La Bce alza i tassi. E approva lo scudo anti-spread

Le due decisioni erano ampiamente attese. Ma gli interventi per frenare il differenziale fra il Bund tedesco e i Buoni del tesoro dei Paesi periferici dipenderanno da condizioni piuttosto stringenti....

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La Banca Centrale Europea, alla fine, ha aumentato i tassi. Non dello 0,25%, come si aspettavano i mercati e vari osservatori, ma dello 0,50%. La misura – che, ricordiamolo, ha una portata molto ridotta rispetto all'inflazione reale - offrirà un vantaggio soprattutto alle banche: con l'Euribor portato a zero, le aziende di credito non avranno più un saldo negativo sul denaro depositato in Bce.
Per il resto, tutto dipenderà dall'inflazione, e cioè se scenderà e di quanto.

Scudo anti-spread
Oltre al rialzo dei tassi, la Bce è anche intervenuta, con decisione unanime, per attivare lo scudo anti-spread (ufficialmente, denominato Transmission Protection Instrument). In pratica, l'istituto centrale potrà acquistare dai paesi in difficoltà titoli pubblici di durata da uno a dieci anni, anche con interventi a breve scadenza.
Lo scudo non ha limiti nella sua applicazione: Francoforte può comprare tutti i titoli che ritiene di acquistare. Ma l'accordo è stato il frutto di un compromesso che ha bilanciato aspettative di paesi come Italia e Grecia, le cui aspirazioni miravano ad abbassare i differenziali il più possibile, con quelle dei Paesi “rigoristi”, che temono i problemi legati al debito pubblico degli stati più deboli.
Per questo ultimo motivo, sull'acquisto di titoli sono state poste condizioni non certo morbide. Dall'intervento saranno esclusi i paesi troppo indebitati (cioè sottoposti a una procedura di deficit), gli stati che non hanno portato avanti politiche economiche sostenibili, quelli con squilibri di tipo macroeconomico e, infine, quelli che non hanno adempiuto alle raccomandazioni comunitarie. Insomma, acquisti sì, ma senza il whatever it takes di draghiana memoria: il corollario di condizioni potrebbe rischiare di imporre nuovamente all'Italia politiche di bilancio molto rigide.
L'intervento della Bce sembra comunque tardivo. L'Eurotower avrebbe dovuto muoversi prima, con l'obiettivo di arrestare la corsa al rialzo degli spread. Oggi il decennale tedesco ha un rendimento simbolico, mentre quello italiano si attesta su quota 3,38: lo spread sfiora i 240 ed è superiore a quello greco. E questo non riflette certamente la reale situazione economica dei due Paesi. Intervenire quando i buoi sono scappati è molto più difficile che prevenire i problemi: occorrerebbe invece istituzionalizzare il programma e cambiare radicalmente i meccanismi europei, magari lavorando per mettere un freno alla speculazione, vera e propria nemica della stabilità. Ricordiamolo: il rischio che corriamo non è la frammentazione dell'euro. Il rischio che corriamo è che l'euro salti del tutto. Inutile spiegare le conseguenze di un'eventualità così catastrofica.

Il governo lavora a pieno ritmo
Le misure approvate dalla Bce influiranno sull'Italia ben più che la crisi di governo. Andremo a elezioni a breve, è vero, ma la chiamata alle urne è stata anticipata di soli sei-otto mesi rispetto alle scadenze naturali. In autunno ci saremmo trovati con una finanziaria da approvare in piena campagna elettorale, con partiti meno accondiscendenti di quanto lo siano stati finora ed enormi difficoltà per Draghi. Che, probabilmente, ha preferito evitare una situazione scomoda e, con il discorso al senato, ha forse cercato di forzare le forze politiche a sfiduciarlo.
L'impatto della crisi di governo sull'economia italiana, quindi, non è stato drammatico. L'esecutivo sta lavorando a pieno ritmo: gli “affari correnti” comprendono un ampio spettro di interventi. Draghi e i suoi ministri stanno, insomma, lavorando a pieno ritmo, anche perché il decreto Aiuti deve essere completato a breve, come la seconda tranche del Pnrr.

Nordstream a ritmo ridotto
Dal fronte russo-ucraino, intanto, arriva almeno una buona notizia: l'accordo sul grano, che i due paesi belligeranti hanno firmato separatamente, rappresenta un vero e proprio sollievo, dato che molto probabilmente eviterà la fame in vari paesi del mondo.
Ma alle ottime notizie fanno da contraltare quelle cattive. Quelle, per esempio, provenienti dal Nordstream 1: la Russia ha ripreso le forniture all'Europa, ma le ha diminuite prima al 40%, poi al 20%, affermando che la responsabilità è di una nuova turbina da riparare.
La nuova mossa di Gazprom mette in grave difficoltà l'Europa e i mercati (dopo il nuovo razionamento, il prezzo del gas è nuovamente lievitato) mentre Mosca prosegue a dirottare il suo “oro blu” verso l'Asia, approfittando del rincaro delle materie prime per moltiplicare i suoi guadagni.
L'Europa, da parte sua, sta allentando silenziosamente le sanzioni: il perdurare di questa situazione potrebbe provocare gravi problemi sociali in tutti i paesi del continente, e questo non sarebbe per nulla sostenibile.
Uno dei tanti campanelli d'allarme di quanto potrebbe accadere il prossimo autunno è il calo del Pmi manifatturiero in Francia e Germania, paesi che tirano il gruppo in Europa. È uno dei tanti avvertimenti che ci preannunciano un forte rischio di recessione legato alla guerra e alle sanzioni.

Riduzione dei consumi
Di fronte a questi rischi, i politici europei sembrano molto distanti dai problemi della gente e paiono cercare soluzioni estemporanee e balzane. Come la proposta, avanzata dalla Commissione Ue, che voleva imporre a tutta l'Unione Europea una riduzione obbligatoria del gas pari al 15%. Una proposta fortunatamente respinta al mittente da vari stati membri, che sono insorti contro questo progetto, fermando di fatto la misura.
Le trattative tra i paesi Ue hanno portato a un accordo, che prevede ora una riduzione “volontaria” (sempre del 15%) dei consumi.
Se poi gli obiettivi non fossero raggiunti, il consiglio europeo (non quindi la commissione) potrà imporre un risparmio, ma calibrato sulla situazione di ogni stato membro: per l'Italia, per esempio, il massimo della riduzione sarebbe del 7%.

Mercati tranquilli
I mercati, da parte loro, hanno concesso un po' di tregua. Il che è abbastanza logico, data la situazione: le Borse sanno molto bene che il prossimo semestre sarà difficile e si portano avanti. Senza scendere, ma assestandosi su livelli bassi, per fare da argine a nuove possibili difficoltà e poi ripartire.
Nelle attuali condizioni vanno valutate attentamente le opportunità di acquisto, in tutti i settori: particolare focus sui bancari, che saranno spinti dal rialzo dei tassi ma che dovranno gestire anche una situazione delicata sui crediti.

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La crisi di governo aumenta l'incertezza. Ma...

Le dimissioni di Mario Draghi da premier stanno creando preoccupazioni presso tutte le istituzioni continentali, visti gli scenari recessivi in atto e l’onere di dover approvare una legge di bilancio in autunno.

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La crisi di governo è stata descritta da vari media in maniera catastrofica, come se un'eventuale caduta dell'esecutivo avesse la forza per spingere l'Italia nel baratro. Una reazione che, oggettivamente, sembra un po' esagerata.
Intendiamoci: sarebbe stato sicuramente meglio evitare questa crisi, dato che l'assegnazione della nostra quota di PNRR non è ancora completa, la guerra continua a infuriare, la siccità morde e la legge di Bilancio non è poi tanto lontana. Però il cambio di un governo, o il voto anticipato, rientrano nella logica di un paese democratico. La congiuntura negativa non è un affare che si può risolvere in pochi giorni: anche se le dimissioni di Mario Draghi dovessero rientrare, i problemi si ripresenteranno puntuali fra alcuni mesi, quando si arriverà alla fine naturale della legislatura. E si dovrà per forza tornare alle urne.
Sembra comunque probabile e ragionevole che non si andrà a elezioni anticipate. E questo indipendentemente da quanto deciderà Draghi. In primis perché il presidente Mattarella è contrario a sciogliere le camere in questo momento; in secondo luogo, perché molti parlamentari – soprattutto quelli che molto probabilmente non saranno riconfermati – sono refrattari a tornare a casa e a perdere vari mesi di stipendio.

La Borsa non apprezza
Le Borse in genere detestano i periodi di incertezza: è per questo che la scorsa settimana il nostro listino è stato contraddistinto da vendite indiscriminate su tutti i settori e ha raggiunto livelli che non si vedevano da maggio 2020. A nostro parere, i livelli raggiunti rappresentano nel medio periodo buone opportunità di acquisto. Le società continuano, pur in uno scenario mondiale complesso, a fare utili e a distribuire lauti dividendi e non si capisce per quale motivo i nostri titoli debbano trattare a sconto anche del 30% rispetto a società simili degli altri listini europei. Verso la fine della settimana è tornata un po’ più di calma e ieri, finalmente, abbiamo visto il primo corposo rimbalzo da tre mesi a questa parte. Forse è un inizio di inversione del trend ribassista dei primi 6 mesi dell’anno. Anche lo spread, che, in seguito alle dimissioni di Draghi, aveva toccato i 240 punti base, è rientrato ad un livello inferiore ai 220 e, se il governo continuasse la sua azione, con ogni probabilità sarà sotto i 200 entro fine estate.

The final countdown
Mentre va avanti questo imbarazzante balletto da Prima Repubblica, i dati sul costo dell’elettricità sono terrificanti: a fronte di un costo di 79 euro a kilowatt ora del 2021 siamo arrivati ai 500 euro odierni, un dato che rischia di far collassare intere filiere produttive. Ma i giornali non ne parlano…. Meglio pensare alle vacanze, poi a ottobre chi vivrà vedrà. Per fortuna, è stata già confermata la proroga del taglio alle accise, un'operazione inevitabile in considerazione del prezzo del petrolio. Finora, l'oro nero si è leggermente indebolito, e veleggia a cavallo di quota 100: ancora troppo poco per riportare i prezzi alla normalità.
Il problema principale, però, è ancora legato al gas. Questa settimana scade il periodo di manutenzione del Nordstream: in un impietoso conto alla rovescia, i secondi ci stanno portando al momento della verità, in cui verremo a sapere se i rifornimenti dalla Russia torneranno ad affluire in Europa oppure se i “lavori in corso” si trasformeranno in uno stop di più lunga portata.
A nostro avviso, è probabile che la Russia riprenda la fornitura, ma in quantitativi ridotti. Mosca ha ormai rimpiazzato l'Europa come partner principale, deviando una parte importante del gas a vari paesi asiatici, soprattutto alla Cina, che ha segnato il record di importazione di “oro blu”. All'Europa rimane una piccola fetta di torta, meno della metà rispetto a quanto riceveva nel 2021.
Una percentuale ridotta che permette comunque alla Russia di incassare di più rispetto all'anno scorso. Le sanzioni hanno infatti spinto in alto il prezzo del gas e favorito la speculazione, permettendo così a Mosca di moltiplicare i guadagni e di finanziare la guerra.
Come era ampiamente prevedibile, dunque, le sanzioni si sono rivelate preziose alleate dell'economia russa. E ancora di più di quella cinese, la cui merce ha rimpiazzato molti beni che non possono più arrivare dall'Europa. Un esempio ci è dato dalle automobili: le vendite di Volkswagen sul mercato russo sono calate del 69%, proprio mentre la cinese Haval ha spiccato un balzo a tre cifre (+635%).
L'Italia ha provato a metterci una pezza, con l'accordo da 30 miliardi di metri cubi l'anno stretto pochi giorni fa con l'Algeria, che fa del paese nordafricano il nostro primo fornitore di gas.

Stati Uniti, l'inflazione vola
Si è parlato più volte dell'Europa come prima vittima delle sanzioni. Ma, se Atene piange, Sparta non ride di certo. In un mondo occidentale interconnesso, anche gli Stati Uniti iniziano a soffrire di più di quanto prevedessero: la benzina è aumentata sensibilmente, e questo rialzo si sente molto in un Paese dove utilizzare l'auto per andare al lavoro è quasi una scelta obbligata. Soprattutto tra i pendolari di fascia medio-bassa.
In generale, l'inflazione a stelle e strisce è decollata, spaventando i mercati: i dati definitivi di giugno mostrano un 9,1% contro l'8,8% atteso. Sembra inevitabile un rialzo dei tassi di 75 punti, se non di più. I cittadini sono inferociti e impauriti, proprio mentre si avvicinano le elezioni di mid term, che dovrebbero bocciare sonoramente l'operato dell'attuale amministrazione democratica. Ci si attende infatti che il picco e la successiva discesa non avvengano prima del prossimo gennaio, due mesi dopo il rinnovo del parlamento.
In questa situazione, c'è stato un “rimbalzino” dell'euro sul dollaro: nonostante le difficoltà su entrambi i lati dell'oceano, l'attesa delle decisioni Bce sul rialzo dei tassi ha dato una pur moderata iniezione di fiducia alla nostra moneta.

Gli investimenti promettenti
In questa situazione, in che modo è possibile entrare nel mercato? Considerato il segno più a Piazza Affari, potrebbero rivelarsi interessanti i titoli bancari e finanziari italiani, ma anche quelli energetici, considerato il basso livello raggiunto.
Invitanti anche gli investimenti assicurativi: il settore continua a rivelarsi in salute, e – secondo un rapporto di Swiss Re – a fine 2022 la raccolta premi sfonderà, a livello mondiale, il muro dei 7.000 miliardi di dollari, per la prima volta nella storia.

Sotto osservazione invece l'oro, che ultimamente ha subito importanti ribassi, confermando di aver perso, forse definitivamente, lo status di bene rifugio.

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Euro-dollaro, arriva la parità

La moneta unica continua a calare: oggi il biglietto verde l'ha raggiunta. E forse il peggio non si è ancora visto: la penuria di gas e il suo prezzo potrebbero catapultarci in una situazione peggiore rispetto all'austerity degli anni '70...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Tanto tuonò che piovve. Dopo una lunga e costante discesa, l'euro si è fatto raggiungere dal dollaro. Il valore del biglietto verde sulla nostra valuta danza nell’intorno della parità. Non accadeva dagli esordi della moneta unica.
Il rapporto attuale fra le due divise non ha alcun senso logico, ma si teme che il vortice negativo possa proseguire, in una situazione che vede l'Europa devastata dalle conseguenze della guerra russo-ucraina e dalle sanzioni. La crisi energetica e quella alimentare potrebbero farci perdere fino al 3% di PIL nel 2023, con il rischio che ritornino i dubbi sulla stessa sopravvivenza dell'euro. Oltre che, naturalmente, lo stile di vita dei cittadini.

Inverno al freddo
I rischi maggiori per la nostra economia vengono soprattutto dalla crisi del gas, che lungi dall'ammorbidirsi, si aggrava sempre di più. L'interruzione di Nord Stream 1 da parte di Gazprom – ufficialmente dovuta a una manutenzione di dieci giorni – ha costretto le autorità tedesche a predisporre in fretta e furia “piani B” nel caso in cui la Russia chiudesse definitivamente i rubinetti.
In Germania si è parlato di razionamento del gas e addirittura di palestre e locali pubblici in cui le persone meno abbienti potranno recarsi per scaldarsi.
L'argomento è stato affrontato anche in Italia, dove non si è esclusa la possibilità di un razionamento e persino di un nuovo coprifuoco per i locali pubblici e un drastico stop all'illuminazione nelle strade. Qualcuno ha addirittura paventato l'oscuramento anche nelle case private dopo una certa ora della notte. Una misura (ovviamente inapplicabile) che ci porterebbe a una situazione persino peggiore rispetto all'austerity anni '70, quando la sigla della “Fine delle Trasmissioni” - quel jingle inquieto che spaventava molti bambini dell'epoca – chiudeva la serata televisiva rigorosamente prima delle 23.

Misure insufficienti
A parte accenni confusi e contraddittori a misure estreme, l'Italia (almeno finora) non ha fatto altro che mettere sul tappeto 30 miliardi di scostamento di bilancio. Una piccola cosa, rispetto a quanto occorrerebbe per dare tranquillità a famiglie e aziende. Ed evitare di costringere pensionati e fragili a un inverno freddo e imprese a rischiare la chiusura a causa della mancanza di elettricità.
Questa situazione dimostra ancora una volta l'estrema leggerezza che ha spinto i politici europei ad approvare sanzioni-boomerang, poco amate anche dei mercati: basta vedere le reazioni positive delle Borse quando le autorità canadesi hanno annunciato la restituzione alla Germania di una turbina necessaria per la riattivazione del Nord Stream 1. In attesa, naturalmente, di vedere che cosa succederà quando i dieci giorni di manutenzione (o supposta tale) scadranno.
Difficile interpretare le intenzioni di Mosca, impossibile prevedere dove porteranno le trattative frenetiche in corso fra Russia e Germania. Una cosa è certa: l'Europa è sotto scacco. Perché le stesse sanzioni che stanno spingendo l'Ue in uno scenario da incubo hanno toccato solo in parte la Russia. Che, anzi, ha raddoppiato le entrate dovute al gas erogandone un terzo rispetto all'anno scorso, grazie all'aumento abnorme dei prezzi. E può quindi condurre i giochi. Parafrasando Clint Eastwood: quando un Paese con le sanzioni incontra un Paese con le materie prime, il Paese con la sanzioni è un Paese morto.
I danni potenziali per l'Europa potrebbero quindi essere incalcolabili: sui listini, Italia e Germania hanno perso il 20% da inizio anno (e il 13% da inizio giugno), lo scenario recessivo sembra inevitabile, mentre non si vede la fine delle tensioni sull'euro. E la tanto sbandierata solidarietà europea ancora una volta è finita in fumo.
Nessuno è al riparo, tanto meno le banche. Sembra che la Bce stia chiedendo a tutti i gruppi creditizi un nuovo stress test, per controllare la loro solidità nel caso in cui il PIL europeo cali del 6% nei prossimi due anni. Uno scenario che, tra le altre cose, vanificherebbe uno dei pochi trend positivi di questi ultimi giorni: il calo, per la prima volta in otto anni, dell'indebitamento medio delle aziende europee. Nel quadro di una ripresa che, purtroppo, gli ultimi avvenimenti hanno reso effimera.

La meteora-Johnson
Il crollo dell'euro ha trascinato con sé la sterlina, che ha anche risentito delle dimissioni di Boris Johnson da leader del Partito Conservatore. Anche se, in realtà, il prossimo premier (la cui nomina sembra prevista per settembre) proseguirà sulla linea dell'attuale primo ministro: archiviata la Brexit, dovrà affrontare i problemi irrisolti che derivano dall'uscita inglese dall'Unione Europea, come la mancanza di personale (tutto questo mentre sono state create barriere assurde nei confronti dei cittadini europei) e l'incidente diplomatico sulla frontiera irlandese. Poco cambierà anche nel sostegno a Zelensky, che ha reso la Gran Bretagna il paese più filo-ucraino del mondo: Londra se lo può permettere, dato che l'impatto della crisi energetica sulla Gran Bretagna è minore che non sul resto d'Europa.

Shinzō Abe, morte di un innovatore
Grande emozione in tutto il mondo ha invece suscitato il brutale assassinio di Shinzō Abe, freddato lo scorso 8 luglio durante un comizio elettorale nella città di Nara. Migliaia di persone hanno partecipato al funerale dell'ex premier del Giappone, i cui cittadini sono letteralmente traumatizzati. L'onda emotiva della tragedia ha anche contribuito a rendere più netto il già annunciato trionfo del partito liberal democratico alle elezioni di domenica scorsa.
In occasione della morte dell'ex premier, è stata ampiamente rievocata la portata storica delle Abenomics, il pacchetto di misure da lui introdotte dal 2013 in poi per contrastare la crisi economica in Giappone e la concorrenza sempre più serrata da parte della Cina.
La strategia di Abe, proseguita anche dopo il passaggio del testimone a un nuovo primo ministro, prevedeva la permanenza di tassi negativi, un'inflazione non superiore al 2%, la svalutazione dello yen e la creazione di posti di lavoro utilizzando la spesa pubblica.
Favorito da 30 anni di tassi mai superiori allo zero, Abe ha affrontato di petto l'enorme debito pubblico, tenendo la barra dritta e cercando di confrontarsi con le ataviche caratteristiche del paese: crescita bassa, alta densità di popolazione, buon tasso di risparmio personale, forte economia interna. L'azione di Abe è stata sostenuta fedelmente dalla banca centrale, che continua a procedere su questo percorso, insistendo sui tassi negativi in un mondo in cui si fa a gara per alzarli.
Una strategia simile all'Abenomics potrebbe rivelarsi una buona scelta per l'Europa? Difficile rispondere, anche perché la domanda sfiora uno scenario fantascientifico. Piuttosto che un cambio di rotta sul debito pubblico è più probabile la fine dell'euro. Troppo alto il timore tedesco sull'inflazione: a Berlino, gli spettri di ciò che accadde negli anni Venti spaventano ancora. A parte questo, troppe differenze rendono impossibile effettuare una comparazione tra le due realtà. Tuttavia, i numeri dicono che le strategie di Abe hanno pagato, mentre l'austerity imposta dai Paesi nord europei ha fallito il suo scopo.

  • Il dietrofront di Elon Musk
    Negli Stati Uniti sono stati pubblicati i nuovi verbali del FOMC, sbilanciati sulla lotta dura all’inflazione, le cui aspettative erano state ampiamente sottostimate.
    Ma la notizia che ha fatto più rumore, proveniente da oltre Oceano, è la rinuncia di Elon Musk all'acquisto di Twitter. La ragione ufficiale riferita dal patron di Tesla è la presenza di troppi account falsi. Ironicamente, il top management del social – inizialmente contrario all'offerta di Musk – ora vuole portare Musk in tribunale, comprendendo forse che, qualora saltasse l'acquisto, il futuro di Twitter sarebbe a rischio.
    L'esito della controversia è del tutto imprevedibile. Il magnate potrebbe cavarsela con una multa salata oppure essere costretto a onorare l'accordo.
    Sta di fatto che, giunti a questo punto, è difficile capire il motivo che ha spinto Elon Musk a spiccare questo salto nel buio. Forse, in un secondo tempo, l'imprenditore sudafricano ha fatto i suoi calcoli, scoprendo che l'offerta di 44 miliardi di dollari era esagerata. Oppure, come affermano alcuni rumours, si sarebbe trattato di una manovra diversiva, organizzata per distrarre l'opinione pubblica dalla vendita del controvalore di 8 miliardi di dollari di titoli Tesla. Un'azienda che, ricordiamolo, a ottobre 2021 aveva una capitalizzazione maggiore rispetto alla somma di tutte le case automobilistiche sparse per il mondo.
    L'annuncio di Musk ha comunque causato un crollo delle azioni Twitter, dai 54,20 dollari dell'offerta presentata lo scorso aprile ai circa 34 attuali, in una società che fa fatica a fare breakeven. E che spaventa gli investitori.
    Il caso Musk-Twitter non ha comunque inciso troppo sui titoli tecnologici, il cui valore era già diminuito negli ultimi mesi per dinamiche di mercato.

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Scudo anti-spread, la rotta è tracciata

Al forum Bce di Sintra, Christine Lagarde ha confermato il rialzo dei tassi (pur con “gradualità e opzionalità”) e soprattutto le misure per evitare l'esplosione dei differenziali. A breve ci si attende il piano operativo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Sintra, cittadina a 30 chilometri da Lisbona, ha la fama (ben guadagnata) di città delle fiabe: i suoi palazzi, castelli e parchi in stili eclettici, oltre che i colori pastello che appaiono alla vista del viaggiatore, fanno facilmente credere di essere capitati, così per caso, nel bel mezzo di una favola.
E – se è vero che ogni fiaba ha i suoi antagonisti – la sede del forum annuale Bce non è mai stata così azzeccata. Nella cittadina portoghese lodata da Hans Christian Andersen, la presidente Bce Christine Lagarde e la sua squadra sono stati chiamati a definire le strategie per sconfiggere i “cattivi”: l'esplosione dei differenziali, l'inflazione e i rischi di recessione.
A quanto pare la rotta è tracciata: la presidente della Bce ha insistito sulla necessità dello scudo anti-spread e fra non molto sarà presentato il piano operativo dell'operazione. Una buona notizia, nel mare di pessimismo montante e di dati economici preoccupanti.

Nessuna alternativa
Nonostante i commenti critici di Joachim Nagel, governatore della Bundesbank, la Lagarde sembra voler tirare dritto sulla necessità di adottare misure che scoraggino la speculazione. E, probabilmente, non potrebbe fare altrimenti. Con la situazione economica e geopolitica che stiamo vivendo, una tensione sui differenziali proprio non conviene a nessuno.
Ricordiamolo: la situazione economica generale è in netto peggioramento rispetto alle previsioni di inizio anno, abbiamo chiuso il peggior semestre in 50 anni per i mercati finanziari e la seconda parte del 2022 si è aperta ancora all’insegna dei ribassi. Il pessimismo è dilagante, i mercati ci stanno dicendo che le economie occidentali stanno per entrare in una recessione che sa di stagflazione: in queste condizioni trovare un riparo è quasi impossibile. Il dollaro ha quasi raggiunto la parità sulla nostra moneta e il franco svizzero ha già effettuato il sorpasso: l’euro vale ora 99 Rappen: mai successo prima. L'oro, da parte sua, si conferma ben distante dalle caratteristiche di bene rifugio che ha rivestito in passato.
Nessun asset, in altre parole, si salva dall'inflazione, e capire dove investire è attualmente molto difficile.
Sì, perché in Borsa non si salva nessuno: le utility sono scese oltre le previsioni, temendo il rialzo dei tassi, e anche gli energetici sono crollati. Il trend è generale: praticamente tutti i mercati sono calati in maniera indiscriminata e non si riesce a capire quando si potrà vedere un inizio di assestamento e un ritorno a guardare anche i fondamentali delle aziende.
Il quadro è magmatico, in evoluzione. Per questo, è più consigliabile attendere un po' alla finestra: le discese brusche, repentine e per certi versi isteriche dell’ultimo mese inducono alla cautela, anche se, e lo abbiamo già detto, cominciare a comprare su questi livelli incomincia ad essere un’opzione interessante: il Dax tedesco è tornato indietro ai valori di 5 anni fa.

La crisi non risparmia nessuno
Tanto per non lasciarci mancare nulla, persino la Germania mostra segnali di crisi. I dati provenienti dal mercato del lavoro sono preoccupanti, mentre – per la prima volta dalla riunificazione – la locomotiva d'Europa è in deficit commerciale (secondo i dati di aprile). E l'indice azionario tedesco, insieme a quello italiano, ha chiuso giugno come maglia nera del mondo occidentale. Una vera doccia fredda, che dipende in buona parte dalle sanzioni, capaci di colpire molto di più i paesi europei che non la Russia. E di inasprire ulteriormente le divisioni: oggi, se eccettuiamo il Papa, non c'è leader al mondo che si sottragga a un linguaggio bellicoso e chiuso a ogni tipo di trattativa.
E le conseguenze si vedono: la Russia continua a calare i quantitativi di “oro blu” somministrati all'Europa prima che sia l'Europa stessa a decidere di farne a meno, e li indirizza altrove. Mentre c’è chi ne trae vantaggio: l'Algeria, che aveva promesso una maggior fornitura di gas senza un rincaro, ora cambia idea e inizia ad annunciare il rialzo dei prezzi.
Anche dove in teoria le notizie sono positive, il loro impatto è minimo: l'Opec ha deciso di aumentare la produzione, ma Brent e Wti non si schiodano dai valori altissimi raggiunti, dimostrando che il quantitativo di sovrapproduzione è del tutto insufficiente. Tutto questo mentre gli scontri in Libia per la mancanza di servizi e di elettricità rischiano di trasformarsi in qualcosa di più grave. Già oggi molti pozzi di petrolio sono bloccati: se avvenisse uno stop delle esportazioni da Tripoli, l'oro nero rischierebbe di schizzare a 140, e forse ancora più in alto. Senza dimenticare che la Libia, oltre che di petrolio, è anche fornitore di gas.

Banche al centro dell'attenzione
Al centro dell'attenzione c'è anche il settore bancario italiano. A cominciare da Montepaschi, impegnato in un difficile aumento di capitale. La banca senese sta trattando con i privati per ottenere adesioni all'ingresso in azionariato. Un'impresa non facile, ma che comunque non deve preoccupare. Come l'aumento di capitale di Saipem, anche quello di Mps è garantito dal consorzio di garanzia, e quindi si farà. Certo, saremo noi contribuenti a dover corrispondere – oltre alla parte di pertinenza dello stato – anche eventuali quote non sottoscritte e garantite dal settore pubblico.
In questi giorni, si stanno anche compiendo gli ultimi passi verso la nascita di una nuova banca: quella derivante dall'incorporazione di Carige da parte di Bper, la cui fusione dovrebbe essere ufficiale entro fine novembre. L'operazione darà vita a un gruppo fra i top 5 del panorama bancario italiano: “ci permetterà di crescere come scala operativa”, ha dichiarato Piero Luigi Montani, amministratore delegato di Bper, che ha espresso soddisfazione per il merger.
Sullo sfondo, una sentenza della Corte Europea, che ha definito illegittima la decisione Bce di negare agli azionisti Carige gli atti che tre anni fa hanno portato la banca di Via Cassa di Risparmio in amministrazione controllata. È la rivincita di Malacalza e di alcuni piccoli azionisti, che però difficilmente potranno ricevere un risarcimento economico.
Piuttosto, la nuova sentenza della Corte è la dimostrazione che la vigilanza sulle banche dovrebbe essere affidata a funzionari che vivono nello stesso paese in cui l'istituto opera. Ciascun sistema creditizio ha troppe peculiarità che, se non conosciute, possono andare incontro a errori di giudizio. Se un funzionario spagnolo, o olandese, non ha chiara l'articolazione del sistema bancario italiano e il ruolo di Popolari, Bcc e Casse di Risparmio, farà sicuramente fatica a entrare nel merito. Rischiando di travisare la situazione e di commettere sbagli.

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Borse, il peggior semestre degli ultimi 50 anni

Si chiudono sei mesi da incubo sui mercati, con ribassi ampiamente superiori al 10% sia sulle obbligazioni che sulle azioni, un evento in contemporanea che non si verificava dal 1972. Ora potrebbe essere giunto il momento di investire, sfruttando le opportunità nella parte value, ma anche nei bond.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Sta giungendo a conclusione un semestre che per i mercati si è rivelato decisamente negativo. La prima metà del 2022 ci “regala” negli Stati Uniti il peggior risultato borsistico degli ultimi 50 anni, con una perdita dell'azionario compresa fra il 15% ed il 20% (27% se si considera il Nasdaq) e dell'obbligazionario fra il 10% e il 15% (in funzione della duration). Neanche durante la crisi del 2008 il mercato Usa aveva chiuso il primo semestre con una perdita così violenta.
I dati ci rivelano che, per la prima volta dal 1972, obbligazioni e azioni perdono contemporaneamente più del 10%, con Wall Street che archivierà il peggior semestre dal 1970 con una perdita del 18%. Solo franco svizzero e dollaro chiudono con il segno più, avvicinandosi pericolosamente alla parità con l'euro.
Che cosa c'è da aspettarsi per il prossimo futuro? La situazione è molto incerta. Di solito, i mercati tendono a portarsi molto avanti, ma prima di una stabilizzazione e di un nuovo equilibrio per provare a risalire dovremo forse aspettare la fine dell’estate: abbiamo davanti due mesi in cui la liquidità di solito scarseggia e questo potrebbe portare un ulteriore tentativo di spingere i listini verso il basso da parte di chi utilizza strategie short. Nel frattempo, però, cominciano a intravedersi opportunità interessanti, soprattutto nella parte value, ma anche nell'obbligazionario. Ci sono fattori esogeni, su tutti la guerra in Ucraina e l’inflazione, che contribuiscono a mantenere alta la volatilità e la tensione sui mercati ed è per questo che è comunque difficile azzardare previsioni di breve periodo.
Torna intanto l’interesse sui Btp (quelli con scadenza 2 anni hanno un rendimento dell’1,4%): l'ultima asta dei buoni del tesoro ha registrato un vero e proprio boom di domande e anche la domanda sul Btp Italia legato all’inflazione ha avuto tante sottoscrizioni anche dal mercato retail. A tranquillizzare gli acquirenti è il ritorno dello spread a una quota intorno ai 200 basis point: pur essendo ancora troppo alto, il valore dei differenziali tranquillizza per la ritrovata stabilità sotto i 250 punti.

 Anche Powell ammette errori di valutazione
Le Borse europee hanno intanto reagito con fiducia (e rialzi generalizzati anche se contenuti) all'apertura del Forum annuale della Bce, in programma a Sintra, che vedrà confrontarsi i governatori delle tre principali banche centrali (Christine Lagarde, Andrew Bailey e Jerome Powell) su come combattere l'inflazione ed evitare la recessione.
Il numero uno della Federal Reserve è reduce da un confronto al Congresso americano, durante il quale si è scusato per i “giudizi errati” sull'inflazione, ammettendo nel contempo che il rialzo dei tassi potrebbe causare una recessione.
Come commentare? Giusto con un auspicio: che si stia sbagliando un'altra volta.
Anche se, per dirla tutta, negli Stati Uniti questa eventualità provocherebbe meno problemi rispetto all'Europa, proprio per le diverse dinamiche del mercato del lavoro. Negli Usa c'è attualmente piena occupazione: anche se si innescasse una fase recessiva, il tasso di disoccupazione potrebbe sì aumentare, ma non in modo drammatico. Per questo, il presidente della Federal Reserve ha voluto tranquillizzare i deputati americani, affermando che l'eventuale recessione non fermerà comunque la crescita.
In Europa invece la disoccupazione è sempre più elevata, aggravata da un problema migratorio drammatico: da un lato gli arrivi dalle rotte africane, dall'altro l'afflusso di profughi dall'Ucraina. Mentre la gestione a livello europeo è disastrosa: manca un benché minimo coordinamento ed è assente una qualsiasi strategia per creare occasioni a queste popolazioni nel loro paese di origine. Abbiamo tutti negli occhi le immagini drammatiche della strage di Melilla/Nador: ci si chiede che cosa si sia fatto per evitare una situazione come questa. E che cosa ci si proponga di fare.
L'Europa deve organizzarsi, e in fretta: la crisi del grano ucraino è appena agli inizi, e l'esplosione dei prezzi potrebbe creare una catastrofe umanitaria, con fughe di massa di nuovi migranti spinti dalla fame. Inutile però farsi illusioni: sono anni e anni che ne parliamo e poco o niente è stato fatto, lecito pertanto il timore che continuerà a essere così anche in futuro.

Impoverimento generale
Naturalmente, se Atene piange, Sparta non ride: in questi mesi anche gli europei vedono ridurre drasticamente il loro potere d'acquisto, con un serio rischio di impoverimento. Uno studio di Nomisma prevede una stangata da 657 euro a famiglia per il gas, mentre i tentativi (soprattutto italiani) di introdurre un tetto al suo prezzo vengono regolarmente rinviati al mittente.
È l'ennesima dimostrazione di quanto fosse infelice la gaffe di Draghi sui condizionatori. Una battuta che è stata ripetuta una seconda volta, ma che tra gli italiani ha causato più reazioni spiritose e meme che contrarietà e proteste. Forse è un rifiuto inconscio di ciò che sta accadendo e dei rischi che corriamo: se si cammina per le strade delle nostre città si vedono ristoranti pieni e negozi affollati. Potremmo essere nel pieno della classica quiete prima della tempesta, un po' come accadde nei saloni da ballo del Titanic mentre la nave stava già affondando. Anche ora la situazione sembra più seria rispetto alla sua percezione.
Di contro, il Capgemini Report ha evidenziato che nel 2021 i miliardari italiani sono cresciuti del 7,1% (7,8% quelli nel mondo) – dati che a fine anno dovranno comunque essere rivisti, visto l'andamento dei mercati. Ciò significa che la distribuzione della ricchezza è sempre più polarizzata, anche se in Italia la situazione è ancora una delle migliori per distribuzione di risorse. Alle nostre latitudini, la ricchezza è molto meno concentrata rispetto a quanto accade, per esempio, negli Stati Uniti, paese in cui la capacità economica dipende dalla Borsa. E in cui i poveri sono milioni.

Del Vecchio, dai Martinitt al top della finanza italiana
In Italia, un miliardario (illuminato) di lungo corso era Leonardo Del Vecchio, scomparso lunedì scorso. Del Vecchio, secondo uomo più ricco d'Italia e 62esimo al mondo, è il prototipo dell'imprenditore che si è letteralmente fatto da solo – come da antica tradizione milanese – e che dall'orfanotrofio dei Martinitt ha scalato i salotti buoni della finanza italiana.
La sua capacità e la sua visione imprenditoriale lo hanno portato a valorizzare i suoi collaboratori, a cui regolarmente retrocedeva un premio legato all'utile, e a circondarsi di persone capaci e dotate di senso critico. “Non nominerei mai uno dei miei figli amministratore delegato”, usava dire, “perché un top manager lo si può rimuovere da quella posizione, un figlio no”.
Compiuti gli 80 anni, Del Vecchio – uomo che si è sempre tenuto lontano dalla politica - si è messo in testa di voler dettare le proprie regole su Mediobanca e Generali, la cui influenza sull'economia italiana è notevolissima. La critica rivolta a Mediobanca era che si limitasse a gestire le sue partecipazioni incassando lauti dividendi senza fare la vera banca d’affari promotrice dello sviluppo dell’economia in Italia.
Ora i suoi eredi dovranno sottostare a regole di successione blindate, che li vincoleranno a decisioni quasi unanimi, pari all'88% dei diritti di voto. Questa clausola vuole evitare la frammentazione dell'impero fondato dal self made man milanese trapiantato in Veneto.

Saipem non fa il prezzo
A Piazza Affari è protagonista (negativa) Saipem, che a fine settimana ha perso il 43% in due giorni dopo il warning della Consob. Lunedì 27 giugno, primo giorno dell'aumento di capitale di 2 miliardi, il suo titolo è stato sospeso per tutto il giorno.
Una reazione decisamente isterica e fuori luogo, il classico topolino che ha partorito un elefante: l'aumento di capitale non è e non è mai stato un problema, ma è apparso tale solo per le solite pastoie burocratiche italiane. Quelle che bloccano un'operazione pianificata per gennaio, per tempi tecnici e burocrazia infinita, e la rimandano a giugno. La reazione isterica dei mercati è del tutto fuori luogo: il consorzio di garanzia ha già dichiarato che l'aumento di capitale sarà sottoscritto regolarmente.
Nessun panico, dunque: la società è solida e beneficerà nei prossimi anni di ordinativi importanti legati alla sua attività.

Il primo Wimbledon senza Federer
Spostiamoci oltre Manica, dove si è da poco aperto il torneo di Wimbledon. Che ha una particolarità: è il primo da 24 anni senza Roger Federer ai nastri di partenza (esclusa, ovviamente, l'edizione annullata causa Covid). Nel giugno del 1998, quando il futuro Roi Roger calcava ancora l'erba del torneo juniores (vincendolo), l'Europa stava cambiando pelle con una vera e propria rivoluzione copernicana. L'euro era stato definito da poco tempo, così come la Banca Centrale Europea, alla cui testa era fresco di nomina l'olandese Wim Duisenberg.
È comprensibile, pensando a quei tempi, chiedersi che cosa si sarebbe potuto fare per evitare le situazioni che si sono presentate in seguito. Perché sarà anche vero che l'euro ha funzionato bene in vari ambiti, ma la politica economica dell'Eurozona si è spesso dimostrata deficitaria. D'altra parte, se dal 2007 il prodotto interno lordo europeo è passato dal 90% al 60% del pil americano, qualcosa non ha funzionato: l'austerity delle politiche di bilancio imposte dai policy makers comunitari si è rivelata perdente rispetto alle politiche espansive di oltre oceano.
Tornando indietro, si sarebbe potuto correggere in particolare un errore: quello di mantenere rigidamente separato il debito pubblico dei paesi membri. Puntare da subito sull'emissione di eurobond avrebbe sicuramente stabilizzato l'economia europea, esaltandone la competitività. Ed evitando molte crisi (prime fra tutte quelle legate alla Grecia e allo spread) che hanno rischiato di minare l'esistenza stessa della nostra moneta e dell’Unione Europea.

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Banche Centrali alla ribalta

La Bce ha aperto allo scudo anti-spread, facendo arretrare il differenziale Btp-Bund. La Fed ha ribadito l'intenzione di riportare l'inflazione al 2%. E la Banca Nazionale Svizzera ha alzato improvvisamente i tassi dello 0,50%. Mentre in Giappone...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Bastava proprio poco per fermare la vendita massiccia di titoli di stato italiani e spagnoli. È stata infatti sufficiente una dichiarazione da parte della Bce, che durante la riunione straordinaria di mercoledì scorso ha aperto alla possibilità di uno scudo anti-spread, per portare il valore che separa Btp e Bund sotto i 200 punti base di spread.
Intendiamoci: siamo ancora lontani da quota 150, identificata dal governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco come limite massimo accettabile. Tuttavia, si è già compiuto un importante passo avanti. La Bce non ha ancora deciso nulla: ha soltanto incaricato i tecnici di mettere a punto una proposta di scudo. Come spesso accade l’effetto annuncio è quasi più importante del provvedimento in sé: infatti, il solo esprimere l'intenzione di intervenire ha tranquillizzato i mercati e, allo stesso tempo, ha lanciato un avvertimento agli speculatori, sempre pronti a scommettere contro il debito pubblico italiano. Un'attività che spesso si è configurata come un tiro al bersaglio: per chi specula, è molto più semplice vendere allo scoperto i titoli di stato italiani rispetto a quelli francesi e spagnoli, sebbene questi due paesi evidenzino, a nostro parere, squilibri peggiori di finanza pubblica (il saldo delle partite correnti è al +7% per l'Italia, al -30% per la Francia ed al -70% per la Spagna).

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...
Christine Lagarde ha dunque ribadito il rinnovato impegno della Bce a difendere i paesi periferici, cercando di buttarsi alle spalle la lunga serie di indecisioni e di messaggi contrastanti alla comunità finanziaria. Uscite avventate, queste, che le hanno guadagnato il soprannome di Madame Gaffe.
Tutti ricordano la dichiarazione che la presidente Bce rilasciò nel marzo 2020, quando sostenne che la Banca centrale non era lì per “chiudere gli spread”. La dichiarazione fu poi ritrattata poche ore dopo, tra un diffuso imbarazzo.
La speranza generale è che la guida dell'istituto centrale europeo rinunci definitivamente ai tentennamenti e ad un andamento a zig-zag, imboccando una linea forte e decisa. Per fare questo, ça va sans dire, è necessario un cambio nella strategia di comunicazione, in un mondo in cui basta un batter d'ali a Francoforte per far crollare palazzi in tutta Europa.
Per rifinanziare un debito pubblico pari al 150% del suo Pil, l'Italia avrà bisogno di validi alleati nell'Eurotower. Oltre agli speculatori, bisogna fermare anche i falchi, che vorrebbero affibbiarci la presenza (aperta o mascherata) della troika o condizioni vincolanti e soffocanti. Se la Banca Centrale Europea si dimostrasse in grado di regolare gli spread in maniera automatica, riconoscendo nel contempo le peculiarità dei vari paesi, si sarebbe compiuto un grande passo avanti. In ogni caso, vale la pena ricordare che il problema dello stock di debito pubblico riguarda oramai quasi tutti i Paesi Europei, gli Stati Uniti ed il Giappone con debiti che hanno superato il 100% del Pil (Giappone vicino al 300%, però ha ancora un rating dato dalle varie Agenzie elevatissimo – come è strana la vita alle volte…).

Usa, recessione dietro l'angolo
Se la Bce tenta timidamente di avviare un whatever it takes 2.0, la Federal Reserve è alle prese con un intervento deciso anti-inflazione, intervento che l'ha portata a un aumento dei tassi dello 0,75% - il ritocco più forte dal 1994 a oggi. Un rialzo molto più aggressivo rispetto a quello annunciato dalla Bce.
Tutto questo mentre le stime sulla crescita dell'economia americana vengono ridimensionate (dal 2,8% all'1,7%, con il rischio che si spingano ancora più in basso) e lo spettro della recessione è dietro l'angolo.
Jerome Powell, presidente della Fed, ha ribadito un suo cavallo di battaglia: l'impegno a riportare l'inflazione al 2%, traguardo raggiungibile a medio termine se i prezzi delle materie prime si stabilizzeranno.
Powell ha anche sottolineato l'impegno di mantenere la centralità del dollaro nell'economia internazionale. E a questo proposito ha suggerito il lancio di una versione dematerializzata del biglietto verde: il dollaro digitale, che Powell interpreta come un mezzo per contrastare le criptovalute e la loro opacità.
L'introduzione ufficiale di monete digitali è già stata decisa da circa 100 paesi nel mondo. Ma è lecito esprimere un certo scetticismo sulla reale utilità di questi progetti. In primo luogo, perché il contante resiste, e per toglierlo di mezzo (ammesso che si riesca) ci vorranno almeno due generazioni. In secondo luogo, se vogliamo parlare chiaro, le valute fiat digitali esistono già: sono i pagamenti con carte di debito o di credito. Un nuovo progetto rischierebbe di rivelarsi un doppione dalla dubbia utilità.

Giappone, ultimo baluardo
La scorsa settimana, un altro istituto centrale ha conquistato la ribalta: la Banca Nazionale Svizzera, che improvvisamente ha alzato i tassi dello 0,50%, pur restando in territorio negativo dello 0,25%. Con la decisione improvvisa di Berna, il Giappone è rimasto l'ultimo baluardo della politica di tassi fermi: la Banca Centrale di Tokyo non si è fatta smuovere né dal braccio di ferro con gli investitori, né dalla perdita di valore dello yen, ai minimi storici.
A Tokyo, d'altra parte, notizie come queste non creano drammi: il Giappone, come del resto gli Stati Uniti, non considera la forza della moneta come un vessillo. E, comunque, un ribasso della valuta non influisce sulle decisioni della Banca Centrale. Che è stata molto chiara: i tassi non saranno toccati e la Banca Centrale continuerà a comperare i titoli decennali non permettendo che i loro rendimenti superino lo 0,2%. Succeda quel che succeda.
La fermezza più volte ribadita dalla Banca del Giappone sembra più lungimirante rispetto alla strategia ondivaga della Bce: in Europa, la dinamica dei prezzi è legata quasi esclusivamente al rincaro delle materie prime, a cui si sono aggiunti la siccità e il caldo record. E il rialzo dei tassi (tra l'altro molto timido) non serve a contenere questo tipo di inflazione.

Tagli al gas e blackout
Mentre gas e petrolio sono ancora molto alti, Gazprom ha annunciato tagli alle forniture dirette a Italia e Germania, mettendo un altro tassello alla situazione di disagio generale. Il “combinato disposto” tra il rialzo delle materie prime e il caldo soffocante di questi giorni sta già provocando blackout in varie città, evocando lo spettro dell'austerity (quella anni Settanta). Insieme a ripensamenti su una transizione energetica troppo veloce, che è impraticabile se la rete elettrica non è capace di assorbirla. Non per niente, la Germania sta riaprendo le centrali a carbone, che sembravano ormai archiviate nelle pagine dei libri di storia.
Le difficoltà emerse in questi giorni dovrebbero far riconsiderare ai politici europei la decisione di fermare le automobili tradizionali entro il 2035. Pensate a una vettura elettrica bloccata in un ingorgo autostradale a 40 gradi, con la batteria che si consuma: che cosa accadrebbe? Proprio per evitare queste situazioni, che con una scelta al 100% elettrica potrebbero non rivelarsi così rare, sono state introdotte le auto ibride, meno inquinanti e più sicure. Ecco: questa scelta potrebbe configurarsi come un ottimo compromesso di Realpolitik fra le esigenze di transizione ecologica e i limiti già ora preventivabili di una scelta così radicale.

Congo sull’orlo dell’abisso
Proprio sul fronte delle materie prime che alimentano veicoli (ma anche dispositivi) elettrici, pende una nuova spada di Damocle: il rischio di escalation della guerra nella Repubblica Democratica del Congo, uno degli oltre 60 conflitti dimenticati in corso nel mondo.
Gli scontri diffusi già in corso in varie parti del paese potrebbero aggravarsi con l'entrata in gioco del Ruanda: le tensioni sono già altissime, in seguito all'accusa a Kigali, da parte del governo dell'ex Zaire, di sostenere un gruppo ribelle. Saccheggi a proprietà ruandesi e aggressioni a esponenti della minoranza tutsi vanno di pari passo con le manifestazioni nella capitale congolese, in cui una folla inferocita chiede la rottura delle relazioni diplomatiche.
Con un aggravamento del conflitto si rischierebbe una nuova, drammatica catastrofe umanitaria. E anche molte ricadute economiche sulle materie prime: il Congo è ricchissimo di litio, cobalto e coltan, elementi fondamentali per telefoni cellulari e dispositivi elettrici di qualsiasi tipo. L'ennesima crisi africana potrebbe anche spingere Cina e Russia a espandere la loro influenza nel continente, un processo già ampiamente in corso. Mentre l'Europa, che non ha una politica estera comune, sta mestamente a guardare. Un piano di incentivazione – una sorta di “piano Marshall” per l'Africa – avrebbe molte chance di fermare vari conflitti e promuovere lo sviluppo del continente. Ma, se un progetto simile sarà approvato, non saremo noi a introdurlo.

Obbligazioni, non è il momento per il fai-da-te
Sui mercati europei, intanto, si cercano le basi per un primo rimbalzo dopo oltre una settimana di forti ribassi. I tempi potrebbero essere maturi: il mercato può ancora scendere, ma nel medio-lungo periodo gli investimenti dovrebbero essere in grado di dare soddisfazioni.
Tornano le opportunità sulle obbligazioni, in una gestione attenta a selezionare le emissioni e dinamica nella negoziazione delle differenti duration. Mentre nell'azionario potrebbe essere il momento delle utility, che hanno sofferto per il rialzo dei tassi, e dei titoli finanziari e petroliferi. Troppo presto invece per puntare sulle azioni del settore industriale.


La nuova crisi del debito affossa le Borse

Lo spread torna a decollare, ma la risposta della Bce è stata fino ad ora timida, incerta e confusa. Mentre scriviamo è in corso un meeting straordinario dell'Eurotower in cui finalmente si dovrebbero prendere decisioni che mettano fine alla vergognosa speculazione partita da oltreoceano sui titoli di stato italiani... Intanto, l'addio alle auto endotermiche potrebbe portare nuova benzina sul fuoco

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Fino a martedì sera il livello raggiunto dallo spread Btp-Bund diventava ogni giorno sempre più preoccupante, con il Btp italiano che a metà febbraio rendeva lo 0,5%, mentre martedì sera si era spinto al 4,36%. Ciò significava un costo futuro in conto interessi assolutamente insostenibile per lo stato italiano, vista anche l’attuale congiuntura economica.
Ricordiamolo: se l'Italia si incamminasse sui passi di uno scenario greco, rischierebbe di saltare tutto. Quindi tre sono le strade percorribili: o la Bce interviene in maniera decida e convincente, o entro qualche mese l’Italia si mette nelle mani della troika (Dio ce ne scampi…) con conseguente default tecnico e rinegoziazione del nostro debito pubblico, oppure il nostro paese esce dall’euro. Tertium non datur.
Siccome pensiamo di far parte ancora di un mondo razionale, il costo minore per tutti (tedeschi e Paesi del Nord Europa compresi) è l'intervento pesante della Bce per riportare lo spread a livelli ragionevoli. Anche perché le enormi perdite che si sono avute sui titoli di stato da inizio anno sono state ancora più elevate sulle obbligazioni societarie. E quindi il rifinanziamento di molte società potrebbe diventare troppo oneroso.
Insomma, sono in gioco un’altra volta (come spesso avevamo ripetuto nel corso degli ultimi mesi) il futuro della nostra moneta, quello dell’Europa per come la conosciamo oggi e la sopravvivenza di molte aziende. Certo varrebbe anche la pena che i politici europei si facessero qualche domanda su come l’economia del nostro continente è stata gestita negli ultimi 20 anni.
Nel 2007, prima dello scoppio della bolla dei subprime, il pil europeo era quasi pari a quello americano, oggi è pari al 60%. Quindi negli Usa c’è stata un’enorme creazione di ricchezza, mentre le politiche di austerity europea hanno avuto l’effetto di distruggere o mettere in seria difficoltà la classe media.

Bce, timida e indecisa
Per quello che sta accadendo sui mercati mentre scriviamo, lo scenario sembra (speriamo) qualcosa di simile al "whatever it takes". Finalmente si sta comprendendo che i mercati, in questa orrenda partita di poker che è cominciata, stanno cercando di capire se la Banca Centrale Europea sia seriamente intenzionata a riportare la calma o se invece, come alcune improvvide dichiarazioni di Christine Lagarde hanno fatto intravedere, quello della Bce sia un bluff.
A oggi questa indecisione sulla minaccia-spread è più preoccupante rispetto all'aumento dei tassi (che sarà di modesta entità) e alla sbandierata fine di quantitative easing e operazioni di rifinanziamento a lungo termine, i cosiddetti Tltro.
Perché, anche se il cambio di rotta venisse definitivamente introdotto, non avverrebbe certo dall'oggi al domani. E, oltretutto, non sancirebbe lo stop definitivo agli acquisti, diminuendo semplicemente la quantità degli approvvigionamenti.

Un orso si aggira per l'Europa
La timidezza della Bce ha spaventato i mercati, causando una chiusura da incubo per le Borse del nostro continente (soprattutto per Piazza Affari, che venerdì ha perso il 5% in una sola seduta). L'onda lunga è proseguita anche lunedì, e si è accompagnata al pessimismo europeo (e americano) sui rialzi dei tassi.
In generale, la preoccupazione si è saldata con le ormai consuete preoccupazioni legate a inflazione e guerra. Ed è tornata a rivedere al ribasso tutta la componente tecnologica, che da inizio anno ha perso circa il 30%.
Giornate da tregenda, dunque. Che però permettono agli investitori di comprare “a sconto” rispetto ai prezzi di tre mesi fa. Le discese forti si trasformano, nel medio termine, in opportunità di acquisto.
L'avvertenza è sempre quella: entrare nel momento giusto, non investire tutto subito e ragionare a medio termine, accettando volatilità e perdite momentanee in un orizzonte temporale di almeno cinque anni.

Auto a benzina, verso l'addio
In un'Europa attraversata da una serie di crisi (economica, inflattiva con guerra in Ucraina e spread alle stelle), una ricorrenza renderà vividi i ricordi di molte persone: il prossimo 18 giugno Paul McCartney raggiungerà il traguardo degli 80 anni. Il compleanno di una delle più grandi icone evergreen della gioventù di tutto il mondo riporta indietro varie generazioni a tempi più felici.
Anche per l'economia. Quella inglese, che fu rilanciata dalla tassazione legata proprio alla vendita dei dischi dei Beatles. E anche quella italiana, che negli anni Sessanta ha vissuto il miracolo economico. A dare una forte spinta al boom tricolore, è bene ricordarlo, aveva contribuito anche la diffusione delle utilitarie, che ha cambiato il nostro modo di spostarci, regalando libertà di movimento a persone di tutti i ceti sociali.
Tutto questo potrebbe finire presto. Come ampiamente riportato dai giornali, il parlamento europeo ha infatti deciso di vietare le vendite di auto endotermiche dal 2035. Una data che sembra remota, ma corrisponde a meno di 13 anni da ora. Praticamente domani.
Che cosa succederebbe se il provvedimento venisse confermato? Semplice: famiglie e aziende sarebbero costrette ad acquistare vetture più care, basate su un sistema di rifornimento allo stato attuale poco pratico e non meno inquinanti, se andiamo oltre il mero parametro delle emissioni.
Ma soprattutto, una delle maggiori industrie europee sarebbe smantellata e letteralmente consegnata alla Cina, che produce l'80% della mobilità elettrica.
Perderemmo anche molti posti di lavoro. E non nel 2035, ma oggi. La riconversione di un'industria non si organizza in pochi mesi, ma in anni. E lo sviluppo di progetti legati ai combustibili fossili sarebbe interrotto in breve tempo: nessuno avrebbe più interesse a investire in un comparto senza alcun futuro a medio-lungo termine.
Risultato? Licenziamenti da subito. Solo la componentistica italiana, che vale 100.000 posti di lavoro, si distruggerebbe in poco tempo.
Abbiamo utilizzato i condizionali perché le bocce non sono ancora ferme. A opporsi, e anche in maniera decisa, sono i produttori di auto francesi e tedeschi, che hanno già rilasciato dichiarazioni al vetriolo. Questo blocco, a cui potrebbero unirsi anche gli italiani, dovrà puntare a influire sull'ultima fase della direttiva, e cioè la parte in cui avverrà la negoziazione fra stati. E ottenere ben più di quanto proposto dal Partito Popolare Europeo, che ha suggerito di mantenere un 10% di produzione endotermica. Percentuale che, va da sé, avrebbe un impatto del tutto trascurabile sul futuro di un'industria dall'importanza colossale.

Su il petrolio
L'annuncio della direttiva sullo stop alle auto tradizionali ha creato preoccupazioni all'economia, ma non ha influito minimamente sul caro-petrolio. Uno tsunami che sembra inarrestabile, e che non è stato scalfito neppure dal nuovo, possibile lockdown di Shanghai. A tenere alto il greggio, il nuovo alt all'accordo nucleare iraniano, gli scioperi negli stabilimenti di estrazione in Norvegia e l'attendismo dell'Opec. Ma soprattutto la forte componente speculativa, che, come abbiamo visto più volte, è la vera molla che fa schizzare il greggio a livelli molto alti.
Ancora una volta, sono i cittadini comuni e le aziende a pagarne le conseguenze. In Italia il prezzo medio della benzina è tornato sopra i 2 euro, mentre è già partito il conto alla rovescia per l'8 luglio, data in cui è prevista la fine dello sconto sulle accise. Se i prezzi dovessero mantenersi così alti, il prolungamento di questa riduzione sembra pressoché scontato; tuttavia, è difficile che se ne aggiunga un altro, in grado di riportare il carburante sotto quota 1,80.
Insomma: ci troviamo in una strada senza uscita. E, indipendentemente dalle future oscillazioni del greggio, saremo comunque soggetti alla speculazione finché le materie prime resteranno così "finanziarizzate".
C'è modo di fermarla? Assolutamente no, a meno che le istituzioni di tutto il mondo decidano di farlo. Eventualità impossibile, data la sicura opposizione del mondo angloamericano a questa soluzione.
In alternativa, solo accordi individuali fra fornitori di petrolio e acquirenti potrebbero fare la differenza. Un esempio è ciò che sta avvenendo con l'India: recentemente, la Russia è diventata il maggior esportatore di petrolio per Nuova Delhi. A cui, oltretutto, vende il greggio a prezzi molto ridotti (tra i 70 e gli 80 dollari). Naturalmente, in epoca di sanzioni, un simile modello per l'Europa è pura fantascienza.


BCE, arriva un supporto per il debito italiano?

La riunione dell'Eurotower, prevista per il 9 giugno, dovrebbe dire in maniera più precisa cosa la Banca Centrale europea intenda fare sui tassi, in che tempi e in quali modalità. Possibili anche alcuni provvedimenti per sostenere l'economia dell'Eurozona e contenere gli spread

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

È ormai imminente la riunione della Bce, che dovrebbe decidere il rialzo del tasso di riferimento dopo dieci anni e il sostegno all'economia dell'Eurozona. E (forse) al debito di alcuni paesi, tra cui l'Italia.
Questa indiscrezione, filtrata sul Financial Times, ha fatto rifiatare leggermente i Btp, in un contesto più ampio di sollievo dei mercati. Riteniamo necessario che la Banca Centrale faccia capire in modo chiaro ai mercati che non è disposta a tollerare ulteriori allargamenti degli spread. Altrimenti, il rischio che si ritorni a una situazione simile al 2011 potrebbe diventare una realtà concreta e la sopravvivenza dell’euro di nuovo messa a repentaglio. Vale la pena di ricordare che ci sono miliardi di dollari provenienti dal mondo anglosassone e americano pronti a forzare la mano per cercare di fare profitti enormi dal caos che ne seguirebbe. È inutile parlare di Europa e di coesione europea se il “problema dello spread” non viene affrontato e risolto una volta per tutte. Tuttavia, ci sembra ancora presto perché una simile presa di posizione trovi consenso e attuazione.
È quindi presto per prevedere un andamento positivo e di conseguenza i mercati continuano a rivelarsi nervosi e incerti.

“Scusate, mi sono sbagliata”

L'incognita maggiore resta, naturalmente, l'inflazione, che ultimamente è stata protagonista di prese di posizione pubbliche da parte delle massime autorità monetarie mondiali.
Dopo gli economisti della Bce, infatti, a scusarsi con i cittadini è stata Janet Yellen. Il segretario al Tesoro americano ed ex presidente Fed ha apertamente affermato di aver sbagliato previsioni sull’inflazione e di non aver compreso la natura apparentemente strutturale (e non provvisoria) del fenomeno.
Il tema, in realtà, è molto complesso. L'inflazione è stata incubata con il Covid, in un momento di strozzatura nell'offerta, quando il lockdown aveva creato problematiche relative alle consegne e ai consumi.
Poi è avvenuta la ripartenza, con un'accelerazione che ha spinto in alto il prezzo dei beni. La componente speculativa molto forte ha fatto il resto, soprattutto per quanto riguarda le materie prime.
Le banche centrali, da parte loro, hanno insistito a lungo sulla natura transitoria dell'inflazione. Una previsione non illogica se si osserva la situazione con un arco temporale di uno o due anni. Ma un'analisi assolutamente azzardata se si allarga l'orizzonte a cinque anni. Bce e Fed avrebbero dovuto perlomeno prendere in considerazione questa eventualità, soprattutto in una fase di incertezza (e di deglobalizzazione) come quella che stiamo vivendo.
I segnali che suggerivano la possibilità di una fase inflattiva più lunga del previsto erano chiari anche prima dello scoppio della guerra. Il conflitto e le sanzioni non hanno fatto che peggiorare una situazione già molto precaria.
Per questo, le scuse di Bce e Fed dovrebbero essere (molto cortesemente) rinviate ai rispettivi mittenti. Non tanto per non aver previsto l'inflazione a lungo termine, ma perché le due principali banche centrali del mondo continuano a non capire l'origine del problema.

“… e il petrolio si impenna”

Parlavamo del lockdown e della strozzatura di produzione e consumi. Il problema aveva coinvolto in modo eclatante anche il petrolio, crollato nell'aprile 2020 a 5 dollari al barile, con le trivelle ferme e lo stop alla domanda di carburante in varie parti del mondo.
Ora, a poco più di due anni, l'oro nero veleggia a quota 120 e non vuole dare segni di ritorno a una quota più accettabile.
A spingere il rialzo del greggio sono anche le decisioni politiche prese dalle autorità europee e i commenti che le accompagnano. Un esempio su tutti, il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia: arriva l'annuncio ufficiale... “e il petrolio si impenna”, come recitava un noto caratterista della televisione anni Novanta.
Il risultato: non sappiamo quanto il sesto pacchetto farà male alla Russia, ma ha già portato nuovo scompiglio in Europa. Il motivo è semplice: l'embargo non tocca le forniture via oleodotti, salvaguardando così gli interessi della Germania, che ha mandato l'Ungheria in avanscoperta per evitare l'estensione del provvedimento. La sanzione è limitata all'attività delle petroliere russe, che però già hanno trovato la soluzione: cedere i barili a navi neutrali, che poi le rivenderanno a terzi. Ovviamente a prezzi maggiorati.
È quindi l'Europa a uscirne con le ossa rotte, mentre la Russia manterrà quasi inalterata la vendita di petrolio. E potrà addirittura approfittare del rialzo del suo prezzo, a cui hanno contribuito anche l'approvazione dell'embargo e le comunicazioni decisamente dilettantesche da parte dell'Ue.
Neppure la decisione dell'Opec+ di aumentare la produzione (da 432.000 a 648.000 barili al giorno) è riuscita a fermare la crescita del greggio.
In questo caso, il vero dato da capire è se l'aumento dei prezzi sia legato a un eccesso di domanda, a una scarsità di offerta o a un'enorme speculazione. Sembra che la spiegazione più probabile sia la terza: un business senza freni, che continua a creare danni alla filiera produttiva. E alla gente comune.
Come se non bastasse, è arrivata la nota di Goldman Sachs che vede il petrolio a 140 dollari entro fine estate. Vale la pena di ricordare che nel 2008, sempre di questi periodi mentre già i mercati stavano incominciando a scontare la crisi dei subprime e appena prima del fallimento di Lehman, sempre Goldman Sachs aveva vaticinato un petrolio a 200 dollari, sostenendo in modo piuttosto ridicolo che tale prezzo non avrebbe creato problemi all’economia in generale. Quattro mesi dopo (a novembre), il petrolio precipitò sotti i 30 dollari.
Ogni tanto avere una memoria d’elefante ha i suoi pregi...

Emergenza dumping

Il rincaro del petrolio e, in generale, delle materie prime colpisce i consumatori di tutto il mondo. E quelli italiani ancora di più. Perché, oltre a soffrire di crisi Covid e guerra, il nostro paese è l'unico in Europa che ha visto diminuire gli stipendi dal 1990 a oggi. Impietosi i numeri Eurostat: il dato italiano fa registrare un -2,9%; la realtà più vicina è la Spagna, con un +6,2%, mentre Francia e Germania (e persino la Grecia) superano il +30%.
Sono molti i motivi di questa non invidiabile “maglia nera” italiana: il vortice di dumping salariale che non sembra arrestarsi; l'organizzazione poco lusinghiera dei fenomeni migratori, che ha contribuito ad abbassare il costo del lavoro; chi ha approfittato senza ritegno di una situazione in peggioramento.
Ma il fenomeno ha radici più antiche. Tutto inizia negli anni 2000, con la cattiva gestione del passaggio lira-euro. Il raddoppio dei prezzi che ha contraddistinto i primi anni della nuova moneta ha contribuito a impoverire la classe media, rendendo impraticabili spese (come la retta di una scuola privata) che una volta erano a portata di mano per chiunque,
L'onda lunga dell'esplosione dei costi è poi andata a unirsi, come in uno tsunami, alla crisi del 2008-2011. Il termine spread è diventato di uso comune e ha iniziato a spaventare famiglie e imprese: prima dell'introduzione dell'euro, i rendimenti più alti del BTP compensavano nel medio termine i rendimenti dei Bund tedeschi nonostante le ripetute svalutazioni della lira. Ovvero: in un arco temporale ragionevole i detentori di marchi tedeschi o lire italiane investiti in titoli decennali avevano alla fine gli stessi soldi. C’era quindi un equilibrio che ora si è perso e ha lasciato spazio all'incubo dei differenziali.
I dati sull’occupazione giovanile e sui livelli retributivi in Italia sono sconfortanti e lasciano poco spazio alla speranza, cosicché molti ragazzi sono costretti a emigrare all'estero.
Un esempio di segno contrario viene dagli Stati Uniti, dove nel solo mese di maggio sono stati creati 390.000 posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione fermo al 3,6%. La buona situazione americana riflette anche le politiche volte a favorire il rientro delle aziende statunitensi dalla delocalizzazione, che hanno creato in pochi anni molte opportunità. E che dovrebbero essere prese in considerazione anche alle nostre latitudini. La speranza è l’ultima a morire. Ma, visto il livello delle discussioni e dei provvedimenti presi negli ultimi anni dalla commissione europea e dal parlamento, c’è poco da stare allegri e sereni…


E' l'inflazione, bellezza

In Giappone, il costo di una porzione di sushi aumenterà per la prima volta dagli anni Ottanta. La notizia rappresenta il classico esempio di come l'aumento dei prezzi non risparmi davvero nessun paese del mondo. Abbattendo le comfort zone che ci eravamo costruiti negli anni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

In Giappone, per la prima volta dagli anni Ottanta, aumenterà il prezzo del sushi, tradizionalmente bloccato a 100 yen a porzione (poco più di 0,70 euro al cambio attuale). La notizia non deve essere archiviata come la classica nota di colore: al contrario, è un chiaro esempio di come l'inflazione stia abbattendo tutte le comfort zone che ci eravamo costruiti. Anche quelle che sembravano più inattaccabili.
Ogni economia, certamente, ha le sue dinamiche: il Giappone, per esempio, sconta – oltre alle conseguenze della guerra russo-ucraina – anche il calo dello yen e il boom di consumo di pesce in tutto il pianeta. Tuttavia, il refrain è comune per tutti, nessuno escluso.
Lo conferma un esempio più vicino a noi: da inizio anno, in vari bar del centro di Milano, la classica combinazione cappuccino-brioche è aumentata in media tre volte, facendo registrare impennate fino al 20%. Questi costi aggiuntivi, alla lunga, gravano in maniera pesante sui consumatori. O sugli esercizi commerciali, qualora i clienti preferiscano stringere i cordoni della borsa e consumare un po' di meno, per mantenere inalterati gli esborsi al bar o in negozio.

La Bce alza i tassi

Se i consumatori devono far quadrare i bilanci familiari, le banche centrali sono costantemente assillate dal “solito” dubbio amletico: alzare o non alzare i tassi? Alla fine, chi più chi meno, quasi tutte hanno deciso di introdurre ritocchi verso l'alto, anche se ben lontani dall'inflazione reale.
Ultima in ordine di tempo la Bce, che potrebbe aver trovato il compromesso tra i “falchi”, guidati dal governatore della Banca centrale olandese Klaas Knot, e le “colombe”. I primi puntavano a un aumento dello 0,50%, i secondi cercavano di limitarli allo 0,25%. Alla fine si dovrebbe arrivare sì al +0,50%, ma con due aumenti dello 0,25% in tempi diversi.
La decisione riceverà la sua investitura ufficiale nel corso della riunione Bce del 9 giugno. Ma possiamo già affermare che, in un contesto come quello attuale, sono limitati gli impatti fra un ritocco dello 0,25% e uno dello 0,50%: entrambi gli interventi rimarranno ben sotto i livelli reali di inflazione. A soffrire un po' di più saranno i richiedenti prestito che intendono sottoscrivere un mutuo a lungo termine; per il resto, l'intervento avrà portata limitata.
In ogni caso è difficile presumere che si possa fermare questo tipo di inflazione con un rialzo dei tassi. Soprattutto se la situazione è innescata da un rincaro delle materie prime, che sta erodendo il potere d'acquisto nei consumatori (americani, ma soprattutto europei) e rischia di trascinare l'intero pianeta in recessione.

Ancora sanzioni

In Europa, la situazione è aggravata dalle sanzioni crescenti nei confronti della Russia: il sesto pacchetto, se entrerà in vigore, ci priverà da fine anno anche del petrolio russo in arrivo via mare (non, quindi, quello che transita dagli oleodotti).
Se a fine anno l'accordo trovasse applicazione, per l’economia italiana potrebbe esserci un impatto molto rilevante. L'Ungheria ha infatti ottenuto la dispensa dall'embargo e la Germania ha chiesto una dilazione del provvedimento (mentre il nostro paese ha preferito non farlo).
Il compromesso che ne è derivato come prima conseguenza ha provocato l’aumento del prezzo del petrolio fino a 120 dollari al barile. Se il trend proseguisse, l'intervento italiano sulle accise, anche se ulteriormente prolungato, rischierebbe di non bastare più.
A soffrirne saranno – ça va sans dire – famiglie ed aziende: zero contributi sono giunti alle imprese colpite dalle sanzioni, oltre che zero aiuti ai paesi più in difficoltà a causa dei pacchetti finora approvati (e cioè Italia e Germania – quest'ultima alle prese con inediti problemi di finanza privata).
A questo si aggiunge la crisi del grano: se le parti non trovassero un accordo per lo sblocco delle materie prime agricole ucraine, varie aree del pianeta (prima tra tutti l'Africa del nord) rischierebbero non solo la crisi, ma addirittura la fame. Sarebbe opportuno che, prima di qualsiasi altro intervento, le diplomazie concedessero priorità alle trattative per un cessate il fuoco e a interventi urgenti per il transito del grano. Diversamente, si rischierebbe una vera e propria catastrofe umanitaria nei paesi più poveri.

Acquisto di attività: verso lo stop?

ICon il rialzo dei tassi, la Bce potrebbe anche fermare definitivamente il programma di acquisto di attività. Un'iniziativa che, se davvero attuata, si rivelerebbe molto rischiosa, soprattutto perché favorirebbe l'aumento incontrollato degli spread. Mettendo nuovamente in pericolo la moneta unica.
Ricordiamo che il compito della Bce è sì quello di contenere l'inflazione, ma ancor prima è quello di mantenere l'euro in sicurezza. E una delle condizioni necessarie per farlo è contenere i differenziali fra i vari titoli di stato. Se l'Eurotower fallisse in questo suo compito, si aprirebbero le porte per gli affaristi senza scrupoli, quelli in grado di guadagnare cifre enormi nel caso in cui l'euro saltasse. La globalizzazione della finanza permette a uno speculatore di mettere in ginocchio intere economie, e non da oggi. Correva il “lontano” 1992 quando un'operazione di George Soros e altri affaristi costrinse la sterlina inglese e la lira italiana a svalutare e abbandonare lo Sme, creando gravi perdite al tesoro di due stati sovrani.

Rimbalzo made in Usa

Intanto, mentre l'euro sta pian piano risalendo la china sul dollaro, le Borse americane hanno fermato la corsa verso il basso, che le aveva portate a stabilire vari record negativi. Il Nasdaq, in particolare, ha registrato un rimbalzo superiore al 5% nell’ultima settimana e questo era abbastanza prevedibile. Quando i mercati calano per così lungo tempo, un recupero – seppur temporaneo - è abbastanza probabile. Come recita la classica teoria della “pallina da tennis”: più alta è la velocità di caduta, più ampio sarà il primo rimbalzo.
L'inversione a U dipende essenzialmente da questa dinamica, più che da un presunto ottimismo per gli spiragli di trattativa che sono filtrati fra le parti in conflitto. Anche perché le posizioni russe e quelle ucraino-americane sono, finora, troppo distanti tra di loro per far sperare in un compromesso che fermi la guerra.

Stati Uniti, bolla immobiliare in vista?

Sempre dagli Stati Uniti giungono segnali di allarme sul boom del mercato immobiliare: tradizionalmente, il verificarsi di una dinamica di questo tipo ha spesso portato gli Usa alla recessione. Ma non sembra questo il caso, dato che si iniziano a registrare segni di frenata a New York e in California – due dei quattro stati che trainano il real estate americano.
La corsa prosegue solo in Texas e in Florida, principalmente per la bassa fiscalità di questi due stati, che hanno portato aziende e cittadini a eleggerli come zona di residenza.

La Russia ferma le banche italiane

A casa nostra si registrano le restrizioni decise dal governo russo nei confronti dei conti correnti Unicredit e Intesa Sanpaolo. Finora, la situazione è molto fluida e rende difficile avventurarsi in commenti e previsioni. Si può solo affermare che l'improvvisa misura di Mosca non dovrebbe peggiorare le valutazioni dei titoli delle due banche. Anche perché il settore creditizio sarà quasi sicuramente spinto in alto dal rialzo dei tassi, che dovrebbe compensare pienamente la forte esposizione delle due big italiane nei confronti della Russia.
È quindi bene seguire con attenzione i titoli bancari, proprio in previsione della crescita del costo del denaro. Più a breve termine, a rivelarsi abbastanza interessante per chi vuole entrare sul mercato è il settore petrolifero europeo, ancora indietro rispetto ai prezzi mondiali del greggio.
Oggi è comunque consigliabile una certa cautela: per chi vuole investire, il consiglio è di non mettere tutte le fiches sul tavolo, ma solo una parte: il mercato è infatti ancora volatile, e la prudenza è più che mai d'obbligo.

 

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