Broadcom, una storia americana
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo un iniziale arretramento, dovuto all’impatto del forte e improvviso calo del titolo di Broadcom, le Borse europee hanno assorbito il colpo e recuperato le perdite.
A soffrire davvero il crollo del titolo dell’azienda di semiconduttori, giunto dopo un anno di avanzamenti fino al 75% e risultati sopra le aspettative, sono stati i mercati americani, in particolare il Nasdaq. Il momento critico dei tecnologici continua a manifestarsi anche nelle criptovalute, in crollo verticale. Da parte sua Milano, come spesso è accaduto quest’anno, ha mostrato un recupero particolarmente brillante, avvenuto dopo un ritracciamento minimale. Niente di diverso dal trading range molto stretto che prosegue da tempo. La rotazione settoriale, in questo caso, ha premiato l’automotive, in ripresa per il dietrofront della Commissione europea sullo stop totale alla produzione di auto endotermiche.
Costretti alla sovraperformance
Il caso Broadcom resta una storia soprattutto americana, con difficoltà che a prima vista sembrano inspiegabili, date le ottime performance di quest’anno e i dati finanziari ben al di sopra di quelli attesi. Cercare di capire questo improvviso ritracciamento apparentemente senza ragioni può chiarire meglio le dinamiche di un settore in espansione devastante come quello dell’intelligenza artificiale. Tra i motivi del caso Broadcom, dunque, c’è proprio la forte (e predominante) esposizione dell’azienda di semiconduttori sull’Ia, che va benissimo, mentre il resto dei business procede nell’anonimato, sbilanciando le fonti di ricavo. Inoltre, quando si cresce, gli investitori si aspettano sempre di più, e anche una proiezione che prefigura un futuro un po’ meno brillante manda i mercati in allarme. Insomma: se sali del 75%, sei costretto a migliorare l’anno dopo, per evitare che un incremento ancora formidabile, ma inferiore, venga accolto freddamente dai mercati.
Bolla sì, bolla no
Il violento storno di Broadcom, che ha eroso una parte importante dell’avanzamento registrato dal suo titolo quest’anno, ha fatto tornare di moda quella che sembra la “madre di tutte le domande”: ci sarà o non ci sarà la bolla dell’intelligenza artificiale? La risposta è difficile da abbozzare, anche perché l’asticella delle risposte si sposta sul “sì” o sul “no” a seconda del singolo avvenimento che si è manifestato più di recente. Si alternano proclami e dichiarazioni del tipo “la bolla sta per scoppiare” e “non ci sarà nessuna bolla”, rendendo un futuro già incerto ancora più indecifrabile. Forse, prima o poi un ribilanciamento ci sarà. Ma non necessariamente una bolla. Tanto più che “tecnologia” e “intelligenza artificiale” non sono sinonimi: Apple e Microsoft, per esempio, diversificano fra varie attività, mentre per Nvidia (come del resto per Broadcom) l’Ia ha un ruolo trainante. Una cosa è importante ricordare: che fino a quando la crescita legata all’intelligenza artificiale contribuirà ad avere effetti economici positivi sulle aziende, le cose andranno bene; in caso contrario, i soldi inizieranno a vaporizzarsi. Se la bolla dovesse manifestarsi, ci saranno vincitori e perdenti, come ai tempi della crisi delle dotcom: alcune aziende ne usciranno bene, molte altre saranno ridotte alla marginalità, o rischieranno addirittura di sparire.
Le Poste crescono in Tim
Il tempo prenatalizio 2025 verrà comunque ricordato per improvvisi movimenti azionari, effettuati o tentati. Molto interessante, per esempio, l’incremento di Poste Italiane in Tim: il “gigante giallo” è ora al 27,3% della compagnia telefonica storica. L’operazione ha avuto luogo con l’acquisto del 2,5% controllato da Vivendi (in uscita completa da Tim), per l’importo di 187 milioni di euro. Tuttavia, non ci sarà l’opa sul 100% del capitale della compagnia telefonica: le Poste hanno sfruttato una norma prevista dal Testo unico della finanza, che prevede l’esenzione dall’offerta pubblica di acquisto se lo “sconfinamento” è temporaneo. Il socio che ha superato il limite (in questo caso Poste Italiane) deve vendere la parte eccedente entro 12 mesi, e non sfruttare il diritto di voto oltre il 25%. Qualcuno ha visto in questa mossa un tentativo di rientro dello Stato nel capitale di Tim (quasi il 30% delle Poste è controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, e circa il 35% è nelle mani della Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta detenuta dal Mef). E la cosa non è certo negativa: in determinate aziende importanti, lo Stato può ancora dire la sua.
Tether vuole la Juve. Ma Exor schiera la barriera
Sembra avere poche possibilità di successo Tether nel suo tentativo di scalata della Juventus. Attualmente seconda azionista del club, con oltre il 10%, la stablecoin ha reso nota un’offerta vincolante per acquisire la parte di capitale controllata da Exor, pari al 65%, per il controvalore di 1,1 miliardi di euro. Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether e tifoso bianconero, metterebbe sul piatto un altro miliardo per la campagna acquisti. La holding della famiglia Agnelli ha prontamente respinto la richiesta al mittente. Tether potrebbe, a questo punto, rilanciare, ma difficilmente gli Elkann cederanno a questa società. Intendiamoci: il passaggio di proprietà della Juventus è possibile, ma sembra più probabile che il pacchetto di maggioranza della società bianconera prenda la via dell’Arabia Saudita, che organizzerà i Mondiali del 2034 e ha bisogno di aumentare in modo massiccio e veloce la sua presenza nel sistema calcio.
Warner Bros: chi la prenderà?
Più intricata la partita che si sta giocando intorno a Warner Bros Discovery. Netflix ne ha annunciato l’acquisto del gruppo per 82,7 miliardi di dollari: l’operazione ha suscitato proteste e preoccupazioni nell’ambiente, anche se Netflix ha assicurato che non cambierà il carattere cinematografico di Warner, almeno per ora. In particolare, si teme il conflitto di interessi fra cinema e streaming, e la possibilità che le visioni via computer anticipino quelle sul grande schermo, penalizzandole. Con i rischi connessi, primo fra tutti la perdita di posti di lavoro. Importante anche la questione dell’accesso al database storico di Warner, su cui avrà certamente l’Antitrust americano avrà qualcosa da dire. La partita sembra ancora aperta, perché Paramount avrebbe rilanciato sia dal lato economico (18 miliardi in più), sia promettendo di garantire 30 film l’anno. A influenzare la decisione potrebbe essere Donald Trump, ormai onnipresente come il classico “prezzemolo”.
Dopo-Powell: si scalda il toto-successore in Fed
Il presidente americano sta naturalmente preparando un dossier molto più “pertinente” al suo ruolo: la successione a Jerome Powell alla guida della Federal Reserve, prevista l’anno prossimo. Due i possibili nomi, svelati dallo stesso inquilino della Casa Bianca in un’intervista al Wall Street Journal: Kevin Warsh, ex membro del board dei governatori Fed, e Kevin Hassett, direttore del Consiglio Economico Nazionale. Secondo Trump, il prossimo numero uno della Fed dovrebbe coinvolgerlo nella politica dei tassi, anche se – ha ammesso lo stesso tycoon – non è tenuto a seguire pedissequamente le indicazioni presidenziali. Ma quasi sicuramente il Tesoro americano sceglierà il candidato più dovish. In una situazione di partenza in cui, nonostante i tassi al 4%, l’economia Usa è in ottimo stato. L’inflazione americana è però sopra le aspettative: a favorirla, i dati sull’occupazione, i dazi e le restrizioni sull’ingresso di forza lavoro. La Fed, dunque, dovrebbe decidere un nuovo taglio di 25 centesimi nel terzo trimestre; poi è probabile uno stop che potrebbe
Foto di David Clode su Unsplash
Borse poco mosse. In attesa della Fed
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse hanno archiviato una settimana all’insegna della debolezza e provano a rimbalzare. Ma restano comunque poco mosse, come spesso accade nella fase prenatalizia. L’ultimo appuntamento in grado di dare qualche scossone è l’imminente riunione della Federal Reserve, che dovrà sancire il taglio tassi di 25 punti base, dato per scontato praticamente da tutti. Superata quest’ultima scadenza, gli indici dovrebbero muoversi in modalità prefestiva, a meno ovviamente di imprevisti. Insomma, quello che i mercati dovevano fare lo hanno fatto, non c’è motivo di aspettarsi scossoni: a fine anno si tireranno le somme e si ripartirà.
La Fed taglia. La Bce no
Se la Fed si appresta a tagliare, la Banca Centrale Europea non ci pensa neanche. Le divergenze fra i membri del comitato esecutivo Bce dividono infatti chi vuole diminuire i tassi, chi non lo vuol fare e chi invece vuole addirittura tornare a inasprire la politica monetaria. Ma i “falchi” sembrano avere il pallino in mano. Il sasso è stato lanciato da Isabel Schnabel, membro del board, nonché possibile candidata alla presidenza dopo Christine Lagarde. In un’intervista a Bloomberg, la consigliera ha apertamente affermato di sentirsi a proprio agio con il possibile aumento dei tassi (anche se non nell’immediato, ha precisato). Nel mentre, ha aggiunto, a meno di shock “prevedo che resteranno in questa posizione per un certo tempo”, a causa del ritorno dei rischi di un nuovo aumento dell’inflazione. Più “colomba” Olli Rehn, membro del consiglio direttivo Bce e presidente della Banca di Finlandia, che in un’intervista a Milano Finanza ha ritenuto “più probabile che l’inflazione si attenui”, esortando l’Eurotower a decidere secondo i dati, piuttosto che su posizioni rigide. Il nuovo duello a colpi di fioretto fra falchi e colombe in quel di Francoforte sembra quindi iniziato. Ciò che è certo è che, nel confronto tra la politica monetaria Fed e quella Bce, sembra possibile un “sorpasso in frenata”, con Washington destinata a tornare su valori più bassi rispetto a Francoforte.
Riarmo: la Germania dice addio ai paesi “frugali”
Questo trend rende realistica la previsione di un’ulteriore divaricazione del rapporto euro-dollaro, già in fascia alta: la possibilità di una politica monetaria dovish americana e hawkish europea apre a un possibile avvicinamento dei valori fra le due monete a una quota non distante da 1,20. A meno, ovviamente, di una crisi economica europea forte: a questo proposito occorrerà tenere sotto controllo come potrebbero reagire mercati ed economia reale all’annunciato distacco totale dal gas russo, previsto per il 2027. Intanto, a cercare di risollevare i conti in modo insolito è la Germania, che sembra allontanarsi dalla tradizionale leadership dei Paesi “frugali”: il Bundestag si appresta ad approvare l’acquisto di armamenti ed equipaggiamenti per la maxi-somma di 52 miliardi. Un approccio che fa paura ad alcuni economisti tedeschi, per il rischio di rivolgimenti della vita quotidiana nel Paese. Un doomsday scenario sul futuro del benessere della locomotiva d’Europa è stato tracciato da Veronika Grimm, membro del consiglio tedesco degli esperti in economia, secondo cui entro quattro anni gli interessi sul debito pubblico, i costi per le armi e gli investimenti per lo stato sociale esauriranno il gettito fiscale, impedendo altri investimenti o obbligando il governo ad alzare le tasse. Con una facile conseguenza: il trasferimento delle aziende e dei giovani lavoratori in altri Paesi. Dalla disamina dell’economista tedesca, appaiono i rischi di un tramonto della Germania come lido sicuro. Il che, se davvero avvenisse, avrebbe effetti devastanti sul resto d’Europa.
Trump: le debolezze europee
Il monito di Veronika Grimm non sembra così distante dal documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con cui Donald Trump ha paventato il rischio che la civiltà europea venga cancellata, e che fra anche meno di 20 anni il continente diventi “irriconoscibile”. Il presidente degli Stati Uniti ha criticato l’Europa a 360 gradi, sia dal punto di vista economico, sia da quello dell’attenuazione della libertà di parola, dell’immigrazione di massa e delle aspettative, definite “irrealistiche” sulla guerra russo-ucraina. Concentrandosi sulla parte più strettamente economica, il documento evidenzia le debolezze del sistema europeo. I rilievi non sono fuori luogo: l’Ue, nata per assicurare libertà di commercio nel continente, è diventata un’istituzione popolata da burocrati, che invece di favorire l’industrializzazione piazza regole, regolette, lacci e lacciuoli sulla strada delle aziende, deprimendo lo sviluppo e consegnando le nostre economie nelle mani dei cinesi, il cui avanzo commerciale tocca i 1.000 miliardi di euro.
Renault con Ford per metterci una pezza
Esempio lampante della stagnazione industriale europea è il momento critico dell’automotive, che vede i costruttori provare nuove vie per assicurarsi la sopravvivenza nell’era del green radicale. A questo obiettivo mira l’alleanza industriale che Renault ha stretto con Ford per le auto prodotte in Francia. La collaborazione punta a potenziare soprattutto il settore delle vetture elettriche: a questo proposito, il gruppo americano progetterà due nuovi modelli per la casa di Boulogne-Billancourt, che a sua volta poi si incaricherà di produrli; le auto saranno poi vendute sul mercato europeo a marchio Ford dal 2028. La partnership potrebbe non fermarsi qui: le due aziende hanno siglato anche un’intesa preliminare sulla produzione comune dei veicoli commerciali leggeri dei due brand per il mercato europeo.
Snellire le procedure
Le aziende europee, dunque, cercano di arginare gli ostacoli piazzati dai politici Ue sulla strada dello sviluppo. Un percorso che sembra andare in direzione opposta a quello americano, dove lo Stato ha partecipazioni in aziende per 10 miliardi di dollari. Un trend che qualcuno ha scherzosamente soprannominato “social-capitalismo trumpiano” (e qualcun altro, più seriamente, “capitalismo di Stato”). Nell’Ue – e qui torniamo seri – manca invece una difesa degli interessi strategici europei e dei singoli paesi membri nazionali. Illuminante, a questo proposito, è un articolo scritto sul Sole 24 Ore da Gianfilippo Cuneo sul caso Ilva. Nel suo intervento, Cuneo evidenzia l’assenza della politica e il potere di qualsiasi procura operante sul territorio nazionale di bloccare impianti per tempi anche molto lunghi. Una situazione che può scoraggiare qualsiasi imprenditore, bloccando un suo possibile interesse al rilancio della struttura (in questo caso, il colosso tarantino). Ovviamente i giudici devono poter fare liberamente il proprio mestiere, questo è fuori da ogni dubbio. Basterebbe però mettere un po’ di ordine nelle competenze, e magari deliberare che, per le questioni di interesse nazionale, la pertinenza venga centralizzata a una superprocura. Questa mossa eviterebbe possibili disaccordi fra magistrati locali, demandando inchieste e potere di bloccare impianti a un solo organismo giudicante. Ciò potrebbe dare più certezze in casi delicati che coinvolgono decine di migliaia di posti di lavoro, come appunto l’Ilva. E snellire i procedimenti, evitando un tira e molla procedurale in grado di allungare in maniera spropositata i tempi e a non offrire certezze su eventuali nuovi blocchi, dissuadendo imprenditori da possibili investimenti.
Mercati, ancora trading range. Mentre i bitcoin crollano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il dicembre delle Borse si è aperto con un trading range al ribasso, già constatato alla fine del mese precedente. Un lieve movimento, ma meno preoccupante di quanto molti temano: di fatto, il 2025 è ormai praticamente finito (i giorni di apertura delle Borse sono rimasti una ventina) e i mercati fanno piccole manovre per assestarsi, prima arretrando e poi provando cauti rimbalzi. Difficile che questa fase di stanca sia qualcosa di più preoccupante di un normale su e giù: le Borse hanno dimostrato di saper recuperare quei cali ciclici del 2%-3% che si sono verificati di tanto in tanto. Siamo, lo ripetiamo, a fine anno: chi ha approfittato degli utili può aver pensato di portare a casa qualcosa. Hanno influito sulla leggera incertezza anche le crisi geopolitiche, l’attesa dei dati americani del post-shutdown e delle decisioni della Federal Reserve sui tassi. Il mercato ha già scontato il taglio di 25 punti base: una retromarcia della Fed sarebbe dunque una sorpresa negativa. Improbabile, ma non impossibile, dato che l’inflazione Usa è ancora sopra il 2,5%.
Le preoccupazioni Bce
Ha avuto invece un influsso quasi nullo il monito della Banca Centrale Europea, che nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria ha paventato un rischio di correzione dei mercati azionario e obbligazionario. Tuttavia, dalle parole di Luis De Guindos, vicepresidente della Bce, sembrerebbe che il momento molto favorevole che ha contraddistinto i mercati fino a non molto tempo fa possa nascondere un’insidia “dietro l’angolo”. Tre i rischi evidenziati dal rapporto. Primo, le valutazioni molto alte dei titoli, soprattutto di quelli dell’intelligenza artificiale: il timore di restare fuori da parte degli investitori hanno causato un forte rialzo dei titoli, ma prima o poi, afferma la Bce, potrebbe verificarsi un improvviso aggiustamento (anche se – precisa la banca centrale – non si ravvisano similitudini con la bolla di inizio millennio). Secondo punto critico, i rischi legati ad alcuni bilanci di Paesi europei. Terzo, i dazi, di cui si parla meno, ma i cui effetti possono ancora colpire le aziende e, di riflesso, il settore bancario, a causa del rischio di credito nei confronti delle imprese esposte alle tariffe doganali di Donald Trump. Come detto, le Borse europee non si sono fatte influenzare da questo rapporto, che rimane un’opinione come un’altra. Sono almeno tre mesi che le banche centrali lanciano avvertimenti pessimistici, ma finora non è accaduto nulla di drammatico, né al mercato obbligazionario, né tanto meno a quello azionario. Intendiamoci: l’effetto dei dazi e dei debiti pubblici sull’economia è reale e sulla tecnologia ci sono valutazioni molto forti e “tirate”, che dovranno essere confermate da crescita di fatturato e di utili; se ciò non avvenisse, i rischi potrebbero rivelarsi reali. Ma sul mercato, in generale, attualmente non ci sono valutazioni da bolla. E’ quindi lecito essere ottimisti sul 2026, che nonostante la volatilità alta potrebbe assestarsi su una crescita annuale fino all’8%. Poco in confronto agli ultimi anni, ma tutto sommato niente male. Dicembre è solitamente un mese di attesa, in cui i più staranno fermi. Eccezione può rivelarsi il titolo Mps, che ai livelli attuali può promettere guadagni: è infatti facile che il tonfo assurdo seguito all’inchiesta per aggiotaggio possa essere recuperato del tutto in tempi brevi.
La (parziale) retromarcia di Trump
I dazi, come si è visto, fanno ancora paura, ma un po’ meno di prima. Trump ha infatti deciso di fare alcuni passi indietro; l’ultimo è lo stop alle tariffe su circa 200 alimenti, in gran parte prodotti solo fuori dagli Stati Uniti, fra cui tè, caffè, cacao, arance, pomodori, succhi e frutta tropicale. Il presidente americano ha motivato la decisione come conseguenza di accordi siglati con alcuni Paesi dell’America Latina, ma è chiaro che sulla marcia indietro ha pesato il vortice dell’inflazione alimentare: l’aumento dei prezzi (a due cifre per beni come carne bovina e caffè in polvere) ha creato tensioni tra i cittadini statunitensi: quando la merce rincara, difficilmente poi torna indietro, anche se le tasse doganali vengono eliminate. Il malcontento degli americani si è già osservato in alcune elezioni locali e potrebbe amplificarsi alle votazioni di mid term. Un vero incubo per il presidente degli Stati Uniti. L’Italia, finora, non è stata toccata dal “colpo di spugna” trumpiano, ma ogni passo verso l’attenuazione delle tariffe rende lecita qualche timida speranza. In ogni caso, non sono i dazi sul cibo a preoccupare l’Italia, ma quelli – al 50% – su acciaio e alluminio.
Bitcoin in rotta
Prosegue il trend ribassista dei bitcoin, con ripetuti tentativi di rimbalzo. Il realizzo degli early adopter ha contribuito a innescare una forte correzione. La crisi sembra assumere il carattere di una vera e propria fuga, che ora pare coinvolgere anche gli Etf. Il calo della “regina delle criptovalute” può impressionare per le sue dimensioni, ma non stupire più di tanto. Perché il bitcoin non è altro che un asset ad alto rischio, e non può entrare nella maniera più assoluta nella categoria dei beni rifugio, già presidiata da oro, argento e franco svizzero. A posteriori, anche l’ok della Fed agli Etf in criptovaluta è stato un azzardo, per l’opacità dello strumento. Una caratteristica che li rende fragili ogni volta che si manifesta un’avversione al rischio.
Il caso Airbus
Nei giorni scorsi Airbus ha richiamato circa 6.000 aerei A320 a causa di una vulnerabilità del software alle radiazioni solari. Il difetto è stato riscontrato in un programma fornito da Thales (ma, a quanto ha affermato Airbus, il problema non è di responsabilità di questa azienda). Il gruppo francese non ha fatto a tempo ad aggiornare con procedura d’urgenza gran parte degli aeromobili che si è presentato un altro problema, questa volta legato ai pannelli della fusoliera (in questo caso, la responsabilità sarebbe di un subfornitore). La notizia ha spinto i titoli Airbus a -11%, poi solo parzialmente recuperati. Occorre precisare che le temute cancellazioni massicce di voli non si sono fortunatamente verificate. E’ però vero che oggi siamo completamente nelle mani della tecnologia, e dobbiamo fidarci, sperando che non ci abbandoni o non ci mostri la sua fragilità.
Foto di Kanchanara su Unsplash
Borse, ancora su e giù. Ma i mercati non crollano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per due volte nel giro di pochi giorni, le Borse hanno fatto quanto si suol dire tutto e il contrario di tutto. E questo è particolarmente vero per il Nasdaq. Un mercato che sembrava tonico ha inaspettatamente corretto in maniera brusca, per poi tornare in alto sulle ali dei titoli tecnologici americani.
A brillare particolarmente è stata Nvidia, che ha archiviato il terzo trimestre con un fatturato pari a 57 miliardi di dollari e un utile di 31,91, pari a 1,30 dollari ogni azione. I numeri, ben superiori alle aspettative, sembrano mitigare le paure di bolla per l’intelligenza artificiale che – con una certa dose di esagerazione – si erano diffuse nelle scorse settimane. Piuttosto, il settore Ia è molto magmatico, come si conviene alle discipline che stanno spiccando i primi passi (anche se da gigante): voci di alleanze tra colossi e di ulteriori innovazioni si rincorrono, evitando qualsiasi rischio di rilassamento o di noia tra gli osservatori. Per esempio: le recentissime indiscrezioni sulle trattative fra Meta e Alphabet, con il gruppo di Facebook che sarebbe intenzionato a utilizzare i chip IA di Google dal 2027 in avanti, hanno causato un crollo delle azioni Nvidia, con un successivo recupero, ma solo parziale. C’è da scommettere che le indiscrezioni sull’intelligenza artificiale continueranno a proliferare, e non mancheranno le maxi-operazioni nel comparto.
Come uno stress test
Da questa situazione caotica emerge paradossalmente una buona notizia: nonostante i ripetuti ed eterogenei allarmi, il mercato non crolla; la volatilità è particolarmente alta, ma gli investitori sembrano mantenere la calma e mostrare nervi saldi. In altri termini, non ci sono le premesse per un tonfo a due cifre. Le condizioni attuali assomigliano quasi a una situazione di stress test, con cui si cerca di sondare le possibili reazioni dei mercati retail a sollecitazioni forti. Come quelle geopolitiche, particolarmente articolate. Ma anche l’incertezza sul taglio dei tassi Fed a dicembre, operazione che fino a pochi giorni fa sembrava improbabile e ora appare tutto a un tratto possibile.
Fed, in evidenza il partito pro-tagli
Il cambio di approccio nei confronti dei tagli a dicembre ha potuto verificarsi grazie alle dichiarazioni di tre esponenti della Federal Reserve, che hanno aperto alla possibilità di effettuare questa operazione: il membro del board Christopher Waller (secondo cui la mossa sarebbe giustificata dalla debolezza del mercato del lavoro), la presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, e il suo omologo di New York, John Williams. Le tre esternazioni hanno catturato l’attenzione delle Borse: quelle europee, in particolare, procedono caute, cercando di fare fine tuning sulle reali intenzioni di Jerome Powell. Che proceda o no a dicembre (e, a questo punto, sembra probabile che lo faccia), la Fed probabilmente opterà per due tagli di 25 punti base ciascuno entro fine giugno 2026. La Bce, invece, potrebbe mantenersi stabile per almeno sei mesi, a meno che l’economia non mostri improvvisi segnali di crisi. L’Europa ha ormai centrato l’obiettivo di inflazione, mentre gli Stati Uniti sono ancora un po’ sopra target.
La pace piace
Piazza Affari, a questo giro, ha evidenziato un calo, raggiungendo una performance inferiore alla media delle Borse europee. La responsabilità risiede nello stacco delle cedole, che ha fisiologicamente favorito la fase orso. Ma a tenere banco sono stati i due piani di pace per l’Ucraina, presentati rispettivamente da Stati Uniti e Commissione Europea per l’Ucraina. Piani che, a quanto pare, sono graditi ai mercati occidentali, anche se in Europa si segnala un calo del settore difesa. Il gas, da parte sua, scende dopo molto tempo sotto i 30 euro al megawattora e il petrolio arretra (il Brent è di poco sopra i 60 dollari al barile, il Wti addirittura sotto). Al momento non si può prevedere se, in caso di pace, i commerci tra Europa e Russia torneranno alla normalità; tuttavia, sembra che il mercato prenda in considerazione questa eventualità. Oro e argento continuano il loro ballo sulle montagne russe, ma ad apparire particolarmente interessanti sono le azioni legate ai due comparti, che rendono più promettente un investimento in titoli del settore (per esempio, quelli legati alle miniere d’argento) che non ai due metalli “fisici”. Nelle cripto, continuano le vendite da parte dei primissimi compratori, che stanno realizzando l’enorme plusvalenza accumulata in questi anni. E il valore di bitcoin e compagnia ne risente in negativo. Di lì a teorizzare che il settore non sia in salute, però, ce ne passa. Anche perché a un venditore corrisponde sempre un compratore. E dove c’è un compratore, c’è un investimento, soprattutto se l’acquisto avviene a prezzi comunque stratosferici, anche se inferiori a un po’ di tempo fa.
Qualcuno volò sul nido delle bigtech
Intanto, da New York, giunge una notizia inattesa: la big pharma americana Eli Lilly ha superato la capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari. E’ la prima società del settore farmaceutico (e la seconda non tecnologica, dopo la Berkshire Hathaway di Warren Buffett) a sfondare questa soglia psicologica. Più in generale, sarebbe utile seguire il comparto pharma, che ha trascorso un paio danni di sottoperformance e ora potrebbe spiccare il salto. Con l’aumentare del reddito e della crescita si apre più spazio per la spesa sanitaria e i medicinali, soprattutto quelli per malattie e disturbi legati al benessere: non per niente, Eli Lilly è specializzata in farmaci contro l’obesità e le sue conseguenze e il diabete di tipo 2. Proprio il settore farmaceutico, insieme ai titoli argentiferi, è tra i candidati a una buona performance per il 2026, che – qualora l’anno in corso si chiudesse a questi livelli – evidenzierebbe ottimi margini di crescita.
Foto di Samuel Jerónimo su Unsplash
Borse senza una direzione precisa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo i voti favorevoli del Congresso e la firma del presidente Donald Trump, lo shutdown più lungo della storia americana si è ufficialmente concluso. Ora, gradualmente, si rimetterà in moto la gigantesca macchina organizzativa federale, con la riassunzione dei dipendenti provvisoriamente licenziati e la pubblicazione dei dati macroeconomici bloccati dal lungo stop. Primi tra tutti quelli sull’occupazione, fermi alle comunicazioni relative ad agosto, e il cui aggiornamento su settembre è previsto a breve.
Su e giù
La fine dello shutdown ha dato slancio alle Borse, ma per poco. I mercati hanno infatti archiviato presto la vicenda, tornando a concentrarsi su tre nodi: le crisi geopolitiche, i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale e le preoccupazioni sulle prossime mosse della Fed che, anche a causa del blackout sui dati economici pubblici derivanti dallo shutdown, potrebbe rinunciare ai tagli dei tassi previsti a dicembre. La decisione cambierebbe i piani dei mercati, che avevano già previsto un intervento, ma sarebbe anche sintomo di un’economia in ripresa, senza la quale è onestamente difficile mantenere la stretta monetaria. In ogni caso, le montagne russe sono proseguite fino a fine settimana, con un recupero del Nasdaq che ha spinto anche Piazza Affari a una parziale rimonta dopo ore di forte calo. Tuttavia, lunedì mattina è giunto il contrordine: Wall Street è crollata. Né per l’onda lunga dello shutdown, né per i problemi geopolitici: a causare la picchiata è stata soprattutto la strategia di Peter Thiel, il cui hedge fund ha sorprendentemente venduto le sue partecipazioni in Nvidia per 100 milioni di dollari, senza aspettare gli imminenti risultati del gigante dei semiconduttori. L’operazione ha rinfocolato il nervosismo e i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, affossando le Borse americane. Il risultato lo abbiamo già anticipato: il crollo di Wall Street. E questo nonostante l’investimento da 5 miliardi di dollari che Berkshire Hathaway ha effettuato in Alphabet. Un’operazione che, in condizioni normali, avrebbe spinto le Borse americane, più per motivi psicologici che per altro; il titolo del gruppo che controlla Google capitalizza 3.000 miliardi, e l’investimento della società – che ha ancora 340 miliardi sul suo conto corrente – è percentualmente molto basso, anche se enorme agli occhi del cittadino comune. Occorre anche ricordare che il gruppo presieduto da Warren Buffett aveva ridotto di molto la posizione sia in Apple, sia in altre aziende, e da qualche gruppo è anche uscita completamente. Il crollo di Wall Street ha influenzato il calo (non così drammatico, però) delle Borse europee.
Bolla Ia: sì o no?
Il nervosismo per il sell off di Nvidia è pienamente giustificato (se Thiel lo ha fatto ci sarà un motivo), ma i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale sembrano per lo meno esagerati: almeno per ora, infatti, queste paure non hanno un fondamento logico, se non i soliti condizionamenti psicologici. A oggi, sembra di non riscontrare numeri “da bolla”: occorrerà, ovviamente, osservare l’andamento dei titoli e gli utili delle big per poi rifasarsi. E’ certo che il monitoraggio dei tecnologici dovrà essere effettuato con molta attenzione: oggi il mercato americano vale due volte il Pil, contro il 78% dell’Europa e il 38% dell’Italia. Ecco: nel 2005, gli Stati Uniti evidenziavano una percentuale dell’80% – simile, cioè, a quella attuale del nostro continente. I protagonisti del balzo, è persino inutile ricordarlo, sono i titoli tecnologici, cresciuti enormemente. E la cui forza è iperconcentrata; su 27mila miliardi di dollari, 9.000 sono in mano a tre persone – il che fa emergere una crescita disorganica.
Saltano gli schemi
Probabilmente, dovremo farci l’abitudine: sembrano saltati tutti i parametri, e il rischio più grande è l’imprevedibilità dei mercati. Persino i bitcoin, per cui qualcuno prevedeva un lungo futuro di magnifiche sorti progressive, sono rovinosamente franati sotto i 90.000 dollari, per poi attestarsi di poco sopra a questa soglia. Anche in questo caso, il fenomeno è stato causato, o almeno favorito, da una campagna di sell off: per la prima volta dalla sua creazione, il bitcoin è stato infatti oggetto di vendite massicce da parte di alcuni early adopter, che avevano accumulato fortune incredibili e si trovavano in mano una ricchezza non ancora monetizzata in valuta reale. L’oro, da parte sua, è sceso per poi abbozzare un tentativo di recupero appena sopra quota 4.000 dollari l’oncia. L’unico bene rifugio che continua a macinare record è il franco svizzero, che sale sia sull’euro, sia sul dollaro; il rapporto tra la moneta unica e il biglietto verde si mantiene invece all’insegna della stabilità, intorno a quota 1,16.
Il nodo Taiwan
Mentre le crisi geopolitiche dominano la scena, si manifesta un altro allarme in Estremo Oriente. La crisi diplomatica tra Cina e Giappone su Taiwan ha raggiunto picchi pericolosi dopo le dichiarazioni della premier nipponica, Sanae Takaichi, che ha fatto filtrare la possibilità di un intervento militare di Tokyo nel caso in cui Pechino decidesse di attaccare Taipei. La Cina ha quindi inviato la guardia costiera a pattugliare un gruppo di isole amministrate dal Giappone, ma rivendicate sia dalla Cina, sia da Taiwan (il loro nome è Senkaku per i primi, Diaoyu per i secondi e Tiaoutay per i terzi). Nel mentre, Pechino ha sconsigliato ai suoi cittadini di visitare il Giappone – privando il Sol Levante di un numero di turisti vicino al 25% del totale – e ha persino posticipato l’uscita di due film giapponesi. La schermaglia tra i due paesi ha depresso il Nikkei, che in precedenza era salito proprio per le grandi aspettative riposte nella nuova premier, in economia molto vicina a Shinzō Abe – ma in politica estera, come si è visto, ben più aggressiva. Se la crisi non dovesse rientrare potrebbe aprirsi un nuovo, deleterio capitolo in grado di acuire ulteriormente i nodi geopolitici che affliggono il mondo. Un capitolo che sembra già mettere alla prova le Borse di tutto il mondo, espandendo i suoi effetti dal Nikkei agli altri mercati, occidentali e non.
Foto di holigil 27 su Unsplash






