economico acquistare un social network già collaudato piuttosto che partire da zero, come da intenzioni iniziali.
Il tentativo del numero uno di Tesla è sostenuto dal mercato - che attualmente rende Twitter l'unica società tecnologica a offrire performance in Borsa - e applaudito dai sostenitori del “libero pensiero”, principio che Musk vuole introdurre nella policy del social network.
All'offerta di “mister Tesla”, l'attuale proprietà di Twitter ha reagito con un'alzata di scudi, innescando una battaglia dagli esiti tutt'altro che chiari.

Addio al quantitative easing: sarà vero?

Tra i protagonisti della scorsa settimana c'è anche la Banca Centrale Europea, che ha comunicato la rimodulazione del quantitative easing per il terzo trimestre. Vedremo se l'Eurotower lo farà davvero: più volte, Christine Lagarde ha annunciato operazioni che alla fine sono state rimandate, smentite o annacquate.
Per ora siamo davanti a un annuncio e nulla più, probabilmente diffuso per tastare il polso dei mercati e studiare reazioni e impatti. Non per niente, gli acquisti di bond vanno avanti. In futuro potrebbero anche diminuire, ma sembra escluso che la Bce possa permettere una caduta libera dei titoli di stato, cosa che metterebbe di nuovo al centro la possibilità di un break up dell'euro.
Nell'incertezza che la Bce segua le scelte della Fed sui tassi, è certo invece che l'inflazione europea è molto diversa da quella americana. Oltre oceano, il fenomeno è infatti anche legato ai salari, in un mercato del lavoro molto effervescente: per ogni disoccupato americano c'è una media di 1,7 posti disponibili. Mentre in Europa siamo esattamente all'opposto.

Il dollaro si avvicina all'euro

La guerra russo-ucraina continua a influire negativamente sull'euro: il dollaro ha sfondato la soglia psicologica di 1,08. Il biglietto verde potrebbe rafforzarsi ulteriormente, anche se è molto difficile che arrivi alla parità visto l'elevato livello del debito pubblico Usa.
Sul valore del dollaro incombe anche la posizione della Cina, che – se solo lo volesse – potrebbe liquidare il debito pubblico americano, facendo impennare i rendimenti dei titoli di stato. Un'arma molto potente, che Pechino ha in mano da molti anni e che un giorno potrebbe minacciare di utilizzare.
Un giorno, appunto, ma non ora. L'economia cinese dipende troppo dall'esportazione nel mondo occidentale e un'operazione così estrema si rivelerebbe un boomerang ancora più distruttivo che non le sanzioni introdotte dall'Europa contro la Russia.

Bitcoin in calo

Infine un accenno ai bitcoin, che continuano il loro movimento laterale. E questo non sorprende: le criptovalute sono un asset ancora troppo fluido, che però sembra mantenere una buona correlazione con il mercato tecnologico e il Nasdaq.
Il trading range dei bitcoin da inizio anno è comunque molto vasto, compreso fra i 35.000 e i 45.000 dollari. Aspetto non trascurabile poi è la negoziazione delle criptovalute: acquistarle è molto semplice, ma venderle presenta complicazioni. Sempre più banche creano, infatti, molte difficoltà ad accettare denaro da piattaforme specializzate nella compravendita di monete virtuali per timori legati all'antiriciclaggio e alla tracciabilità.
In futuro, questi problemi potrebbero anche essere risolti, ma ora sembra ancora troppo presto per considerare le criptovalute una normale e agevole forma di investimento.


L'Agricole rilancia il risiko. Non solo bancario

È bastato che la Banque Verte acquistasse il 9,2% di Banco Bpm per riavviare la girandola di acquisizioni e consolidamento. E per ridisegnare il futuro del settore creditizio. Mentre la girandola di opa e contro-opa corre anche in autostrada

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Tornano improvvisamente i fuochi d'artificio sul fronte del consolidamento e delle fusioni. Con l'acquisto del 9,2% di Banco Bpm, Crédit Agricole ha improvvisamente riacceso la girandola del risiko bancario (e non solo). Gli analisti hanno prefigurato varie possibili prospettive per Piazza Meda, arrivando a prevedere un maggior coinvolgimento della Banque Verte e un ingresso in partita di Mps. Mentre Amundi, società di gestione controllata dallo stesso Agricole, sembra interessata all'acquisto di Anima.
Difficile districarsi fra tutte le previsioni. Una cosa è certa: sembra (almeno a questo punto) che il vero sconfitto di questo nuovo risiko bancario sia Unicredit. Il gruppo di piazza Gae Aulenti era entrato in gioco per Montepaschi, poi aveva manifestato interesse per Banco Bpm e ora rischia di rimanere con un pugno di mosche, penalizzato anche dalla forte esposizione sulla Russia, che ha costretto il gruppo a frenare sulle operazioni in cantiere.
Il risiko non è solo bancario, come si diceva: Florentino Pérez ha messo nel mirino le autostrade italiane con un'offerta per Atlantia. Mentre i Benetton hanno rilanciato con una contro-opa, cercando di tenersi stretto un business gestito in maniera opinabile.
In Borsa, l'offerta del presidente del Real Madrid è stata accolta positivamente, con aspettative, per il titolo di Atlantia, a un futuro oltre i 23 euro. Certamente, il traguardo è più facile in un contesto che per il prossimo maggio si aspetta dividendi molto elevati, previsti oltre la media del 4,5%. Le prospettive di utili sarebbero in grado di evitare contrazioni pesanti persino in periodo di recessione. Nonostante la situazione globale, dunque, il mercato italiano potrebbe vedere meno nuvole all’orizzonte rispetto alle attese.

Fed aggressiva

Più complessa è la situazione americana, legata al rialzo dei tassi, che ormai sembra imminente. I verbali degli incontri del Federal Open Market Committee hanno mostrato una Fed aggressiva, che porterà i tassi al 3% entro fine anno. I rendimenti reali resterebbero comunque negativi del 3%-3,5%, ma almeno in questo modo l’investimento obbligazionario potrebbe essere visto nuovamente come un'alternativa all'azionario.
In rapida ascesa, invece, i rendimenti statunitensi a lungo termine: i decennali hanno testato quota 2,80%, anche per l'impatto dei nuovi dati sull'inflazione, e – seppur temporaneamente - per la prima volta in 12 anni rendevano di più rispetto a quelli cinesi.
Non molto differente la situazione italiana: la rendita sui decennali ha infatti superato il 2,40%, mentre il Bund tedesco è arrivato quasi allo 0,88%, per poi ritracciare.
Se la Fed è particolarmente aggressiva, la Bce resta prudente ed è molto esitante all'idea di un ritocco dei tassi. Mentre c'è chi pensa a un'ulteriore sforbiciata: è proprio la Banca centrale cinese, che probabilmente cercherà di sfruttare l'ultima possibilità di sostenere la crescita in un periodo molto critico. A Pechino prosegue un'inflazione molto caparbia, mentre si moltiplicano i problemi alle industrie che operano nelle aree più produttive, a causa dei lockdown decisi a Shanghai e nel Guangzhou. Un ritorno di fiamma del Covid, che ha causato le prime rivolte fra i cittadini e un calo importante sui mercati finanziari cinesi.

Paure da gas (e da condizionatori)

Tornando alle nostre latitudini, è invece ancora in alto mare la trattativa in sede europea per decidere un tetto al prezzo del gas: troppo farraginoso il processo decisionale che vuole l'unanimità per compiere ogni scelta, troppo forti gli interessi particolari di alcuni paesi – in primis, i Paesi Bassi. Anche se, per la verità, c'è stata una timida apertura (anzi, “aperturina”) da parte del primo ministro olandese Mark Rutte.
Lo stallo nelle trattative Ue, insieme a certe battute molto infelici – come quella del premier Mario Draghi sui condizionatori – rischiano di creare paure in cittadini e aziende e, a cascata, sull'economia e i mercati. Occorrerebbe dunque dosare le parole e concentrarsi sui fatti, per non rischiare di far saltare intere filiere produttive. Magari considerando la proposta di Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, che ha suggerito: se l'Europa non si accorda sul tetto al prezzo del gas, è bene che l'Italia faccia da sola.


Incertezza all'Eliseo

Nel frattempo, per una sera le drammatiche immagini della guerra in Ucraina sono state precedute, nei telegiornali, dai risultati del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Con un voto che ha diviso letteralmente il paese in tre fasce d'età: tra gli over 60 ha vinto il presidente uscente Emmanuel Macron, gli elettori di mezza età (cioè la parte produttiva) hanno premiato Marine Le Pen e nei giovani (vale a dire, il futuro della Francia) è stato quasi plebiscito per l'esponente della sinistra Jean-Luc Mélenchon – mentre sono quasi spariti i protagonisti tradizionali della politica, come gaullisti e socialisti.
L'affermazione di Mélenchon tra gli elettori in erba non lo ha portato al ballottaggio, anche se per poco, ma mostra quanto i giovani abbiano voluto dare un segnale contro le crescenti difficoltà nell'inserimento nel mondo del lavoro, la precarizzazione e gli stipendi sempre più bassi. Un segnale che dovrà essere intercettato dalla società francese, e al più presto.
Ora si attende il secondo turno. Che potrebbe dare un esito nel segno della continuità, con la conferma di Macron, o un nuovo corso all'Eliseo, con la vittoria di Marine Le Pen. Che cosa accadrebbe ai mercati transalpini ed europei se si avverasse il “ribaltone” elettorale?
Probabilmente, poco e niente. A parte una reazione negativa iniziale, è prevedibile un assestamento abbastanza rapido, come è stato per la Brexit. La sorpresa sarebbe anche maggiore rispetto alla vittoria di Donald Trump contro Hillary Clinton, ma alla fine, a nostro parere, non avverrebbero grandi sconvolgimenti. Perché, è bene ricordarlo, all'opposizione è molto facile porsi certi obiettivi, che sono però molto più difficili da realizzare nelle stanze del potere. Potrebbe verificarsi una certa ondata di euroscetticismo, ma l'uscita della Francia dall'Unione Europea sarebbe comunque un evento assai improbabile.

 


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