Borse in fase di turbolenza. In attesa della Corte Suprema americana
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse si è aperta con un momento difficile. A scatenarlo, le nuove dichiarazioni aggressive di Donald Trump nei confronti della Groenlandia, la sua lettera al premier norvegese Jonas Gahr Støre (“non mi avete dato il Nobel? E io non mi sento più in dovere di pensare solo alla pace”) e le tariffe aggiuntive minacciate a chi ostacolerà le sue mire su Nuuk, subito controbattute dal bazooka di controdazi minacciati da Emmanuel Macron. Un’arma che però non tutta l’Europa è disposta a utilizzare, e che comunque – data la farraginosità dei meccanismi decisionali Ue – entrerebbe in vigore dopo almeno sette mesi di iter. Nelle minacce di dazi incrociati, almeno finora, non c’è comunque nulla di concreto, ma solo parole: per quanto riguarda Trump, abbiamo imparato a interpretare le sue dichiarazioni roboanti, con cui spesso l’inquilino della Casa Bianca “spara alto”, costruendosi una piattaforma di partenza per avviare i negoziati.
Borse in ripiegamento
Questa volta, si diceva, le Borse hanno barcollato, prendendo probabilmente il pretesto delle nuove esternazioni di Trump per rifiatare dopo un lungo cammino virtuoso.
Lunedì scorso i listini europei hanno lasciato sul terreno chi l’1% o giù di lì, chi lo zero virgola. La discesa è poi proseguita, ma a occhio sembra meno impattante rispetto al maxi-storno del 2 aprile scorso, che ha evidenziato una discesa più rapida e traumatica. Ad attutire un po’ la turbolenza potrebbero essere i dati annuali delle società quotate: i primi bilanci sono positivi, ma le imprese sembrano restie a comunicare le aspettative a fine anno. E anche questo è un freno, dovuto all’incertezza globale.
Il nodo della Corte Suprema
La fase di indecisione durerà probabilmente fino al pronunciamento della Corte Suprema americana, che dovrebbe mettere la parola fine sulla liceità o meno dell’utilizzo dell’International Emergency Economic Powers Act per applicare tariffe doganali. Si tratta di uno snodo importante, che potrebbe rivelarsi indolore solo se i giurati fermassero i dazi, ma “sanando” ciò che è avvenuto finora. Un’eventualità certamente non facile, né probabile, perché occorrerebbe giustificarlo in termini di legge. Se però i magistrati riuscissero a trovare la “quadra”, come si usa dire, eviterebbero il rischio di contraccolpi per l’economia americana (e mondiale) praticamente certi se la sentenza fosse netta, da una parte o dall’altra. Nel caso in cui venisse riconosciuta la liceità dell’intervento di Trump, il presidente americano avrebbe via libera per imporre nuove tasse agli altri Paesi, creando scompensi nelle economie e in Borsa (come abbiamo visto, da aprile a oggi le tariffe sono l’unico fattore in grado di deprimere i mercati). Se invece la Corte Suprema decidesse di respingere in toto i dazi trumpiani, il fisco americano sarebbe costretto a restituire alle aziende coinvolte una somma enorme, con ricadute molto forti sull’economia americana e il probabile calo del dollaro. A meno che la maggior parte delle aziende, per non urtare il presidente, rinunci alle cause in tribunale per riavere il denaro. Uno stop da parte dei giudici americani rallenterebbe anche il risiko che Stati Uniti e Cina stanno giocando sullo scacchiere mondiale, e che ultimamente ha visto le due superpotenze impegnate nell’emisfero di pertinenza dell’avversario: all’annuncio di nuovi investimenti statunitensi a Taiwan in cambio di tariffe al 15% è subito arrivato l’invito alla cooperazione che Xi Jinping ha recapitato al Canada.
Siglato il Mercosur. Ma non è detta l’ultima parola
Ci spostiamo da un estremo all’altro, e cioè dal rischio di nuovi dazi all’accordo-Mercosur, siglato dai rispettivi leader europei e sudamericani. I due pericoli sono, per utilizzare un’espressione usata e abusata, un po’ come Scilla e Cariddi: restrizioni al commercio da una parte, rischi di concorrenza sleale dall’altra. Gli agricoltori fremono, temendo che l’intesa inneschi una crisi esistenziale per il settore e paventando rischi legati alla qualità di frutta, verdura e cereali (ma anche di carne) provenienti dal Sudamerica a prezzi mediamente più bassi. Per non parlare delle norme ambientali e sanitarie meno stringenti che sono in vigore oltre oceano. C’è anche il nodo del Parlamento europeo, che dovrà ratificare l’accordo. Un’eventualità non del tutto scontata, come ha anche ricordato Emmanuel Macron, leader del fronte del “no”.
Sale il gas
Mentre oro e argento continuano a correre, favoriti dalla situazione internazionale caotica e incerta, il prezzo del gas è salito di circa il 30%. Anche in questo caso, le tensioni geopolitiche influiscono; occorre tuttavia ricordare che nell’ultimo periodo si era verificato un calo del prezzo del metano, e che il suo recente aumento non rappresenta ancora un elemento preoccupante. Anche il petrolio è salito, pur rimanendo in una fascia di sicurezza. Certo è che queste impennate, moderate o forti, non fanno che danneggiare la vita quotidiana degli europei, per cui il caro-bolletta è diventato ormai una costante.
Porsche in retromarcia
Ha subito una forte flessione la quotazione di Porsche. L’azienda automobilistica ha risentito in Borsa del calo delle consegne registrato nel 2025, pari al 10%. La società ha buttato acqua sul fuoco, dichiarando, per bocca di Matthias Becker, membro del cda per le vendite e il marketing, che la retromarcia si verifica “dopo vari anni record”: il risultato, prosegue l’esponente di Porsche, è comunque in linea con le aspettative e la diminuzione dipende dalle “carenze di materiali per i modelli 718 e Macan con motore a combustione interna, alla domanda ancora debole di prodotti esclusivi in Cina e alla nostra gestione delle forniture orientata al valore”. Non per niente, l’arretramento nel mercato cinese ha raggiunto il 26%, contro il 13% dell’Europa (Germania a parte). Da questi dati, aggiungiamo noi, emerge una crisi dell’auto di lusso, confermata da Porsche dopo i numeri già comunicati da Ferrari, oltre a un più generalizzato calo di interesse per l’auto tedesca in Cina, Paese con enormi siti produttivi automobilistici dentro ai suoi confini. Byd, per esempio, può disporre di uno stabilimento di 175.000 chilometri quadrati – più esteso della città di Napoli – da cui aggredire i mercati: i cinesi hanno studiato i modelli europei e su di essi si sono ispirati per le loro automobili, che ora vendono in varie parti del mondo, a prezzi più bassi. Certo è che, oltre ad avere una capacità produttiva molto ampia, le aziende cinesi non devono sottostare alle regole europee, un po’ perché sono finanziate da soldi pubblici, un po’ perché la disciplina dei lavoratori contempla una protezione minore – per non parlare della scarsa presenza di vincoli ambientali. Per questo motivo, la Cina, più che partner, è un concorrente aggressivo per i mercati europei.
Lo scontro su Powell non scalfisce i mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee proseguono il loro andamento all’insegna del trading range, che ormai ne caratterizza le dinamiche dallo scorso ottobre. Si è osservata una maggiore instabilità, anche se la situazione è tornata rapidamente sotto controllo; a innescare una pur effimera volatilità non sono stati tanto i venti di guerra in Venezuela, le proteste in Iran o le rinnovate minacce di Donald Trump alla Groenlandia, quanto l’escalation del contrasto fra l’inquilino della Casa Bianca e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, destinatario di un’indagine penale da parte del dipartimento di Giustizia americano. Ancora una volta i mercati si sono concentrati su crescita e utili: se una delle due componenti viene a indebolirsi, uno storno forte è possibile. Ma attualmente non ci sono avvisaglie di questo tipo: per ora, dunque, si osservano calma piatta, volatilità compressa e mercato costruttivo, in attesa di ciò che davvero conta per i listini. Il pronto recupero delle Borse europee e ancor di più di quelle americane, con record per Dow Jones e S&P 500, ha mostrato che i mercati sono ormai vaccinati anche nei confronti degli scontri istituzionali americani. Mentre in Giappone si registra il record del Nikkei, influenzato dalle possibili elezioni anticipate a breve termine.
Lo scontro su Powell
Sul caso-Powell non si è verificato, almeno per ora, lo scenario temuto da Scott Bessent: il segretario al Tesoro Usa, nel consigliare Trump di raffreddare lo scontro, temeva una ripercussione negativa sui mercati (il che, come abbiamo visto, non è avvenuto), ma anche un effetto contrario sull’opinione pubblica, con una crescente solidarietà nei confronti di Powell e il sorgere di più difficoltà nella sostituzione del numero uno Fed prima di fine mandato. Il banchiere centrale (che, ricordiamolo, era stato nominato proprio da Trump) ha affermato che si sta giocando una partita cruciale per mantenere l’indipendenza della Federal Reserve e la sua possibilità di decidere i tassi di interesse senza pressioni di tipo politico. Il che, formalmente, è corretto, anche se la realtà è un po’ differente. Perché la legge americana tutela certamente l’autonomia della banca centrale, ma il capo della Fed è comunque nominato dal presidente e, volente o nolente, deve fare da sempre i conti con i desiderata del partito al potere. Il motivo della strategia di Trump e dell’intensificazione dello scontro con un capo Fed in scadenza (con il suo successore già identificato) potrebbe sostanziarsi nell’andamento lento dell’economia americana (tecnologia a parte) e il bisogno di identificare un responsabile a dieci mesi dalle elezioni di mid term, che, secondo i sondaggi attuali, sarebbero favorevoli al Democratici.
Dazi sì, dazi no…
Un impatto potenzialmente più ampio potrebbe presentarsi se la Corte suprema americana decidesse di smontare, in tutto o in parte, l’architettura dei dazi trumpiani, con il rischio per il fisco Usa di dover restituire, secondo Trump, “molte centinaia di miliardi di dollari”. Insomma: se la Corte annulla le tariffe, ha proseguito il presidente, “siamo spacciati” (in realtà Trump ha utilizzato un’espressione più… colorita). La vertenza, partita da alcuni imprenditori americani e da 12 Stati e arrivata all’ultimo, inappellabile grado di giudizio, è incentrata sull’utilizzo, da parte del presidente, dell’International Emergency Economic Powers Act del 1977, legge che consente all’amministrazione in carica di introdurre leggi in caso di emergenza. Secondo i ricorrenti, le tariffe doganali di Trump non giustificavano un intervento di eccezione come lo Ieepa, e quindi il ricorso a questa misura non sarebbe legittimo; Trump sostiene invece che il fortissimo deficit commerciale americano può essere incluso nei casi che giustificano la proclamazione, da parte del presidente, dell’emergenza nazionale. Se la Corte desse ragione al tycoon, tutto resterebbe come adesso, e Trump avrebbe mano libera per imporre nuove tasse doganali (come quella del 25% appena annunciata nei confronti di “qualsiasi Paese che intrattenga relazioni commerciali” con l’Iran). Se invece i giudici propendessero per l’annullamento, si prevede un flusso di massa di denaro dal fisco alle aziende che hanno pagato dazi. Si parla anche di una terza opzione: lo stop da parte della Corte Suprema, ma con una sorta di “condono” per quanto è accaduto finora. Una sorta di cosa fatta capo ha in versione stelle e strisce. Questa soluzione intermedia eviterebbe rischi per l’economia, ma occorre capire se ha fondamenti legali. Difficile fare previsioni. C’è chi ricorda che la maggioranza dei giurati della Corte è stata nominata da presidenti repubblicani; tuttavia, i componenti del tribunale supremo sono indipendenti, e non devono rendere conto a nessuno, essendo in carica a vita: non per niente i magistrati hanno già smentito Trump nel corso del suo secondo mandato.
Il nodo Mercosur
C’è chi i dazi li vuole mantenere e chi li vuole togliere. L’Unione Europea ha infatti approvato l’accordo di libero scambio con il Mercosur (aggregazione economica sudamericana composta da Uruguay, Argentina, Brasile e Paraguay), non senza un dibattito convulso al suo interno. L’intesa – la cui firma è prevista il 17 gennaio ad Asunción – è stata infatti bocciata da Francia, Irlanda, Austria, Ungheria e Polonia, con l’astensione del Belgio, e ha provocato particolari tensioni a Parigi e rischi per la sopravvivenza del governo Lecornu, oltre alla protesta degli agricoltori. Protesta comprensibile: tra Europa e Sudamerica c’è un disavanzo commerciale fortissimo, e con questo accordo rischiamo di sacrificare la nostra agricoltura senza controllare i protocolli di produzione e salvaguardare gli stipendi dei dipendenti. Come è avvenuto tempo addietro con l’apertura alla Cina, mosse miopi e affrettate rischiano di danneggiare molti business e posti di lavoro.
Lavori in corso
E’ stato inaugurato con i final four di campionato e Coppa Italia di hockey il nuovo palazzetto olimpico di Santa Giulia, nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo. Inaugurato, abbiamo detto, ma non finito: vari spettatori accorsi per assistere alle partite, da una parte sono stati piacevolmente impressionati dall’impianto, dall’altra hanno sottolineato che, a meno di un mese dall’inizio dei Giochi, il palazzo non è ancora finito: cavi e tubi a vista e spogliatoi non pronti hanno dato un’idea di provvisorietà e di lavori in corso. Non bastasse questo, durante la partita d’esordio fra Varese e Caldaro è stato rilevato un buco nel ghiaccio, che ha costretto l’arbitro a interrompere il match per circa cinque minuti. Sicuramente, come di solito accade in questi casi, la corsa contro il tempo sarà ultimata prima dell’inizio della kermesse olimpica. A differenza di quanto accadrà per i lavori viari, soprattutto in Valtellina, ma anche a Milano, che non saranno terminati in tempo. Un’occasione persa, e dovuta anche alle procedure d’appalto lunghe e onerose tipiche della burocrazia italiana, che allungano i tempi in maniera smisurata e impediscono il rispetto delle scadenze predefinite.
2026, la grande incognita dei tecnologici
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse hanno iniziato il 2026 proseguendo il trend positivo di San Silvestro, e non sono state toccate neppure dell’attacco americano in Venezuela, confermando il segno più alla riapertura. Il fenomeno mostra ancora una volta che – come abbiamo spesso ripetuto – i listini hanno sviluppato anticorpi molto forti contro le pesanti incertezze causate da turbolenze, geopolitiche e non. Il periodo di crisi causato prima dal Covid e poi dalla guerra russo-ucraina ha dunque contribuito a “vaccinare” le Borse, che sono così riuscite a passare indenni altri momenti molto sfavorevoli; anche lo scivolone post-dazi di aprile, che inizialmente sembrava aver messo alla prova la resilienza dei mercati, è stato recuperato in un paio di mesi. Ciò, ovviamente, non significa che non si debba rimanere in guardia dai rischi di nuove crisi sullo scacchiere mondiale; al contrario, i mercati dovranno sempre tenere antenne puntate e prestare la massima attenzione. Tuttavia, i listini sanno difendersi molto di più rispetto a quattro anni fa: da ottobre 2022 le Borse ignorano maggiormente i segnali geopolitici e guardano solo alla crescita e agli utili, spostando il loro orizzonte sul lungo periodo.
Cambio di leader
Per ora, dunque, si può prevedere un mercato 2026 costruttivo e positivo – magari non come l’anno scorso, a causa della maggior volatilità, ma comunque in crescita. Una grande differenza fra il 2025 e l’anno appena iniziato sembrerebbe l’affermarsi di una tendenza alla maggior omogeneità fra i vari comparti: mentre il 2025 è stato spesso caratterizzato da periodi di marcata rotazione settoriale, ora sembra più probabile che gli indici borsistici si muovano un po’ più all’unisono. Probabile anche un cambio di “maglia gialla” al vertice del gruppo: il 2025 ha visto una prevalenza dei mercati europei, mentre quest’anno a trainare la crescita potrebbero essere le Borse americane; ci si aspetta comunque una correlazione stretta fra i due poli, che dovrebbero fare entrambi bene. Come anche il Nikkei, che ha le potenzialità per reagire positivamente alla politica di moderato rialzo dei tassi decisa dalla banca centrale. La strategia valutaria vedrà invece gli Stati Uniti impegnati ad ammorbidire nuovamente la stretta monetaria, mentre ci si aspetta immobilismo da parte della Bce. Un’incognita prevista è quella legata al ciclo elettorale americano, specialmente se, come sembra, il Congresso rafforzerà una maggioranza di segno opposto a quella dell’amministrazione in carica.
Intelligenza artificiale: nuovi record o bolla?
Incerto il futuro borsistico delle aziende tecnologiche – soprattutto quelle che si occupano di intelligenza artificiale. In questo settore, da molto tempo in grande spolvero, sono stati convogliati centinaia di miliardi di dollari in investimenti, rendendo indispensabile un ritorno economico adeguato. In presenza di utili in grado di giustificare l’ingente impegno finanziario, questi titoli facilmente saliranno ancora. Altrimenti il valore in Borsa calerà. Insomma: il quadro sembra aperto anche alle soluzioni più divergenti, dalla possibilità di nuovi massimi al rischio bolla. Una piccola spia rossa è già comparsa a fine 2025 e ha riguardato Oracle: è bastato che, proprio a causa degli investimenti sull’intelligenza artificiale, i ricavi si attestassero al di sotto delle previsioni per causare un arretramento significativo delle azioni. Se dunque si verificasse un rallentamento generalizzato degli investimenti delle grandi bigtech sull’intelligenza artificiale, il settore potrebbe rallentare, frenando a sua volta la crescita economica.
Finanziari, preziosi e automotive
Un’altra incognita è rappresentata dai titoli finanziari, che l’anno scorso hanno spinto le Borse di Milano e di Madrid sul tetto d’Europa. Il 2026 di queste azioni potrebbe rivelarsi più tranquillo, riservando magari qualche soddisfazione a chi investirà su selezionati titoli bancari. Hanno invece tutte le potenzialità per crescere ancora i titoli collegati ai metalli preziosi: attualmente c’è molta volatilità sull’argento, con fluttuazioni fra il 3% e il 4%, ma alla fine sembra quasi scontato un grafico in forte crescita, capace di raggiungere i 90 dollari fra 12 mesi. E’ molto probabile che l’argento continui a correre più dell’oro, in grado comunque di arrivare il prossimo dicembre ai massimi, forse oltre i 5.000 dollari l’oncia. Per questo, sembra corretto mantenere i titoli dei metalli preziosi. Iniziando magari a investire anche sul settore automobilistico europeo, penalizzato dal green deal negli ultimi tre anni e ora, con il dietrofront della Commissione Ue, protagonista di un ritorno al centro del palcoscenico. A proposito di automotive, ha fatto parlare il sorpasso “in frenata” di Byd nei confronti di Tesla. Il gruppo di Elon Musk ha infatti chiuso il 2025 con 1,64 milioni di veicoli consegnati, a -8,3% rispetto all’anno precedente, mentre Byd ha archiviato l’esercizio con 2,25 milioni di auto vendute. A causare il cambio al vertice, i prezzi decisamente più abbordabili dei veicoli prodotti dalla casa cinese, che può anche sfruttare un maggior coinvolgimento del mercato europeo sulle auto elettriche, in rallentamento negli Stati Uniti.
Obbligazionario
Infine, uno sguardo all’obbligazionario. I Treasury americani, di cui è attesa un’emissione 2026 di 1,7 milioni di dollari (quasi pari al pil italiano), sembrano mantenere rendimenti interessanti (i decennali sono ancora oltre il 4%), ma risentono di un rischio di cambio molto forte. Attualmente, il rapporto euro-dollaro è posizionato oltre 1,16; difficile capire se scenderà intorno a quota 1,15 o si spingerà sopra 1,20; quest’ultima opzione sembra comunque più probabile. Per questo motivo, i bond a stelle e strisce non sono remunerativi come sembrano, dato che rischiano di guadagnare per interessi e perdere nel cambio. L’obbligazionario offre da parte sua poco spazio, soprattutto il governativo: con un rendimento del 2%, che poi al netto dell’inflazione ne restituisce poco più della metà, il settore garantisce sicurezza, ma non performance. Le obbligazioni corporate, invece, promettono performance inizialmente superiori a quelle dei titoli di Stato.
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Le Borse archiviano un 2025 molto positivo
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse si avvicinano a San Silvestro con un andamento cauto, che chiude all’insegna della calma un anno di grandi soddisfazioni per i mercati. D’altra parte, le contrattazioni piatte di fine anno sono abbastanza una costante: nel periodo natalizio sono pochissimi gli operatori che si dedicano alla compravendita di titoli, e questo dicembre è stato un mese piuttosto tranquillo e senza grandi sbalzi. Compatibilmente con i diversi calendari delle festività (più nutriti in Italia, Francia e Germania), la prima seduta sostanziosa del 2026 si terrà il 5 gennaio, ponte permettendo.
Brinda l’Europa
Si chiude dunque un 2025 in forte salita, che ha premiato i listini di varie parti del mondo, con particolari avanzamenti per i titoli dell’intelligenza artificiale e del settore difesa (che ha risentito dei maxi-progetti di riarmo), oltre alle “solite” banche e ai metalli preziosi. A soffrire, invece, il comparto automobilistico europeo, penalizzato dalla tendenza green radicale di Ursula von der Leyen e protagonista di un tentativo di rimbalzo solo dopo la parziale retromarcia di dicembre. Per il resto, alcuni settori più di altri hanno risentito negativamente dei dazi, che però – se eccettuiamo il tonfo di aprile, poi recuperato in scioltezza – non hanno avuto forza sufficiente per invertire il trend positivo dei listini. In particolare, i mercati europei hanno stappato lo spumante, con una crescita media di circa il 20%; il quadro positivo è stato favorito dagli utili, ancora succosi, e dal taglio dei tassi, ma anche dal quadro valutario e dalla volatilità abbastanza contenuta, a parte il severo storno di aprile e quello, più attutito, di ottobre. Chiude benissimo Milano, che in un anno ha aumentato il suo valore del 30%.
Il grande interrogativo di Wall Street
Nella crescita di Wall Street, il gruppo è stato invece tirato dai tecnologici, trainati dall’intelligenza artificiale. Una spada di Damocle grava però su un settore giovane, innovativo e in crescita verticale: i dubbi sulla possibilità di una bolla, che spesso vengono sollevati da esperti, analisti e giornali specializzati. La percezione diffusa fa leva sulle similitudini tra la situazione attuale del settore IA e le condizioni del Nasdaq a inizio 2000. Qualsiasi cosa accada, è bene enfatizzare che la Borsa guarda soprattutto gli utili: proprio per questo, una volta definita meglio la situazione, avverrà una scrematura fisiologica dei player IA, con pochi vincitori e molti perdenti. Proprio ciò che è accaduto nella bolla dotcom di inizio millennio. Per evitare brutte sorprese, il settore dell’intelligenza artificiale riflette sull’opportunità di proseguire i mega-investimenti che ne hanno contraddistinto le strategie: alcune case iniziano a rimandarli o a spalmarli su un periodo di tempo più lungo per salvaguardare la sostenibilità economica. Emblematico è il caso di Oracle, che proprio a causa dei forti investimenti IA ha raggiunto ricavi al di sotto delle previsioni, con il successivo crollo del titolo. A spingere le Borse, lo ripetiamo, sono soprattutto gli utili. Ciò significa che una società come Nvidia, che è valutata una volta e mezza il pil italiano, dovrà raggiungere ricavi stratosferici per giustificare questi numeri.
Chi è rimasto indietro
Visti i risultati 2025, era davvero difficile chiudere l’anno da perdenti. Ma, come sempre accade, c’è chi è rimasto indietro, portando a casa un guadagno minore, o addirittura le briciole. L’esposizione su titoli governativi in euro, per esempio, nel 2025 si è rivelata poco performante. Chi ha in portafoglio solo obbligazioni internazionali chiuderà l’anno con rendite vicine allo zero, o addirittura in negativo; di poco migliori, ma comunque mediocri, i portafogli bilanciati internazionali in euro. Penalizzanti anche gli investimenti in dollari: l’anno è stato infatti molto positivo per chi ha deciso, in totale controtendenza, di limitarli. Ad approfittare meno della situazione sono state le grandi case internazionali, che gestendo molti asset sono fisiologicamente più lente nello spostare investimenti da un comparto all’altro. Una caratteristica che, in presenza di una forte rotazione settoriale, ha giocato un ruolo importante nell’affermazione delle piccole boutique, che quando si muovono sul mercato non influenzano i prezzi e si possono permettere più libertà nell’operare. Il quadro 2025 ha dunque premiato la tempestività delle decisioni e la diversificazione degli investimenti.
Sempre più in alto
Fra i trionfatori del 2025 ci sono i metalli, specialmente oro e argento, che non accennano a fermare una corsa a pieni polmoni. Se per il “re” giallo era possibile prevedere una progressione geometrica, è stato un po’ più sorprendente il balzo dell’argento, che aveva iniziato l’anno sotto i 30 dollari e lo chiuderà sopra i 75. I segnali per l’inizio del 2026 sembrano positivi, ma è difficile prevedere se e quando un avanzamento così poderoso si fermerà e se lo storno sarà moderato oppure forte. Sono molti gli scenari possibili: nuovi record, uno stop temporaneo, un ritracciamento o una discesa verticale e improvvisa, anche del 20%. Certo è che, prima o poi, i due metalli dovranno prendersi una pausa. In questa situazione, potrebbe rivelarsi utile cedere una parte di questi asset e mantenerne un po’ come copertura.
Pazzo bitcoin
Discorso diverso per i bitcoin, che a meno di sprint clamorosi dell’ultimo momento chiuderanno a un valore inferiore rispetto a 12 mesi fa. Nel corso dell’anno, la principale criptovaluta aveva sfondato il muro dei 100.000 dollari, spinta dall’endorsment del presidente americano Donald Trump, da poco eletto, e dall’inclusione della moneta virtuale negli Etf. Il bitcoin si era poi stabilizzato fino al crollo di novembre, dovuto principalmente ai realizzi dei primi detentori di questo asset. Le previsioni 2026 dividono gli analisti: chi pensa che l’inclusione negli Etf possa sostenere la divisa virtuale scommette su un trend rialzista; viceversa, le tensioni geopolitiche e il conseguente desiderio di certezze (che non favoriscono investimenti ad alto rischio) sembrano suggerire una dinamica opposta. Tanto più che le analisi sulle criptovalute sono difficili anche per la volatilità intrinseca che le contraddistingue.
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La calma dopo i fuochi d'artificio
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse si stanno avvicinando alle festività in una situazione di cautela e stabilità. Dopo una settimana molto brillante, l’apertura di ieri ha evidenziato qualche timido e strutturale passo indietro; anche se la chiusura prenatalizia evidenziasse qualche arretramento, il fenomeno sarebbe comunque limitato, e non andrebbe neppure a sfiorare il bilancio altamente positivo di quest’anno. E questo nonostante i lunghi periodi di trading range e i due scivoloni che si sono verificati nel corso del 2025 (il maxistorno di aprile e il calo, più limitato, di ottobre), tra l’altro ampiamente recuperati.
Rischi geopolitici
Unico rischio all’orizzonte, i “soliti” pericoli di carattere geopolitico: quelli nuovi – come il riacutizzarsi delle tensioni fra Israele e Iran e i contrasti fra Stati Uniti e Venezuela – e quelli vecchi, sia in Medio Oriente (Gaza e Libano), sia sul fronte russo-ucraino. Le Borse hanno, però, da tempo sviluppato solidi e rassicuranti anticorpi: due o tre anni fa, la situazione sullo scacchiere mondiale avrebbe causato grandi preoccupazioni per i mercati; oggi – dopo le dimostrazioni di stabilità e “resilienza” a cui ci hanno abituati i listini – le forti inquietudini per l’instabilità geopolitica sono derubricate a timori legittimi, ma sotto controllo. Anche perché è stato scongiurato un rischio che avrebbe potuto mettere alla prova la “vaccinazione” delle Borse contro eventi avversi, e cioè l’utilizzo degli asset russi congelati per sostenere l’Ucraina. L’opzione è stata scartata e sostituita con un prestito comune per Kiev. Ad avere un ruolo importante, se non determinante, nella decisione dell’Ue è stato il Belgio, che detiene la maggior parte degli asset russi attualmente congelati. Due i timori del premier Bart De Wewer. In primo luogo, la possibilità di un ricorso di Mosca alla corte internazionale. Un eventuale esito negativo si sarebbe riversato proprio sul Paese nel cui territorio si trovano gli asset russi congelati, che sarebbe stato costretto a pagare una somma molto maggiore rispetto al denaro sequestrato. Questa situazione avrebbe rischiato anche di convincere gli investitori a vendere bond Ue, innescando rischi sistemici e penalizzando l’euro. Oltre a questo, in caso di utilizzo delle risorse congelate, la Russia avrebbe potuto sequestrare 17 miliardi di asset europei per ritorsione, convincendo anche vari paesi amici a fare altrettanto. Come già detto, la posizione belga ha prevalso, e l’Ue ha optato per un prestito a Kiev, senza attingere a fondi russi.
Spumante in fresco
A meno di sorprese, gli investitori possono rilassarsi e concentrarsi su panettone e spumante, già in fresco: il mercato è infatti virtualmente chiuso, e in attesa del Natale si può iniziare la pianificazione dei prossimi investimenti, identificando i settori più interessanti. A cominciare da quello finanziario, per cui sembra esserci un po’ di spazio, per proseguire con le utility, con l’obiettivo di munirsi di azioni difensive. E’ molto in crescita il settore automobilistico: occorre capire se ci sia ancora margine per puntare anche su questo comparto.
Oro e argento
Per il resto, a presidiare il palco dei vincitori c’è ancora l’oro, che ha superato i 4.400 dollari l’oncia, stabilendo un nuovo record. E’ passato meno di un anno da quando si riteneva difficile lo sfondamento di quota 3.000, e ora i 4.500 dollari sembrano a portata di mano. Crisi geopolitiche, tassi, politica monetaria, desiderio di tranquillità e sicurezza spingono il più tradizionale dei beni rifugio verso una corsa dal futuro imprevedibile. Ma continua a correre anche l’argento, salito più del 20%, e il cui trend potrebbe proseguire persino più a lungo rispetto al “parente nobile”. Perché questo metallo ha anche applicazioni industriali, in grado di accendere il turbo. Anche per questo motivo, l’argento sta entrando a pieno titolo nel novero dei beni rifugio, e sembra particolarmente promettente per l’anno prossimo.
Exor, il disimpegno dall’Italia
Sotto l’albero è molto attiva Exor, che con la sua controllata Lingotto Innovation è entrata nel capitale di Trade Republic, banca digitale tedesca. La cassaforte della famiglia Agnelli sembra insistere nella strategia di acquisizioni all’estero e disimpegno dall’Italia, dove ha ceduto le partecipazioni in Iveco e sta ultimando la cessione di Gedi, restando (almeno per ora) l’azionista di controllo della Ferrari e il principale controllante della Juventus. In quest’ultimo caso, gli Elkann hanno respinto al mittente il miliardo offerto da Tether e, secondo le ultime indiscrezioni, anche i 2 che avrebbero messo sul piatto i sauditi. Visto il trend di abbandono dell’Italia, però, una cessione del club bianconero non è ancora del tutto da escludere. Per il resto, Exor da inizio anno ha perso parecchio per il calo in Borsa delle sue controllate (prima fra tutte, la Ferrari). Tuttavia, la holding di partecipazioni fa ancor molti utili e può godere di una liquidità rassicurante.
Il Mercosur non piace agli agricoltori (e neanche a Italia e Francia)
A fine anno, invece, non stapperanno lo spumante i sostenitori dell’accordo di libero scambio fra Unione Europea e Mercosur, che è stato ancora prorogato – questa volta di un mese – da Ursula von der Leyen. Il rinvio si è rivelato necessario soprattutto per i disaccordi fra la Commissione Europea e l’alleanza tattica tra Francia e Italia: Emmanuel Macron è ostile all’intesa, chiedendo per la sua approvazione una maggioranza qualificata; Giorgia Meloni punta invece a una versione migliorativa del documento, con la reciprocità degli standard di qualità (soprattutto nel commercio di carne) e la salvaguardia della filiera produttiva, per evitare che i prodotti sudamericani possano innescare una concorrenza sleale nei confronti di quelli europei. Meno influenti, invece, sono state le pur ripetute proteste degli agricoltori a Bruxelles, che hanno avuto una copertura mediatica abbastanza marginale. Le bocce non sono ancora ferme, dunque, ma il rinvio – ha detto Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro – potrebbe rivelarsi un “palliativo” se non sarà istituito un tavolo di confronto con le associazioni di rappresentanza delle associazioni agricole. Insomma: il rinvio di Natale potrebbe anticiparne altri, e allungare i tempi di un accordo in discussione da inizio millennio.
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