Borse, prove tecniche di ripresa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La guerra prosegue, il petrolio vola e i problemi legati al transito dallo Stretto di Hormuz sono ancora irrisolti. Tuttavia, le Borse hanno ormai fermato il trend in ripida discesa che aveva caratterizzato i primi giorni del conflitto. Possiamo affermare che, dato tutto quello che accade, i mercati stanno reagendo tutto sommato meglio del previsto. I listini americani sono su livelli non molto dissimili a quelli pre-bellici perché gli Usa sono esportatori di materie prime: gli indici europei e asiatici, dopo un arretramento fisiologico (che avrebbe potuto anche rivelarsi peggiore), si stanno invece arroccando su una nuova linea difensiva, cercando di consolidarsi e, possibilmente, di provare qualche rimbalzo.
Il ruolo chiave di Hormuz
Paradossalmente, è proprio la tenuta del mercato americano a spingere le Borse europee, aiutandole a costruire un fortino di resilienza. Decisivi per la strategia di rilancio, o almeno di difesa, saranno due elementi: la durata della guerra e la situazione dello Stretto di Hormuz. Un collo di bottiglia che finora è chiuso per alcuni Paesi e aperto per altri – primo tra tutti, la Cina. Hormuz è importante non solo per il transito di petrolio – soprattutto verso l’Asia – ma anche per il passaggio di Gnl, di metalli, di fertilizzanti e di molto altro materiale destinato (anche) all’Europa. Che, come l’Estremo Oriente, dipende in gran parte da materie prime di importazione. A bloccarsi a causa del conflitto e dell’ingolfamento dello Stretto non sono solo strutture petrolifere o di gas: il Bahrein, per esempio, ha fermato gli impianti di alluminio, mentre il transito dei fertilizzanti è a rischio, con gli annessi e connessi sull’agricoltura. Se la guerra dovesse terminare in breve tempo, e lo stallo si sbloccasse, potremmo assistere a un ritorno alla normalità e a un rapido recupero degli indici. In caso di sblocco di Hormuz manu militari potrebbe invece subentrare una forte crisi borsistica provvisoria; se però l’operazione consentisse un ritorno alla quasi normalità per le vie marittime e un calo fisiologico del prezzo del petrolio, le Borse – dopo un periodo di forche caudine – tornerebbero a salire. Entrambe le situazioni sottintendono una strategia, che però al momento non appare chiara. Donald Trump dà l’impressione di trovarsi completamente impantanato, e di non sapere come uscirne. E, se non se ne esce, il mercato riprende a scendere. Mentre l’inquilino della Casa Bianca, da parte sua, dovrebbe fare i conti con l’elettorato, che si ritrova la benzina alla pompa a circa 6 dollari al gallone, pari a quasi 1,40 euro al litro. Un prezzo che sarebbe valutato molto basso in Europa, ma che è considerato altissimo negli Stati Uniti, e potrebbe essere capace di disamorare l’elettorato americano alle prossime consultazioni di mid term.
Nervi saldi
Prevedere gli sviluppi della guerra, la sua lunghezza e il suo influsso sulle Borse nel prossimo futuro è molto difficile. Ma non si può dimenticare che anche gli storni peggiori, prima o poi, vengono recuperati. Se si consulta l’indice Msci World dal 1 gennaio 1999 è cresciuto dell’11,5% l’anno. Ogni crisi viene prima o poi digerita, e il mondo finanziario riparte. Per questo motivo, se si hanno i mezzi per sostenere l’investimento, è bene reagire alle fasi orso con sangue freddo: ogni volta che il mercato perde più del 10% è consigliabile rifiutare scelte dettate dal panico. Evitando di vendere, ma anzi aumentando il peso del proprio portafoglio.
Dispersione di rendimenti
Piazza Affari si trova di poco sotto all’apertura del 2 gennaio 2026, ma con una grande dispersione di rendimenti. Il settore industriale legato al cemento ha perso molto – per fare un esempio, WeBuild è calato del 35%, nonostante sia tuttora pieno di commesse. Anche le banche hanno pagato dazio, lasciando sul terreno circa il 15%. Dall’altro lato, le azioni di società produttrici di armi e i titoli petroliferi sono arrivati ai massimi, e quelli legate a tecnologia e innovazione hanno mostrato ottime performance. Mai come in un quadro caotico come quello attuale è consigliabile rimanere attenti alle dinamiche settoriali: a medio termine le banche hanno tutta la potenzialità per recuperare, vista la differenza fra il tasso a breve e quello a dieci anni, salito per paura dell’inflazione: quando il grafico è così inclinato, le banche fanno più utili, e la loro rimonta veloce è molto probabile. Per contro, attenzione ai petroliferi, che a fine guerra scenderanno.
Unicredit riaccende il risiko
A proposito di banche, Unicredit è tornato sul dossier Commerzbank. Il gruppo di piazza Gae Aulenti ha infatti comunicato il lancio di un’ops volontaria sull’istituto tedesco. L’offerta, recita una nota di Unicredit, punta “a superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca in materia di offerta pubblica di acquisto”, ma anche a “favorire, nelle prossime settimane, un confronto costruttivo con Commerzbank e con i suoi principali stakeholder“. Si prevede, prosegue la nota, che Unicredit raggiunga una partecipazione superiore al 30% nell’istituto tedesco, “senza tuttavia acquisirne il controllo”, per evitare alla banca di piazza Gae Aulenti “di aggiustare costantemente la propria partecipazione per rimanere al di sotto della soglia del 30% in ragione del programma di acquisto di azioni proprie in corso da parte di Commerzbank, nonché di poter successivamente incrementare liberamente la propria partecipazione sul mercato o con altre modalità”. Oggi, ricorda la nota, Unicredit detiene “una partecipazione diretta di circa il 26% in Commerzbank e un’ulteriore posizione di circa il 4% tramite total return swap”. Ritorna dunque il risiko bancario, con una sfida che mira a creare un confronto con Commerzbank e a superare lo scetticismo del governo tedesco, contrario a operazioni ostili. Sul fronte assicurativo, Generali sta valutando l’opportunità di sostituire Axa nella partnership di bancassurance con Mps (la collaborazione tra i francesi e il gruppo senese scadrà nel 2027). La mossa di Philippe Donnet potrebbe essere favorita dalla posizione di Montepaschi, che attraverso Mediobanca è il primo azionista del Leone di Trieste.
Il petrolio detta la linea
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il petrolio e l’energia si dimostrano ancora una volta decisivi per orientare l’andamento delle Borse. La guerra nel Golfo e il blocco dello stretto di Hormuz hanno fatto raddoppiare la quotazione del greggio in pochi giorni; è poi bastata la dichiarazione di Donald Trump sull’imminente fine delle operazioni militari per riportare il prezzo del petrolio intorno ai 90 dollari – valore comunque decisamente più caro rispetto a quello pre-bellico, che da tempo navigava nella fascia fra i 50 e i 60. Il movimento è stato presto recepito dalle Borse europee e asiatiche, protagoniste di un tentativo di chiaro rimbalzo, che nel nostro continente è stato seguito da un nuovo, più moderato calo.
Dipendenza energetica
La nuova crisi energetica, con la massiccia speculazione che lo ha accompagnato, ha decostruito il castello di certezze che sembravano aver munito i listini di ottime difese. La lezione è chiara: l’impennata del petrolio è troppo anche per un sistema borsistico resistente. Soprattutto in una situazione, come quella attuale, dominata dall’incertezza sui multipli in mercati tirati, che convince gli investitori ad alleggerire il loro portafoglio, causando un prevedibile calo delle quotazioni. Questo è particolarmente vero per Europa e Far East, carenti di materie prime e per questo più influenzati dalle bizze del petrolio e del gas. Wall Street ha perso molto meno: il petrolio, è vero, ha subito un rincaro fortissimo anche oltre oceano, ma la quotazione del metano – che ad Amsterdam è passato dai 30 ai 50 euro circa – negli Stati Uniti è rimasta bassa, diminuendo gli effetti negativi sui mercati. La dipendenza energetica ha quindi messo in ginocchio il Vecchio Continente e l’Estremo Oriente, che poi hanno reagito positivamente alle speranze che la guerra finisca in tempi brevi, con rimbalzi più forti dalle piazze, come Seul, che avevano perso di più in precedenza. E’ proprio qui che si gioca il futuro prossimo dei mercati euro-asiatici. Se davvero dovesse tornare la pace nel Golfo, i listini potrebbero consolidare il recupero e rilanciare, sull’onda di un ritorno di petrolio e gas alla normalità. Se invece lo scontro bellico si protraesse, il mercato finirà per allentarsi, creando recessione e minor crescita.
Due strategie
Proprio le differenti previsioni sulla durata della guerra guideranno gli investitori nella scelta delle strategie da seguire. Gli ottimisti, cioè quelli che credono in un rapido stop delle operazioni belliche, potrebbero giocare la carta del mantenimento delle posizioni, approfittando di eventuali occasioni in un’ottica di trading, sfruttando cioè il primo rimbalzo, che solitamente è violentissimo e di breve durata. Un po’ quello che è accaduto a inizio settimana: per le Borse, pur in piena incertezza sulla durata della guerra, è bastata la dichiarazione aperturista di Trump per avviare il recupero. Piazza Affari, in particolare, ha assistito a un rimbalzo dai minimi dei titoli finanziari – proprio quelli che avevano sofferto di più appena dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran. Questa dinamica potrebbe, appunto, instaurarsi in modo ancor più netto nel caso in cui nel Golfo tacessero le armi. Chi invece teme una guerra di lunga durata, farebbe meglio ad alleggerire il portafoglio, tenendo però le antenne ben sintonizzate su eventuali cambiamenti di rotta.
Minimo comun denominatore per tutti, procedere con cautela, mantenere i nervi saldi, operare con mentalità da trader. E leggere poco i giornali, per non farsi prendere dal panico.
I rischi in Europa
Dal punto di vista dell’economia reale, in Europa si rischia un fenomeno inflattivo simile a quello conseguente allo scoppio della guerra russo-ucraina. L’impennata dei prezzi alla pompa è sotto gli occhi di tutti. Il fenomeno non coinvolge solo la benzina, ma anche il gasolio, i cui costi sono inspiegabilmente esplosi. Questi rincari sono in grado di causare problemi non solo agli automobilisti, ma anche (e soprattutto) ai trasporti via gomma e all’agricoltura. Non è quindi escluso che i prezzi delle merci sugli scaffali possa crescere in maniera visibile nei prossimi giorni, innescando una nuova crisi legata ai consumi.
Deficit Usa alle stelle
Pur risparmiando – come visto – uno storno severo alle Borse americane, il caro-petrolio ha comunque creato scompiglio negli Stati Uniti, obbligando Trump a gettare acqua sul fuoco. Washington, ricordiamolo, ha un problema enorme di deficit pubblico, esploso in due riprese (in epoca-Lehman e al tempo del Covid), per cui le casse pubbliche pagano 1.220 miliardi di dollari di interessi sul debito pubblico (proiezione 2025). A queste vanno aggiunte spese difficilmente comprimibili come quelle militari (lo scorso anno sono state di quasi 1.000 miliardi) e quelle legate al welfare, mentre una tassazione maggiore alle aziende è impensabile. La via dei dazi scelta da Trump – poi stroncata dalla Corte Suprema – era quindi parsa una strada obbligata per riequilibrare un po’ i conti, agendo sulla crescita delle entrate tramite controlli strategici sui flussi commerciali. Se la nuova, più moderata, decisione trumpiana sulle tariffe non dovesse subire stop per via giudiziaria, sicuramente non sarà toccata dai democratici, una volta dovessero reinsediarsi alla Casa Bianca, un po’ come è avvenuto per la tornata di tariffe introdotte dal presidente Usa nel corso del suo primo mandato. Come spesso accade, le misure impopolari vengono contrastate dall’opposizione, che poi regolarmente non le tocca una volta conquistato il governo.
La coperta è corta
Certo è che l’improvvisa restrizione del margine di manovra mette in difficoltà Trump, alle prese – oltre che con il caro-petrolio – anche con il cauto avanzamento del dollaro, che recupera lentamente sull’euro pur in un quadro di debolezza intrinseca. Gli americani votano pensando al portafoglio, e la promessa di mantenere basso il prezzo della benzina ha assunto un ruolo centrale nella campagna elettorale del presidente. Che quindi ha una strada obbligata: fare di tutto per far tornare il petrolio a livelli di guardia prima delle elezioni di mid term. In cui il costo della benzina giocherà un ruolo importante, se non decisivo.
Guerra in Iran, scompiglio in Borsa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La scorsa settimana, gran parte dell’attenzione dei mercati era concentrata sull’intelligenza artificiale, con i timori di bolla che deprimevano la Borsa americana. Con l’attacco israelo-americano sull’Iran di sabato scorso, le priorità dei listini di tutto il mondo sono bruscamente cambiate. Il rapido succedersi degli eventi ha visto le quotazioni di petrolio e gas schizzare molto in alto: il Brent ha sfondato gli 80 dollari al barile e il Wti staziona nella fascia 70-80, mentre il metano ha quasi raddoppiato la sua quotazione. Decisive sono state le reazioni di Teheran all’attacco. Prima di tutto quella militare contro alcuni Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti – con tanto di sospensione cautelativa, da parte di QatarEnergy, della produzione di Gnl a Mesaieed e Ras Laffan, che è il sito più grande del mondo: la decisione, se prolungata, potrebbe avere pesanti ricadute sui Paesi europei (soprattutto Italia e Germania) e asiatici. E i mercati, spinti dalla paura, arretrano. A questo si è aggiunta la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale (20 milioni di barili al giorno) e che, potenzialmente, è in grado di bloccare molti commerci.
Europa e Asia arretrano
L’improvvisa impennata dei costi energetici si è così riverberata sugli indici europei e asiatici, con ribassi generalizzati e il crollo della Borsa di Seul, che ieri aveva chiuso con una perdita di oltre il 7% e oggi ha lasciato sul terreno circa il 12%. Milano ha iniziato la settimana con un arretramento pari a più del 2% e ha proseguito ieri cedendo quasi il 4%, con una prestazione particolarmente negativa delle banche, e stamattina ha aperto cauta. In un contesto di indici europei che stanno provando un rimbalzo. Più volte abbiamo evidenziato che, negli ultimi tempi, le Borse si sono dimostrate vaccinate agli urti geopolitici. Ma, evidentemente, quando entrano in gioco petrolio e gas le pressioni diventano troppo forti e la resistenza dei listini viene meno. Diversa la situazione delle Borse americane che, dopo un cedimento iniziale, hanno praticamente recuperato le perdite, per poi tornare in calo marginale: -0,83% il Dow Jones, -1,02% il Nasdaq. Quest’ultimo, in particolare, è forse riuscito a limitare i danni anche grazie alla stessa intelligenza artificiale che la scorsa settimana preoccupava gli investitori: si potrebbe ipotizzare che l’IA abbia fermato il suo trend negativo proprio per le sue possibili applicazioni in campo militare, agganciandosi di fatto al trend del settore difesa. E questo nonostante gli allarmi sui timori di una bolla (Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, ha paventato una crisi come quella del 2008) e la possibilità di nuove limitazioni Usa all’export di chip verso imprese cinesi.
Due scenari
L’incertezza la fa da padrona, anche perché non si riesce a prevedere la durata di questa guerra. Se il conflitto fosse una questione al massimo di quattro-cinque settimane, come da iniziale pianificazione di Donald Trump, i mercati avrebbero la concreta possibilità di stringere i denti per un certo periodo e poi “digerire” i problemi portati dall’evento bellico, provando l’inversione di tendenza con rimbalzi veloci. Se invece ci trovassimo di fronte a una endless war il contesto diventerebbe molto più confuso, con una situazione in grado di amplificare il rischio asimmetrico che contrappone possibili rimbalzi deboli e crolli del 10%-20%. Una guerra di lunga durata sarebbe una mina vagante non solo per i mercati, ma anche per Trump, che rischierebbe di giocarsi le elezioni di mid term e di provocare una spaccatura nella sua stessa base. Gli americani votano pensando al portafoglio: il prezzo della benzina alla pompa è una parte molto importante nel carrello della spesa e un rincaro dell’energia rischia anche di compromettere il rallentamento dell’inflazione e di conseguenza il calo dei tassi caldeggiato dal presidente americano. Un ruolo centrale verrà giocato, quindi, da due partite: l’eventuale riapertura dello stretto di Hormuz, il cui blocco alla lunga non conviene neanche a Teheran, e la possibilità che i qatarioti diano nuovamente il via alla produzione di Gnl. Un’eventualità che potrebbe avverarsi in assenza di nuovi attacchi militari iraniani.
Cosa fare?
In queste condizioni, è difficile consigliare una strategia di investimento. Chi crede che la guerra durerà un mese o poco più, potrebbe provare a sfruttare qualche opportunità d’acquisto. Già oggi sono appetibili i finanziari, attualmente deboli, mentre è meglio evitare i titoli che sono saliti molto, come gli energetici e il settore difesa. Chi invece ha timore che lo scontro duri di più, si sentirà molto più tranquillo alleggerendo posizioni e attendendo tempi migliori per le Borse.
Valute e beni rifugio
La paura ha fatto 90 per i beni rifugio, ma non per tutti. E’ salito nuovamente il franco svizzero, ancora ai massimi sull’euro, e si prevede anche un possibile exploit della corona norvegese. Mentre il bene rifugio “storico” per eccellenza, e cioè l’oro, non ha sfruttato l’occasione, imboccando una strada a zig zag: prima su (ma non in maniera decisa come avrebbe potuto fare), poi giù. Tornando alle valute, il dollaro si sta rinforzando sull’euro, anche se per ora il recupero è a passo lento. Tuttavia, se il biglietto verde dovesse salire ancora, si potrebbe creare qualche ulteriore grattacapo per Trump: in un periodo di incertezza sui dazi, verrebbe a mancare anche il vantaggio competitivo di una moneta debole, che in fondo è come una “tariffa doganale di fatto”.
Intelligenza artificiale
In un quadro confuso come l’attuale, l’intelligenza artificiale sembra relegata in un angolino, ma non è così. La sfida dell’IA non si risolve in poche settimane o in alcuni mesi, ma pervaderà sempre più il nostro futuro.
Già ora, il suo coinvolgimento in alcuni settori dà il via a crisi settoriali, che hanno colpito, per esempio, il comparto del software e quello del trading, e chissà cosa altro nei prossimi mesi. Per non parlare delle ripercussioni che si verificheranno sul fronte dei posti di lavoro, con le conseguenze (anche sull’economia) che è facile immaginare.
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Dazi, la Corte Suprema boccia la decretazione d'emergenza
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Tanto tuonò che piovve. La Corte Suprema americana ha dichiarato illecito l’utilizzo, da parte di Trump, dell’International Emergency Economic Powers Act per imporre dazi “saltando” il Congresso. I giudici, diversamente da quello che si dice, non sono entrati nel merito, ma hanno bocciato la procedura, rimandando un’eventuale decisione alle Camere. La sentenza dimostra che gli Stati Uniti non sono diventati tutto a un tratto un’autocrazia, ma che il sistema di pesi e contrappesi funziona, anche in presenza di una Corte a maggioranza conservatrice. Certo, dall’amministrazione Obama in poi si è verificato un uso massiccio e smodato della decretazione di urgenza, riducendo gli interventi dei rappresentanti del popolo. A titolo di esempio, lo stesso Obama ne ha emessi quasi mille. Ma la Corte c’è.
Rischio ricorsi
Il rischio è ora che si avvii una spirale di ricorsi e controricorsi per 175 miliardi (FedEx ha già fatto partire la causa). Su questo nodo potrebbe ancora intervenire la Corte, confermando la possibilità, da parte delle aziende, di appellarsi per riavere gli importi versati nelle tariffe o, più probabilmente, trovando il modo di annullare le controversie sulla tassazione corrisposta fino al momento della sentenza. La questione si risolverà, probabilmente, a breve termine, dato che nella sentenza non è stato specificato nulla in proposito.
Trump rilancia
Intanto, mentre si dibatte su questo punto – importantissimo, perché un eventuale maxi-rimborso cadrebbe sulle spalle degli americani – Trump ha subito introdotto un dazio globale del 10% (e non del 15%, come era stato annunciato). La misura si applica a tutti i Paesi, con effetto dalla mezzanotte dello scorso 24 febbraio, per 150 giorni. L’annuncio a sorpresa, che però esclude vari articoli dalle tariffe, rischia di creare uno scontro istituzionale. Un pericolo che Trump vuole assolutamente evitare: per questa nuova decisione, sta quindi cercando di trovare una pezza legislativa che possa essere accettata dai giudici supremi.
Bene i mercati europei
In generale, le Borse hanno accolto bene la sentenza della Corte Suprema americana. I mercati europei hanno mantenuto il rimbalzo più a lungo, per poi fermarsi sui timori causati dal rilancio di Trump. Il leggero arretramento non cambia il leitmotiv generale delle Borse europee, guidate ancora da una forte rotazione settoriale, che rende la situazione molto fluida e non facilita previsioni, né strategie di investimento. I listini americani, dopo l’entusiasmo iniziale per la sentenza, hanno invece ripiegato molto presto: sono infatti tornati a concentrarsi sull’intelligenza artificiale, spegnendo gli entusiasmi e perdendo l’1%.
Macron spinge sull’IA
Intanto, Emmanuel Macron investe insieme all’India proprio sull’intelligenza artificiale, evidenziando i ritardi dell’Europa, e spingendo l’Ue a ricoprire un ruolo più attivo. Un appello che, in linea di principio, sarebbe condivisibile, se non fosse per due piccole precisazioni. In primo luogo, quando parla di Europa Macron intende soprattutto la Francia, che vede ancora come centro del continente. Poi, sembra ormai tardi per iniziare a investire massicciamente sull’intelligenza artificiale. Stati Uniti e Cina hanno già iniettato centinaia di miliardi nell’IA, evidenziando il ritardo tragico del nostro continente. Per non parlare dei rallentamenti causati dalla regolamentazione e della frammentazione atavica dell’Ue: a siglare l’accordo con l’India è stata Parigi e non Bruxelles, e molto probabilmente saranno i singoli Stati a investire, in direzioni autonome e separate. Il che, ovvio, depotenzierebbe la forza che l’Europa avrebbe se solo andasse nella stessa direzione.
L’eredità di Milano Cortina
Si sono conclusi i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026. La fiamma si è spenta contemporaneamente nelle due città ospitanti, lasciando quel velo di malinconia che spesso sopravviene quando i cinque cerchi sono ammainati. Per il resto, i Giochi si sono rivelati un successo oltre le attese, con una ricaduta di immagine molto positiva. Anche sul fronte della legacy, rimangono sul territorio infrastrutture che miglioreranno la quotidianità dei cittadini. Purtroppo, non tutti i lavori sono stati conclusi in tempo, soprattutto quelli viari; tuttavia, è previsto che, pur con ritardo, le opere siano ultimate e lasciate in eredità al territorio. Anche l’impatto economico è stato positivo: il pil lombardo è cresciuto del 1,7% contro la media dell’1,2%. Qualcuno ha accennato alla possibilità, per Milano, di “provarci” per le prime Olimpiadi estive previste, quelle del 2040, magari in coppia con una vicina città (per esempio, Torino). E il tentativo non sarebbe neppure fuori luogo, se non fosse per un ostacolo molto difficile da superare: Milano non ha uno stadio di atletica. E costruirne uno è, almeno al momento, fuori discussione: la vicenda San Siro rischia di concludersi con la compresenza di due stadi, uno in funzione e uno “decostruito”, a poca distanza. Il che renderebbe antieconomica la progettazione di un altro impianto.
Il valore dei premi ai medagliati
Dal punto di vista sportivo, la rappresentativa italiana archivia un bilancio lusinghiero, con dieci ori, sei argenti e 14 bronzi, per un totale di 30 podi complessivi, che fruttano un quarto posto nel medagliere.
Le prestazioni sono ben retribuite: agli olimpionici italiani vengono attribuiti 180.000 euro, ai secondi 90.000 e ai terzi 60.000. Possono sembrare cifre importanti, ma per il contribuente italiano rappresentano “noccioline”. Mentre per gli atleti sono ampiamente meritate, dati i sacrifici compiuti dagli atleti in una vita di allenamenti. Un esempio su tutti è dato dal vero “re” di questi Giochi, il fondista norvegese Johannes Høsflot Klæbo, che ha portato a casa tutte e sei le gare disponibili, raggiungendo il traguardo di atleta più vincente di sempre nei Giochi Olimpici invernali. Bene: mentre i suoi coetanei si prendono i loro tempi per divertirsi, Klæbo conduce una vita da asceta, dedicandosi anima e corpo agli allenamenti. Per i campioni, un riconoscimento economico è dunque doveroso, oltre a permettere agli atleti di potersi allenare senza che sopraggiungano eventuali problemi economici.
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Settimana problematica per i titoli finanziari
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un calo dell’1,7%, e, dopo un lunedì tutto sommato stabile, sta provando il recupero. La flessione di Piazza Affari è stata causata soprattutto dal pesante arretramento delle banche, capaci in una settimana di perdere il 7%. E di influire sul listino milanese, tradizionalmente molto esposto nei confronti del settore dei servizi finanziari – non per niente, le altre Borse europee, pur in presenza del terremoto delle azioni finanziarie, hanno chiuso una settimana tutto sommato tranquilla. La situazione non deve, però, spaventare: febbraio è tradizionalmente un mese poco positivo e in un ambito di trading range al rialzo (da gennaio a oggi le Borse sono ancora in “utile”) le correzioni, anche senza un motivo apparente, sono quasi ordinaria amministrazione. A questi prezzi, l’acquisto selettivo di alcuni titoli bancari potrebbe rivelarsi una buona scelta, tanto più che siamo vicini alla distribuzione dei dividendi.
I motivi della correzione
I motivi dello storno settoriale sono molto deboli: è vero che il governo sta discutendo nuove tassazioni per il settore, ed è altrettanto indubbia la portata delle dichiarazioni di Matteo Salvini (“continuo a ritenere che, in un momento di difficoltà economica per tanti, chi ha di più, come il sistema bancario, debba dare di più”, ha detto il vicepremier). Ma questo non basta a spiegare un movimento di questo tipo. Come non bastano le possibili reazioni degli investitori a un’inchiesta del Sole 24 Ore, secondo cui i maxi-utili delle aziende di credito dipendono sempre meno dagli interessi passivi sui finanziamenti e sempre di più dall’asset management e dalle polizze assicurative. Tanto più che questa politica è ben nota da anni. Insomma: piani governativi, dichiarazioni e indagini giornalistiche non sono sufficienti per un crollo azionario di questa portata. Piuttosto, sullo storno delle banche potrebbe aver influito maggiormente la paura generalizzata che i nuovi strumenti di intelligenza artificiale per il risparmio gestito possano mettersi in concorrenza con le case storiche di investimenti e prendersi tutto il mercato. Non per niente, è bastato che Altruist mettesse sul mercato un servizio di pianificazione fiscale che si basa sull’Ia (nel dettaglio, sulla sua piattaforma Hazel) per colpire i titoli delle società di asset management. E riverberarsi sulle banche.
Incubi IA
D’altra parte il fenomeno sembra ormai consolidato: ogni volta che l’intelligenza artificiale generativa viene accostata a un settore, si scatena il terremoto in Borsa proprio su quel comparto. A questo proposito, ha fatto parlare un post virale (anzi, “viralissimo”, dato che è stato visto da decine di milioni di persone) di Matt Shumer, imprenditore americano che lavora proprio nell’ambito dell’Ia. “Qualcosa di grande sta succedendo”, ha affermato, facendo capire che siamo ormai arrivati allo spartiacque: dall’intelligenza artificiale che affianca il lavoro, afferma, stiamo passando all’Ia generativa in grado di sostituire il personale, facendo irruzione nei processi produttivi e diminuendo in maniera molto significativa la necessità di un contributo umano. Shumer ha paragonato il febbraio 2026 allo stesso mese del 2020, alla vigilia del Covid. Quando si parlava di questo nuovo virus che si stava espandendo in Paesi esteri, ma buona parte delle persone (e delle Borse) non gli prestava molta attenzione. Poi, in tre settimane, è cambiato tutto, trasformando la vita in una modalità che era praticamente impossibile da immaginare. Ecco: per Shumer siamo nelle stesse condizioni di allora. Con una differenza: i rischi insiti nell’Ia generativa sono “molto, molto più grandi” di quelli del Covid. Le opinioni su questa previsione decisamente distopica sono contrastanti. E’ indubbio che l’intelligenza artificiale generativa sia in grado di sostituire alcuni processi, e che lo sarà sempre di più. Tuttavia, ci sono ruoli che è difficile immaginare come completamente gestiti da algoritmi. E il risparmio gestito è uno di questi. A certi livelli, il rapporto umano e la fiducia tra gestore e cliente sono parte fondamentale del processo. Inoltre, l’Ia tende sempre a non contrariare l’utente o a fornire risposte “caute” o troppo equilibrate – un atteggiamento poco adatto a un settore che deve saper proporre alternative fra i vari mix moderati, bilanciati e aggressivi. L’intelligenza umana ha capacità di scelta e discernimento, che l’Ia non ha: un allarme di questo tipo sembra quindi prematuro. Tuttavia, in Borsa si compra e si vende sulle attese: se stimolati, i mercati reagiscono, a volte in maniera inspiegabile.
Sorpresa dall’economia americana
Grande sorpresa dagli Stati Uniti: i dati di gennaio evidenziano un Paese in salute, con 130.000 nuovi posti di lavoro (ne erano attesi 65.000) e una disoccupazione al 4,3% (-0,1%). Ciò, tra l’altro, si unisce alla crescita dell’economia del 5% nell’ultimo trimestre. Con questi risultati, è molto difficile che un Jerome Powell in scadenza di mandato decida di tagliare i tassi nella seduta del prossimo marzo. Tanto più che il leader Fed ha dimostrato indipendenza anche quando era ampiamente criticato da Donald Trump, e non correggerà il tiro proprio negli ultimi mesi di ufficio. A giugno la Federal Reserve sarà presieduta da Kevin Warsh, più propenso ai tagli dei tassi. Anche se – ci teniamo a ribadirlo – un presidente di una banca centrale giudica dalla situazione e dal contesto, prima ancora che dal suo approccio personale.
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